alessandro barbero Le migrazioni medievali Il concetto di medioevo è una costruzione artificiale, escogitata in un contesto culturale ormai lontanissimo dal nostro, e del tutto inadeguata agli orizzonti dell’odierna ricerca storiografica. Per quanto riguarda il fenomeno delle migrazioni in Italia, il millennio che convenzionalmente definiamo medievale si apre con stanziamenti di popolazioni barbariche, pianificati o almeno approvati dalle autorità imperiali, che rimandano al contesto geopolitico ed etnico dell’Europa romana; e si conclude con l’avvio di migrazioni stagionali di manodopera dalle valli alpine verso il mondo urbano, che resteranno una caratteristica strutturale dell’economia dell’Italia settentrionale fino a tempi abbastanza recenti. In questa sede parleremo dunque di migrazioni medievali applicando l’aggettivo in termini del tutto convenzionali e ideologicamente neutri, prendendo come punto di partenza la situazione della penisola sotto l’impero romano, e cercando di riassumere i principali spostamenti di popolazione che modificarono la composizione etnica e la geografia dell’insediamento in Italia fino al delinearsi della società di Ancien régime. Piuttosto che in ordine cronologico, l’analisi sarà condotta per tipologie; e tanto meglio se questo procedimento permetterà egualmente di seguire, entro certi limiti, il filo delle epoche. Il periodo comprende infatti una tale varietà di fenomeni suscettibili di rientrare sotto l’etichetta di migrazioni da rendere inevitabile la formulazione di categorie. Queste non vogliono essere rigide, ma servono a orientarci distinguendo tra vicende in sé diversissime, anche se accomunate dal fatto di comportare trasferimenti di popolazione. Analizzeremo così, in successione, i movimenti di aliquote etniche e di élite burocratiche derivanti dall’appartenenza dell’Italia o d’una parte di essa a un sistema imperiale, che si tratti di quello tardoromano o del bizantino; gli spostamenti di intere popolazioni alla ricerca di nuove sedi, che rispondono alla definizione tradizionale di Völkerwanderungen o a quella, meno felice, d’invasioni barbariche; i trasferimenti occasionati da conquiste militari che non comportano una migrazione di intere popolazioni ma soltanto una sostituzione delle élite, in una prospettiva che diremmo coloniale, come avviene nel Centro-nord con i franchi e poi nel Mezzogiorno con gli arabi, i normanni, gli svevi, gli angioini e gli aragonesi; infine i vasti movimenti di natura economica che si delineano nel basso medioevo, 2 Titolo corrente con l’immigrazione dalla campagna alla città, i trasferimenti di mercanti, artigiani, coloni, l’inserimento nel tessuto socioeconomico italiano di minoranze come ebrei, zingari, albanesi, e l’avvio delle migrazioni stagionali dalla montagna alle città. 1. Migrazioni e deportazioni imperiali. 1.1. L ’ i m p e r o r o m a n o e i l r i p o p o l a m e n t o d e l l ’ I t a l i a 1. L’impero romano praticava il trasferimento, più o meno forzato, di interi gruppi tribali o di aliquote etniche, a fini di ripopolamento o di sicurezza. Marco Aurelio fu il primo imperatore che assegnò terra in Italia a nuclei di barbari danubiani sottomessi: prima di lui, stanziamenti di questo genere erano sempre stati confinati in province più periferiche. Lo spopolamento della penisola, dovuto alla terrificante epidemia di vaiolo che infuriò proprio in quegli anni, spiega probabilmente questa decisione che non aveva precedenti dall’età tardorepubblicana. Tuttavia l’esperimento non fu felice: i barbari installati presso Ravenna si ribellarono e a un certo punto si impadronirono addirittura della città, per cui Marco deportò altrove tutti i contingenti insediati in Italia, ed evitò poi sempre di ammetterne altri nella penisola. Nel corso del iii secolo, nonostante i crescenti squilibri demografici, nessuno tentò più di insediare profughi o deportati in Italia: bisognerà attendere Costantino perché un imperatore sia di nuovo abbastanza forte e spregiudicato da intraprendere un’operazione di questo genere. Scacciati dalle steppe transdanubiane dalla pressione dei goti e da una rivolta dei loro stessi schiavi, molti capi dei sarmati si rivolsero all’imperatore chiedendo di essere accolti nell’impero con la loro gente; i profughi, che una fonte contemporanea valuta alla cifra fantastica di 300 000 persone, vennero risistemati in varie zone fra cui l’Italia. Il biografo di Costantino, Eusebio di Cesarea, si entusiasmò per il gesto umanitario che permise a un intero popolo, fino ad allora abbrutito nella «bestialità barbarica», di sperimentare i benefici della «libertà romana». E probabilmente in questa occasione che vennero costituite le quindici praefecturae Sarmatarum gentilium che la Notitia Dignitatum, alla fine del iv secolo, indica come operative in Italia. Questi uffici, che dipendevano dall’amministrazione militare e non da quella civile, ricordano molto da vicino le praefecturae laetorum istituite in Gallia per gestire l’insediamento dei 1 Cfr. l. cracco ruggini, I barbari in Italia nei secoli dell’Impero, in Magistra barbaritas. I barbari in Italia, Milano 1984, pp. 3-51; a. marcone, Dal contenimento all’insediamento: i Germani in Italia da Giuliano a Teodosio Magno, in b. e p. scardigli (a cura di), Germani in Italia, Roma 1994, pp. 239-52; a. barbero, Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano, Roma-Bari 2006. Titolo corrente 3 prigionieri romani rimpatriati, dei profughi dalle zone di guerra e dei barbari catturati, ricollocati come coloni sui latifondi; è dunque verosimile che anche l’accoglienza dei profughi sarmati sia stata gestita secondo la medesima prassi operativa, insediandoli su terre incolte acquisite dal fisco oppure su latifondi privati, con uno status di coloni soggetti all’imposta e alla leva. La distribuzione geografica dei sarmati in Italia è molto ampia e dà un’idea impressionante dello spopolamento di certe regioni, soprattutto nel Nord-ovest: i quattordici prefetti di cui conosciamo la collocazione, infatti, sono insediati in Puglia-Calabria, Bruzio-Lucania, Sannio, Friuli, Oderzo, Padova, Cremona, Bologna, e ben sei nell’attuale Piemonte, a Torino, Acqui-Tortona, Novara, Vercelli, Ivrea, Pollenzo. Analoga, anche se su scala meno vasta, appare la deportazione di alamanni dall’area del Reno alla pianura padana sotto il regno di Valentiniano: nel 370 il generale Teodosio condusse contro di loro una campagna vittoriosa e «tutti quelli che catturò, per ordine dell’imperatore li mandò in Italia, dove, insediati in un paese fertile, ormai vivono e lavorano lungo il Po, pagando un tributo»2. Può stupire che in questo passo Ammiano Marcellino parli dei coloni barbari insediati nella pianura padana come di cosa pacifica, su cui non mette conto di aggiungere dettagli: è giocoforza ammettere che anche in Italia, ormai da tempo suddivisa in province e spogliata degli antichi privilegi, l’impiego di deportati per riempire i vuoti della popolazione agricola era diventato prassi del tutto abituale. Sette anni dopo, del resto, alla vigilia della catastrofe di Adrianopoli, un altro generale dell’impero d’Occidente, dopo aver sconfitto nei Balcani una grossa banda di goti e taifali, deportò in Italia i superstiti e li insediò come coloni nella zona più spopolata della pianura padana, intorno a Modena, Reggio e Parma: anche in quel momento di emergenza, l’amministrazione imperiale continuava a considerare i barbari catturati come manodopera a basso costo che non andava sprecata, e non si faceva nessuno scrupolo di impiegarli per rivitalizzare l’economia di un’Italia in declino. 1.2. L’impero bizantino e l’ellenizzazione del Mezzogiorno 3. La politica delle deportazioni e del ripopolamento assume una tonalità diversa a partire dal vi secolo: quando cioè l’impero romano, ormai intera2 ammiano marcellino, XXVIII.5.15. Cfr. v. von falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, Bari 1978, pp. 26-27, 173-75; a. guillou e f. burgarella, L’Italia bizantina. Dall’esarcato di Ravenna al tema di Sicilia, Torino 1978; g. paulis, Lingua e cultura nella Sardegna bizantina. Testimonianze linguistiche dell’influsso greco, Sassari 1983; j.-m. martin, La Pouille du VIe au XIIe siècle, Roma 1993, pp. 509-18; c. mutafian, L’immigration arménienne en Italie, in m. balard e a. ducellier (a cura di), Migrations et diasporas méditerranéennes (Xe-XVIe siècles), Paris 2002, pp. 34-36; a. jacob, j.-m. martin e g. noyé (a cura di), Histoire et culture de l’Italie byzantine, Roma 2006. 3 4 Titolo corrente mente ellenizzato, si ritrova a governare soltanto una parte del territorio italico, abitata da popolazioni romane e longobarde che i rappresentanti di Costantinopoli percepiscono sempre più come straniere dal punto di vista linguistico e religioso. Accanto a interventi di rivitalizzazione su scala locale, come quando Narsete ripopola Napoli, svuotata dalla guerra greco-gotica, deportandovi gli abitanti di Cuma, Pozzuoli, Nola e Sorrento4, si assiste sempre più spesso al trasferimento verso l’Italia meridionale di popolazioni provenienti dall’Oriente, in parallelo all’immigrazione di funzionari, militari ed ecclesiastici, coll’intento non solo di ripopolare il paese, ma di ellenizzarlo. Nel corso del vii secolo la Sicilia – divenuta nuova frontiera dell’impero dopo la conquista araba di Cartagine – e la Calabria meridionale conoscono un afflusso sistematico di Greci che ne modifica il panorama linguistico ed etnico. La creazione del tema di Sicilia, fra il 687 e il 695, e poi il passaggio delle diocesi siciliane e calabresi sotto la giurisdizione del patriarcato di Costantinopoli sanciscono la nuova prevalenza dell’elemento greco su quello romano in entrambe le regioni. I singoli interventi di trasferimento o deportazione menzionati dalle fonti sono soprattutto quelli che comportano il ricollocamento in Italia di profughi scacciati dalle invasioni. Nel 587-88 gli abitanti di Patrasso in fuga davanti agli Avari sono trasferiti in massa in Calabria e installati nell’area di Reggio. In quest’epoca molti profughi sono latinofoni, e quindi non contribuiscono alla politica di ellenizzazione avviata dal governo imperiale: è il caso dei fuggiaschi affluiti in Sicilia dal continente per scampare all’invasione longobarda, cui fa riferimento la corrispondenza di Gregorio Magno, o di quelli che lasciano i Balcani di fronte all’avanzata degli slavi, come quel dalmata che nel 598 era vescovo di Squillace. Più tardi, però, l’emigrazione grecofona diviene prevalente: in Sicilia e in Calabria è ampiamente documentata, a partire dal vii secolo, la presenza di profughi dalla regione siro-palestinese, cacciati prima dall’invasione sassanide e poi da quella araba, e di nordafricani, in fuga davanti alle scorrerie maure e poi alla conquista musulmana. Fra costoro, molti ecclesiastici si spingono fino a Roma, alimentando il carattere cosmopolita della metropoli, ricca di monasteri greci, siriani e armeni, e dove molti orientali accedono in quest’epoca al pontificato. Per gran parte dell’viii e del ix secolo, esaurite le grandi invasioni e stabilizzati i confini dell’impero, i flussi rallentano, sebbene ancora nel 792 Costantino VI trasferisca in Sicilia un nucleo di popolazione armena. Ma una nuova ondata di profughi segna le tappe della conquista araba in Sicilia, con conseguenze rilevanti per la composizione etnica dell’Italia meridionale: è infatti una popolazione in prevalenza o interamente grecizzata quella che prima affluisce nella Calabria meridionale, poi colonizza le aree 4 Cfr. g. vitolo, Le città campane fra Tarda Antichità e Alto Medioevo, Salerno 2005, p. 9. Titolo corrente 5 largamente disabitate della Sila, e in parte si spinge fino al Salento, l’unico lembo di Puglia che a quella data è sfuggito all’invasione longobarda. Per consenso comune di storici e linguisti, risale a questo costante afflusso di profughi dalla Sicilia nel corso del ix secolo, e non a una sopravvivenza più arcaica, l’ellenizzazione dell’Aspromonte e soprattutto del Salento, dove gli otto o nove villaggi che ancor oggi parlano il grico ne costituiscono l’ultimo avanzo. A un’epoca più tarda, tra il x e l’inizio dell’xi secolo, risalgono invece i limitati reinsediamenti di comunità slave nel Gargano, in seguito al dilagare delle invasioni bulgare nei Balcani. Una politica di trasferimenti programmati da parte del governo imperiale ritorna di attualità dopo la riconquista di gran parte della Puglia e della Basilicata ai danni degli arabi e dei longobardi, negli anni 870-81. Per garantirsi il controllo di quest’area – dove la popolazione ha ormai assunto in massa l’identità longobarda, tanto che l’organizzazione amministrativa impiantata sul posto dalle autorità romane prende il nome di tema di longobardia – Costantinopoli trasferisce migliaia di contadini dal Peloponneso, in genere liberti provenienti da grandi latifondi privati; e avvia l’edificazione di un gran numero di città nuove, porti o castella, realizzata con trasferimenti di popolazione dall’Oriente greco e armeno. Sui confini desertici fra Calabria e Basilicata è invece il trasferimento di monaci dalla Calabria meridionale, e di nuclei di popolazione contadina impiantati intorno ai monasteri, a dar luogo alla creazione di una zona grecofona omogenea, che rimarrà peraltro sempre isolata in una regione a maggioranza longobarda. Le zone della Calabria sottratte, nella stessa epoca, alla dominazione araba sono egualmente oggetto di interventi mirati, fin dal momento in cui Niceforo Foca, conclusa vittoriosamente la campagna nell’885, espelle le comunità arabe locali e insedia al loro posto le proprie truppe armene con le loro famiglie. L’abitudine del governo a gestire con disinvoltura vasti trasferimenti di popolazione accomuna, come si vede, la prassi dell’età bizantina a quella dell’impero romano, col risultato, in un caso come nell’altro, di provocare significativi rimescolamenti nella composizione etnica delle popolazioni italiche. La logica di queste operazioni si va, però, col tempo modificando: l’installazione di barbari stranieri a fini di rivitalizzazione economica lascia sempre più il posto al reinsediamento di popolazioni già suddite dell’impero, dettato dalla necessità di sistemare nuclei di profughi in fuga da altre province, oppure dal disegno politico di ellenizzare dal punto di vista linguistico e religioso le marche di frontiera col mondo arabo e con quello latino-cattolico. 6 Titolo corrente 2. Le migrazioni di popoli. 2.1. G l i o s t r o g o t i 5. Lo stanziamento autonomo in Italia di interi popoli barbari che si trasferiscono nella penisola e ne assumono il controllo politico è anch’esso un frutto del sistema imperiale tardoromano, dal momento che migrazioni di questo genere, in tutto l’Occidente, si verificavano per lo più in seguito a espliciti accordi con il governo imperiale. Teodorico, capo dei goti stanziati nei Balcani, poteva vantare una conoscenza diretta dei palazzi di Costantinopoli, il grado romano di magister militum e addirittura una nomina a console, quando nel 487-88 concordò con l’imperatore Zenone il trasferimento della sua gente in Italia, coll’impegno di liquidare il generale barbaro Odoacre che da una dozzina d’anni, dopo aver deposto l’imperatore romolo Augustolo, governava il paese. Lo stanziamento dei goti si configurò come un’invasione solo in quanto Odoacre, e quegli ampi settori delle élite italiche che collaboravano con lui, opposero una dura resistenza; ma una volta completata la conquista, Teodorico governò l’Italia sulla base d’un mandato imperiale e non faticò a ricostituire un consenso generalizzato, anche se ci volle qualche anno perché Costantinopoli digerisse il titolo di rex cui i suoi uomini l’avevano inopinatamente innalzato. Al loro ingresso in Italia i goti erano forse centomila, donne e bambini compresi; una ristrettissima minoranza, dunque, rispetto ai molti milioni di romani che popolavano il paese. Per il loro mantenimento venne stanziato, secondo l’uso praticato anche altrove in casi simili, un terzo dei redditi fiscali di ciascuna provincia. L’insediamento e le relative assegnazioni avvennero unitariamente in tutta Italia dopo la fine della guerra contro Odoacre, a cura degli uffici del prefetto del pretorio, Liberio, il quale vi diede prova di un’efficienza molto lodata dai contemporanei. Le quote, o sortes, assegnate individualmente e in perpetuo a ciascun capofamiglia, permettevano di riscuotere direttamente l’imposta da un certo numero di contribuenti romani; ad esse si aggiungevano donativi annuali in denaro liquido, pagati dal governo a ciascun guerriero in servizio attivo. I membri della famiglia reale e altri capi gotici ricevettero patrimoni fondiari scorporati dal demanio, che fecero di loro dei grandissimi latifondisti al modo dei senatori romani. Teodorico era a capo di un regno binazionale, dove vigeva il diritto romano, ma in cui la minoranza gotica manteneva un’identità separata, costituendo una casta militare privilegiata rispetto agli altri sudditi. I goti insediati in ciascuna zona obbedivano a capi propri, rispecchiando raggruppa5 Cfr. Teoderico il Grande e i goti d’Italia. Atti del XIII Congresso internazionale di studi sull’Alto Medioevo, Spoleto 1993; a. carile (a cura di), Teoderico e i goti tra Oriente e Occidente, Ravenna 1995; p. heather, I goti, Genova 2005 (ed. or. 1996), pp. 223 sgg. Titolo corrente 7 menti e fedeltà che risalivano al tempo dell’immigrazione, a volte anche su base etnica (non tutti i nuovi venuti dai Balcani erano propriamente goti, anche se lo diventavano nel momento in cui accettavano la leadership di Teodorico). L’archeologia li ritrova in tutta l’Italia centrosettentrionale, con concentrazioni particolarmente forti nell’area del Ticino, nel Veneto e fra Marche e Abruzzo; dal confronto con le fonti letterarie sembra emergere un modello di insediamento legato soprattutto a considerazioni strategiche, con nuclei di guerrieri insediati con le loro famiglie a protezione dei passi alpini e della costa adriatica, e i tre palazzi reali di Pavia, Verona e Ravenna intesi come poli di raccordo dell’insieme dei goti. La guerra di riconquista bizantina, durata dal 535 al 553, non provocò soltanto il tracollo del regno, ma la scomparsa della popolazione gotica, in gran parte sterminata durante la guerra. I goti superstiti vennero sistematicamente deportati dall’Italia e reinsediati in Oriente, oppure si fusero con la popolazione italica rinunciando alla propria identità; in ogni caso, cessarono di esistere come elemento etnico riconoscibile e influente. 2 . 2 . I l o n g o b a r d i 6. L’Italia era stata riconquistata dai generali di Giustiniano da soli quindici anni quando, nel 568, il re dei longobardi Alboino decise di lasciare la Pannonia, dove la vicinanza degli Avari si stava facendo minacciosa, per trasferirsi col suo popolo in Italia. Attraverso le Alpi Giulie entrarono nella penisola 150-200 000 persone, accompagnate da vaste mandrie di bestiame: un popolo eterogeneo in cui erano confluiti molti appartenenti ad altre etnie, compresi gli indigeni romanizzati della Pannonia. Non si può escludere che il trasferimento sia stato concordato con il governo imperiale, che forse pensava a un ripopolamento della Venezia, e che poi l’operazione sia sfuggita di mano, allargandosi ad aree non previste dall’accordo e degenerando nella violenza. Il paese era spopolato ed esausto e in molti casi gli invasori vennero accolti senza opporre resistenza: l’archeologia urbana non rivela distruzioni o incendi a questo livello cronologico. Il ripiegamento dell’amministrazione bizantina fu però accompagnato dall’evacuazione di molti grandi proprietari, e dalla fuga dei vescovi e del clero cattolico davanti agli invasori non ancora convertiti. La violenza crebbe durante l’interregno seguito alla morte del secondo re, Clefi, nel 574, quando per una decina d’anni non ci fu un re e nella competizione armata fra le decine di capi locali divennero regola la liquidazione violenta del ceto senatorio, la devastazione e l’abbandono delle ultime villae rustiche, lo sfruttamento parassitario della grande proprietà fondia6 Cfr. j. jarnut, Storia dei Longobardi, Torino 2002 (ed. or. 1982); n. christie, I Longobardi. Storia e archeologia di un popolo, Genova 1997 (ed. or. 1995); s. gasparri (a cura di), Il regno dei Longobardi in Italia. Archeologia, società e istituzioni, Spoleto 2004. 8 Titolo corrente ria, il saccheggio delle chiese e dei loro tesori. Là dove si riuscì a mettere in piedi una convivenza meno violenta, venne adottata una versione più rozza del sistema già sperimentato con i goti, per cui un terzo delle entrate dei superstiti proprietari terrieri romani era pagato ai capi longobardi e ridistribuito da costoro ai propri fedeli. Alla fine del vi secolo, il nuovo re Autari riportò l’ordine assumendo per la prima volta tratti della tradizione imperiale romana, come il titolo di Flavius; al contempo però il sistema della tertia, che implicava una qualche residua capacità amministrativa e impositiva, venne abbandonato, e la grande proprietà terriera fu confiscata e distribuita direttamente ai longobardi. Diversamente dai goti, i longobardi impiegarono parecchie generazioni per allargare la loro occupazione a quasi tutta l’Italia, e non giunsero mai a occupare la laguna veneta, l’entroterra romano e napoletano, il Salento, la Calabria meridionale e le isole. In tutto il resto della penisola, dal Friuli o dal Piemonte fino alla Terra di Bari e alla Basilicata, la popolazione longobarda seppur numericamente limitata costituì l’elemento dominante; e la sua identità nazionale, determinata essenzialmente dal senso di appartenenza al regnum e dall’osservanza dell’Editto di Rotari, si estese gradualmente all’intera popolazione. In Terra d’Otranto ancora intorno al Mille venne compilata una traduzione in greco dell’Editto, evidentemente necessaria per la convivenza civile fra le popolazioni greche del Salento e quelle stanziate appena più a nord7. Al loro arrivo in Italia i longobardi parlavano una lingua germanica, e il loro cristianesimo ariano conviveva con robusti avanzi di culti politeistici; col tempo, però, essi persero tutti questi tratti, assimilandosi alle popolazioni latinofone e cattoliche della penisola. Dal re Agilulfo (591-616), che s’intitola per la prima volta «gratia Dei… rex totius Italiae», si può far cominciare l’integrazione della popolazione romana nel regno, o se si vuole la sua longobardizzazione. All’epoca di Carlo Magno l’assimilazione di longobardi e italici è completa: i termini Italia e Longobardia sono diventati sinonimi; longobardi diviene tanto per gli autoctoni quanto per gli stranieri, e lo resterà fino al Duecento, il nome generico degli abitanti sia della pianura padana, dove s’impone però ben presto la contrazione lombardi, sia del Mezzogiorno campano-pugliese. Titolo corrente 9 popolo, ma soltanto l’arrivo di una ristretta élite di conquistatori e di amministratori. Anche queste sono, a loro modo, migrazioni, e si prolungano ben al di là del momento della conquista: giacché di solito quest’ultima istituisce un rapporto di collegamento politico, e di subordinazione, rispetto a realtà statali esterne alla penisola, da cui continuano ad arrivare anche in seguito colonizzatori in cerca di fortuna. La scarsità demografica degli arrivi fa, però, sì che l’elemento immigrato si diluisca piuttosto rapidamente nella popolazione locale; è solo nei casi in cui insieme a uomini d’arme e d’amministrazione, venuti a gestire il paese conquistato, si trasferiscono anche artigiani e contadini che le comunità risultanti si rivelano più coese e di maggiore durata, tanto da dare vita ad alcune delle minoranze linguistiche ancor oggi presenti in varie zone d’Italia. E questa la situazione che si creò con la conquista dell’Italia da parte di Carlo Magno nel 773-74. Il regno longobardo non venne abolito, ma inserito nella più ampia organizzazione dell’impero carolingio, dapprima col nome tradizionale di regnum Langobardorum e poi con quello sempre più corrente di regno d’Italia. La maggioranza della popolazione continuò a praticare la legge longobarda o, molto più raramente, quella romana, ma gli uomini di governo erano quasi tutti franchi, sistemati nel paese in diverse ondate fra viii e ix secolo insieme alle loro clientele di vassalli armati. Se in termini assoluti questa immigrazione transalpina non dev’essere sopravvalutata, si trattava però di gente che veniva a svolgere un ruolo di spicco nella società locale, sicché nei gruppi dirigenti e più in generale nell’élite dei possessores la presenza dei nuovi venuti fu piuttosto significativa. Là dove si è potuto tentare un calcolo, si è constatato che nei secoli a cavallo del Mille la maggioranza di coloro che detenevano un qualche ufficio pubblico, e dal 20 al 30 per cento di tutte le persone coinvolte in processi, compravendite o donazioni, dichiaravano di seguire la legge salica dei franchi, o in alcune zone, come ad Asti, la legge degli alamanni. Tutti costoro peraltro s’integrarono col tempo nella popolazione locale e quando, nel tardo xii secolo, si diradò fino a scomparire l’uso delle leggi barbariche e delle relative professioni di legge davanti a giudici e notai, scomparve anche ogni traccia d’una presenza di franchi – mentre invece la penetrazione di contadini e pastori bavari attraverso il Brennero, divenuta possibile dopo che entrambi i versanti risultarono integrati in un unico impero, spostò il confine linguistico fra parlate romanze e teutoniche con effetti che durano ancor oggi8. 3. Migrazioni di tipo coloniale. L’Italia, al Nord e soprattutto al Sud, fu spesso oggetto di conquiste che non comportavano una Völkerwanderung, il trasferimento cioè d’un intero 7 n. francovich onesti, I Longobardi nel Sud: cultura scritta e tracce linguistiche, in l. sinisi (a cura di), Presenze longobarde in Italia. Il caso della Puglia, Ravenna 2007, p. 43. 8 Cfr. e. hlawitschka, Franken, Alemannen, Bayern und Burgunder in Oberitalien (774-962), Freiburg im Breisgau 1960; r. bordone, Un’attiva minoranza etnica nell’alto medioevo: gli Alamanni del comitato di Asti, in «Quellen und Forschungen», LIV (1974), pp. 1-57; a. castagnetti, «Teutisci» nella «Langobardia» carolingia, Verona 1995; id., Immigrati nordici, potere politico e rapporti con la società longobarda, in s. de rachewiltz e j. riedmann (a cura di), Kommunikation und Mobilität im Mittelalter. Begegnungen zwischen den Süden und der Mitte Europas (11.-14. Jahrhundert), Sigmaringen 1995, pp. 27-60. 10 Titolo corrente Titolo corrente 11 Caratteri in parte simili, nonostante la lontananza geografica e culturale, presenta la conquista araba della Sicilia: anch’essa fu intrapresa da un organismo statale esterno, l’emirato aghlabide di Tunisia, e si tradusse poi in una sostanziale autonomia all’interno della più vasta dominazione fatimide d’Egitto; anch’essa non comportò un’immigrazione di massa, ma soltanto lo stanziamento di capi arabi e berberi con i loro seguiti militari, anche se l’egemonia arabo-islamica si tradusse sul lungo periodo nell’arabizzazione linguistica e nella conversione all’Islam di consistenti settori della popolazione. L’inserimento nella koiné araba e nella sua prospera economia mediterranea ebbe fra i suoi effetti più vistosi, dal punto di vista delle migrazioni, una fittissima circolazione di mercanti per e dalla Sicilia, fra Palermo, Mazara, Cordova, Kairouan e il Cairo. I documenti della genizah cairota permettono di seguire particolarmente da vicino gli spostamenti dei mercanti ebrei, siciliani che vanno a stabilirsi in Egitto o in Ifriqiyya, oppure nordafricani che si installano in Sicilia; ma non c’è dubbio che la stessa mobilità si riscontra fra i mercanti arabi sulle due sponde del Mediterraneo9. A partire dall’inizio dell’xi secolo l’intero Mezzogiorno venne sommerso dall’invasione normanna. Lo straordinario successo militare e politico dei nuovi venuti non deve nascondere che anche in questo caso non siamo di fronte a una Völkerwanderung, ma a un afflusso irregolare di nobili con le loro clientele militari, in gran parte esiliati dal ducato di Normandia per ragioni politiche, anche se è probabile che col tempo alle ragioni delle partenze si sia aggiunto il desiderio di fare fortuna in una terra di frontiera dove era facile farla. L’analisi di tutta la documentazione disponibile ha permesso di identificare nel Mezzogiorno esponenti di 274 famiglie originarie della Normandia vera e propria e 111 provenienti da altre zone della Francia, di cui oltre un terzo appartenenti alla classe cavalleresca; in totale il fenomeno interessò dunque appena qualche migliaio di persone, per lo più maschi scapoli che avrebbero sposato donne del posto, sicché la loro identità etnica si annacquò rapidamente. La presenza normanna è quasi nulla nelle maggiori città, come Amalfi, Bari, Benevento, Napoli e Salerno, e in zone come l’Abruzzo, dove l’aristocrazia autoctona sopravvive in gran parte; ma anche altrove gli invasori si avvalgono di personale indigeno per l’amministrazione dei territori conquistati, il che conferma l’estrema scarsità del flusso migratorio10. Con la rapida scomparsa dell’identità linguistica ed etnica dei conquistatori contrasta la durata nel tempo dei cosiddetti insediamenti «lombardi» di Sicilia, con i loro tratti dialettali galloitalici rimasti riconoscibili per secoli. Le più antiche di queste colonie si fanno comunemente risalire ai primi tempi della conquista normanna, quando l’urgenza di intervenire sulla composizione etnica e religiosa della popolazione isolana indusse Ruggero il Gran Conte a programmare trasferimenti di coloni dall’area ligure-piemontese, sfruttando i rapporti allacciati con signori di quella zona dopo il suo matrimonio del 1089 con Adelaide del Vasto. Un tipo d’intervento che continuò a essere praticato anche all’epoca degli svevi in diverse zone del Regno, ma soprattutto in Sicilia, in seguito alla sistematica deportazione della popolazione musulmana dell’isola verso la nuova zona d’insediamento individuata in Puglia attorno a Lucera: un esempio ben noto è il ripopolamento di Corleone deciso da Federico II nel 1237, e poi attuato sull’arco di parecchi decenni, mediante ripetute concessioni fatte a «hominibus de partibus Lombardiae»11. La conquista angioina dell’Italia meridionale, nel 1266, comportò il trasferimento in Italia d’un gran numero di persone, soprattutto uomini d’arme e balestrieri dell’esercito di Carlo d’Angiò, domestici e chierici della sua corte, oltre a una ristretta élite di grandi vassalli, alti funzionari e prelati. In tutto sono stati identificati i nomi di circa 4500 provenzali e francesi presenti in Italia dal 1265 al 1284: l’immissione di personale transalpino fu così ampia che a partire dagli anni settanta del secolo il francese sostituì il latino come lingua amministrativa del Regno. Non tutti però si stabilirono durevolmente nel paese: soprattutto tra i francesi del Nord molti rientrarono in Francia, compresi alcuni dei nobili che avevano ricevuto feudi al momento della conquista. Maggior successo ebbe l’impianto di mercanti provenienti dalla Francia meridionale, incoraggiato con la concessione di privilegi ai marsigliesi – ma anche ai toscani, di cui Carlo si servì largamente – nelle città siciliane, napoletane e pugliesi. Il governo angioino promosse anche l’immigrazione di artigiani provenzali e francesi: a Lucera, da ripopolare dopo la distruzione nel 1300 della grande comunità musulmana creata da Federico II, giunsero 140 famiglie, attirate con un piano di colonizzazione, trasporto gratuito, concessioni fondiarie e anticipi di sementi e denaro; a iniziative analoghe risalgono le comunità francoprovenzali soprav- 9 u. rizzitano, Gli Arabi di Sicilia, in Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, Torino 1983, pp. 365-434; h. bresc, Arabes de langue, juifs de religion. L’évolution du judaisme sicilien dans l’environnement latin, XIIe-XVe siècle, Paris 2001, pp. 16-19. 10 l.-r. ménager, Pesanteur et étiologie de la colonisation normande de l’Italie, in Roberto il Guiscardo e il suo tempo. Atti delle prime Giornate normanno-sveve, Roma 1975, pp. 189-214, nonostante le obiezioni di a. varvaro, Les Normands en Sicile aux XIe et XIIe siècles. Présence effective dans l’île des hommes d’origine normande et gallo-romaine, in «Cahiers de Civilisation Médiévale», XXIII (1980), pp. 199-213. 11 i. peri, La questione delle colonie «lombarde» in Sicilia, in «Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino», LVII (1959), pp. 253-80; i. mirazita, I «Lombardi» di Corleone e il Vespro, in Presenza ed espansione della Corona d’Aragona in Italia (secc. XIII-XV), Sassari 1996, vol. III, pp. 607-14. Sulla liquidazione della popolazione araba in Sicilia e il suo trasferimento in Puglia cfr. j.-m. martin, La colonie sarrasine de Lucera et son environnement. Quelques réflexions, in Mediterraneo medievale. Scritti in onore di F. Giunta, Soveria Mannelli 1989, vol. II, pp. 795-811; s. tramontana, Società e gruppi etnici in Italia nell’età sveva, in c. d. fonseca (a cura di), Mezzogiorno - Federico II Mezzogiorno, Roma 1999, vol. I, pp. 35-47. 12 Titolo corrente vissute fino ad oggi in Capitanata. Questo impegno di colonizzazione non durò tuttavia a lungo, e non ebbe conseguenze di rilievo sul piano demografico: dopo la morte di Carlo I l’immigrazione non fu più incoraggiata, la nobiltà feudale e il personale di governo si italianizzarono, e ai primi del Trecento il latino ridivenne la lingua ufficiale dell’amministrazione12. Meccanismi analoghi furono messi in atto dalla monarchia aragonese dopo la conquista della Sicilia e della Sardegna fra Duecento e Trecento, con larga presenza di personale catalano o comunque iberico nell’amministrazione, nella feudalità e nei commerci, e uso frequente della lingua catalana nella corrispondenza amministrativa. Nel caso della Sardegna, si tentò anche di organizzare migrazioni più massicce a fini di colonizzazione. Il paese era abitato da una rada popolazione indigena, guardata con sospetto dai conquistatori, mentre le infrastrutture urbane e commerciali, interamente in mano a pisani e genovesi, erano collassate al momento della loro espulsione. Perciò la monarchia aragonese s’impegnò in un sistematico sforzo di ripopolamento, concedendo privilegi a mercanti e artigiani catalani disposti a trasferirsi sull’isola, e ostinandosi a riservare a costoro il diritto di risiedere nelle città. A Sassari, nel 1328, venne pianificato il trasferimento di ben mille nuclei familiari, da sistemare in case e terre confiscate. Il risultato, tuttavia, fu fallimentare: moltissimi coloni ripartirono dopo pochi mesi, la malaria decimò i più ostinati e scoraggiò ulteriori adesioni. Solo ad Alghero, l’ultima città dell’isola a cadere in mano aragonese, dove ai coloni venne imposto di farsi raggiungere dalle mogli entro sei mesi e di risiedere un minimo di 5 o 10 anni prima di poter rivendere tutto e ripartire, si riuscì nell’intento di creare una duratura comunità catalana13. Nel Tre e ancor più nel Quattrocento, peraltro, i flussi migratori all’interno del vero e proprio impero mediterraneo costruito dalla dinastia aragonese vanno ben al di là dell’immigrazione dalla penisola iberica verso l’Italia meridionale e insulare. Ad essa si aggiungono infatti movimenti di amministratori, mercanti e artigiani provenienti da altre zone d’Italia e in particolare dalla Toscana, che hanno un ruolo di primo piano nel maneggio dell’economia locale14. La realtà della Sicilia, della Sardegna e nel Quattrocento dell’intero Mezzogiorno torna così ad avvicinarsi, per un verso, a una tipologia di tipo imperiale come quelle che abbiamo descritto per la dominazione bizantina e quella araba, quando l’appartenenza politica significava anche, in senso più ampio, inserimento in una vasta area mediterranea di scambi economici e culturali; ma per altro verso s’inserisce pie12 s. pollastri, La présence ultramontaine dans le Midi italien (1266-1330), in «Studi storici meridionali», XV (1995), pp. 3-20. 13 j. day, Uomini e terra nella Sardegna coloniale, XII-XVIII secolo, Torino 1987, pp. 64-72. 14 Cfr. m. tangheroni (a cura di), Commercio, finanza, funzione pubblica. Stranieri in Sicilia e in Sardegna nei secoli XIII-XV, Napoli 1989, e sotto, nota 26. Titolo corrente 13 namente in quella nuova mobilità che caratterizza tutta l’Italia, e in particolare il mondo delle città, in conseguenza dello sviluppo economico bassomedievale. 4. Migrazioni e sviluppo economico15. La crescita dell’economia italiana a partire dal Mille si traduce in un costante flusso di immigrazione dalle campagne verso le città. A trasferirsi sono innanzitutto i possessores del contado, proprietari terrieri che continueranno a trarre dall’agricoltura gran parte del proprio reddito anche dopo essersi integrati nella comunità cittadina; ma via via che il rafforzamento politico dei comuni urbani indebolisce e, in ampie zone d’Italia, smantella il reticolo dei poteri signorili, l’immigrazione investe masse più ampie di contadini poveri, che soddisfano la costante richiesta di manodopera delle città. Si crea così un duplice canale migratorio: da un lato l’immigrazione di proprietari o artigiani che tramite un giuramento di cittadinatico sono accolti nella comunità politica urbana, e edificano una casa in città; dall’altro l’afflusso, meno ben regolamentato, di poveri che vanno a servizio vivendo in casa dei padroni, quando non finiscono addirittura per alimentare un’ampia sottoclasse di miserabili e mendicanti. La politica dei comuni urbani non è la stessa nei confronti dei due fenomeni16. L’immigrazione dei proprietari in grado di comprare o costruire una casa e di pagare l’imposta è sempre ben accolta, e spesso incentivata con privilegi fiscali; si tratta di un fenomeno per forza di cose limitato sul piano quantitativo, tranne forse nelle maggiori metropoli: in una città padana medio-piccola come Vercelli si inurbano all’inizio del Duecento, che è il momento di massima crescita, una media di venticinque famiglie all’anno17. All’immigrazione dei poveri le autorità prestano molta meno attenzione, e di conseguenza è assai più difficile per noi quantificarla; all’inizio, anch’essa è considerata una risorsa, ma col tempo si cerca di controllarla impedendo, ad esempio, che si trasferiscano in città i lavoratori soggetti ai 15 Cfr. il fondamentale r. comba, g. piccinni e g. pinto (a cura di), Strutture familiari epidemie migrazioni nell’Italia medievale, Napoli 1984, e specialmente il saggio di r. comba, Aspetti economico-sociali della mobilità geografica nei secoli XI-XVI, pp. 45-74; molti saggi di r. comba e i. naso (a cura di), Demografia e società nell’Italia medievale (secoli IX-XIV), Cuneo 1994; nonché g. pinto, I flussi migratori nell’Italia del Basso Medioevo: stato delle ricerche, in Le migrazioni internazionali dal medioevo all’età contemporanea: il caso italiano, «Bollettino di Demografia Storica», XII (1990), pp. 73-78. 16 Cfr. r. bordone, La società urbana nell’Italia comunale (secoli XI-XIV), Torino 1984, pp. 5276, e g. pinto, La politica demografica delle città, in Strutture familiari epidemie migrazioni cit., pp. 19-43. 17 g. gullino, Inurbamento ed espansione urbana a Vercelli tra XII e XIII secolo, in Vercelli nel XIII secolo, Vercelli 1984, pp. 279-325. 14 Titolo corrente proprietari cittadini, e addirittura si tenta di risospingere verso la campagna a rischio di spopolamento gli immigrati più poveri e marginali. Una conseguenza importante e ben visibile del fenomeno migratorio nel Due-Trecento è lo sviluppo dei sobborghi. Con la saturazione degli spazi interni alla cerchia muraria gli immigrati, soprattutto i meno agiati, acquistano i sedimi per costruire le proprie case all’esterno delle porte, in doppia fila lungo gli assi stradali che conducono in città. Si formano così i borghi, o suburbia, che spesso prendono il nome dalla porta di riferimento, e che in diversi casi verranno più tardi riassorbiti dalla città con l’edificazione di una nuova e più ampia cinta muraria. L’urbanizzazione di queste aree è regolamentata dalle autorità cittadine e comporta vere e proprie lottizzazioni, con assegnazione agli acquirenti di lotti uniformi in cui impiantare casa e orto; in queste operazioni immobiliari si distinguono in particolare gli enti religiosi, proprietari di grandi estensioni di terreno all’esterno delle mura. Occasionalmente, operazioni del genere sono intraprese anche per alleggerire il sovraffollamento del centro: a Palermo, fra il 1265 e il 1270, i cavalieri teutonici lottizzano un loro frutteto creando una nuova via, la «rua nova de alamannis», in cui vanno a stabilirsi tanto mercanti pisani quanto famiglie agiate provenienti dall’antico quartiere arabo della Khalsa18. Dal punto di vista dei flussi demografici, la crescita ininterrotta che prosegue dal Mille fino all’inizio del Trecento comporta un aumento percentuale della popolazione urbana, con un trasferimento di uomini su distanze per lo più brevi o medie, ma talvolta anche più elevate. La rete delle città in Italia è fittissima, e questo significa che la maggior parte dei contadini che si inurbano approda a una città lontana al massimo poche decine di chilometri dal luogo di partenza; ma là dove sono stati possibili studi dettagliati si è visto che molti centri accolgono anche una minoranza di immigrati provenienti da piuttosto lontano, da altre regioni e spesso anche d’oltralpe. A Bologna, dove lo studium costituisce un caso eccezionale di attrazione per l’intera cristianità, immigrano artigiani dall’Inghilterra e dalla Polonia, dalla Dalmazia e da Costantinopoli, anche se la grande maggioranza degli inurbati proviene, nell’ordine, dalla Toscana, dalla Lombardia (che comprendeva anche l’Emilia), dal Veneto e dalla romagna19. Nel complesso la società italiana bassomedievale conosce dunque un poderoso rimescolamento di popolazione, che va ben al di là del semplice trasferimento dei contadini dalla campagna alla città più vicina. I comuni urbani negoziano anche a grande distanza per promuovere l’immigrazione di maestranze specializzate, soprattutto nel settore tessile: proprio a Bologna, nel 1231, il comune stipula accordi con lanaioli e setaioli provenienti da pa18 j. heers, La città nel Medioevo in Occidente, Milano 1995 (ed. or. 1990), pp. 202-17. a. i. pini, Città medievali e demografia storica. Bologna, Romagna, Italia (secc. XIII-XV), Bologna 1996, pp. 114-15. 19 Titolo corrente 15 recchie città toscane e lombarde, in particolare Verona e Lucca, offrendo prestiti senza interessi, esenzioni fiscali e agevolazioni per l’alloggio e attirando in città circa 150 maestri con le loro famiglie. Negli ultimi secoli del medioevo i flussi migratori tendono a concentrarsi maggiormente verso le capitali dei nuovi stati regionali, che offrono maggiori opportunità di lavoro e la cui composizione etnica si fa sempre più eterogenea: nel censimento romano del 1527 il 24 per cento delle famiglie risulta provenire da altre regioni, per lo più dal Centro-nord, e ben il 7 per cento da fuori Italia; a Venezia gli immigrati tedeschi, mercanti, soldati e soprattutto artigiani, sono diverse migliaia, e ancora più numerosi fra i lavoratori manuali sono gli immigrati greci, schiavoni e albanesi20. Gli interventi pianificati dalle autorità cittadine interessano anche il contado, che si cerca di ripopolare creando nuovi insediamenti e favorendo l’immigrazione di coloni anche da notevoli distanze, secondo l’esempio che abbiamo già incontrato nel Regno meridionale: Siena importa coloni dall’Appennino e dalla Corsica nel tentativo di evitare lo spopolamento della Maremma. Proprio il caso dei corsi esemplifica bene la nuova realtà bassomedievale d’un continuo travaso di popolazione dalle aree meno sviluppate della penisola, e dai paesi ad essa confinanti, verso le zone in cui è più forte la richiesta di manodopera. Italofoni, i contadini e pastori immigrati per secoli dalla Corsica verso la Toscana e il Lazio avranno anche formato inizialmente comunità a sé stanti, ma si sono successivamente dissolti nel tessuto sociale circostante21. Lo stesso non è accaduto nel caso in cui a trasferirsi, con operazioni pianificate ad alto livello o con microinfiltrazioni attuate per iniziativa locale, sono stati gruppi etnici provenienti dall’esterno, anch’essi attirati dalla possibilità di trovare lavoro in aree economicamente più sviluppate. Esito frequente di queste penetrazioni è la creazione di piccole collettività che restano a lungo isolate dal tessuto sociale circostante, formando quelle isole alloglotte di contadini e pastori che in qualche misura sono sopravvissute fino ad oggi in varie zone d’Italia. In questa tipologia rientra la formazione delle comunità di lingua alamanna intorno al massiccio del Monte Rosa, frutto di un’immigrazione di pastori dal Vallese verso gli alti pascoli del versante valdostano e valsesiano; la presenza di questi teutonici, che dal nome dell’area d’origine continueranno poi sempre a chiamare se stessi Walser, è segnalata a partire dal 20 Cfr. p. braunstein, Appunti per la storia di una minoranza: la popolazione tedesca di Venezia nel Medioevo, in Strutture familiari epidemie migrazioni cit., pp. 511-17; a. i. pini, La demografia italiana dalla peste nera alla metà del Quattrocento: bilancio di studi e problemi di ricerca, in Italia 13501450: tra crisi, trasformazione, sviluppo, Pistoia 1993, pp. 7-33; a. esposito, La popolazione romana dalla fine del secolo XIV al sacco, in e. sonnino (a cura di), Popolazione e società a Roma dal medioevo all’età contemporanea, Roma 1998, pp. 37-49. 21 j.-a. cancellieri, Directions de recherche sur la démographie de la Corse médiévale (XIIIe-XVe siècles), in Strutture familiari epidemie migrazioni cit., pp. 419-31. 16 Titolo corrente Duecento. Sostanzialmente analoga, con provenienza dall’area bavara, sembra essere stata la formazione delle isolate comunità germanofone dell’Altipiano d’Asiago, che fin dal tardo medioevo attribuiranno invece, pittorescamente, la propria origine ai cimbri sconfitti da Caio Mario22. Esito in parte analogo, nonostante una maggiore dispersione, ha l’impianto lungo le coste adriatiche di emigrati dai Balcani, fuggiti nel Quattrocento davanti all’invasione ottomana o semplicemente espulsi dalla povertà di una società arcaica verso paesi in cui maggiori erano le opportunità di lavoro. Sloveni e croati, provenienti dalla Dalmazia, approdano in gran numero nell’entroterra di Ancona e in varie zone del Mezzogiorno adriatico. Ancora più numerosi, gli albanesi giungono almeno in parte a ondate, seguendo i contraccolpi della congiuntura politico-militare: come nel 1466, quando dopo la morte di Skanderbeg suo figlio passa in Italia con molti seguaci, o nel 1534, con la caduta di Corone in mano ai Turchi e l’emigrazione verso l’Italia degli abitanti greci e albanesi, avallata da Carlo V. Nascono così i circa 45 casali albanesi dell’Italia meridionale, particolarmente numerosi in Sicilia, fra Calabria e Basilicata – dove formano un vasto bacino attorno al massiccio del Pollino – e in minor misura in Puglia e Molise. Il fenomeno migratorio dev’essere stato nell’ordine delle decine di migliaia di persone, se il censimento del 1861 conterà nell’ex regno di Napoli oltre 55 000 albanesi23. Dai Balcani e dalla Grecia, dove sono largamente presenti a partire dal Quattrocento, affluiscono in Italia nel corso di questo secolo anche le prime comunità di rom, alcune delle quali si insediano nel Mezzogiorno insieme a quelle albanesi, mentre altre mantengono uno stile di vita nomade. La prima attestazione certa è quella d’un anonimo cronista bolognese, che nel 1422 segnala l’arrivo in città di «uno ducha d’Ezitto... cum donne, putti et homini de suo paese», in tutto un centinaio di persone. La supposta origine egiziana è la stessa che darà origine al termine gitano e all’inglese gypsy, ma il nome con cui i nomadi sono comunemente indicati in Italia, zingari, deriva direttamente da quello corrente nel mondo greco-bizantino, anche se la carovana in questione vagava già da anni per l’Europa centrale. Questo gruppo di nomadi, al pari di altri segnalati in seguito, era munito di bolle papali e di privilegi imperiali – non è tuttora chiaro se autentici o falsificati – che li equiparavano a pellegrini, esentandoli dai pedaggi e invitando i fedeli a fare loro l’elemosina. Le testimonianze coeve attestano concordemente l’enorme curiosità che suscitavano, la loro abilità nel domare i caval22 l. zanzi ed e. rizzi, I Walser nella storia delle Alpi, Milano 1987; g. barbujani et al., No Signature of Y Chromosomal Resemblance Between Possible Descendants of the Cimbri in Denmark and Northern Italy, in «American Journal of Physical Anthropology», CXXXII (2007), pp. 278-84. 23 s. anselmi (a cura di), Italia felix. Migrazioni slave e albanesi in Occidente: Romagna, Marche, Abruzzi, secoli XIV-XVI, Urbino 1988; p. resta, Un popolo in cammino: le migrazioni albanesi in Italia, Lecce 1996, pp. 31-54. Titolo corrente 17 li, di cui facevano anche commercio, e quella delle loro donne nel leggere la mano e nel rubare; in genere bene accolti all’inizio, col tempo suscitarono sospetti, e più di una città rifiutò di accoglierli, o addirittura pagò perché se ne andassero24. Una vicenda particolarmente complessa è quella che porta al moltiplicarsi delle comunità ebraiche, che nel periodo tardoantico e altomedievale erano rimaste limitate a Roma e al Mezzogiorno25. La crescita economica del basso medioevo accrebbe enormemente la domanda di credito, aprendo spazi inaspettati ai prestatori ebraici grazie agli sforzi della Chiesa per limitare la pratica dell’usura da parte dei cristiani. Partendo da Roma, dove si trovava fino ad allora la più importante comunità ebraica d’Italia, i banchieri ebrei impiantano colonie in Umbria, Marche, Toscana tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, col favore della Santa Sede e spesso in stretta collaborazione con i banchieri toscani al servizio del papa. Dopo il ritorno della curia da Avignone nel 1378, una nuova e più massiccia ondata migratoria, così robusta da impoverire per sempre la comunità romana, consolida la presenza dei banchieri ebrei in tutta Italia fino al Po e anche in qualche città del Nord, come Mantova, Ferrara o Padova. Qui, però, la penetrazione degli ebrei romani è frenata dalla concorrenza vincente degli ebrei tedeschi, anch’essi attirati dalla prosperità del mercato finanziario italiano. Già nel Due-Trecento ebrei askenaziti praticavano il prestito in alcune località del Nord-est come Trieste o Treviso, ma fra Tre e Quattrocento le loro presenze si moltiplicarono in Lombardia, a partire da Pavia dove Gian Galeazzo Visconti concesse loro di aprire un banco nel 1387. Peraltro questa immigrazione di prestatori ebrei transalpini non può essere separata dal coevo, fittissimo movimento di tedeschi, cui già si è accennato, verso l’entroterra di Milano e Venezia. In Piemonte la formazione delle prime comunità ebraiche, dall’inizio del Quattrocento, è invece dovuta a un più modesto flusso migratorio proveniente dalla Francia. Del tutto diverse, infine, le dinamiche della presenza ebraica in Sicilia, che nell’xi secolo aveva attratto una notevole immigrazione di mercanti ebrei da Egitto e Spagna e dove a più riprese, fino all’epoca di Federico II, immigrano anche ebrei contadini provenienti dal Maghreb; e in Sardegna, dove la monarchia aragonese promuove nel Trecento l’immigrazione di ebrei sefarditi dalla penisola iberica. Alla fine del medioevo l’Italia presenta dunque un tessuto fittissimo di comunità ebraiche, per lo più accomunate da uno stesso profilo economico, ma diversissime come antichità, provenienza e lingua. Un tessuto su cui 24 f. de vaux de foletier, Mille anni di storia degli zingari, Milano 1990 (ed. or. 1961), pp. 54-60. Si vedano i saggi di d. abulafia, s. simonsohn, a. toaff e m. luzzati in c. vivanti (a cura di), Gli ebrei in Italia, I. Dall’alto Medioevo all’età dei ghetti, Torino 1996 (Storia d’Italia. Annali, XI.1). 25 18 Titolo corrente incideranno brutalmente le espulsioni del 1492 dai domini iberici, che vedono gli ebrei di Sicilia e di Sardegna trasferirsi in massa nel regno di Napoli, dove il re Ferrante garantisce ai nuovi venuti la stessa protezione di quelli «antiqui». Una migrazione così considerevole da avere un rilevante impatto demografico: si valuta che gli ebrei arrivati possano essere stati tanto numerosi quanto quelli già presenti nel regno, che già costituivano circa il 5 per cento della popolazione totale. Ai flussi migratori promossi dalla crescita economica bassomedievale appartiene anche il trasferimento di mercanti e uomini d’affari, membri di una nuova élite internazionale che si muove fra le corti e le città di tutto il mondo europeo e mediterraneo. È questo l’unico importante movimento migratorio medievale che vede gli italiani dirigersi fuori d’Italia, anche se va detto che per un mercante toscano trasferirsi a Genova, a Palermo, a Lione o a Costantinopoli significava sempre e comunque uscire dalla patria verso un paese forestiero. Si tratta naturalmente d’una migrazione sui generis, che coinvolgeva soltanto nuclei ristretti di popolazione urbanizzata e acculturata, e che per lo più prevedeva il ritorno in patria dopo un periodo di servizio nelle filiali estere; anche se in qualche caso, come quello di Pisa dopo la conquista fiorentina, si assiste a una vera e propria diaspora, soprattutto verso la Sicilia. In ogni caso, dal Duecento fino al Cinquecento in ogni piazza commerciale dell’intera cristianità europea, del bacino mediterraneo e del Medio Oriente, ci si può attendere d’incontrare parecchie comunità stabili di mercanti italiani, per lo più organizzate in nationes rivali: milanese, veneziana, genovese, fiorentina… Né andranno dimenticate quelle élite mercantili-nobiliari che si insediano da padrone negli imperi coloniali di Pisa, di Genova, di Venezia: in Corsica e Sardegna come a Creta, a Cipro, nelle isole dello Ionio e dell’Egeo26. A partire dal Quattrocento comincia a essere documentato anche un tratto che diverrà caratteristico della società italiana d’antico regime: e cioè le migrazioni, permanenti o stagionali, dei montanari che scendono a valle per guadagnarsi da vivere nelle città, lavorando o mendicando. Nella ricchissima Genova è ampiamente segnalato un costante afflusso di muratori, artigiani, rivenditori al minuto provenienti dall’area alpina, e in particolare dal Lago Maggiore e dalle valli del Bergamasco. Egualmente a quest’epoca cominciano a essere segnalati i percorsi migratori dei montanari liguri e piemontesi attraverso le Alpi occidentali in direzione del mondo pro26 Cfr. Forestieri e stranieri nelle città basso-medievali. Atti del Seminario internazionale, Firenze 1988; g. rossetti (a cura di), Dentro la città. Stranieri e realtà urbane nell’Europa dei secoli XIIXVI, Napoli 1989; g. petralia, Banchieri e famiglie mercantili nel Mediterraneo aragonese. L’emigrazione dei Pisani in Sicilia nel Quattrocento, Pisa 1989; g. petti balbi (a cura di), Comunità forestiere e «nationes» nell’Europa dei secoli XIII-XVI, Napoli 2001; id., Negoziare fuori patria. Nazioni e genovesi in età medievale, Bologna 2005; r. bordone e f. spinelli (a cura di), Lombardi in Europa nel Medioevo, Milano 2005. Titolo corrente 19 venzale. Attribuita dai contemporanei alla sterilità dei monti e alla povertà endemica dei loro abitanti, e complicata da motivazioni religiose allorché a trasferirsi sono nuclei di valdesi in fuga davanti all’Inquisizione, questa emigrazione contribuisce al ripopolamento delle campagne del Mezzogiorno francese dopo la crisi demografica tardomedievale, e permette ai montanari di integrarsi nella prosperità delle pianure e delle città senza abbandonare definitivamente le proprie valli, che costituiranno d’ora in poi dei veri e propri serbatoi di uomini per l’economia urbana27. 5. In luogo di conclusione. La rilevanza e l’eterogeneità dei fenomeni migratori nel corso del periodo medievale è tale che di ciascuno di essi non si è potuta dare, come si è visto, se non un’informazione estremamente sommaria. Data la loro collocazione all’interno di questo volume degli Annali, le pagine che precedono non hanno altra ambizione che quella di mostrare quanto sia stato complesso e stratificato il popolamento della penisola, e soprattutto quanto mobile, eterogenea e soggetta a perpetuo rimescolamento la popolazione italiana negli ultimi secoli del medioevo: non solo per le pressioni esercitate dalla congiuntura politico-militare, ma anche e soprattutto per l’impatto degli squilibri economici tra un’area e l’altra del paese. E all’interno di queste coordinate di fondo, qui appena delineate, che dovrà iscriversi l’analisi assai più dettagliata, proposta nel prosieguo del volume, dei movimenti migratori nell’Italia dell’Ancien régime. 27 Cfr. r. comba, Il problema della mobilità geografica delle popolazioni montane alla fine del medioevo attraverso un sondaggio sulle Alpi Marittime, in v. fumagalli e g. rossetti (a cura di), Medioevo rurale, Bologna 1980, pp. 299-318; n. coulet, Mutations de l’immigration italienne en Basse-Provence occidentale à la fin du Moyen-Age, in Strutture familiari epidemie migrazioni cit., pp. 493510; Migrazioni attraverso le Alpi occidentali. Relazioni tra Piemonte, Provenza e Delfinato dal Medioevo ai nostri giorni. Atti del convegno internazionale, Torino 1988.
0
You can add this document to your study collection(s)
Sign in Available only to authorized usersYou can add this document to your saved list
Sign in Available only to authorized users(For complaints, use another form )