Capitolo 1 – Incubi Ecologisti L’immagine della Terra vista dalla Luna, scattata nel 1968 dalla missione Apollo 8, rappresenta un momento simbolico e rivoluzionario nella storia della coscienza ambientale. Per la prima volta, l’umanità poté osservare se stessa dall’esterno: una fragile sfera blu sospesa nel vuoto cosmico. Questo potente stimolo visivo contribuì in modo decisivo a innescare il movimento ecologista moderno, perché rese tangibile il limite fisico del pianeta. Noi esseri umani, essendo creature fortemente visive, abbiamo bisogno di “vedere per credere”: da quel momento fu più facile comprendere che la nostra attività industriale – con le sue emissioni, i suoi rifiuti e il suo sfruttamento delle risorse – stava minacciando l’equilibrio di quella piccola, apparentemente indifesa, sfera vivente. Nei primi anni Settanta, infatti, si cominciò a parlare con forza di “limiti alla crescita”, grazie al contributo di gruppi di scienziati internazionali che posero il problema dell’insostenibilità di un modello economico basato su una crescita infinita in un contesto finito. Figure come Donella Meadows e Nicholas Georgescu-Roegen dimostrarono come ogni economia, per esistere, debba necessariamente prelevare risorse e scaricare scarti nell’ambiente. Da ciò derivava una logica inconfutabile: la crescita illimitata è, prima o poi, destinata a scontrarsi con i limiti biofisici del pianeta. L’ecologismo delle origini si articolava quindi attorno a una serie di domande fondamentali, che sono ancora oggi al cuore del dibattito ecologico: è possibile costruire un’economia sostenibile? A quale prezzo? Quanto devono cambiare i nostri stili di vita per non compromettere il futuro delle prossime generazioni? Nel contesto degli anni Settanta, si delinearono tre “incubi ecologici” principali: l’esplosione demografica, la crescita economica incontrollata e il disinteresse dell’opinione pubblica. Per comprendere la gravità della preoccupazione per la crescita della popolazione, basta ricordare che nel 1000 la popolazione mondiale era di circa 300 milioni di persone. Solo nel 1800 si raggiunse il miliardo, ma appena un secolo e mezzo dopo, nel 1959, si era già triplicata. Questo incremento esponenziale fu causato dalla transizione alla “fase 2” della demografia: una fase in cui la mortalità si riduce drasticamente grazie ai miglioramenti sanitari e igienici, mentre la fertilità rimane alta. Il boom demografico, iniziato in Inghilterra, si diffuse prima nel mondo occidentale e poi in Asia, America Latina e Africa. Il biologo Paul Ehrlich, con il suo best-seller The Population Bomb, denunciò i rischi ambientali e sociali connessi a questa crescita incontrollata, rievocando preoccupazioni già espresse da Malthus nel Settecento. Al secondo incubo – la crescita economica – si associava l’espansione industriale del dopoguerra, che stava comportando danni ambientali sempre più gravi. Al terzo – il disinteresse collettivo – si legava una percezione culturale: negli anni Settanta l’ecologismo rimaneva un fenomeno marginale, confinato ai movimenti giovanili e alternativo rispetto al pensiero dominante. Questi tre elementi – popolazione crescente, economia espansiva, indifferenza politica e sociale – lasciavano intravedere uno scenario potenzialmente catastrofico. Si temeva che la pressione combinata di esseri umani in aumento, consumi esponenziali e inquinamento crescente potesse innescare una crisi ambientale planetaria. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, tuttavia, almeno uno di questi incubi è venuto meno: l’indifferenza. L’ecologismo si è infatti diffuso in modo capillare. La sensibilità ambientale è cresciuta tra i cittadini, nei media e persino nelle istituzioni religiose. L’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco, ad esempio, ha condannato apertamente lo sfruttamento del pianeta, richiamando i valori della sobrietà e della giustizia intergenerazionale. Le nuove generazioni sembrano inoltre più consapevoli e attive sui temi della sostenibilità ambientale. Sul piano politico, le cose sono cambiate. I quattro maggiori emettitori di CO₂ – Cina, Stati Uniti, Unione Europea e India – sono oggi al centro dell’attenzione internazionale. La Cina ha intrapreso il più ampio piano di riconversione verde al mondo, l’UE punta alla neutralità climatica entro il 2050, e persino negli USA, dove il negazionismo climatico era stato al potere con Trump, si è verificata una svolta: con Obama prima e Biden poi, il Partito Democratico ha promosso il Green New Deal, un ambizioso piano di decarbonizzazione dell’economia americana. L’India, sebbene ancora fragile sul piano politico-ambientale, possiede una radicata tradizione culturale ecologista, da cui potrebbero nascere sviluppi promettenti. Tuttavia, nonostante questi progressi, un senso diffuso di pessimismo ecologico si è fatto strada. Molti osservatori denunciano l’incapacità della società occidentale di comprendere il “valore del limite” e di abbandonare modelli di vita insostenibili. Alcuni, come i teorici della “collassologia” francese, profetizzano un crollo imminente della civiltà industriale. Altri, come Franzen, arrivano a sostenere che l’ottimismo ambientale sia dannoso e che sarebbe meglio concentrare le energie su obiettivi più realistici, abbandonando l’idea di salvare il clima. Un esempio paradigmatico di questa critica è rappresentato proprio dal Green New Deal. Se da un lato esso propone la transizione verso le energie rinnovabili, dall’altro non affronta il nodo cruciale della domanda energetica. Continuare a soddisfare una domanda elevata significa costruire nuove infrastrutture, con costi ambientali enormi. Le energie rinnovabili richiedono l’uso massiccio di metalli – comuni e rari – la cui estrazione e lavorazione è altamente inquinante. In particolare, le cosiddette “terre rare” sono essenziali per produrre pannelli fotovoltaici, pale eoliche, batterie e dispositivi elettronici, ma si trovano in concentrazioni minime e richiedono processi estremamente impattanti per essere ottenute. Così, nella pratica, si assiste a una sostituzione di risorse non rinnovabili con altre risorse non rinnovabili, aggravando altre forme di inquinamento e svuotando il pianeta in modi diversi. Anche le auto elettriche, che non emettono CO₂, pongono enormi problemi di smaltimento delle batterie. E anche in un mondo decarbonizzato rimarrebbero molte altre gravi crisi ecologiche: dalla perdita della biodiversità all’alterazione dei cicli biogeochimici (azoto, fosforo), dall’inquinamento delle acque all’aumento dei rifiuti urbani. La morale è che la sostenibilità non è solo un problema tecnico, ma soprattutto un problema sistemico e culturale. Cambiare tecnologia non basta. Nessuna tecnologia può rendere sostenibile una crescita economica illimitata. L’economia “verde” non è necessariamente un’economia sostenibile. E questo è reso evidente dal concetto di Grande Accelerazione, che indica l’impennata simultanea delle attività umane e delle crisi ecologiche a partire dagli anni Cinquanta. Le serie di grafici di Steffen et al. (2015) mostrano chiaramente questa tendenza: il PIL mondiale, i consumi, la produzione, le emissioni e l’impatto ambientale sono tutti aumentati in modo sincronico, travolgente. Il vero problema, dunque, non è il solo cambiamento climatico – che pur rimane cruciale – ma il modello stesso di sviluppo su cui si fonda l’economia contemporanea. Continuare a crescere significa, in fondo, continuare a peggiorare altre forme di crisi ambientale. E ogni tentativo di risolverne una rischia di aggravarne un’altra. È una dinamica perversa, in cui “la toppa può essere peggiore del buco”. In conclusione, questo primo capitolo mostra con lucidità come le domande poste dall’ecologismo cinquant’anni fa siano ancora oggi più che attuali. Ma anche come le soluzioni si siano fatte più complesse, i paradossi più evidenti e il conflitto tra crescita economica e sostenibilità sempre più centrale. Capitolo 2 – La Grande Decelerazione Dopo aver esplorato nel primo capitolo i motivi del pessimismo ecologista legato alla cosiddetta Grande Accelerazione – cioè l’impennata simultanea di popolazione, consumi, produzione e impatti ambientali a partire dagli anni ’50 – questo secondo capitolo ribalta la prospettiva. Nonostante le criticità ancora in atto, oggi stiamo assistendo all’inizio di una fase storica nuova: la Grande Decelerazione. Le tendenze demografiche, economiche e sociali che fino a pochi decenni fa minacciavano la sostenibilità del pianeta stanno ora rallentando o invertendo la loro direzione. Questo cambiamento rappresenta una grande opportunità, forse l’unica realistica, per costruire un futuro compatibile con i limiti ambientali della Terra. La transizione demografica: dal boom alla contrazione Uno dei segnali più significativi di questa decelerazione riguarda la demografia. Nella logica della crescita esponenziale, il numero di figli per donna è un indicatore cruciale. Il valore di riferimento è 2,1 figli per donna, il cosiddetto tasso di sostituzione, necessario a mantenere costante la popolazione nei paesi con alta speranza di vita. Oggi, in buona parte del mondo – Europa, America del Nord, Asia orientale e America Latina – la fertilità è scesa al di sotto di questa soglia. Negli anni ’70, quando The Population Bomb di Paul Ehrlich agitava lo spettro della sovrappopolazione, il tasso di fertilità negli Stati Uniti era già in forte calo rispetto agli anni ’50. Quella che veniva percepita come una crescita fuori controllo della popolazione era in realtà una fase intermedia della transizione demografica. Dopo la fase 2, caratterizzata da alta fertilità e bassa mortalità, è arrivata la fase 3: bassa fertilità, alta longevità, invecchiamento della popolazione. In questa fase, la popolazione tende prima a stabilizzarsi e poi a diminuire. Anche nei paesi in via di sviluppo il cambiamento è evidente. Cina e India, che insieme rappresentano quasi il 40% della popolazione mondiale, sono oggi già sotto o intorno al tasso di sostituzione. La Cina, simbolo della bomba demografica, ha visto crollare il tasso di fertilità da oltre sei figli per donna a meno di tre in soli undici anni (1968-1978). Oggi, la sua popolazione continua ad aumentare solo per effetto dell’inerzia demografica, ma il picco è atteso entro il 2030, dopo di che inizierà un declino. Anche in molti paesi poveri, come il Vietnam o l’Iran, si registrano tassi sotto i 2,1 figli. Solo l’Africa subsahariana mantiene tassi elevati, ma anche lì si osservano segnali di inversione. In sintesi, l’implosione della popolazione globale è ormai all’orizzonte. La questione non è più se accadrà, ma quando. Secondo l’ONU il picco sarà alla fine del secolo; altri studiosi lo anticipano attorno al 2070, prevedendo un ritorno ai livelli attuali entro il 2100. È un cambiamento epocale: per secoli si è creduto, sulla scia di Malthus, che l’unico freno alla crescita della popolazione fosse la scarsità di risorse. Oggi sappiamo che la cultura e la libertà di scelta riproduttiva possono sostituire i limiti naturali. L’emancipazione femminile come motore del cambiamento Il motore principale della transizione demografica è l’emancipazione femminile. Il calo della fertilità è direttamente collegato a due fattori: l’istruzione delle donne e l’accesso ai contraccettivi. Quando le donne imparano a leggere, acquisiscono consapevolezza e autonomia. Quando possono decidere se e quanti figli avere, quasi sempre ne scelgono pochi. I dati lo dimostrano chiaramente. In Sud Africa, dove oltre l’85% delle donne è alfabetizzato, il tasso di fertilità è sceso da 5 figli per donna a 2,4. In Nigeria, con meno del 55% di donne alfabetizzate, il tasso supera ancora i 5 figli. La mappa della fertilità africana si sovrappone quasi perfettamente a quella dell’istruzione femminile. La diffusione della scuola per le bambine e l’accesso alla contraccezione sono quindi le vere chiavi per accelerare la transizione demografica, senza bisogno di interventi autoritari come la politica del figlio unico in Cina. Questo processo rappresenta uno dei più profondi cambiamenti sociali del XX secolo. Le donne hanno smesso di essere considerate strumenti riproduttivi e sono diventate soggetti attivi nelle decisioni familiari e sociali. La fase 3 della demografia è uno degli effetti più evidenti di questa rivoluzione silenziosa. Dalla crescita all’arresto: la stagnazione secolare Un secondo segnale della Grande Decelerazione riguarda l’economia. Negli anni ’70, l’ecologismo si confrontava con economie industriali in forte espansione. Oggi, invece, la crescita economica nei paesi sviluppati è in stallo. I tassi di crescita del PIL e del PIL pro-capite sono in continuo calo dagli anni ’50 e, dagli anni ’80, si attestano spesso sotto il 2%. Molti economisti parlano di stagnazione secolare, un’era di crescita bassa o nulla che potrebbe durare a lungo. Le ragioni sono strutturali. La crescita economica esplosiva era legata alla transizione da società rurali a società industriali, con un forte aumento della domanda di beni durevoli: case, auto, elettrodomestici. Ma una volta soddisfatti questi bisogni, la domanda si satura. Le famiglie non possono consumare all’infinito. Di conseguenza, l’economia rallenta. L’invecchiamento della popolazione rafforza questa tendenza: gli anziani, in media, consumano meno. Questo significa che non solo il PIL totale rallenta, ma anche i consumi pro-capite, contribuendo a una dinamica di decelerazione sistemica. La crescita non salverà l’ambiente: la fine della curva di Kuznets Un’idea molto diffusa negli anni ’90 era che la crescita economica potesse aiutare l’ambiente, secondo la cosiddetta Curva ambientale di Kuznets. Questa ipotesi affermava che l’inquinamento aumenta nelle prime fasi di sviluppo, ma poi diminuisce quando un paese diventa ricco. Tuttavia, le ricerche successive hanno smentito questa visione. Infatti: • • • • Le economie sviluppate non smettono di consumare beni inquinanti, ma trasferiscono la produzione nei paesi poveri, dove le normative ambientali sono più deboli. I miglioramenti ambientali nei paesi ricchi (es. riduzione di piombo, DDT, CFC) sono il risultato di politiche ambientali, non della crescita in sé. Il consenso per proteggere l’ambiente nasce dalla crisi ambientale, non dalla ricchezza. Per gli inquinanti più gravi, non esiste alcuna curva di Kuznets: le emissioni di CO₂ e altre sostanze cancerogene continuano ad aumentare anche nei paesi ricchi. Negli ultimi trent’anni abbiamo emesso tanta CO₂ quanto nei due secoli precedenti. Il miglioramento dell’efficienza tecnologica è stato più che compensato dall’aumento dei consumi. La crescita economica, dunque, non è la soluzione al problema ambientale: è parte del problema. Una grande opportunità storica La Grande Decelerazione, dunque, non è solo una constatazione statistica: è una speranza concreta. Se negli anni ’70 sembrava che la civiltà umana fosse destinata a crescere indefinitamente fino al collasso, oggi possiamo ragionevolmente pensare che la crescita non sia un destino, ma una fase storica. La popolazione si stabilizza, l’economia rallenta, la coscienza ambientale cresce. Tutto questo non significa che siamo salvi. Il picco della popolazione mondiale arriverà comunque con un miliardo e mezzo di persone in più, e molti paesi in via di sviluppo stanno ancora crescendo rapidamente. Le crisi ambientali sono urgenti. Il tempo per agire è poco. Ma ora sappiamo che esistono dinamiche spontanee che giocano a nostro favore. Accelerare queste tendenze – demografiche, economiche, culturali – è una sfida difficile ma molto più realistica che provare a fermare la “natura umana”. Gli scienziati ecologisti degli anni ’70, se potessero vedere il mondo di oggi, tirerebbero un enorme sospiro di sollievo. Non solo perché il ritmo della crescita è rallentato, ma soprattutto perché è emersa una consapevolezza collettiva nuova. La sostenibilità non è più un’utopia. È un obiettivo alla nostra portata, se avremo il coraggio di orientare il progresso tecnologico, le politiche pubbliche e i comportamenti individuali verso un futuro compatibile con i limiti della Terra. Capitolo 3 – Il paradosso della impotenza ecologista Negli ultimi cinquant’anni l’ecologismo ha ottenuto straordinari successi sul piano culturale: ha modificato il modo in cui milioni di persone vedono il mondo, ha introdotto nel lessico comune parole come sostenibilità, impronta ecologica, decarbonizzazione. Ha previsto con decenni di anticipo crisi che oggi viviamo in prima persona: dal cambiamento climatico alla perdita della biodiversità. Eppure, nonostante queste conquiste, l’ecologismo è rimasto politicamente impotente. Questo è il paradosso che apre il terzo capitolo: mentre la consapevolezza ambientale cresce, l’impatto politico delle idee ecologiste è rimasto marginale, quando non nullo. 3.1. L’assenza di un progetto politico per la decelerazione Nei paesi industrializzati manca oggi un vero progetto politico per realizzare la cosiddetta Grande Decelerazione, cioè una transizione che limiti realmente i consumi, riduca la domanda di energia e affronti il problema della crescita economica e demografica. I governi si limitano a promuovere transizioni tecnologiche (es. rinnovabili, elettrificazione dei trasporti) che, per quanto utili, non affrontano la questione fondamentale: i limiti fisici del pianeta. Questa strategia si basa su un tecno-ottimismo diffuso, che evita il vero nodo: continuare a crescere economicamente, anche con tecnologie pulite, non è sostenibile. Il risultato è che, invece di sostituire i combustibili fossili con energie rinnovabili, li affianchiamo. Le emissioni, infatti, non diminuiscono come dovrebbero. Le rinnovabili non rimpiazzano, ma aggiungono energia disponibile, e quindi alimentano nuovi consumi. Gli ecologisti sanno bene che la transizione deve includere una riduzione della domanda di energia, ma il loro peso politico è troppo scarso. Questo è il motivo per cui, nonostante oggi si conoscano molto meglio i rischi ecologici rispetto agli anni ’70, il mondo è più inquinato di allora. Le istanze ecologiche non sono diventate forza politica. La loro influenza culturale è cresciuta, ma non ha mai raggiunto una massa critica politica. L’unico momento in cui l’ecologismo ha davvero conquistato consenso politico è stato in seguito a catastrofi. Dopo il disastro di Chernobyl (1986), ad esempio, gli ecologisti acquisirono credibilità. I Verdi crebbero ovunque in Europa e i temi ambientali entrarono nelle agende dei partiti tradizionali. Ma fu solo una parentesi. Nel tempo, l’influenza politica dell’ecologismo si è nuovamente affievolita. Un esempio emblematico viene dalla Germania: dopo l’incidente nucleare di Fukushima (2011), i sondaggi davano i Verdi tedeschi al 27%. Ma nel 2013 raccolsero solo l’8%. Perché? Perché nel loro programma avevano inserito la proposta di un “veggie-day” obbligatorio nelle mense pubbliche. Una misura sensata sul piano ambientale (l’allevamento industriale è tra i maggiori responsabili di emissioni), ma percepita come intrusiva in un paese molto legato al consumo di carne. L’opinione pubblica reagì male, e il consenso evaporò. Questo episodio mostra quanto sia fragile il consenso verso l’ecologismo politico: può salire rapidamente in risposta a una catastrofe, ma crolla appena si passa a proposte concrete. È questo il cuore del paradosso dell’impotenza ecologista: mentre l’allarme ambientale è ormai diffuso, le politiche proposte non riescono a ottenere sostegno stabile. La consapevolezza cresce, ma la traduzione in azione politica si inceppa. 3.2. Una seconda possibilità (da non sprecare) Oggi l’ecologismo potrebbe avere una seconda chance. I fenomeni climatici estremi, sempre più frequenti, stanno creando nuove condizioni per raccogliere consenso politico. Le elezioni europee del 2019 hanno mostrato un aumento del voto verde in molti paesi. Anche la pandemia di Covid-19 ha ricordato in modo traumatico che l’essere umano vive immerso in un ambiente naturale, e non in un mondo artificiale. Ma per non sprecare questa nuova opportunità è necessario capire perché fu sprecata la precedente. Le catastrofi generano attenzione, ma il consenso evapora se non viene incanalato in proposte che siano socialmente accettabili e culturalmente radicate. Il punto debole resta la traduzione politica delle idee ecologiste. 3.3. Il messaggio ecologista tradizionale Alla base dell’ecologismo c’è l’idea – scientificamente fondata – che stiamo consumando troppo: troppa energia, troppe risorse, troppi beni. L’umanità ha superato la capacità del pianeta di rigenerare risorse e assorbire rifiuti. È un problema etico, perché viola l’equità tra le generazioni: stiamo lasciando alle future generazioni un mondo peggiore di quello ricevuto. La risposta tradizionale a questa crisi è un richiamo alla responsabilità intergenerazionale. Il messaggio è semplice: non abbiamo due pianeti, quindi dobbiamo ridurre i consumi, anche se questo significa rinunciare a parte del benessere attuale. Un esempio emblematico è la produzione alimentare. L’agricoltura e l’allevamento intensivi sono molto produttivi, ma hanno un enorme impatto ambientale. Gli ecologisti propongono metodi più sostenibili, ma meno efficienti. Di conseguenza, il cibo costerebbe di più. Eppure, una parte significativa del cibo nei paesi ricchi finisce sprecata (circa un terzo). Quindi la maggiore efficienza economica attuale produce sprechi e costi ambientali enormi nel lungo periodo. 3.4. Il limite dell’agenda ecologista Qui si apre una falla strutturale: l’agenda ecologista propone limiti e rinunce, ma non offre una visione alternativa. Dice: "Dobbiamo rinunciare alla crescita", ma non spiega cosa mettere al suo posto. La crescita economica è diventata, nel nostro immaginario, sinonimo di progresso: più reddito, più beni, più opportunità. E anche soluzione a molti problemi: dalla disoccupazione alla povertà, dall’instabilità politica al terrorismo. In mancanza di un progetto alternativo, il messaggio ecologista appare come una richiesta di sacrifici senza benefici immediati. Questo lo rende politicamente debole, se non respingente. 3.5. L’illusione dell’autolimitazione individuale Un’altra strada spesso proposta è quella dell’autolimitazione individuale: consumare meno, volare meno, mangiare meno carne, ecc. Ma questa soluzione ha due problemi: 1. Non è realistica: pochi la seguono, e in modo spesso superficiale. 2. Ha scarso impatto: anche se tutti facessero “scelte verdi”, il risultato globale sarebbe marginale. Gli studi dimostrano che il reddito è il principale fattore predittivo dell’impronta ecologica. Ad esempio, il 20% più ricco della popolazione mondiale consuma il 70% dell’energia. Le persone più attente all’ambiente appartengono spesso a queste fasce, ma il loro impatto resta alto per via dello stile di vita. Uno studio tedesco (Moser e Kleinhückelkotten, 2018) ha mostrato che le scelte ecologiche riducono i consumi solo marginalmente, e che le strutture sociali (trasporti, edilizia, distribuzione alimentare) contano molto di più delle scelte individuali. Questo significa che non possiamo risolvere il cambiamento climatico con il volontariato ecologista. Servono azioni collettive, politiche pubbliche, trasformazioni sistemiche. L’autolimitazione è utile per la salute o per problemi locali (come i rifiuti urbani), ma non basta per affrontare una crisi globale. 3.6. Il fallimento della comunicazione ecologista Un altro grande ostacolo è la comunicazione ambientale, che spesso è controproducente. I messaggi ecologisti sono percepiti come: • • • • • minacciosi (“sta arrivando la catastrofe”), colpevolizzanti (“è colpa tua”), pauperistici (“dovrai rinunciare a tutto”), dirigisti (“lo stato ti imporrà limiti”), depressivi e privi di speranza. La comunicazione efficace, invece, deve attivare emozioni positive, offrire motivazioni, prospettive, soluzioni. Se manca un progetto alternativo credibile, il messaggio che arriva è: “per evitare disastri dobbiamo vivere peggio”. Questo genera rifiuto e disinteresse. Solo una grande catastrofe permanente potrebbe creare un consenso diffuso e duraturo, ma sarebbe la sconfitta dell’ecologismo, che nacque per prevenire i disastri, non per trarne forza. 3.7. Conclusione: perché l’ecologismo non comanda? Gli ecologisti avevano ragione su tutto: il rischio nucleare, il riscaldamento globale, il collasso degli ecosistemi. Ma non sono mai arrivati al potere. In 50 anni, non hanno avuto la forza politica per orientare davvero le scelte dei governi. Perché? Perché manca un’alternativa culturale e politica alla crescita. La nostra civiltà è ancora prigioniera del mito dell’espansione illimitata. Anche gli ecologisti, pur criticandola, faticano a immaginare un modello diverso. Così, le loro proposte sembrano solo rinunce, e il pubblico non le sostiene. Capire questo paradosso – il successo culturale e il fallimento politico dell’ecologismo – è la chiave per non sprecare l’occasione storica offerta dalla Grande Decelerazione. Se sapremo cogliere questa chance, potremo finalmente superare il paradigma della crescita, delineare una nuova idea di progresso e dare un futuro alla sostenibilità. Idea centrale La seconda parte del libro sviluppa una tesi originale e provocatoria: l’economia mondiale è cresciuta negli ultimi decenni non grazie a un miglioramento della felicità umana, ma proprio a causa del suo deterioramento. In particolare, la diffusione della solitudine, delle relazioni difficili, dello stress e dell’invidia ha generato nelle persone un bisogno compensativo di denaro e consumi. È su questa base psicologica che si fonda la cosiddetta “crescita difensiva”. Cos’è la crescita difensiva La crescita difensiva si verifica quando le persone cercano nella ricchezza privata una difesa dalla povertà delle relazioni. In assenza di connessioni sociali significative, l’individuo si rifugia nel lavoro e nel consumo per lenire il proprio disagio. Questo spiega perché: • • • si lavora tanto (per guadagnare di più), si spende tanto (per cercare sollievo o gratificazione), l’economia cresce (alimentata da bisogni individuali compensativi). Tuttavia, questo meccanismo ha effetti perversi: i guadagni non migliorano la felicità, perché sono ottenuti al prezzo della desertificazione del tempo e delle relazioni. La società della competizione e del possesso, promossa dai media e dall’organizzazione economica neoliberista, produce così una spirale di isolamento e consumo che danneggia insieme il benessere individuale e quello ambientale. Chi sono i “malati” di crescita difensiva Secondo l’autore, le forme più gravi di crescita difensiva si osservano nei paesi che hanno dominato la crescita economica mondiale negli ultimi decenni: • • • Stati Uniti, Cina, India. In questi paesi si è puntato molto sul binomio competizione individuale / culto del possesso, creando così società ad altissima produttività ma bassa felicità, fortemente impattanti anche sul piano ecologico. La tesi politica e culturale La parte seconda propone quindi un cambio di paradigma: per migliorare la felicità e fermare la distruzione ambientale, occorre riorganizzare la società per promuovere le relazioni umane e il benessere collettivo. Se la qualità della vita comune aumentasse (cioè se i beni comuni migliorassero), la gente avrebbe meno bisogno di consumare per compensazione, lavorerebbe meno e l’economia rallenterebbe spontaneamente. Si ridurrebbe quindi anche la pressione sugli ecosistemi. La vera alternativa alla società della crescita non è l’austerità, ma un nuovo modello di società basato sui beni relazionali e collettivi, non sul Pil. Infatti, i beni davvero importanti per la felicità (relazioni, fiducia, tempo, sicurezza, natura, salute pubblica) non sono misurati dal prodotto interno lordo. Capitolo 4 – Denaro come difesa In questo capitolo, l’autore introduce e sviluppa il concetto di crescita difensiva, una forma di crescita economica che non nasce da un reale miglioramento della qualità della vita, ma come risposta al peggioramento delle condizioni ambientali, relazionali e sociali. In pratica, il denaro diventa uno strumento di difesa contro la perdita dei beni comuni: ambiente sano, relazioni umane, tempo libero, sicurezza, spazi pubblici. Più questi beni si degradano, più aumenta il bisogno di compensare con beni e servizi privati acquistati sul mercato. La difesa privata dal degrado dei beni comuni Uno degli aspetti centrali del ragionamento è che quando ciò che abbiamo in comune si degrada, dobbiamo difenderci privatamente. Se l’aria è inquinata, compriamo filtri per l’acqua, doppi vetri, condizionatori, piscine, vacanze esotiche o cure mediche. Se le strade diventano pericolose, non lasciamo più i bambini giocare fuori e ricorriamo a videogiochi, baby-sitter, giocattoli, centri sportivi privati. Quando le città diventano invivibili per gli anziani, si fa sempre più ricorso a badanti o residenze assistite. Se passiamo ore nel traffico, trasformiamo l’auto in un salotto su quattro ruote, con ogni tipo di comfort tecnologico. L’intrattenimento domestico – mega schermi, TV in streaming, console di gioco – diventa l’alternativa alla vita pubblica. In sintesi, più la qualità della vita collettiva peggiora, più dobbiamo spendere privatamente per compensare. È questo il principio delle spese difensive: denaro impiegato non per migliorare la propria vita, ma per difendersi dal degrado sociale e ambientale. L’industria del degrado Questo meccanismo ha un effetto macroeconomico profondo: stimola interi settori industriali. Si parla ormai di un’enorme “industria della solitudine” che va dai giocattoli agli home entertainment, dai social network alla pornografia. Ma anche l’industria della sicurezza è in piena espansione: telecamere, allarmi, forze dell’ordine private, antivirus. Allo stesso tempo, prende piede un’industria dell’evasione: vacanze e viaggi non più vissuti come svago, ma come fuga dai contesti degradati in cui si vive. Nel frattempo, si afferma l’idea – promossa abilmente dalla pubblicità – che i beni materiali possano compensare i bisogni immateriali: un diamante per sostituire il tempo romantico, una consolle per colmare l’assenza dei genitori, vestiti e auto di lusso per riempire un vuoto di autostima e inclusione. Il marketing moderno non vende prodotti, ma felicità, successo, bellezza, sicurezza. Questo perché nelle società in cui i legami sociali si sono indeboliti, l’autostima è più fragile, e diventa più facile cadere nella trappola dei paragoni sociali. È il meccanismo ben noto del “tenersi al passo con i vicini” (o con i “Rossi”): non importa quanto abbiamo, ma quanto hanno gli altri. Questo amplifica l’invidia, che diventa un potente motore del consumo. Il circolo vizioso della crescita difensiva Quando il contesto comune si impoverisce – meno relazioni, meno ambiente sano, meno sicurezza – il denaro diventa sempre più centrale per il benessere individuale. Si lavora di più per poter pagare le spese difensive, e queste spese alimentano ulteriormente la domanda economica. Si entra così in un circolo vizioso: il degrado dei beni comuni alimenta la crescita economica, e la crescita economica, generando esternalità negative, peggiora ulteriormente i beni comuni. Le esternalità sono i danni involontari causati da attività economiche – per esempio l’inquinamento dell’aria o la congestione del traffico. Questa spirale produce società opulente dal punto di vista materiale ma povere dal punto di vista relazionale e ambientale, come già notato da Galbraith negli anni ’50. Le persone diventano formidabili consumatori, perché devono acquistare quasi tutto per stare bene, e formidabili lavoratori, perché il benessere diventa sempre più costoso. La crescita difensiva non porta felicità Apparentemente, questa crescita è una forma di progresso: i beni di lusso di ieri sono diventati gli standard di oggi. Eppure, se osservata da vicino, questa narrazione non regge. In una società difensiva, ciò che era un bene comune ieri, oggi è a pagamento, e domani potrebbe non essere più accessibile. La solitudine, la fretta, lo stress, l’inquinamento e il degrado urbano non migliorano la vita delle persone, ma alimentano solo il bisogno di compensare. Il risultato è una società in cui si compra sempre di più ma si è sempre più infelici. Il PIL cresce, ma non cresce la felicità. La crescita difensiva nei paesi in via di sviluppo I meccanismi della crescita difensiva non sono presenti solo nei paesi ricchi. Sono visibilissimi anche nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in quelli che stanno affrontando la loro “rivoluzione industriale”, come Cina e India. Proprio come accadde nella rivoluzione industriale inglese, la crescita industriale si accompagna alla distruzione della vita rurale: inquinamento, espropriazione della terra, emigrazione urbana di massa. Le campagne si svuotano, le famiglie si separano, i valori tradizionali si sgretolano. Intere comunità vengono trasformate in forza lavoro urbana. In Cina, il bacino del Fiume Giallo è stato devastato dallo sviluppo industriale, con gravi danni all’agricoltura. L’urbanizzazione massiccia ha creato uno shock sociale nei villaggi, dove milioni di donne e bambini sono rimasti senza padri o mariti, emigrati nelle fabbriche urbane. In India, l’inquinamento dei fiumi riduce i raccolti e spinge i contadini verso le città. Ma anche l’agricoltura industrializzata che li rimpiazza peggiora l’inquinamento, aggravando il problema. In entrambi i casi, la crescita economica si nutre della distruzione delle risorse comuni: terra, aria, acqua, relazioni sociali. È una replica moderna, su scala immensa, dei processi osservati nell’Inghilterra del XIX secolo, come denunciato anche da Marx: i legami sociali vengono dissolti nel “calcolo egoistico” del mercato. Conclusione: una crescita malata Il capitolo si conclude ribadendo che la crescita difensiva è una patologia del sistema economico. È una forma di crescita che nasce da un malessere e finisce per aggravarne le cause, alimentando un meccanismo autorinforzante. Quando la vita con pochi soldi non è più degna di essere vissuta, le persone inseguono il denaro e il consumo per difendersi da ciò che manca. Ma questa difesa non rende felici, anzi: produce stress, solitudine e consumo compulsivo. Il sistema politico ha un ruolo decisivo: può invertire la rotta promuovendo politiche che proteggano o ricostruiscano i beni comuni – ambiente, relazioni, tempo. In questo caso, la crescita economica si riduce, ma la qualità della vita e la felicità aumentano. Nei prossimi capitoli, l’autore mostrerà quali riforme sono necessarie per uscire dalla trappola della crescita difensiva e costruire una società post-crescita più vivibile. NEL CAPITOLO 5 ,L’autore affronta il tema della crescita difensiva osservando tre casi emblematici: Stati Uniti, Cina e India, paesi che, pur avendo registrato tassi di crescita economica eccezionali negli ultimi decenni, sono anche protagonisti di una crisi sociale profonda. La tesi centrale è che una parte significativa della loro crescita non sia segno di reale progresso, ma l’effetto collaterale di un deterioramento dei beni comuni – come l’ambiente e le relazioni sociali – che ha spinto le persone a cercare protezione attraverso il denaro e il consumo. In questi paesi si sarebbe affermato un modello di sviluppo che sacrifica la qualità della vita sull’altare del PIL, generando una crescita alimentata più da disagio e insicurezza che da vero benessere. Crisi sociale e crescita economica: due facce della stessa medaglia Questi tre paesi rappresentano insieme il 40% della popolazione mondiale e oltre il 50% del PIL e delle emissioni globali di CO₂. La loro centralità nel sistema economico globale li rende cruciali anche per la sostenibilità ambientale. Tuttavia, dietro i numeri entusiastici si cela un quadro molto meno roseo: stress, alienazione, consumismo compulsivo, invidia, solitudine e relazioni deteriorate sono fenomeni diffusi e persistenti. La crescita economica è stata accompagnata, anzi alimentata, da questa crisi, rendendola di fatto “difensiva”: si cresce per compensare, non per migliorare. Il paradosso della felicità in calo I dati raccolti da numerose indagini scientifiche – economiche, psicologiche, sociologiche – confermano un paradosso sorprendente: la felicità soggettiva è in calo proprio nei paesi che hanno sperimentato una crescita economica vertiginosa. In India, tra il 1990 e il 2014, la soddisfazione media per la vita è calata del 25%; in Cina si registra un calo del 7% tra il 1990 e il 2007, nonostante il quadruplo del PIL pro capite. Anche negli Stati Uniti, il declino della felicità è evidente fin dagli anni ’70. Questo è il cosiddetto paradosso di Easterlin: sebbene le persone con più soldi tendano a essere leggermente più felici, un aumento del reddito collettivo non si traduce automaticamente in maggiore felicità per tutti. Il caso dell’India è emblematico: nel 2014, il 10% più ricco era solo di poco più soddisfatto rispetto al 10% più povero del 1990, a dimostrazione del fatto che la crescita economica non ha migliorato proporzionalmente il benessere soggettivo, anzi, spesso ha peggiorato le cose a causa di crescenti disuguaglianze e insoddisfazione relativa. Indicatori oggettivi della crisi: psicofarmaci, suicidi, droghe Oltre ai dati soggettivi, quelli oggettivi confermano il quadro: negli Stati Uniti si parla ormai di “società sedata”, con il 20% della popolazione adulta in trattamento psichiatrico. Le dipendenze da oppioidi e le morti per overdose sono esplose, superando il numero di vittime americane della guerra del Vietnam. I suicidi sono aumentati del 24% tra il 1999 e il 2014. In Cina e India si osservano simili tendenze: uso crescente di psicofarmaci, aumento delle malattie mentali, crescita delle dipendenze. Anche in questi paesi, la perdita di senso e l’isolamento sono diventati problemi di massa. Il boom del consumismo e dei paragoni sociali In questi tre paesi si è assistito a un’esplosione dei valori del consumo: denaro, status, immagine. Le motivazioni estrinseche – lavorare solo per guadagnare – hanno progressivamente sostituito le motivazioni intrinseche legate al piacere, al significato o all’utilità sociale delle proprie attività. Questo ha reso le persone più sensibili ai paragoni sociali, in un contesto in cui la disuguaglianza è molto aumentata. Anche chi guadagna di più si sente insoddisfatto se altri guadagnano ancora di più. Le società diventano così più competitive, stressanti, narcisistiche e conflittuali, mentre le relazioni umane si indeboliscono. Il declino delle relazioni sociali Il deterioramento del tessuto sociale è evidente: negli Stati Uniti, il capitale sociale – cioè la rete di relazioni di fiducia e cooperazione – è in costante declino dagli anni ’70. Sempre più persone si dichiarano sole, senza nessuno con cui confidarsi. Fenomeni simili si riscontrano in Cina e India: crollo della fiducia, dell’attività associativa, del senso civico. Le famiglie si riducono, i matrimoni calano, i divorzi aumentano. Le relazioni umane sono diventate sempre più rarefatte, e la solitudine cronica è in aumento. Lavoro incessante, tempo insufficiente In parallelo, gli orari di lavoro sono aumentati, soprattutto in Cina e India, dove il modello 9-9-6 (dalle 9 alle 21 per 6 giorni alla settimana) è diffuso nei settori più ambiti. Gli operai vivono spesso nelle stesse fabbriche in cui lavorano. Questo sfruttamento della forza lavoro ricalca il modello delle prime rivoluzioni industriali, in cui masse rurali impoverite venivano spinte nelle città per sostenere l’industrializzazione. Il tempo personale viene eroso dal lavoro e dal consumo, lasciando sempre meno spazio per relazioni significative. Il tapis roulant della felicità L’autore descrive questa dinamica con una metafora efficace: Stati Uniti, Cina e India sono come individui su un tapis roulant. Fanno sforzi enormi per migliorare la propria vita, ma il nastro scorre all’indietro. È il declino delle relazioni la forza che impedisce il reale miglioramento della qualità della vita. I successi economici non compensano la perdita di coesione sociale, generando un circolo vizioso tra infelicità, consumismo e superlavoro. Le relazioni come chiave per la felicità Una vasta letteratura scientifica dimostra che le relazioni sono il principale determinante della felicità. Le neuroscienze, la psicologia, l’economia comportamentale, l’antropologia concordano su un punto: la nostra felicità dipende dal sentirci parte di un gruppo, da legami affettivi e sociali forti. Aiutare gli altri, fare volontariato, socializzare sono attività strettamente connesse alla felicità. L’isolamento, al contrario, genera ansia, depressione, stress. La decrescita relazionale che ha colpito le classi lavoratrici in India e Cina – protagoniste della nuova rivoluzione industriale – è stata particolarmente distruttiva. In questi paesi il boom economico ha inflitto uno shock sociale e culturale profondo a milioni di persone. Queste condizioni richiamano quanto osservato da Marx e Polanyi nel XIX secolo: la distruzione del tessuto sociale è un costo collaterale dello sviluppo capitalistico, un prezzo pagato soprattutto dalle classi più vulnerabili. Capitale sociale e crescita: due approcci opposti Infine, il capitolo mette in discussione l’idea tradizionale secondo cui il capitale sociale – cioè la qualità delle relazioni – è sempre un volano della crescita economica. Negli ultimi decenni, la crescita difensiva sembra dimostrare il contrario: è proprio il declino delle relazioni ad aver alimentato la crescita nei tre paesi analizzati. Una crescita che, però, non porta felicità né progresso reale, ma solo un’illusione di benessere destinata a svanire. Conclusione: Stati Uniti, Cina e India sono diventati “casi da manuale” della crescita difensiva. In essi, la ricchezza economica si accompagna a una crescente povertà relazionale ed ecologica. La lezione che ci offrono è chiara: non basta crescere per migliorare. Se la crescita distrugge il capitale umano e sociale, se ci rende più soli, più stressati e meno felici, non è un modello da imitare, ma da evitare. Occorre ripensare il concetto stesso di progresso, dando centralità a ciò che rende davvero la vita degna di essere vissuta: relazioni, cooperazione, comunità. Vuoi che prosegua con la parte successiva del libro? Capitolo 6 Del libro "Ecologia della felicità" di Stefano Bartolini, intitolato “L’Europa come modello positivo”, sviluppa una dettagliata analisi comparativa tra il modello socioeconomico europeo e quello statunitense, sostenendo con forza la superiorità del primo in termini di benessere sociale e felicità. L’autore propone di valorizzare l’esperienza europea come alternativa alla logica neoliberista dominante, che invece si è radicata negli Stati Uniti e, più recentemente, ha cominciato a penetrare anche in Europa. Europa e Stati Uniti a confronto Il capitolo si apre con il riconoscimento che l’Europa non soffre di una crisi sociale tanto grave quanto quella americana. Infatti, a partire dal secondo dopoguerra, i paesi dell’Europa occidentale hanno costruito un modello che ha privilegiato i beni comuni, la coesione sociale e la riduzione degli orari di lavoro, rinunciando a una parte della crescita del PIL in favore di una maggiore qualità della vita. Dal punto di vista economico, tra il 1980 e il 2005, il PIL pro capite negli Stati Uniti è cresciuto molto più rapidamente rispetto a quello delle principali economie europee. Tuttavia, questo è avvenuto a scapito di elementi fondamentali per il benessere umano: negli Stati Uniti si è lavorato sempre di più, mentre in Europa si è assistito a una riduzione degli orari di lavoro, lasciando più tempo alla vita personale e alle relazioni. Valori, felicità e qualità della vita L’autore mette in evidenza che mentre negli Stati Uniti la crescita economica è stata accompagnata da un progressivo peggioramento degli indicatori di felicità, in Europa la riduzione dell’orario di lavoro e l’investimento nei beni comuni hanno permesso una migliore qualità della vita. Inoltre, l’Europa ha resistito più a lungo all’individualismo e alla competitività estrema che hanno caratterizzato il modello americano, mantenendo un tessuto sociale più coeso e meno soggetto alla logica del consumo ostentativo. Negli USA, le riforme neoliberiste hanno avuto effetti deleteri: la sanità, la scuola e le pensioni sono state progressivamente privatizzate, e le disuguaglianze economiche sono esplose. Questo ha generato un clima di insicurezza, invidia e stress, alimentato dal confronto sociale costante e da un'organizzazione del lavoro sempre più competitiva. L’Europa ha inizialmente resistito, ma dopo la crisi del 2008 ha cominciato ad imitare tali politiche – ad esempio, attraverso l’austerità e la deregolamentazione del mercato del lavoro – con risultati preoccupanti per la coesione sociale. Il confronto con Cina e India Nella parte finale del capitolo, Bartolini estende l’analisi al confronto tra Europa e i giganti asiatici, Cina e India, che si trovano oggi in una fase di crescita analoga a quella europea del dopoguerra. Tuttavia, a differenza dell’Europa, questi paesi stanno percorrendo una strada molto più aggressiva e diseguale. In nome dello sviluppo economico, hanno sacrificato beni comuni fondamentali, come l’accesso universale alla sanità e all’istruzione, generando forti diseguaglianze e bassi livelli di felicità, persino tra i più ricchi. Questo è l’effetto tipico della cosiddetta crescita difensiva, in cui le persone cercano di proteggersi individualmente in un contesto collettivo deteriorato. L’autore sottolinea che la soluzione non può consistere nel tornare indietro né nel rifiutare la crescita, ma nel puntare a una crescita migliore: più lenta, più equa e più orientata alla felicità. E soprattutto, ricorda che le divergenze tra l’Europa e il resto del mondo affondano le radici nella politica. È la scelta politica di investire nei beni comuni, nella protezione sociale e nella qualità della vita ad aver fatto la differenza in Europa. Cina e India, se vogliono davvero migliorare il benessere della popolazione, dovrebbero trarre ispirazione da questo modello. Conclusione Bartolini conclude il capitolo con un forte invito a difendere e rilanciare il modello europeo, opponendosi alla sua progressiva americanizzazione. In un mondo in cui la crescita economica è sempre più spesso svincolata dal benessere umano, il modello europeo rappresenta un esempio concreto di equilibrio tra sviluppo, equità e felicità. Non si tratta di essere nostalgici, ma di riconoscere i punti di forza di un modello capace di coniugare prosperità e qualità della vita. L’Europa, insomma, non deve imitare l’America, ma riscoprire e perfezionare la propria vocazione sociale. CAPITOLO 7: La tesi della crescita difensiva Il capitolo ruota intorno al concetto di crescita difensiva, una forma di sviluppo economico che si alimenta dell’insicurezza relazionale. Secondo Bartolini, in un contesto sociale impoverito, il denaro acquista una funzione “difensiva”: serve non tanto a migliorare la qualità della vita, quanto a proteggersi dalla sofferenza derivante dall’isolamento sociale. Studi condotti dall’autore con Piekalkiewicz e Sarracino confermano che il denaro è molto più importante per la felicità delle persone sole rispetto a quelle con una vita sociale ricca. In particolare, chi è socialmente isolato è più influenzato dal proprio reddito e da quello degli altri – il cosiddetto reddito di riferimento – alimentando fenomeni come l’invidia e il confronto sociale negativo. Relazioni e reddito: dati e analisi Bartolini evidenzia che la felicità delle persone isolate dipende il doppio dal reddito personale rispetto a quella delle persone con buone relazioni. Questo significa che una parte significativa del valore attribuito al reddito personale è di natura difensiva, cioè serve a colmare un vuoto relazionale. Ma è soprattutto il reddito di riferimento, ovvero quello delle persone con cui ci confrontiamo, ad assumere un peso sproporzionato per chi è solo. Al contrario, chi ha una vita sociale soddisfacente è quasi immune all’influenza del reddito altrui: non importa quanto guadagnano i “signori Rossi”, se si ha una rete relazionale forte. Ne consegue che l’invidia nasce dalla solitudine, ed è la solitudine il terreno fertile su cui cresce la rincorsa al successo e allo status. Evoluzione individuale e confronto tra paesi Un aspetto originale del capitolo è l’osservazione longitudinale, cioè nel tempo, delle stesse persone: i dati mostrano che quando la vita sociale di un individuo migliora, l’importanza del denaro per la sua felicità diminuisce sensibilmente, sia in termini assoluti che relativi. Questa dinamica conferma che la ricchezza relazionale è un antidoto alla dipendenza dal denaro. Anche le differenze tra paesi confermano questa tesi. Nei paesi dove le relazioni sociali sono forti (come l’Olanda), la differenza nella soddisfazione di vita tra ricchi e poveri è molto più ridotta rispetto a paesi con un tessuto sociale fragile (come la Serbia o la Bulgaria), anche quando la disuguaglianza di reddito è simile. In altre parole, le relazioni attenuano l’impatto della disuguaglianza economica sulla felicità. I beni comuni relazionali hanno così un valore redistributivo: quando si condividono luoghi e attività, si è tutti uguali e l’importanza del reddito diminuisce. Conclusione: due facce della stessa medaglia Il capitolo si chiude ribadendo che la centralità del denaro e la povertà relazionale sono due facce della stessa medaglia. Il denaro diventa importante non solo perché consente l’accesso ai beni materiali, ma soprattutto perché protegge dal disagio psicologico derivante dall’isolamento. Questa visione è coerente con molti studi di psicologia sociale, secondo cui il consumismo è spesso una reazione all’insicurezza relazionale. L’invito implicito è quindi a costruire una società che investa nei beni relazionali e nei beni comuni, in modo da ridurre la dipendenza dal denaro e promuovere una felicità più autentica e condivisa Capitolo 8 – Anatomia della crescita americana Introduzione: crescita economica trainata dal malessere Negli ultimi decenni, tra i paesi industrializzati, gli Stati Uniti hanno mostrato una delle crescite economiche più sostenute. Tuttavia, Bartolini mette subito in discussione l’interpretazione positiva di questo risultato, dimostrando che questa crescita è in larga parte il prodotto della crisi delle relazioni umane. L’aumento della solitudine, della sfiducia, dei conflitti interpersonali e della paura ha alimentato la domanda in settori chiave dell’economia, che sono diventati i veri motori del PIL americano. La crescita statunitense, dunque, non è frutto di una maggiore felicità o coesione, ma di un meccanismo di compensazione e difesa da un progressivo deterioramento sociale. 8.1 – L’industria della paura: sicurezza e controllo sociale Il primo settore analizzato è quello della sicurezza e del controllo sociale. L’indebolimento della fiducia reciproca ha generato una vera e propria “industria della paura”. A partire dagli anni ’70, si è registrato un forte aumento delle spese per le forze dell’ordine, per il sistema giudiziario, per la sorveglianza sul lavoro, e per la sicurezza privata. Secondo i dati raccolti da Jayadev e Bowles (2006), la quota di forza lavoro impiegata come supervisori (capireparto, capiufficio) o “guardie” (forze di polizia, carceri, sicurezza privata) era stabile intorno al 10,8% tra il 1948 e il 1966. Dopo il 1979, è salita rapidamente fino al 17,9% nel 2002. Nel 2002, quasi un lavoratore su cinque negli Stati Uniti era impiegato nel controllo di altri. Un dato impressionante, che segnala una società dove l’interazione umana è fondata sul sospetto più che sulla fiducia. Questo è accompagnato da un’altra tendenza drammatica: la crescita esponenziale della popolazione carceraria. Dai 200.000 detenuti del 1973 si è passati a 2,2 milioni nel 2009, portando il tasso di incarcerazione a quasi l’1% della popolazione: un dato senza precedenti nei paesi democratici moderni, e paragonabile solo all’URSS stalinista o alla Cina maoista. Bartolini evidenzia come la repressione colpisca in modo diseguale: il tasso di incarcerazione tra gli afroamericani è del 2,3% e tra i maschi afroamericani sale al 4,7%, un numero spaventoso che implica che quasi una famiglia afroamericana su due abbia avuto almeno un membro incarcerato. Questa realtà alimenta tensioni razziali, diffidenza verso le istituzioni, e ha contribuito al clima esplosivo definito da alcuni media come la “nuova guerra civile americana”. Il complesso industriale della sicurezza comprende non solo salari, ma anche beni materiali: telecamere, allarmi, porte blindate, armi. L’ossessione per le armi da fuoco – altro aspetto distintivo della società americana – è una manifestazione estrema della sfiducia generalizzata. Tutto questo si traduce in PIL: la paura diventa spesa, e la spesa fa crescere l’economia. Una crescita che è dunque sintomo di malessere, non di benessere. 8.2 – L’industria della segregazione economica: l’espansione urbana Negli anni ’80, un altro settore ha conosciuto una forte espansione: l’edilizia suburbana. L’urbanizzazione americana ha preso la forma di una suburbanizzazione a bassa densità, cioè quartieri di villette monofamiliari circondate da giardini, costruiti lontano dai centri urbani. Questa scelta urbanistica non è stata neutra, ma motivata dalla paura e dal desiderio di isolamento economico: le famiglie bianche di classe media hanno cercato di allontanarsi dalle aree urbane “promiscue” per vivere in ambienti socialmente omogenei. Questo fenomeno ha alimentato la segregazione residenziale per reddito: i quartieri si sono polarizzati, e le classi sociali non si sono più mescolate. Le case tutte simili dei sobborghi mostrano come i quartieri siano pensati per chi ha redditi simili. Così si è creata una segregazione sociale strutturale, non solo delle abitazioni, ma anche dei servizi (scuole, parchi, trasporti). I ricchi e i poveri non solo non vivono insieme, ma non si incontrano né si conoscono più. La conseguenza è l’esplosione della diffidenza tra gruppi sociali, un perfetto circolo vizioso: la paura genera segregazione, la segregazione alimenta altra paura. La suburbanizzazione ha generato profitti nel settore edilizio, contribuendo alla crescita del PIL, ma ha al tempo stesso distrutto il tessuto connettivo delle città. Ancora una volta, la crescita economica si è nutrita del disagio sociale. 8.3 – L’industria del malessere: il sistema sanitario Il settore sanitario è quello che più di tutti ha trainato la crescita americana. La spesa per la sanità è passata dal 6,5% del PIL nel 1970 al 18% attuale, un livello senza paragoni. Tuttavia, l’efficacia di questa spesa è minima: gli USA hanno performance sanitarie tra le peggiori del mondo industrializzato, con bassa aspettativa di vita e alta mortalità infantile. L’aumento dei costi è in parte dovuto a fattori tecnologici (uso di macchinari sofisticati), ma soprattutto a un peggioramento generalizzato della salute fisica e mentale della popolazione. Numerosi studi epidemiologici dimostrano che infelicità, solitudine, stress e confronto sociale sono tra i maggiori fattori di rischio per la salute. Il disagio psicologico cronico abbassa le difese immunitarie, indebolisce il sistema cardiovascolare, e spinge verso stili di vita insalubri. Nel 2003 sono stati spesi 100 miliardi di dollari solo per curare malattie mentali. L’epidemia di oppioidi ha causato 1,3 milioni di ricoveri nel 2016. Il quadro più drammatico è emerso dagli studi di Case e Deaton (2015): tra i bianchi di mezza età e basso reddito si è verificata una vera inversione di tendenza sulla longevità, con un aumento della mortalità dovuto a suicidi, cirrosi epatica, overdose e altre patologie da disperazione. La “morte dei disperati” è diventata un fenomeno sociale che fotografa l’invisibile epidemia di malessere che attraversa gli Stati Uniti. Questo disagio colpisce soprattutto i “perdenti della globalizzazione”: bianchi non laureati della Rust Belt, colpiti dalla deindustrializzazione, dalla perdita del lavoro e della dignità sociale. Questo gruppo è lo stesso che ha costituito la base elettorale per Donald Trump. La sofferenza sociale ha generato prima malattia, poi domanda sanitaria, e infine crescita economica. Ma è una crescita tossica. 8.5 – Sommario del capitolo Bartolini riassume così l’anatomia della crescita americana: una crescita sostenuta non da benessere, ma da paura, isolamento, segregazione e malattia. I settori trainanti – sicurezza, edilizia, sanità, intrattenimento domestico, turismo – sono tutti risposte a un disagio profondo. È la crescita difensiva: una forma di sviluppo in cui il mercato prospera sulle ferite relazionali e ambientali. Conclusione alla Parte Seconda – “La capra e i cavoli” Il capitalismo ha sempre avuto una componente distruttiva dei beni comuni. Ma mentre in passato la crescita economica era anche motivata dalla necessità di superare la povertà di massa, dagli anni ’80 in poi la crescita difensiva è diventata predominante. Globalizzazione, neoliberismo, competitività e precarietà hanno corroso la felicità, aumentato la diseguaglianza e frantumato i legami sociali. I paesi che hanno dominato la scena economica globale – USA, Cina, India – sono anche quelli che hanno sacrificato relazioni e ambiente in nome della crescita. Sono modelli estremi di economia di mercato come lotta spietata, e oggi sono leader sia nella crescita economica che nel crollo della felicità. Tuttavia, in questo scenario desolante c’è un’opportunità: se vogliamo accelerare la Grande Decelerazione – cioè un rallentamento virtuoso della crescita insostenibile – dobbiamo rimuovere le cause difensive della crescita, invertendo il degrado dei beni comuni. Una politica centrata sulla qualità delle relazioni, della salute, della scuola, del lavoro, delle città e dei media può permetterci di ottenere “la capra” della sostenibilità ambientale e “i cavoli” della felicità collettiva. Capitolo 9 – Privatopoli e Collaborandia 9.1 – Il cambiamento climatico genera crescita economica Il capitolo si apre con un’affermazione provocatoria ma fondata: il cambiamento climatico può diventare una delle principali forze trainanti della crescita economica futura, a causa delle sue conseguenze disastrose. Bartolini introduce il concetto attraverso il meccanismo noto della crescita difensiva intergenerazionale, cioè quel tipo di crescita che deriva dal tentativo di riparare o difendersi dai danni causati da una crisi ambientale o sociale che si manifesta a distanza di tempo. Il cambiamento climatico ne è l’esempio perfetto. Le emissioni di oggi avranno effetto tra decenni, quando molti di noi non ci saranno più. Questo crea un conflitto intergenerazionale, in cui le generazioni presenti – inconsapevolmente o cinicamente – compromettono il benessere delle future. Bartolini fornisce diversi esempi emblematici: • • • • • Una tromba d’aria che devasta una città genera enormi danni materiali; ma per il PIL è una benedizione: bisogna ricostruire, impiegare forza lavoro, acquistare materiali, mobilitare capitali. L’edilizia, settore ad alta intensità energetica e ambientale, è tra i primi beneficiari di questa distruzione. L’innalzamento del livello del mare, che costringerà a spostare milioni di persone dalle zone costiere, genererà nuove città e infrastrutture, trasformando un disastro in uno stimolo all’economia. La scomparsa delle api, già in atto in alcune zone del mondo, porterà allo sviluppo di settori artificiali dell’impollinazione, come lavoro umano con cotton fioc o droni tecnologici. Le ondate di calore, sempre più intense, faranno esplodere il mercato dei condizionatori, aumentando sia PIL che consumi energetici. • Le nuove epidemie e i problemi sanitari legati al clima spingeranno ulteriormente la crescita del settore sanitario. Bartolini osserva che tutto questo porterà a una situazione paradossale in cui la crisi climatica, con il suo carico di sofferenze, diventerà un moltiplicatore di crescita economica. La crescita, in questo contesto, non sarà segno di progresso, ma di riparazione continua e costosa dei danni da noi stessi provocati. 9.1 – Il paradosso dei modelli economici I modelli di previsione economica tendono a concludere che il cambiamento climatico avrà un effetto negativo sul PIL. Ma, spiega Bartolini, ciò accade perché questi modelli considerano solo le perdite dirette (danni all’agricoltura, salute, città abbandonate...), ignorando però che la risposta a questi danni – cioè la spesa per mitigarli – farà aumentare il PIL. Questa miopia dei modelli economici sottovaluta l’enorme spinta propulsiva che la distruzione sistemica può esercitare sulla macchina produttiva. In altre parole, più danni subiamo, più cresceremo economicamente – ma si tratterà di una crescita distorta, insostenibile e, soprattutto, umanamente e ambientalmente catastrofica. 9.2 – Denaro e minacce future Questa sezione affronta un rischio profondo: la trasformazione del denaro da mezzo economico a scudo psicologico ed esistenziale contro l’incertezza futura. Se il cambiamento climatico rappresenta una minaccia per i nostri figli, la reazione più istintiva e diffusa è accumulare denaro per proteggerli, nella convinzione che le risorse monetarie saranno l’unico strumento di salvezza. In una società dove nessuno si fida più della collettività, della politica o delle istituzioni, la difesa privata diventa l’unica risposta. Ma questa reazione individuale, pur mossa da amore e senso di responsabilità verso i figli, alimenta la crescita difensiva e aggrava il disastro collettivo. È questo il cuore del paradosso: più cerchiamo di difendere i nostri figli accumulando risorse individuali, più peggioriamo il mondo in cui vivranno. 9.3 – Racconto di due città: Collaborandia e Privatopoli Bartolini racconta allora una metafora, un racconto illustrato, che esemplifica il meccanismo appena descritto. Due città identiche – Collaborandia e Privatopoli – affrontano la stessa crisi ecologica: il mare sale e l’acqua si riempie di rifiuti. Le previsioni sono gravi, e tutti sanno che solo un’azione politica collettiva può risolvere il problema. La differenza è culturale e politica: • • A Collaborandia, i cittadini credono nel sistema politico, partecipano, si informano, si mobilitano, creano associazioni, chiedono cambiamenti. Ottengono risultati: meno auto, più trasporti pubblici, energie rinnovabili, riduzione degli orari di lavoro. Il PIL cresce poco, ma la qualità della vita migliora. A Privatopoli, invece, regna la sfiducia nella politica. I cittadini credono che i politici siano collusi con le aziende inquinanti, che le proteste siano inutili. Si rifugiano nella strategia individuale: lavorare di più, guadagnare di più, lasciare ai figli abbastanza soldi per vivere nei quartieri alti, lontano dall’acqua e dalla puzza. Nessuna azione collettiva, solo ansia, frenesia e competizione. 9.4 – Reazioni divergenti e traiettorie opposte Trent’anni dopo, le due città sono profondamente diverse: • • Collaborandia è verde, lenta, accogliente, ricca di tempo libero, relazioni sociali, felicità. La crisi ecologica è sotto controllo, le disuguaglianze moderate. La città è vivibile, umana, sostenibile. Privatopoli è economicamente prospera ma socialmente devastata. L’acqua ha invaso i quartieri bassi, l’aria è irrespirabile, la popolazione è ansiosa, competitiva, stressata. I figli cresciuti in quel clima sono insicuri, affettivamente trascurati, ossessionati dal successo. Hanno ricevuto più denaro, ma meno amore, meno tempo, meno stabilità. In definitiva, Privatopoli ha sacrificato la felicità futura sull’altare della sicurezza materiale, mentre Collaborandia ha scelto la collettività e ha preservato la vivibilità del futuro. 9.5 – La tragedia della impotenza collettiva Il capitolo si chiude con una potente riflessione: la crisi non nasce dall’egoismo, ma dalla sfiducia collettiva. Gli abitanti di Privatopoli amavano i loro figli, ma non credevano più che fosse possibile salvare l’ambiente attraverso l’azione politica collettiva. Così hanno cercato una via di fuga privata – e questo ha aggravato il disastro. È ciò che Bartolini chiama “la tragedia della impotenza collettiva”: quando le persone rinunciano a sperare nella politica, e cercano soluzioni solo individuali, producono la rovina che volevano evitare. Il denaro è accumulabile individualmente, mentre l’ambiente può essere salvato solo collettivamente. Ma il singolo, consapevole che i suoi gesti hanno un impatto minimo sul clima globale, si sente impotente – e torna a cercare protezione nel denaro. Un ciclo perverso e autodistruttivo. Questo vale anche per le crisi sociali: se si teme un futuro disgregato, e si pensa che l’unica salvezza sia personale, si distrugge ciò che resta della coesione sociale. 9.6 – Due messaggi innovativi Il capitolo veicola due intuizioni cruciali: 1. La crisi ambientale non è solo frutto di egoismo, come sostiene l’ecologismo classico, ma può derivare anche dal desiderio di proteggere chi amiamo, in un contesto di sfiducia collettiva. 2. La fiducia nella politica è condizione necessaria per la sostenibilità. Senza credere nella possibilità di agire insieme, anche le buone intenzioni si trasformano in disastri. 9.7 – L’appendice economica: Privatopoli in formule Infine, Bartolini formalizza queste intuizioni in un modello economico intertemporale. Paradossalmente, il modello dimostra che più gli individui tengono al futuro (tasso di sconto basso), più tendono a risparmiare e investire, alimentando la crescita difensiva e quindi il degrado ambientale. In assenza di coordinamento, gli sforzi individuali per proteggere il futuro lo compromettono. Solo un “pianificatore benevolo”, cioè una politica collettiva, potrebbe impedire questa dinamica autodistruttiva. Conclusione Il Capitolo 9 è un potente manifesto narrativo, teorico e simbolico. Dimostra che l’insostenibilità non nasce da mancanza d’amore per il futuro, ma dall’incapacità di agire insieme. In una società dove il denaro è l’unico rifugio, le soluzioni private distruggono i beni pubblici. Collaborandia e Privatopoli sono due futuri possibili, e la scelta dipende dalla fiducia nella nostra capacità di cambiare strada insieme. Capitolo 10 – Viviamo a Privatopoli? Nel decimo capitolo del libro Ecologia della felicità, Stefano Bartolini si pone una domanda fondamentale: viviamo davvero a Privatopoli? Dopo aver presentato, nel capitolo precedente, le due città metaforiche di Collaborandia e Privatopoli – l’una fondata sulla fiducia collettiva e sull’azione politica, l’altra sul cinismo e sul rifugio individuale nel denaro – l’autore si interroga se il nostro mondo reale assomigli più alla seconda. Privatopoli è una società abitata da persone che tengono profondamente ai propri figli e al futuro dell’umanità, ma che non credono più nella possibilità di affrontare i problemi collettivamente, tramite la politica. Al contrario, Collaborandia è una società che, di fronte a un pericolo globale come il cambiamento climatico, risponde con mobilitazione collettiva, fiducia istituzionale e scelta di stili di vita più lenti, sostenibili e relazionali. Per stabilire a quale delle due ci avviciniamo di più, Bartolini si concentra su due questioni centrali: ci importa davvero del futuro delle generazioni che verranno dopo di noi? E, ancora più importante, crediamo che la politica sia in grado di affrontare queste sfide? La prima questione è più complessa di quanto sembri. Da una parte, c’è chi sostiene che le persone si interessano principalmente al presente, al proprio benessere personale, e che l’interesse per il futuro – soprattutto quello molto lontano – sia debole e astratto. Questa visione è condivisa da buona parte dell’economia ambientale tradizionale, e si basa sull’idea che l’essere umano sia fondamentalmente egoista, e che quindi non sia disposto a sacrificare granché per migliorare la vita di chi verrà dopo. Ma esiste anche un’altra posizione, sostenuta ad esempio da Nicholas Stern, secondo cui l’essere umano è mosso da motivazioni etiche profonde, e che la sorte delle generazioni future è sentita come qualcosa di rilevante, serio, urgente. Quando si tratta di eventi esistenziali, come il riscaldamento globale o la distruzione degli ecosistemi, molte persone – sostiene Stern – sono disposte ad agire anche in assenza di vantaggi diretti, proprio perché mosse da un senso di responsabilità collettiva e intergenerazionale. Ma come possiamo sapere se la gente tiene davvero al futuro lontano, a quel “dopo di noi” che non potrà mai vedere? Bartolini e il ricercatore Francesco Sarracino hanno cercato di rispondere a questa domanda in modo innovativo. Anziché chiedere direttamente alle persone se sono disposte a fare sacrifici per il futuro (rischiando risposte idealizzate e poco sincere), hanno usato un approccio indiretto e psicologico. Hanno cioè ipotizzato che se il futuro ci sta a cuore, allora la visione che abbiamo di esso deve incidere sul nostro benessere presente. In altri termini, se siamo convinti che il mondo sarà sempre peggiore e che i nostri figli vivranno in un’epoca difficile, dovremmo sentirci più tristi e angosciati anche oggi. Al contrario, se immaginiamo un futuro positivo, la nostra felicità attuale dovrebbe beneficiarne. Se invece pensiamo solo al presente, e del futuro non ci interessa nulla, allora il nostro benessere non sarà influenzato dalle aspettative a lungo termine. Come dire: se l’iceberg arriva dopo che siamo scesi dalla nave, va bene lo stesso, basta che adesso la musica dell’orchestra sia piacevole. Per verificare questa ipotesi, Bartolini e Sarracino hanno analizzato più di 300.000 interviste raccolte in decine di paesi – ricchi e poveri, occidentali e non – provenienti da indagini autorevoli come il World Values Survey, l’Eurobarometro, il General Social Survey americano, e molti altri. Hanno confrontato le risposte sulla visione del futuro (se si pensa che i figli vivranno meglio o peggio, se si è ottimisti o pessimisti riguardo all’umanità) con le risposte sulla felicità personale, e il risultato è stato sorprendentemente chiaro: le persone con una visione pessimistica del futuro sono mediamente meno felici del 13% rispetto a chi ha una visione ottimistica. Un dato molto significativo, che resta valido anche tenendo conto di fattori come il reddito, l’età, il sesso, il titolo di studio, la presenza o meno di figli. Insomma, il futuro ci tocca profondamente, indipendentemente da chi siamo e da dove viviamo. Per essere certi che non fosse la tristezza personale a influenzare la visione del futuro (cioè che i pessimisti siano tristi e non il contrario), gli autori hanno utilizzato una tecnica econometrica sofisticata, chiamata “variabili strumentali”, che permette di isolare il nesso causale. Anche con questa metodologia, i risultati restano solidi: la percezione di un futuro negativo deprime la felicità presente, mentre immaginare un futuro migliore rende le persone più soddisfatte oggi. Questa scoperta smentisce l’idea, tanto diffusa, che le persone siano indifferenti al destino delle prossime generazioni. Al contrario, emerge che abbiamo una sensibilità collettiva intergenerazionale, e che il pensiero del mondo in cui vivranno i nostri figli e nipoti ha un impatto tangibile sulla nostra salute psicologica attuale. E allora, perché ci comportiamo spesso come se non ci importasse nulla? La risposta sta nella seconda parte del ragionamento: la fiducia nella politica. È qui che la metafora di Privatopoli acquista forza. Lì, ricordiamo, i genitori amano i loro figli e sono preoccupati per il futuro, ma non credono che la politica possa fare qualcosa. Per questo si rifugiano in strategie individuali: fare soldi, comprare una casa in alto, garantire una via di fuga privata. È un comportamento dettato dall’amore, ma avvelenato dalla sfiducia. E lo stesso accade nel nostro mondo. I dati sulla fiducia politica sono sconfortanti. Negli anni ’60, l’80% degli americani si fidava del governo federale. Oggi solo il 20%. La fiducia nel Congresso è passata dal 40% al 10%. In Europa e in Australia si osservano dinamiche simili. In Italia, la quota di cittadini che dichiarano una diminuzione di fiducia nella politica è passata dal 38% nel 2004 a quasi il doppio nel giro di un decennio. Siamo, insomma, profondamente disillusi. E questa disillusione non è senza effetti: Bartolini mostra che le persone con bassa fiducia nella politica sono anche quelle con la visione più pessimistica del futuro. È una spirale discendente: meno crediamo nella possibilità di cambiare insieme, più vediamo nero; più vediamo nero, più ci chiudiamo in noi stessi. Alla fine, la risposta alla domanda iniziale – viviamo a Privatopoli? – è un sì. Siamo una società che tiene ai suoi figli, ma che non crede più nella forza della collettività. Questo ci porta a scegliere la competizione al posto della cooperazione, la difesa individuale al posto della ricostruzione comune, il denaro come scudo anziché la politica come strumento. È una condizione psicologica collettiva molto pericolosa, perché ci fa sentire impotenti di fronte a problemi che, per loro natura, possono essere risolti solo insieme. Per questo, conclude Bartolini, la vera priorità non è solo ambientale, ma politica e culturale: se vogliamo evitare il destino di Privatopoli e costruire qualcosa di simile a Collaborandia, dobbiamo ricostruire la fiducia nella politica come spazio di decisione condivisa e come strumento di giustizia intergenerazionale. I prossimi capitoli, infatti, saranno dedicati proprio a capire perché abbiamo perso questa fiducia e come possiamo riconquistarla. Nel capitolo 11, Bartolini affronta una questione centrale nel percorso del suo libro: perché le persone hanno perso fiducia nella politica? Questa è una domanda cruciale, perché dalla risposta dipende la possibilità stessa di uscire da Privatopoli, quella società dove si tenta di difendere individualmente i propri figli da un futuro degradato, proprio perché non si crede più nella capacità della collettività di rispondere ai problemi comuni. Se davvero vogliamo avvicinarci a Collaborandia, dove i problemi vengono affrontati insieme, con fiducia nelle istituzioni e nelle soluzioni condivise, allora dobbiamo ricostruire quella fiducia che oggi manca. Ma per ricostruirla, occorre prima capire perché è crollata, e soprattutto se questo crollo ha radici nella realtà o solo nella percezione. Bartolini introduce il problema ponendo una distinzione fondamentale: la sfiducia nella politica nasce da una distorsione della percezione o da una lettura realistica dei fatti? Alcune percezioni collettive, come quella sull’aumento della criminalità, si sono rivelate ingiustificate: i dati dicono che i crimini sono in calo, ma la paura è in aumento. Se fosse lo stesso per la politica, la soluzione sarebbe tutto sommato semplice: migliorare la comunicazione, rendere visibili i successi e correggere la disinformazione. Ma se, al contrario, la sfiducia è ben fondata, e la politica effettivamente non rappresenta più la maggioranza delle persone, allora il problema è sistemico e la soluzione molto più complessa: bisogna cambiare il modo in cui funziona la democrazia. Secondo Bartolini, la risposta è chiara: la sfiducia è fondata. I cittadini non si sentono rappresentati perché non lo sono più. È questo il cuore del concetto di postdemocrazia, introdotto dal politologo Colin Crouch. Viviamo in un sistema che conserva le forme esteriori della democrazia – elezioni, libertà di stampa, dibattito pubblico – ma ha perso la sostanza. Le decisioni non vengono più prese dai rappresentanti eletti in base alla volontà popolare, ma sono il prodotto dell’interazione tra politici e grandi gruppi economici, in particolare le multinazionali. Il potere economico ha colonizzato il potere politico, trasformando i cittadini in spettatori passivi. La democrazia è diventata un contenitore vuoto, una macchina istituzionale che serve a legittimare decisioni prese altrove. Questa trasformazione ha una storia precisa. Nel XX secolo, la democrazia aveva effettivamente funzionato: il suffragio era stato esteso, i partiti di massa rappresentavano le classi popolari, la politica era riuscita a imporre limiti ai mercati, creando welfare, sanità pubblica, istruzione gratuita, e una società più equa. Il voto serviva davvero a decidere. Ma dagli anni Ottanta in poi, questo equilibrio è stato progressivamente smantellato. La partecipazione si è ridotta, i partiti popolari si sono svuotati, il marketing politico ha sostituito l’ideologia, e i politici sono diventati sempre più dipendenti dal denaro e dai poteri economici. Un esempio estremo è quello italiano: la fondazione di Forza Italia da parte di Silvio Berlusconi è per Bartolini il caso più puro di postdemocrazia. Non solo un miliardario finanzia un partito: ne diventa leader politico, simbolo mediatico e proprietario. Il suo partito-azienda è un contenitore vuoto dominato da interessi privati. Ma anche altrove, dagli Stati Uniti all’Europa, i politici non rispondono più agli elettori ma al business. In questo contesto si sviluppa la democrazia dell’1%: una situazione in cui la maggioranza delle persone ha opinioni e valori progressisti, ma le politiche pubbliche riflettono le preferenze di una piccola élite ricca. Gli americani, ad esempio, secondo Michael Moore e numerose statistiche, sono largamente favorevoli a politiche che in Europa considereremmo “di sinistra”: aborto legale, assistenza sanitaria universale, università gratuite, parità salariale, ambientalismo, legalizzazione della marijuana, aumento del salario minimo, riduzione della spesa militare, e persino più tassazione per i ricchi. Eppure, la politica americana va nella direzione opposta. Come mai? La risposta arriva da uno studio scientifico approfondito di Gilens e Page, che ha analizzato decenni di decisioni politiche negli Stati Uniti. I risultati sono sconvolgenti: le élite economiche e i gruppi di interesse organizzato hanno un’influenza decisiva sulle politiche, mentre la maggioranza dei cittadini comuni non ha praticamente alcun peso. Se l’1% vuole qualcosa, lo ottiene; se lo vogliono i cittadini, solo quando coincide con gli interessi dei ricchi. Non è più democrazia: è oligarchia di fatto. E studi analoghi in Germania e Francia mostrano risultati simili. Dalla fine degli anni ’70, la politica si è allineata sempre più agli interessi del capitale, abbandonando il suo ruolo di mediatrice tra classi e diritti. Questo ha avuto conseguenze evidenti: le tasse sui ricchi e sulle imprese sono crollate; l’aliquota più alta dell’imposta sul reddito nei paesi OCSE è passata dal 66% al 42% tra il 1981 e il 2010; quella sui redditi societari dal 47% al 25%, e quella sui dividendi dal 75% al 42%. In parallelo, i bilanci pubblici sono stati strangolati, i servizi sociali indeboliti, e le disuguaglianze sono esplose. I cittadini vedono tutto questo, lo vivono, lo subiscono, e si disilludono. In questo quadro di regressione democratica, la tecnologia digitale ha aggravato la situazione. I social media, che inizialmente sembravano uno strumento di democrazia diretta, si sono trasformati in uno strumento potentissimo di manipolazione dell’opinione pubblica. Tutto ciò che facciamo online lascia tracce: acquisti, interessi, paure, opinioni. Queste informazioni vengono raccolte da giganti del web come Google e Facebook, e utilizzate per creare messaggi personalizzati capaci di influenzare il comportamento elettorale. Si tratta di una nuova forma di pubblicità occulta, che funziona proprio perché non sembra propaganda. I messaggi appaiono nei feed social sotto forma di notizie, video, meme, commenti apparentemente spontanei. Bartolini descrive il meccanismo in modo molto concreto: se una persona ha cercato notizie su crimini commessi da immigrati, gli verranno mostrati messaggi sempre più allarmisti e selettivi, provenienti da fonti differenti ma in realtà coordinati da un unico disegno comunicativo. Questo crea una bolla informativa chiusa, che rafforza le paure, polarizza le opinioni e spinge a conclusioni estreme. I contenuti più visti diventano “verità” solo perché sono i più condivisi, anche se sono manipolazioni emotive. È il mondo della post-verità, dove i fatti contano meno dei sentimenti e in cui la ragione pubblica è in ostaggio del marketing digitale. Un esempio emblematico citato è quello della Brexit. Durante la campagna referendaria, un video pro-Brexit associava un massacro avvenuto negli Stati Uniti a un presunto pericolo immigratorio in Gran Bretagna, pur non esistendo alcun nesso logico. Ma il messaggio funzionava, perché attivava emozioni forti e paure profonde, in un sistema che ha smesso di premiare l’argomentazione razionale. Il paradosso è che questa propaganda, finanziata da miliardari e grandi potenze (come Robert Mercer o la Russia), si presenta come ribellione contro le élite, pur essendo orchestrata dalle élite stesse. Il sogno iniziale di una “piazza pubblica digitale” è stato privatizzato: le piattaforme sono oggi uno spazio dominato dal potere economico, che usa tecniche sofisticate per controllare l’opinione pubblica. A questo punto, Bartolini si chiede: come siamo arrivati fin qui? La risposta è che la globalizzazione ha stravolto i rapporti di forza tra politica ed economia. Gli stati, per attrarre capitali, hanno dovuto abbassare le tasse, smantellare i diritti sociali e ambientali, e offrire condizioni favorevoli alle multinazionali. La finanza globale punisce i paesi che cercano alternative. Ma la causa più diretta della postdemocrazia è che fare politica è diventato carissimo. Le campagne elettorali richiedono somme enormi, e quindi i partiti dipendono sempre di più da chi quei soldi può offrirli: le grandi imprese. In un sistema così costoso, chi ha più risorse vince. Il denaro seleziona i vincitori, indirizza i messaggi, paga le strategie. E quando c’è un conflitto tra un’impresa inquinante e i cittadini che vogliono respirare aria pulita, chi ha i mezzi per farsi sentire? L’impresa considera le spese di lobbying un investimento redditizio: se riesce a mantenere le sue attività inquinanti, aumenta i profitti. I cittadini, invece, dovrebbero spendere soldi e tempo per difendere un bene comune che non dà ritorni economici. Il risultato è che gli interessi economici vincono quasi sempre, e quelli non economici restano inascoltati. Alla fine, Bartolini arriva a una conclusione netta: la gente ci vede benissimo. Il problema della democrazia non è una crisi di percezione, ma una crisi reale. La politica non rappresenta più i bisogni della maggioranza. Le decisioni sono prese da pochi per pochi, mentre la maggioranza è ridotta al ruolo di pubblico pagante. Se vogliamo evitare che si compia fino in fondo il destino di Privatopoli, se vogliamo rispondere insieme ai grandi problemi collettivi – ambientali, sociali, democratici – dobbiamo ricostruire un sistema politico che funzioni davvero. Dobbiamo restaurare la democrazia nella sua sostanza, non solo nelle sue forme. Il come sarà il tema del prossimo capitolo. CAPITOLO 12 RIFORMARE LA DEMOCRAZIA: Il dodicesimo capitolo affronta il tema forse più delicato del libro: è possibile salvare la democrazia? Dopo aver mostrato come la democrazia, nella sua forma attuale, sia stata svuotata del suo significato e colonizzata dai grandi interessi economici, Bartolini propone di superare la postdemocrazia non con il ritorno a forme autoritarie, ma riformando profondamente le regole del gioco democratico. La sfiducia crescente nella politica non è solo percepita, è reale. Lo mostrano i dati: secondo il Rapporto Censis 2019, quasi un italiano su due (48%) auspica un uomo forte al potere, che non debba rendere conto né al parlamento né al processo elettorale. Un desiderio che riflette la crisi di legittimità delle istituzioni democratiche e l’idea, sempre più diffusa, che le democrazie non siano più capaci di decidere e di agire. Questo vuoto è stato colmato dal fascino dell’autoritarismo: leader come Orban, in Ungheria, sostengono apertamente che lo stato illiberale è il futuro, in quanto più efficiente e immune dalle “degenerazioni” del liberalismo occidentale. Il confronto tra l’efficienza cinese e le lentezze della democrazia indiana, tra la gestione della pandemia in Asia e in Europa, ha rafforzato questa retorica, secondo cui la democrazia è diventata un ostacolo più che una risorsa. Ma Bartolini rifiuta questa conclusione. L’autocrazia non è l’unica alternativa alla democrazia malfunzionante. Al contrario, sostiene che ciò che è fallito non è la democrazia in sé, ma la sua versione storica novecentesca, figlia di un contesto ideologico e sociale ormai tramontato. Il capitolo, quindi, non si limita a denunciare i problemi, ma propone una serie di riforme concrete per cambiare le regole del gioco politico, rendendolo più trasparente, più equo, meno dipendente dal denaro e più aperto alla partecipazione reale dei cittadini. La prima proposta riguarda la limitazione della spesa elettorale dei partiti. Oggi le campagne politiche sono dominate da logiche di marketing, neuro-marketing, sondaggi, consulenze, spot pubblicitari: un’industria costosa, accessibile solo a chi ha grandi risorse finanziarie. Se venisse imposto un tetto di spesa molto basso, le campagne dovrebbero basarsi su volontariato, militanza, passione politica, e non sulla potenza di fuoco economica. Questo renderebbe i partiti meno vulnerabili ai finanziamenti privati, ridurrebbe l’influenza del grande capitale e costringerebbe i politici a cercare consenso tra le persone, non tra i donatori. Un limite di spesa cambierebbe radicalmente le dinamiche attuali, in cui la scarsità di risorse rende i partiti ricattabili. In Italia, ad esempio, la campagna elettorale del 2018 è stata povera, ma proprio per questo esposta alle tentazioni dei capitali esterni. Chi oggi decidesse di investire milioni di euro nella politica italiana – siano essi grandi gruppi privati o potenze straniere – potrebbe ottenere un’influenza sproporzionata. Il riferimento alla trattativa tra la Lega e finanziatori russi, o al caso del leader austriaco Strache, è chiaro: senza limiti, il rischio di interferenze esterne è altissimo. Accanto ai limiti di spesa, Bartolini propone restrizioni all’accesso ai media. In particolare, denuncia il ruolo devastante degli spot televisivi nella politica americana, dove le campagne sono dominate da messaggi pubblicitari costosissimi. Vietare o limitare questi strumenti ridurrebbe il peso delle multinazionali e riequilibrerebbe il terreno di gioco. È una proposta che mira a ridurre la spettacolarizzazione della politica, il suo ridursi a guerra di marchi, slogan e immagini, in cui il contenuto reale è marginale. Un altro punto fondamentale è il finanziamento pubblico ai partiti. In Europa è una prassi consolidata, ma non basta. Se non viene accompagnato da un tetto massimo di spesa, il finanziamento pubblico diventa una base insufficiente che costringe i partiti a cercare fondi altrove, cioè tra le élite economiche. Per Bartolini, la politica dovrebbe costare poco, e quel poco dovrebbe essere garantito dallo Stato, evitando sia la fame cronica di risorse sia l’asservimento ai grandi donatori. Una proposta innovativa in questo senso arriva da Ackerman e Ayres della Yale Law School: dare a ogni elettore un buono di 50 dollari da destinare a un partito o candidato a sua scelta. Questo introdurrebbe una forma di finanziamento diffuso, anonimo e democratico, restituendo potere reale ai cittadini. Bartolini ne riconosce anche i rischi, in particolare nel contesto attuale di manipolazione digitale dell’opinione pubblica, ma sottolinea che si tratta di una riforma con un potenziale trasformativo enorme. Altro fronte indispensabile è la regolamentazione delle cosiddette “porte girevoli”, ovvero il passaggio continuo di persone tra incarichi politici e ruoli di potere nelle grandi aziende. Quando ex-presidenti della Commissione Europea come Barroso finiscono a lavorare per Goldman Sachs, o ex-capi di governo come Blair o Schroeder si mettono al servizio dei colossi energetici sauditi o russi, la credibilità della politica viene distrutta. Per Bartolini, questi passaggi dovrebbero essere regolati rigidamente o vietati del tutto. Un ulteriore strumento chiave è la trasparenza dei bilanci e dei finanziamenti privati. L’autore non usa mezzi termini: la legislazione italiana in materia è, secondo lui, una buffonata, piena di opacità e scappatoie. La trasparenza, invece, è il fondamento del controllo democratico: i cittadini devono sapere chi finanzia chi, quanto e perché. Senza questa chiarezza, nessuna fiducia potrà mai essere ricostruita. Nel concludere il capitolo, Bartolini riconosce che il suo elenco è solo un assaggio delle riforme possibili. Ci sono proposte molto più radicali, come rendere reato ogni incontro tra un politico e un lobbista non registrato e filmato, oppure usare piattaforme digitali pubbliche per favorire la partecipazione diretta dei cittadini, come avviene a Barcellona con il progetto Decidim. Il punto centrale, tuttavia, non è la singola riforma, ma la presa di coscienza collettiva: la democrazia che conosciamo è figlia del Novecento, di un mondo industriale, nazionale e ideologico che non esiste più. Nel nuovo contesto, segnato da globalizzazione, frammentazione sociale e potere economico diffuso, dobbiamo immaginare nuove regole per difendere lo spazio pubblico e la rappresentanza. La democrazia non è morta. Ma deve evolversi, altrimenti perderà definitivamente la sfida con l’autoritarismo. E proprio sull’autoritarismo Bartolini chiude con un avvertimento. Se oggi l’autocrazia seduce, è solo perché la democrazia viene percepita come inefficace e irriformabile. Ma la storia dimostra che anche i regimi autoritari sono al servizio dei poteri economici. Inoltre, da studioso della felicità, Bartolini ricorda che la libertà di scelta è un ingrediente fondamentale della felicità umana. Per questo, conclude, l’alternativa alla postdemocrazia non è l’autocrazia. L’alternativa è la democrazia. Quella vera. CAPITOLO 13 RIFORMARE LE CITTÀ Il capitolo 13 si apre con un interrogativo cruciale per l’intero impianto del libro: è possibile conciliare felicità e sostenibilità urbana? In altri termini, una città pensata per ridurre le emissioni e l’impatto ambientale può anche essere una città dove si vive meglio, dove le persone sono più felici? La questione è tutt’altro che secondaria, perché la maggior parte delle emissioni inquinanti proviene dalle città, dove si concentra anche la maggioranza della popolazione mondiale, dei trasporti e dell’attività economica. Inoltre, come sottolinea Bartolini, se le trasformazioni necessarie per rendere le città sostenibili dovessero ridurre la felicità degli abitanti, l’intero progetto di una sostenibilità desiderabile vacillerebbe. Ma fortunatamente, le evidenze e gli esperimenti dimostrano il contrario: le città più sostenibili sono anche le più felici. Per illustrarlo, Bartolini prende l’esempio virtuoso di Copenaghen, considerata un modello mondiale di sostenibilità urbana. La capitale danese ha avviato un ambizioso progetto di neutralità climatica da raggiungere entro il 2025. Il piano si basa su due pilastri: il verde urbano diffuso e la drastica riduzione del traffico automobilistico privato. Sul primo punto, Copenaghen è disseminata di spazi verdi: il 25% della superficie cittadina è coperto da aree verdi pubbliche, pari a 2.260 ettari. Ogni cittadino ha in media 42 mq di verde a disposizione, e il 96% della popolazione vive a meno di 15 minuti a piedi da un parco o uno spazio blu (cioè aree verdi affacciate sull’acqua). La città sta inoltre trasformando aree industriali dismesse in riserve naturali, come quella di North Harbour. In aggiunta ai grandi parchi, Copenaghen ha adottato la strategia dei giardini da tasca: piccoli spazi verdi sotto i 5.000 mq ricavati in angoli inutilizzati della città, pensati per offrire prossimità, accessibilità e quotidianità al contatto con la natura. Ma forse il tratto più emblematico della trasformazione urbana è la lotta all’auto privata. L’amministrazione ha ridotto drasticamente i parcheggi, aumentato i costi del loro uso e investito massicciamente in infrastrutture ciclabili: ponti, piste, parcheggi, biciclette condivise. Oggi il 45% degli abitanti va a lavoro o a scuola in bicicletta, con una riduzione annua di oltre 100.000 tonnellate di CO₂. Anche il trasporto pubblico è stato reso efficiente, grazie al fatto che le strade sono meno congestionate dal traffico automobilistico. Inoltre, ogni quartiere è stato reso autosufficiente in termini di servizi e punti di interesse, per evitare la necessità di lunghi spostamenti. Il caso di Copenaghen dimostra che una città sostenibile è anche una città più vivibile, inclusiva, partecipata. Tutti, ricchi e poveri, hanno accesso a spazi verdi, trasporti efficienti e relazioni sociali facilitanti. Le città che seguono questo modello – e sono sempre di più nel mondo – delineano con chiarezza il profilo della città sostenibile del futuro: accessibilità, camminabilità, verde, partecipazione, mobilità pubblica e attiva. A questo punto Bartolini si interroga su cosa sia invece una città felice. E la risposta è chiara: è una città relazionale, pensata per facilitare i legami umani. Per secoli, le città sono state progettate attorno alla piazza, cuore della vita pubblica e sociale. Lo spazio urbano era al servizio dell’incontro. Ma tutto è cambiato con l’avvento dell’auto. Le strade sono diventate pericolose, inquinate, rumorose. Il pedone è stato marginalizzato. Gli spazi pubblici sono stati erosi a vantaggio di parcheggi, tangenziali, rotatorie. Le città si sono trasformate in luoghi pericolosi e ostili alla relazione, costruite per spostare persone, non per farle incontrare. Le periferie anonime, frutto di un’urbanistica dispersa e basata sulla bassa densità, hanno spazzato via la piazza come centro sociale. In questi contesti, i centri commerciali hanno preso il posto della socialità, offrendo ambienti chiusi, pedonali e “sicuri” – ma funzionali al consumo, non all’incontro gratuito. In questo modo, la socialità urbana è diventata condizionata dal potere d’acquisto, escludendo chi non può permetterselo. Lo spazio pubblico gratuito è stato sacrificato, e con esso le relazioni autentiche e democratiche. Chi paga di più questa trasformazione sono bambini e anziani, le categorie con mobilità ridotta. Il crollo della socialità di quartiere ha acuito la solitudine generazionale. I bambini, un tempo liberi di muoversi, oggi dipendono dai genitori per ogni attività. Il “raggio di libertà” dei bambini si è ridotto del 90% in una sola generazione. Oggi solo 1 su 10 va a scuola da solo, e due su tre non sono mai stati da soli in un parco o in un negozio. Questa compressione dell’autonomia ha generato adolescenze più lunghe, genitori più stressati, rapporti familiari più tesi, e un’enorme dipendenza dagli schermi. Lo stesso vale per gli anziani, sempre più isolati e privi di reti di supporto. La solitudine, che era un’eccezione, è diventata la norma. E ciò ha costi altissimi in termini sanitari e assistenziali, perché l’isolamento è il primo fattore di rischio per la salute. La città moderna, dunque, non solo è infelice, ma è anche costosa, perché genera una domanda di mercato per sostituire i beni relazionali distrutti: baby-sitter, badanti, case di riposo, centri commerciali, cliniche, vacanze come fuga, corsi di meditazione, antidepressivi. È il meccanismo della crescita difensiva: distruggiamo beni comuni gratuiti e li rimpiazziamo con servizi a pagamento. L’infelicità urbana diventa carburante per l’economia, ma in modo insostenibile. Come uscirne? Un modello promettente è quello del Nuovo Urbanesimo, un movimento internazionale che punta su camminabilità, densità urbana, uso misto dello spazio e prossimità. I quartieri ad alta densità e multifunzionali permettono interazioni casuali, vicinanza tra casa, scuola, lavoro, tempo libero. Le persone camminano di più, incontrano i vicini, parlano, si riconoscono. Questo genera fiducia, che è uno degli ingredienti fondamentali della felicità. Al contrario, i quartieri periferici e dispersivi isolano. Richiedono l’auto per ogni spostamento, rendono difficile il trasporto pubblico e moltiplicano il pendolarismo, che è una delle attività più infelici misurate nelle ricerche. Più pendolarismo, meno relazioni, più stress, più divorzi. Al contrario, quartieri camminabili creano comunità più coese e sicure, con meno criminalità grazie agli “occhi in strada”. Un elemento fondamentale è il verde urbano. Non solo rende la città più bella, ma è un potente catalizzatore sociale. Dove ci sono alberi, parchi e giardini ben curati, le persone escono di casa, si incontrano, socializzano. Studi da tutto il mondo mostrano che il verde migliora le relazioni, il senso di appartenenza e la fiducia tra i vicini. Anche piccoli orti urbani possono avere effetti notevoli sulla coesione sociale. Il verde fa bene anche alla salute mentale. Uno studio a Filadelfia ha dimostrato che la riqualificazione di piccoli lotti abbandonati – attraverso rimozione dei rifiuti e piantumazione – ha ridotto depressione e senso di inadeguatezza del 40-50%, soprattutto nei quartieri poveri. E non basta solo il “cleaning”: serve il “greening”. Il contatto con la natura abbassa il cortisolo (ormone dello stress), migliora l’umore, aiuta la concentrazione e persino accelera il recupero post-operatorio nei malati oncologici. Il verde funziona anche in solitudine: non solo favorisce le relazioni, ma migliora il benessere personale, la capacità di attenzione e l’autocontrollo nei bambini. Per questo è stato soprannominato “vitamina V”, ed è persino entrato nelle prescrizioni mediche: in USA alcuni pediatri prescrivono tempo nei parchi come terapia per obesità, ipertensione, depressione. In conclusione, Bartolini afferma con forza che le città felici e le città sostenibili coincidono. Una città che promuove il verde, la camminabilità, la mobilità pubblica e lo spazio pubblico di qualità non solo è più ecologica, ma rende la gente più felice, più sana, più unita. La mobilità basata sull’auto privata si rivela un fallimento epocale, che ha peggiorato la qualità della vita e ha alimentato un’economia distruttiva. La bici, attrezzo ottocentesco, si rivela la vera innovazione del futuro. Non dobbiamo sacrificare nulla per vivere meglio nelle città: dobbiamo solo smettere di vivere peggio. È la città contemporanea, costruita attorno all’auto e alla frammentazione, a essere insieme infelice e insostenibile. La riforma urbana, a partire da un progetto di “rammendo” delle periferie (come suggerisce Renzo Piano), dovrebbe essere una priorità nazionale. Eppure l’Italia è in ritardo. I dati parlano chiaro: se Copenaghen garantisce 42 mq di verde pro capite, Milano ne offre 17, Roma 15, Napoli 11, e molte città italiane sono ben sotto la soglia legale dei 9 mq. Caltanissetta arriva appena a 2,7. Per questo, ripensare le città è anche ripensare la felicità e la democrazia. CAPITOLO 14 RIFORMARE LA SCUOLA Il capitolo 14 si apre con una riflessione apparentemente semplice ma profonda: cosa si impara davvero a scuola? Non solo ciò che è scritto nei programmi scolastici, ma anche una serie di messaggi impliciti, mai dichiarati apertamente, ma che modellano il modo in cui gli studenti si relazionano con il sapere, con gli altri, con se stessi e con la società. Questo capitolo vuole appunto indagare i contenuti nascosti del sistema scolastico, quelli che vengono interiorizzati inconsciamente e che, secondo Bartolini, creano disagi, sofferenze e limitano il nostro potenziale umano e democratico. La prima grande critica è che la scuola privilegia il rendimento rispetto al benessere. Fin da piccoli, agli studenti viene insegnato che studiare è qualcosa che non deve necessariamente piacere: si entra in aula e si impara stando fermi e in silenzio, in una posizione innaturale rispetto al modo in cui i bambini imparano – cioè giocando, muovendosi, parlando. Il messaggio implicito è che lo studio è fatica, non piacere, che la performance è un obbligo e che il divertimento non ha posto nell’apprendimento. Questo genera un rifiuto precoce verso lo studio, la lettura e la scuola in generale. E non si tratta solo di percezione: secondo l’OCSE, il 55% degli studenti è in ansia per test e verifiche anche quando si sente preparato, e il 66% ha paura di prendere voti bassi. Paradossalmente, però, proprio l’ansia scolastica è uno dei principali fattori che ostacolano l’apprendimento. I paesi con più stress ottengono risultati peggiori. I paesi con più serenità ottengono risultati migliori. Altro elemento critico è la separazione tra cognizione ed emozione. La scuola si concentra quasi esclusivamente sull’intelligenza cognitiva – nozioni, logica, calcolo – ignorando l’intelligenza emotiva, che invece è decisiva per la riuscita nella vita, nelle relazioni e persino nel lavoro. Daniel Goleman ha calcolato che l’80% del nostro successo personale e professionale dipende dall’intelligenza emotiva. Eppure, ancora oggi, la scuola si basa su un’idea ottocentesca e positivista della mente umana, dove emozione e razionalità sono nemici. Invece, oggi sappiamo – da Damasio a Mayer – che cognizioni ed emozioni sono alleate e che l’apprendimento profondo passa attraverso il coinvolgimento emotivo. Collegato a questo, c’è un altro errore sistemico: la scuola promuove motivazioni estrinseche, non intrinseche. Studiare viene presentato come qualcosa che “serve”, non come qualcosa di “interessante”. Il messaggio è: studia per avere voti, per trovare lavoro, per non essere escluso. Questo trasmette un valore funzionale del sapere, non un amore per il sapere. Eppure la ricerca psicologica è unanime: la motivazione intrinseca migliora i risultati, riduce l’ansia e aumenta la fiducia in sé, mentre la motivazione estrinseca è un fattore di stress e di ansia da prestazione. Un’altra distorsione grave è la centralità della competizione individuale. I voti sono personali, i test sono individuali, e i lavori di gruppo sono rari e poco valorizzati. Il sistema scolastico promuove l’idea che la scuola sia una gara, dove si vince da soli. Questo tipo di struttura mina l’autostima di chi si sente “indietro”, isola gli studenti e insegna la subordinazione all’autorità e la rivalità tra pari. La cooperazione – che è la base dell’apprendimento umano e della costruzione sociale – viene appresa solo in forma “clandestina”, come nel caso delle copiature durante i test. In questo modo, la scuola non solo non insegna la cooperazione, ma la delegittima. Altro errore: l’ossessione per i voti, che sono considerati misura oggettiva del sapere. Ma l’enfasi sulle verifiche distrugge la curiosità, la creatività, il pensiero originale. Inoltre, programmi e scadenze troppo rigide impongono la fretta come modello mentale, insegnando che riflettere troppo è pericoloso, fa perdere tempo e abbassa i voti. Un esempio estremo è quello del sistema scolastico giapponese, dove l’ipercompetizione comincia dall’asilo, con esami di ammissione anche per la scuola elementare. I costi psicologici sono altissimi: il suicidio è la prima causa di morte tra i giovani adulti in Giappone e Corea del Sud. La scuola, inoltre, favorisce l’adattamento, non il cambiamento. Insegna ai ragazzi a piegarsi alle regole, a non metterle in discussione, a sentirsi inadeguati se non si adattano. Ma questo è un tradimento della nostra caratteristica più distintiva come specie: il “senso della possibilità”, cioè la capacità di immaginare alternative e provare a realizzarle. Gli altri animali si adattano; gli esseri umani progettano, cambiano, innovano. La scuola invece soffoca questa capacità, presentandosi come un sistema chiuso, immodificabile, a cui adeguarsi passivamente. Tutti questi problemi sono noti anche a molti insegnanti, che si trovano intrappolati tra le richieste ministeriali di efficienza e il bisogno affettivo e relazionale degli studenti. Lo ha documentato uno studio di McNess et al.: gli insegnanti vorrebbero relazioni umane, cura, ascolto, ma vengono trattati come manager che devono produrre risultati misurabili. Persino l’OCSE, un’istituzione da sempre focalizzata sulle performance, ha cambiato rotta: oggi raccomanda di formare gli insegnanti alla gestione delle relazioni e parla dell’importanza di promuovere la felicità a scuola, proponendo perfino “lezioni di felicità”. Infatti, l’insoddisfazione degli studenti cresce. Negli USA, tra il 40 e il 60% degli studenti delle scuole superiori è cronicamente disimpegnato. Questo disimpegno riduce l’apprendimento, peggiora la salute mentale, favorisce l’abbandono scolastico. L’OCSE ha chiarito che il benessere e il senso di appartenenza sono le basi del buon apprendimento. Anche l’UNICEF ha proposto riforme radicali, suggerendo che i bambini partecipino alle decisioni scolastiche, che le aule siano progettate su misura e che l’interesse e la motivazione vengano messi al centro. Bartolini osserva che c’è una crescente pressione sociale per cambiare la scuola: proteste studentesche, associazioni di genitori, video virali che mettono sotto accusa l’istruzione tradizionale, accusata di uccidere la creatività. Un video in particolare mostra immagini di telefoni e automobili oggi e 100 anni fa: tutto è cambiato, tranne le aule scolastiche. La domanda è provocatoria: la scuola prepara al futuro o al passato? Ma ci sono alternative. L’insegnamento partecipativo, studiato da Algan et al., prevede un rapporto orizzontale tra insegnanti e studenti, lavori di gruppo, progetti comuni, domande reciproche. È più diffuso nei paesi nordici, che combinano alti risultati scolastici e bassi livelli di ansia. Favorisce la cooperazione, l’autostima, la cittadinanza attiva, e produce persone più felici. Questo approccio è anche alla base dei programmi di apprendimento sociale ed emotivo, che sviluppano l’intelligenza emotiva. Un’analisi di oltre 200 programmi, con 270.000 studenti, mostra benefici su emozioni, relazioni, comportamento e anche rendimento scolastico. Esistono poi scuole alternative che già adottano questi principi: le scuole Montessori e Steineriane, ad esempio, hanno successo in tutto il mondo. Le scuole Montessori promuovono autonomia, cooperazione, riflessione, apprendimento multi-età, senza voti né test. Studi controllati mostrano che gli studenti Montessori ottengono risultati migliori, sono più creativi, cooperativi, giusti. Le Steineriane ottengono risultati simili, anche se gli studi non sempre riescono a isolare il ruolo delle famiglie. I paesi nordici, che integrano questi approcci nel sistema pubblico, sono tra i più innovativi e di successo nel mondo dell’istruzione. Al contrario, i paesi mediterranei e dell’est Europa, Italia inclusa, restano ancorati a modelli gerarchici e obsoleti. Eppure la pedagogia partecipativa è nata proprio in Italia, con Maria Montessori. Ma da noi è stata marginalizzata, mentre altri paesi ne hanno fatto tesoro. Infine, Bartolini sottolinea che il sistema scolastico novecentesco era funzionale all’industria e all’esercito, dove servivano obbedienza e ripetitività. Ma oggi viviamo nell’economia della conoscenza e della creatività: servono spirito critico, flessibilità, collaborazione. La scuola attuale non solo è inadatta al benessere, ma anche allo sviluppo economico. In conclusione, la scuola deve essere profondamente riformata. Per il bene degli studenti, della democrazia, della società. L’insegnamento partecipativo non forma solo studenti migliori, ma anche cittadini migliori. È questo che può colmare il divario tra Privatopoli e Collaborandia: creare persone che pensano con la propria testa, che collaborano, che credono che il mondo si possa cambiare. E tutto comincia dalla scuola CAPITOLO 15 RIFORMARE IL LAVORO Il Capitolo 15 si apre con una riflessione drammatica ma necessaria: il lavoro, in molte imprese contemporanee, è fonte di malessere anziché di benessere, e ciò dipende in gran parte da modelli organizzativi e culturali tossici, tuttora diffusi. Bartolini prende le mosse da una citazione inquietante di Francesco Starace, ex amministratore delegato di Enel, che descrive le strategie di cambiamento aziendale in termini di “colpire”, “distruggere fisicamente”, “ispirare paura”, “creare malessere”. È una visione del lavoro come campo di battaglia, dove il potere si afferma attraverso la sofferenza e l’umiliazione dei dipendenti. Questa mentalità, tutt’altro che isolata, viene diffusa da alcune facoltà di economia e da una parte del management aziendale che scambia il cinismo per efficienza. Eppure si tratta di una concezione arcaica e fallimentare, già superata dalle migliori business schools e dalle imprese più avanzate. Henry Mintzberg, tra i massimi esperti mondiali di management, sostiene che proprio questa cultura del comando gerarchico e della paura sia all’origine della crisi economica globale del 2008. Secondo lui, è stato il crollo del senso di comunità all’interno delle imprese, unito all’isolamento delle figure dirigenziali e all’eccesso di gerarchia, a creare ambienti tossici e irrazionali, in cui si sono generate decisioni sconsiderate e distruttive. Mintzberg propone un cambio di paradigma: le imprese devono tornare a valorizzare le persone, ricostruire legami, generare appartenenza, e smettere di trattare gli esseri umani come “risorse” da controllare. L’organizzazione del lavoro moderna ha preso invece una direzione opposta: più pressione, più stress, più controllo, più competizione interna. Questo ha prodotto non solo il collasso di molte aziende, ma anche una crisi generalizzata di benessere lavorativo. Un indicatore sorprendente di questo disagio è che il giorno della settimana in cui si ha meno probabilità di avere un infarto è la domenica, mentre il picco di attacchi cardiaci si verifica il lunedì mattina: è il ritorno a un lavoro odiato a generare sofferenza fisica. Il lavoro, per molti, è diventato una fonte quotidiana di ansia, depressione, esaurimento (burn-out) e persino suicidi. E alla base di tutto questo non c’è solo la sofferenza, ma anche il disimpegno. I dati sono impressionanti: secondo sondaggi Gallup, solo il 14% dei lavoratori europei si dichiara davvero impegnato, mentre il 66% è “non impegnato” e il 20% è attivamente disimpegnato, ovvero ostile o sabotatore nei confronti della propria azienda. Significa che l’86% della forza lavoro, se non controllata, avrebbe produttività nulla o negativa. Questo disimpegno ha un costo economico enorme: per contrastarlo, le aziende devono ricorrere a sistemi di sorveglianza massiccia. Negli Stati Uniti, i supervisori sul lavoro rappresentano il 15% della forza lavoro; in Gran Bretagna il 14%. Si tratta di lavoro improduttivo, che appesantisce i costi aziendali e ha contribuito alla deindustrializzazione di questi paesi, rendendoli meno competitivi a livello globale. Questo è l’effetto delle pratiche manageriali alla Starace: organizzazioni che vivono nel terrore, dove nessuno si fida di nessuno e il controllo diventa la regola. Ma fortunatamente esistono anche modelli alternativi, efficaci e già sperimentati. Molte imprese di successo funzionano non malgrado, ma grazie a una cultura cooperativa e partecipativa. Grandi esempi sono Toyota, Pixar, Semco in Brasile, Mondragon in Spagna. Il presidente di Pixar parla di “creatività collettiva” e “comunità vibrante”, un ambiente dove le persone si sentono parte di un progetto comune. L’evidenza è chiara: aziende fondate su relazioni sane sono più solide, longeve, produttive e resilienti. Al contrario, la cultura della paura e del breve periodo può generare profitti temporanei, ma nel lungo periodo distrugge motivazione, fiducia e impegno, minando la sostenibilità stessa dell’impresa. È quello che Mintzberg chiama “conservazione distruttiva”, l’opposto della distruzione creativa di Schumpeter: oggi, molte grandi aziende non innovano per migliorare i prodotti, ma si concentrano su strategie predatorie per mantenere potere e profitti, danneggiando lavoratori, clienti e ambiente. Si tratta di un capitalismo che acquista concorrenti per soffocarli, sfrutta fornitori e consumatori, disinforma l’opinione pubblica e compra favori politici. È così che operano – secondo Mintzberg – settori come il farmaceutico, l’agroalimentare, il petrolifero e il finanziario, diventati “troppo grandi per funzionare bene”. Ma, accanto a questi giganti tossici, esiste anche un’altra economia, fatta di imprese che mettono al centro le persone. Bartolini cita il caso di Google, che ha adottato un modello organizzativo ispirato a quello di Adriano Olivetti: gruppi di lavoro autonomi, ambienti belli e funzionali, riduzione della gerarchia, attenzione ai tempi di vita, motivazioni intrinseche e cooperazione. Nonostante Google abbia anch’essa zone d’ombra, il fatto che abbia ripreso un modello italiano del secolo scorso dimostra che alternative concrete esistono, e funzionano. Oggi, il successo di un’azienda non dipende più solo da capitali e tecnologia, ma dalla qualità delle persone e delle relazioni. È il cosiddetto capitale umano e relazionale: da un lato, le competenze individuali; dall’altro, la capacità di collaborare, costruire fiducia, lavorare in gruppo. Le imprese che riescono a creare ambienti cooperativi e coinvolgenti sono anche quelle che innovano meglio e reggono le sfide globali. Il capitalismo digitale, nato nei garage con pochissimi soldi, dimostra che non servono grandi risorse per avere grandi idee, ma servono grandi relazioni e grande motivazione. In Italia, come in Germania e Giappone, il nostro modello produttivo si basa su piccole e medie imprese radicate nel territorio, dove spesso prevale una cultura del lavoro cooperativa e comunitaria. Anche molte grandi aziende italiane sono esempi virtuosi di coesione, senso di appartenenza, organizzazione non autoritaria. Per questo Bartolini sostiene che le idee manageriali distruttive siano particolarmente dannose per l’Italia, perché distruggerebbero proprio i nostri punti di forza: relazioni, coesione, capitale umano. Il messaggio conclusivo del capitolo è chiaro: riformare il lavoro significa umanizzare le imprese. Non è solo una questione di giustizia sociale, ma una condizione necessaria per la competitività e la sostenibilità economica del futuro. Il lavoro deve tornare ad essere uno spazio di realizzazione, fiducia, partecipazione e motivazione. In un’epoca in cui tutto cambia, non possiamo continuare a gestire il lavoro con modelli gerarchici, autoritari e disumanizzanti. Dobbiamo cambiare rotta, e in fretta. CAPITOLO 16 RIFORMARE LA PUBBLICITÀ Il capitolo 16 si apre con un’affermazione netta: la pubblicità fa male. Non si tratta di un’opinione ideologica, ma di una conclusione sostenuta da decine di studi che dimostrano quanto la pressione pubblicitaria influenzi negativamente valori, desideri, relazioni e comportamenti, soprattutto nei bambini. Il focus del capitolo è infatti l’impatto della pubblicità sull’infanzia, un periodo di vulnerabilità emotiva e cognitiva in cui si formano abitudini, identità e visioni del mondo. Il cuore del problema è l’epidemia di consumismo giovanile, esplosa a partire dagli anni ’80, con epicentro negli Stati Uniti, ma ormai diffusa ovunque. Secondo le ricerche, tre bambini americani su quattro vogliono diventare ricchi, e due su tre identificano il denaro come la principale motivazione per lavorare. È un cambiamento radicale rispetto agli anni ’70, quando la gioventù americana mostrava atteggiamenti meno materialisti. Anche in Europa, i bambini sono oggi i membri della famiglia più informati sulle novità commerciali, e la loro vita sociale ruota sempre più intorno al consumo, che diventa il criterio di inclusione o esclusione tra pari. A causare tutto ciò è l’aumento esponenziale della pubblicità rivolta ai bambini. Negli Stati Uniti, la spesa per il marketing diretto all’infanzia è passata da 100 milioni di dollari nel 1983 a 15 miliardi negli anni 2000, e continua a crescere. Perché? Perché i bambini sono consumatori ideali: facilmente suggestionabili, insoddisfatti di ciò che hanno, e sensibili alla pressione del gruppo. Come dichiarato da una celebre pubblicitaria americana, “è più facile far sentire inadeguati i bambini, ed è proprio questo lo scopo della pubblicità”. Numerosi studi mostrano una relazione stabile tra esposizione alla pubblicità e aumento del consumismo nei bambini. E l’arrivo del digitale ha amplificato questa esposizione: gli schermi sono diventati i principali compagni di gioco e socializzazione, sostituendo gli spazi pubblici e il contatto umano. I bambini passano più tempo con media digitali che con qualunque altra attività, escluso il sonno. Questo nuovo modello di uso del tempo infantile ha trasformato le loro vite, spostando l’apprendimento sociale dai pari e dagli adulti verso i messaggi commerciali. La pubblicità online è particolarmente insidiosa. Rispetto alla TV, nasconde molto meglio la sua natura persuasiva: ad esempio negli advergames, dove il messaggio pubblicitario è integrato nel gioco, rendendo il marchio parte di un’esperienza ludica. I bambini interagiscono con i brand per ore, non più per pochi secondi. In questo modo la pubblicità si appropria del tempo, dello spazio e dell'immaginazione infantile. Ma quali sono gli effetti psicologici e sociali di questo bombardamento? Gli studi mostrano che i bambini più consumisti sono anche i meno felici, come confermato da misure su autostima, soddisfazione di vita, livelli di ansia, sintomi depressivi e psicosomatici. Inoltre, il consumismo alimenta i conflitti familiari. I bambini consumisti litigano più spesso con i genitori, li stimano meno, li vedono come "fuori moda" o incapaci di capire i bisogni dell’infanzia contemporanea. Un fenomeno particolarmente significativo è il "potere del tartassamento" (pester power): i bambini più esposti alla pubblicità insistono di più per ottenere ciò che desiderano, e quando ricevono un rifiuto, reagiscono con rabbia e frustrazione. Questo meccanismo genera un circolo vizioso di litigi, insoddisfazione, senso di esclusione e aumento del desiderio di consumo, aggravando ulteriormente il disagio familiare. In Gran Bretagna, solo il 15% dei bambini non insiste mai dopo un rifiuto. Il resto lo fa sempre o spesso. A fronte di questo quadro, Bartolini propone una regolamentazione della pubblicità, soprattutto quella diretta ai minori. Esistono numerosi precedenti: la Svezia ha vietato gli spot per bambini sotto i 12 anni già nel 1990, seguita dalla Norvegia. La Grecia vieta la pubblicità dei giocattoli durante la giornata, la Francia la bandisce dai canali pubblici, e molti paesi vietano pubblicità di alcolici, sigarette o junk food. In Gran Bretagna, la Advertising Standards Authority ha proibito gli spot che veicolano stereotipi di genere o immagini di corpi irrealistici. Bartolini suggerisce anche soluzioni creative e innovative, come: • • • Tassare pesantemente la pubblicità, almeno quella più nociva; Introdurre una proporzione obbligatoria tra spot commerciali e spot “impossibili”, cioè messaggi che promuovano tempo, relazioni, comunità e felicità non legata al consumo; Utilizzare i proventi della tassazione per finanziare campagne educative (es. contro il gioco d’azzardo, come già accade in alcuni paesi). Tuttavia, il problema più spinoso riguarda la pubblicità digitale, dove le regole sono più difficili da applicare per via della natura globale e sfuggente della rete. Nonostante ciò, Bartolini afferma che è necessario avviare una riflessione seria e multidisciplinare su questo fronte, per non lasciare che l’industria digitale colonizzi anche l’infanzia senza limiti. Il capitolo analizza anche i principali contro-argomenti dell’industria pubblicitaria, smontandoli uno ad uno. Tra questi: • • • “La pubblicità favorisce l’autonomia dei bambini”: ma in realtà offre solo libertà di acquistare, non di crescere come individui. “La pubblicità fa crescere l’economia”: ma lo fa creando desideri artificiali, non migliorando la qualità della vita. “I genitori possono dire di no”: ma questo trasforma il conflitto generato dalla pubblicità in responsabilità educativa dei genitori, alimentando il senso di colpa e la tensione familiare. È come se chi scavasse buche in strada accusasse i passanti di non evitarle. In sostanza, Bartolini sostiene che i profitti del settore pubblicitario derivano dalla sofferenza e dal condizionamento dei bambini, e che la società non ne trae alcun beneficio, se non la crescita economica puramente quantitativa. È dunque legittimo trattare la pubblicità come una merce pericolosa: come accade per tabacco, alcol, armi o pornografia, vanno imposti limiti, regole, tasse, divieti, e obblighi di compensazione sociale. Nella conclusione, Bartolini definisce la pubblicità una vera e propria istituzione educativa parallela, che orienta il senso della possibilità dei bambini esclusivamente verso il possesso e l’acquisto. Insieme alla scuola, forma individui che credono che la felicità e l’autonomia si misurino con ciò che si può comprare. È il ritratto perfetto del cittadino di Privatopoli: incapace di pensare collettivamente, prigioniero del desiderio indotto, consumatore più che cittadino. E allora perché non si interviene? Perché viviamo in una postdemocrazia, dove i poteri economici – in questo caso l’industria pubblicitaria e i grandi inserzionisti – hanno un’influenza sproporzionata sulle decisioni politiche. Non è la mancanza di alternative o di buone idee a spiegare l’assenza di regolamentazione, ma il rapporto di forza tra interessi pubblici e poteri privati. CAPITOLO 17 RIFORMARE LA SANITÀ 17.1. L’ipertrofia sanitaria: una crescita fuori controllo Il capitolo si apre con un’osservazione allarmante sull’andamento della spesa sanitaria nei paesi industrializzati. Negli anni ’80 la quota di PIL destinata alla sanità era simile nei diversi paesi (circa 8-9%), ma da allora negli Stati Uniti ha preso il volo, fino ad arrivare al 19%. Anche in Italia si è passati dal 6% al 10%. È fondamentale notare che, siccome nel frattempo il PIL è cresciuto, ciò significa che la spesa sanitaria è cresciuta ancora più velocemente dell’economia nel suo complesso, diventando il settore economicamente più rilevante. Ciò che rende questa tendenza inquietante è che nessuna delle riforme sanitarie adottate nei paesi occidentali ha saputo arrestarla. La spesa sanitaria, dunque, assorbe risorse crescenti ed è sempre più difficile garantirne la sostenibilità, soprattutto nei paesi europei che si basano su sistemi di sanità pubblica e universale, fondati sul principio dell’eguaglianza: “lo stesso standard per tutti”. Ma mantenere lo stesso standard diventa sempre più difficile quando i costi aumentano vertiginosamente. Si pone quindi la domanda fondamentale del capitolo: perché la spesa sanitaria continua a crescere fuori controllo? E come riportarla sotto controllo? 17.2. La medicalizzazione della salute: un’illusione radicata Una prima spiegazione risiede nell’idea diffusa che spendere di più in sanità significhi automaticamente migliorare la salute. Questa visione è alimentata dalla constatazione dell’aumento della longevità, cioè dal fatto che viviamo più a lungo. Si tende a credere che ciò sia merito della medicina e che dunque sia giusto e utile investire sempre di più nel sistema sanitario. Questa idea dominante viene definita “medicalizzazione della salute”: si identifica la salute con l’intervento medico e si ritiene che la medicina sia l’unica o la principale via per ottenerla. Ma è una concezione sbagliata: vivere più a lungo non significa necessariamente vivere meglio. E, soprattutto, non è vero che i progressi nella medicina siano i principali responsabili della longevità. Infatti, come mostrano dati e confronti internazionali, non c’è una correlazione diretta tra spesa sanitaria e speranza di vita. L’Italia spende molto meno degli Stati Uniti e della Gran Bretagna ma ha una maggiore aspettativa di vita. 17.3. Sta migliorando davvero la salute? Bartolini mostra che, sebbene la vita si stia allungando, la “vita sana” – ossia gli anni vissuti senza disabilità – si sta accorciando. In Italia e Gran Bretagna, tra il 2004 e il 2018, la speranza di vita sana è diminuita di oltre un anno. Questo indica che l’aumento della longevità non è accompagnato da un miglioramento della qualità della salute, ma anzi da un incremento della morbilità cronica: sempre più persone vivono a lungo ma con malattie croniche, disabilità, e dipendenza dal sistema sanitario. Questa evoluzione non è sostenibile. La longevità porta con sé una domanda crescente di servizi sanitari ad alta intensità, specialmente nella terza età. Inoltre, anche l’idea che la longevità sia correlata alla spesa sanitaria è falsa: nel 2015, ad esempio, l’Italia spendeva per ogni cittadino circa un terzo della spesa americana, ma aveva 5 anni in più di aspettativa di vita. Il mito della medicina come chiave del benessere viene quindi decostruito: non è la spesa sanitaria a determinare la salute, ma altri fattori spesso ignorati dalle politiche pubbliche. 17.4. Felicità e salute: un legame sottovalutato La vera rivoluzione nella comprensione della salute arriva dalla epidemiologia, che da decenni studia le determinanti delle malattie – la cosiddetta “morbilità”. La scienza epidemiologica ha scoperto che la salute non dipende solo da comportamenti individuali (come alimentazione, fumo o alcol), ma soprattutto da fattori psicosociali: felicità, qualità delle relazioni sociali, benessere psicologico. In particolare, la felicità è emersa come un fattore protettivo potentissimo per la salute, forse persino più efficace del non fumare o dell’attività fisica. Gli studi mostrano che: • • • Le persone infelici o depresse hanno il doppio del rischio di malattie cardiovascolari. La longevità è fortemente legata all’emozionalità positiva. Un famoso studio sulle suore ha dimostrato che quelle che, da giovani, avevano espresso più emozioni positive nei loro diari autobiografici vivevano significativamente più a lungo. La felicità iniziale di un individuo predice nel tempo: insorgenza di malattie, probabilità di guarigione, recupero post-operatorio, sopravvivenza dopo interventi, e perfino fertilità. Inoltre, le persone infelici percepiscono di essere meno in salute e tendono a rivolgersi di più ai medici, aggravando la domanda sanitaria anche in assenza di patologie reali. 17.5. La cura relazionale: l’importanza delle relazioni Accanto alla felicità, altri due potenti determinanti della salute sono la povertà relazionale e i paragoni sociali (cioè la tendenza a confrontarsi continuamente con gli altri, tipica delle società diseguali). La solitudine è un rischio sanitario enorme: • • • • Le persone sole si ammalano più spesso, si ammalano più gravemente e muoiono prima. Gli infartuati socialmente isolati hanno il doppio di probabilità di avere un altro infarto. La solitudine è più dannosa per la salute che essere obesi o fisicamente inattivi, e ha un impatto simile al fumo. Gli anziani isolati sono più a rischio di Alzheimer, demenza, malattie cardiovascolari e morte precoce. Il celebre studio di Harvard che ha seguito per 75 anni 724 uomini ha concluso che la qualità delle relazioni sociali è il principale predittore della felicità e della salute fisica e mentale nella vecchiaia. Le buone relazioni proteggono il cervello e il corpo, rallentano l’invecchiamento e allungano la vita. Al contrario, la solitudine accorcia la vita e peggiora tutto, dalla memoria alla pressione sanguigna. Per questo, la Gran Bretagna ha istituito un Ministero della solitudine, riconoscendo il problema come questione di salute pubblica. 17.6. La felicità come forma primaria di prevenzione Bartolini conclude che se davvero vogliamo controllare la spesa sanitaria, dobbiamo ridurre la domanda di sanità agendo sulle cause profonde della malattia: infelicità, solitudine, disuguaglianza, stress sociale. Finora le campagne preventive si sono concentrate su stili di vita (alimentazione, fumo, esercizio). Ma la vera prevenzione è la felicità, ed essa dipende da politiche che migliorano la qualità delle relazioni umane: nelle città, nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Il Giappone è un esempio virtuoso: spende relativamente poco in sanità, ma ha risultati eccellenti perché ha sviluppato politiche per l’invecchiamento attivo, il coinvolgimento sociale degli anziani e il rafforzamento delle relazioni. Al contrario, i paesi occidentali stanno costruendo una “industria della solitudine”, in cui sanità e farmaceutica curano – a caro prezzo – i danni prodotti da una società che isola, stressa e rende infelici. In questo contesto, la sanità diventa un classico esempio di crescita difensiva: un settore economico che cresce per riparare ai danni causati da altri aspetti dell’organizzazione sociale. 17.7. Sommario finale Il capitolo dimostra che infelicità, solitudine e relazioni sociali carenti sono i principali fattori di rischio per la salute. Per questo motivo, la vera prevenzione dovrebbe avvenire fuori dagli ospedali, prima della malattia, nella società. Le politiche sanitarie efficaci sono quelle che promuovono relazioni umane positive, combattono la disuguaglianza e affrontano la solitudine. Solo in questo modo possiamo migliorare la salute collettiva e rendere sostenibile la spesa sanitaria nel lungo periodo CAPITOLO 18 IL MONDO DOPO IL COVID 18.1 – Un sistema patogeno: l’epidemia come sintomo, non come eccezione Il Covid-19 non è stato un fulmine a ciel sereno, ma un evento ampiamente previsto. Già nel 2018, tre microbiologi (Afelt et al.) avevano annunciato la possibilità di una pandemia da coronavirus, mentre David Quammen aveva persino ipotizzato che essa sarebbe partita dalla Cina, da un pipistrello. Inoltre, personaggi influenti come Barack Obama e Bill Gates avevano pubblicamente avvertito del rischio pandemico crescente. Questi avvertimenti si fondavano su dati concreti: ogni anno, due nuovi virus riescono a superare la barriera tra animale e uomo (salto di specie), generando zoonosi. Oggi il 75% delle nuove malattie umane ha origine zoonotica, e il 60% degli animali responsabili sono selvatici. Questo non è casuale: è un effetto diretto delle trasformazioni ambientali causate dal nostro modello economico. Nel corso della storia, le zoonosi ci sono sempre state (la malaria è nata con l’agricoltura e le prime aggregazioni umane), ma oggi il loro ritmo si è impennato. Epidemie come SARS (2002), H5N1 (aviaria, 2003), H1N1 (suina, 2009), MERS (2012), H7N9 (2013) sono solo gli ultimi esempi. Questo dimostra che la pandemia da Covid-19 non è un’eccezione, ma l’effetto prevedibile di un sistema che ha smantellato le barriere ecologiche che prima ci proteggevano. 18.2 – Globalizzazione delle esternalità negative: quando il rischio diventa sistemico In tutte le specie, le epidemie sono legate a squilibri ecologici. Gli ecosistemi in salute tendono a limitare naturalmente la diffusione di patogeni. Ma il nostro sistema distrugge la biodiversità, frammenta gli habitat, sfrutta risorse forestali, agricole, minerarie. Questo porta gli esseri umani a contatto con nuove specie, aumentando le probabilità che un virus faccia il salto di specie. Una volta avvenuto il salto, il virus trova un ambiente favorevole alla diffusione globale: popolazioni urbanizzate, densamente concentrate e connesse da una mobilità globale senza precedenti. La nostra civiltà è oggi l’ambiente ideale per la trasmissione pandemica. Il Covid-19, dunque, non è un evento isolato: è la punta di un iceberg sistemico, come il cambiamento climatico o il collasso della biodiversità. Tutti questi fenomeni sono esternalità negative di un’economia che ignora i costi ecologici. Qui nasce la scienza emergente della Salute Planetaria, che afferma il principio di One Health: la salute umana, animale e ambientale sono inseparabili. 18.3 – Allevamento industriale: la nuova fabbrica dei virus Il rischio pandemico cresce anche a causa del modello di allevamento industriale, che combina due fattori: 1. Promiscuità uomo-animale 2. Densità estrema e condizioni igieniche scadenti Le mega-fattorie sono ambienti in cui milioni di animali geneticamente simili vivono in spazi ridottissimi, sottoposti a stress, privazione sensoriale, e iper-esposizione ai loro stessi escrementi. Per prevenire epidemie, si usano antibiotici e antivirali a tappeto, ma questo seleziona ceppi resistenti. Nel 2019, l’influenza suina africana (ASP) ha eliminato la metà dei maiali in Cina, pari a un quarto dei maiali del pianeta. Le conseguenze economiche sono state devastanti. L’allevamento industriale produce tre grandi rischi: • • • Zoonosi dirette (trasmissione virus animali-uomo) Resistenza antimicrobica (batteri e virus super-resistenti) Fuga di virus da laboratori (modificati per ricerca scientifica o militare) Insomma, i nostri sistemi agricoli e alimentari sono generatori di patogeni, e li diffondono globalmente grazie alla mobilità e alla concentrazione urbana. 18.4 – Prevenzione e mitigazione: agire prima, convivere dopo La risposta razionale a questo rischio strutturale è duplice: • • Prevenzione primaria: ridurre le cause alla radice (deforestazione, commercio animali selvatici, allevamenti intensivi) Mitigazione: imparare a contenere i contagi riducendo al minimo le chiusure totali Uno studio ha calcolato che un programma globale per ridurre le attività ad alto rischio zoonotico (chiusura mercati animali, sorveglianza, riduzione deforestazione) costerebbe 300 miliardi in 10 anni, cioè solo il 2% dei danni causati da Covid-19. Tuttavia, anche attuandolo, ci vorrà tempo per invertire la tendenza. Nel frattempo, bisogna imparare a convivere con le epidemie, adottando strategie flessibili ed efficaci per contenere i danni. 18.5 – Sorveglianza o partecipazione: due vie per contenere un’epidemia Harari distingue due modelli di gestione pandemica: 1. Sorveglianza centralizzata (Cina): controllo dei cellulari, droni, telecamere, obblighi medici, punizioni. Risultato: tracciamento efficace e contenimento rapido, ma a prezzo della libertà. 2. Partecipazione civica (Corea del Sud, Giappone, Svezia): responsabilità individuale, rispetto delle regole sanitarie, uso volontario di app, test su larga scala, fiducia nei cittadini. Anche in Europa ci sono esempi: la Grecia ha imposto lockdown duri, la Svezia si è affidata al senso civico. Tutti i paesi usano un mix dei due approcci, ma con enfasi diverse. Il punto centrale è: quanta fiducia hanno i governi nei propri cittadini? 18.6 – Fiducia come vaccino sociale Insieme a Sarracino e Slater, Bartolini ha costruito un indice della fiducia in 27 paesi europei e lo ha confrontato con la severità delle restrizioni Covid. Risultato: dove c’è più fiducia nelle istituzioni e nei concittadini, le restrizioni sono state più leggere, ma anche più efficaci. Per gestire una pandemia in modo partecipato servono: • • • Fiducia reciproca tra cittadini Fiducia verso le istituzioni Fiducia nell’informazione scientifica Senza fiducia, lo Stato deve ricorrere alla coercizione, aggravando il disagio psichico, sociale ed economico. Con fiducia, le misure volontarie sono più efficaci, più leggere, meno costose. 18.7 – Il pericolo dell’autoritarismo tecnologico Il Covid ha mostrato come la tecnologia permetta una sorveglianza capillare e permanente, a livelli impensabili fino a pochi anni fa: controllo degli spostamenti, obbligo di trattamenti medici, limitazione della libertà di movimento e di assembramento, scanner di temperatura, geolocalizzazione, dispositivi sanitari obbligatori. Il rischio è che questi strumenti vengano normalizzati, come avvenuto con i controlli aeroportuali dopo l’11 settembre. Ma questa deriva autoritaria non è inevitabile: si può contrastare se si investe in educazione, fiducia e partecipazione. Harari afferma: una popolazione informata fa la cosa giusta senza bisogno di essere sorvegliata, come nel caso del lavarsi le mani – un comportamento ormai universale, non imposto, ma compreso. 18.8 – Ritorno dello Stato: il neoliberismo vacilla Negli ultimi 40 anni, la dottrina dominante è stata il neoliberismo: lo Stato doveva arretrare, il mercato guidare. Ma le grandi crisi – la Depressione del ’29, la Seconda guerra mondiale, il Covid – rimettono al centro l’intervento pubblico. Durante la pandemia, è emerso che il mercato, da solo, non è in grado di garantire beni fondamentali (es. mascherine, tamponi). I cittadini hanno chiesto più protezione pubblica, più servizi, meno disuguaglianze. In Italia, i sondaggi mostrano un’inversione: la priorità passa dai “più soldi in tasca” a “più servizi pubblici”. 18.9 – Un terzo polo: oltre stato e mercato Il binomio stato-mercato non è più sufficiente. Serve un terzo polo: la società civile, la cooperazione volontaria, il capitale sociale. Internet ha reso evidente il potenziale della collaborazione spontanea (Wikipedia, recensioni, forum), ma questa capacità è sempre esistita. Purtroppo, la difesa della libertà viene spesso legata a movimenti negazionisti che mettono in dubbio l’esistenza del virus, generando un dannoso equivoco: che l’unica alternativa all’epidemia sia l’autoritarismo. Invece la vera alternativa è la cooperazione informata e libera. La pandemia, insieme al riscaldamento globale e alle crisi future, rende evidente che la fiducia e la partecipazione sono le risorse strategiche del XXI secolo. Solo una società capace di cooperare dal basso, senza essere costretta, può superare le crisi future senza perdere la libertà. Conclusione: la fiducia come fondamento della democrazia sanitaria Il Covid-19 è stato un test di stress per la nostra civiltà. Ha mostrato: • • • • • • La fragilità del nostro rapporto con l’ambiente I rischi della globalizzazione incontrollata I pericoli dell’allevamento industriale L’insufficienza del mercato nella gestione del rischio L’importanza delle istituzioni pubbliche Il potere decisivo della fiducia e della cooperazione sociale In definitiva, la fiducia è un vaccino contro le epidemie, contro la paura, contro la deriva autoritaria, e rappresenta la base di una società sana, resiliente e libera. CAPITOLO 19 CONCLUSIONE ALLA PARTE QUARTA: LA SOCIETÀ RELAZIONALE 19.1 – Relazioni, tempo, ambiente: un intreccio fondamentale La parte conclusiva del libro parte da un’idea centrale sviluppata nella sezione precedente: la crescita economica eccessiva non è causata da bisogni reali, ma è la conseguenza di una crisi sociale profonda e persistente. Questa crisi è caratterizzata da relazioni sociali deteriorate, crescente competitività, invidia, infelicità, e un’ossessione collettiva per lavoro e denaro. Questi fattori spingono gli individui a consumare di più nel tentativo di colmare il vuoto relazionale ed emotivo, alimentando così la “crescita difensiva”. In questa prospettiva, Bartolini propone di costruire una “società relazionale”, ovvero un modello sociale ed economico incentrato sulla facilitazione delle relazioni umane e sul riequilibrio tra tempo di vita e tempo di lavoro. L’obiettivo è duplice: rendere le persone più felici e ridurre l’impatto ecologico dell’economia. Infatti, l’eccesso di lavoro è strettamente connesso alla crisi ambientale: più si lavora, più si consuma; più si consuma, più si inquina. In tal senso, la crisi ecologica è anche una crisi del tempo e della qualità delle relazioni. Bartolini auspica una ripresa della riduzione degli orari di lavoro, tendenza che era dominante fino agli anni ’70 ma che si è invertita negli ultimi decenni. Se tornasse a crescere il tempo libero, si potrebbero disinnescare diverse crisi ecologiche, a patto che il tempo libero non sia consumistico o energivoro (es. lunghi viaggi in auto verso centri commerciali). Città vivibili, pedonali, con spazi pubblici accessibili, renderebbero il tempo libero più sostenibile. L’ambiente, quindi, non può essere salvato senza una trasformazione sociale e politica. Le politiche relazionali – insieme alla riforma della democrazia e alle classiche politiche ambientali – sono la chiave per ricostruire una società capace di vivere meglio e impattare meno. E per farlo non serve combattere la natura umana, ma superare un modello culturale e politico specifico: la crescita difensiva. Il XXI secolo smentisce tre presunti “istinti naturali”: espansione demografica, crescita economica illimitata, e sfruttamento delle future generazioni. La transizione verso la sostenibilità appare oggi politicamente più percorribile, poiché non si tratta di reprimere istinti biologici ma di modificare strutture culturali e istituzionali. 19.2 – Riforme: tempi e risultati concreti Bartolini si interroga su quanto tempo serva perché le politiche per la felicità producano effetti misurabili. Gli studi mostrano che una migliore qualità delle relazioni negli anziani riduce la morbilità entro 4-7 anni. Quindi, un programma efficace contro la solitudine nella terza età potrebbe portare risparmi sanitari già nel medio termine. Anche riforme urbane intelligenti, come quelle ispirate a città europee, latinoamericane o giapponesi, possono innalzare la qualità della vita in pochi anni, promuovendo l’autonomia di anziani e bambini. Una scuola elementare più partecipativa può formare bambini con relazioni migliori, meno esposti a pressioni consumistiche, e cambiare anche il comportamento dei genitori, oggi sempre più ansiosi, competitivi e ossessionati dal rendimento scolastico. In sei anni, potremmo già ridurre i costi legati all’infanzia e alla terza età, con benefici economici, relazionali e ambientali. Se le famiglie potessero contare su anziani più autonomi e bambini meno costosi, potrebbero ridurre il carico lavorativo, tornando a modelli familiari con un solo lavoro a tempo pieno o due part-time. Questo abbasserebbe il PIL, con effetti positivi per l’ambiente. Tuttavia, questo processo è ostacolato da disuguaglianza, bassi salari e precarietà: chi vive da working poor non può permettersi di lavorare meno. Perciò, ridurre la diseguaglianza dei redditi è una condizione necessaria per rendere possibile la scelta di lavorare meno. Un importante studio condotto da Bartolini e Bilancini (2011) mostra che le persone con una ricca vita sociale tendono a lavorare meno, e viceversa. Si crea così una spirale negativa: più si lavora, meno tempo per le relazioni; più si è soli, più si cerca consolazione nel lavoro e nel denaro. 19.3 – Riforme: costi e convenienza A differenza della transizione tecnologica ed energetica, che richiede ingenti investimenti, le politiche relazionali sono a basso costo e potenzialmente migliorano i bilanci pubblici: • • • • Contrasto alla solitudine: prevenire è molto meno costoso che curare. Le case di riposo, le RSA e le badanti sono una spesa enorme, evitabile promuovendo una terza età attiva e socialmente coinvolta. Mobilità urbana: una città senza auto è meno costosa da costruire e mantenere. Il trasporto pubblico, il car sharing e le bici sono soluzioni più economiche, meno inquinanti, e più socialmente inclusive. Scuola partecipativa: richiede solo una nuova formazione per gli insegnanti. Unico costo rilevante: classi meno numerose. Ma si tratta di un investimento necessario, considerando il crollo demografico. Riforme democratiche e pubblicitarie: a costo zero. Una authority per la pubblicità costa poco e la tassazione pubblicitaria può persino generare entrate fiscali. Le riforme relazionali non sono un’utopia. Sono già in atto in molte città del mondo. L’utopia, al contrario, è credere che si possa continuare così com’è. O che basti l’energia pulita per risolvere la crisi ecologica. 19.4 – La diseguaglianza è il nodo cruciale Bartolini ribadisce che la diseguaglianza mina il benessere collettivo: • • • • Promuove paragoni sociali: il bisogno di “non finire dalla parte sbagliata del fossato” spinge al consumo ostentativo, genera ansia e stress. Frammenta la società: le classi sociali vivono separate, con scuole e servizi diversi, e non si incontrano mai. Questo distrugge la fiducia. Peggiora la salute: in media, tutti – anche i ricchi – stanno peggio nei paesi diseguali, a causa dello stress, della criminalità, dell’insicurezza sociale. Ostacola l’azione collettiva: i movimenti come i gilet gialli mostrano come la questione distributiva e quella ambientale siano intrecciate. Senza giustizia sociale, le politiche ecologiche sono inapplicabili. Anche tra paesi le disuguaglianze pesano: il Brasile si rifiuta di fermare il disboscamento dell’Amazzonia accusando l’Europa di ipocrisia. La transizione ecologica non può essere pagata solo dai poveri, siano essi nazionali o internazionali. 19.5 – Beni comuni come redistribuzione Poiché la redistribuzione fiscale è sempre meno praticabile, Bartolini propone un metodo alternativo: l’espansione dei beni comuni. I beni comuni – parchi, scuole, trasporti, sanità, spazi urbani – beneficiano tutti, e mitigano gli effetti della diseguaglianza di reddito. Una società ricca di beni comuni rende il denaro meno determinante per il benessere, riduce la povertà percepita e favorisce la coesione. Inoltre, i beni comuni sono luoghi di relazione, e rafforzano il capitale sociale. Bartolini suggerisce di privilegiare le periferie nelle politiche urbanistiche, proprio perché i beni comuni possono rafforzare le comunità più deboli, in modo visibile ed equo. Conclusione: la società relazionale come alternativa concreta Il capitolo si chiude con una riflessione: la transizione ecologica non è solo tecnologica, ma sociale, culturale e politica. È necessario uscire dalla spirale della crescita difensiva e ripensare l’organizzazione della società sulla base delle relazioni, del tempo, della felicità. Ridurre la diseguaglianza, riformare la scuola, rendere le città vivibili, valorizzare la terza età, promuovere la fiducia, ricostruire la democrazia: queste sono le vere chiavi per la sostenibilità. Il messaggio di Bartolini è chiaro: non è utopia costruire una società più felice e più sostenibile. Utopia è pensare che possiamo continuare così senza pagarne un prezzo altissimo. CAPITOLO 20 ECOLOGIA DELLA FELICITÀ 20.1 – Superare l’impotenza dell’ecologismo: un nuovo messaggio per un nuovo progetto di società Il punto di partenza di questo capitolo, e in un certo senso dell’intero libro, è la constatazione dell’impotenza politica dell’ecologismo. Secondo Bartolini, questa impotenza deriva da un grande vuoto progettuale: l’ecologismo, pur avendo chiaro il problema, non ha saputo finora offrire una proposta sociale e culturale capace di sostituire il paradigma dominante della crescita economica. In altre parole, l’ecologismo ha denunciato i limiti dell’attuale modello di sviluppo, ma non ha saputo delineare un modello alternativo credibile e desiderabile. La proposta innovativa che emerge in questo capitolo consiste proprio nel riempire questo vuoto, offrendo un messaggio ecologista completamente rinnovato. L’idea chiave è che la protezione dell’ambiente non debba più essere presentata come un insieme di rinunce o di limiti imposti dall’alto, ma come un percorso verso una vita più felice, più ricca di relazioni, più umana e soddisfacente. In quest’ottica, la sostenibilità non è più un dovere faticoso, ma un’opportunità per migliorare la qualità della vita. Tuttavia, molti ecologisti potrebbero temere che una tale proposta rischi di allontanare l’attenzione dall’ambiente, trasformando i partiti ecologisti in forze politiche troppo ampie, forse persino vaghe. Ma secondo l’autore, questo timore è infondato. Il vero limite dell’ecologismo tradizionale è stato proprio quello di restare monotematico, limitandosi a proporre limiti in una società che però continua a ruotare attorno alla crescita del PIL. Una tale impostazione è destinata a fallire, perché le persone intuiscono che questi limiti minacciano il cuore stesso della società contemporanea, fondata sul consumo e sul progresso materiale. Ecco allora la necessità di un cambiamento radicale di paradigma. Una società davvero sostenibile non può limitarsi ad aggiungere restrizioni a quella attuale: deve trasformarsi nelle sue basi culturali, economiche, sociali e istituzionali. I partiti ecologisti potranno acquisire credibilità solo se sapranno andare oltre la difesa dell’ambiente, per promuovere un progetto complessivo di cambiamento che tocchi ogni ambito della vita. A ciò si collega un altro elemento centrale: l’abbandono del messaggio pauperista dell’ecologismo tradizionale. L’idea secondo cui dobbiamo accettare di vivere peggio oggi per evitare un futuro ancora peggiore ai nostri figli è respingente, inefficace, e politicamente controproducente. Va sostituita con una visione completamente diversa: “siamo sulla stessa barca delle generazioni future”, e proprio perché condividiamo un destino comune, migliorare la qualità della nostra vita oggi è anche il miglior modo per proteggere il loro domani. Bartolini ricorre alla metafora di Collaborandia e Privatopoli. La prima è una società sostenibile, basata sulla cooperazione, sulle relazioni umane, su una vita qualitativamente ricca. La seconda, invece, è una società individualista, competitiva, insostenibile e infelice. Non si tratta, quindi, di fare sacrifici, ma di scegliere una società in cui si vive meglio, che per coincidenza è anche più sostenibile. Il messaggio ecologista cambia completamente di tono: non più “dobbiamo avere meno”, ma “dobbiamo avere di più” – non più beni materiali superflui, ma tempo, relazioni, qualità ambientale, fiducia sociale. Questo nuovo messaggio ha il potenziale di trasformare l’ecologismo in una forza politica propositiva, desiderabile e capace di raccogliere consenso, perché non parte dalla paura, ma dalla speranza e dal desiderio di una vita migliore. 20.2 – Il problema è il sistema, non la gente Un altro errore di fondo dell’ecologismo tradizionale è stato attribuire alle persone, e non al sistema, la responsabilità della crisi ecologica. In questa visione, la distruzione ambientale sarebbe il risultato del nostro egoismo, della nostra indifferenza per il futuro, del nostro attaccamento a stili di vita comodi. Questa lettura viene spesso sostenuta anche dagli economisti dell’ambiente, che considerano la spoliazione del futuro un prezzo accettato per vivere meglio nel presente. Bartolini contesta duramente questa visione. I dati raccolti nel libro (specie nel Capitolo 10) dimostrano che le persone si preoccupano sinceramente per le generazioni future. Al contrario, l’idea che il mondo stia andando verso un futuro disastroso rende le persone infelici già nel presente. C’è quindi un forte interesse diffuso per un futuro migliore. Il problema è che questo desiderio si scontra con un senso di impotenza collettiva: le persone non credono che sia possibile cambiare le cose. Qui entra in scena la parabola di Privatopoli, che rappresenta una società in cui ciascuno cerca di proteggere sé stesso (e i propri figli) con mezzi individuali – ad esempio, accumulando denaro. Ma se ognuno si difende da solo, il risultato complessivo è il collasso collettivo. Non è la cattiveria o l’indifferenza a generare l’insostenibilità, ma la mancanza di fiducia nella possibilità di agire insieme. Questo è un passaggio cruciale: se riconosciamo che il problema è strutturale, e non morale, allora cambia anche l’approccio politico. Non si tratta più di colpevolizzare la popolazione e imporre limiti, ma di trasformare il sistema per liberare le energie collettive verso una direzione condivisa. Serve ricostruire un senso di appartenenza, di cooperazione e di speranza, che oggi manca profondamente. 20.3 – Dalla visione naturalista a quella istituzionalista Storicamente, l’ecologismo è nato da una visione naturalista, secondo la quale la crisi ambientale è conseguenza della natura umana, vista come intrinsecamente espansionista, predatoria, incapace di porsi limiti. Di fronte a questo “difetto originario”, l’unica risposta sembrava essere l’imposizione di limiti esterni (politiche restrittive, norme, divieti). Tuttavia, col tempo questa visione ha mostrato i suoi limiti. La cultura ecologista ha iniziato ad aprirsi a una lettura istituzionalista, che individua le cause della crisi non nella natura umana, ma nelle strutture economiche, politiche e culturali. Esempi significativi di questa visione includono: • • • • Le multinazionali, accusate di promuovere combustibili fossili, OGM, consumismo (Shiva, Latouche); I fallimenti del mercato, come l’inquinamento gratuito (Stern); Il capitalismo globale, per la sua logica di profitto ad ogni costo (Klein); La manipolazione dell’informazione da parte di think tank legati ai combustibili fossili (es. l’AEI e l’Heartland Institute). Questa svolta consente all’ecologismo di superare la retorica della colpa e di formulare politiche trasformative, perché le istituzioni si possono cambiare, mentre la natura umana no. Anche i partiti verdi e attivisti come Greta Thunberg incarnano questa evoluzione. Greta non se la prende con le persone comuni, ma con l’1% più ricco e potente, responsabile della crisi climatica e della sua perpetuazione attraverso una classe politica complice. È una denuncia alla postdemocrazia, dove il potere è sempre più sottratto al controllo dei cittadini. 20.4 – La convergenza tra critica ecologica e critica sociale della crescita Una delle ragioni della debolezza dell’ecologismo, secondo Bartolini, è che ha separato la critica ecologica della crescita (focalizzata sui danni ambientali) dalla critica sociale della crescita (focalizzata sui danni al benessere umano). Molti ecologisti hanno continuato a credere che la crescita economica, pur dannosa per l’ambiente, sia comunque benefica per la felicità. Negli anni ’70, invece, economisti come Easterlin, Galbraith, Scitovsky, Hirsch svilupparono una visione alternativa, sostenendo che la crescita oltre un certo punto non migliora la felicità, e anzi la mina, aumentando l’ansia da confronto sociale, il tempo di lavoro, la solitudine. La convergenza tra queste due critiche è il punto di svolta: se si dimostra che limitare la crescita non solo protegge l’ambiente ma rende anche più felici, allora il progetto ecologista diventa politicamente appetibile. E oggi questa convergenza è in atto: • • • Gli indicatori di benessere come il BES in Italia superano il PIL. Gli studi sulla felicità sono presi sul serio anche da riviste come The Economist. Si diffonde la consapevolezza che felicità e sostenibilità coincidono, come mostrano le ricerche di Costanza, Giovannini, Fioramonti, ecc. La crescita difensiva mostra che felicità, ambiente, relazioni, cultura e politica sono interdipendenti e non possono essere analizzati separatamente. 20.5 – L’ecologia della felicità: una nuova narrazione politica L’ecologia della felicità rappresenta il culmine di questo percorso teorico e politico. Essa parte da un assunto semplice ma rivoluzionario: l’essere umano non è solo produttore e consumatore, ma un essere relazionale, che vive bene solo se è in equilibrio con l’ambiente naturale e con quello sociale. Alla base di questa nuova ecologia c’è la consapevolezza del legame tra benessere e condivisione: ciò che ci rende felici non è ciò che possediamo, ma ciò che condividiamo. E la condivisione, a differenza del consumo, non inquina. Anzi, rafforza il tessuto sociale. Questa nuova visione porta a una trasformazione profonda della narrazione ecologista. Non più rinunce e sacrifici, ma un progetto positivo di benessere collettivo, capace di mobilitare energie e costruire consenso. Una politica dei beni comuni sostituisce quella della colpa e della paura. In definitiva, l’ecologia della felicità è la chiave per uscire dall’impotenza politica dell’ecologismo. Essa fonda la protezione dell’ambiente sulla natura sociale dell’essere umano, dimostrando che per smettere di sfidare la natura, dobbiamo smettere di sfidare la nostra stessa umanità. CAPITOLO 21 UN DILEMMA PADELLA-BRACE: GODOT VS. NAZIONALISMO Il capitolo 21 si apre con una constatazione amara ma realistica: il nuovo ecologismo proposto nei capitoli precedenti, basato sulla felicità e sulla qualità della vita come strumenti per la sostenibilità, non è ancora protagonista della scena politica. Nonostante i suoi presupposti promettenti, questa visione rimane ai margini del dibattito pubblico. Al contrario, a dominare il palcoscenico sono due attori molto più potenti, che però rappresentano due alternative ugualmente pericolose: da un lato, il progetto Godot, ovvero il tentativo disperato di rianimare la crescita economica con strumenti sempre più inefficaci e dannosi; dall’altro, il nazionalismo, che si presenta come risposta identitaria e autoritaria al malessere sociale generato da quella stessa crescita forzata. Bartolini ci presenta così un dilemma drammatico: se la nostra società non riesce ad abbandonare il progetto fallimentare della crescita infinita (la “padella”), rischia di finire nella “brace” del nazionalismo, ancora più pericolosa per l’ambiente, la democrazia e la coesione sociale. 21.1 – Il progetto Godot: l’ossessione per una crescita che non arriverà Il “progetto Godot” prende il nome dalla celebre opera di Beckett, in cui i personaggi aspettano invano un salvatore che non si presenta mai. Allo stesso modo, le nostre società continuano ad aspettare la ripresa della crescita economica, che però non torna. Fin dagli anni ’80, l’Occidente ha completato la sua transizione industriale: la povertà di massa è stata in gran parte superata, e con essa anche il compito storico della crescita. Ma invece di cercare una nuova visione della società, il mondo politico ed economico ha reagito con smarrimento e confusione. È in questo contesto che nasce il neoliberismo, un insieme di dottrine economiche che si impongono a partire da Reagan e Thatcher per poi diffondersi ovunque. Questo approccio propone di rilanciare la crescita deregolando i mercati, privatizzando i beni comuni, abbassando le tasse ai ricchi, espandendo il commercio globale e alimentando bolle speculative tramite politiche monetarie ultra-espansive. In pratica, si smantellano le protezioni sociali e si rende la società sempre più competitiva e individualista. Le grandi imprese, da parte loro, reagiscono in due modi micidiali: 1. Estendono enormemente la pubblicità, soprattutto rivolta ai bambini, colonizzando l’immaginario collettivo e trasformandosi nei nuovi “cantastorie” della società. 2. Riorganizzano il lavoro in senso iper-competitivo, aumentando lo stress e la precarietà. Così, l’economia penetra ogni angolo della nostra vita: le città, la politica, le relazioni personali, il tempo libero, persino i sogni dei bambini. L’invasione della logica del profitto genera però un malessere diffuso, una società spinta a competere senza sosta e a consumare senza felicità. Questo modello ha provocato una crescita puramente difensiva: la gente lavora e consuma per difendersi dall’insicurezza e dall’ansia, non per desiderio o piacere. Ma nonostante tutto, la crescita non riparte davvero. Le economie industrializzate rimangono in una stagnazione cronica, e ogni tentativo di stimolarle si traduce in nuove bolle speculative che prima o poi scoppiano, come è successo nel 2008. Quaranta anni sono passati inseguendo questo fantasma della crescita. Quaranta anni di illusioni, di sprechi, di sofferenze inutili. Se allora avessimo scelto un’altra strada – riducendo gli orari di lavoro, promuovendo la qualità ambientale, puntando sulle relazioni e sul tempo libero – oggi vivremmo in una società più equa, più felice e meno inquinata. Ma non l’abbiamo fatto, perché ci mancava un’alternativa chiara alla società della crescita. Solo oggi iniziamo davvero a costruirla. 21.2 – Ripensare il progresso nella società post-crescita Una delle sfide centrali del nostro tempo è ripensare il significato stesso della parola “progresso”. Bartolini, citando Jeffrey Sachs, mostra come negli Stati Uniti la felicità sia in declino da decenni, nonostante tutti gli sforzi per rilanciare la crescita. Questo perché la felicità non si trova nei consumi, e le politiche focalizzate esclusivamente sul PIL non fanno che aumentare le disuguaglianze e lo stress sociale. Dobbiamo quindi abbandonare l’idea che il progresso consista nel poter comprare sempre di più. Al contrario, progresso oggi significa avere più tempo, più relazioni di qualità, più ambiente sano, più benessere psicologico. Significa riorientare il sistema produttivo non verso i beni privati e materiali, ma verso i beni comuni e relazionali. Questa trasformazione non implica necessariamente una crescita negativa, ma una crescita diversa, che non misuri più il successo con il PIL, ma con il miglioramento della vita reale delle persone. Anche un’economia che cresce poco – o per nulla – può essere una buona economia, se rende le persone più felici. 21.3 – Il fallimento delle classi dirigenti e la crisi politica Purtroppo, le classi dirigenti occidentali non hanno saputo cogliere questa sfida. Dopo la crisi del 2008, invece di cambiare strada, hanno rilanciato le stesse politiche fallimentari: ancora liquidità, ancora mercati finanziari gonfiati, ancora crescita difensiva. Ma stavolta il meccanismo si è inceppato: la gente ha smesso di crederci. Il risultato è stato un progressivo scioglimento del sistema politico tradizionale, dominato dal bipolarismo tra centro-destra e centro-sinistra. Questo vuoto è stato riempito da nuove forze politiche, in particolare da movimenti nazionalisti e identitari, che hanno saputo intercettare il disagio sociale e trasformarlo in consenso politico. 21.4 – Il ritorno del nazionalismo: nostalgia e identità A partire dal 2016, il nazionalismo ha fatto un ritorno spettacolare, con eventi clamorosi come la vittoria di Donald Trump e la Brexit. Entrambi i fenomeni si sono basati su una retorica nostalgica, che prometteva di “rendere di nuovo grande” la nazione, restituendole una sovranità perduta a causa della globalizzazione. Questa strategia si è dimostrata vincente anche in Europa: dalla Polonia all’Ungheria, dall’Italia all’Austria, i partiti nazionalisti hanno ottenuto successi importanti. Le somiglianze con gli anni ’30 sono inquietanti: anche allora, una grave crisi economica e sociale aveva preparato il terreno per l’affermazione di ideologie autoritarie e razziste. Ma attenzione: anche nel passato il nazionalismo non è nato dalla crisi in sé, ma da tendenze precedenti che la crisi ha semplicemente accelerato. Allo stesso modo, oggi il malcontento era già presente ben prima del 2008. La crisi non ha creato il nazionalismo, ma lo ha liberato. 21.5 – Capire il nazionalismo attraverso Polanyi Per comprendere davvero il ritorno del nazionalismo, Bartolini ci invita a rileggere Karl Polanyi, che nel suo capolavoro La grande trasformazione spiega come il mercato, se lasciato senza freni, distrugga i legami sociali, creando disgregazione e instabilità. Quando ciò accade, le società reagiscono cercando protezione, rifugio, identità. E spesso trovano tutto questo nel nazionalismo, che diventa il recinto simbolico dentro cui difendersi dal caos globale. Ieri come oggi, il migrante diventa il capro espiatorio, esattamente come l’ebreo lo fu per il nazismo. Ma in realtà, ciò che alimenta il consenso per il nazionalismo è la solitudine, la frustrazione e l’impotenza di milioni di persone che si sentono abbandonate. 21.6 – I dati sull’infelicità che spiegano il consenso nazionalista I dati empirici confermano in pieno questa lettura: • • Negli Stati Uniti, i maggiori elettori di Trump sono i bianchi della working class, colpiti da depressione, dipendenze, suicidi. In Italia, la soddisfazione per la vita è crollata soprattutto tra i ceti popolari, che hanno abbandonato la sinistra per votare Lega o Fratelli d’Italia. • In Gran Bretagna, il voto per la Brexit è stato trainato da persone con bassa istruzione, basso reddito e forte insoddisfazione per la vita. Insomma, il nazionalismo è la risposta emotiva al disagio prodotto dalla globalizzazione e dalla crescita difensiva. E chi studia la felicità lo aveva previsto: dove c’è sofferenza sociale, l’autoritarismo attecchisce. 21.7 – Conclusione: la vera minaccia per l’ecologia Il capitolo si chiude con un avvertimento durissimo: la rinascita del nazionalismo è una minaccia diretta per l’ecologismo. Se già il “progetto Godot” è dannoso, la destra radicale è ancora peggio. Non ha bisogno di mantenere la facciata della correttezza politica e non nasconde il suo disprezzo per l’ambiente. Trump, con il suo negazionismo climatico, è solo l’esempio più evidente. La lezione finale è chiara: il conflitto non è più solo tra ecologia e crescita, ma tra ecologia e autoritarismo. Per evitare di passare dalla padella del neoliberismo alla brace del nazionalismo, dobbiamo costruire al più presto un progetto politico ecologista forte, convincente e centrato sul benessere umano. Altrimenti, rischiamo di perdere tutto. CAPITOLO 22 O NAZIONALISMO O ECOLOGIA DELLA FELICITÀ capitolo 22 rappresenta la naturale conclusione di un lungo percorso di critica alla società della crescita, di analisi del malessere contemporaneo e di riflessione sul futuro possibile. Bartolini pone con chiarezza una domanda fondamentale: chi guiderà la società post-Godot?. In altre parole: nel momento in cui il progetto della crescita infinita mostra i suoi limiti strutturali, chi riempirà il vuoto lasciato dal suo fallimento? La risposta, secondo l’autore, può svilupparsi lungo tre strade. Due già attive e visibili: il nazionalismo e il progetto Godot stesso, che sopravvive in forme deteriorate. La terza, ancora potenziale, è l’ecologia della felicità, una proposta politica e culturale nuova che deve ancora consolidarsi ma che, proprio per questo, è la più promettente. 22.1 – Tre possibili scenari: Godot, nazionalismo, ecologia della felicità Bartolini apre la riflessione con un confronto diretto tra le due opzioni già in campo – il neoliberismo stagnante del progetto Godot e il nazionalismo – e la terza via ancora in costruzione, cioè l’ecologia della felicità. Il progetto Godot, ormai in crisi, si fonda su una narrazione globalista: il mondo come campo di opportunità. Ma per i ceti popolari questo messaggio è stato percepito in modo diametralmente opposto: “sei solo di fronte alla competizione globale”. In questa solitudine sistemica, il nazionalismo ha saputo offrire una risposta semplice e rassicurante: “la nazione ti proteggerà”. Il nazionalismo si presenta dunque come un’offerta identitaria, che promette di ricostruire un senso di appartenenza attraverso il ritorno a valori tradizionali, omogeneità culturale, chiusura verso l’esterno. È una proposta regressiva ma potente: trasforma la frustrazione economica in appartenenza culturale. L’ecologia della felicità, ancora ai margini, offre invece una risposta umanizzante allo stesso bisogno: non rafforza la competizione, ma propone la ricostruzione della comunità, del rapporto con il territorio, della capacità di agire insieme. Dove il nazionalismo reagisce alla globalizzazione chiudendosi e incattivendosi, l’ecologia della felicità risponde cercando più connessioni, più cooperazione, più solidarietà. Bartolini osserva anche che l’attuale sinistra non rappresenta un’alternativa reale, poiché resta ancorata al paradigma della crescita, pur con una maggiore attenzione alla redistribuzione. Ma non è la sola diseguaglianza a muovere il disagio dei ceti popolari: c’è una crisi più profonda, culturale, sociale e identitaria, che la sinistra non riesce a intercettare. Di fatto, quindi, la sinistra attuale si presenta come una variante del progetto Godot e non può competere col nazionalismo, che ha saputo dare risposte emotive e simboliche più forti. 22.2 – L’ecologia della felicità: una proposta radicale e costruttiva Dopo aver delineato i limiti delle opzioni in campo, Bartolini passa a chiarire il contenuto positivo del progetto di ecologia della felicità, presentandolo come un cambiamento di paradigma. Il punto di partenza è il riconoscimento del ruolo centrale dei beni comuni – le relazioni umane e l’ambiente – per la felicità e per la produttività stessa. Il Novecento è stato dominato dalla contrapposizione tra stato e mercato: il socialismo voleva più stato, il capitalismo più mercato. Ma entrambi, usati in modo distorto, hanno corroso il tessuto relazionale e devastato l’ambiente. Anche dove le socialdemocrazie hanno costruito beni comuni fondamentali come sanità e scuola pubbliche, queste conquiste sono oggi in crisi, perché non hanno tenuto conto della centralità delle relazioni umane e dell’ecosistema. Un sistema sanitario, per quanto efficiente, diventa insostenibile se cresce il disagio sociale e ambientale. Allo stesso modo, una scuola diventa un luogo di esclusione e frustrazione se non valorizza le relazioni. Nel XXI secolo stanno emergendo nuove forme di economia basate sulla condivisione e la cooperazione, favorite dalle tecnologie digitali. Questo è il terreno su cui costruire una nuova alternativa: la socialità come terza via, oltre stato e mercato. L’utopia neoliberista – secondo cui una società può essere organizzata solo su base competitiva – deve essere superata, perché inadeguata di fronte a crisi collettive come quelle ecologiche o pandemiche. L’ecologia della felicità propone allora di espandere le forme di azione collettiva, anche riformando un sistema politico oggi dipendente dai grandi capitali. Bartolini insiste sul fatto che il capitalismo puro non è mai esistito: le economie reali sono sempre state ibride, mescolando settore privato, intervento pubblico e cooperazione. Il mercato ha prodotto grandi progressi materiali, ma va limitato nella sua tendenza a invadere tutte le sfere della vita – relazioni, infanzia, ambiente, tempo, cultura. Il capitalismo deve restare uno strumento, non diventare il principio organizzatore della società. Finora ha migliorato la produttività riducendo il lavoro umano, ma aumentando il degrado ambientale. Il progresso tecnologico va riorientato: non solo verso il profitto, ma verso la riduzione dell’impatto ambientale. Serve una nuova idea di progresso, che non si limiti al consumo materiale, ma includa beni comuni, relazioni e tempo di vita. Oggi, molte scelte economiche peggiorano le relazioni senza che questo venga considerato. L’ecologia della felicità propone quindi una società relazionale, in cui ogni scelta venga valutata in base al suo impatto sulle relazioni umane e sull’ambiente. Migliorare le relazioni tra noi è il primo passo per migliorare la nostra relazione con il pianeta. Un’economia che mette al centro le persone può salvare l’ambiente e battere il nazionalismo, offrendo protezione non nella chiusura ma nella cooperazione. 22.3 – Tre epiloghi possibili: quale futuro ci attende? Bartolini conclude il capitolo – e il libro – delineando tre scenari futuri, legati alle tre visioni politiche analizzate: 1. Il progetto Godot – È lo scenario attuale, basato su una crescita che non arriva. I risultati sono già sotto gli occhi di tutti: degrado dell’ambiente, delle relazioni, della felicità, del tempo, della cultura e dell’identità, a fronte di benefici economici molto limitati. È il meno probabile dei tre scenari, perché non è sostenibile né desiderabile. Ma mentre crolla, può aprire la strada al peggio. 2. Il nazionalismo – Se non emerge un’alternativa credibile, il nazionalismo potrebbe affermarsi su larga scala. Ma il suo scenario è cupo: autoritarismo interno, ostilità verso il diverso, crollo del multilateralismo, ritorno ai dazi, rottura dell’Unione Europea. Inoltre, i nazionalismi nazionali oggi si “alleano” ma in futuro si scontreranno, come già accade tra il nazionalismo spagnolo e quello catalano. E sul piano ecologico, i nazionalismi sono ostili all’ambiente. Ma Bartolini sottolinea anche che il nazionalismo è incoerente e irrealistico. I suoi leader esaltano il PIL come segno di potenza, ma le loro politiche – come la chiusura dei commerci – danneggerebbero proprio il PIL. In Italia, per esempio, l’economia basata sulle esportazioni crollerebbe. Anche la proposta di chiudere le frontiere è irrealistica, soprattutto in un mondo destabilizzato da guerre e crisi climatiche. Il vero modo per “aiutarli a casa loro” è fermare il riscaldamento globale. Il nazionalismo, dunque, può essere battuto, ma non dal progetto Godot. Solo l’ecologia della felicità può offrire una risposta concreta e costruttiva alle sue promesse fallaci. 3. L’ecologia della felicità – È l’unica opzione capace di riempire il vuoto progettuale lasciato dal fallimento del neoliberismo e dalla crisi della sinistra. È un progetto che umano e ambientale insieme, capace di affrontare la solitudine sociale senza ricorrere alla chiusura identitaria. Se saprà radicarsi nella società e nella politica, potrà prevalere, perché le altre due alternative sono deboli, incoerenti e logorate dal tempo. Scheda finale – Dalla marcia su Roma a quella su Washington Bartolini chiude con una riflessione simbolica: la marcia su Washington del 2021, con l’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump, rievoca la marcia su Roma del 1922. È il segnale che la destra tradizionale non è più capace di contenere quella radicale. Negli ultimi decenni, ha preferito allearsi o farsi colonizzare, come dimostrano i casi di Berlusconi, Boris Johnson, i repubblicani USA. La destra tradizionale ha perso la sua identità: i valori del capitalismo (lavoro, risparmio, rischio) oggi sono incarnati dagli immigrati, non dai nativi. Per questo torna a rifugiarsi in parole d’ordine come Tradizione, Radici, Razza, Patria, Cristianesimo. È una destra spinta dal collasso del consenso verso il capitalismo globalizzato, e questa forza è troppo grande per essere arrestata solo con la denuncia morale. La vera alternativa non è tornare al passato, ma costruire una nuova narrazione fondata sulla felicità, sulla cooperazione e sulla qualità della vita. CAPITOLO 23 CRITICHE ALLA SOCIETÀ RELAZIONALE Il capitolo 23 si configura come un momento di confronto diretto tra l'autore e il pubblico, in cui Bartolini dà voce alle obiezioni più ricorrenti ricevute nel corso delle sue presentazioni pubbliche, analizzandole nel merito. L’obiettivo non è solo difendere il proprio modello di società relazionale, ma anche rafforzarne la legittimità culturale e politica, dimostrando che le alternative sono possibili, praticabili e auspicabili. 23.1 – “Le politiche per la felicità sono dirigiste” Una delle critiche più frequenti è che lo Stato non dovrebbe occuparsi della felicità delle persone, perché si tratterebbe di una sfera privata, soggettiva e intima. Intervenire politicamente su questo terreno significherebbe rischiare un’invasione autoritaria, persino totalitaria. Bartolini risponde con una puntualizzazione decisiva: le politiche pubbliche influenzano già la felicità, spesso negativamente. Mobilità urbana, gestione del tempo, qualità degli spazi pubblici, scuola, lavoro e sanità sono ambiti dove le decisioni politiche impattano quotidianamente sulla qualità della vita. Dunque la politica si occupa già di felicità, ma in modo inconsapevole, inefficiente o dannoso. L’autore chiarisce che non servono "più politiche", ma politiche diverse: orientate alla cura delle relazioni e alla qualità della vita. L’unico ambito realmente sotto-regolato, dice Bartolini, è la pubblicità, che oggi agisce indisturbata nel plasmare desideri e identità fin dall’infanzia. Regolarla e tassarla equivarrebbe, semmai, a restituire libertà e autonomia ai cittadini, non a toglierle. 23.2 – “La comunità è nemica della libertà” Un'altra critica associa la valorizzazione della comunità a un ritorno a forme sociali oppressivotradizionali: società gerarchiche, patriarcali, autoritarie, dove i legami familiari e religiosi soffocano l’individuo. In questa visione, la modernità – e quindi la libertà – coincide con l’indebolimento della comunità. Bartolini riconosce la validità storica di questa esperienza, ma distingue tra comunità oppressiva e comunità solidale. Il punto non è tornare indietro, ma immaginare un nuovo tipo di comunità: non fondata sulla costrizione, ma sulla libera coesione, sull’aiuto reciproco, sull’empatia. L’esperienza dei giovani europei, osserva l’autore, è diversa da quella delle generazioni precedenti: i giovani oggi non temono la comunità, temono la solitudine. E il vero progresso, in questa fase storica, consiste nel conciliare libertà individuale e qualità delle relazioni, anziché opporle. 23.3 – “Fermare la crescita è ingiusto verso i paesi poveri” Molti si chiedono: come si può proporre la decrescita quando molti paesi non hanno ancora superato la povertà di massa? Bartolini è molto chiaro: la decrescita è per i paesi ricchi, non per quelli che devono ancora svilupparsi. Tuttavia, anche nei paesi in via di sviluppo serve un’altra qualità della crescita. Mentre l’Europa nel dopoguerra creava beni comuni come sanità e scuola, la Cina e l’India recenti hanno prodotto crescita a prezzo di sfruttamento, inquinamento e disuguaglianze, sotto l’egida del neoliberismo. La differenza non è culturale ma politica: è l’assenza di movimenti popolari forti e di visioni sociali progressiste ad aver indirizzato quei paesi verso una “crescita senza diritti”. La sfida, oggi, è costruire un modello alternativo, che combini emancipazione sociale e sostenibilità ambientale. 23.4 – “Meno crescita significa più conflitti sociali” Una delle critiche più diffuse è quella secondo cui la crescita attenua i conflitti sociali, mentre in un’economia stagnante il conflitto per le risorse si acuisce. È la classica metafora della torta: quando la torta cresce, ognuno può avere una fetta più grande senza sottrarla agli altri; se non cresce, ogni guadagno è una perdita per qualcun altro. Bartolini contesta questa visione per due motivi: 1. È nostalgica: rimpiange una fase storica ormai tramontata, quella della crescita rapida del dopoguerra; 2. È fuorviante: oggi la crescita disponibile è difensiva, alimentata dall’ansia, dal consumo compulsivo, dalla competizione sociale. Questo tipo di crescita non riduce i conflitti, li esaspera. Infatti, se la crescita garantisse coesione, oggi avremmo una società più armonica. Invece, aumentano le disuguaglianze, la rabbia sociale, il razzismo, il malcontento diffuso. E la sinistra perde, perché non capisce che il problema non è solo redistributivo, ma anche relazionale e identitario. 23.5 – “La decrescita rende insostenibili sanità e pensioni” Un altro timore frequente riguarda la sostenibilità dei sistemi di welfare: come finanziare sanità e pensioni in un contesto di bassa o nulla crescita? Bartolini risponde che l’attuale soluzione – aumentare l’età pensionabile – è controproducente. Molti lavoratori, specie quelli manuali o fragili, non sono in grado di lavorare oltre una certa età. Il risultato è un aumento delle malattie croniche, in particolare cardiovascolari, che trasferisce il costo dalle pensioni alla sanità. In pratica, si risparmia da una parte ma si spende di più dall’altra. La vera soluzione è migliorare la qualità delle relazioni, perché una vita sociale ricca riduce lo stress, la depressione, l’isolamento – tutti fattori che incidono sulla salute. Anche l’inquinamento ambientale, legato a un modello di sviluppo insostenibile, è responsabile di molte malattie croniche. In sintesi: più relazioni = più salute = meno spesa sanitaria e più sostenibilità del sistema pensionistico. 23.6 – “La decrescita rende infelici” Molti associano la decrescita alla recessione del 2008, periodo in cui la felicità è calata. Ma Bartolini precisa che la decrescita proposta non è una recessione, non è una perdita involontaria, ma una trasformazione consapevole della società. In una recessione si perde lavoro, reddito, consumo, senza guadagnare nulla in cambio. La decrescita relazionale, al contrario, aumenta la qualità della vita – relazioni, tempo, salute – prima di ridurre i consumi. Solo così le persone saranno pronte a scegliere stili di vita meno consumistici, perché non percepiranno la decrescita come una perdita, ma come una liberazione. 23.7 – “La società relazionale aumenterebbe la disoccupazione” Un altro timore è che ridurre i consumi implichi meno produzione e quindi meno lavoro. Ma Bartolini rovescia il ragionamento: non tutta la disoccupazione dipende dall’offerta di lavoro, ma anche dalla domanda di lavoro da parte delle famiglie. Le famiglie consumiste hanno bisogno di molti soldi, e quindi più membri lavorano, più ore lavorano. In una società sobria e relazionale, le necessità economiche diminuiscono, e con esse la pressione a lavorare tanto. Quindi la società relazionale non solo può ridurre la disoccupazione offrendo nuovi modelli di produzione, ma anche riducendo la necessità di lavorare. Meno consumismo = meno bisogno di lavoro = meno disoccupazione. 23.8 – “I social network distruggono le relazioni” Una critica molto sentita riguarda l’effetto dei social network sulla vita relazionale. Si accusa il digitale di rendere le relazioni superficiali, rapide, dipendenti e narcisistiche. Bartolini riconosce la fondatezza di queste preoccupazioni, ma ne sposta il fuoco: il problema non è lo strumento, ma l’uso che se ne fa, e il contesto relazionale povero in cui viene usato. I giovani ricorrono ai social non perché siano intrinsecamente alienanti, ma perché la vita reale offre loro troppo poca socialità. Inoltre, i social network sono progettati per creare dipendenza, come rivelano gli ex top manager di Facebook. Il tasto “like” è stato pensato come una scarica di dopamina, per catturare l’attenzione e fidelizzare gli utenti. Ma i social possono anche rafforzare le relazioni, se usati in modo cooperativo. L’esempio delle social streets – gruppi Facebook di vicinato che costruiscono relazioni reali – dimostra che la tecnologia può essere uno strumento di comunità, se orientata al bene comune. Conclusione del capitolo Bartolini chiude il capitolo con un messaggio chiaro: le critiche alla società relazionale sono importanti, ma spesso si basano su malintesi, paure e nostalgie. Il vero cambiamento richiede immaginazione politica, riconoscimento dei beni comuni, e fiducia nella capacità umana di ricostruire legami. La società relazionale non è un’utopia regressiva, ma l’unico orizzonte realistico in un mondo segnato dalla crisi ambientale, dalla solitudine diffusa e dal fallimento del progetto della crescita infinita. Introduzione: una svolta possibile nella storia dell'umanità L’essere umano, in quanto specie, ha un’origine piuttosto recente: appena 200.000 anni fa. In questo capitolo, Bartolini compie un viaggio sintetico ma profondo attraverso le principali fasi economiche che hanno caratterizzato la nostra storia, valutandone l’impatto su ecologia, relazioni sociali e felicità. Ne emerge un dato paradossale: le economie sostenibili lo sono state solo in condizioni di povertà e privazione relazionale, mentre quelle floride sul piano materiale sono state distruttive per l’ambiente e le relazioni umane. È per questo che la Grande Decelerazione, ovvero la transizione verso una società meno dipendente dalla crescita economica, si presenta come una grande occasione: la possibilità, per la prima volta nella storia, di vivere bene e in modo sostenibile. CAPITOLO 24: 24.1 – Caccia, raccolta e agricoltura: l'età dell'oro perduta La prima fase della nostra storia economica fu quella dei cacciatori-raccoglitori: piccoli gruppi nomadi che si spostavano in base alla disponibilità di risorse. Secondo Bartolini, questa fu la nostra età dell’oro: le comunità erano egualitarie, lavoravano poco, vivevano con gioia e in stretto contatto con la natura e con gli altri. Tuttavia, nonostante l’idillio apparente, questo modello era insostenibile: ovunque l’uomo arrivasse, la macrofauna scompariva. Come accade in natura, l’abbondanza di risorse alimentava la crescita della popolazione, che finiva per distruggere l’ecosistema da cui dipendeva. Per rispondere alla scarsità crescente, l’umanità inventò l’agricoltura e divenne stanziale. Questa rivoluzione, avvenuta circa 10.000 anni fa, segnò un netto peggioramento delle condizioni umane: lavoro fisico faticoso, alimentazione meno varia, società gerarchiche e oppressive. Anche dove l’agricoltura riuscì a essere sostenibile – come in alcune zone d’Europa e dell’Asia – lo fece al prezzo di una vita dura, infelice e ineguale. La felicità fu rimossa dalla vita quotidiana e proiettata nell’aldilà. In breve: dalla valle dell’Eden fummo catapultati nella valle di lacrime. 24.2 – Civiltà che crollano e civiltà che imparano Studi recenti (come quelli di Elinor Ostrom e Jared Diamond) hanno analizzato le ragioni del collasso o della resilienza di varie civiltà agricole. Da queste ricerche emergono quattro lezioni cruciali: 1. Le crisi ecologiche sono la norma, non l’eccezione. Tutte le società si sono trovate, prima o poi, a fare i conti con il sovrasfruttamento delle risorse dovuto alla crescita demografica. 2. Alcune società sono riuscite a reagire, altre no. Alcune civiltà sono crollate, mentre altre hanno sviluppato soluzioni istituzionali, tecniche e culturali efficaci per gestire le risorse. 3. La sostenibilità si impara. Nessuna società è nata sostenibile: lo è diventata dopo aver affrontato crisi ecologiche. Anche i popoli nativi dell’America e dell’Australia adottarono comportamenti sostenibili solo dopo aver vissuto crisi ambientali devastanti. 4. La chiave è il progetto collettivo. La differenza tra collasso e successo sta nella qualità e nella coesione del progetto sociale adottato per reagire alla crisi. L’esempio più significativo è il Giappone del XVII secolo, che reagì alla deforestazione con regolamenti rigidi e rimboschimenti su vasta scala, salvando il proprio territorio. Al contrario, i Maya crollarono perché incapaci di affrontare crisi analoghe. Anche gli Inca seppero rispondere alla fragilità del loro ecosistema con grandi opere di terrazzamento e gestione forestale. La lezione storica è chiara: affrontare le crisi ecologiche è nella nostra natura. Non dobbiamo scoraggiarci. In passato ci siamo riusciti. Possiamo riuscirci ancora. 24.3 – L’industria: prosperità materiale, miseria relazionale La rivoluzione industriale ha segnato un’altra grande svolta: ha aumentato enormemente la produttività del lavoro, portando a una crescita demografica esplosiva e alla fine della povertà economica di massa. Tuttavia, questo progresso ha avuto un costo altissimo: la devastazione ambientale e la corrosione dei legami sociali. L’industrialismo nasce in un contesto di deprivazione relazionale sul lavoro: nelle fabbriche si lavora da soli, in ambienti rumorosi che rendono impossibile la conversazione. Questo ha infranto la dimensione sociale del lavoro che caratterizzava tanto le comunità agricole quanto quelle di cacciatori-raccoglitori, dove si lavorava insieme, parlando. Anche nel passaggio ai servizi, l’impostazione industriale è rimasta: grandi uffici, separati da barriere, dove il lavoro continua a essere organizzato in modo individuale e isolante. Il risultato? L’industria ha sostituito la povertà materiale con una povertà relazionale ed ecologica di massa. Alle relazioni verticali delle società agricole ha fatto seguito una superficialità orizzontale, spesso caratterizzata da solitudine e alienazione, amplificata oggi dall’illusione relazionale dei social media. 24.4 – Una grande occasione storica: la fine del dilemma padella-brace Per la maggior parte della nostra storia, l’umanità ha vissuto intrappolata in un dilemma ineludibile: o vivere bene e distruggere l’ambiente, o vivere in modo sostenibile ma nella povertà e nella sofferenza. Oggi, per la prima volta, possiamo rompere questo schema. Due grandi novità rendono questa svolta possibile: 1. Declino spontaneo della crescita. Popolazione ed economia stanno rallentando spontaneamente. È la prima volta che le tendenze demografiche ed economiche si allineano naturalmente con la sostenibilità. 2. Qualità della vita come nuova bussola. Negli ultimi decenni, la poca crescita che abbiamo avuto è stata “difensiva”: ha compensato il peggioramento della qualità della vita. Migliorare questa qualità può significare accettare meno crescita, ma più benessere vero. Abbiamo dunque la possibilità concreta di costruire un’economia sostenibile che non rinunci al benessere, ma lo ripensi. La tecnologia ci offre oggi un potenziale produttivo sufficiente a eliminare la povertà e migliorare la qualità della vita senza aumentare i consumi distruttivi. La questione diventa politica, culturale ed etica: come vogliamo usare questo potenziale? Tuttavia, questa svolta non è garantita. La decrescita demografica è irreversibile, ma la crescita difensiva può riprendere vigore se la crisi climatica e quella relazionale continueranno ad aggravarsi. Alcuni potrebbero persino esultare per l’aumento del PIL dovuto ai costi delle ricostruzioni post-disastri. Ma questa è decadenza culturale, non progresso. Una spirale che ci porterà verso un collasso globale. Siamo di fronte a un bivio storico: cogliere una grande occasione epocale o scivolare in un declino irreversibile. La scelta, per quanto difficile, è ancora nelle nostre mani.
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