Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Marcel Mauss L’autore Marcel Mauss (1872-1950) è considerato uno dei padri fondatori dell'etnologia francese e fu l'ultimo allievo di Émile Durkheim, di cui era anche nipote. Pur non avendo mai condotto ricerche sul campo, si distinse come un fermo sostenitore dell'etnografia di campo. Dotato di una vasta cultura, parlava numerose lingue europee e conosceva anche il sanscrito. Insegnò storia delle religioni all’École Pratique des Hautes Études e, successivamente, all’Institut d’ethnologie. Tra le sue opere più significative, tradotte in italiano, si trovano Manuale d’etnografia, Le origini dei poteri magici, Teoria generale della magia e altri saggi, oltre a Sociologia e antropologia. Il suo lavoro più famoso, Saggio sul dono, pubblicato nel 1923, ha avuto un impatto duraturo sull'antropologia culturale, influenzando profondamente pensatori come Claude Lévi-Strauss e contribuendo a delineare le dinamiche sociali legate al dono nelle società arcaiche. Mauss ha studiato come il dono non sia solo un atto di generosità, ma un obbligo sociale che crea e mantiene legami tra le persone. La sua eredità continua a influenzare il pensiero sociologico e antropologico contemporaneo. Introduzione di Marco Aime Un immaginario colonizzato. Nell'introduzione, l’antropologo Marco Aime afferma che in Occidente il dono è un’eccezione poiché non è considerato “normale” fare regali senza un motivo che lo giustifichi. Al contrario, l'antropologia offre molti esempi di società in cui il dono è un elemento fondante. Lo studio delle culture "altre" è spesso caratterizzato da quelli che potremmo definire "marchi d'area"; ad esempio, l'Africa è il continente della parentela. Il Marchio del dono viene assegnato all'Oceania. Nel suo Saggio sul Dono, Mauss fu fortemente influenzato dagli studi oceanistici, in particolare da quelli dell’antropologo e sociologo Bronislaw Malinowski, da cui trae la maggior parte degli esempi per la sua teoria, basata su ricerche condotte nelle isole del Pacifico. Nel sistema melanesiano, come sottolinea il leader kanak Jean Marie Tjibaou, “il prestigio sta nel donare, donare molto e donare dappertutto”. Dunque, donare è essenziale per instaurare relazioni. Da un lato, vi è una società basata sulla solidarietà, dove ognuno dona per creare le basi di una convivenza; dall’altro, la società occidentale, razionale e utilitarista, in cui ciascuno persegue il proprio interesse egoistico. Nella società moderna, il dono è talvolta considerato un’ipocrisia. Mentre in Occidente gli affari economici sono spesso visti come separati dalla moralità, in molte popolazioni “primitive” l’economia è strettamente connessa ai legami parentali, alla religione e alle gerarchie sociali. Il terzo paradigma. Nelle scienze sociali si sono sviluppati due paradigmi fondamentali. Il primo è l'utilitarista, noto anche come individualismo metodologico, che analizza l'individuo principalmente come homo oeconomicus, impegnato a perseguire il proprio interesse individuale. Il secondo paradigma è collettivista e ha come uno dei suoi maggiori sostenitori Émile Durkheim. Questo approccio considera l'individuo assoggettato alle regole della cultura e della società in cui vive. In questo contesto, è la cultura a stimolare lo scambio di doni, garantendo così la continuità della società. Su questa linea di pensiero si collocano anche lo strutturalismo di Claude Lévi-Strauss e l’olismo teorizzato da Louis Dumont. Il sociologo francese Caillè propone un terzo paradigma, quello del dono. Egli sostiene che né il primo né il secondo paradigma riescono a spiegare adeguatamente la genesi del legame sociale, affermando che è proprio il dono l'elemento attraverso il quale gli uomini costruiscono la loro società. I fondatori del MAUSS (Mouvement Anti-utilitariste dans les Sciences Sociales) introducono il concetto di spazio di libertà d'azione fornito dal dono. Infatti, il dono implica una forte dose di libertà. Sebbene ci sia l'obbligo di restituire, i modi e i tempi non sono rigidi e si tratta di un obbligo morale, non sanzionabile per legge. Secondo Mauss, ci si sente obbligati a restituire perché negli oggetti donati esiste «un'anima» che li lega a colui che li dona. Questa forza fa sì che ogni oggetto prima o poi tenda a ritornare al suo proprietario originario, sia nella sua forma originaria sia sotto forma di altri doni equivalenti. Mauss faceva riferimento in particolare allo hau, un concetto che per i Maori esprime un'essenza vitale insita negli esseri umani, nella terra e nelle cose. Quando un oggetto, che incorpora lo hau, viene donato ad altri, lo spirito dell'oggetto cerca di ritrovare il suo luogo d'origine. Gli oggetti donati possiederebbero pertanto una forza propria, uno spirito, trasmesso all'oggetto dalla persona che li possiede, poiché sono una sorta di prolungamento degli individui e questi si identificano nelle cose che possiedono e che scambiano. Quando regaliamo qualcosa a qualcuno, compiamo un atto personalizzato, scegliendo un dono che ci fa piacere offrire, ma tenendo conto dei gusti e della personalità del destinatario. In questo modo, il dono racchiude qualcosa di noi e qualcosa di chi lo riceve. Tuttavia, nella nostra società si presentano anche occasioni di donare in modo spersonalizzato o generalizzato. Il nostro sistema economico è alla base di notevoli disuguaglianze, sia all'interno della società sia nei confronti di milioni di individui nel Sud del mondo. Spesso, per "riparare" a queste ingiustizie, ci si rivolge allo Stato o a numerose associazioni di volontariato e carità. Il dono della carità, in particolare, è finalizzato a lenire le sofferenze generali. Qui, il soggetto singolo del destinatario viene sostituito da una categoria (poveri, affamati, malati, colpiti da catastrofi), trasformando il dono in un atto che lega soggetti astratti: un donatore che ama l’umanità e un destinatario che incarna la miseria. In questo contesto, il donatore non conosce il destinatario e non si aspetta un contraccambio. Secondo Mauss, la carità può essere umiliante, poiché chi riceve non ha la possibilità di restituire. Inoltre, in molti casi, la carità svolge un ruolo di "medicamento dell’anima", gratificando chi la pratica e mettendo a posto la propria coscienza. Il dono, come abbiamo visto, costruisce legami e getta le basi della società, ma la sua esasperazione può generare effetti opposti. L'obbligo di restituire è uno degli atti fondamentali del dono, che concede una certa libertà riguardo ai tempi e all'entità del contraccambio. Tuttavia, un ritardo eccessivo o un dono di valore inferiore a quello ricevuto possono suscitare disagio e creare asimmetrie nel rapporto. Sebbene si dica che "basta il pensiero", questa affermazione può nascondere una sottile ipocrisia, poiché ci si aspetta un impegno paritario (economico o morale) da parte del partner. Così, il dono, da collante sociale, può trasformarsi in un'arma di distruzione. I donatori possono diventare antagonisti e, in alcuni casi, utilizzare il dono per colpire, umiliare o distruggere il rivale, come nel caso dei potlàc. Questi rituali di distruzione, in cui i protagonisti competono per offrire di più, accrescendo il proprio prestigio a scapito dei contendenti, rappresentano una forma estrema di dono utilizzato non per creare legami, ma per spezzarli o incrinarli. Debito ed equilibrio. Quando riceviamo un regalo, proviamo quasi sempre una duplice sensazione: da un lato, l'emozione di ricevere qualcosa che ci spinge alla gratitudine verso il donatore; dall'altro, un lieve senso di imbarazzo, poiché ci sentiamo in una condizione di debitori nei confronti di chi ha voluto farci un dono. La differenza tra uno scambio di doni e uno scambio mercantile risiede nel fatto che, al termine di una transazione commerciale, entrambe le parti diventano proprietarie del bene acquistato o scambiato. Prima dello scambio, ciascuno dipende dall'altro per soddisfare i propri bisogni; una volta completato, entrambi risultano reciprocamente indipendenti e senza obblighi. Nel caso del dono, invece, il ricevente non "paga" immediatamente, come in una normale transazione commerciale. La restituzione, o controdono, avviene nel tempo, spesso in occasioni stabilite (come festività o compleanni), e grazie a questa dimensione temporale, il debito si protrae, mantenendo attivo il legame tra le due parti. Nella nostra percezione, tendiamo ad associare il debito alla sfera economica (debito pubblico, debito estero), mentre consideriamo il dono come un atto affettivo. Ad esempio, i genitori spesso donano ai figli molto più di quanto ricevano, senza sentirsi creditori, e i giovani non si sentono necessariamente in dovere di sdebitarsi. Anche nelle relazioni di coppia o tra amici, si contraggono continuamente debiti attraverso scambi di favori, oggetti e affetto. Si dona a chi si vuol bene perché ci fa piacere vedere l'altra persona felice, ma questo gesto genera comunque debito e crea uno squilibrio. Tuttavia, nei rapporti di coppia o di amicizia, è proprio in uno stato di equilibrio dare/avere che può verificarsi la rottura di un rapporto. Il gesto di restituire i regali al partner per sancire la fine di una storia ristabilisce la parità e annulla il debito. Allo stesso modo, l'inizio di una relazione è spesso segnato da un regalo o da uno scambio di regali, che altera la situazione di parità originale e crea asimmetria. Si dona per soddisfare il proprio piacere di vedere felice un'altra persona, ma non si tratta di un atto gratuito. Questo gesto rientra in quella che Hochschild, docente di sociologia e scrittrice, chiama "economia della gratitudine": uno stato di debito reciproco, alimentato da surplus e sorprese, che porta ciascuno a dire dell'altro: "gli devo tanto". Tale sistema non è affatto altruistico; appare tale solo se letto con una lente utilitaristica. Il "guadagno" o ritorno esiste, ma va cercato in un appagamento non oggettivamente quantificabile. È fondamentale considerare le diverse percezioni degli attori coinvolti negli scambi di doni. Ci sono situazioni in cui ognuno crede di aver ricevuto più di quanto ha donato. Questo spiega perché un figlio possa ricevere dai genitori più di quanto dia, senza sentirsi in debito, mentre i genitori possono essere felici di dare e appagati dal comportamento del loro figlio. In questo contesto, lo scambio di doni evidenzia la sua specificità, distaccandosi dallo scambio di mercato. Tuttavia, esistono forme di scambio che sfuggono a questa logica. Gli antropologi hanno spesso trovato tali forme presso popolazioni caratterizzate da economie definite dallo storico e antropologo Polanyi come embedded. I sistemi di sfere di scambio, ad esempio, sono emblematici. In alcune società, non tutto può essere scambiato e non è possibile farlo con qualsiasi altro bene. Esistono regole che impediscono lo scambio tra beni appartenenti a sfere diverse, a causa delle loro caratteristiche morali. Tra queste sfere si forma una gerarchia di valori, e solo raramente è possibile convertire un bene di una sfera in uno di un'altra. Gli esseri umani, però, non sono fatti per seguire regole troppo rigide, anche se tendono a imporsi tali limitazioni. Così, alcuni beni considerati di scarso valore da una popolazione possono essere scambiati con altri gruppi che, al contrario, li valutano maggiormente. Questi ultimi, a loro volta, potrebbero offrire beni che per loro hanno poco valore, ma che sono stimati dagli altri. In questo modo, entrambi i gruppi possono sentirsi soddisfatti dello scambio, convinti di aver guadagnato. Modernità del dono. Paul Virilio, filosofo e scrittore francese, descrive la società contemporanea come una "surmodernità", caratterizzata da un'accelerazione della storia in cui la rapidità ha annullato le distanze, facendo prevalere il tempo sullo spazio. In questo contesto, sono nati dei circuiti di scambio locale in alcune grandi città europee, come Londra, Parigi e Zurigo. Questi sistemi, chiamati SEL (Systèmes d'échanges locaux) in Francia, LETS (Local Exchange Trade Systems) nel Regno Unito, Tauschring in Germania e Banche del Tempo in Italia, tendono a spostare l'accento dallo scambio commerciale a uno scambio non regolamentato da una meccanica, ma che prevede una forma di moralità. L'ispirazione per la realizzazione di questi sistemi è stata tratta da realtà simili operanti a Grand Yoff, un quartiere di Dakar in Senegal. In Senegal, di fronte a un sistema economico di marchio occidentale, amato dalle élite ma troppo lontano dalle esigenze della gente comune, si è tentato di riproporre in chiave moderna quella che gli antropologi definiscono "l'economia degli affetti". Se un individuo ha bisogno di aiuto, sotto forma di manodopera o di beni di consumo, potrà accedere alle risorse esistenti nel gruppo di persone che costituiscono il suo circuito di scambio. Il beneficiario restituirà al donatore un servizio o dei beni per rifonderlo del favore, consolidando un legame di solidarietà che rafforza il circuito stesso. Per fare un esempio concreto, Giovanni, che ha bisogno di una babysitter ma non può permettersi di pagarla, può scambiare il suo servizio con quello di Francesca, che ha il motorino rotto e ha bisogno di riparazioni. Anche se Giovanni è medico e non meccanico, può offrire assistenza medica a Mario, che ripara il motorino di Francesca, saldando così il suo debito in ore di lavoro. Se immaginiamo questo semplice meccanismo moltiplicato per decine o centinaia di persone, abbiamo realizzato un sistema di scambio locale. Tali sistemi non possono sostituire il modello economico dominante, ma hanno un valore pedagogico nel proporre alternative e dimostrare che non siamo costretti ad arrenderci al "vangelo dei grandi finanzieri". Introduzione di Marcel Mauss Programma. ll lavoro di Marcel Mauss si concentra sul regime del diritto contrattuale e sul sistema delle prestazioni economiche tra i diversi gruppi e sottogruppi delle società primitive. In questi fenomeni sociali, che possiamo definire "totali", si manifestano simultaneamente diverse istituzioni: religiose, giuridiche, morali (politiche e familiari), ed economiche, comprese le specifiche forme di produzione e consumo, o meglio, di prestazione e distribuzione che esse presuppongono. Inoltre, si devono considerare i fenomeni estetici e morfologici che questi fatti rivelano. Tra i complessi temi analizzati, emerge il carattere delle prestazioni, che appaiono volontarie, liberamente offerte e gratuite, ma che, in realtà, sono obbligatorie e interessate. Metodo. Il metodo seguito è un metodo comparativo preciso caratterizzato da uno studio dell’argomento in determinate aree (Polinesia, Melanesia e Nord-ovest americano), dalla penetrazione all’interno delle società in questione attraverso i documenti e un lavoro filologico e, infine, dallo studio dei sistemi nella loro interezza. Prestazione. Dono e potlàc. Nei sistemi economici e giuridici precedenti ai nostri, non si riscontrano semplici scambi di beni, ricchezze e prodotti tra individui durante una transazione. Piuttosto, sono coinvolte collettività come clan, tribù e famiglie che interagiscono e si contrappongono. Ciò che viene scambiato non sono solo beni e ricchezze materiali, ma anche cortesie, banchetti, riti, prestazioni militari, donne, bambini, danze, feste e fiere. La contrattazione è solo una parte di un sistema molto più ampio e durevole, in cui la circolazione delle ricchezze è solo uno degli aspetti. Queste prestazioni e controprestazioni si intrecciano sotto forma di doni e regali, anche se in realtà sono obbligatorie, pena la guerra privata o pubblica. Abbiamo chiamato questo sistema "prestazioni totali". Presso alcune tribù del Nord-Ovest americano, come i Tlingit e gli Haida, esiste una forma evoluta e relativamente rara di prestazioni totali, chiamata "potlàc". Questo termine significa essenzialmente "nutrire" o "consumare". Durante l'inverno, queste ricche tribù trascorrono il tempo in una continua festa: banchetti, fiere e mercati che costituiscono l'assemblea solenne della tribù. Tutto si mescola in un groviglio inestricabile di riti, prestazioni giuridiche ed economiche, determinazioni di ranghi politici nella società degli uomini, nella tribù, nelle confederazioni di tribù e anche a livello internazionale. Ciò che caratterizza queste tribù è il principio della rivalità e dell'antagonismo che domina tutte queste usanze. Si arriva fino alla battaglia e alla messa a morte dei capi e dei nobili che si affrontano. Si giunge anche alla distruzione puramente simbolica delle ricchezze accumulate, per oscurare il capo rivale e, nello stesso tempo, associato (di solito nonno, suocero o genero). È una prestazione totale nel senso che è l'intero clan che contratta per tutti, per tutto ciò che possiede e per tutto ciò che fa, tramite il suo capo. Abbiamo chiamato questo tipo di istituzione "prestazioni totali di tipo agonistico". Finora avevamo trovato esempi di questa istituzione solo presso le tribù del Nord-Ovest americano, in Melanesia e in Papuasia. In altri luoghi, come in Africa, Polinesia, Malesia, America del Sud e nel resto dell'America del Nord, la base degli scambi tra clan e famiglie sembrava essere del tipo più elementare di prestazione totale. Tuttavia, ricerche più approfondite stanno facendo emergere un numero considerevole di forme intermedie tra gli scambi caratterizzati da una rivalità esasperata e distruzione di ricchezze, e altri scambi caratterizzati da una emulazione più moderata, in cui i contraenti gareggiano nell'offrire più doni. Capitolo primo I doni scambiati e l’obbligo di ricambiarli (Polinesia) 1. Prestazione totale, beni uterini contro beni maschili (Samoa). Per lungo tempo, si è ritenuto che in Polinesia non esistesse un potlàc nel senso tradizionale del termine. Le società polinesiane, sebbene avessero istituzioni simili, sembravano limitarsi a un sistema di "prestazioni totali". A differenza di quanto avviene in Melanesia, mancava l'elemento antagonista, quello legato alla distruzione e al combattimento. I doni venivano scambiati in occasione di eventi significativi come nascite, circoncisioni, malattie, riti di pubertà, funerali e commercio. Tuttavia, sono stati identificati due elementi distintivi del potlàc: l'onore e il prestigio associati al "mana" che conferisce ricchezza, e l'obbligo di ricambiare i doni, pena la perdita di autorità. Come osserva Turner, dopo le celebrazioni legate alla nascita, dopo avere ricevuto e ricambiato gli oloa e i tonga, altrimenti detti beni maschili e beni femminili, i genitori non aumentavano la loro ricchezza, ma ottenevano un grande onore dalla quantità di beni ricevuti. Il bambino, che viene allevato dalla sorella e dal cognato, è anch'esso considerato un "tonga", un bene uterino. Questo rappresenta il canale attraverso cui i beni indigeni continuano a fluire dalla famiglia del bambino a quella dell'altra parte. Inoltre, il bambino diventa un mezzo attraverso il quale i genitori possono ottenere beni estranei (oloa) dai genitori adottivi. Il concetto di rivalità, combattimento e distruzione è essenziale per definire il potlàc. Focalizzandoci sui termini "oloa" e "tonga", i tonga si riferiscono a beni permanenti, come stuoie da matrimonio e talismani, mentre gli oloa sono principalmente strumenti e beni mobili del marito. In sintesi, il tonga rappresenta tutto ciò che conferisce ricchezza e potere, inclusi tesori, talismani e rituali, mentre gli oloa sono oggetti pratici e funzionali. 2. Lo spirito della cosa donata (Maori). Nell'ambito del pensiero giuridico e religioso maori, i taonga sono profondamente legati all'individuo, al clan e al territorio, fungendo da veicolo del "mana", ovvero della forza magica, religiosa e spirituale. Ogni taonga, insieme agli altri beni personali, è dotato di hau, un potere spirituale. Quando un oggetto viene donato, il ricevente è spinto a restituire un dono, motivato dall'hau del regalo ricevuto. Questo crea un obbligo di restituzione, poiché non farlo significherebbe perdere il "mana" e l'autorità. L'hau non si limita al primo destinatario, ma si estende a chiunque riceva il taonga nel corso della sua trasmissione. Questo concetto mette in luce il vincolo giuridico creato dalla trasmissione di beni: regalare qualcosa equivale a donare una parte di sé. Accettare un dono implica ricevere un frammento dell'essenza spirituale del donatore, e mantenere l'oggetto per sé sarebbe considerato pericoloso e illecito. Il taonga non è un oggetto inerte; è animato e spesso individualizzato, e tende a ritornare al suo "focolare d’origine" o a generare un equivalente per il clan e il territorio da cui proviene. Questo legame tra beni e spiritualità è fondamentale nella cultura maori, dove la trasmissione di un taonga è vista come un atto che coinvolge non solo il bene materiale, ma anche le anime e le essenze spirituali delle persone coinvolte. 3. Altri argomenti: l’obbligo di donare, l’obbligo di ricevere. Per comprendere appieno l'istituzione della prestazione totale e del potlàc, è fondamentale analizzare due momenti complementari. La prestazione totale non si limita all'obbligo di ricambiare i regali ricevuti, ma implica anche l'obbligo di fare regali e quello di riceverli. Queste tre obbligazioni forniscono una spiegazione essenziale del contratto tra i clan polinesiani. Rifiutarsi di donare, trascurare di invitare o rifiutare di accettare un regalo non sono semplici atti di indifferenza, ma equivalgono a una dichiarazione di guerra, simile al rifiuto di alleanze e comunioni. Questo sistema di obbligazioni crea una rete di diritti e doveri che riguarda il consumare e il ricambiare, riflettendo una continua circolazione di beni e relazioni tra clan e individui, organizzati per ranghi, sessi e generazioni. 4. Nota: il dono fatto agli uomini e il dono fatto agli dei. Il tema del dono nelle culture del nord-est siberiano e tra gli Eschimesi dell'Ovest dell'Alaska riveste un'importanza cruciale, in quanto è intrinsecamente legato a pratiche rituali e alla relazione con gli spiriti e la natura. Il potlàc, una cerimonia di scambio di doni, non solo promuove la generosità tra gli uomini, ma si estende anche a una dimensione spirituale che coinvolge gli dei e gli spiriti dei morti. Questi scambi sono visti come un modo per incitare gli spiriti a essere generosi verso gli esseri umani, creando un legame profondo tra le persone e il mondo naturale. In queste società, il potlach produce effetti significativi non solo sugli uomini che competono in generosità, ma anche sulla natura stessa. Gli scambi di regali tra gli individui stimolano gli spiriti dei morti, gli dei, gli animali e le cose a ricambiare la generosità. La reciproca interazione tra uomini e spiriti illumina un aspetto fondamentale della teoria del sacrificio, dove i rituali contrattuali ed economici si intrecciano con la spiritualità. Gli uomini, in questo contesto, sono considerati incarnazioni mascherate degli spiriti, agendo come rappresentanti di forze superiori. La distruzione sacrificale, che si manifesta attraverso pratiche come l'uccisione di schiavi, la combustione di oli preziosi e il sacrificio di oggetti di valore, non è solo un atto di dimostrazione di potenza e ricchezza, ma rappresenta anche un modo per sacrificare agli spiriti e agli dei. Questi ultimi sono confusi con le loro incarnazioni viventi, i portatori dei titoli e gli alleati iniziati. Alcuni sacrifici possono essere effettuati per rendere benigni gli spiriti, come sottolineato da Malinowski, evidenziando ulteriormente la complessità di queste interazioni. Inoltre, i doni scambiati tra uomini e uomini-dei hanno anche lo scopo di promuovere la pace tra le comunità, allontanando gli spiriti malvagi. Questo aspetto del dono sottolinea l'importanza della reciprocità e dell'obbligo di ricambiare, che si estende ben oltre il semplice scambio materiale. La connessione tra gli esseri umani e il mondo spirituale è un elemento fondamentale in queste culture, riflettendo una visione del mondo in cui ogni azione ha conseguenze e dove la generosità è un valore centrale. In sintesi, il dono, nelle sue molteplici forme, rappresenta un elemento vitale che unisce comunità, spiriti e natura. La reciproca interazione tra uomini e forze spirituali non solo arricchisce le relazioni sociali, ma contribuisce anche a mantenere l'armonia con il mondo naturale, rendendo il potlach una pratica fondamentale per la coesione sociale e spirituale. Capitolo secondo Estensione del sistema del dono: liberalità, onore, moneta 1. Norme della generosità. Andamanesi. Le usanze di cui abbiamo discusso si riscontrano anche tra i Pigmei, considerati i più primitivi tra gli uomini. Nonostante l'importanza di tali scambi di doni, il gruppo locale e la famiglia, in molte situazioni, sono in grado di provvedere autonomamente ai propri bisogni in termini di utensili e altri oggetti. Pertanto, i doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle società più sviluppate. L'obiettivo principale è di natura morale: l'atto di donare mira a generare un sentimento di amicizia tra le persone coinvolte, e se questo effetto non viene raggiunto, l'intera operazione perde di significato. Esiste una sorta di rivalità, alimentata dal desiderio di offrire un numero maggiore di oggetti e di valore superiore. I doni, infatti, non solo suggellano i matrimoni, ma creano anche legami di parentela tra le due coppie di familiari. In sostanza, si tratta di una mescolanza profonda: le anime si intrecciano con le cose, e le cose si confondono con le anime. 2. Principi, motivi e intensità degli scambi di doni (Melanesia). Le popolazioni della Melanesia hanno conservato o sviluppato il potlàc meglio di quelle della Polinesia. Presso di esse appare molto piú nettamente che in Polinesia la nozione di moneta, il sistema si complica alquanto, ma si precisa anche meglio. Nuova Caledonia. Leenhardt ha cominciato col descrivere il pilu-pilu e il sistema di feste, regali, prestazioni di ogni sorta, ivi compresa la moneta, che non bisogna esitare a qualificare come potlàc. Trobriand. Prendiamo in considerazione la cerimonia del kula, un sistema di scambio altamente ritualizzato analizzato da Malinowski nel suo studio Argonauti del Pacifico occidentale, dedicato agli abitanti delle isole Trobriand, un arcipelago situato a nord-est della Nuova Guinea. In questo gruppo di circa trenta isole disposte in cerchio, circolavano due tipi di oggetti, complessivamente denominati vaygu'a: le collane di conchiglie rosse (soulava) e i braccialetti di conchiglie bianche (mwali). Le collane venivano scambiate esclusivamente in senso orario, mentre i braccialetti seguivano il percorso contrario. Di conseguenza, le collane potevano essere scambiate solo con i braccialetti e viceversa. Questi oggetti, dotati di un forte valore simbolico, circolavano continuamente, rimanendo nelle mani del loro possessore solo per un periodo limitato, e venivano barattati durante visite periodiche tra gli abitanti delle isole. Sia i preparativi per la partenza sia le trattative e gli scambi avvenivano secondo rituali ben definiti. Durante queste visite, gli scambi di kula erano accompagnati da un commercio parallelo e profano, in cui si barattavano oggetti di uso pratico. Sebbene in queste transazioni prevalesse l'interesse, gli indigeni le consideravano gerarchicamente inferiori rispetto al kula, ovvero allo scambio rituale, che si svolgeva in modo nobile e, apparentemente, disinteressato. Al contrario, lo scambio profano si caratterizzava per la tenace contrattazione tra le parti, un processo ritenuto indegno del kula. Si diceva di un individuo che non praticava il kula con la necessaria grandezza d'animo che lo faceva come un gimwali, ovvero uno scambio profano. Il commercio del kula è di natura nobile e sembra essere riservato ai capi, che fungono da leader delle flotte e dei canotti, nonché come commercianti e donatari per i loro vassalli, in particolare per i loro figli e cognati, che sono anche i loro sudditi e i capi di diversi villaggi infeudati. Descrizione della serie Kula: 1. Primo dono vaygu'a: l'opening gift. 2. Dono di restituzione: yotile/kudu. 3. Se non si è in grado di restituire, si può offrire un basi, un regalo di attesa che mostra l'interesse del donatore (questo gesto placa il creditore, ex donatore, ma non libera il debitore, futuro donatore). Nelle nostre società, il contratto è rigorosamente determinato dall'oggetto: l'acquisto del pane, ad esempio, conclude il mio rapporto con il panettiere. Al contrario, come osserva Mauss, nelle società senza mercato, lo scambio avviene tra persone legate in modo più o meno permanente, talvolta in modo assoluto e totale. Da qui deriva l'importanza del dono nel creare rapporti di fiducia. ALTRE SOCIETÀ MELANESIANE. Oltre al potlàc, nelle isole Figi, situate a sud della Melanesia, sono presenti altre istituzioni che appartengono al sistema del dono. Durante una specifica stagione chiamata kerekere, non è possibile rifiutare nulla a nessuno. Inoltre, esiste una moneta chiamata tambua. I Melanesiani della Nuova Guinea e alcuni Papua da loro influenzati chiamano la loro moneta "tau-tau", che significa "prestito di maiali" (Motu e Koita). I Melanesiani hanno un'economia extra domestica e un sistema di scambio molto sviluppato, forse con un ritmo più intenso e precipitoso rispetto a quello familiare ai nostri contadini o ai villaggi di pescatori delle nostre coste, anche solo cento anni fa. In questi sistemi giuridici, non c'è la necessità di astrarre e distinguere i concetti economici e giuridici. Non hanno né l'idea della vendita né l'idea del prestito, ma compiono ugualmente operazioni giuridiche ed economiche che hanno la stessa funzione. Questi sistemi di dono nelle isole Figi e in altre società melanesiane riflettono una visione del mondo in cui le relazioni sociali e gli obblighi reciproci sono fondamentali. Il dono non è solo uno scambio materiale, ma un mezzo per creare e mantenere legami sociali, promuovere la pace e la cooperazione all'interno della comunità. 3. Nord-ovest americano. Le società indiane del Nord-ovest americano presentano le stesse istituzioni delle società precedentemente analizzate, ma in forma ancora più radicale e accentuata. Sembra che in queste culture il baratto sia sconosciuto. Anche dopo un prolungato contatto con gli Europei, nessuno dei trasferimenti di beni che avvengono costantemente assume forme diverse dalle solenni cerimonie del potlatch. Tuttavia, appaiono con maggiore evidenza rispetto alla Melanesia o alla Polinesia le nozioni di credito, termine e onore. Il potlatch è però molto più di un semplice fenomeno giuridico: è un fenomeno totale. È religioso, mitologico, sciamanico. Ma è anche un fenomeno di morfologia sociale: la riunione delle tribù, dei clan e delle famiglie, e persino delle nazioni, produce una notevole irrequietezza ed eccitazione. Si fraternizza, ma allo stesso tempo si rimane estranei; si comunica e ci si contrappone in un gigantesco commercio e in un costante torneo. Ma qual è l'essenza del potlatch? È l'obbligo di dare (chi non dà, perde la sua autorità), ricambiare (chi non ricambia perde il proprio rango e persino quello di uomo libero), ricevere (chi non riceve ammette la paura di dover ricambiare). Come sottolinea l'antropologo Marco Aime, non dobbiamo pensare che la logica agonistica del potlatch sia lontana anni luce dalla nostra cultura. Se il potlatch significa esagerazione, sovrabbondanza e spreco finalizzati ad acquisire più prestigio dell'altro, ritroviamo alcuni tratti simili in certi nostri banchetti nuziali, dove il cibo è quasi sempre in quantità superiore a quanto viene poi effettivamente consumato. Non è forse vero che da un pranzo di nozze normale e senza eccessi gli invitati uscirebbero brontolando e comparandolo con altri a cui hanno partecipato, muovendo critiche e accuse di tirchieria agli sposi? Queste analogie suggeriscono come il sistema del dono e del contro-dono, pur nelle sue forme più estreme, non sia così distante dalla nostra stessa cultura. L'obbligo di dare, ricevere e ricambiare, sebbene declinato in modi diversi, sembra essere una costante antropologica che accomuna società apparentemente lontane. DARE, RICEVERE, RICAMBIARE. L'obbligo di dare rappresenta l'essenza del potlàc. Un capo deve organizzare potlàc; in caso contrario, perde la sua autorità, poiché deve dimostrare di essere frequentato e favorito dagli spiriti e dalla fortuna. Nelle culture del Nord-ovest americano, perdere prestigio è paragonabile a perdere l'anima o la propria identità. Invitare gli amici a condividere i frutti inaspettati della caccia e della raccolta, e redistribuire tutto ciò che si è ricevuto durante un potlàc, è una regola fondamentale. Dimenticarsi di farlo può avere conseguenze disastrose. Non esiste l'obbligo di invitare coloro che sono in difetto, ovvero chi non ha organizzato feste, mentre è necessario invitare coloro che sono in difficoltà o meno fortunati. Anche l'obbligo di ricevere è altrettanto forte. Non si ha il diritto di rifiutare un dono o di respingere un potlàc, poiché ciò potrebbe far apparire una persona come superiore o inferiore. Accettare un dono significa più che trarre un beneficio da una cosa o da una festa; implica accettare una sfida. Nel potlàc, l'obbligo di ricambiare è fondamentale e deve avvenire in modo superiore, con un tasso che varia dal 30% al 100% all'anno. Non ricambiare ciò che si è ricevuto porta a perdere la "faccia". La sanzione per non rispettare l'obbligo di ricambiare può comportare la schiavitù per debiti, evidenziando l'importanza cruciale di queste dinamiche sociali. LA FORZA DELLE COSE. Nel potlàc esiste una virtù intrinseca che costringe i doni a circolare. Da un lato, ci sono gli oggetti di consumo e, dall'altro, gli oggetti preziosi della famiglia, che vengono trasferiti con la stessa solennità con cui si trasferiscono le donne nel matrimonio. Ogni oggetto prezioso possiede un'identità unica, un nome, delle qualità e un potere specifico. Ciascuno di questi beni racchiude in sé una virtù creatrice, rendendolo non solo un semplice oggetto, ma un'entità dotata di significato. Inoltre, questi oggetti sono intimamente legati agli spiriti, creando una connessione profonda tra il mondo materiale e quello spirituale. LA «MONETA DI RINOMANZA». In alcune tribù esiste un culto e un mito del rame, considerato un essere vivente, che viene identificato con il salmone, anch'esso oggetto di venerazione. Ogni principale oggetto di rame ha un nome e un'identità propria, possedendo una virtù attrattiva che richiama altri oggetti di rame, creando una sorta di magnetismo che li trascina insieme. Questi oggetti formano una "fortezza" attorno alla principessa che li porta, conferendo al capo che li possiede un'aura di invincibilità. La ricchezza e la fortuna si trasmettono insieme a questi beni, creando un legame indissolubile tra il possesso materiale e il prestigio sociale. Tutto è interconnesso e si confonde: gli oggetti possiedono una personalità, e le personalità stesse diventano elementi permanenti del clan. La circolazione dei beni segue parallelamente quella delle persone, evidenziando come le relazioni sociali e gli scambi materiali siano intrecciati in un sistema complesso e significativo. PRIMA CONCLUSIONE. Nelle società tradizionali, la circolazione delle cose è strettamente legata alla circolazione dei diritti e delle persone. Il principio dello scambio-dono caratterizza queste culture, che si trovano in una fase intermedia: hanno superato la "prestazione totale", ma non sono ancora giunte a un sistema di contratto individuale puro, né a un mercato in cui il denaro circola liberamente. Questa interconnessione tra beni, diritti e relazioni umane evidenzia come gli scambi materiali non siano solo transazioni economiche, ma anche atti carichi di significato sociale e culturale. Capitolo terzo Sopravvivenza di questi principî nel diritto antico e nell’economia antica Nelle società moderne, esiste una netta separazione tra diritti reali e diritti personali, persone e cose. Inoltre, c'è una chiara distinzione tra obbligazione e dono. Anche nell'analisi del diritto indoeuropeo, si evidenzia come in passato non esistesse una mentalità così fredda e calcolatrice, e fosse invece comune lo scambio di doni in cui persone e cose si fondevano. 1. Diritto personale e diritto reale (diritto romano molto antico). Una delle questioni più controverse della storia del diritto è la teoria del nexum. Huvelin ha accostato il nexum al wadium germanico e, in generale, ai "pegni supplementari", ipotizzando un legame con la magia simpatica e il potere che ogni cosa in contatto con il contraente conferisce all'altra parte. Secondo questa teoria, la sanzione magica è legata al carattere spirituale della cosa data in pegno, che di per sé è ordinariamente senza valore. Il nexum, il vincolo giuridico, deriva tanto dalle cose quanto dagli uomini. La consegna è sempre solenne e reciproca, e nel diritto romano avviene ancora in gruppo. Esiste certamente un vincolo nelle cose, oltre ai vincoli magici e religiosi, derivante anche dalle parole e dai gesti. In origine, nel diritto romano, le cose stesse possedevano una personalità e una virtù proprie, facendo parte integrante della familia, che si compone di res (cose) e personae (persone). Si distingueva tra la familia e la pecunia, tra le res della casa e il bestiame dei campi. Esisteva anche una distinzione tra le res mancipi (cose preziose mobili e persino fanciulli) e le res nec mancipi (cose che passano facilmente di mano in mano). La consegna solenne, mancipatio, delle res mancipi creava un vincolo giuridico, in quanto la cosa rimaneva per un momento "della famiglia" del primo proprietario, fino a quando egli non veniva liberato in cambio del prezzo. Questa teoria evidenzia come nell'antica Roma le cose e le persone fossero strettamente interconnesse, e come il diritto fosse intriso di elementi magici e spirituali, oltre che giuridici. Il nexum rappresentava un legame che andava oltre la semplice transazione economica, coinvolgendo aspetti simbolici e rituali. Altri diritti indo-europei. Sono stati i Romani e i Greci a creare la distinzione fondamentale tra diritti personali e diritti reali, separando nettamente il concetto di vendita da quello di dono e scambio, e isolando l'obbligazione morale dal contratto. Attraverso questo processo, essi hanno superato una morale considerata ormai obsoleta e un'economia del dono ritenuta eccessivamente dispendiosa e suntuaria. Tra i sistemi giuridici indoeuropei che hanno meglio conservato le tracce di questa evoluzione, troviamo quello germanico e quello indiano. 2. Diritto indiano classico . Teoria del dono La cosa donata porta con sé una ricompensa, sia in questa vita che nell'altra. Gli oggetti come la terra e il cibo non sono semplici beni materiali, ma sono personificati e considerati esseri viventi con cui si dialoga e che partecipano attivamente al contratto. Questi beni desiderano essere donati. È nella natura del cibo essere condiviso con gli altri; la ricchezza è destinata a essere elargita. Da questo principio derivano valori fondamentali come l'ospitalità e la carità. Al contrario, l'avarizia interrompe il circolo del diritto e dei meriti. Il brahmano, ad esempio, rifiuta di avere a che fare con questioni commerciali e rimane fedele all'economia e alla morale degli antichi pastori indo-iraniani, secondo cui è considerato un'offesa persino essere colmati di doni. Solo successivamente accetta quelli che gli vengono offerti spontaneamente. Il dono rappresenta ciò che deve essere dato, ciò che deve essere ricevuto e, al contempo, ciò che può risultare pericoloso da accettare. Questa ambivalenza sottolinea la complessità delle relazioni sociali e dei legami che si instaurano attraverso gli scambi, evidenziando come il dono sia intriso di significati e responsabilità. 3. Diritto germanico (il pegno e il dono). Le società germaniche hanno sviluppato un sistema di scambi, sia volontari che involontari, sotto forma di doni. Queste comunità sono rimaste a lungo prive di mercati, mantenendo una struttura essenzialmente feudale e agricola. In passato, esisteva un sistema simile al potlàc, in cui i membri delle tribù si comunicavano, si aiutavano e si alleavano attraverso doni e alleanze. Richard Meyer descrive mirabilmente l'intero sistema dei doni e dei regali. Un aspetto importante di questo sistema è l'istituzione del Gaben, che prevede di fare un dono di valore significativamente superiore rispetto all'evento, come ad esempio la dote della sposa in occasione di un matrimonio. Un'altra istituzione rilevante è il wadium germanico, in cui il pegno accettato consente ai contraenti di esercitare diritti reciproci, poiché ciascuno possiede qualcosa dell'altro. Questo legame è rafforzato dal fatto che, in molte occasioni, il pegno veniva diviso in due, con ciascun contraente che conservava una metà. Il pegno è obbligatorio e rappresenta un vincolo. Il nexum, quindi, è intrinseco alla cosa stessa e non si limita agli atti magici o alle forme solenni del contratto. Esso non solo obbliga e vincola, ma impegna anche l'onore di chi si trova in una posizione di inferiorità. Più che un semplice strumento per costringere il debitore, il pegno rappresenta il premio di una competizione e la sanzione di una sfida. Fino a quando il contratto non è concluso, il debitore si trova in una posizione simile a quella di un perdente in una scommessa. In questo contesto, anche chi riceve un pegno è vincolato. Il pegno comporta un rischio per entrambi i contraenti, evidenziando la complessità e la reciproca interdipendenza delle relazioni all'interno di queste società. Diritto celtico Un’altra famiglia di società indo-europee, quella dei popoli celtici, ha conosciuto certamente queste istituzioni. Diritto cinese. Nella civiltà cinese, esiste un vincolo indissolubile tra ogni cosa e il suo proprietario. Un individuo che ha venduto uno dei suoi beni mantiene per tutta la vita il diritto di "piangere la cosa venduta". Inoltre, i contraenti sono considerati in una dipendenza perpetua l'uno dall'altro. Capitolo quarto Conclusione 1. Conclusioni di ordine morale. Le cose possiedono un valore sentimentale oltre a quello venale. Non esiste solo una morale mercantile, soprattutto in determinati periodi dell'anno o in occasioni speciali. Un dono non ricambiato continua a rendere inferiore chi lo ha accettato, soprattutto quando viene accolto senza l'intenzione di restituirlo. L'invito deve essere ricambiato, così come la cortesia. Anche gli oggetti venduti mantengono un'anima. Si può affermare che una parte del diritto, in particolare quello degli industriali e dei commercianti, sia oggi in contrasto con la morale. Lo Stato e i suoi sottogruppi si propongono di prendersi cura degli individui, ma è necessaria una maggiore attenzione alla vita, alla salute, all'educazione e al futuro delle persone e delle loro famiglie. È fondamentale promuovere la buona fede, la sensibilità e la generosità nei contratti di lavoro, nelle locazioni immobiliari e nella vendita di beni essenziali. Inoltre, è necessario trovare modi per limitare i frutti della speculazione e dell'usura, pur riconoscendo l'importanza del lavoro individuale. La nuova morale dovrà certamente basarsi su un'equilibrata combinazione di realismo e idealismo. Il cittadino non deve essere né eccessivamente generoso e soggettivo, né troppo insensibile e realista. È essenziale che sviluppi una consapevolezza acuta di sé stesso e, al contempo, degli altri. Pertanto, adottiamo come principio della nostra vita ciò che è sempre stato e sempre sarà fondamentale: uscire da se stessi, dare liberamente e per obbligo. Seguendo questo principio, non si corre il rischio di sbagliare. 2. Conclusioni di sociologia economica e di economia politica. Il sistema economico basato sul dono si distacca nettamente dall'economia tradizionale, considerata naturale e utilitaristica. Sebbene i segni di ricchezza, come i beni materiali, siano oggetto di scambio, questa economia è ancora intrisa di elementi religiosi. Secondo Malinowski, il dono puro si manifesta nel rapporto tra sposi, mentre i regali offerti ai capi possono essere considerati tributi, e le distribuzioni di cibo non sono realmente disinteressate, poiché spesso si configurano come prestazioni già attese. Nelle società Maori o dei Tsimshian, l'individuo e il gruppo, o più precisamente i sottogruppi, si riservano il diritto sovrano di rifiutare un contratto, conferendo così un aspetto di generosità alla circolazione dei beni. Tuttavia, in genere non avevano il diritto o l'interesse di opporsi a tale rifiuto, il che rende queste società, sebbene distanti, affini alle nostre. L'uso della moneta si traduce in pegni legati alle persone che la utilizzano e che, a loro volta, ne sono vincolate. Donare equivale a dimostrare la propria superiorità; accettare senza ricambiare o senza un adeguato scambio implica una subordinazione. In queste civiltà, gli scambi avvengono spesso con oggetti di lusso, ornamenti o beni consumabili, utilizzati per umiliare chi ha donato o scambiato per primo. Le società occidentali hanno trasformato l'essere umano in un "animale economico", riducendolo a una macchina calcolatrice. Per lungo tempo, l'uomo è stato diverso, e solo recentemente è diventato una mera entità economica. 3. Conclusioni di sociologia generale e di morale. Tutti i nomi menzionati racchiudono significati giuridici, economici, religiosi ed estetici, oltre a implicazioni morfologiche. In termini giuridici, si riferiscono al diritto privato e pubblico; in termini religiosi, riguardano la religione, la magia, il misticismo e la mentalità religiosa diffusa. Sul piano economico, sono presenti ovunque, con l'idea di valore, utilità, interesse, lusso e ricchezza. I sistemi che abbiamo descritto costituiscono totalità complete all'interno dei contesti sociali. Solo ponendo la ragione al di sopra del sentimento e imponendo la volontà di pace contro le improvvise follie, i popoli possono sostituire la guerra, l'isolamento e l'astinenza con alleanze, doni e commercio. Le società hanno progredito nella misura in cui i loro membri, i sottogruppi e infine gli individui sono riusciti a stabilizzare i propri rapporti, dando, ricevendo e ricambiando. Solo allora è stato possibile scambiare beni e persone non solo da clan a clan, ma anche tra tribù, nazioni e individui.
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