Tutti i diritti riservati © 2017, DeA Planeta Libri S.r.L. Redazione: Via Inverigo, 2 – 20151 Milano Prima edizione: maggio 2017 Prima edizione ebook: maggio 2017 ISBN: 978-88-511-4877-5 Published by arrangement with The Italian Literary Agency In copertina: F. Geffels, Assedio di Vienna da parte dei turchi, 16 luglio 1683. © De Agostini Picture Library/G. Dagli Orti Progetto grafico: XxY studio Le cartine all’interno del volume sono opera di Graffito – Cusano Milanino (MI). eBook realizzato da Punto Acuto www.punto-acuto.it Nessuna parte di questo volume può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con alcun mezzo, elettronico, meccanico o in fotocopia, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dall’Editore. Le fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del 15% dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto all’art. 68, commi 4 e 5, della legge 22 aprile 1941, n. 633. 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Si era nel VII secolo d.C. e Roma, sebbene il centro del potere fosse ormai a Costantinopoli e l’Urbe fosse in piena decadenza, era ancora formalmente la padrona del mondo. I seguaci di Maometto erano le avanguardie di una nuova religione, anch’essa monoteista come quella professata dagli ebrei e dai cristiani e con le stesse origini bibliche, ma più aggressiva e concorrenziale con le altre. I cristiani, seguaci di un altro profeta chiamato Gesù, figlio di un falegname che era stato sei secoli prima crocifisso dai romani per le sue idee sovversive, erano riusciti a diffondere in larghi strati della popolazione quelle stesse idee a dir poco “rivoluzionarie” – l’amore per il prossimo, il perdono invece della vendetta, la fratellanza tra gli uomini, e una sorta di socialismo primitivo profondamente radicato che nelle si era masse popolari –, erano inoltre ben organizzati, potenti economicamente e occupavano posti di rilievo nella burocrazia. Tutto ciò aveva indotto l’imperatore Costantino, già nel IV secolo, a concedere ai cristiani libertà di culto, dando alla Chiesa la possibilità di organizzarsi in un sistema gerarchico che avrebbe visto presto emergere il vescovo di Roma, quale vicario di Cristo, con sede nella stessa città dell’imperatore, circondato dalle altre autorità ecclesiastiche. In seguito, la diffusione della fede cristiana avrebbe superato ogni aspettativa, tanto che nel conflitto sotterraneo che verrà a crearsi fra “la corona” e “l’altare” il papa avrà spesso il sopravvento. Di Gesù sappiamo vita, morte e miracoli – soprattutto i miracoli, grazie a quello che hanno raccontato i suoi quattro evangelisti “ufficiali” (Matteo, Giovanni, Luca e Marco); in realtà della sua vita hanno parlato anche molti altri, ma i loro “vangeli” sono stati definiti apocrifi dalla Chiesa, forse perché contenevano testimonianze imbarazzanti come il suo presunto matrimonio con Maria di Magdala, o l’esistenza di fratelli e figli. Tutte cose che la Chiesa non poteva non censurare. Di Maometto, invece, che di miracoli non ne fece mai, conosciamo bene la vita, che fu lunga e produttiva: sotto la sua guida, e all’ombra della sua eredità, la religione musulmana avrebbe raggiunto dimensioni persino più vaste di quella predicata da Gesù. Sono oltre mille anni che le due religioni si confrontano e si scontrano, e una certa diffidenza reciproca è divenuta quasi normale. In questi secoli abbiamo affrontato e forse superato il razzismo, il colonialismo e le barricate ideologiche, ma la diffidenza tra questi due mondi è sopravvissuta. Ha covato quasi sotto traccia, sopita, finché dalle profondità del mondo islamico è cominciato a ribollire qualcosa di molto minaccioso… Ringrazio Roberto Gargiulo, che ha impreziosito con il suo contributo le mie pagine, e Marie Claire, che le ha ordinate. Arrigo Petacco Parte prima LE ORIGINI DELL’ISLAM E LA PRIMA ESPANSIONE Le origini dell’Islam Quando nel 106 d.C. l’imperatore Traiano costituì la provincia di Arabia Petraea, essa includeva principalmente l’antico regno dei Nabatei e corrispondeva a gran parte della penisola del Sinai e dell’attuale regno di Giordania. La via Traiana Nova costituiva di fatto il confine orientale di questa nuova provincia, oltre la quale si estendeva l’immensa penisola araba, divisa tra l’Arabia Deserta o Arabia Magna (attuale Arabia Saudita) e l’Arabia Felix (fertile), posta all’estremità meridionale della penisola araba e identificabile con gli attuali stati dello Yemen e dell’Oman. Proprio sul tracciato della Traiana Nova correva poi quel Limes Arabicus che costituì il confine orientale dell’impero romano in quell’area. Sin dall’epoca augustea i romani avevano effettuato puntate esplorative dirette verso l’interno di quell’immensa penisola (la seconda al mondo dopo l’India), giungendo sino al territorio dell’attuale Aden (Yemen), ma, grandi soldati e politici pragmatici quali erano, capirono presto che quel territorio, per le sue caratteristiche morfologiche e climatiche, offriva ben poche attrattive e rinunciarono a una colonizzazione sistematica dell’area, che così rimase ai margini delle grandi correnti culturali del mondo antico sino almeno al VII secolo d.C. Gli abitanti di questa regione vennero spesso chiamati un’etimologia saraceni, piuttosto secondo incerta. Sant’Isidoro di Siviglia, tra VI e VII secolo, affermava che essi derivavano il loro nome da Sarah, la moglie di Abramo, e, proprio per tale motivo, erano anche conosciuti come ismaeliti, discendenti cioè da Ismaele, figlio di Abramo e della schiava Agar. Si trattava di una popolazione di origine semitica e pelle bianca, che viveva in forte simbiosi con la propria terra, divisa in piccole tribù, organizzate secondo il principio del clan familiare. Questi “abitanti del deserto”, o badawiyyīn (beduini) erano in sostanza dei predoni nomadi, aggressivi e pronti allo scontro per il possesso di un gruppo di cavalli o di cammelli, per il controllo di un’oasi o per il saccheggio di una carovana presupposti la occupazione mercantile. Con tali guerra la loro preferita. era Del resto quell’immensa penisola era traversata da importanti vie carovaniere, come la cosiddetta Via dell’incenso, che dall’Arabia Felix giungeva al Mediterraneo, collegando quindi l’India e l’Estremo Oriente alla capitale dell’impero romano. La Mecca era la città più importante della penisola soprattutto per la sua posizione strategica. Qui era anche il centro sacro della regione, coincidente con il tempio della Kaaba o Ka‘ba (“cubo” o “scatola”) e l’altare della Pietra Nera. La prima appare oggi un edificio rettangolare di pietra, alto una quindicina di metri, posto nel Masjid alHaram (la Sacra Moschea), uno dei suoi primi costruttori sarebbe stato lo stesso Abramo (l’Ibrahim musulmano). La Pietra Nera (al-hajar al-aswad) appare ovoidale, di un colore rossastro scuro, tendente al bruno, con un diametro approssimativo di una trentina di centimetri. Secondo alcune tradizioni arabe si tratterebbe di un oggetto caduto dal cielo, e in effetti potrebbe trattarsi del frammento di un antichissimo meteorite. Una tradizione più romanzata invece lo considera come il frammento della “Casa Antica”, inviata dallo stesso Allah sulla terra e andata distrutta a seguito del Diluvio Universale, dopo il quale la Pietra sarebbe stata recuperata e salvata dal profeta Nuh (il biblico Noè), che l’avrebbe nascosta in una grotta. Qui Abramo l’avrebbe recuperata e appunto inserita nell’edificanda Kaaba. Nel VI secolo, Abd Allah vi sposò Amina, del clan Banu Zuhra, anch’esso parte della grande tribù dei Banu Quraish. Poco più di un anno dopo il matrimonio, Amina mise al mondo un maschietto, cui fu imposto il nome di Abu l-Qasim Muhammad, Maometto, che potremmo tradurre come “il grandemente lodato”. Il piccolo, in realtà, non nacque sotto i migliori auspici, visto che di fatto era già orfano di padre, dal quale ereditò un nome rispettato e poco più. A peggiorare la situazione intervenne poi, circa sei anni dopo, la morte della madre, che lasciò il bimbo completamente orfano. Fortunatamente questi fu preso in custodia dal nonno Abd al-Muttalib, che gli riservò le cure e le attenzioni dovute a un vero e proprio figlio. Maometto ne ricavò una buona educazione e una prestigiosa tutela sociale e mercantile che lo condusse, neppure adolescente, a far parte di una carovana diretta a Bosra, in Siria. Questa spedizione mercantile era stata organizzata da suo zio paterno, Abu Talib, subentrato al nonno come suo tutore. Anche questa figura adottiva rivestì tuttavia grande importanza nella vita del giovane orfano, che dallo zio venne protetto nonché guidato e introdotto alle attività commerciali fondamentali per un giovane arabo dell’epoca. Fu infatti proprio Abu Talib a consigliargli di andare a lavorare in qualità di agente commerciale presso una matura vedova di nome Khadija che, nonostante le convenzioni maschiliste di quel mondo, era una donna non comune, colta e abile negli affari. L’affinità tra i due dovette essere notevole se, qualche tempo dopo (595 d.C.), Maometto decise di prenderla in moglie, sebbene lui avesse circa venticinque anni e lei quasi quaranta (ma secondo alcune fonti ne avrebbe avuti solo ventotto) e avesse avuto già diversi figli. Nonostante questi presupposti, infatti, e sebbene la società araba considerasse la poligamia come prassi consueta, il giovane mercante non prese altre mogli sino alla morte di Khadija e con essa anzi mise al mondo ben sei figli (quattro femmine e due maschi) di cui però solo una, Fatima, giunse a maggiore età. In quegli anni il rispetto attorno al nome di Maometto crebbe ed egli ne ricavò l’appellativo di al-Amin (il fidato o l’affidabile), mentre decideva di adottare come proprio lo stesso figlio di Abu Talib, Alì (che di fatto era anche suo cugino). Fino al 610 circa, comunque, non pare che Maometto avesse mostrato particolari interessi religiosi. Sembra abbastanza probabile che, sin dal suo primo viaggio a Bosra, egli fosse entrato in contatto con ambienti monoteisti ebrei e cristiani e ne fosse rimasto in qualche modo influenzato. Si trattava dei cosiddetti hanif, cioè i monoteisti preislamici del mondo arabo. Del resto anche alla Mecca vivevano diversi cristiani e fu uno di essi a fornire a Maometto chiarimenti rispetto ad alcune visioni mistiche che avevano iniziato ad apparirgli. Queste inquietudini si accrebbero dopo un viaggio a Medina – forse compiuto per visitare la tomba del padre – durante il quale si moltiplicarono i suoi contatti con le comunità israelitiche locali. Era piuttosto evidente del resto che cresceva la sua ammirazione per una morale, quella monoteista cristiana ed ebraica, che sentiva sempre più come superiore a quella politeistica e confusa della città natìa. Il principio stesso di una religione incentrata su un solo Dio e su un unico libro sacro, cioè la Bibbia, che ne rivelasse il pensiero e la parola, lo affascinava come modello sociale e morale, oltre che religioso. Del resto, movimenti e sette che rifiutavano l’idolatria politeistica andavano sorgendo in quegli anni nella stessa Mecca. Insomma, sembrava che tutto congiurasse a creare il terreno fertile alla comparsa di un messia. Dopo una serie di sogni premonitori, Maometto aveva iniziato a ritirarsi in meditazione in alcune grotte sul monte Hira, presso La Mecca, mentre Khadija continuava in sua vece a condurre gli affari di famiglia, consentendogli di coltivare quella sua nuova dimensione mistica. Fu in uno di questi “ritiri”, durante il mese sacro del Ramadan (il nono mese del calendario islamico durante il quale si pratica il sawm, il digiuno purificatore), che ebbe una delle sue più famose visioni. Secondo la tradizione, gli apparve infatti l’arcangelo Gabriele – uno dei sette arcangeli che popolano il pantheon delle tre religioni monoteiste, lo stesso che secoli prima, come raccontano i Vangeli, era apparso a Maria, per annunciarle la nascita di Gesù – che gli tese un lembo di tessuto invitandolo a leggere le parole su di esso scritte. Cosa che egli non poteva fare, essendo, secondo una diffusa tradizione, analfabeta (come del resto la maggior parte dei suoi coetanei). Gabriele ripeté allora la sua ingiunzione e così Maometto poté ripetere a sua volta e a voce alta quelle parole, menzionate in una famosa sura del Corano (96, 1-5, anche conosciuta come “Il grumo di sangue”), con cui di fatto svelava il nome dell’unico Dio e ne elencava gli appellativi, affermando contestualmente che esso aveva insegnato all’uomo ciò che esso non sapeva. Successivamente, in una nuova apparizione, una voce dal cielo gridò: «O Maometto, tu sei il messaggero di Allah, e io sono Gabriele!». Queste visioni turbarono fortemente il futuro Profeta e, tornando a casa, egli le raccontò subito a Khadija, che fu la prima ad avere incondizionata fiducia nella loro autenticità e nel loro possibile significato. Da quel momento, tali estasi si ripeterono di frequente, durante le meditazioni così come durante banali viaggi manifestandosi spesso in cammello, con forte sudorazione e perdita di sensi. Secondo lo stesso figlio adottivo Alì e altri, Maometto era un uomo abbastanza gracile, piuttosto emotivo e nervoso, generoso ma, al bisogno, violento e implacabile. Fu passionale, come testimonia l’ampio numero di mogli e concubine di cui si circondò dopo la morte di Khadija. Tuttavia seppe dominare, soprattutto in pubblico, i suoi impulsi più profondi e raramente si lasciava andare a manifestazioni evidenti dei suoi vari stati d’animo. Era nato dunque Maometto il Profeta e con esso l’alba di una nuova religione, destinata, come quella precedente di sei secoli, a cambiare i destini del mondo. La nascita del califfato Come per ogni nuovo credo religioso anche gli esordi dell’Islam non furono semplici e nei primi anni Maometto poté contare su pochissimi, per quanto convinti, seguaci: in particolare, la fedele Khadija, il figlio adottivo Alì (che all’epoca non doveva avere più di dieci anni) e Zayd, uno schiavo successivamente affrancato. Del resto, La Mecca era una città mercantile e concreta, nell’economia della quale i proventi del culto politeista della Ka‘ba avevano un peso notevole. monoteista Inoltre, la predicata nuova religione da Maometto costituiva anche un insulto a tradizioni, abitudini e superstizioni radicate. In tal senso, il Profeta degli esordi mostrò un certo pragmatismo, evitando di porre il nuovo Dio assoluto in contrasto aperto con le divinità locali preesistenti, tentando quindi una coesistenza che il tempo avrebbe però mostrato come impossibile. Tuttavia era fondamentale allargare la base del consenso e questo avvenne quando al piccolo gruppo si aggiunse un quarto adepto di un certo rango, Abu Bakr, un Quraysh di grande prestigio e di una certa ricchezza, forse all’epoca di poco più giovane del Profeta. A lui si affiancarono alcuni altri giovani appartenenti a famiglie consolidate. quanto Si confermava affermava una insomma fonte araba contemporanea, al-Zuhri, e cioè: «L’Inviato di Dio chiamava all’Islam segretamente e apertamente. Coloro che Dio volle tra i giovani e i deboli lo ascoltarono con favore in modo che quelli che credevano in lui divennero numerosi». Qualcosa di simile doveva essere accaduto al giovane Gesù che con i suoi apostoli aveva diffuso la “buona novella”. L’espansione della nuova “setta” avveniva tuttavia per gradi e inizialmente gli scettici abitanti della Mecca mostrarono una certa tolleranza nei confronti dei nuovi “credenti”, in maggioranza giovani o giovanissimi e di provenienza sociale tendenzialmente umile. Spesso, i meccani in attesa nei pressi della Ka‘ba, osservando l’attività di proselitismo dei seguaci di Maometto, esclamavano benevolmente: «Ecco il giovane dei Banu Abd al-Muttalib che parla dal cielo». Quando però l’attività dei neofiti maomettani si intensificò, soprattutto nei pressi della stessa Ka‘ba, e minacciò quindi di insidiare le importanti entrate che questa garantiva ai ceti dominanti della città, l’ironica tolleranza mostrata da questi ultimi si trasformò in irritato allarme e crescente aggressività (come era accaduto a Gesù e ai suoi apostoli quando la loro predicazione aveva superato i confini del “politicamente corretto” mettendo in allarme il Sinedrio). Il nuovo movimento, infatti, aveva anche connotazioni di rivolta generazionale e sociale e per questo appariva ancor meno sopportabile. Ecco allora che, come riporta sempre al-Zuhri, le critiche dei locali cominciarono a farsi più taglienti: Ecco, vedete i compagni che ha! E sarebbero quelli che Allah avrebbe scelto fra tutti noi per concedere loro la giusta direzione e far conoscere loro la verità! Se Maometto ci avesse portato qualcosa di buono non sarebbero stati individui come quelli a impossessarsene prima di noi! Questa crescente ostilità venne in parte smorzata dall’intervento del vecchio Abu Talib che, pur non convertito al nuovo credo, fece prevalere la solidarietà familiare e il prestigio di cui godeva, per cui Maometto poté continuare, sia pure con qualche correttivo dottrinario, la sua opera di proselitismo. Questa però, sia pure “sotto traccia”, mostrava una vitalità crescente, soprattutto diretta verso i ceti più umili ed emarginati, come del resto accadeva con i cristiani, e ciò rese lo scontro inevitabile. Iniziarono, infatti, pressioni collettive e individuali nei confronti dei seguaci di Maometto, che andavano dai pubblici ammonimenti al boicottaggio economico e mercantile, sino alle minacce fisiche. Le vittime predestinate, come ovvio, furono i soggetti più deboli, come gli schiavi, molti dei quali pagarono con la vita la nuova fede. Furono quindi numerosi i seguaci del nuovo credo che abiurarono e il Profeta, intuendo il pericolo mortale che correva la sua creatura, pensò di trasferirsi altrove. La prima scelta, però, la cittadina di Taif, sito montano ricco di vegetazione e di “case di residenza” dei ricchi abitanti della Mecca, gli rifiutò l’ospitalità, temendo dissapori con la città-madre. Quasi contemporaneamente, venne a mancare Abu Talib, grande protettore di Maometto, mentre un certo numero di suoi seguaci decise addirittura di trasferirsi in Abissinia e in Egitto. Poco dopo scomparve anche la fedele e amata Khadija e questo indubbiamente accentuò in Maometto la dimensione mistica. A tale proposito e sia pure con qualche cautela egli, con i seguaci rimasti, continuava le sue predicazioni alla Ka‘ba, dove ottenne un certo successo con gruppi di pellegrini provenienti dalla città di Yathrib, dove la presenza ebraica aveva già creato un terreno fertile alle idee monoteiste. Alcuni di essi a tale proposito lo avrebbero invitato a trasferirsi nella loro città e il Profeta stavolta accettò. Prese così avvio la cosiddetta Egira (convenzionalmente fatta iniziare il 16 luglio del 622). Non si trattava però solo di un semplice trasferimento, poiché la parola araba hijra sottintende una vera e propria rottura del vincolo tribale di appartenenza, una cesura gravida di pericoli e rischi in una società come quella araba del tempo. Maometto quindi, con pochissimi intimi e preceduto da gruppi di seguaci, si trasferì a Yathrib (che sarebbe poi diventata Medina – Madinat al-Nabi, Città del Profeta) un’oasi lussureggiante, puntellata di sorgenti e di piccoli insediamenti abitativi, a circa 350 chilometri a nordest della Mecca. Pochi giorni dopo il suo arrivo, dovendo trovare una consona sistemazione nell’insediamento ma tenendo conto dei precari equilibri familiari esistenti nella comunità, egli avrebbe affermato: «Lasciate libero il cammello. Dove si ferma, mi fermerò», e così fu. Lì Maometto fece costruire la sua casa e, nelle vicinanze, il suo primo masjid (da cui lo spagnolo mezquita e poi il nostro moschea), il luogo di prosternazione o di culto. Nei pressi vennero edificate due piccole capanne, una per Sawda, una vedova sposata poco dopo la morte di Khadija, e una per Aisha, figlia di Abu Bakr, che sposò poco dopo l’arrivo a Medina e che all’epoca non aveva più di sette anni. Costei sarebbe divenuta la favorita del Profeta e tra le fonti primarie della sua biografia. In realtà, Maometto risiedeva presso le singole mogli e trattava invece gli affari religiosi, diplomatici e pubblici nel cortile del masjid, dove dormivano anche i fedeli più poveri. Insieme residenza del Profeta e luogo di riunione della comunità, Maometto inaugurò il masjid con una cerimonia, di cui dettò la liturgia, in realtà piuttosto semplice, consistente in una sorta di “predica”, cui fecero seguito una serie di invocazioni ad Allah, grande e misericordioso, completate da tre prostrazioni col volto schiacciato sul pavimento battendo la fronte, in direzione di Gerusalemme, considerata una delle tre città sante dell’Islam. Questo semplice rituale sarebbe stato l’obbligo di ogni buon credente, in una moschea come in ogni altro luogo disponibile. Anni dopo, poco prima della morte del Profeta, il buon credente sarebbe stato definito muslim, ossia “sottomesso alla volontà di Allah”. I primi tempi del soggiorno medinese non furono tuttavia facili. Maometto, nell’art. 1 della cosiddetta “Costituzione di Medina”, stabilì che «i credenti e i sottomessi di Quraysh e di Yathrib e coloro che li seguono e si uniscono a loro e lottano con loro […] formano un’unica comunità (umma), distinta Permanevano dagli però altri uomini». diverse difficoltà, perché i freschi immigrati meccani e gli “ospitanti” medinesi erano reciprocamente diffidenti. Tuttavia Maometto, abilmente, mostrò di neocostituita compatto, umma una molto considerare la come un fronte comunità di fedeli comprendente tutti gli abitanti di Yathrib, ivi compresa la ebraica-cristiana. numerosa In tal comunità modo fornì un’immagine di solidità, che ricompattò il fronte islamico ed emarginò coloro tra i medinesi – e non erano certo pochi – che diffidavano della nuova fede e non vi si convertivano. Di fatto, questo stato di cose consegnò nelle mani del Profeta anche il controllo politico della città, secondo un principio di incarnazione in un’unica persona del potere spirituale e politico che rimarrà caratteristica peculiare dell’Islam. Questo arbitrato, che faceva in sostanza di Maometto il signore di Medina, fu rafforzato anche dalla progressiva adesione al nuovo credo di molti medinesi, ivi inclusi alcuni dei membri di maggior prestigio della comunità. Sulla soglia dei cinquant’anni il Profeta dell’Islam si presentava come un uomo di taglia media, con la testa grande, capelli scuri, occhi neri, grandi e ben delineati, con lunghe ciglia. L’incarnato era chiaro con tendenza ad arrossarsi. Aveva pochi peli sul petto, ma molti su gambe, piedi e mani. Era di ossatura robusta e spalle larghe e la sua andatura era energica e decisa. Non aveva insomma nulla dell’asceta così come lo intendiamo. Il Maometto politico doveva però confrontarsi ora con una serie di problemi pratici, ivi compreso il rischio di carestia che incombeva su Medina, anche a causa dell’aumento impetuoso della sua popolazione. Ecco allora che il nuovo Profeta ricorse all’antica vocazione dei suoi antenati nomadi e predoni e incaricò l’energico e sanguigno zio Hamza di porsi alla testa di un gruppo di uomini (medinesi e meccani insieme) per depredare le carovane in transito per La Mecca, con particolare riguardo a quelle organizzate dai Quraysh. In fondo, in una società tribale come quella araba, si trattava di una pratica ampiamente giustificabile. Dopo i primi attacchi, la reazione dei meccani fu però violenta e Abu Sufyan (facoltoso commerciante e capo morale dei coreisciti pagani ostili all’Islam) organizzò una sorta di trappola per i seguaci di Maometto che stavano approntando una razzia in grande stile. Alla testa di forse mille uomini intercettò gli avversari guidati dallo stesso Profeta, che non raggiungevano le trecento unità. Eppure, l’abilità della loro guida e la maggiore disciplina condussero i maomettani alla vittoria. Fu uno scontro decisivo, che segnò le sorti dell’Islam stesso. Abu Sufyan era tuttavia un uomo determinato e iniziò subito a organizzare la sua rivincita, giurando che non avrebbe più toccato donna sino all’ottenimento della sua vendetta. Maometto, invece, iniziò a mostrare alcuni aspetti del suo carattere che, sino a quel momento, erano probabilmente stati in parte oscurati dalle necessità “diplomatiche”. Sentendosi ora più forte e godendo di un prestigio e un seguito un tempo ignoti, sembrò infatti voler regolare alcuni conti sospesi. Dapprima fu la volta della numerosa comunità ebraica di Medina e della modesta minoranza cristiana. Gli ebrei e i cristiani vennero infatti spogliati dei loro beni e isolati nel loro quartiere, mentre la nuova liturgia musulmana fu modificata, annullando la prostrazione rituale verso Gerusalemme e instaurando quella verso La Mecca. Seguirono scontri anche violenti tra le fazioni e parte degli israeliti e dei cristiani, messi in minoranza, preferì fuggire verso le oasi del Nord, lasciando un grosso bottino ai musulmani trionfanti. È difficile dire se Maometto, così facendo, stesse mostrando la sua vera indole o subisse l’effetto del nuovo potere concentrato nelle sue mani, anche perché gli avvenimenti presero presto una nuova piega. Mentre i suoi seguaci, infatti, continuavano a tenere in scacco le carovane meccane, egli aveva preso in moglie la giovane Hafsa – figlia del suo ricco amico Omar – e organizzato una sorta di guardia personale, formata dai suoi seguaci più oltranzisti. Proprio in quei mesi però una forte armata meccana, arruolata da Abu Sufyan, affrontò i maomettani nei pressi di Uhud, vicino a Medina. Si trattava di circa diecimila uomini che ne affrontavano più o meno un migliaio, e stavolta fu una disfatta per i seguaci del Profeta, il cui potere fu piuttosto ridimensionato, anche a Medina, dove prese fiato il partito degli scettici guidato da ibn Ubayy, che ne criticò le scelte piuttosto apertamente. Maometto reagì con energia (è proprio in questo periodo che il termine “musulmani”, muslim, “aderenti all’Islam” andò diffondendosi a indicare i suoi seguaci). In vista del possibile ritorno dei meccani, cercò alleati tra le tribù beduine del territorio, sposò due donne appartenenti proprio ai Quraysh (Umm Salama e Zaynab – del resto, il Profeta sposerà ufficialmente almeno altre cinque o sei donne spinto da ragioni diplomatiche) e ricavò ulteriore bottino a seguito della fuga di altri gruppi ebraici da Medina. Nei mesi successivi si alternarono dimostrazioni di forza tra i suoi seguaci e i meccani e alla fine Medina divenne uno stato forte e autonomo, una vera e propria dittatura teocratica, in cui Maometto era l’unica autorità riconosciuta. Ma, all’interno del suo più stretto entourage familiare, montava un’evidente ostilità tra il cugino-genero Alì e i suoceri Abu Bakr e Omar, nonché con la giovane moglie Aisha. Definitiva era ormai anche la rottura con ebrei e cristiani, dai quali, almeno all’inizio, aveva sperato di essere riconosciuto come un profeta assimilabile a Mosè o allo stesso Gesù. Dalla non accettazione all’ostilità il passo fu breve. Gli uomini del Profeta attaccarono la città di Khaybar, dove risiedeva una grande comunità ebraica e cristiana. Gli ebrei e i cristiani vennero sopraffatti e i sopravvissuti furono in parte venduti come schiavi, mentre i loro beni venivano confiscati. Questo spinse le altre comunità del territorio a sottomettersi ai musulmani, ossia a “islamizzarsi”, per evitare ulteriori guai. La conquista della Mecca Nel 629, a sorpresa, Maometto decise di compiere un pellegrinaggio alla Ka‘ba che coinvolse circa duemila seguaci i quali, alla Mecca, disciplina dettero un’ottima prova e fervore religioso. Contemporaneamente, circa di tremila musulmani, guidati da Zayd, si lanciavano, per la prima volta nella storia, sulle terre allora appartenenti all’impero romano, ricavandone tuttavia una cocente sconfitta, che costò la vita allo stesso Zayd. Nello stesso tempo, però, il Profeta poteva cogliere i frutti del suo crescente prestigio e ciò lo mise in grado di radunare un’armata di più di diecimila uomini con cui marciare finalmente sulla sospirata meta: La Mecca. Abu Sufyan, l’antico nemico ma anche il padre di Umm Habiba, una delle più recenti mogli di Maometto, cercò di mediare per evitare uno scontro aperto. L’11 gennaio 630, i musulmani, ricevuti da una ridottissima resistenza presto messa a tacere, entrarono in pompa magna nella città santa. Il Profeta, tra due ali di folla esultante, fece il suo ingresso trionfale nella Ka‘ba, toccò la Pietra Nera con il suo bastone e quindi pronunciò la formula rituale: «Allahu akbar!». Compì i sette giri rituali e ricevette infine l’omaggio dei Qurayshiti, dopodiché ordinò di demolire tutti gli idoli presenti nel tempio e dette avvio di fatto al nuovo corso religioso e politico della capitale, dichiarata città santa dell’Islam. Quella giornata gloriosa passò alla storia come al-Fath, l’Apertura o anche la Sentenza o la Rivelazione. Maometto mostrò una certa tolleranza nei confronti degli avversari di un tempo, pochi dei quali vennero giustiziati o proscritti. Non ebbe però modo di godersi il successo, perché contro di lui si sollevò una federazione di tribù, i Banu Hawazin. Tuttavia era ormai un condottiero esperto e su di loro ottenne una piena vittoria, che consolidò il suo potere. Intelligentemente, distribuì il bottino delle conquiste tra i suoi nuovi seguaci, tra cui lo stesso Abu Sufyan, da poco convertitosi. Subito dopo però ritornò a Medina, rassicurando così i fedeli della prima ora. La nazione degli arabi andava prendendo forma e presto le sue energie compresse si sarebbero proiettate al di fuori dei suoi confini. Proprio in quel 630, l’imperatore romano di Costantinopoli Eraclio, messo alle corde definitivamente l’impero persiano, effettuava un solenne pellegrinaggio a Gerusalemme, dove riportava la reliquia della Vera Croce. Il declino persiano si sarebbe rivelato però gravido di conseguenze, poiché lasciava campo libero in Arabia alle nascenti potenze dell’area e in primis al nuovo stato islamico. In tal senso Maometto si mosse abilmente, stipulando accordi bilaterali con le varie tribù che circondavano lo stato musulmano, con particolare attenzione al territorio dell’Arabia meridionale, che la crisi persiana aveva gettato in una situazione di anarchia. Intelligentemente, egli proponeva ai possibili alleati diverse opzioni, tra le quali l’adesione all’Islam si mostrava certo la più vantaggiosa, ma anche la non conversione era tollerata, purché compensata da un tributo spontaneo. Così accadde per esempio alla ricca e numerosa comunità cristiana della florida città di Najran (l’antica Nagara della Geografia di Tolomeo) nello Yemen. Tuttavia l’interesse politico del Profeta era concentrato sull’area a nord di Medina, cioè l’Arabia nordoccidentale, che comprendeva Siria e Palestina bizantine, parte dell’antica Arabia Petraea. Forse fu in quest’ottica che, nel 631, radunò un’armata imponente per l’epoca (venti-trentamila uomini) e marciò verso i confini bizantini. Si trattava più che altro di una prova di forza, che ottenne l’effetto sperato e spinse molte delle tribù e dei potentati di confine ad avviare rapporti con il nuovo vicino. Città come Ayla, Giarba e Adhruh si impegnarono addirittura a versare un tributo al nuovo stato islamico. Tornato alla Mecca, il Profeta poteva dire di essere ormai il signore di uno stato che si avviava a controllare l’intera penisola araba. Giungevano però voci di crescente malcontento tra i suoi seguaci, in particolare da Medina, dove i fedeli della prima ora vedevano di cattivo occhio il crescente potere dei Quraysh nell’entourage di Maometto. Si parlò persino di un complotto ai suoi danni, ma nella circostanza egli preferì usare la clemenza e la fronda parve rientrare. Giunto sulla soglia dei sessant’anni, mostrava ancora un gagliardo appetito sessuale, che lo portò a sposare altre donne, anche se alcune di queste unioni in seguito fallirono. Aveva avuto, come ovvio, molti figli ma tra questi solo alcune femmine avevano raggiunto l’età adulta. Mancavano quindi eredi maschi. Inoltre l’harem presentava i suoi problemi e, per evitare gelosie interne, Maometto era solito passare la notte presso ognuna delle sue mogli, secondo un calendario ben organizzato. Nonostante tutto, però, in questo gineceo si registrarono spesso tensioni, che videro di frequente protagonista Aisha, considerata una delle favorite. Tra le vittime di questi intrighi c’era in particolare Marya, concubina cristiana copta di pelle bianca, che aveva dato a Maometto un erede maschio, Ibrahim, morto però in tenera età. Per sedare queste autentiche risse, frequente era il ricorso ad Allah, le cui visioni mistiche colpivano il Profeta con le loro rivelazioni, inappellabili per definizione, e spesso molto utili nei casi più spinosi. Nel marzo 632, Maometto, alla testa delle mogli e dei compagni più autorevoli, guidò il pellegrinaggio rituale alla Mecca, in seguito conosciuto come “il Pellegrinaggio dell’Addio”. Sarebbe stato il suo ultimo viaggio nella città. A maggio infatti si ammalò. Ciononostante, organizzò una spedizione politico-militare verso la Transgiordania, il cui comando venne affidato a Usama, figlio di Zayd. Il 29 maggio, sempre più spossato, si trasferì nella casa di Aisha, da dove comunque continuò la sua attività pubblica, giungendo a visitare almeno un paio di volte la moschea, per parlare ai fedeli. In seguito, delegò a tale scopo il fedele Abu Bakr, anche perché le sue condizioni non miglioravano, tutt’altro. Il mattino dell’8 giugno parve stare meglio e decise di farsi vedere dai suoi, assiepati fuori dalla casa. Ciò bastò a far pensare che fosse addirittura guarito. In realtà la sua salute andava peggiorando e iniziò addirittura a delirare. Si indeboliva sempre più e, appoggiato al seno di Aisha, pronunciava parole confuse. Poi Aisha sentì la sua testa farsi più pesante. Lo guardò mentre alzava gli occhi al soffitto con sguardo fisso, pronunciando qualche parola. Credette di capire […] il compagno più alto […] E capì che gli era apparso Gabriele; poi si accorse che era morto. Gli sollevò il capo, lo appoggiò al guanciale e si mise a gridare battendosi il petto e il volto insieme alle altre mogli. Era l’inizio del pomeriggio. Il testamento di Maometto Maometto chiudeva gli occhi su uno stato ancora in definizione, ma ampio, forte e dotato di un esercito ben organizzato e “provato” sul campo. Era stato il primo arabo che aveva saputo uscire dalla dimensione tribale del suo popolo e sognare l’unificazione dello stesso, naturalmente sotto il nuovo credo. Gli Usama, i Khalid e gli Amr si sarebbero rivelati grandi generali, degni dei marescialli napoleonici, e avrebbero iniziato una cavalcata destinata a durare per secoli e giunta sino al cuore dell’Europa. La umma dei veri fedeli appariva compatta e coerente al suo interno, ma presto avrebbe mostrato le prime incrinature proprio per la scelta dei successori della Guida Suprema. Maometto lasciava ai suoi seguaci un insieme di comportamenti e di regole, destinati a organizzarne non solo la sfera religiosa ma anche quella pratica e quotidiana. Un calendario che, partendo dall’Egira del 16 luglio 622 e basandosi essenzialmente sulle fasi lunari, ripartiva l’anno in dodici mesi alternativamente di trenta e ventinove giorni. Definendo dunque un anno di 354 giorni che, ogni tre anni, veniva portato a 355 e creava così una discrasia col sistema delle stagioni e un sistematico anticipo sul calendario gregoriano. Ma soprattutto lasciava un “messaggio” o meglio un insieme di parole, gruppi di parole, massime e pareri, che il Profeta (o, come soleva definirsi, l’Annunciatore) recitava su ispirazione di Allah. Questa “recitazione”, in arabo al-Quran, il Corano, assunse organicità dividendosi in capitoli, o sure. Una sola di tali versioni alla fine venne ufficializzata, probabilmente attorno al 651. Le 114 sure, tranne la prima, erano ordinate secondo la lunghezza decrescente e quindi non avevano valore cronologico. Alcuni dotti musulmani tuttavia hanno registrato la cronologia dei detti più importanti del Profeta, che in seguito venne utilizzata a fini di ricerca. Nell’opera si trova un po’ di tutto, dalle prescrizioni, ai consigli per la vita quotidiana, a massime religiose, apologhi e proclami di vittoria, e molti di essi si prestavano a varie interpretazioni, spesso contradditorie, ma il tutto è redatto in uno stile che potremmo definire poetico e che fa del Corano un autentico capolavoro della letteratura araba. Maometto lasciò anche un khalifa, “califfo” (vicario, reggente o successore che dir si voglia), dell’intera umma e cioè Abu Bakr, il padre di Aisha. Si trattava di una figura politica già presente nel Corano, ma che trovò la sua prima consacrazione ufficiale proprio alla morte del Profeta. Naturalmente la comunità dei credenti e il territorio da essa occupato vennero definiti da allora, per estensione, califfato. Il califfo da quel momento diventava il capo spirituale e politico, ossia una sorta di “papa-re”. La spada dell’Islam Anche l’Islam, come le altre due grandi religioni monoteiste, quella ebraica e quella cristiana, concordava su un elemento fondamentale e cioè che l’uomo e il mondo da esso abitato fossero stati creati da un solo Dio, unico e supremo. In ognuna di esse si stabiliva altresì che questo stesso Dio continuava a guidare le proprie creature verso una salvezza o una redenzione finale, sia pure attraverso gli errori e le imperfezioni che all’uomo erano connaturati. Cronologicamente l’ebraismo era stata l’ispirazione primigenia, da cui era derivato quindi il cristianesimo e, in seconda battuta, l’Islam, che quindi aveva ampiamente attinto dalle due precedenti. Tutte e tre le religioni avevano un libro sacro cui ispirarsi e il Nuovo Testamento cristiano, così come il Corano, consideravano come testo fondamentale, sia pure con sfumature diverse, proprio la Bibbia degli ebrei. Non a caso i musulmani consideravano i seguaci del monoteismo, ebrei o cristiani che fossero, come la Gente del Libro. Del resto l’Islam riteneva Gesù e Mosè a loro volta profeti dell’unico vero Credo e quindi degni di rispetto e attenzione. Però – e proprio per questo – Gesù non poteva essere oggetto di venerazione ma, come semplice profeta (nel Corano ne sono menzionati ventotto), rappresentava un passaggio, sia pure importante (gli viene, infatti, riconosciuto l’appellativo di Messia), verso quella rivelazione del Dio (Allah, cioè al-ilah, “il Dio unico”) che trova il suo compimento in Maometto, che infatti viene spesso definito Kathim al-anbiya, il Sigillo dei Profeti. Pur sempre Profeta, quindi, e come tale degno della massima stima e di ogni rispetto. Ma non Dio e quindi la pretesa cristiana di identificare quest’ultimo con Gesù risulta quanto mai blasfema agli occhi di un musulmano (blasfemia che sconfina poi nell’eresia politeista quando si pretende di scomporre l’unica divinità in tre distinte persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Rifiuto questo comune del resto anche agli ebrei). Vi erano infine numerose differenze tra la tra la figura di Gesù e quella di Maometto, nella loro dimensione terrena. Il primo era sì nato da una donna, ma frutto di intervento divino; mentre nella nascita del secondo non vi erano stati elementi soprannaturali. Numerosi sono i miracoli attribuiti al primo, mentre al secondo non ne vengono riconosciuti, né potrebbe essere altrimenti, vista la sua conclamata natura mortale. Se Maometto è per definizione un Profeta armato, proprio per facilitare la divulgazione del suo credo e l’affermazione del proprio Dio, Gesù è totalmente disarmato e si considera anzi elemento sacrificale e sacrificabile per riconfermare il patto sacrale con la divinità suprema. L’Islam non riconosce questa sacrificabilità e presuppone che sulla croce sia morto un sosia del Cristo mentre costui, assurto al Cielo, tornerà sulla terra prima del Giudizio finale per guidare gli uomini alla salvezza. Secondo l’Islam poi, se tutto è sacro perché dipende dalla volontà di Dio, non esiste una sfera religiosa distinta da quella naturale e quindi non c’è distinzione tra sfera religiosa e sfera politica. Ecco perché Maometto fu guida allo stesso tempo religiosa e poi politica e così avvenne per i suoi successori, sino all’ultimo califfato ottomano. Infine se Allah era il Dio non soltanto degli arabi, ma di tutti, i suoi seguaci avevano il dovere di portarne il verbo in tutto il mondo e di convertirvi quanta più gente potevano. Il Corano tuttavia non incoraggiava la violenza sistematica nei confronti dei “miscredenti” anche se il Profeta rimane pur sempre un condottiero e quindi pronto a combattere per difendere la sua gente ed espandere il suo credo. L’Islam è poi una religione priva di rigide gerarchie sacerdotali e fondata su una ritualità piuttosto semplice, basata su cinque pilastri: la Shahadah, la professione pubblica di fede; il Salat, la preghiera rituale; lo Zakat, l’elargizione dell’elemosina per aiutare i confratelli più poveri; il Sawn, il digiuno rituale da compiersi nel mese sacro di digiuno del Ramadan; infine lo Hajj, il grande pellegrinaggio ai luoghi santi dell’Islam. Come ricorda lo storico Nikolaj Zernov: «La principale attrattiva dell’Islam stava nel fatto che era pratico; non richiedeva sforzi apparentemente sovrumani». Così, mentre il cristianesimo dava vita ai primi ordini monastici e vedeva la diffusione, soprattutto nell’Oriente bizantino, di anacoreti ed eremiti, con la nascita di un ascetismo sempre più esasperato e ferrato nella dottrina ecclesiastica, come afferma sempre Zernov, l’Islam fermava tutti questi eccessi. Spazzava via la paura esagerata del sesso, scartava l’ascetismo, bandiva la paura dell’Inferno per quelli che non riuscivano a raggiungere la perfezione, soffocava la ricerca teologica […] L’Islam era come la sabbia del deserto […] Creava un senso di solidarietà e fratellanza che era stato smarrito dai cristiani in conflitto fra loro. Manca nella società islamica una giurisprudenza intesa nell’accezione occidentale del termine. La shari‘a, la “via da seguire”, è piuttosto una sorta di corpus che raccoglie tutte le prescrizioni divine relative sia alla politica che al culto che, appunto, alle norme giuridiche della società musulmana. La guida suprema in tal senso era riconosciuta nel Corano. Col tempo l’interpretazione e l’applicazione di questo complesso insieme di norme religiose, giuridiche e morali sarebbero state affidate ai qadi, uomini particolarmente pii e di specchiata morale e prestigio, però di nomina politica. Questo principio religioso e culturale disegnava un modello sociale piuttosto puritano, denotato da un abbandono fatalista alla volontà del Dio. Il buon musulmano praticava la poligamia, soprattutto per garantire nuovi e numerosi difensori della vera fede, ma sapeva essere sobrio e moderato, rinunciando agli eccessi, sia alimentari che sessuali. E indubbiamente a questo profilo del buon credente rispondeva colui che venne unanimemente accettato come successore del Profeta e cioè Abu Bakr, il primo discepolo importante dell’Islam. Costui era stato anche il migliore amico di Maometto, di cui era più o meno coetaneo, e fu il primo dei quattro cosiddetti califfi ortodossi che dettero vita all’era dei “califfi ben guidati” o Rashidun. La transizione non fu tuttavia indolore perché nel corpo dell’umma si intravvedevano le prime crepe. Alì, cugino e figlio adottivo di Maometto, non accettò la scelta di Abu Bakr, sentendo in qualche misura usurpato il suo ruolo e così si ritrasse in un isolamento piuttosto aspro. Erano i primi segni di una dissidenza che si sarebbe rivelata disastrosa per il mondo islamico. Il califfo ascetico appariva del suo fisicamente stesso più illustre predecessore, piccolo e magro com’era, ma risultava dotato in realtà di una tempra robusta e di un carattere risoluto. Alla morte di Maometto, molte delle tribù arabe, ma anche palestinesi e siriane, di più recente conversione, ritennero giunto il momento di allentare il vincolo che le legava alla Mecca e di recuperare maggiore autonomia. Queste rivolte passarono alla storia come guerre della ridda o apostasia. La peggiore fu quella scatenata da Musaylima ibn Habib (detto “il Mentitore”) nella Yamāma, regione dell’Arabia centrale, e Abu Bakr incaricò Khalid ibn al-Walid, uno dei suoi migliori generali, di reprimerla. Khalid, che venne conosciuto come “la Spada di Dio” (la spada dell’Islam) eseguì al meglio il suo compito, mentre analoghe ribellioni venivano represse in Yemen e Arabia orientale. Forse anche per quella riuscita dimostrazione di forza, alcune tribù arabe della Siria, riluttanti ad accettare il controllo bizantino, si ribellarono a loro volta e chiesero aiuto ai fratelli della penisola. Abu Bakr decise allora di inviare in quell’area il solito Khalid, che stazionava non lontano, con un piccolo contingente. Costui si mosse come un fulmine e ottenne uno splendido successo, che portò alla massiccia conversione al nuovo credo delle tribù che lo avevano chiamato. Per una sorta di osmosi, il fenomeno si ripeté nei confinanti territori dell’attuale Iraq, con modalità molto simili, anche se in quell’area l’autorità riconosciuta era quella dell’impero sasanide. Khalid aveva un po’ forzato la mano al califfo, che aveva fornito al suo luogotenente direttive molto moderate senza però dargli totale mano libera. Si legge infatti nella al-Muwaṭṭa’ di Mālik ibn Anas (il primo vero “manuale pratico” di legge islamica): «Siate coraggiosi e giusti. Morite piuttosto che arrendervi. Non toccate i vecchi e i bambini. Risparmiate gli alberi, il bestiame e il grano. Mantenete sempre la parola. Proponete agli infedeli la conversione. Se la rifiutano, paghino un tributo. Se non lo pagano, uccideteli». Pragmaticamente però accettò il fatto compiuto. Del resto, secondo alcune tradizioni islamiche, proprio a Khalid viene attribuita una frase che, in tempi molto più recenti, è risuonata nei proclami di Osama bin Laden: «Porto uomini che desiderano la morte come voi desiderate la vita». Proprio mentre il suo generale guidava le armate arabe contro Bisanzio però, Abu Bakr morì (634 d.C.) e la scelta del suo successore cadde su un altro degli antichi familiari del Profeta, Omar ibn al-Khattab, padre di un’altra delle mogli di Maometto: Hafsa. Anche Omar era un rigido difensore della fede, dal carattere sobrio e volitivo, ma anche più energico e pragmatico del suo predecessore, di cui del resto era stato ascoltato consigliere. Con lui si definirono le basi di quella che sarebbe divenuta la potenza araba e il sistema legislativo del nascente impero. Soprattutto, con lui l’espansione militare araba prese un ritmo travolgente. Forse infastidito dalla crescente popolarità di Khalid esordì togliendo a costui il comando e affidandolo ad Abu Obeida. Decisione che, con raro senso del dovere, il generale vittorioso accettò con umiltà, ponendosi agli ordini del suo successore. Da quel momento l’avanzata musulmana parve non conoscere più limiti, anche perché ormai i generali del califfo disponevano di armate di decine di migliaia di uomini. Nel 636, sul fiume Yarmuk (un affluente del Giordano), fu la volta dei bizantini dell’imperatore Eraclio, che sempre Khalid affrontò e sbaragliò in una battaglia epica durata sei giorni. Fu un trionfo che aprì alle colonne arabe la strada di Damasco e segnò la caduta nelle loro mani dell’intera Siria bizantina, fino alle montagne del Tauro. La minaccia araba colpì molto i bizantini, come scrisse il coevo vescovo armeno Sebeos: «Proprio come le frecce che partono dall’arco ben teso di un uomo forte verso l’obiettivo, così sono gli arabi che vengono dal deserto del Sinai per distruggere il mondo intero con fame, spada, e grande terrore». Quasi contemporaneamente, a nordest, i persiani rimediarono una disastrosa sconfitta ad al-Qadisiyya, in Mesopotamia, e anche su quel fronte le armate musulmane risultarono inarrestabili. Con la vittoria di Nihavand (642) di fatto segnarono il collasso dell’impero sasanide. La strada per l’Iran era aperta ed esso venne islamizzato in pochi anni. Sempre in quel fatale 642 le truppe arabe iniziarono la loro penetrazione, che fu rapidissima, in Egitto; e così quando, un paio di anni dopo, Omar venne ucciso a tradimento da uno schiavo persiano durante la preghiera nella moschea, poté chiudere gli occhi su quello che, a ragione, poteva ormai definirsi un impero. Il califfo era stato un politico accorto e intelligente. Nel 638, dopo aver conquistato Gerusalemme, entrò in città come pellegrino e non come vincitore, per rispettare la libertà di culto della comunità cristiana, così come gli era stato chiesto dal patriarca locale Sofronio, e si limitò a far costruire nella città la grande moschea che ancora oggi porta il suo nome. Quella di rispettare culto e tradizioni locali, in cambio di un semplice tributo, fu del resto una delle caratteristiche del primo Islam, soprattutto verso ebrei e cristiani che divenivano così minoranze protette. Questa pragmatica tolleranza, unita a un’abile organizzazione del sistema fiscale, rese ancora più solide le fondamenta del califfato. Contemporaneamente, favorì l’insediamento dei soldati arabi nelle terre conquistate, consentendo loro di allargare l’harem privato, comprendendovi anche donne non musulmane. Il tutto però nel contesto di una rigida sottomissione dell’esercito al potere politico-religioso. Ciò si rendeva necessario anche perché l’austero Omar, durante il suo viaggio a Gerusalemme, aveva constatato di persona come i generali, una volta venuti a contatto con le superiori culture latina e persiana, ne venissero fortemente influenzati, sia nei costumi che nella mentalità, e questo in parte lo preoccupava. Nella sua visione dello stato islamico, i musulmani dovevano rimanere una casta militare e religiosa dominante. Poco prima di morire, il califfo, cui si deve anche la riforma calendariale, aveva anche istituito la Shura, un consiglio di sei membri incaricato di nominare il suo successore. Il prescelto fu Othman ibn Affan, del clan meccano Ommayyade dei Quraysh. Era genero di Maometto e uno dei “compagni” del Profeta, considerato diplomatico e uomo della continuità. Anziano e saggio, godette di grande popolarità durante la prima parte del suo governo. L’espansione militare continuò quasi per inerzia e gli arabi completarono nel 652 la conquista dell’Iran, dopo che la progressiva acquisizione dei porti nordafricani li aveva già messi in grado di allestire una grande flotta in grado di competere con quella bizantina. Amr ibn al-As, capace generale musulmano, negli anni precedenti aveva infatti già iniziato la penetrazione nell’Egitto bizantino, di cui completò la conquista divenendone governatore. Anche qui l’espansione araba non conobbe grossi ostacoli e gli invasori vennero addirittura accolti come liberatori dai cristiani monofisiti (coloro che privilegiavano la natura divina del Cristo), che erano la maggioranza e venivano considerati eretici dai cristiani bizantini. Le truppe di presidio di Costantinopoli, prevalentemente arabe, non fecero poi troppa resistenza ai nuovi arrivati. Alessandria, per esempio, aprì le porte ad Amr per intercessione del suo patriarca Ciro, che già faticava non poco a tenere a bada le numerose sette cristiane della città. Il generale arabo, antico commilitone di Khalid, fu colpito dal fasto e dalla ricchezza del luogo. Quando però visitò i resti della biblioteca di Alessandria che, per quanto spogliata in passato di molti dei suoi volumi, era pur sempre un monumento unico al sapere umano, il generale procedette alla sua distruzione. Nonostante tutto, Amr fu un buon governatore, e costruì anche una nuova capitale della regione, al-Fustat (“la tenda”, essendo nata come accampamento militare) cui sarebbe poi stato attribuito il nome de il Cairo. In quegli anni l’Islam si affacciò anche e per la prima volta sulla Spagna visigota a Ovest, sulla Sicilia, Cipro e Rodi nel Mediterraneo e sull’Indo a Oriente. Col tempo però la debolezza di Othman, unita alla progressiva invadenza degli uomini del suo clan nell’occupazione dei posti chiave dell’amministrazione, crearono parecchi malumori. In particolare, crescente risultava l’attrito con i seguaci di Alì, nipote del Profeta, e con Aisha, la sua vedova. Ne derivarono disordini nella stessa Mecca e, nel 656, Othman venne assassinato. Il bastone del comando finì allora nelle mani di Alì – figlio adottivo del Profeta nonché marito della figlia di questi, Fatima – che lo aveva a lungo atteso. Alì era un ottimo soldato e un teorizzatore della rigida osservanza dei dettami del Corano e di Maometto. Sebbene eletto in circostanze non troppo chiare, inizialmente cercò di ripristinare l’unità della umma, ma dovette presto fare i conti con l’opposizione di due degli antichi “compagni” del patrigno, Talha ibn ‘Ubayd e az-Zubayr, che trovarono una sponda nella vedova Aisha. I tre si scontrarono nel 656, nella Battaglia del Cammello, dove Talha ibn ‘Ubayd e azZubayr trovarono la morte e Aisha un esilio a vita privata. A quel punto però emerse un nuovo pericoloso avversario: Mu’awiya, figlio dell’antico avversario di Maometto, Abu Sufyan, e parente dell’assassinato Othman. Buon governatore di Siria era stato destituito da Alì, che riteneva forse anche implicato nell’eliminazione del precedente califfo. Attorno a lui si coagularono presto molti oppositori del nuovo califfo, anche a seguito di un arbitrato che aveva dichiarato illegittima l’elezione dello stesso Alì. Ebbe così inizio una guerra civile feroce e gravida di conseguenze per il mondo musulmano. I seguaci di Mu’awiya furono definiti infatti sunniti dall’arabo sunna, “tradizione”, in quanto sostenitori di colui che ritenevano il califfo eletto secondo le regole del Rashidun. I loro avversari invece, seguaci del Profeta, unico scelto dal Dio, e dei successori di questi, come il cuginofiglio adottivo Alì, vennero denominati sciiti, da shia, “partito” (di Alì). Per costoro la guida della comunità dei credenti era l’imam, che in arabo significa “stare davanti” o “essere guida”, somma autorità politico-religiosa e infallibile guida dei fedeli, rigorosamente scelto tra i discendenti del nipote di Maometto, come vedremo meglio più avanti. Un’ulteriore dissidenza fu comunque quella rappresentata dai kharigiti, “coloro che se ne vanno”. Costoro sostenevano l’eleggibilità del califfo e, al bisogno, la sua possibile rimozione. Come se ciò non bastasse, presto ambedue le fazioni principali si divisero a loro volta in sette minori e questo portò, almeno a partire dal 659, a una iniziale paralisi del mondo musulmano e della sua espansione militare. Nel frattempo Alì spostò la capitale araba a Kufa, in Iraq, sua roccaforte e più sicura dell’instabile Medina. Poi si lanciò sui kharigiti, considerati traditori della sua causa, battendoli nel 658. Tre anni dopo, però, proprio uno di questi lo colpì a tradimento in una moschea a Kufa con un pugnale avvelenato. Il suo corpo venne inumato in una località segreta, che si scoprì poi essere Najaf, sempre nei pressi di Kufa. Per lo sciismo, Najaf diverrà, dopo Medina e La Mecca, la città santa d’elezione. A quel punto Mu’awiya ebbe la strada spianata e fu riconosciuto legittimo califfo. Membro del clan Omayya, segnò di fatto la fine della fase del Rashidun e l’inizio della dinastia omayyade. Uomo di notevoli capacità, stabilì l’ereditarietà della carica califfale, sino ad allora eleggibile (come il papato di Roma) e diede il via di fatto a un sistema di governo autocratico che ha, in fondo, caratterizzato larga parte del Medioriente sino a tempi recenti. Fece anche trasferire la nuova capitale del califfato a Damasco, in Siria, città meglio organizzata e strategicamente ben collocata rispetto a Medina e La Mecca, ma immersa da secoli nella fastosa tradizione culturale bizantina, che vi si era alternata a quella persiana. Un clima ben diverso da quello ascetico e tradizionalista delle antiche capitali carovaniere arabe, che indubbiamente contagiò il nuovo califfo e influenzò non poco la nuova classe dirigente islamica, militare e civile. L’eredità di Roma La conquista di Siria, Iraq, Nordafrica ed Egitto aveva convertito all’Islam, per opportunità o autentico slancio, fior di intellettuali, scienziati, medici e filosofi, che portavano nella nuova fede un immenso patrimonio culturale individuale e collettivo, frutto dell’eredità dell’antica tradizione classica mediata da Roma prima e da Bisanzio poi. Questo mentre nell’Europa continentale, dove l’eredità classica era stata fortemente contaminata e in parte cancellata dai regni barbarici, la sola Chiesa aveva garantito almeno la sopravvivenza della lingua latina e, in parte, del sistema giuridico romano. Solo i monasteri cristiani, diffusisi soprattutto a partire dal VII-VIII secolo d.C., conservarono infatti, nell’ombra dei loro scriptoria, le tracce dell’enorme patrimonio della letteratura, della filosofia e delle scienze classiche. Si trattava di un tesoro per le ridottissime minoranze colte che, quell’Europa imbarbarita, in potevano comprenderlo e apprezzarlo. Aristotele, Seneca, Cicerone e Platone erano nomi che non dicevano nulla alla popolazione, che in realtà ignorava persino il principio dell’educazione scolastica. Al contrario, Bisanzio offriva ai nuovi invasori arabi l’immenso patrimonio culturale dell’antichità classica che era stata in grado di preservare, e costoro ne vennero inevitabilmente contaminati. In quest’opera di penetrazione, però, un ruolo importante lo giocarono gli ebrei, popolo colto e in grado spesso di rendere comprensibile l’antica eredità letteraria nella lingua degli invasori. Va riconosciuto che i nuovi arrivati si rivelarono terreno fertile, rielaborando spesso in modo originale gli spunti di conoscenza che ricevevano. Pensiamo solo a quante innovazioni o invenzioni derivarono da questa contaminazione. L’introduzione dello zero (sifr, “nulla”, “niente”) ignoto dell’algebra a romani (al-jabr, e greci, “unione”, “completamento”) e dell’algoritmo (dal nome del matematico persiano al- Khwarizmi) in ambito matematico; in chimica (al-kimiya, perfezionarono l’alambicco “alchimia”), (al-ambiq, “distillare”), utensile fondamentale in ogni laboratorio, e dettero il nome all’alcool, alkuhl; in medicina, alla canfora (kafur), al cotone (qutn) e alla garza (qazz, “seta grezza”). Fondarono a Damasco il primo ospedale, dove si praticava persino l’anestesia. Ancora arabi erano Gebir, originario di Kufa, che ebbe l’idea di analizzare le feci e il sangue dei malati per tentare di capire le cause del male stesso, e il persiano Rhazes, medico che, per primo, analizzò le differenze tra morbillo e vaiolo, individuò l’asma allergica e studiò la febbre come difesa dell’organismo. A lui dobbiamo anche una monumentale opera sulla medicina che tutta l’Europa tradurrà secoli dopo. Di origine araba sono parole come almanacco (al-manakh, “calendario”), carato (qirat, una misura di peso), magazzino (makhazin, “deposito”), liuto (al‘ud, “legno”), zucchero (sukkar) o tariffa (ta’rifa, “notificazione”, “informazione”). Del resto arabo fu anche Yusuf al-Kindi, musicista, letterato, astronomo e originale scienziato, che tentò di applicare i principi razionalistici di Aristotele e Platone proprio al Corano, ricavandone un’accusa di eresia islamica ma aprendo la strada agli studi di Abelardo e San Tommaso. Arabo era Muhammad al-Farabi, che tentò di accordare aristotelismo e platonismo, approfondì la logica aristotelica e tentò di applicarla al pensiero religioso, producendo un’enorme quantità di scritti e saggi. Costoro e molti altri aprirono la strada ai secoli d’oro del classicismo arabo, che troverà in Avicenna e Averroè i suoi migliori rappresentanti e coloro che costituiranno il ponte che legherà la grande fioritura araba all’Europa che iniziava a fatica a uscire dai secoli bui del Medioevo e prefigurava la grande fioritura dell’Umanesimo e del Rinascimento. Questa storia però ebbe la sua origine a partire almeno dall’VIII secolo, quando cioè la grande espansione araba era giunta a maturazione e, dopo l’intermezzo di Alì, fu proprio Mu’awiya a ridare impulso all’avanzata islamica. Dopo aver fatto costruire una grande moschea nella nuova capitale del califfato infatti lasciò via libera ai suoi generali. Nel Nordafrica, dopo la conquista dell’Egitto, le colonne musulmane si erano spinte in Cirenaica e Tripolitania, raggiungendo la Tunisia, dove venne fondata, intorno al 670, la città di Qairwan (Luogo di riposo), destinata a divenire una delle città sante dell’Islam. Poco dopo iniziò l’assalto finale all’esarcato bizantino di Cartagine, mentre le guarnigioni locali, demoralizzate, fuggivano ormai per mare verso Costantinopoli. Nel 680, però, Mu’awiya morì e la successione di Abd alMalik venne messa in discussione da una nuova guerra civile, risoltasi tre anni dopo a suo favore. Nel 681, un generale arabo, Ubqa ibn Nafi, raggiunse la sponda nordafricana dell’Atlantico, presso l’attuale città di Agadir. Secondo una tradizione musulmana, egli si addentrò nell’acqua sino a bagnare la criniera del suo cavallo e, mulinando la spada verso l’oceano, come riporta anche Wilhelm Roth nella biografia dello stesso Ubqa, esclamò: «Allah è grande. Se la mia corsa non fosse bloccata da questo mare, mi spingerei ancora fino agli ignoti regni dell’Ovest, a predicare l’unità di Allah e a passare a fil di spada le nazioni ribelli che adorano un qualsiasi altro dio che non sia Lui solo». L’Africa mediterranea venne divisa in tre province: l’Egitto, l’Africa (Ifriqiya), e il Maghreb. Ognuna di esse era amministrata da un governatore nominato da Damasco. Proprio il governatore di Ifriqiya, Musa ibn Nusayr, nel 711, profittando di una guerra civile scoppiata in Spagna tra i successori del re visigoto Witiza, corse in aiuto di uno di essi, Agila II, e inviò a Gibilterra un suo generale berbero, Tariq ibn Ziyad, detto Tariq il Guercio, con un esercito di settemila mori e costui fu il primo a varcare lo stretto (il nome “Gibilterra” deriva da gebel el Tariq, “monte di Tariq”). Costui sconfisse Roderico, l’ultimo re della Spagna visigota, a Guadalete, poi prese Cordoba ed entrò nella capitale Toledo. Musa seguì il suo generale l’anno successivo e completò la conquista della penisola prendendo Siviglia e Merida e riunendosi a Tariq proprio a Toledo. Il regno visigoto si era dunque dissolto rapidamente, mostrando il suo scarso radicamento nel territorio e nella popolazione di matrice romana. I nuovi invasori invece si mossero abilmente, rispettando tradizioni preesistenti e e imponendo religione tributi ragionevoli. Tuttavia, le cronache cristiane dell’epoca parlavano un altro linguaggio. La Cronaca Mozarabica così descriveva governatore Musa: Decisamente spietato bruciava tranquille […] città, il condannava i nobili e gli uomini più in vista del tempo alla tortura, e faceva colpire a morte bambini e madri che allattavano […] Terrorizzato tutti in questo modo, alcune città si convinsero a chiedere la pace, e allora egli, con blandizie, irrisione e astuzia, esaudiva queste richieste. Di fatto la Spagna fu islamizzata del tutto nel 715, quando Agila II accettò di rendersi vassallo e tributario del califfo di Damasco. Eppure il buon Musa, che aveva regalato una ricca provincia al suo califfo, cadde in disgrazia presso costui. Molti secoli dopo (XIII secolo), la Estoria de España, scritta in castigliano, lingua romanza, così ricordava quegli avvenimenti: I mori sopraggiunti indossavano sete e vesti colorate che avevano preso come bottino, le redini dei loro cavalli erano come fuoco, le loro facce erano nere come pece, il più bello fra loro era nero come pentola da cucina, e i loro occhi scintillavano come fuoco; i loro cavalli erano veloci come leopardi, i loro cavalieri più crudeli e micidiali del lupo che attacca di notte il gregge di pecore. Nasceva così al-Andalus, termine forse derivato da al-Landahlautsiyya (ispirato da Landahlauts, termine gotico che indicava i feudi assegnati ai nobili visigoti del territorio), quindi “la terra dei visigoti”. La provincia o wilaya, “governatorato”, venne affidata a un wali, “governatore”. Le terre migliori furono assegnate agli arabi, mentre i berberi, di più recente islamizzazione, ricevettero assegnazioni meno appetibili, il che creò una spaccatura destinata a permanere per tutta la durata del dominio musulmano. La regione prese in seguito il nome di Andalusia. Dopo aver consolidato la loro presenza nella penisola, le prime avanguardie arabe scavalcarono i Pirenei e si affacciarono sulla pianura franca, conquistando Narbona intorno al 719 e puntando negli anni successivi su Bordeaux, giungendo fino a Tours nel 732. Probabilmente, quest’ultima fu una razzia in grande stile, ma l’esperienza passata insegnava che, in assenza di un’opposizione seria, tali spedizioni si trasformavano in vere e proprie conquiste. Ottone d’Aquitania, governatore locale, battuto alla Garonna, fu costretto allora a chiedere aiuto al maggiordomo o maestro di palazzo di Austrasia, Carlo Martello. Carlo Martello condusse un forte esercito, formato da un nucleo di franchi a cui si aggiunsero compagini di sassoni, burgundi, borgognoni, bavari, gallo-latini e visigoti, incontro ai reparti musulmani. Nell’ottobre 732 le due forze vennero a contatto a Poitiers. Gli arabi erano guidati dal wali al-Ghafiqi e i due eserciti si equivalevano. Per molta parte della storiografia classica questo fu il primo scontro decisivo per le sorti del mondo moderno e il trionfo della cristianità. Se i franchi fossero stati travolti, nessun altro regno o potentato sarebbe stato in grado di opporsi alla marea araba. La battaglia fu feroce e sanguinosa, quasi che le truppe contrapposte percepissero oscuramente l’importanza della posta in gioco. Carlo Martello superò l’avversario sul piano tattico, ma, soprattutto, furono i suoi paladini a “fare muro”, come ricordò il contemporaneo monaco lusitano Isidoro di Beja nella sua Cronaca: «Gli uomini del Nord stavano immobili come un muro; erano un blocco di ghiaccio gelato e compatto e impossibile da sciogliere, quando ammazzarono gli arabi con la spada». Isidoro fu anche il primo, in questa occasione, a impiegare europenses, “europei” per il termine indicare i combattenti cristiani. Nella fase finale comunque, la battaglia fu una vera carneficina e le perdite musulmane così elevate, comprendendo lo stesso wali, da dissuadere i musulmani a ritentare l’impresa almeno per qualche anno. In realtà alcuni anni dopo le colonne arabe si spinsero sino ad Avignone e Arles, impadronendosi per breve periodo anche di parte della Linguadoca. Con Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello, la presenza araba nei territori franchi venne però quasi del tutto cancellata e, tra il 752 e il 759, egli riprese Nimes, Béziers e Narbona. Contemporaneamente, il piccolo regno cristiano della Spagna settentrionale si allargò a Oriente, dando vita al regno di León, con capitale Oviedo, mentre il suo confine con al-Andalus prese il nome di Castiglia, “terra dei castelli”, per le piazzeforti cristiane che lo punteggiavano. Ai piedi dei Pirenei e a Est della Castiglia era il piccolo regno di Aragona, destinato a un grande futuro. Il mutato quadro complessivo contribuì quindi a un primo riflusso della musulmana in spinta espansionistica Europa e a un consolidamento della presenza islamica in Spagna, che gettò i semi di una grande fioritura culturale. Anzitutto vi fu un’importante riforma agricola, con redistribuzione delle terre un tempo immobilizzate nei feudi visigoti e la creazione di una nuova classe di piccoli proprietari, spesso schiavi convertiti all’Islam. Poi vennero importate nuove coltivazioni, anche provenienti dall’Africa o dal Medioriente e questo stimolò la nascita di piantagioni variegate e produttive. Vigneti, oliveti, risaie, frutteti e grandi orti resero il paesaggio armonioso e florido. Presto sarebbero nati i grandi giardini urbani di Cordoba, Granada e Valencia, mentre celebri sarebbero divenuti gli allevamenti locali di puledri arabi. Senza contare le grandi risorse minerarie della penisola, ben conosciute dai romani, dimenticate dai visigoti e ora riscoperte dagli arabi. Insomma, una ricca perla era stata aggiunta alla corona dei califfi omayyadi, senza che questi quasi ne avessero consapevolezza. Nella Spagna musulmana poi l’integrazione e la fusione tra l’elemento umano preesistente e quello islamico subentrante risultarono particolarmente riusciti e duraturi. Nasceva infatti la classe dei mozarabi, cioè cristiani “arabizzati”, che, insieme agli occupanti arabi, a quelli berberi e agli ebrei, costituì l’insieme della popolazione della Spagna musulmana. I futuri moriscos, successivi alla Reconquista cristiana. Questa convivencia tra gruppi religiosi ed etnici, tra loro così diversi, funzionò abbastanza bene nei primi due secoli di vita di al-Andalus, poi però le cose cambiarono piuttosto rapidamente e drammaticamente. Il proselitismo della nuova fede fu del resto evidente ma quasi mai invadente, soprattutto nella prima fase della penetrazione araba, quando le donne che seguivano l’armata di Musa e Tariq colpivano le popolazioni locali per la loro bellezza (spesso non erano ancora velate o comunque lo erano in modo poco appariscente), e la ricchezza delle vesti e dei monili che le adornavano. L’intransigenza e l’intolleranza sarebbero subentrate, secoli dopo, con l’arrivo dei selgiuchidi e degli ottomani che, come tutti i neofiti, portavano in dono alla fede acquisita un nuovo impulso e la loro intransigente ortodossia. Alla conquista dell’Europa Quando, nel 638, il patriarca bizantino di Gerusalemme Sofronio assisté all’ingresso nella città del califfo Omar, voltandosi verso un suo collaboratore greco, esclamò: «Sicuramente questo è l’abominio della desolazione che sta nel luogo santo, preannunciato da Daniele», (Matteo 24, 1524). Queste parole prefiguravano l’ostilità e il timore che il clero cristiano mostrò sin dai primi contatti con i nuovi invasori musulmani. Ostilità che non era stata mostrata neppure durante il secolare conflitto che aveva opposto Bisanzio all’impero sasanide. Attorno alla metà del IX secolo il teologo Niceta di Bisanzio, uomo della corte dell’imperatore Michele III (842867), da apologista qual era si trasformò in polemista, analizzando non solo la biografia di Maometto ma anche la struttura stessa del Corano, che considerava, come riporta Adel-Théodore Khoury, «un libro creato senz’arte e privo di ogni consistenza», mentre l’Islam stesso rappresentava «un passo indietro, una recessione, una distruzione e una rovina». Una religione «cattiva e dannosa». Lo stesso profeta Muhammad veniva trattato come «un ciarlatano […] un profeta assassino alla guida di un “popolo di assassini” guidato da “una religione grossolana, blasfema, idolatrica, demoniaca […] dunque […] Muhammad: egli è il vero Anticristo». Un attacco durissimo, che si giustificava con il timore che pervadeva la stessa corte imperiale bizantina, dopo che la capitale Costantinopoli aveva già subito alcuni violentissimi attacchi da parte del califfato in piena espansione e che aveva strappato all’impero province ricche e politicamente sotto la giurisdizione romana come la Siria, l’Arabia Petraea, l’Egitto e il Nordafrica. Non va infatti dimenticato che, nel sistema bizantino, «la Chiesa Ortodossa serviva Dio servendo lo Stato» (A. Wheatcroft, Infedeli) e quindi quando quest’ultimo veniva minacciato essa stessa si sentiva minacciata, così come l’intero sistema di cui era parte integrante. Nel 670, infatti, la popolazione della capitale aveva visto, inorridita, un’autentica flotta di piccole imbarcazioni stipate di arabi puntare sul Bosforo, nei pressi del quale era sbarcato un esercito, che aveva poi puntato sulle mura teodosiane. In un primo momento, i bizantini avevano respinto con successo gli assalitori, sia per terra che sul mare, impiegando anche la loro “arma segreta” e cioè il fuoco greco (una miscela infiammabile, composta da zolfo, salnitro e nafta, che non poteva essere spenta con l’acqua e veniva impiegata anche sul mare). Poco dopo però un nuovo esercito musulmano si era diretto alla volta di Costantinopoli, investendola da Sud. Gli arabi, del resto, dopo la vittoriosa battaglia navale di Phoenix del 655, avevano dimostrato di poter contendere a Costantinopoli il controllo del Mediterraneo orientale. In tal modo, fu possibile agli assedianti innalzare un grande campo trincerato nelle vicinanze della capitale greca, rifornito via mare, e da esso lanciare continue puntate offensive contro la città per cinque anni consecutivi, fino al 676. Fortunatamente, Bisanzio mostrò una notevole capacità reattiva e gli arabi dovettero alla fine riconoscere la propria sconfitta e ritirarsi nelle loro basi. La minaccia araba sul mare rimaneva però presente, sia sotto forma di guerra di corsa, insidiando le rotte mercantili dirette a Oriente, sia per mezzo delle devastanti, fulminee incursioni che piccole squadre di pirati lanciavano sulle coste mediterranee. Proprio una di queste incursioni, di particolare ampiezza e violenza, investì alla metà del VII secolo uno dei principali centri urbani bizantini della Sicilia: Siracusa. Di fatto, non si trattava di operazioni di conquista, ma è innegabile che, nel caso della Sicilia almeno (così come era accaduto per la Spagna), ebbe allora inizio un crescendo che si sarebbe concluso solo con la conquista definitiva dell’isola. Più episodiche, ma comunque non meno devastanti, si rivelarono invece le imprese analoghe che colpirono Sardegna, Corsica e le coste dell’Italia meridionale. Per la Sicilia, però, le incursioni si moltiplicarono nei decenni successivi, divenendo massiccie e sistematiche a partire soprattutto dal 740. Nell’827 ebbe inizio quello che potremmo definire l’attacco finale, e le piazzeforti bizantine dell’isola caddero l’una dopo l’altra. Palermo cadde nell’agosto-settembre 831 e divenne la capitale della Sicilia islamica. Solo la caduta di Siracusa (878), sede del governo bizantino dell’isola, segnò però la definitiva islamizzazione del territorio siciliano, destinata a durare sino all’arrivo dei normanni, circa due secoli dopo. Nella primavera del 717, intanto, una grande armata ripresentata musulmana sotto le si era mura di Costantinopoli. Stavolta il loro comandante Maslama si era dotato di adeguati mezzi d’assedio, ma l’imperatore Leone si mostrò un ottimo tattico e sfruttò appieno una nuova versione del fuoco greco, fornitagli da un transfuga siriano, con cui rintuzzò sistematicamente gli attacchi nemici, sul mare come in terra. Tuttavia, gli arabi godevano di riserve umane e rifornimenti logistici apparentemente inesauribili e con essi strinsero la città in una vera e propria morsa, anche dal lato orientale delle mura. Leone però fu molto abile e lanciò contro il nemico le tribù bulgare, sue alleate, e furono i musulmani a trovarsi allora in difficoltà. Il rovescio militare, unito alle epidemie scoppiate nel campo degli assedianti e a un inverno eccezionalmente rigido, costrinsero l’anno successivo Maslama a ritirare i suoi, una volta di più, verso l’Ellesponto. Dopo questo secondo fallito assedio, l’ostilità bizantina nei confronti dei musulmani si acuì. Costoro apparivano come la Bestia, lo strumento del quarto cavaliere dell’Apocalisse: Morte. Tanto più pericolosi in quanto stirpe, sia pure bastarda, di Abramo, poiché discendenti di Ismaele, figlio suo e della schiava Agar. Questa ostilità unita alla denigrazione e demonizzazione dell’avversario, finirono col diffondersi non solo all’interno delle classi colte, ecclesiastiche e non, dell’Europa orientale e mediterranea – costantemente colpita ormai dalle incursioni musulmane – ma penetrarono sempre più nell’immaginario collettivo della gente semplice, configurando un immagine di questo nemico sempre più spaventosa. La fine del secondo tentativo di assedio a Bisanzio coincise nel frattempo con la morte del califfo al-Malik (720), cui, dopo un breve interregno del fratello Sulayman, successe il cugino Omar, della stessa dinastia omayyade. Uomo pio e rigoroso, considerato a lungo uno dei più grandi califfi della prima fase della storia musulmana, costui tuttavia morì poco dopo, avvelenato, e venne rimpiazzato da Yazid II, del ramo primogenito della dinastia, fratello di quel Maslama che aveva tentato invano di espugnare le mura di Costantinopoli. Anche il suo fu un “regno” breve, caratterizzato da contrasti politici e dottrinali interni. Finalmente, con il fratello Hisham, vi fu un califfato durevole, ma all’interno del quale covavano gli stessi problemi strutturali che presto sarebbero risultati fatali alla dinastia, in particolare il malcontento dei mawali, gli ex schiavi convertiti e affrancati, che si consideravano discriminati. La crisi dello stato musulmano era evidente e, dopo il brevissimo governo di alWalid II, assassinato nel 744, essa esplose alla fine di una serie di effimeri e brevissimi interregni, con l’ultimo califfo omayyade, Marwan II. Non privo di qualità, costui dovette infatti affrontare una spaccatura della umma, che attraversava la stessa famiglia al potere, e questo portò a una serie di disordini e a una rivolta vera e propria, guidata da Abu l-‘Abbas, che lo costrinse alla fuga in Egitto (dove verrà in seguito assassinato). Così, con Abu Abbas, aveva inizio, in quel 750, la dinastia degli abbasidi, mentre alcuni dei superstiti degli omayyadi fuggivano a Occidente, gettando le basi del futuro califfato omayyade di al-Andalus. Gli abbasidi, destinati a reggere, almeno nominalmente, le sorti del califfato per circa cinquecento anni, fornirono alla storia alcuni dei più grandi sovrani del mondo musulmano. Proclamandosi discendenti dello zio del Profeta, al-‘Abbas al-Muttalib, costoro ritenevano di aver maggior dignità degli stessi omayyadi per occupare il califfato e seppero poi allearsi anche alla componente sciita della umma per la loro scalata al potere. Non a caso avevano la base del loro consenso nel Khorasan, un’area a cavallo tra Iran, Turkmenistan e Afghanistan, dove lo sciismo era ampiamente diffuso e la tradizione persiana del potere e dell’autorità regale fortemente radicata. Anche per tale motivo uno dei primi atti del loro governo fu quello di spostare, attorno al 762, la capitale del califfato da Damasco a Baghdad, la “città rotonda”, destinata a rivaleggiare in splendore con la stessa Costantinopoli, superando i 500 000 abitanti e raggiungendo un’estensione sette volte maggiore di quella della capitale bizantina. Una delle loro intuizioni più felici fu quella di allargare la base del proprio potere, riducendo l’influenza dell’elemento arabo nella umma e aumentando quella delle altre componenti etniche del califfato, sempre più importanti a mano a mano che questo si era ampliato, raggiungendo le dimensioni di un vero e proprio impero. Peraltro, questa concezione messianica e assolutistica del potere, simile a quella bizantina, cozzava contro la tradizione ortodossa dell’Islam, che nel Profeta e nei suoi successori vedeva dei rappresentanti di Allah e non certo suoi discendenti investiti di un potere divino. L’autorità degli abbasidi tuttavia si consolidò grazie all’opera di tre grandi califfi, il cui governo coincise con l’età d’oro dell’Islam, nella quale una lunga stagione di benessere e sviluppo economico coincise con una grande fioritura culturale e sociale, che fece davvero di Baghdad il “centro del mondo”. Il primo di essi fu al-Mansur, successore del fratello Abu Abbas nel 754 e presto costretto ad affrontare quella che sarebbe divenuta la “grande divisione”, il principale problema del mondo islamico. L’ascesa al potere degli abbasidi infatti era stata dovuta in buona parte all’alleanza da essi stretta con i gruppi di alidisti, particolarmente forti in Iran. Costoro derivavano il proprio nome da Alì, cugino, figlio adottivo e genero di Maometto, i cui discendenti (Ahl al-Bayt, “la gente della Casa”) erano considerati il Casato (la stirpe) del Profeta e quindi suoi unici legittimi successori. Proprio uno dei figli di Alì, alHusayn, era stato ucciso dagli uomini di Mu’awiya, poco dopo la morte del padre, e questo aveva ulteriormente avvelenato i rapporti tra alidisti (o alidi) e il potere centrale della umma. Quando Abu Abbas aveva ottenuto il califfato nel 750 si era però ben guardato dal dividerlo con i suoi recenti alleati e la carica suprema era stata riservata ai suoi discendenti. Come prevedibile, stavolta gli alidisti non la presero bene e così proprio al-Mansur dovette affrontare la loro rivolta, che venne però sanguinosamente repressa dal 762 al 763. Da quel momento il culto della purezza, del martirio e della lotta all’ingiustizia segnò tutta la storia del movimento alidista, poi trasformatosi in sciita, e il destino dei suoi imam (“stare davanti”, “essere guida”) considerati le guide spirituali della comunità e i custodi del Corano, eredi spirituali del Profeta. In realtà, la transizione verso lo sciismo avvenne nel momento in cui questo si dotò di precise basi ideologiche, teologiche e organizzative, fino a raggiungere la sua attuale dimensione, che è quella di rappresentare circa il 15 per cento dei fedeli musulmani. Già allora però la spaccatura tra le due principali componenti islamiche si era resa insanabile e, indirettamente, aveva creato i presupposti per la configurazione del movimento sunnita, avverso per definizione allo sciismo e comprendente la stragrande maggioranza dei musulmani. Tutti coloro cioè che rifiutavano la presunta purezza dei seguaci di Alì e si limitavano a seguire i precetti della sunna, la “tradizione”, dettata dai primi quattro califfi “ben guidati” e quindi “eletti” e non prescelti per diritto di sangue nella stirpe del Profeta. In realtà, questa scissione primigenia non impedirà il proliferare, nei secoli successivi, di sette più o meno grandi all’interno dei due schieramenti principali, ma si tratta di una frammentazione che richiederebbe un’esegesi ben più approfondita e non certo un semplice accenno. Al-Mansur dunque, arginato il problema alidista, poté dedicarsi al consolidamento dello stato, che riorganizzò militarmente e amministrativamente, innovandone agricoltura e industria. A tale proposito, basti ricordare che si deve a lui l’introduzione nel califfato della produzione della seta e della carta, resa possibile dalla grande quantità di manodopera schiavile cinese (esperta in tali lavorazioni) disponibile dopo la vittoriosa battaglia del Talas (751), che aveva permesso la conquista islamica della regione della Transoxiana Uzbekistan (gran e parte parte dell’attuale del Kazakistan) strappata all’impero cinese della dinastia Tang. Il califfato su cui al-Mansur chiuse gli occhi dunque nel 775 era prospero e potente e passò nelle mani del suo amato figlio Muhammad al-Mahdi, benvoluto dalla sua gente e buon amministratore. I dieci anni del suo governo furono infatti complessivamente felici anche se in parte segnati da dell’ambiente un certo malcontento militare, piuttosto insoddisfatto per il prolungato arresto dell’espansione islamica. Del resto, lo stesso trasferimento della capitale a Baghdad aveva spostato a Oriente il baricentro politico dell’impero e questo aveva reso sempre più deboli i legami con alcune delle province islamiche più lontane, a Ovest. Così, per esempio, nel 756 in al-Andalus era nato un emirato autonomo, sotto uno dei superstiti della dinastia omayyade, sfuggito allo sterminio di questa, Abd al-Rahman. Indubbiamente, le circostanze poco chiare della morte alimentarono del califfo, sospetti su nel 785, possibili complotti di corte, e la scelta del successore nella figura del figlio al-Hadi, fautore del partito “militarista”, sembrarono giustificarli. Al-Hadi si mostrò subito energico sino alla brutalità, reprimendo in maniera violenta la dissidenza sciita e gettando in carcere il fratello Harun. La morte violenta, dopo neppure un anno dalla presa del potere, per mano di una concubina gelosa, non permise comunque di capirne le potenzialità. Con Harun al-Rashid, fratello di al-Hadi, il califfato raggiunse comunque il suo apogeo e il suo lungo regno coincise davvero con il momento più felice per l’universo islamico medievale. Oltre che all’appoggio della madre, Harun doveva la sua carica anche all’educazione e alla protezione di un potente clan di origine persiana, i Barmecidi. Uno di essi, Yahya ibn Khalid era stato suo precettore e, all’epoca, era anche visir del califfato. Il visir (secondo l’etimologia persiana “colui che decide”) era una figura di antica tradizione persiana, ma una novità per il mondo musulmano. Con gli abbasidi finì però per divenire il consigliere più ascoltato dal califfo stesso e il suo potere aumentò a dismisura. Yahya dovette comunque consigliare bene il suo pupillo, che si mostrò subito un governante capace ed equilibrato. Per evitare di scontentare il forte partito “militarista” presente a Baghdad, infatti, avviò una serie di azioni belliche contro Bisanzio e mise alle corde l’avversario, soprattutto in Asia Minore. Contemporaneamente però, memore di un passo di quegli ’aḥādīth (aneddoti o racconti sulla vita del Profeta) che esaltavano il valore della conoscenza per approfondire il senso della fede, come il famoso «l’inchiostro dello studioso è più sacro del sangue di un martire», promosse un’autentica fioritura culturale, destinata a fare del califfato il faro del mondo allora conosciuto. Anzitutto fondò la Bayt alHikma, la “Casa della Sapienza”, nata come biblioteca privata del califfo e divenuta in seguito, con i suoi successori, la più grande istituzione culturale dell’epoca. In essa studiosi, musulmani e non, raccolsero e, soprattutto, tradussero nelle maggiori lingue allora conosciute, le grandi opere dell’antichità classica che, altrimenti, sarebbero andate perdute. Questa “politica intellettuale” nasceva dalla grande intuizione – di Harun e dei suoi discendenti – che il mondo musulmano ormai comprendesse paesi, culture e, naturalmente, religioni tra loro spesso molto diverse, da quella latina a quella greca, da quella cinese a quella buddista, da quella egiziana a quella persiana. L’unica possibilità per una “minoranza”, etnica e religiosa, come quella araba di continuare a detenere il controllo di quell’autentico crogiolo stava nell’allargare il più possibile la propria base di consenso. Un consenso che non poteva essere solo religioso, ma doveva essere soprattutto culturale. La presenza a Baghdad di studiosi e scienziati di tutte le razze e confessioni, con il fertile scambio di conoscenze e di opinioni che ne scaturiva, era la migliore garanzia di “immortalità” per la stessa fede musulmana. E fu un’intuizione lungimirante. Paradossalmente, proprio l’Europa occidentale cristiana fu infatti debitrice all’Islam degli abbasidi per il recupero dell’immenso patrimonio dell’età classica greco-romana. La grande fioritura culturale abbaside si concentrò comunque in poco meno di quattro secoli ed è un fenomeno che può trovare un equivalente solo nella breve e irripetibile stagione dell’Umanesimo e Rinascimento italiani ed europei. Naturalmente, questo enorme patrimonio di conoscenza si estese anche alla letteratura, come in una sorta di logico compendio. Il capolavoro della letteratura araba, che vide la luce a partire dal X secolo, fu infatti Alf layla wa layla, “Le Mille e una notte”, maturato in ambiente culturale persiano preislamico e contaminato da elementi indiani. Questa raccolta di novelle, oltre a essere una delle massime opere letterarie di ogni tempo, contribuì a donare una sorta di immortalità allo stesso califfo Harun al-Rashid, che, tra le righe, appariva come l’incarnazione del perfetto sovrano, giusto ed equilibrato, munifico e magnanimo. L’immagine idealizzata di questa società opulenta e raffinata non corrispose sempre, come ovvio, alla realtà di quel tempo, ma è questo il “califfato” che fa sognare gli attuali propugnatori del jihad. Harun, pur con gli innegabili meriti attribuitigli, fu anche un politico deciso e, a volte, spietato. Come sperimentarono gli stessi Barmecidi, a cui egli tanto doveva, e di cui forse temeva la popolarità e la pubblica reputazione. Certo è che, nei primi anni del IX secolo, costoro caddero in disgrazia e vennero in parte imprigionati e in parte esiliati, con la conseguente confisca delle loro immense ricchezze. In particolare Ja-Far al-Barmaki, fratello di latte e ascoltato consigliere dello stesso califfo, venne ucciso e poi crocifisso, a monito e memoria dei suoi presunti crimini, divenendo poi vittima di uno dei primi esempi di propaganda politica diffamatoria conosciuti, che lo trasformò nella figura mitica di Jafar, il malvagio visir- stregone delle Mille e una notte. Eppure la fama di Harun valicò persino i confini del mondo islamico e penetrò anche nell’Occidente cristiano, dove un altro grande sovrano, Carlo Magno, accogliendo l’eredità di suo padre Pipino il Breve, che aveva segnato la fine della dinastia franca dei merovingi, si apprestava a resuscitare il mito dell’impero romano d’Occidente e, nel natale dell’800, aveva ricevuto, in Roma, l’aurea corona imperiale da papa Leone III. Come lo stesso Carlo ebbe a dire negli Annales Laureshamenses: Poiché in Oriente l’Impero era vacante, e i bizantini mal tolleravano che una donna li governasse [l’imperatrice Irene, vedova di Leone IV, N.d.A], sembrò opportuno a papa Leone, alla unanimità dei Padri, che si adunarono in Roma, così come a tutto il popolo cristiano, di creare imperatore Carlo re dei franchi, che teneva sia Roma, dove sempre i Cesari avevano soggiornato, sia gli altri luoghi d’Italia, di Gallia, di Germania. L’anno successivo, alcune navi musulmane attraccarono nei pressi del porto di Luni in località Portovenere (un borgo marinaro, antica colonia romana) e da esse sbarcò un ricco corteo, guidato da Ibrahim ibn alAghlab, governatore dell’Egitto e ambasciatore del califfo, che proseguì, con il suo seguito, sino ad Aquisgrana, dove risiedeva in quei mesi la corte imperiale. Egli portava con se due splendidi doni per l’imperatore cristiano. Il primo era un orologio d’ottone che Eginardo, biografo di Carlo, così descrisse: Era un meraviglioso congegno meccanico azionato ad acqua, in cui il tempo era segnato da dodici cavalieri. Allo scoccare dell’ora ciascuno di essi si affacciava a una finestrella e chiudeva con il suo movimento la finestrella dell’ora precedente. I rintocchi erano assicurati da numerose palline scintillanti, che facevano, cadendo, il rumore dei cimbali. Il secondo dono era addirittura un elefante albino, chiamato Abu al-Abbas (o Abul Abbas) il quale seminò il terrore fra le donne del borgo perché si era sparsa la voce che con quella lunga proboscide potesse ingravidarle. Carlo Magno si portò appresso l’animale in molte delle corti europee dove era solito dimorare, sino alla morte dell’elefante stesso qualche anno dopo. Questi splendidi omaggi, in realtà, erano la degna risposta a una prima ambasciata che proprio Carlo aveva spedito a Baghdad nel 797. Pressato dalla presenza omayyade in Spagna infatti, e minacciato dalle continue incursioni dei pirati musulmani che flagellavano le coste mediterranee, l’imperatore aveva deciso di stabilire rapporti diplomatici più stretti con il califfato abbaside, per creare un contrappeso all’emirato omayyade di Abd al-Rahman a Cordoba. Fu in effetti una mossa intelligente, poiché anche Harun al-Rashid doveva fare i conti, in quegli anni, con il progressivo allentarsi dei vincoli di fedeltà con le sue province più remote. Nei primi anni del IX secolo infatti, in Ifriqiya, il governatore locale Ibrahim ibn al-Aghlab (lo stesso dell’ambasceria a Carlo Magno) aveva dato il via a un emirato autonomo e a una vera e propria dinastia, gli aghlabidi, di fatto interpretando in senso estensivo l’ampia autonomia amministrativa concessagli dallo stesso Harun: erano sue le navi islamiche che prevalentemente saccheggiavano le coste cristiane mediterranee e siciliane in particolare. Già in passato si era stabilita un’intesa tra gli abbasidi e Carlo Magno, che aveva portato a una spedizione dei franchi in terra di Spagna nel 778, conclusasi con la mancata conquista di Saragozza e con il famoso episodio dell’attacco dei baschi alla retroguardia franca a Roncisvalle, durante la ritirata dell’armata di Carlo. Qualche anno dopo, però, nel 785, i cristiani riuscirono a prendere Girona creando una sorta di caposaldo a Sud dei Pirenei. In ogni caso, un’alleanza formale e commerciale fu comunque stipulata tra Aquisgrana e Baghdad, in funzione anti-omayyade ma, probabilmente, anche anti-bizantina. Le missioni diplomatiche si succedettero negli anni successivi e, tra i frutti di questi nuovi legami, vi fu anche la conquista franca di Barcellona nell’801. La morte del califfo, nell’809, parve però rallentare se non arrestare questi proficui contatti, che divennero sempre più sporadici, soprattutto dopo la morte di Carlo, nell’814, fino a trasformarsi in un continuo conflitto fra cristiani e musulmani. Una delle conseguenze positive di questo nuovo clima era stata comunque la protezione formale che il califfo aveva conferito ai pellegrini cristiani diretti in Terrasanta. Questo fenomeno infatti si era fatto sempre più importante a partire dall’VIII-IX secolo, assecondando una nuova religiosità che pervadeva le contrade cristiane d’Occidente e che si ispirava ai percorsi e alle migrazioni bibliche di Abramo e Mosè verso la Terra promessa. Il progressivo declino dell’autorità delle potenze che avevano garantito l’incolumità dei pellegrini finirà invece, a partire dal X secolo, col penalizzare fortemente questo stesso fenomeno, innescando uno dei meccanismi che saranno all’origine delle crociate. I conquistatori musulmani erano ben diversi dai loro progenitori partiti dal deserto un paio di secoli prima. Il contatto prolungato con la civiltà bizantina e quella persiana aveva infatti raffinato notevolmente usi e costumi di questi soldati, che ora portavano con sé nella conquista una nuova cultura. Presso la corte abbaside, del resto, vi furono autori, come Hilal as-Sabì che, tra X e XI secolo, composero perfino trattati di comportamento (l’arabo adab) equiparabili al galateo rinascimentale e relativi a ogni aspetto della vita quotidiana, compresi i momenti di convivialità, che rivestivano un ruolo importante nella società islamica. I banchetti erano frequenti, soprattutto durante le numerose feste, in particolare quelle religiose indicate dal Corano: dalla rottura del digiuno, Id al-Fitr, alla festa del sacrificio, Id al-Adha, alla Lailat al-Qadr, la “Notte del Destino”, all’Ashura, anniversario della fine del Diluvio e del martirio di alHusayn nel villaggio di Kerbala sino al “giorno dell’Egira”, che costituisce il vero e proprio capodanno islamico (quest’evento segna l’inizio dell’era islamica come la nascita di Gesù segna l’inizio dell’era cristiana). Inoltre, di pari passo con la musica, nel mondo arabo si era diffusa la danza. Affondando le sue radici nell’antichissima tradizione egizia e orientale, proprio nelle corti abbasidi aveva cominciato a caratterizzarsi la figura della danzatrice (si trattava infatti solitamente di donne) dai movimenti sinuosi e sensuali, legati al ritmo musicale degli strumenti che la accompagnavano. Il velato erotismo celato da questo tipo di danza non costituiva certo un’eccezione nel mondo musulmano. Non va infatti dimenticato che uno degli ’aḥādīth più famosi dice: «Tre cose nel vostro mondo mi sono state care: le donne, il profumo e la preghiera», né si può negare che al Profeta venisse attribuito un formidabile appetito sessuale, sia pure con intenti laudativi e non spregiativi. La tolleranza e anzi l’incentivazione della poligamia è poi evidente in un altro famoso passaggio coranico: «Se temete di non essere equi con gli orfani, sposate allora di fra le donne che vi piacciono, due o tre o quattro, e se temete di non poter essere giusti con loro, una sola, o le ancelle in vostro possesso, questo sarà più atto a non farvi deviare» (Corano, Sura 4,3). Era dunque una poligamia “regolata”, con un limite massimo accettabile di quattro mogli, mentre le concubine ufficiali non avevano un tetto quantitativo. A una donna, naturalmente, era proibito sposare un infedele, cosa invece consentita all’uomo. Illeciti erano poi considerati il liwàt (rapporti omosessuali) e la zinà (l’adulterio), mentre era ammesso l’aborto, così come l’uso di contraccettivi. Complessivamente, l’etica preminente era insomma quella legata al principio della moderazione. Questo naturalmente era l’atteggiamento ufficiale, ma la vita quotidiana parlava spesso un altro linguaggio. Le donne musulmane avvenenti e avevano fama di essere curate, ma il Profeta sembrerebbe aver prescritto loro di coprirsi per allontanarle da ogni tentazione, come ricorda un brano molto citato del Corano: Di’ alle credenti che abbassino gli occhi e custodiscano la loro castità, che non mostrino le loro bellezze eccetto quello che è visibile, che si coprano il petto con un velo e mostrino le loro bellezze solo ai mariti o ai padri o ai suoceri o ai figli o ai figli dei mariti o ai fratelli o ai figli dei fratelli o ai figli delle sorelle o alle loro donne o alle loro schiave o ai servi maschi impotenti o ai bambini che non notano le nudità delle donne (Corano, Sura 24, 31). Molto si è discusso, soprattutto in tempi recenti, se questo passo o altri simili abbiano prefigurato l’uso di veli “integrali” a copertura della figura femminile, come hijab o burqa, ma questo esula dall’argomento della nostra storia, anche se possiamo rilevare che la prescrizione pare ricondursi piuttosto a un semplice principio di pudore e moderazione, non di più. Del resto è difficile stabilire se la prima comunità islamica dei credenti abbia previsto l’uso di coprire la donna o questo non sia derivato piuttosto dal contatto con altre culture orientali anche più antiche. Comunque merita di esser ricordato, a tale proposito, un passo di san Paolo, quindi di un cristiano: Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra […] né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli (Corinzi, 9, 6-10). Certo è che un velo non bastava ad allontanare veramente le tentazioni. Così, in gran parte proliferavano gli del mondo hammam islamico, (in arabo “scaldare”), i complessi termali dove i fedeli effettuavano i lavacri rituali e non, spesso dopo l’espletamento delle attività fisiologiche, comprese quelle sessuali. Si trattava di edifici, pubblici o meno, che ereditavano la tradizione romana e poi bizantina delle thermae (anch’essi prevedevano, per esempio, un locale caldo, uno freddo e una sauna) anche se, nel caso dell’Islam, il divieto di promiscuità tra i due sessi faceva sì che il loro uso venisse contingentato in orari o spazi diversi tra uomini e donne. L’ampio spazio comune centrale, spesso coperto da una cupola, era quello dedicato alla socializzazione, dove si passeggiava, si chiacchierava e ci si conosceva. In realtà, lo stesso hammam, in particolare per le donne di alto rango, poteva divenire occasione per pratiche più o meno lecite, nonostante la presenza in esso degli eunuchi, unica presenza maschile consentita nell’entourage della donna musulmana, che al tempo stesso la scortavano e la proteggevano. Gli eunuchi erano schiavi, prevalentemente africani o greci, che, in età puberale o prepuberale, erano stai evirati. Essendo impossibilitati, per tale motivo, a una normale attività sessuale, costituivano gli accompagnatori ideali per le mogli di uomini di rango. L’operazione cruenta cui venivano sottoposti rendeva però molto alto il tasso di mortalità tra le loro fila e ciò, di conseguenza, faceva aumentare il loro valore sul mercato. Il commercio degli schiavi era del resto una delle attività più lucrose della società musulmana. Esistevano veri e propri mercati per la compravendita, dove i nuovi acquisti venivano destinati al loro futuro impiego: servitori, cuochi, camerieri, guardie del corpo, ma anche rematori, minatori, braccianti, uomini di fatica o concubine. Tranne quelli destinati ai lavori pesanti, sulle navi come nei campi o nelle miniere, la condizione degli schiavi non era cattiva e finivano col divenire quasi parte della stessa famiglia dei loro padroni. A volte, magari nel testamento dei loro proprietari, venivano affrancati e in alcune società, come quella egiziana, acquisirono potenza fino a costituire un vero e proprio ordine, quello dei mamelucchi o mammalucchi (dall’arabo mamluk, schiavo), che gestì il potere per secoli. Nella Sicilia islamizzata la tradizione e i costumi musulmani, inseriti nella cultura bizantina, vennero elaborati in modi del tutto autonomi e originali, che indirettamente influenzarono la stessa cultura dell’Europa cristiana. Nell’isola, i bizantini si erano resi impopolari per la soffocante imposizione fiscale e per la rigidità, a volte sconfinante nella brutalità, con cui esercitarono il loro potere. L’arrivo degli arabi, al contrario, portò aria nuova soprattutto nella gestione amministrativa, che suddivise il territorio in distretti, ognuno dei quali affidato a un wali. Il centro del potere era a Palermo, dove il diwan (“ufficio” o “governo centrale”) avocava a sé il demanio e il centro delle imposte. La città divenne un centro multietnico e multiculturale, dove un nuovo quartiere fortificato, la Kalsa, rappresentò il centro del sistema amministrativo arabo. Ma sorsero anche nuovi quartieri destinati agli schiavi, ai mercanti e agli ebrei, che, con le loro innumerevoli attività costituivano un po’ il cuore pulsante della città. La giustizia era affidata a un cadì, mentre, col tempo, la pubblica amministrazione venne aperta anche agli elementi non arabi e questo spianò la strada a una sistematica proliferazione dei pubblici impieghi nel campo giurisprudenziale e fiscale, secondo una tendenza che rimase per secoli prerogativa delle popolazioni locali. Il sistema fiscale, pure severo, in parte sostituì e in parte integrò quello bizantino, ma con una redistribuzione delle imposte che concesse maggior respiro ai cittadini. Si crearono nuove imposte doganali (la ushr sulle merci importate, per esempio), con balzelli a volte impopolari, come la tassa sulla prostituzione e, secondo la tradizione della dhimma (“la gente protetta”, comunità dei non credenti governati dagli arabi), la jizya (“imposta di compensazione”) e il kharaj (“imposta fondiaria”), riservati ai cristiani che non intendevano convertirsi. Particolare quest’ultimo che, come ovvio, incrementò notevolmente il fenomeno delle conversioni, soprattutto nella Sicilia occidentale, mentre in quella orientale la base popolare rimase fondamentalmente cristiana. A tale proposito va ricordato che alla conquista araba va ricondotta una progressiva riduzione del latifondo improduttivo e l’incremento della piccola proprietà fondiaria, con innegabili vantaggi per l’economia dell’isola. Più rigido rimase l’accesso al mestiere delle armi, fondamentalmente riservato ai soli musulmani, anche perché il Profeta aveva affermato che esso era uno dei doveri del buon credente. Palermo, la capitale dell’isola, così come le altre città di maggior rilievo, divenne una splendida città e conobbe una fioritura artistica, urbanistica e culturale con pochi paragoni all’epoca nell’Occidente cristiano. Muhammad al-Nasibi, conosciuto anche come Ibn Hawqal, visitando la Sicilia negli ultimi decenni del X secolo parlò di essa come della «città dalle trecento moschee». Dato che non doveva discostarsi di molto dalla realtà e che doveva definire il panorama cittadino come una selva di minareti (da manar, “torre”, antesignani dei nostri campanili). Del resto i nuovi quartieri edificati dagli invasori si ispiravano al classico stile architettonico “moresco”, importato dal Nordafrica e mostravano grandi palazzine di colore bianco, caratterizzate da facciate punteggiate da finestre piuttosto anguste e ariosi balconi. La casa era considerata davvero il “regno della donna”, dove questa era la padrona, tanto quanto nella vita comunitaria si trovava in posizione subordinata rispetto all’uomo. I tetti piatti, tipici delle abitazioni mediterranee e mediorentali, erano a loro volta spazio di intrattenimento e conversazione tutta al femminile. Le strette tortuose vie dei quartieri residenziali erano spesso coperte, per ripararle dalle intemperie e anche per sostenere le abitazioni che vi si affacciavano. All’interno di queste ultime, normalmente, era posizionato uno spazio quadrangolare circondato da un porticato, sorta di “patio”, con fontane e piante esotiche. Gli ambienti interni erano spesso ricoperti da tappeti e mostravano un mobilio essenziale, tavole e sedute ornate con cuscini (in arabo suffa) progenitori dei moderni sofà. Alle pareti non era raro trovare mosaici ornamentali, che mostravano antiche influenze bizantine e frequenti, soprattutto nelle dimore più abbienti, erano i giardini, lussureggianti e spesso popolati da animali esotici, nella migliore tradizione araba. I guerrieri musulmani che avevano sottomesso l’isola portavano con sé una prelibata cultura, per esempio culinaria, che affondava le proprie radici nella tradizione orientale e che trovava nella pasticceria il suo punto di forza (come in buona parte può riscontarsi ancora nella Sicilia attuale), ma impiegava in abbondanza riso, spinaci, carciofi, agrumi, pesche e, naturalmente, carne, salvo quella di maiale, e purché provenisse da animali macellati rispettando le procedure rituali. In tal senso un buon credente aborriva ovviamente l’uso di alcolici e questo rendeva diffuso l’uso di sciroppi di frutta e tè, che era stato importato dalla Cina, a seguito dei contatti tra i due imperi nei decenni precedenti. Nella Palermo musulmana fiorirono non solo le moschee, ma anche le prime grandi scuole pubbliche, che, stante la stretta connessione nell’Islam tra istruzione e religione, a volte coincidevano strutturalmente con la moschea stessa. Col tempo, poi, si distinsero le madrase o madrasse (da madrasa, “scuola”, derivante da darasa, “studiare”), all’istruzione, sia dedicate pure appunto fortemente connotata in chiave religiosa. Quando, attorno alla metà dell’XI secolo, l’irripetibile fioritura artistica e culturale araba si incontrò e mescolò, proprio in Sicilia, con le correnti nordiche portate dai nuovi dominatori normanni, si originò la più nobile civiltà medievale europea, che trovò il suo compendio e il suo apogeo nella stagione di Federico II di Svevia e costituì l’autentico preludio del Rinascimento italiano. In quei decenni, intanto, dopo l’esempio di Ifriqiya, al-Andalus e Khorasan iranico (affidato alla dinastia tahiride), anche il Maghreb accentuò la propria indipendenza dal governo centrale, spinto in parte dal forte spirito autonomista berbero. Se però, in questi casi, si era comunque trattato di ampie deleghe concesse a “luogotenenti” del califfo, poi resisi sempre più autonomi, in Egitto, a partire dall’868, Ahmed ibn Tulun dette vita a una dinastia realmente antagonista e autonoma rispetto al governo centrale. Gli anni che seguirono segnarono del resto la progressiva decadenza degli abbasidi, coincidente con una vera e propria anarchia militare. Nell’892 però un califfo abbastanza energico, al-Mu’tadid, riuscì a riportare la capitale a Baghdad e restituire coesione al califfato, riducendone le spinte centrifughe. Alla sua morte (902) e dopo il breve regno del figlio, dal 908 con alMuqtadir riprese la decadenza abbaside, destinata a durare decenni, mentre a Occidente sorgeva l’astro fatimide e l’Egitto accentuava la propria indipendenza. Poco dopo aver finalmente completato la conquista della Sicilia, l’ultimo esponente della dinastia aghlabita, Ziyadat Allah III venne infatti sconfitto nel Nordafrica, ad alArbus, nel 909, da un esercito di berberi convertiti che faceva capo a Ubayd alMahdi ibn-Ilah, imam sciita e pertanto diretto discendente del Profeta attraverso la stirpe di sua figlia Fatima, moglie di Alì. Per tale motivo la dinastia che da lui ebbe inizio prese il nome di fatimidi. Dopo aver stabilito la loro prima capitale a Kairouan, costoro si espansero in pochi anni sino a rimpiazzare del tutto il dominio aghlabita sia in Nordafrica che in Sicilia, dove un loro governatore, Ibn Abi Khinzir, si insediò già nel 910. Nel 920 poi la capitale fatimide venne spostata a Mahdia, anche a seguito della progressiva espansione dei territori controllati dalla nuova dinastia. La crisi del califfato abbaside significava del resto una più ampia crisi dell’Islam sunnita e ciò favorì, come ovvio, le dinastie sciite come gli stessi fatimidi, che, con alMuizz, già nel 969 furono in grado di conquistare l’intero Egitto. Qui, presso l’antica Fustat, venne fondata il Cairo (alQahira, “la soggiogatrice”), destinata a divenire (nel 974) la nuova capitale di quello che poteva ormai definirsi il califfato fatimide, contrapposto a quello di Baghdad. Negli anni successivi, tre grandi califfi portarono le fortune della dinastia al loro apogeo ed essa finì per l’esercitare una certa influenza sugli stessi luoghi santi dell’Islam, nel cuore dunque del potere abbaside. Mansur Nizar al-Aziz, che salì al potere nel 975, consolidò il controllo fatimide dell’Egitto e lo espanse verso la Siria centro meridionale, venendo però a quel punto a contatto con l’area di influenza bizantina. Quel che più contò però fu la sua capacità di estendere la base di consenso della dinastia, sia sul piano militare, reclutando forti contingenti di turchi, oltre ai berberi, che costituivano il pilastro dell’armata, e sia su quello amministrativo, dove riuscì a cooptare nel sistema statale un gran numero di funzionari, musulmani. malumore, Questo ma spesso non creò qualche garantì una notevole efficienza alla burocrazia fatimide, con innegabili vantaggi allo stato tutto. Al-Hakim, suo figlio, continuò sulle orme paterne, con sobrietà e attenzione all’amministrazione della cosa pubblica, almeno nei primi anni del suo regno, ma incorse in un errore non di poco conto nel momento in cui, contravvenendo alla tradizionale tolleranza in ambito religioso dei suoi predecessori sciiti, pretese di imporre conversioni forzose non solo a ebrei e cristiani, ma anche, cosa ben più grave, all’elemento musulmano sunnita. Giunse al punto di imporre ai non convertiti di indossare umilianti fardelli che ne indicassero la condizione e, con un gesto che avrebbe avuto tragiche conseguenze di lì a qualche decennio, distrusse la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Tutto ciò, forse effetto di un vero e proprio disagio mentale, non poteva non alienargli strati sempre più ampi di popolazione e così, nel 1021, venne probabilmente assassinato e il suo corpo non fu mai trovato. Fu la volta allora del figlio, Ali az-Zahir, che regnò dapprima sotto la reggenza della saggia zia Sitt al-Mulk, con ottimi risultati; ma dal momento in cui il potere si concentrò solo nelle sue mani, mostrò di avere ereditato le peggiori qualità del padre. Su di lui iniziarono a correre leggende truci, e si rese responsabile di atti efferati. In questa sostanziale vacanza di potere, come sempre, si alimentarono le spinte centrifughe, tanto che a Damasco e in Egitto un suo luogotenente finì con l’agire come una sorta di governante autonomo. La peste lo condusse alla morte nel 936, ma ormai la crisi dei fatimidi, analogamente a quella degli abbasidi, era evidente. Il figlio, al-Mustansir, fu più fortunato e governò a lungo, accentuando l’ostilità nei confronti degli abbasidi di Baghdad e, al tempo stesso, coltivando ottimi rapporti con Bisanzio, di cui risentirono, in senso positivo, le comunità cristiane a lui sottoposte e in particolare quelle della Palestina. Dato importante quest’ultimo, soprattutto considerando che, proprio durante il califfato di suo figlio al-Musta’li, succedutogli nel 1094, si sarebbe scatenata sui luoghi santi la tempesta crociata. Lo scisma del Filioque Mentre gli abbasidi portavano il califfato al periodo del suo maggiore splendore, l’Europa usciva definitivamente dai caotici secoli che erano seguiti alla caduta dell’impero romano d’Occidente. L’esperienza dei regni romano-barbarici si andava infatti esaurendo e il miscuglio di piccoli potentati, feudi e popolazioni che ne era emerso guardava ora a due nuovi punti di riferimento e aggregazione: l’impero e il papato. L’impero era stato soprattutto un uomo: Carlo Magno. Costui aveva unificato sotto il suo scettro gran parte dell’Europa cristiana, compreso il regno longobardo d’Italia, da lui sconfitto e annesso. Solo l’Inghilterra, la Spagna musulmana e alcune zone dell’Europa orientale restavano escluse dal suo controllo, pur risentendo, in qualche modo, della sua influenza. All’inizio del IX secolo quindi la dinastia carolingia, da lui avviata, incarnava la massima autorità laica dell’Occidente. Quando nel Natale dell’anno 800, però, Carlo si recò a Roma, fu papa Leone III a incoronarlo e il gesto, preordinato o meno che fosse, mirava a ribadire la supremazia dell’unica autorità in grado di conferire a un unico uomo un simile potere universale e cioè quella rappresentata dal vicario di Cristo. Si delineava dunque l’antagonismo che avrebbe caratterizzato l’intero Medioevo europeo, quello tra i due poteri universali emergenti: papato e impero. L’impero carolingio tuttavia, dopo pochi anni, entrò in crisi. Alla morte di Carlo, il figlio Ludovico il Pio mostrò di essere fatto di una pasta diversa rispetto al padre e privo del carisma e della capacità politica necessari a tenere insieme il coacervo di popoli, culture, tradizioni e religioni che costituivano all’epoca l’impero. La grande costruzione cominciò così a scricchiolare di fronte alle spinte centrifughe dei singoli signori feudali e delle varie etnie, sempre più insofferenti all’autorità della dinastia franca. A Ludovico, morto nell’840, successe il figlio Lotario, ma in realtà già da un decennio l’autorità imperiale era minata da lotte fratricide che avevano contrapposto lo stesso Ludovico ai figli e questi gli uni agli altri. Il potere di Lotario fu così molto più precario di quanto l’altisonante titolo imperiale potesse far supporre e, alla fine, si ridusse alle sole insegne del potere e al territorio della cosiddetta Lotaringia (Italia centro-settentrionale, Provenza e una fascia della Francia centrale sino al Mare del Nord), mentre al fratello Carlo il Calvo andava la parte occidentale del regno dei franchi e a Ludovico II il Germanico i territori orientali dell’impero, tra cui le aree delle attuali Germania, Austria, Boemia e alti Balcani. Si trattava tuttavia di un equilibrio precario e solo una serie di congiunture favorevoli permisero a Carlo il Grosso, figlio dello stesso Ludovico II, di ascendere a un trono imperiale finalmente riunificato tra l’881 e l’887. Ma fu una parentesi effimera e la deposizione di Carlo segnò la fine di fatto della dinastia carolingia. Il sogno di Carlo Magno era durato meno di un secolo. Mentre dunque il califfato abbaside viveva la sua crisi, indebolito dalle forze centrifughe che costringevano, come si è visto, i suoi governanti a concedere autonomie sempre più ampie agli emiri delle province più remote, anche l’impero carolingio era entrato in una crisi irreversibile, che trasformò l’Europa in una vera e propria galassia di staterelli, spesso di dimensioni ridotte e in perenne conflitto tra loro. Lo stato delle radicalmente nel X cose mutò però secolo. Due popoli infatti, l’uno dal Nord e l’altro dall’Oriente, si affacciarono nel panorama europeo, modificandolo per sempre. Quando, nel 793, alcune navi si presentarono nelle acque dell’isola di Lindisfarne, al nordorientali dell’Inghilterra una di torma largo delle uomini coste sbarcando armati che saccheggiarono la locale abbazia, uccidendo quasi tutti i monaci, nessun cronista ebbe la percezione della reale portata di quell’avvenimento. Invece i vichinghi, come si chiamavano questi contadini-pirati provenienti dalla Scandinavia, in pochi decenni divennero l’incubo delle popolazioni di Irlanda, Scozia, Inghilterra e delle aree costiere della Francia e dell’Europa settentrionale. Presto la loro attività predatoria si trasformò in vera e propria conquista, come sperimentarono gli abitanti della regione della Francia che da loro prese il nome: la Normandia. Normanni, ossia “uomini del Nord”, era infatti l’altro comunemente nome con cui erano noti questi indomabili guerrieri. Il loro capo Hrolf (latinizzato in Rollone), dopo aver preso possesso di parte di quel territorio, si spinse anche verso l’interno dell’attuale Francia, ormai frantumata in potentati autonomi, come la Provenza, l’Aquitania e la Borgogna. Nominale re dei franchi occidentali era Carlo il Semplice, della dinastia carolingia, il cui potere reale era però ben poca cosa. Questi preferì concedere a Rollone il controllo della regione appena conquistata, stringendo un patto di alleanza. Ciò non impedì però che le incursioni normanne si estendessero a gran parte del suo regno, investendo a più riprese la stessa Parigi, sede del sovrano, Orléans e le altre maggiori città franche. Il problema riguardò anche i suoi successori, minando sempre più il potere del “re dei franchi”. Del resto i vichinghi si spinsero sino al Volga, a Bisanzio, alle coste italiane e nordafricane, alimentando la fama della propria invincibilità. Il discredito che aveva investito gli ultimi carolingi, raggiunse l’apice durante il regno dell’ultimo di essi, Luigi V, detto l’Infingardo. Parallelamente a esso, era però cresciuto il prestigio di una casata, quella dei Capetingi, duchi dei franchi, molti esponenti dei quali si erano distinti proprio nella lotta ai normanni e fu quindi logico che, alla morte di Luigi, nel 987, Ugo Capeto ricevesse la corona reale dall’arcivescovo di Reims, Adalberone, che, con Gerberto di Aurillac (il futuro papa Silvestro II) e altri grandi feudatari, ne apprezzava le doti militari e la lealtà con cui aveva servito fino all’ultimo il sovrano carolingio. Con Ugo iniziò una dinastia, quella capetingia, destinata a essere protagonista della storia europea per ottocento anni, in quanto incarnazione della monarchia francese. Al momento, tuttavia, era difficile ipotizzare simili fortune per quella casata “minore”. Il duca di Aquitania, il conte di Fiandra o il re di Borgogna erano infatti ben più potenti del Capeto, ma quest’ultimo sedeva pur sempre sul trono che un tempo era stato di Carlo Magno e il territorio che amministrava, comprendente tra l’altro Parigi e Orléans, aveva una notevole rilevanza strategica. Infine, Ugo poteva contare anche sull’importante appoggio fornitogli dal partito imperiale, incarnato da suo zio Ottone I di Germania. Perché se i franchi ora avevano un loro re, la corona imperiale aveva un altro padrone. Quando Carlo Magno sconfisse gli àvari all’inizio del IX secolo, il territorio che costoro lasciarono libero, almeno in parte, e cioè quello della Pannonia (più o meno l’attuale Ungheria), venne occupato dagli ungari, una popolazione affine agli antichi residenti e discendente dal comune ceppo nomade degli unni e di altre popolazioni delle steppe orientali. Questi predoni, appena rafforzatisi nella nuova sede, cominciarono a premere contro i territori dei franchi orientali, residuo del dissolto impero carolingio. Profittando della frammentazione che aveva colpito anche questa regione, divisa tra potentati più o meno importanti, gli ungari si spinsero verso la Pianura padana, la Baviera e la Sassonia, giungendo a devastare la città di Ratisbona. La debole reazione avversaria e la fame di bottino li spinsero a raggiungere poi l’Alsazia e la Borgogna, con puntate sino a Reims, la Provenza e Pavia, mentre alcune loro colonne arrivavano in Puglia, Toscana e perfino a Costantinopoli. Nonostante una prima battuta d’arresto subita nel 933 a opera di Enrico l’Uccellatore, duca di Sassonia e fresco re dei franchi orientali, questi feroci razziatori sfiorarono Roma e arrivarono in Belgio, a Torino e persino ad Augusta. Stavolta però, a Lechfeld, trovarono ad attenderli Ottone I, figlio di Enrico l’Uccellatore e nuovo sovrano dei franchi orientali, che li sconfisse in una grande battaglia nel 955. Con questo memorabile scontro la minaccia ungara poteva definirsi tramontata e gli scorridori si ridussero in pratica alla sola Pannonia. L’Europa che si avviava alla fine del primo millennio mostrava dunque un panorama diverso da quello dell’epoca carolingia. Ottone, che dette vita alla dinastia di Sassonia, restaurò il principio di un impero universale, erede sia dell’antica tradizione romana che di quella più recente dei carolingi, ma si trattava di una realtà molto più “germanica” della precedente, anche perché priva di quella parte del regno dei franchi occidentali destinata a dare vita al futuro regno di Francia. In realtà, si trattò sempre di un potere formale, che diveniva reale nel momento in cui l’uomo o la dinastia che lo deteneva era sufficientemente forte da imporsi ai grandi feudatari che solitamente decidevano dell’elezione dell’imperatore. Anche per uscire da questa logica, Ottone puntò molto sulle alte cariche religiose presenti in territorio tedesco, che egli trasformò anche in signori e vassalli a lui fedeli. Ma questa fusione tra potere temporale e spirituale, lo mise in una inevitabile rotta di collisione con Roma. Quando, nel 962, papa Giovanni XII invitò Ottone a Roma per incoronarlo imperatore e indirettamente per reclamarne la protezione nel contesto delle lotte per il potere che travagliavano la città, i rapporti tra le due supreme autorità del continente parvero ottimi. Giovanni (o meglio Ottaviano), era membro della potente famiglia dei conti Tuscolo e, come sempre, era stato eletto dall’assemblea del clero, dell’aristocrazia e del popolo romani. Dietro questa formula altisonante si celavano però intrighi e precari equilibri ben poco spirituali. Infatti Ottaviano era figlio di Alberico e nipote di Marozia, della stirpe di Teofilatto, già senatore di Roma. Costoro avevano in pratica gestito il potere nell’Urbe per buona parte del X secolo e Alberico in particolare aveva elevato al soglio, quando possibile, uomini di sua fiducia. Quando morì, nel 954, temendo l’ambizione del giovane Ottone I, fece in modo che venisse eletto al pontificato il figlio Ottaviano. Papa Giovanni, degno figlio di tale padre, era poco più che adolescente al momento dell’elezione e mostrò presto di avere scarsa vocazione religiosa ma precise ambizioni politiche. La Chiesa, in quei decenni, fondava il suo potere temporale su una serie di donazioni effettuate nei secoli, solitamente post mortem, da nobili e patrizi a favore della cattedra di Pietro. Il nucleo però di quelli che comunemente si solevano definire gli stati della Chiesa era costituito dalle cosiddette donazioni carolinge, effettuate dapprima da Pipino il Breve e poi confermate e integrate da Carlo Magno. Solo in seguito sarebbe stata redatta la famosa Constitutum Constantini (Donazione di Costatino), in realtà un clamoroso falso storico probabilmente collocabile nel IX secolo, che addirittura riconduceva alla volontà dell’imperatore romano Costantino la decisione di donare un vero e proprio stato temporale a papa Silvestro I. Quello che conta è che il pontefice poteva così vantare diritti sui territori dell’antico Esarcato e della pentapoli bizantina (parte dell’Emilia, la Romagna e parte delle Marche), sulla bassa Toscana, sulla Tuscia e la Sabina, quasi tutto il Lazio e parte dei ducati di Spoleto e Benevento. Proprio per conservare per sé e per i suoi questo potere, Giovanni XII chiamò Ottone I a Roma. Incoronandolo avrebbe infatti riaffermato l’autorità morale del papa sull’imperatore e quest’ultimo gli avrebbe fornito l’appoggio militare necessario a puntellare la sua carica. Dal canto suo, il futuro imperatore avrebbe avuto mano libera sul controllo “feudale” del clero tedesco, vera base del potere della sua dinastia. Una coincidenza di interessi e di ambizioni dunque, che parve rinsaldarsi con l’incoronazione di Ottone. Non a caso uno dei primi atti del neoimperatore fu quello di confermare le donazioni carolingie e di stabilire che nessuno avrebbe potuto eleggere un papa senza l’approvazione dei rappresentanti imperiali. Quest’ultimo provvedimento però stabiliva una sorta di tutela imperiale sul soglio di Pietro, poco gradita a Giovanni. Iniziò così un nuovo periodo di torbidi che costrinse Ottone a tornare ripetutamente in Italia per deporre dapprima lo stesso pontefice (poco dopo assassinato) e in seguito tentare di imporre propri candidati nel ruolo, con esiti alterni. Quando infatti il suo “uomo” Leone VII morì e il suo successore filoimperiale Giovanni XIII venne rovesciato, Ottone dovette tornare in Italia per l’ennesima volta, ma morì pochi mesi dopo. L’onere di quel gioco complesso passò allora al figlio, Ottone II, che dovette puntellare dapprima Benedetto VII e poi districarsi nella confusa alternanza di papi e antipapi che caratterizzò gli anni successivi. Alla prematura morte del nuovo imperatore, nel 983, sul soglio sedette Giovanni XIV, Giovanni XV. cui successe poco dopo Quest’ultimo riuscì a governare per circa dieci anni, ma venne a sua volta deposto da una congiura di nobili romani e così si appellò ancora una volta al giovane omonimo figlio di Ottone, appena uscito dalla tutela della madre Teofano. Costui, seguendo la tradizione di famiglia, scese in Italia, e reinsediò Giovanni. Alla morte di questi, poco dopo, impose al soglio il cugino Brunone di Carinzia, col nome di Gregorio V. Il suo imperiale avvallo però non fu sufficiente e, non appena tornato in Germania, fu costretto a riprendere la strada di Roma, perché anche Gregorio era stato spodestato da un intrigo dell’aristocrazia romana. Ottone III stavolta seguì la linea dura: sconfisse i congiurati, ne fece torturare e uccidere il capo, Giovanni II dei Crescenzi, ed elevò al soglio, alla morte di Gregorio, il suo precettore, Gerberto di Aurillac, un monaco francese che prese il nome di Silvestro II. Gerberto era uomo di grandi qualità intellettuali e morali e, con lui, finalmente la cattedra di Pietro venne occupata da un grande pontefice. Era il 999. Proprio a Gerberto si dovette, non a caso, l’importazione in Europa di alcuni dei principi dell’aritmetica e dell’astronomia arabe, cui si era accostato durante il suo soggiorno a Barcellona, nella Spagna cristiana, dove studiò negli anni successivi al 967. Già Giovanni XIII aveva segnalato il giovane monaco a Ottone I, a seguito di un suo viaggio a Roma, e in seguito Ottone II lo aveva nominato abate di Bobbio, tra le massime cariche ecclesiastiche dell’epoca. Alla prematura morte del suo protettore aveva sostenuto Ugo Capeto nell’ascesa al trono dei franchi. Negli anni successivi ottenne anche l’arcivescovato di Reims, da cui però decadde nel 997, per trasferirsi definitivamente alla corte degli Ottoni dove divenne precettore del giovane Ottone III, con il quale scese a Roma, per essere appunto eletto papa nell’aprile 999. Nella sua nuova veste parve potersi realizzare quel principio della Renovatio Imperi, da lui stesso vagheggiato, che ipotizzava una rinascita dell’ideale universale classico dell’impero romano, intriso però di nuovi contenuti religiosi. Non è quindi probabilmente un caso che proprio a questo papa colto, aperto anche alla cultura del classicismo arabo, si debba uno dei primi intenti crociati a noi noti, almeno secondo alcune delle interpretazioni fornite dagli storici. Nel 984 (come si legge nel suo Epistolario) egli avrebbe infatti redatto una lettera o appello che recitava: Alla Chiesa universale, in nome di Gerusalemme devastata. […] Chi disdegnerà di commuoversi, come di una cosa infima? Chi è l’apostolo che non si sentirà toccato dallo scacco formidabile che ho testé ricevuto ? Chi disdegnerà di commuoversi, come di una cosa infima? Oggi umiliata, nondimeno sono colei che l’universo intero tenne un tempo per il suo più bel fiore. È dal mio seno che partirono gli oracoli dei profeti, le parole sacre dei patriarchi, è presso di me che il globo terrestre ha trovato la fede di Cristo e ha scoperto il proprio redentore. […] Il profeta aveva detto: il suo sepolcro sarà glorioso. Ma ecco che, i pagani stravolgendo tutto nei luoghi sacri, questo sepolcro per un’impresa del demonio è privato della sua gloria. Alzatevi dunque, soldati di Cristo! Prendete le vostre insegne, marciate a battaglia! E ciò che le armi non possono compiere, fatelo con un consiglio o con le offerte! […] Sulla terra, i vostri beni si moltiplicheranno, nell’altra vita non potrà mancare una ricompensa. Con la mia voce, Egli vi benedice perché il vostro servizio gli sia profittevole, perché i vostri peccati vengano cancellati e perché infine viviate felici nel regno eterno. Secondo alcuni ricercatori il testo è un falso o almeno attribuibile a epoche successive, in piena temperie crociata, per altri invece l’intento non era quello della chiamata alle armi in chiave militare. Comunque fosse, queste parole sembrano preconizzare uno stato d’animo che, all’inizio del nuovo millennio, iniziava a diffondersi nel mondo cristiano e cioè la preservazione della culla del cristianesimo. In realtà, il nuovo millenio era stato atteso con grande timore nel mondo cristiano. La profezia del “Mille e non più Mille” aveva diffuso la convinzione che con l’anno 1000 sarebbe giunta la fine del mondo. Quel capodanno invece fu salutato con grande gioia perché la paura si era dissolta. Intanto, la posizione di Silvestro si fece presto difficile. Nel 1001 Roma fu di nuovo attraversata da disordini interni, che imposero a Ottone III di abbandonarla, in attesa di tornarvi con adeguati rinforzi. Nel gennaio 1002 però, nei pressi di Faleri, il giovane sovrano morì, non si sa se di malaria o di vaiolo, e le sue truppe fecero ritorno in Germania. Il povero Silvestro rientrò quindi in una città ingovernabile e a lui ostile, praticamente in balìa della potente famiglia dei Crescenzi. In questa precaria posizione tentò di amministrare sino alla morte, avvenuta nel maggio 1003. I Crescenzi poterono allora imporre al soglio alcune figure di scarso peso, come Giovanni XVII, Giovanni XVIII e Sergio IV. Con la morte di quest’ultimo e del capofamiglia dei Crescenzi il potere nella città si spostò verso i Conti di Tuscolo, uno dei quali ottenne la tiara con il nome di Benedetto VIII. Poco dopo la sua elezione questi ricevette Enrico II, successore di Ottone III, per imporgli come di consueto la corona imperiale. Ma Benedetto fu anche e soprattutto un sovrano temporale, impegnato a difendere gli stati della Chiesa da un’offensiva bizantina e soprattutto dalla minaccia saracena. Le coste pontificie, in effetti, erano state colpite di frequente dalla incursioni musulmane, a partire dall’inizio del IX secolo e, attorno alla metà di esso, durante il papato di Sergio II, questi pirati si erano spinti sino alla basilica di San Paolo fuori le Mura, devastandola. L’energica azione di Giovanni VIII e Giovanni X aveva arginato militarmente l’attività di questi predoni, ma con Benedetto VIII il problema si ripropose su larga scala, avendo i saraceni occupato ampie zone della Sardegna e della Corsica e, da qui, devastato località come Pisa e Luni. Il pontefice fu quindi abile nel coalizzare la potenza navale di Genova e Pisa, le cui flotte, unite a quella papale, inflissero una dura sconfitta alle squadre musulmane del pirata Mugahid. Benedetto fu dunque un buon papa, mantenendo prudenti rapporti con l’impero e perseguendo costantemente la supremazia spirituale e morale della Chiesa di Roma. Apparve quindi quasi naturale che, alla sua morte (1024) la tiara passasse al fratello Giovanni XIX e, poco dopo, al nipote Benedetto IX, un ragazzo. Costui ebbe un pontificato decisamente travagliato, in particolare negli ultimi mesi del suo incarico. Nel 1044 fu in pratica costretto a fuggire da una sollevazione popolare, che impose al soglio Silvestro III. Poco tempo dopo, però, ricevuti adeguati rinforzi, Benedetto rientrò a Roma, dove trovò ben due antipapi, eletti nel frattempo. Questa enorme confusione ebbe fine solo nel 1046 quando, finalmente, divenne papa, sia pure per poco più di un anno, Sidgero di Bamberga, col nome di Clemente II. Quest’ultimo, nonostante la brevità del suo governo, aprì la strada a una serie di pontefici “tedeschi” che portarono nella Chiesa un vento di riforma, incubato nei bassi ranghi del clero e soprattutto nei monasteri. La caotica decadenza che aveva investito l’istituzione papale nel X e nei primi decenni dell’XI secolo, aveva palesato i “vizi” che stavano intaccando la stessa natura della Chiesa. Il supporto temporale che, a partire almeno da Carlo Magno, era stato garantito alla gerarchia ecclesiastica per permetterle di difendersi dai soprusi del potere feudale, l’aveva lentamente avvelenata. Il fenomeno si era accentuato con gli imperatori sassoni, a partire da Ottone I che, appoggiandosi al clero locale per il governo del territorio, lo aveva secolarizzato a tal punto da far coincidere la figura del vescovo con quella del conte o del principe, insomma del grande feudatario. In tal modo la carriera ecclesiastica si era andata trasformando in un sistema di promozione sociale e amministrativa, che forniva le migliori garanzie di “carriera”, diventando però una sorta di “investimento sociale” in cui il rigore morale e la vocazione religiosa avevano ben poco peso. Così la cosiddetta simonia, cioè il mercato delle cariche religiose, era divenuto uno dei grandi flagelli della Chiesa in quei secoli e non riguardava solo impero e papato, ma ogni grande potere feudale. Di pari passo con la secolarizzazione anche la corruzione dei costumi disgregava il tessuto ecclesiastico e famose furono le invettive di Pier Damiani, teologo, latinista e cardinale, che si scagliò ripetutamente contro il malcostume della Chiesa dell’epoca, stigmatizzandolo con toni tra l’apocalittico e il rassegnato. In questo panorama sopravvivevano però delle isole felici, all’interno delle quali non solo si conservò l’immenso patrimonio culturale del mondo classico, ma covarono anche i germi della monasteri. riforma ecclesiastica: i Nel 910, Bernone di Borgogna ricevette in dote dal duca Guglielmo d’Aquitania il villaggio di Cluny e le sue adiacenze, per fondarvi un piccolo monastero di osservanza benedettina. Alla sua morte divenne abate Oddone, che gettò le basi di quella riforma che prese il nome dal monastero e che modificò profondamente la natura della Chiesa medievale. Si trattò soprattutto di una riforma morale, basata su un ascetismo spirituale che era anche sacrificio e dedizione, atti a purificare la comunità dei fedeli, indicandole il bene supremo che era quello dell’aspirazione alla vita ultraterrena. In questa ottica, ogni aspetto temporale della vita quotidiana rischiava di corrompere il fine primario, soprattutto se riguardava i ministri di Dio. Questa regola suonava come una piena sconfessione del principio stesso della secolarizzazione del clero, a qualsiasi livello. La Chiesa teorizzata da Cluny prevedeva solo fedeli e non nobili, imperatori, sovrani o semplici contadini, e solo all’anima di questo gregge doveva rispondere l’operato dei ministri di Dio. Una visione un po’ oltranzista e apocalittica, che però si diffuse rapidamente, sia presso le corti che nei villaggi per l’opera svolta dai predicatori cluniacensi. Del resto questo linguaggio a metà tra il minaccioso e il consolatorio era quello più adatto al fedele medievale, la cui religiosità sconfinava spesso nella superstizione e che era portato ad attribuire all’intervento divino ogni aspetto della vita quotidiana, individuale e collettiva. Un’epidemia di peste, una carestia, una guerra sottintendevano sempre un intervento divino o diabolico e l’unico modo conosciuto per uscirne era quello di espiare le colpe che le avevano propiziate: una processione, un gesto caritatevole, un’attestazione di fede, come per esempio la costruzione collettiva di un luogo di culto da dedicare a Dio. La genesi delle grandi cattedrali romaniche medievali è spesso riconducibile a questi stati d’animo, come mostrano gli esempi di Spira o di Colonia. La denuncia del secolarismo nella Chiesa, propugnata dai cluniacensi, incontrò allora naturalmente un grande favore popolare. In tal senso Cluny rappresentava anche la rivincita di una società rurale sulle élite urbane e aristocratiche, detentrici dell’esclusiva del potere secolare. A queste élite si accedeva normalmente per censo e, soprattutto, per diritto di sangue. La Chiesa invece, e in modo particolare la Chiesa del dopo-Cluny, accoglieva nel proprio grembo anche coloro che provenivano dai ceti più umili della società medievale e costituiva l’unico vero “ascensore sociale” del tempo. Il figlio del contadino, che prendeva i voti e mostrava particolari qualità intellettuali, poteva davvero sperare di assurgere ad alte posizioni nella gerarchia ecclesiastica e, quindi, nella società. La Chiesa conservò per secoli il monopolio della cultura, e questo fu a lungo il suo punto di forza. Per assurdo: un villico poteva persino giungere al soglio, mentre un imperatore poteva diventare tale solo per diritto di stirpe. Proprio questa impostazione “democratica” costituì la grande forza della Chiesa medievale, che le consentì di affrontare l’imminente confronto con l’impero. Quando Clemente II salì al soglio, il Sacro Romano Impero era appannaggio di una nuova dinastia, quella salica. L’ultimo discendente di quella sassone, infatti, Enrico II, dopo aver condotto una campagna militare nel Mezzogiorno d’Italia contro i presidi bizantini di Puglia, era morto quasi contemporaneamente al papa Benedetto VIII che lo aveva incoronato. Resasi così vacante la corona imperiale, i grandi elettori di Germania individuarono in Corrado di Franconia il suo nuovo titolare. Con lui aveva inizio la dinastia salica. Come di consueto, il nuovo imperatore scese in Italia poco dopo, nel 1026, per ricevervi la corona, in Roma, per mano di Giovanni XIX e reprimervi nel sangue una rivolta della plebe. I potentati italiani, al suo arrivo, si spaccarono e quando, nel 1036, egli indisse a Pavia un Sinodo o Dieta che doveva dirimere l’arcivescovo di un contenzioso Milano, tra Ariberto d’Intimiano, e una lega di ceti medi e piccoli aristocratici lombardi, peggiorò la situazione, giocandosi l’appoggio dello stesso Ariberto, che era stato uno dei suoi più importanti fautori. Una delle conseguenze di questo ultimo episodio fu la promulgazione della Constitutio de feudis, riforma fondiaria ed economica che limitava il potere dei grandi feudatari latifondisti a favore dell’aristocrazia minore, trasformando quest’ultima in una sorta di classe media di piccoli proprietari. La morte, che lo colse nel 1039, gli impedì tuttavia di dare maggior respiro alla sua iniziativa, aprendo la strada al successore Enrico III. Fu proprio costui a imporre di fatto al soglio il cluniacense Clemente II, forse anche ispirato dai contatti con la riforma di Cluny avuti dalla moglie Agnese di Poitou. In quegli stessi decenni era iniziata la penetrazione, in particolare nel Meridione d’Italia, di gruppi, inizialmente poco numerosi, di normanni che, provenienti dall’omonima regione franca, si erano diretti anche verso l’area mediterranea. Quelli diretti nel Sud Italia erano soprattutto piccoli gruppi di guerrieri, che si misero al soldo di singoli potentati in qualità di mercenari, e si inserirono così nelle lotte che contrapponevano in quel territorio i centri ancora presidiati dai bizantini, gli stati della Chiesa e gli antichi ducati longobardi. Poiché nella società normanna solo il primogenito aveva diritto a ricevere titolo e dote già appannaggio del padre, una miriade di figli cadetti, spesso dotati solo della propria spada, migrarono per il mondo alla ricerca di fortuna. Ottimi soldati e privi di scrupoli, molti riuscirono a trovarla. Così era accaduto a Rainulfo Drengot, che, dopo un infelice esordio in Puglia, si era messo agli ordini di Pandolfo di Capua, principe longobardo, con qualche centinaio di cavalieri al seguito. Poco dopo era passato nel campo di Sergio IV, che governava Napoli, e, per suo conto, aveva sconfitto il suo antico padrone Pandolfo. Come premio per la sua impresa ricevette la contea di Aversa, con l’avvallo dello stesso imperatore Corrado II. Poco dopo si impadronì anche del principato di Capua, da cui estromise Pandolfo e assunse a sua volta la carica di principe. Queste imprese erano state possibili a Drengot anche perché, in quegli anni, nuovi gruppi di mercenari normanni, spinti dalle notizie dei suoi successi, si erano uniti alle sue truppe. Tra essi vi erano sei fratelli, provenienti da un villaggio normanno chiamato Hauteville, da cui derivarono il nome: Altavilla. Il padre, Tancredi, rispettando il sistema di successione normanno, passò il titolo di famiglia al primogenito Serlone e lasciò che i figli cadetti andassero a cercar fortuna altrove. E così avvenne. Raggiunto il Mezzogiorno italiano, Guglielmo, detto Braccio di Ferro, divenne signore di Melfi e di Ascoli Piceno e quindi conte di Puglia; Drogone gli subentrò nella contea pugliese nel 1046 e, alla morte, venne rimpiazzato dall’altro fratello Ulfredo; mentre Malgero ebbe la contea della Capitanata. Ma le glorie della dinastia si concentrarono su Roberto e Ruggero. Il primo era detto il Guiscardo, cioè l’Astuto e, facendo onore a tale soprannome, in poco più di dodici anni, mettendo i suoi alleati e i suoi avversari gli uni contro gli altri, riuscì a scacciare le residue guarnigioni bizantine dalla Puglia e, poco dopo, anche dalla Calabria, ottenendo il titolo di duca di Puglia e Calabria. Fu quindi la volta dei resti degli antichi ducati longobardi della Campania, cosa che preoccupò non poco il papa. Negli anni precedenti papa Leone IX si era alleato proprio con i longobardi di Campania, preoccupato dall’espansionismo normanno, ma era stato battuto a Civitate ed era rimasto ostaggio dei suoi nemici. Roberto però aveva preferito stringere con lui una nuova alleanza e questo gli aveva permesso di ottenere da uno dei suoi successori, Niccolò II, la ratifica dei propri titoli. Quando i normanni si impadronirono anche di Salerno e Benevento, Gregorio VII (allora pontefice in carica) non ne fu troppo contento, ma dovette accettare il fatto compiuto. Roberto morì nel 1085 e gli Altavilla erano ormai padroni di tutto il Meridione d’Italia, perché il Guiscardo, supportato dal fratello Ruggero, già nel 1061 si era lanciato alla conquista della Sicilia musulmana che, con la caduta di Palermo nel 1072, poté dirsi completata (anche se sacche di resistenza arabe perdurarono ancora nel cuore montagnoso dell’isola). Alla morte del fratello, proprio Ruggero gli subentrò come signore dell’isola, dando avvio a una dinastia autonoma. Il nuovo dominio normanno, con l’estromissione degli arabi dalla Sicilia, modificò gli equilibri politici di tutto il Mediterraneo, tanto più che anche la Chiesa aveva subito, da poco, il più grave dei traumi: lo scisma. Dopo che la marea musulmana aveva sommerso molte parti dell’impero bizantino, i legami tra il pontefice e il patriarca di Costantinopoli si erano allentati, e questo aveva avuto effetti sulle due Chiese, cristiane ambedue ma ormai molto differenti nella liturgia così come nello spirito. La Chiesa d’Oriente, infatti, era rimasta, per quello che riguardava le questioni di dogma, fedele ai dettati del concilio di Nicea del 325 d.C. che, tra l’altro, stabiliva che lo Spirito Santo, parte essenziale del mistero della Santa Trinità, promanasse direttamente dal Padre, cioè da Dio, ex Patre. Nel 589, però, il concilio di Toledo aveva precisato che tale promanazione avveniva dal Padre, ma anche dal Figlio, pertanto ex Patre Filioque. Tale interpretazione però non venne mai accettata dalla Chiesa bizantina, che consentiva al massimo una promanazione “attraverso” il Figlio e non anche “dal” figlio. Sulla base di questa questione apparentemente marginale, Bisanzio attribuì una patente di eresia a chi avesse accettato la versione del Filioque. In realtà le questioni teologiche adombravano il vero contrasto, che era squisitamente temporale. Come già sottolineato in precedenza, a Bisanzio sedeva il primate di una Chiesa che era al servizio dello stato, mentre a Roma “governava” un uomo che assommava in sé le prerogative della guida suprema della Chiesa e del capo di uno stato autonomo. Il campo d’azione e di manovra del primo era squisitamente teologico, quello del secondo comprendeva anche la politica, l’amministrazione e la diplomazia. Quando poi, sulla cattedra di Pietro, saliva un papa di spiccata personalità con l’intenzione di dare un senso preciso alla definizione di vicario di Cristo in terra le cose si complicavano. Ciò accadde, per esempio, nell’858 quando salì al soglio Niccolò I. Questi non solo mirava a riaffermare l’autorità papale nella Chiesa d’Occidente, ma entrò in conflitto con l’imperatore bizantino Michele III quando quest’ultimo volle imporre al patriarcato d’Oriente un uomo di sua fiducia, Fozio, allontanandone il legittimo titolare, Ignazio. Lo scontro tra i due salì di tono e portò alla scomunica di Fozio da parte del papa. Trasferitosi il contrasto politico sul piano teologico parve che una definitiva rottura tra Roma e Bisanzio fosse imminente, ma il destino dispose altrimenti e nell’867 i due protagonisti principali della vicenda scomparvero quasi simultaneamente. Dopo alcuni anni, il nuovo pontefice Giovanni VIII, interessato soprattutto ad arginare la minaccia saracena, avviò una politica di distensione nei confronti di Bisanzio, che si concretizzò nell’886 con la deposizione dello stesso Fozio a opera dell’imperatore Leone VI. Sembrava la pace, ma era solo una tregua. Tutto il motivo del contendere, infatti, riprese vigore nel momento in cui divenne patriarca (1043) Michele I Cerulario, uomo deciso a riaffermare la supremazia della Chiesa d’Oriente. Contemporaneamente, a Roma governava papa Leone IX che, almeno in politica estera, si era riavvicinato a Costantinopoli. Michele, però, di estrazione aristocratica e ottima cultura, spregiatore della Chiesa d’Occidente, rispolverò tutto l’armamentario del latente contrasto con Roma. Anzitutto, come ovvio, la questione del Filioque e poi quella, molto più importante, del reale primato della Chiesa di Roma. Vi erano anche i contenziosi legati al celibato dei sacerdoti (perseguito da Roma e rifiutato da Costantinopoli), della barba per gli stessi, della liturgia eucaristica e della giurisdizione ecclesiastica nei Balcani. Soprattutto aggressivi apparvero i toni usati da Michele, conditi da una certa superiorità intellettuale, e questo non facilitò certo il dialogo. Leone IX tentò tuttavia un accomodamento, inviando propri legati a Bisanzio, dove trovò una certa disponibilità da parte dell’imperatore Costantino IX. Michele però non accettò il compromesso e lo scontrò si inasprì ulteriormente. A quel punto i legati papali depositarono sull’altare di Santa Sofia una bolla di scomunica per il patriarca, che rispose con la stessa moneta, coinvolgendo nella scelta radicale l’intero clero orientale. Nel 1054 si consumava quindi il cosiddetto “grande scisma”, che tuttora divide la Chiesa di Roma, definita da allora cattolica (da katholikòs cioè “universale”) da quella di Costantinopoli, che prese il nome di ortodossa in quanto fedele al dettato del concilio di Nicea. Una spaccatura che avrebbe ulteriormente favorito l’espansione dell’Islam. Morto Leone, gli successe Vittore II, anch’esso un papa “tedesco” (Gebhard dei conti di Calw e Hirschberg) che ribadì la condanna delle posizioni ortodosse e mantenne stretti rapporti con l’imperatore Enrico III, del cui orfano, il futuro Enrico IV, divenne uno dei tutori. Poco dopo però, nonostante la giovane età, morì a sua volta e venne rimpiazzato al soglio da Friedrich von Lothringen, che prese il nome di Stefano IX. Questi, ultimo pontefice della serie “tedesca”, era anche fratello di Goffredo il Barbuto, fresco marchese di Toscana e quindi uno dei più potenti feudatari italiani. Non a caso proprio Stefano si fece promotore di un’azione energica per contenere la pressione normanna che gravava sugli stati della Chiesa, ma morì a sua volta dopo appena un anno di governo. Nel 1058 arrivò così il momento di Niccolò Borgogna) anch’esso (Gerardo di appoggiato da II Goffredo di Toscana ed esponente dell’ala riformatrice cluniacense. Il nuovo papa puntò a ristabilire buoni rapporti con il regno normanno, suo ingombrante vicino e a stabilire precisi criteri per l’elezione papale, ma non ebbe molto tempo per proseguire nella sua azione e già nel 1061 seguì i suoi predecessori nella tomba. La scelta cadde allora su Anselmo da Baggio, eletto con il nome di Alessandro II con i nuovi criteri stabiliti da Niccolò, che estromettevano il controllo imperiale dalla scelta. Non a caso la sua elezione non venne vista con favore in Germania, dove gli fu addirittura contrapposto un antipapa, Onorio II. Il contrasto proseguì, poi, anche quando Enrico IV, divenuto maggiorenne, assunse la carica imperiale. Alessandro dal canto suo cercò di ristabilire un dialogo con la Chiesa ortodossa, ma, alla sua morte, nel 1073, il filo con quest’ultima non era stato riannodato. E fu allora che ricevette la tiara uno dei più grandi pontefici della storia della Chiesa, Ildebrando di Soana, che assunse il nome di Gregorio VII. Ildebrando aveva fatto i suoi esordi al seguito di Gregorio VI, uno dei pontefici che si erano succeduti, in modo caotico, a Benedetto IX. Il suo protettore era stato però deposto e inviato in esilio a Colonia, dove il futuro Gregorio VII aveva deciso di seguirlo. In seguito dovette ritirarsi a Cluny, dove risentì profondamente dello spirito riformatore che andava prendendovi le mosse. Dopo qualche anno, però, riapparve a Roma al seguito di un altro pontefice, Leone IX, di cui era divenuto ascoltato consigliere. Di fatto, da quel momento, Ildebrando apparve come una sorta di eminenza grigia della curia romana, molto attivo anche quando i suoi incarichi lo portavano lontano dall’Urbe. Non a caso, i successori di Leone lo riconfermarono sempre al loro fianco e il suo influsso fu evidente nelle scelte fondamentali della politica pontificia in quegli anni, dal rigore con cui venne affrontata la Chiesa ortodossa durante lo scisma, all’ostilità più o meno palese nei confronti dell’impero. Alla morte di Alessandro fu quasi inevitabile quindi che la scelta cadesse su di lui, ma il rigore del riformista cluniacense si trasformò presto nell’intransigenza del difensore del primato assoluto della Chiesa di Roma. Il dogma dell’infallibilità papale si sposava in lui nell’affermazione del potere temporale. Il vescovo di Roma non fu più una sorta di primus inter pares ma un vero sovrano assoluto, sul piano spirituale come su quello temporale. Nel 1075, promulgò il Dictatus Papae, con cui ribadì la superiorità del pontefice rispetto a ogni altro sovrano temporale, tanto da arrogarsi il diritto di deporre, al bisogno, persino lo stesso imperatore. Mantenendosi coerente con questo principio minacciò di anatema Filippo re di Francia e scomunicò Roberto il Guiscardo, colpevoli di aver nominato vescovi e alti prelati usando un’autorità che invece doveva essere esclusiva papale. Con tali presupposti era chiaro come lo scontro con la massima autorità laica del tempo, l’imperatore, fosse inevitabile. Enrico IV, infatti, reagì alle iniziative di Gregorio indicendo a Worms, nel 1076, una Dieta che, di fatto, chiese la deposizione del pontefice, stigmatizzandone l’operato. I due avversari erano però degni l’uno dell’altro e così il papa, ricevuta la notizia di Worms, replicò con un concilio, nello stesso anno, che scomunicava a sua volta l’imperatore, escludendolo dalla comunità cristiana e assolvendo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà nei suoi confronti. A quel punto la bilancia, sino ad allora in equilibrio, si spostò a favore di Gregorio, poiché i grandi feudatari tedeschi che, comunque, obbedivano malvolentieri all’autorità imperiale, ne approfittarono per chiedere una conciliazione tra i due contendenti e, in alcuni casi, si ribellarono apertamente a Enrico. Questi si trovò a malpartito e dovette chiedere un abboccamento al suo avversario, che decise di riceverlo mentre era ospite della marchesa Matilde di Toscana, figlia di Beatrice e di Goffredo il Barbuto, nel castello di Canossa. Qui l’imperatore arrivò il 25 gennaio 1077 e, come ricordò lo stesso pontefice in una sua lettera ai principi tedeschi: Si presentò alla porta del castello scalzo e con abiti dimessi, umilmente impetrando perdono. Seguitò a farlo per tre giorni muovendo a compassione tutti quelli che stavano intorno a noi. Si fecero costoro a intercedere per lui con molte preghiere e lacrime, stupiti dalla insolita durezza dei nostri intendimenti, dicendo che c’erano in noi non l’austerità dell’apostolico zelo, ma quasi la crudeltà del tirannico rigore. Alla fine, vinti dalla costanza del suo pentimento e dalle suppliche di tutti i presenti, sciolto il vincolo dell’anatema, l’accogliemmo nella grazia della Comunione e nel grembo di Santa Madre Chiesa, ricevendo da lui le assicurazioni qui riportate per iscritto, con garanzie di mano dell’abate di Cluny, delle nostre figlie Matilde e contessa Adelaide, d’altri principi, vescovi, abati e altri la cui sottoscrizione ci parve opportuna. La vittoria di Gregorio era completa, anche se Enrico tentò di ridimensionarla subito dopo, reinterpretando in parte la portata del suo gesto. Questo riaccese il conflitto e il Salico dovette addirittura affrontare un usurpatore contrappostogli dai principi tedeschi nuovamente in rivolta. Una volta eliminato questo pericolo il giovane sovrano ruppe gli indugi e stavolta marciò in armi su Roma, che cinse d’assedio. Quando la città cadde nel 1084, Enrico poté insediarvi un antipapa, Clemente III, mentre Gregorio resisteva in Castel Sant’Angelo e chiedeva aiuto a Roberto il Guiscardo. Quest’ultimo non si lasciò sfuggire l’occasione e investì l’Urbe con un forte esercito, che ruppe le resistenze tedesche e dilagò in città, sottoponendola a un saccheggio da fare invidia a quello futuro dei lanzichenecchi del 1527. In queste atrocità ebbero un ruolo centrale i contingenti saraceni che il Guiscardo aveva assoldato in Sicilia e che lo seguivano nell’esercito. Gregorio fu costretto a fuggire da Roma al seguito del suo “liberatore” per evitare la prevedibile rappresaglia della popolazione locale e in questo triste esilio morì, l’anno successivo, a Salerno. La sua eredità apparve a quel punto assai scomoda e infatti l’uomo da lui stesso scelto per succedergli, Desiderio abate di Montecassino, non parve troppo entusiasta dell’elezione. Appoggiato dai normanni e preso il nome di Vittore III, dovette infatti vedersela con l’antipapa Clemente, spalleggiato da Enrico IV. In tali frangenti, accentuò la propria riluttanza a sedere sulla cattedra di Pietro e così si ritirò definitivamente a Montecassino, dove morì nel 1087, non prima però di aver bandito, in un sinodo a Benevento, una sorta di crociata contro i musulmani del Nordafrica. Questo progetto riprese vigore con il suo successore, Ottone de Chatillon (o Ottone de Lagery), già priore dell’abbazia di Cluny, che venne prescelto dai principi della Chiesa (appoggiati da Matilde di Canossa) con il nome di Urbano II. Costui si inseriva perfettamente nella tradizione riformista cluniacense. Uomo frugale e puritano sino al misticismo, grazie anche all’appoggio militare e politico di Matilde, ridusse Clemente III a tenere il solo Castel Sant’Angelo e quindi poté governare Roma, sia pure con qualche difficoltà. Quel che più conta, tuttavia, è che, pur da questa precaria posizione, riuscì a lanciare quella che forse rappresenta la più celebre, avventurosa e controversa delle imprese della cristianità: la crociata. Parte seconda DALLE CROCIATE ALLA CADUTA DI COSTANTINOPOLI La prima crociata Dopo la decadenza di Roma, i barbari che vivevano oltre il limes dell’impero erano dilagati come una massa liquida nelle contrade europee. Queste popolazioni nomadi di origini diversa – franchi, goti, ostrogoti, vandali – erano pagane e, stabilitesi in Europa, si fusero con le altre popolazioni dell’ex convertirono al impero cristianesimo e si grazie all’infaticabile proselitismo dei missionari cristiani, dando così vita in origine ai nuovi stati moderni. Fu la fede cristiana a fungere da collante per unificarli. La Chiesa aveva assorbito i pagani animisti provenienti dal Nord cristianizzandoli con grande facilità. Infatti, bastavano poche “gocce d’acqua” (aquae pauxillum) sulla testa, come dirà Pio II, per ammansire anche i re barbari più riottosi. Ma tutto questo ora non aveva più valore, perché i nuovi “barbari” non erano pagani idolatri ma portatori di una religione monoteista e codificata che vantava la stessa genesi biblica di quella cristiana, ossia l’Islam (quel che è certo è che l’Islam, a partire dalla metà del VII secolo, fu visto come principale sfida esterna da quella che comunemente si definiva la “vera fede cristiana”; agli occhi dell’Occidente, finì col rappresentare il nemico, l’avversario e il concorrente per antonomasia di un intero mondo di valori, princìpi e credenze diffuse). Il tempo si incaricò quindi di vanificare rapidamente ogni prospettiva di accordo o integrazione tra due realtà così antitetiche tra loro. Presto la reciproca diffidenza si trasformò in aperta ostilità, soprattutto alla luce del feroce contrapponeva la conflitto che già Chiesa ortodossa d’Oriente alla marea proveniente dai deserti arabi. Fu inevitabile così che la crescente preoccupazione con cui il papato osservava l’aggressiva espansione islamica generasse una reazione, della cui portata non erano ancora chiari però i termini. Urbano II si era insediato da alcuni anni quando ricevette la visita di Pietro di Amiens, meglio conosciuto come Pietro l’Eremita, un predicatore dotato di notevoli capacità oratorie, reduce da un pellegrinaggio effettuato nel 1093 presso la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. In tale occasione, il patriarca ortodosso della città, Simone II, gli aveva affidato due lettere, di analogo tenore, dirette l’una al pontefice e l’altra ai principi della cristianità. Nelle lettere, in buona sostanza, si implorava l’aiuto della Chiesa di Roma per soccorrere i cristiani che vivevano nei luoghi santi e i pellegrini che vi si recavano, sottoposti a continue angherie e violenze da parte dei musulmani. I toni usati da Simone apocalittici, erano ma stati volutamente nascondevano alcune verità. I nuovi padroni della Terrasanta non avevano in realtà impedito ai pellegrini di continuare a visitare i luoghi sacri. I sovrani musulmani raramente pensarono di frenare il flusso dei fedeli, che costituiva per loro una notevole fonte di entrate. Si verificavano di tanto in tanto tumulti e sollevazioni popolari, come nel 966, quando una parte della rotonda del Santo Sepolcro andò distrutta, ma nel 1003 questi attacchi divennero parte della politica ufficiale. Il bizzarro ed eccentrico califfo fatimide alHakim del Cairo scatenò all’improvviso una campagna contro i cristiani orientali, gli ebrei del posto e i loro luoghi santi. Per suo ordine furono distrutte numerose chiese e sinagoghe. L’episodio più drammatico si ebbe con lo smantellamento del grande santuario del Santo Sepolcro, che fu distrutto con tanta meticolosità da essere ridotto a un cumulo di pietre e macerie senza più un muro in piedi. Stessa sorte subì la chiesa di Santa Maria sul monte Sion, rasa al suolo fino al livello delle fondamenta, e così pure la chiesa di Sant’Anna, che fu integralmente abbattuta e le sue pietre utilizzate per nuove costruzioni. Al-Hakim escogitò nuovi e ingegnosi mezzi per esercitare pressione sui cristiani locali perché si convertissero all’Islam. Ordinò ai cristiani copti e ortodossi di vestirsi soltanto di nero e di portare appese al collo pesanti croci di legno, lunghe mezzo metro e altrettanto larghe. Nel 1013 ordinò agli ebrei di portare al collo grandi campane quando entravano nei bagni pubblici. Molti cedettero e abbracciarono l’Islam. Ma, nonostante tutto, i pellegrini occidentali continuarono ad arrivare a Gerusalemme anche durante le più dure persecuzioni. Senza dubbio però al-Hakim costituì un’eccezione nel panorama dei rapporti tra governanti arabi e popolazioni cristiane locali e, secondo alcuni (come già osservato in precedenza) era letteralmente pazzo. Nel 1013, infatti, iniziò a perseguitare anche i musulmani sunniti e quando, nel 1021, morì misteriosamente, la politica di discriminazione aggressiva verso i cristiani e gli ebrei terminò. Cionostante, la ferita della distruzione del Santo Sepolcro rimase aperta nel mondo cristiano occidentale, successiva islamica, nonostante ricostruzione, di parte la per mano dell’antico edificio costantiniano. Non a caso papa Sergio IV (1009-1012) spedì una lettera ai fedeli perché inviassero un esercito a riscattare la città di Gerusalemme, duramente profanata. I pellegrinaggi cristiani verso la Terrasanta ripresero vigore dopo il 1033 (ricorrenza del millenario della crocifissione) ma si trattava di avventure sempre più difficili e pericolose, che costringevano i pellegrini a muoversi in contingenti sempre più numerosi e ben difesi. Famoso rimane il caso della spedizione del 1065, guidata da Gunther, vescovo di Bamberga, che contava più di settemila pellegrini, con tanto di scorta armata. Ripetutamente attaccata da predoni locali, in vista della Città Santa, la carovana subì forti perdite e solo il ricorso alle armi dei cavalieri e l’intervento del principe o governatore arabo di Ramleh (o Ramla), garantì l’incolumità dei sopravvissuti. Nella madrepatria però tornarono solo duemila degli sfortunati coraggiosi fedeli partiti alcuni mesi prima dall’Europa. Nel frattempo, qualcosa era cambiato anche nel mondo islamico.Dal X secolo, infatti, alcune tribù di stirpe mongolica che vivevano da nomadi nelle steppe eurasiatiche si erano convertite all’Islam e, sotto la guida di Seljuk e dei suoi successori, si erano spostate verso Occidente. Assunto il nome di selgiuchidi (da quello del fondatore) questi turchi (da turk, “forza”) investirono soprattutto l’Iran e parte dell’Iraq, guidati da Toghrul Bey, nipote di Seljuk. Essendo di fede sunnita, vennero chiamati dagli ultimi abbasidi in Baghdad (1055), come sostegno alla dinastia e per arginare l’espansione degli sciiti fatimidi, ottenendo il sultanato (dall’arabo sulta, “forza”, “autorità”) sulle terre da loro occupate. La loro azione venne indirizzata però soprattutto verso l’Anatolia bizantina, dove riportarono una grande vittoria contro l’imperatore Romano IV nella battaglia di Manzinkert (1071), che aprì di fatto la strada al controllo turcomanno dell’intera Anatolia, con la fondazione del sultanato di Rum (a indicare appunto l’antico impero romano), con capitale Nicea (1077). Non a caso proprio da una tribù dei turchi selgiuchidi, quella guidata dal capo Uthman, sarebbe derivata la stirpe degli ottomani, destinata a creare un impero che durò per secoli e la cui antica grandezza sopravvive ancora nell’attuale Turchia. I selgiuchidi di Rum, nel decennio successivo, si espansero in Cilicia e in tutta l’area compresa tra l’Egitto fatimide e la Siria. Fu più o meno nel 1076, allora, che Gerusalemme passò dai tolleranti fatimidi agli intransigenti selgiuchidi. I primi (con l’eccezione del governo del già menzionato califfo al-Hakim, caratterizzato dalla persecuzione dei non musulmani) avevano incarnato lo spirito tollerante dell’Islam, aperto soprattutto alle “genti del libro” e ai loro culti originari. I selgiuchidi invece avevano la tipica ortodossia dei neofiti e mostravano scarso rispetto nei confronti degli infedeli, che vennero sottoposti ad autentiche vessazioni. Del resto, la durezza della loro conquista fu sperimentata dagli stessi fatimidi, allorché Gerusalemme, dopo una rivolta araba interna che aveva cacciato i turchi, fu da questi repressa, con conseguente massacro delle famiglie locali più in vista. Tra coloro che riportarono in Europa le notizie di questo nuovo stato di cose vi erano proprio i pellegrini che, come l’esempio dello stesso Pietro mostrava, dopo l’anno Mille si erano accalcati sempre più numerosi sulle strade che portavano in Terrasanta. Urbano mostrò grande attenzione a queste notizie e, del resto, la sua stessa formazione cluniacense lo rendeva particolarmente sensibile alla difesa della comunità cristiana. Inoltre, negli anni precedenti, richieste più o meno velate di aiuto erano giunte a Roma da Costantinopoli, che versava allora in una crisi molto grave. Alessio I Comneno, il nuovo imperatore, tra il 1088 e il 1091, dovette infatti affrontare la minaccia congiunta rappresentata dalla pressione dei selgiuchidi di Rum in Anatolia e da quella dei peceneghi, stirpe affine agli stessi turchi, spostatisi dal basso bacino del Volga verso Occidente. Per la Chiesa di Roma si prospettava la possibilità, dopo lo scisma del 1054, di riaffermare, almeno moralmente, la propria supremazia sulla rivale d’Oriente. Una spedizione militare in Terrasanta avrebbe comunque sostituito la presenza musulmana con un presidio cristiano, sia pure cattolico e non ortodosso. Inoltre, andava considerato che la nuova spinta propulsiva dei selgiuchidi aveva ridato vigore alla presenza islamica incombente sul bacino del Mediterraneo e questo preoccupava non poco le giovani repubbliche marinare italiane: Amalfi, Pisa, Genova e soprattutto Venezia, che vedevano minacciati i propri traffici commerciali. Una possibile caduta di Bisanzio avrebbe poi arretrato il fronte cristiano sino ai Balcani e la minaccia musulmana si sarebbe avvicinata al cuore d’Europa con una manovra a tenaglia, dalla Spagna e dalla Grecia. È probabile quindi che Urbano intuisse le potenzialità politiche racchiuse nell’accorato appello del patriarca Simone e, da grande oratore qual era, decidesse di sfruttarle. Iniziò allora un’opera di propaganda, condotta anche in prima persona, che coinvolse lo stesso Pietro l’Eremita, e che condusse il papa in Francia, Italia e Germania. Le chiese ne divennero i centri motori e l’entusiasmo per il progetto di una spedizione alla liberazione dei luoghi santi andò crescendo progressivamente. Il 18 novembre 1095, i vertici della Chiesa francese vennero convocati a Clermont, ai confini dell’Alvernia, e, in tale contesto, il pontefice annunciò che il giorno 27 avrebbe parlato alla comunità dei fedeli. Quel giorno una folla immensa si era raccolta attorno al palco che lo stesso papa aveva fatto costruire al di fuori delle mura cittadine. Del suo discorso in quella storica occasione sono state tramandate ben cinque versioni, tra loro in parte discordanti. Ne risulta, tuttavia, l’immagine di un’orazione molto abile e ben congegnata, che fece leva sui punti più sensibili del suo variegato e attento uditorio, come il martirio dei cristiani, il pericolo islamico incombente, le atrocità che gli arabi stavano commettendo in Terrasanta e la minaccia che incombeva sul Santo Sepolcro. A quel punto, di fronte alla folla sempre più galvanizzata, il pontefice, come riporta Fulcherio di Chartres, cronista e storico franco, propose un “pellegrinaggio in armi” verso i luoghi sacri della fede cristiana con queste parole: «Io, o piuttosto il Signore, supplico voi come araldi di Cristo […] perché portiate prontamente aiuto a quei cristiani e distruggiate quella vile razza dalle terre dei nostri amici. Lo dico a voi che siete presenti, ma vale anche per coloro che sono assenti. Inoltre, Cristo lo comanda!». In effetti, si trattava di una dichiarazione di guerra contro gli invasori. Mentre parlava, la folla gli gridava il suo assenso, Deus le volt (Dio lo vuole), avanzando sempre più entusiasta verso il palco papale e fu a quel punto – come ricorda Gilberto di Nogent – che Urbano impartì a tutti la sua benedizione: «Istituì un segno appropriato a una così nobile professione tracciando il simbolo della Croce, lo stigma della Passione del Signore, l’emblema delle truppe o, piuttosto, di quelle che dovevano essere le truppe di Dio». Ebbe così inizio la prima crociata promossa dalla Chiesa per reagire a un pericolo incombente. Si trattava anche in questo caso di una “guerra santa” ma con motivazioni diverse dal jihad islamico. La liberazione del Santo Sepolcro sarebbe stata anche quella di ogni credente dai propri peccati e, arruolandosi per questa santa impresa, il vero fedele si sarebbe guadagnato il Regno dei Cieli. La guerra santa era iniziata. Naturalmente, la predicazione non si esaurì lì, anzi il papa continuò instancabile la sua opera di convincimento, in particolare nelle regioni della Francia centromeridionale, coadiuvato ormai da un nugolo di monaci, predicatori e sacerdoti che si incaricarono di infiammare anche le più remote contrade della cristianità occidentale. Venne creata anche una sorta di “divisa” per questi soldati di Cristo, consistente in una specie di saio con cappuccio, coperto da una casacca bianca su cui era dipinta una grande croce rossa. Le adesioni riguardarono le masse, ma anche e soprattutto la piccola e media nobiltà, che spesso vendette persino i beni di famiglia in funzione dell’impresa o, potremmo sospettare, sperando in ben più remunerativi guadagni nelle terre da liberare. Costoro erano anche soldati di professione e quindi avrebbero costituito i quadri essenziali per l’impresa che aveva bisogno soprattutto di capi, di un coordinamento e di un piano strategico. Cosa che inizialmente mancava. La predicazione voluta da Urbano aveva infatti esaltato gli animi e creato grandi aspettative, anche materiali, che ora però andavano incanalate e gestite e questo si rivelò più difficile da farsi. Colonne di esaltati, avventurieri, cadetti della piccola aristocrazia, mercenari in cerca di bottino e autentici idealisti si mossero confusamente verso Oriente, senza attendere che la crociata assumesse una propria identità e una vera gerarchia militare. Nell’aprile 1096, lo stesso Pietro l’Eremita, affiancato da un certo Gualtiero di Passy o Gualtiero Senza Denari, cadetto della piccola nobiltà borgognona, prese le mosse dall’Europa centrale alla testa di poco più di quindicimila uomini. Questo Pietro, il cui nome resta legato indissolubilmente alla prima crociata, era un personaggio singolare. Dotato di un fisico tarchiato, ma dall’aspetto esangue, appariva sempre lacero e malvestito, e copriva enormi distanze a dorso di mulo. Il cronista Gilberto di Nogent ricorda come egli fosse «costantemente circondato da grandi folle di gente, che usavano strappare peli dal suo mulo, che poi trattavano come sacre reliquie». riguardò La sua soprattutto predicazione la Francia settentrionale, le Fiandre e la Borgogna. L’effetto delle sue parole sulla gente era elettrizzante e spesso i suoi ascoltatori, entusiasti, lo seguivano di punto in bianco, armati dei soli attrezzi che avevano in quel momento con sé. Questi pellegrini improvvisati, disorganizzati e male armati, puntarono verso i Balcani, ben intenzionati a raggiungere la Palestina. Poche settimane dopo, altre colonne si mossero dall’area tedesca, l’una guidata da un certo Gottschalk, un monaco discepolo di Pietro, un’altra da un certo Volkmar e una terza che partì dalla Renania agli ordini di Eimich di Leiningen, forse un conte, personaggio ambiguo e probabilmente mosso solo dalla sete di bottino. E infatti fece le sue prime vittime tra le comunità ebraiche di Spira e di Worms, a dimostrazione di quanto poco c’entrasse la fede nella sua impresa. Analoghi eccidi avvennero a Magonza, Praga e in altre città tedesche e ungheresi, seguendo l’itinerario di questi feroci e improvvisati crociati, che erano ormai solo un’orda sanguinaria che colpiva soprattutto le comunità ebraiche, perché considerate comunque infedeli e responsabili della crocifissione di Gesù. La maggior parte di questi irregolari puntò poi verso i Balcani, e in Ungheria, in particolare, vi furono altri eccidi e altri scontri con milizie locali, sino a che intervenne lo stesso esercito del re ungherese, che attaccò i volontari. Decimati, questi ultimi vennero dispersi e in parte tornarono in patria, mentre piccoli gruppi raggiunsero in qualche modo le truppe di Pietro l’Eremita a Costantinopoli. Qui l’imperatore Alessio, preoccupato dalla presenza disordinata in città e di sapendo questa torma dell’imminente arrivo delle colonne regolari guidate da Goffredo di Buglione e da altri grandi feudatari europei, decise di non farli entrare e lasciò che si accampassero fuori delle mura teodosiane. Tuttavia, le devastazioni da essi compiute nel contado per garantirsi il vettovagliamento lo spinsero, nei primi giorni di agosto, a mettere a loro disposizione le navi bizantine per traghettarli oltre il Bosforo. Tutto pur di allontanare queste cavallette dalla sua capitale. Raggiunta avrebbe l’Asia voluto attendessero Minore, la logica che questi disperati l’arrivo del grosso dell’esercito crociato, ma la fame e il desiderio di bottino li spinsero ad attaccare Nicea. Con l’apporto dei resti delle colonne partite dalla Germania, il loro numero era salito forse a poco più di ventimila uomini, ma le due colonne in cui si erano divisi caddero in un tranello e vennero circondate e attaccate dai selgiuchidi, che li massacrarono. Lo stesso Gualtiero cadde in combattimento, mentre Pietro, che era rimasto a Costantinopoli, sopravvisse all’eccidio. Esaurito questo sfortunato preludio, che alcuni storici hanno denominato la crociata dei poveri o dei pezzenti, il grosso dell’armata crociata raggiunse Bisanzio. La crociata vera e propria infatti, anche denominata crociata dei baroni, era guidata dai più bei nomi della nobiltà europea, anche se non figurava, tra i suoi comandanti, alcuno dei grandi sovrani del continente. La guida dell’impresa era stata affidata a Goffredo di Buglione, nobile belga di ottime qualità militari, affiancato dai fratelli Eustachio e Baldovino. Vi era poi il normanno Boemondo di Taranto, primogenito di Roberto il Guiscardo e degno erede delle qualità del padre. Raimondo di Tolosa era tra i comandanti più anziani e uno dei più facoltosi nobili di Francia. Tancredi d’Altavilla, nipote di Boemondo, figurava invece tra i capitani più giovani ed era un valoroso. A questi grandi nomi si affiancavano altri aristocratici di prestigio, come Ugo di Vermandois (fratello del re Filippo I di Francia), Stefano di Blois, Roberto di Fiandra e altri ancora. Il gotha insomma dell’aristocrazia europea. In questi coraggiosi soldati era spesso presente autentico fervore religioso, come nel caso di Raimondo di Tolosa, spesso mescolato ad ambizioni politiche, come accadeva per Goffredo e Baldovino, a pragmatismo affaristico, ben presente in Boemondo, o a un romantico principio di avventura, che contraddistingueva per esempio Tancredi. Ma tutti, pur diversi tra loro, erano accomunati dal principio secondo cui uccidere il maggior numero possibile di infedeli sarebbe stato il miglior viatico per ottenere quelle ricompense ultraterrene di cui le infiammate orazioni di Urbano erano state così prodighe. Per il momento, tuttavia, il loro arrivo a Costantinopoli creò non pochi problemi all’imperatore Alessio. Anzitutto erano molti, probabilmente più di cinquantamila uomini, anche se, al loro interno, il nucleo più importante era costituito da setteottomila cavalieri pesantemente armati e da alcune migliaia di esperti lancieri e arcieri, ben armati e addestrati. Il resto erano contadini, artigiani, scudieri e semplici pellegrini, dotati di armamento approssimativo e privi di esperienza, a cui si mischiavano spesso prostitute, mercanti e quella corte dei miracoli che accompagnava sempre quelle imprese. I vari contingenti giunsero in tempi diversi e seguendo spesso percorsi differenti. Nei primi mesi del 1097 erano praticamente al completo e la loro presenza in città rappresentava un grosso problema logistico e di ordine pubblico. Inoltre, un’intera armata non era certo la richiesta inviata in Europa dal Comneno, che si sentiva quasi prigioniero di questi “alleati”. La raffinata corte greca, poi, nutriva nei confronti di questi soldatacci analfabeti una certa diffidenza condita da disprezzo, e tale sentimento doveva essere in parte reciproco, anche per gli effetti del recente scisma religioso. Fu dunque nell’interesse reciproco che Alessio propose ai capi crociati supporto logistico e rapido trasporto in Asia Minore, utilizzando la propria flotta, a patto che costoro giurassero che le eventuali conquiste effettuate in territorio musulmano avvenissero in nome per e conto dell’imperatore stesso. In tal modo, egli avrebbe riacquisito i territori già un tempo posseduti e il senso della sua richiesta a Urbano sarebbe stato salvaguardato. Tutti i comandanti cristiani, tranne Tancredi, accettarono, con qualche perplessità, questa clausola. Bisogna capire con quanta intenzione di rispettarla. Giunti finalmente sulla costa asiatica, i crociati sbaragliarono facilmente una prima avanguardia selgiuchide che si era fatta loro incontro sottovalutandone la forza militare. Poi puntarono su Nicea, che presero a maggio, dopo un breve assedio. A questa impresa avevano però partecipato anche i contingenti bizantini che seguivano l’armata occidentale e che si riservarono l’ingresso nella città, garantendo in tal modo la vita dei difensori e dei loro capi, che infatti vennero poi rilasciati. In tal modo, Nicea tornò di fatto bizantina. Subito dopo alcune colonne crociate puntarono verso la Siria, mentre gli uomini di Baldovino si diressero su Edessa, dove regnava un principe armeno ortodosso, poi ucciso in una sommossa. Baldovino colse al volo l’occasione e, battute le truppe selgiuchidi del territorio, si proclamò conte di Edessa, fondando in tal modo il primo stato Crociato d’Oriente (marzo 1098). Nel frattempo il grosso dei crociati era giunto sotto le mura di Antiochia (ottobre 1097), dopo una marcia che il caldo asfissiante e la natura del terreno aveva reso massacrante. Molti furono infatti i morti e le perdite di bestiame e materiali. Antiochia non era più la grande fastosa città di un tempo, tuttavia era pur sempre un grande centro dotato di mura robuste e di un ottimo sistema di fortificazione. I crociati, per contro, erano quasi sprovvisti di macchine d’assedio e questo rese l’assedio stesso particolarmente lungo e difficile. A maggio, la situazione era ancora in stallo e giunse anche la notizia che un grande esercito turco, guidato da Kerbuqa, stava sopraggiungendo in soccorso degli assediati, mentre i sospirati soccorsi bizantini tardavano ancora. Molti soldati allora disertarono, ma un inaspettato tradimento aprì agli uomini di Goffredo le porte della città, che così venne presa il 26 giugno 1098. Subito dopo l’armata di Kerbuqa si presentò sotto le mura. La situazione permaneva dunque grave, ma in quelle ore Pierre Barthélemy, un chierico marsigliese, infiammò gli animi dei cristiani affermando di aver avuto una visione divina che gli aveva indicato il luogo ove si trovava la “lancia di Longino”, quella cioè che aveva trafitto il costato di Cristo. A quanto pare la reliquia venne davvero trovata e ciò galvanizzò a tal punto i crociati che questi si lanciarono in una massiccia sortita che colse di sorpresa i selgiuchidi, che furono sbaragliati. Stavolta la presenza di contingenti bizantini tra i conquistatori della città era stata evitata e così Boemondo poté appropriarsene, dando vita al secondo stato Crociato d’Oriente, il principato di Antiochia. Molti dei difensori di Antiochia e parte della popolazione vennero passati per le armi in quei frangenti e, poco dopo, il grosso dell’armata di Goffredo riprese la marcia su Gerusalemme. Nel frattempo sia Baldovino che Boemondo si dichiararono esentati dal giuramento prestato ad Alessio e quindi i regni da loro conquistati restarono personale appannaggio. Sempre più induriti dalle privazioni, dalle operazioni militari e dai duri mesi di campagna, questi soldati della Croce erano ben diversi dagli entusiasti pellegrini armati degli esordi. Davanti a essi marciavano poi i tafuri e questo accresceva il terrore che la loro avanzata procurava agli avversari. Costoro erano i cosiddetti pauperes, i resti delle prime colonne di volontari che avevano seguito Pietro l’Eremita e che, dopo la sua sconfitta, si erano mescolati ai crociati più oltranzisti, formando una sorta di milizia fanatica che teorizzava un assoluto rigore dei costumi e un implacabile odio per gli infedeli. Avanzavano coperti di stracci e privi di qualsiasi rifornimento, fidando nella Provvidenza per il loro sostentamento. Erano quasi disarmati, ma affrontavano il nemico con ferocia implacabile e passavano sistematicamente per le armi i prigionieri. Sul loro conto circolarono persino leggende su presunti casi di cannibalismo. Il loro comportamento finì col disgustare persino alcuni dei capi crociati. Del resto, ricorda il cronista Fulcherio di Chartres, in relazione a quanto accadde dopo l’assedio della città siriana di Ma’arra, presa degli uomini di Raimondo e Boemondo: Rabbrividisco nel dire che molti dei nostri uomini, tormentati terribilmente dai morsi della fame, tagliarono pezzi di carne dalle natiche dei saraceni che stavano li morti. Li cossero e li mangiarono, divorando selvaggiamente la carne quando non era ancora ben arrostita. In questo modo [mangiando carne cotta a metà], gli assedianti furono danneggiati più degli assediati (Pare che l’assunzione di carne umana non sia molto digeribile…). In qualche modo i crociati giunsero sotto le mura di Gerusalemme nel giugno 1099. Erano poco più di dodicimila e la loro commozione, in vista della Città Santa, fu grande. Per ironia della sorte però la città stessa non era difesa dagli intransigenti selgiuchidi, ma dai più tolleranti fatimidi, che l’avevano riconquistata mesi prima. Avendo sempre mostrato tolleranza nei confronti dei fedeli di altre religioni, costoro sperarono probabilmente in un possibile accordo con i nuovi arrivati, ma Goffredo e i suoi non ci pensavano minimamente. Da un punto di vista militare, quei mesi di campagna avevano anche mostrato una certa superiorità dei militi occidentali sugli avversari. Solo i contingenti normanni avevano infatti un’esperienza diretta del modo di combattere dei saraceni, grazie all’esperienza acquisita in Sicilia. Gli altri cavalieri cristiani combattevano invece “all’occidentale”. Montavano cavalli massicci e pesanti, bardati e protetti quasi quanto i loro padroni, spesso completamente rivestiti dalle armature. La loro forza d’impatto era terrificante, con le lunghe lance in resta e le spade dritte al fianco. La compagnia a cavallo lanciata alla carica apriva spesso ampi varchi nel fronte nemico, che venivano rapidamente riempiti dalle truppe armate alla leggera che seguivano, con il criterio delle bande feudali, i rispettivi signori. A questa tattica dirompente, gli arabi e i turchi opponevano soprattutto la mobilità. Di solito, evitavano di affrontare frontalmente questi colossi e preferivano ritirarsi per tempestare gli avversari con lance e soprattutto frecce. L’uso dell’arco ricurvo turco, infatti, permetteva di scagliare frecce con grande violenza e frequenza, anche a cavallo. Un buon arciere a cavallo poteva scagliare sino a tre frecce in pochi secondi, cavalcando a tutta velocità. Una volta abbattuto il cavallo o ferito il cavaliere, anche il pesante armigero cristiano poteva essere rapidamente finito da tre o quattro fanti leggeri arabi. Tuttavia va ricordato che il cavaliere cristiano combatteva bene anche appiedato. Come riporta Wheatcroft in Infedeli, «alcuni racconti parlano di cavalieri che si alzavano in piedi somiglianti a porcospini per tutte le frecce, i dardi e le lance conficcati nelle armature, i quali continuavano tuttavia ad avanzare e a combattere ferocemente». In ogni caso gli avversari impararono molto dai loro nemici. Gli arabi capirono presto che questi guerrieri erano ben diversi dai bizantini, che ben conoscevano. Come descrive un testimone arabo quasi coevo (riportato ancora da Wheatcroft): Un’immagine di questi potenti franchi (franj, in arabo) affiorava nella letteratura araba. Venivano presentati come uomini enormi, completamente rasati, “residui della razza di Ad”, o addirittura nient’affatto uomini. Portavano grosse lance a punta larga o picche di acciaio temperato. Il coraggio temerario e la determinazione dei cavalieri riusciva incomprensibile per i loro omologhi musulmani. Usama Ibn-Munqidh, il paladino musulmano, racconta la storia di otto guerrieri arabi che incontrarono un cavaliere crociato isolato. Questi chiese loro di consegnargli i loro cammelli. Essi lo investirono di improperi e rifiutarono. A uno a uno egli uccise o mutilò quattro di loro. Poi chiese di nuovo i cammelli, dicendo: «Altrimenti vi anniento». Quindi egli divise gli otto cammelli e se ne portò via quattro. «Egli si portò i suoi quattro sotto i nostri occhi, poiché noi eravamo indifesi e deboli di fronte a lui e non potevamo sperare di sopraffarlo. Così egli si portò via il suo bottino; eppure egli era solo, mentre noi eravamo otto uomini.» Il 15 luglio le difese vennero superate di slancio e i crociati dilagarono per le strade di Gerusalemme. Ne seguì una spaventosa strage, che non risparmiò né gli ebrei, considerati complici dei musulmani, né molti cristiani, reputati possibili spie del nemico. Due testimonianze dei fronti opposti ci rendono l’idea di quei giorni di sanguinosi eccidi. Raimondo di Aguilers, cronista al seguito di Raimondo di Tolosa, così scrisse dopo aver assistito ai fatti: E allora si videro cose meravigliose. I musulmani furono decapitati, o trafitti di frecce, o gettati giù dalle torri. Altri furono torturati per giorni e giorni, e poi bruciati. Le strade erano lastricate di teste, di mani e di piedi mozzi. […] In effetti, fu un giusto e meraviglioso giudizio di Dio, che questo luogo fosse bagnato del sangue degli infedeli, dal momento che aveva sofferto così a lungo delle loro bestemmie. La città fu riempita di cadaveri e di sangue. E lo stesso cronista, riferendo gli avvenimenti del giorno successivo a quello della conquista: In mattinata i nostri uomini si arrampicarono cautamente sul tetto del Tempio e attaccarono i saraceni, maschi e femmine, e li decapitarono con le spade sguainate. Gli altri saraceni si gettarono dal Tempio […] i saraceni ancora vivi trascinarono i morti fuori dalle mura e li accumularono davanti alle porte in ammassi enormi, grandi quanto case. Un massacro di pagani come questo non si era mai visto né se ne era mai sentito. Dalla parte opposta Ibn al-Athir, storico curdo di XII secolo, al seguito del Saladino, così riportava quei fatti del passato: La popolazione fu passata a fil di spada e i franchi [crociati, N.d.A.] stettero per una settimana nella terra menando strage dei musulmani. […] Nella moschea di al-Aqsa i franchi ammazzarono più di settantamila persone, tra cui una gran folla di imam e dottori musulmani, devoti e asceti, di quelli che avevano lasciato il loro paese per venire a vivere in pio ritiro in quel Luogo Santo. Dalla moschea della Cupola della Roccia predarono più di quaranta candelabri d’argento, ognuno del peso di tremila e seicento dramme [la dramma eginetica pesava circa 6,22 grammi, N.d.A.] e un gran lampadario d’argento del peso di quaranta libbre siriache [1 libbra corrisponde a circa 400 grammi, N.d.A.] e dei candelabri più piccoli, centocinquanta d’argento e venti d’oro, con altre innumerevoli prede. […] I profughi di Siria arrivarono a Baghdad nel mese di Ramadan […] Il venerdì vennero nella moschea principale e chiesero aiuto, piansero e fecero piangere, narrando quello che i musulmani avevano sofferto in quella Città Santa: uomini uccisi, donne e bambini prigionieri, averi predati. Completato questo massacro, i maggiorenti crociati si riunirono nella grotta del Santo Sepolcro, dove «piansero di gioia sentendosi finalmente degni di Cristo». Goffredo di Buglione fu nominato poco dopo difensore del Santo Sepolcro, avendo rifiutato il titolo di re e in tale veste sconfisse ad Ascalona un’armata fatimide che muoveva alla liberazione della Città Santa. Dopo nemmeno un anno però morì e suo fratello Baldovino, già conte di Edessa, assunse il titolo di re di Gerusalemme, dando vita al regno crociato di Gerusalemme che risultò così suddiviso in alcuni principati feudali: la contea di Edessa, il principato di Antiochia, la contea di Tripoli, e in alcuni stati vassalli: il principato di Galilea, la contea di Giaffa e Ascalona, la signoria di Oltregiordano e la signoria di Sifone. Preti cattolici sostituirono quasi ovunque il clero ortodosso preesistente e solitamente tollerato dai musulmani. Con tali atti, la prima crociata poteva definirsi formalmente chiusa. Ora il Mediterraneo non era più un “lago musulmano” e tra coloro che vi trassero notevole vantaggio vi furono soprattutto le repubbliche marinare di Genova e Venezia. Bisanzio, nonostante gli attriti e le incomprensioni con i nuovi arrivati, ricavò dall’impresa d’ossigeno, un’importante alleggerendo la boccata pressione islamica ai confini. Le crociate produssero però anche un nuovo principio nel mondo occidentale, quello della guerra santa o, se vogliamo, della guerra giusta, che vincolava i suoi soldati a un giuramento di fedeltà che non era diretto a un re, ma a Dio. Arruolandosi sotto le sue bandiere, ma anche arruolandolo sotto le proprie, si apriva la strada a un futuro di incerte prospettive, che vide a volte la Chiesa schierata su posizioni discutibili. Del resto, anche il potere secolare della cattedra di Pietro assunse connotati diversi. Organizzare la crociata non era stato solo un impegno spirituale e propagandistico, ma anche e soprattutto logistico ed economico e ciò influì molto sulla stessa struttura ecclesiastica. Armi, rifornimenti e vettovaglie dovevano essere acquistati e per farlo servivano grandi somme di denaro e la Chiesa poteva ottenerle solo mediante le imposte religiose, che infatti si moltiplicarono. Il ministro di Dio divenne quindi anche un esattore e questo creò un certo risentimento nel gregge dei fedeli, che videro la mistica Chiesa delle origini trasformarsi lentamente anche in una grande potenza finanziaria. La conseguenza più importante fu però forse quella umana. I reduci dalla Terrasanta portarono nelle terre d’origine una diversa visione dell’Islam, di cui avevano conosciuto l’elevato grado di civiltà e di tolleranza, anche religiosa. Con sé riportavano strumenti, conoscenze e costumi del tutto nuovi e destinati a modificare profondamente la società europea dei secoli successivi. Ma portarono anche migliaia di false reliquie che i mercanti ebrei e anche arabi vendevano agli ingenui crociati. La fine di un mito Gerusalemme era stata conquistata dai crociati da pochi anni e tuttavia dello slancio spirituale che aveva pervaso questa prima impresa non pareva vi fossero troppe tracce nel cuore dell’Europa, dove il conflitto tra papato e impero aveva ripreso vigore. L’imperatore Enrico V, infatti, proseguendo la politica del padre, continuò a considerare prerogativa del suo ruolo quella di assegnare le grandi cariche ecclesiastiche (e feudali) nei propri territori e questo lo rimise fatalmente in rotta di collisione con Roma. Papa Pasquale II quindi indisse un concilio, tenutosi in Laterano nel 1110, per ribadire il primato della Chiesa, che non accettava limitazioni a opera dell’imperatore. Era chiaro del resto che in palio c’era l’autonomia stessa del pontificato, che rischiava altrimenti di finire come il patriarcato di Costantinopoli, sottoposto in termini temporali all’autorità imperiale. Un simile conflitto, che era di principio ma anche e soprattutto di potere, non poteva risolversi semplicemente in termini teologici o giuridici. La parola perciò tornò agli eserciti. Enrico V calò in Italia con una forte armata e i comuni del Nord lo accolsero in base al loro “orientamento politico”, ma il marchesato di Toscana di Matilde, storica alleata del papa, stavolta non si mostrò ostile e ciò facilitò la marcia degli imperiali su Roma. Solo Arezzo oppose una certa resistenza, ma venne conquistata e incendiata. Vista la situazione, il pontefice decise di accettare la trattativa con l’avversario ma, nonostante questo, la situazione precipitò all’improvviso e le strade dell’Urbe divennero teatro di scontri tra fazioni opposte, mentre lo stesso Pasquale veniva catturato dai soldati di Enrico. Il vicario di Pietro non ebbe allora alternative e dovette accettare di incoronare l’imperatore (3 aprile 1111), sottolineandone così la vittoria politica. Tuttavia, in Vaticano era ancora forte un partito “gregoriano” che sosteneva a spada tratta la supremazia del papato e che non accettò questa forzatura imperiale. Costoro, ripartito Enrico, rifiutarono di avvallare gli accordi appena sottoscritti e l’imperatore, dopo pochi mesi, dovette ripassare le Alpi, seguito da un esercito ancora più potente e animato da un forte spirito di rivalsa. Pasquale stavolta preferì fuggire dalla città, ma anche l’imperatore fu costretto a ritirarsi rapidamente a causa di una violenta epidemia che andava decimando le truppe. La caotica situazione, lungi dal trovare una soluzione, si ingarbugliò ulteriormente quando, morto Pasquale ed eletto in sua vece Gelasio II, altro sostenitore del partito gregoriano, anche questi fu costretto ad abbandonare Roma, per l’ennesima puntata offensiva di Enrico che, stavolta, nominò addirittura un antipapa, Gregorio VIII, costringendo Gelasio alla fuga a Cluny, in Francia. Le cose parvero migliorare, alla morte di Gelasio, con l’elezione di Callisto II, perché costui ebbe il coraggio di tornare nella città santa per cacciarvi l’antipapa e avviare concrete trattative con il partito imperiale, in vista di un accordo definitivo. Il suo paziente e intelligente lavoro venne coronato a Worms, nel 1122, quando finalmente papa e imperatore si incontrarono e siglarono un patto di compromesso. Con esso la Chiesa rinunciava alle posizioni oltranziste dei “gregoriani”, concedendo all’imperatore un ruolo importante nell’elezione dell’alto clero tedesco e uno determinante nell’investitura feudale dello stesso. In tal modo, la Chiesa riaffermava il proprio diritto esclusivo all’investitura delle cariche ecclesiastiche e soprattutto la propria autonomia temporale. In realtà, si trattava solo di una tregua, ma consentì a molti di tirare una boccata di ossigeno, restituendo una compattezza, almeno formale, al mondo cristiano, di cui si sentiva il bisogno. La morte dell’imperatore, tre anni dopo, contribuì poi a renderla meno provvisoria e precaria. Enrico infatti non aveva eredi diretti e questo indebolì la posizione imperiale, soprattutto considerando le costanti spinte centrifughe che i grandi feudatari, laici ed ecclesiastici, esercitavano in Germania. Un nuovo principio elettivo infatti, rendeva determinante la loro influenza nella Dieta (l’assemblea che conferiva il titolo imperiale), come fu presto evidente. Lotario di Sassonia, designato a succedere all’ultimo imperatore della casa di Franconia, si trovò infatti condizionato proprio da coloro che avevano deciso la sua elezione. Questi grandi feudatari erano soprattutto gelosi delle proprie autonomie e preferivano di gran lunga un potere centrale debole, che, proprio per questo, le garantisse. Lotario era il candidato ideale, non più giovanissimo e abituato a mediare più che a imporre. Di tutt’altra pasta era invece Corrado III di Hohenstaufen che, poco più che trentenne, nel 1128 si contrappose allo stesso Lotario nella scalata al trono imperiale. Fautore del principio dinastico e quindi di un potere centrale forte, mirava alla promozione della propria casata, quella degli Hohenstaufen, e questo naturalmente lo portò in rotta di collisione con i grandi feudatari tedeschi, che appoggiavano Lotario per motivi opposti. Tra costoro spiccava il potente duca di Baviera, Enrico X, genero dello stesso Lotario. La lotta tra le due fazioni si svolse senza esclusione di colpi e si accompagnò all’ennesima spaccatura interna attraversata dalla Chiesa di Roma. Morto papa Onorio II infatti (1130), anche il suo successore Innocenzo II si era schierato a favore di Lotario. La sua elezione era stata però contestata da una parte della nobiltà romana, che gli aveva contrapposto l’ennesimo antipapa: Anacleto II. A quel punto, Lotario si mosse in soccorso del “suo” pontefice, nel frattempo fuggito in Francia, ma puntellarne il potere si dimostrò più difficile del previsto, perché l’antipapa si era chiuso in Castel Sant’Angelo e poteva anche contare sull’appoggio dei normanni del Sud Italia. Questo fu uno dei motivi che indussero l’imperatore, e soprattutto suo genero Enrico di Sassonia, a spingere la propria armata nel Mezzogiorno d’Italia. La spedizione fu, tutto sommato, un successo, ma le divisioni interne obbligarono Lotario a ritirarsi in Germania, dove però non fece in tempo ad arrivare, poiché morì il 4 dicembre 1137. Poco prima aveva consegnato le insegne imperiali a Enrico, suo successore designato. Ma i grandi elettori di Germania, a sorpresa, elevarono al trono imperiale proprio Corrado III, che in passato aveva dovuto cedere le armi a Lotario. Subito questi spogliò di buona parte dei suoi possedimenti lo stesso Enrico che, come ovvio, si oppose con le armi, ma non ebbe il tempo di agire perché morì già nel 1139. Estromesso dal ducato di Baviera il figlio minorenne, Enrico il Leone, cui venne assegnata invece la Sassonia, Corrado proseguì nella sua “normalizzazione” della regione, incontrandovi però una certa resistenza. Proprio in occasione di una di queste operazioni militari, sotto le mura del castello di Weinsberg, nel dicembre del 1140, i sostenitori della casata di Baviera si scontrarono con quelli di Corrado e, secondo la tradizione, proprio in quella battaglia i soldati degli opposti schieramenti si affrontarono al grido di «Hye Welff» e «Hye Waiblingen» (“viva Welff” e “viva Waiblingen”), dal nome dei castelli d’origine delle due casate avverse, Baviera e Hohenstaufen. Qualche anno dopo quelle esclamazioni avrebbero finito con l’identificare le due grandi fazioni, una filopapale e una filoimperiale, che si affrontarono nella guerra civile Germania, Welffen e trasferiti nella realtà italiana, guelfi e trasformarono in Waiblingen, in che, si ghibellini, avviando un periodo di feroci conflitti intestini destinato a durare decenni. La seconda crociata Nel frattempo, morto Innocenzo II e dopo il breve pontificato di Celestino II, al soglio papale era salito Lucio II, mentre imperversava una feroce lotta tra le potenti famiglie romane dei Frangipane e dei Pierleoni. Paralizzato dalle lotte interne, Lucio chiese inutilmente l’appoggio di Corrado III, e così, dopo la sua morte (1145), gli successe papa Eugenio III, cui si deve, di fatto, l’avvio della seconda crociata. La riconquista turca di Edessa nel 1144 aveva infatti fornito all’Europa la misura del pericolo che i regni cristiani crociati d’Oriente stavano correndo a pochi decenni dalla loro nascita. Come ricordava Guglielmo di Tiro, parlando del triste evento nel suo Historia rerum in partibus transmarini gestarum: Mentre il principe di Antiochia, sopraffatto da odio folle, tardò a portare l’aiuto che doveva ai suoi fratelli e mentre il conte aspettava l’aiuto dall’esterno, l’antica città di Edessa, consacrata al cristianesimo fin dai tempi degli Apostoli e liberata dalle superstizioni degli infedeli grazie alle parole e alla predicazione dell’apostolo Taddeo, passò in una immeritata servitù. Bernardo di Chiaravalle, una delle più alte voci della cristianità occidentale, si era allora speso per favorire uno sforzo corale delle potenze d’Europa a sostegno della Terrasanta. In una serie di epistole dirette ai grandi sovrani del continente, ma anche alle plebi urbane, come quella romana per esempio, non smise mai di esortare, incoraggiare e, a volte, minacciare per ottenere una chiamata alle armi dei fedeli. A tale proposito va ricordata la teoria del malicidium da lui propugnata, che, riprendendo il controverso principio della “guerra giusta”, sviluppato da Agostino d’Ippona, considerava l’uccisione di un infedele o di un pagano come un atto non punibile, in quanto non contravveniva al quinto comandamento. Questo atto estremo avrebbe impedito infatti che l’infedele stesso commettesse il “male” di cui era, per sua natura, portatore. A tale proposito nel suo De laude novae militiae ad Milites Templi egli stesso scriveva: Certo non si dovrebbero uccidere neppure gli infedeli se in qualche altro modo si potesse impedire la loro eccessiva molestia e l’oppressione dei fedeli. Ma nella situazione attuale è meglio che essi vengano uccisi piuttosto che lasciare la verga dei peccatori sospesa sulla sorte dei giusti e affinché i giusti non spingano le loro azioni fino all’iniquità. Una visione che oggi lascerebbe forse perplessi, ma lo stesso santo, parlando degli ebrei, aveva del resto affermato, rinfocolando l’antica polemica sul peccato di “deicidio”: Non bisogna perseguitare gli ebrei; essi non vanno trucidati e neppure posti in fuga […] Essi sono per noi le punte vive, rappresentano continuamente la Passione di Cristo. Per questo sono dispersi in tutte le terre, perché, mentre dovunque pagano giustamente il fio di un così grande delitto, siano testimoni della nostra redenzione. A Roma, intanto, Eugenio doveva vedersela con il movimento riformatore e “secolare” voluto da Arnaldo da Brescia, già allievo di Abelardo e “nemico” storico dello stesso Bernardo, che portò alla nascita del libero comune e del senato repubblicano nella stessa capitale del papato. Anche per tale motivo il pontefice fu costretto a recarsi prima in Germania e poi in Francia, per allontanarsi da una città di fatto ingovernabile. Proseguì tuttavia la propria opera a favore della crociata, per la quale trovò un importante alleato nel nuovo re di Francia, Luigi VII, fervido credente, ma anche nello stesso Corrado III, a sua volta convinto fedele, ma guidato anche da un preciso calcolo politico. Una spedizione in Terrasanta coronata da successo avrebbe infatti consolidato il suo prestigio e rafforzato il suo potere in Germania. Del resto, lo stesso Eugenio puntava molto sull’esito della santa impresa per ridurre al silenzio i suoi oppositori “romani”. In questo contesto venne promulgata la Bolla Quantum praedecessores, perfezionata nel 1146, e inizialmente mirata proprio alla liberazione di Edessa, ma trasformatasi in seguito in un progetto di crociata ad ampio respiro. A parte i due sovrani, però, tra i capi di questa seconda spedizione non si annoveravano nomi di particolare lustro dell’aristocrazia europea, con la parziale eccezione del nipote di Corrado, Federico (il futuro Barbarossa) e del marchese di Monferrato, che dell’Hohenstaufen era anche cognato. Incerto risulta anche il numero dei partecipanti, tra cui merita però una menzione un tal Cacciaguida, fiorentino, un pronipote del quale sarebbe stato destinato a eterna fama: Dante Alighieri. Così scriveva Ottone di Frisinga, uno dei comandanti crociati: E così, quando il rigore del freddo invernale si fu dissipato, mentre i fiori e le piante spuntavano dal grembo della terra sotto le benevole piogge primaverili e i verdi pascoli sorridevano al mondo, divenuto lieto il volto della terra, re Corrado condusse le sue truppe via da Norimberga, in schieramento di battaglia. […] Egli condusse con sé una tale folla che i fiumi sembravano bastare a malapena per la navigazione, la pianura vasta appena a sufficienza per marciare. Forse venti-venticinquemila seguirono contingente Corrado francese e, uomini riunitisi (circa al altri quindicimila uomini) presso Costantinopoli, decisero di seguire la strada dell’Asia Minore, mentre re Luigi, utilizzando le costose navi bizantine, preferiva puntare direttamente sulla costa asiatica, verso San Giovanni d’Acri. I tedeschi però, lungo il loro cammino, nei pressi di Dorylaeum e, in seguito, vicino Pisidia, vennero affrontati e decimati dai turchi. I francesi, a loro volta, avendo deciso di seguire la linea di costa, vennero ripetutamente attaccati dal nemico, subendo forti perdite. In tal modo, quando le forze cristiane si trovarono di fronte alle mura di Damasco, che avevano deciso di conquistare, risultarono molto meno numerose dell’armata partita dall’Europa. Come se ciò non bastasse erano divise al loro interno e la stessa scelta di Damasco come obiettivo del loro attacco non era condivisa da tutte. La dinastia dei buridi, che governava la città, era infatti tra le poche non ostili ai regni cristiani crociati d’Oriente e quella sconsiderata offensiva la gettava invece nelle braccia del mondo arabo intransigente, soprattutto dalla rappresentato dinastia zengide dell’emiro Nur ad-Din (detto Norandino). Questi ultimi erano forse la dinastia selgiuchide più potente all’epoca, estesa tra Siria e Iraq, e fresca conquistatrice proprio della contea di Edessa. A sigillo di quella discutibile operazione, l’attacco cristiano a Damasco fallì e, pochi giorni dopo (fine luglio 1148), l’armata cristiana dovette ritirarsi. Si trattò di uno scacco gravido di conseguenze. Il mito dell’invincibilità occidentale e crociata ne usciva fortemente ridimensionato. Come giustamente afferma il Runciman, nel suo Storia delle Crociate: Nessuna impresa medievale partì con speranze più luminose. Progettata dal papa, predicata e ispirata dall’aurea eloquenza di San Bernardo, e guidata dai due potentati principali dell’Europa occidentale essa aveva promesso tantissimo per la gloria e la salvezza della cristianità […] di fatto la crociata fu fatta fallire dai suoi capi, con la loro truculenza, la loro ignoranza, e la loro inefficiente follia. Anche i principali protagonisti della sfortunata avventura furono coinvolti nel fallimento della stessa, in particolare Corrado. Il suo destino personale e quello della sua casata sembrarono infatti compromessi e gli anni successivi furono occupati dall’imperatore nel tentativo di riaffermare il proprio potere in Germania. Alla sua morte, nel 1152, i grandi feudatari tedeschi scelsero però proprio il successore da lui indicato in punto di morte e cioè il figlio di suo fratello Federico duca di Svevia, che divenne imperatore col nome di Federico I, detto il Barbarossa. Appena trentenne, il giovane Hohenstaufen esordì cercando un accordo con la Chiesa, ma la morte di due dei grandi ispiratori della seconda crociata, papa Eugenio III e Bernardo di Chiaravalle, interruppe sul nascere questo primo approccio. Dopo un breve interregno di Anastasio IV, venne eletto pontefice l’unico inglese registrato dagli annali ecclesiastici, Nicholas Breakspear, che prese il nome di Adriano IV. Questi puntò subito a riprendere il controllo di Roma, in preda alle lotte intestine, ma per farlo entrò in urto con la fazione laica e repubblicana della città che faceva capo ad Arnaldo da Brescia. Questo energico pontefice non esitò allora a scomunicare la stessa capitale della cristianità. In sostanza, nell’Urbe non si celebravano somministravano più messe, estreme non si unzioni o eucarestie, né si impartivano benedizioni, celebravano matrimoni o amministravano sacramenti. Una situazione insostenibile, che presto costrinse i suoi oppositori a venire a patti, accettando l’espulsione dalla città dello stesso Arnaldo. Questi però incontrò sul suo percorso Federico I, che si recava a Roma per ricevervi l’investitura ufficiale e che, aderendo a una precisa richiesta di Adriano, fece catturare Arnaldo. L’esule venne allora gettato nelle carceri pontificie, processato per eresia, condannato e impiccato. Con lui terminava la parabola umana e politica di quello che forse potremmo considerare il primo “eretico” laico ufficiale che, non a caso, aveva combattuto proprio il potere temporale dei pontefici. Anche per tale motivo, secoli dopo, molti movimenti protestanti videro in lui un loro antesignano. Nel frattempo Adriano, nel giugno 1155, incoronato Federico in San Pietro, doveva fare i conti con l’ennesima rivolta della plebe romana, che trasformò le strade della città nel teatro di feroci scontri tra rivoltosi e le truppe del Barbarossa. Corse molto sangue e l’imperatore e il papa, per prudenza, dovettero lasciare la città ma, mentre Federico, pochi giorni dopo, riprendeva la strada della Germania, Adriano doveva tornare a San Pietro, impresa impossibile senza alleati importanti. Pensò allora di trovarli nei normanni del Sud Italia, nonostante fosse stato appena sconfitto da questi durante una precedente operazione militare. In effetti, re Guglielmo I gli concesse il suo appoggio e, grazie a esso, nel 1156 Adriano poté rientrare in San Pietro. I suoi ultimi anni di abbastanza pontificato furono tuttavia travagliati, anche per il riacutizzarsi del conflitto con l’impero. Quando il conclave si riunì per scegliere il suo successore, nel 1159, si divise però al proprio interno, avviando l’ennesimo scisma della Chiesa d’Occidente. Se la maggioranza dei cardinali, infatti, elesse nuovo papa Rolando Bandinelli, Alessandro III, una minoranza gli contrappose Ottaviano de’ Crescenzi, Vittore IV, che godeva del favore imperiale. Alessandro fu così costretto a spostarsi dapprima nel Lazio e quindi in Francia, essendo impossibilitato a rientrare a San Pietro, controllata dall’antipapa. La morte di Vittore non risolse peraltro il conflitto, perché gli successero altri due antipapi, Pasquale III e Callisto III, sempre appoggiati dal Barbarossa. La vittoria della Lega Lombarda Alessandro accentuò allora il suo appoggio ai comuni del Nord Italia, ostili alla politica imperiale, e al tempo stesso cercò una sponda politica persino a Costantinopoli. Quest’opera di logoramento dette i suoi frutti nel 1165, quando Federico dovette rientrare in Germania per cercarvi rinforzi e Alessandro poté rientrare a Roma. L’Hohenstaufen considerò però questa mossa un affronto personale e scese ancora in Italia, espugnando Ancona, dopo un breve assedio, e inviando alcune colonne su Roma, che sconfissero le truppe papaline e costrinsero il pontefice a rifugiarsi in San Pietro. Espugnata anche la basilica e costretto Alessandro alla fuga, Federico fu di nuovo padrone della città, devastata dalle sue milizie. Eppure il pontefice, nonostante la sua disperata situazione, si rifiutò di venire a patti e preferì trovare rifugio nel regno del suo alleato Guglielmo I. Poche settimane dopo, però, con un repentino rovesciamento delle parti, l’armata tedesca, decimata da una violenta epidemia, fu costretta a riprendere la strada delle Alpi, abbandonando Roma, mentre nell’Italia settentrionale cresceva l’ostilità nei confronti dell’impero. Ostilità che presto spinse un primo nucleo di liberi comuni a stringere, nel 1167, un’alleanza, anche militare, contro Barbarossa in quel di Pontida. A questa Lega Lombarda, comprendente Milano, Cremona, Brescia, Mantova e Bergamo, si unirono poi Venezia, Padova, Vicenza, Bologna, Treviso, Modena e Ferrara, insieme alla recalcitrante Lodi. Questa coalizione poteva contare su un peso politico e una forza militare non trascurabili, che preoccuparono il Barbarossa, deciso a comminare il bando ai suoi aderenti. Costoro, lungi dal preoccuparsene, cercarono di coinvolgere nell’alleanza anti-imperiale anche il pontefice, l’Impero bizantino e il re di Sicilia. La situazione per Federico cominciò a farsi difficile, anche per le divisioni presenti in Germania. Nel 1174 però riuscì a radunare un esercito con cui puntò su Alessandria, città fortificata di recente fondazione e così battezzata in onore del papa. La città resistette e l’esercito imperiale dovette ritirarsi su Pavia, anche per l’approssimarsi dell’armata della Lega. Le forze avverse tentarono un accordo di massima, ma non risolsero il problema dello scisma ecclesiastico, il che impedì di raggiungere una pace definitiva tra le parti in lotta. La parola tornò così alle armi e nella primavera del 1176 un altro esercito tedesco calò dalla Germania e marciò su Milano, ma le forze della Lega lo intercettarono presso Legnano e, contro ogni previsione, gli inflissero una vera disfatta, strette attorno al Carroccio, simbolo della Lega. Il Barbarossa stesso rischiò di rimanere ucciso e riuscì a fuggire a stento, con un manipolo dei suoi. Fu una bella vittoria e rappresentò un’importante battuta d’arresto per l’Hohenstaufen che doveva fare i conti anche con perplessità crescenti nell’aristocrazia tedesca e resistenze nel clero d’oltralpe, ostile al protrarsi dello scisma papale. Mirando a una tregua quanto mai utile Federico avviò Alessandro, che allora trattative condussero a con una conferenza da tenersi a Venezia, dove venne finalmente stipulata una pace definitiva, nel maggio 1177, che accontentò, almeno in parte, Alessandro tutti i contraenti. ottenne dell’antipapa Callisto le III, dimissioni Federico forti compensi territoriali e feudali nelle marche pontificie dell’Italia centrale e la Lega una tregua d’armi di sei anni. Quanto fosse precario anche questo accordo però lo dimostrò un piccolo aneddoto. Durante la messa solenne in San Marco a Venezia, che sancì la pace, Alessandro apparve su una mula bianca e, come da cerimoniale, l’imperatore lo aiutò a smontare e poi si inginocchiò ai suoi piedi per riceverne la benedizione. Dopo che il papa esclamò la formula prevista per la benedizione imperiale: «Tu calpesterai il serpente e il basilisco, e domerai il leone e il drago», Barbarossa rispose: «Non per te, ma per Pietro», a riaffermare la propria orgogliosa indipendenza dall’autorità del pontefice. Subito dopo, riprese la strada per la Germania, dove il cugino Enrico il Leone si era ribellato. Sconfitto quest’ultimo, gli comminò il bando perpetuo. Nel 1181 scomparve il grande nemico degli Hohenstaufen, papa Alessandro, III, costretto a breve pontificato rimpiazzato da Lucio condurre il suo prevalentemente fuori Roma, dove la situazione risultava ancora precaria. Scaduta intanto la tregua stipulata a Venezia, Federico e la Lega Lombarda stipularono a Costanza una vera e propria pace (1183), basata sul riconoscimento delle autonomie e dei privilegi conquistati dai comuni italiani, che giurarono formalmente fedeltà all’impero. L’anno successivo, durante la Dieta di Magonza, il Barbarossa ufficializzò la sua intenzione di unire in matrimonio il figlio primogenito Enrico, erede designato al trono, con Costanza, zia di re Guglielmo II di Sicilia e sua unica erede. In tal modo pareva sul punto di realizzarsi il peggior incubo del papato, l’unificazione, sotto un’unica corona, del Sacro Romano Impero e del regno normanno del Meridione d’Italia. Un’entità statale che avrebbe chiuso in una morsa lo stato pontificio, limitandone fortemente gli spazi di manovra. I tentativi papali di sabotare l’iniziativa stavolta fallirono e così i due promessi si unirono in matrimonio nel gennaio 1186, nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, e, nonostante la differenza di età (la sposa era più anziana), l’unione fu abbastanza felice e fertile, e questo era quello che più contava. Proprio con questo timore papa Urbano III aveva tentato di ostacolare quel matrimonio, ma, a infliggergli un colpo fatale intervenne anche, nell’ottobre dell’anno successivo, una notizia che folgorò l’Europa cristiana: Gerusalemme era caduta in mano musulmana e, secondo la tradizione, Urbano, a questa notizia, venne addirittura stroncato da un infarto. La riscossa dell’Islam In realtà, dopo il fallimento della seconda crociata, i cristiani avevano accumulato insuccessi in Terrasanta. Dopo la loro ritirata di fronte a Damasco, infatti, la riconquista musulmana era continuata a opera soprattutto di Norandino. In pochi anni, questi aveva occupato quanto rimaneva della contea di Edessa e buona parte del principato di Antiochia, riunificando in sostanza il territorio siriano. Nella primavera del 1149 egli sconfisse e uccise in battaglia Raimondo di Poitiers, principe di Antiochia, che lo affrontò con la supponenza e arroganza comune a molti aristocratici crociati dell’epoca. Così Ibn alQalanisi, cronista di Damasco, commentò quella vittoria: In men che non si dica coloro [i cristiani, N.d.A.] si erano sentiti mancare il terreno sotto i piedi ed erano stati spacciati. Iddio eccelso e vittorioso aveva fatto scendere la vittoria sui pii suoi amici e mandato in malora i ribelli infedeli. Ci impadronimmo dei loro cavalieri uccidendoli e catturandoli, e la fanteria fu passata a fil di spada. Come reazione, il regno di Gerusalemme si era riaccostato all’impero bizantino, cercando supporto in esso. L’opera di Norandino tuttavia continuò a ottenere successi, anche non spettacolari, ma concreti, logorando così la presenza cristiana in Palestina. Il successo della dinastia zengide però non si spiegava solo con la forza militare, ma anche con un diverso approccio dei “conquistatori” alla popolazione locale, di origine araba. Norandino, che pure era turco, quindi straniero, era però musulmano e, soprattutto, rispettava il sistema di vita e le tradizioni delle comunità dei territori occupati, marcando in tal modo la differenza con l’atteggiamento dei nuovi padroni crociati che invece tendevano a vivere come una sorta di casta guerriera, poco incline a mescolarsi all’elemento indigeno e comunque sprezzante dell’Islam e dei suoi fedeli. Spesso di Norandino si diceva che era un turco, che si circondava di curdi, che comandavano musulmani e cristiani di lingua araba. Anche come padroni poi i cristiani risultavano esosi e fiscali, attenti a ricavare soprattutto ricchezza dai loro nuovi feudi. A Norandino va poi ricondotto un vero e proprio apparato ideologico-religioso che mirava a ricreare l’unità del mondo islamico, in particolare in Siria e Palestina. Questo per recuperare coesione e forza necessari ad affrontare e cacciare definitivamente l’elemento cristiano, visto come un corpo assolutamente estraneo. Un progetto, che era già appartenuto al padre Imad al-Din Zengi (o Zinki, o Zanki), e che rappresentava quella che a volte è stata definita anche reazione o rinascita sunnita, basata sul recupero e sul rispetto dell’ortodossia della sunna, cioè della tradizione (o consuetudine) islamica. Questo recupero trovava nel jihad e nella valorizzazione della sacralità dei luoghi santi i propri punti fermi. Questo jihad era inteso come un vero e proprio movimento spirituale, che aveva nella fondazione di un numero sempre maggiore di madrase lo strumento più incisivo. Nella madrasa infatti, istituzione statale, si insegnavano i fondamenti del diritto, ma anche e soprattutto i cardini del sunnismo e dei principi del jihad (un po’ come accade ancora oggi, anche se in alcuni casi con scopi ben diversi da quelli dell’epoca). Lo jihad tornava dunque di attualità, ma aveva avuto origine secoli prima, quando i giuristi musulmani avevano prefigurato un mondo diviso in due parti: la Casa dell’Islam (Dar alIslam) o Casa della Pace (Dar as-Salam) e la Casa della Guerra (Dar al-Harb). La prima retta da un sovrano islamico e la seconda retta da “Satana”. Il “dovere” del vero credente era quello di estendere la Casa della Pace e distruggere quella della Guerra. Il principio dell’esercitare il massimo sforzo (dall’arcaico gihad, dalla radice g-h-d, “sforzo teso verso uno scopo”), con valore soprattutto spirituale e interiore, finì con l’assumere poi i significati aggressivi che oggi sono più conosciuti e contribuì a spingere l’Islam alla sua grande espansione. Meno di un secolo dopo la morte del Profeta, infatti, i suoi guerrieri del deserto erano già in grado di porre l’assedio alla stessa capitale bizantina, Costantinopoli. Del resto lo stesso storico Edward Gibbon disse, acutamente: «Quando per la prima volta gli arabi uscirono dal deserto, devono essersi meravigliati della facilità e rapidità del loro successo». La rinascita del sunnismo trovò uno degli strumenti più efficaci nel sufismo, una forma di monachesimo islamico, in cui l’ascesi e il rigore dei costumi fornivano l’ispirazione per questa nuova spiritualità. Grazie a questa opera di ricostruzione e rifondazione religiosa, Norandino poté così vantare appellativi come “guardiano del paese di Allah” o “vincitore degli infedeli e dei politeisti”. Naturalmente, però, la rinascita dello stato islamico passava anche attraverso una amministrativa indispensabili ristrutturazione e a garantire burocratica, una vera superiorità sui cristiani. Così venne ideato, per esempio, un vero e proprio sistema postale, basato sull’uso dei piccioni viaggiatori, fu ripristinata un’efficace rete viaria e varato un capillare sistema fiscale. In tal modo, una compagine statale complessa e ampia come quella del Califfato tornò ai fasti di un tempo, superando la fase negativa seguita al declino degli abbasidi. Norandino divenne uno dei sovrani più ricchi del suo tempo, a capo di uno stato potente e temuto e, con tali presupposti, puntò a spodestare la dinastia fatimide che governava l’Egitto, una delle più ricche province del tempo. Per di più i fatimidi erano sciiti e il sunnita Norandino non poteva lasciarsi sfuggire una simile occasione. Rovesciati i fatimidi però, il nuovo visir della regione, Shawar, con un clamoroso voltafaccia chiamò in suo aiuto proprio il re di Gerusalemme Amalrico I, che inviò rapidamente in Egitto un’armata. I cristiani, nel 1167, si spinsero così verso il Cairo e Norandino fu costretto a minacciare proprio Gerusalemme per bloccarne l’avanzata. Amalrico decise a quel punto di cercare l’appoggio dell’imperatore bizantino, per completare l’impresa e dividere il futuro bottino. I crociati giunsero ad assediare il Cairo, ma furono presto costretti a ritirarsi per il sopraggiungere di una grande armata musulmana (1169) guidata da un comandante curdo, Salah ad-Din (Saladino), nipote di Shirkuh, generale di Norandino. Allontanati i cristiani, Saladino fece eliminare lo stesso Shawar e, in qualità di nuovo visir definitivamente dell’Egitto, lo strappò all’influenza sciita, promuovendone il rapido rientro nella sfera d’influenza sunnita. Subito dopo completò la conquista militare della regione araba, spingendosi sino allo Yemen e proclamando l’abolizione dell’emirato autonomo e il rientro dell’Egitto all’interno del califfato abbaside. Questa sua azione, ufficialmente, avveniva sempre per conto di Norandino, ma quest’ultimo comprese che il suo luogotenente si stava in realtà ricavando un ruolo autonomo nella regione. Alla morte di Norandino, nel 1174, Saladino ne divenne quindi il naturale successore, trovandosi in pratica alla testa di un’enorme entità statale che andava dall’Eufrate al Nilo. Basso, gracile, con la barba corta e regolare, cortese e cordiale, generoso e prodigo, severo e religioso: così i contemporanei descrivono Saladino, che assurse a simbolo di grandezza anche presso i suoi avversari cristiani. Le mire di questo leggendario condottiero musulmano erano però ampie e così, in poco meno di dieci anni, espanse la sua conquista ai territori un tempo appartenuti alla stessa dinastia zengide (quasi l’intera Siria), che sopravvisse in Aleppo solo grazie all’aiuto imprevisto del regno di Gerusalemme, ben conscio del rischio rappresentato dal nuovo sultano musulmano. L’alleanza crociato-bizantina riuscì dapprima a contenere l’azione di Saladino, ma dall’imperatore la sconfitta Manuele subita Comneno a Miriocefale, nel 1176, indebolì il fronte cristiano. Quello stesso anno, mentre Saladino assediava Aleppo, roccaforte degli zengidi, rischiò di essere ucciso da un piccolo gruppo di sicari, che si scoprì dopo essere membri della setta degli Assassini. Sull’origine del nome di costoro esistono diverse teorie, secondo alcuni studiosi deriverebbe dall’arabo al-Hashishiyyun (coloro che sono dediti all’hashish), mentre per altri sarebbe riconducibile a heyssessini (seguaci di Hasan). Questo era infatti il nome del cosiddetto “vecchio della Montagna” o “capo della Montagna”, Hasan-i Sabbah, un religioso persiano di confessione sciita che era la guida di un piccolo gruppo scissionista degli ismailiti. La loro roccaforte era ad Alamut nell’Iran settentrionale e il momento di maggior splendore fu proprio quello a cavallo tra XI e XII secolo, quando riuscirono a condizionare persino le fortune politiche dei fatimidi. La loro caratteristica peculiare era del resto proprio quella di impiegare l’assassinio politico per raggiungere i propri scopi. I loro sicari, singoli o in gruppo, frutto di un addestramento accuratissimo e selettivo, erano votati alla morte pur di raggiungere il loro scopo e infatti, il più delle volte, questo era il destino che li attendeva. Le vittime “preferite” delle loro azioni erano quasi sempre politici, generali o uomini di spicco della maggioranza sunnita e comunque tutti coloro che ostacolassero i disegni delle loro guide spirituali, considerate come una sorta di divinità. Il destino della setta si compì con l’arrivo della grande ondata mongola del XIII secolo, che li spazzò via quasi totalmente. Frattanto, l’ultimo re di Gerusalemme, Baldovino IV, nonostante la lebbra che lo tormentava, si rivelò un sovrano abile ed equilibrato e, sebbene costretto alla difensiva, riuscì a ottenere una tregua dall’avversario curdo nel 1180. Purtroppo nel regno crociato era attivo un forte “partito della guerra”, animato in modo particolare da alcuni ordini monastico-cavallereschi e da una parte della nobiltà “franca”. Dopo il 1181, uno dei suoi membri più influenti, Rinaldo di Chatillon, signore di Transgiordania e in fama di autentico avventuriero, iniziò una serie di pericolose e controproducenti provocazioni nei confronti delle forze del Saladino, che culminarono con l’attacco a una ricca carovana di proprietà dello stesso signore musulmano. Invano re Baldovino cercò di convincerlo a restituire la preda e così la parola tornò alle armi. Il trionfo del Saladino Se il “partito della guerra” cristiano contava sulla collaudata superiorità militare occidentale nei confronti dei musulmani per ottenere la vittoria finale, la delusione della seconda crociata e l’azione stessa di Saladino dovevano metterlo in allarme. Invece, il comandante curdo ebbe buon gioco nel lanciare azioni diversive in Galilea e Samaria e, con una fulminea operazione, mise in ginocchio gli zengidi e prese Aleppo. A quel punto Gerusalemme era chiusa in una morsa e l’impero di Saladino andava in pratica dallo Yemen alla Tunisia. Come ricordava Guglielmo di Tiro a fine XII secolo: Saladino, […] che abbiamo spesso citato, uomo di umili origini e di modestissima condizione, possiede ora tutti questi domini, perché la fortuna gli sorride con un favore perfino eccessivo, e dall’Egitto e dalle regioni vicine ricava un’inestimabile quantità di oro purissimo […] le altre province gli forniscono innumerevoli schiere di cavalieri e di guerrieri assetati d’oro, dal momento che chi possiede abbondanza d’oro non incontra difficoltà a radunarle. Nonostante la difficile situazione, Rinaldo di Chatillon continuò con le sue imprese avventate, mentre il grosso dell’armata cristiana si limitava ad azioni di contenimento nei confronti dell’avversario. Quella dei musulmani era tuttavia un’opera di logoramento, che progressivamente stava ottenendo i suoi effetti. Le risorse umane e i mezzi militari di cui disponeva Saladino erano infatti, a quel punto, immensi e l’unico elemento di debolezza del suo esercito era rappresentato dalla sua eterogeneità, poiché era composto da contingenti messi a disposizione dai vari emiri subordinati, diversi tra loro per etnia, armamento e addestramento. Per il resto la superiorità musulmana, anche sul mare, appariva netta. I franchi cristiani, messi alle strette, iniziarono a chiedere aiuto all’Europa, ma senza esito, mentre risultavano divisi anche al loro interno soprattutto tra i fautori dell’opzione militare e quelli dell’accordo con l’Islam. Dopo il 1183, poi, re Baldovino entrò in conflitto con il cognato ed erede designato Guido di Lusignano, cui tolse la reggenza, che affidò a Raimondo III di Tripoli, mentre nominò suo erede il piccolo nipote Baldovino V. Nel 1185, la lebbra lo condusse alla tomba, a soli ventiquattro anni, e l’equilibrio del regno si spezzò. Guido di Lusignano rifiutò di accettare il suo declassamento, mentre l’anno successivo moriva prematuramente anche Baldovino V. Raimondo, dal canto suo, preferì evitare uno scontro fratricida, ma l’ostilità tra lui e il Lusignano permaneva. In questa situazione frammentata Saladino decise di intervenire e proclamò il jihad, che gli permise di reclutare un grande esercito e puntare su Gerusalemme. Come ricordava Baba ad-Din, giurista e storico curdo dell’epoca: La guerra santa, e la relativa passione, avevan fortissima presa sul suo cuore, e su tutte le membra del suo corpo, tanto che egli non parlava d’altro argomento che questo, non badava che all’apparecchio di questa guerra, non si occupava che di chi questa combatteva, non aveva simpatia che per chi di essa parlava e a essa esortava. Il suo primo obiettivo fu Rinaldo di Chatillon, di cui lo infastidivano la posizione strategica e le continue provocazioni. Nel giugno 1187, la sua armata mise l’assedio a Tiberiade e le forze cristiane, guidate dal Lusignano e da Raimondo, riappacificatisi da poco, la tallonarono. Guido a quel punto venne convinto dagli oltranzisti a una strategia più aggressiva, mentre Raimondo propendeva per una maggiore prudenza. E venne così il giorno di Hattin. L’armata cristiana, che comprendeva il fior fiore delle truppe del regno, si addentrò nel deserto, in direzione di Tiberiade, sperando di raggiungere l’accesso al lago per rifornirsi d’acqua. Accecata dalla calura e soffocata dalla sabbia, nonché logorata dai continui attacchi della cavalleria musulmana, finì però col trovarsi la strada sbarrata dal grosso dell’esercito di Saladino. A quel punto, fallito il tentativo di rompere le linee nemiche, fu costretta a ripiegare verso i “corni” di Hattin, dove il nemico la accerchiò completamente, il 4 luglio, e la fece a pezzi. Rinaldo venne ucciso, mentre Guido fu risparmiato. Ibn al-Athir, storico curdo del XII secolo così scrisse: I musulmani erano scesi all’acqua [del lago], il tempo era di torrida arsura, e i franchi, provati dalla sete, erano impediti dai musulmani di giungere all’acqua […] Uno dei volontari aveva appiccato il fuoco su quel terreno: prese fuoco, e il vento soffiando portò la vampa e il fumo sul nemico. Così questo ebbe insieme addosso la sete, la calura della stagione, l’ardore del fuoco e del fumo, e la vampa della battaglia. […] I musulmani si impadronirono della loro gran croce, chiamata la Vera Croce, nella quale dicono esservi un pezzo di legno su cui, secondo loro, fu crocifisso il Messia, e quella cattura fu per essi uno dei colpi più gravi, che li rese certi di morte e rovina. La forza militare del regno era ormai spezzata. Templari e ospitalieri vennero dichiarati nemici “eterni” dell’Islam e Saladino iniziò un sistematico repulisti di tutte le fortezze cristiane, sino a che il suo esercito piantò le tende sotto le mura di Gerusalemme, che si arrese il 2 ottobre, dopo una breve ma coraggiosa resistenza. Contrariamente a quanto accaduto nel 1099, però, i suoi difensori e gli abitanti vennero risparmiati, grazie a un riscatto che, per i ceti più poveri, venne pagato dallo stesso Saladino, e poterono tornare verso la costa per reimbarcarsi. La presenza crociata in Palestina era ormai ridotta a Tiro, Tripoli, Antiochia e poche altre piazzeforti. Sempre Baba ad-Din così riportava un episodio a magnificare la magnanimità del Saladino: Furono condotti al sultano quarantacinque franchi presi a Beirut, che giunsero in quel giorno a quel luogo. Ivi fui testimone di un suo atto di buon cuore di cui non fu mai visto il maggiore: tra quei prigionieri c’era un vecchio di età assai avanzata, senza più un dente in bocca e senza più forza altro che per muoversi. Il sultano disse all’interprete che gli domandasse: «Cosa mai ti ha indotto a venir qui, in così grave età, e quanto c’è di qui al tuo paese?». Rispose: «Il mio paese è distante di qui mesi di viaggio, e la mia venuta è stata per fare il pellegrinaggio al Santo Sepolcro». Il sultano ne fu commosso, e gli fece grazia, lasciandolo in libertà e facendolo tornare, montato su un cavallo, al campo nemico. Oltre al colpo mortale alla salute del pontefice, la perdita del Santo Sepolcro costituì un trauma per l’intera Europa. Morto Urbano III, il suo successore Gregorio VIII avviò subito trattative con il Barbarossa per farne la guida suprema per la crociata che intendeva bandire, ma la morte, sopraggiunta pochi mesi dopo, gli impedì di completare il progetto. Il nuovo papa, Clemente III, mirò allora a stabilizzare la situazione interna a Roma e quindi avviò un’opera di sistematica crociata, mirata propaganda soprattutto ai re d’Inghilterra e Francia. Nella primavera del 1188 fu proprio Federico a rompere gli indugi e a muoversi per primo con il suo contingente di truppe, probabilmente per favorire finalmente un’intesa col nuovo pontefice. Ammaestrato dalla fallimentare esperienza del padre Corrado, il Barbarossa si mosse lungo i Balcani e raggiunse l’Anatolia, sede del sultanato di Iconia, dove affrontò e sconfisse i selgiuchidi locali, ma poi, mentre traversava un piccolo fiumiciattolo della zona, il Saleph, cadde in acqua e morì affogato, forse dell’armatura. a causa Ricorda Ibn del peso al-Athir: «Marciarono verso Antiochia, trovarono un fiume […] e vi si fermarono. Il re d’Alemagna vi entrò […] e vi annegò. Così Dio ci liberò del suo male». I suoi uomini, a quel punto, si sbandarono e solo un contingente continuò la marcia agli ordini del figlio Federico VI. Questi riuscì a condurli sino ad Acri, dopo aver sepolto le spoglie paterne nella chiesa di San Pietro ad Antiochia, ma poco dopo, durante l’assedio di San Giovanni d’Acri, anche Federico cadde e così i tedeschi superstiti confluirono nelle armate di Filippo di Francia e Riccardo Cuor di Leone. Costoro, infatti, accettato il saio crociato, erano frattanto partiti, nel 1190, per la Terrasanta. Clemente L’anno aveva precedente incaricato papa Guglielmo vescovo di Tiro di predicare la nuova crociata. Questi si mise d’impegno nel gravoso compito, e raccolse consensi soprattutto in Francia, come del resto spesso accadeva. Filippo Augusto era un sovrano capace, scettico e pragmatico, che difendeva le prerogative secolari del proprio potere, ma voleva mantenere buoni rapporti con le strutture ecclesiastiche, che rispettava, ma di cui controllava anche l’azione. Per favorire l’azione di Guglielmo, il re francese convocò a Gisors un incontro con i maggiorenti del regno, cui Guglielmo illustrò le condizioni della Terrasanta nuovamente in mani musulmane. Come sempre in questi casi la reazione emotiva fu travolgente, ma nel momento in cui la passione doveva cedere il passo all’azione molti entusiasmi sbollirono, soprattutto quando ai convenuti fu richiesto di mettere mano alla borsa. Quando però pareva che si fosse raggiunto un compromesso accettabile, il fronte cristiano si ruppe ancora, a causa della situazione inglese. Da tempo, infatti, i rapporti tra Enrico II d’Inghilterra e suo figlio Riccardo risultavano pessimi, tanto che si giunse a un vero e proprio conflitto tra i due, che non condusse però a un esito definitivo. Filippo aveva parteggiato per Riccardo, di cui era anche amico, e solo quando, nell’estate del 1189, Enrico morì, Riccardo venne incoronato re e la sorellastra di Filippo, Adele, fu indicata come sua fidanzata ufficiale, la situazione parve chiarirsi e la spedizione prese il via. Del contingente di Riccardo faceva parte anche l’arcivescovo di Canterbury, Baldovino, che era stato tra gli ispiratori del movimento crociato e si era particolarmente distinto durante le sue predicazioni nel Galles, dove aveva fatto ricorso ampiamente a messinscene teatrali per colpire l’uditorio. Come ricordava il funzionario regio Giraldo Cambrense, suo “complice”, tali artifici erano di grande effetto: Io stesso che ho scritto queste parole fui il primo ad alzarmi. Mi gettai ai piedi del sant’uomo e, con devozione, presi l’emblema della croce. Fu l’ammonizione pressante formulata poco tempo prima dal re a ispirarmi nel dare agli altri questo esempio, unita alla persuasione e alle promesse reiterate dell’arcivescovo e del giustiziere. […] Nel far questo fui di grande incoraggiamento agli altri e aggiunsi un incentivo a ciò che era appena stato detto loro. Le due armate si incontrarono a Vezelay, nel luglio 1190, e puntarono su Marsiglia, dove gli inglesi si imbarcarono, mentre i francesi preferirono farlo a Genova. Raggiunta Messina, gli eserciti vi svernarono e durante quei mesi di sosta i rapporti tra i due sovrani iniziarono a guastarsi. Tra fine marzo e i primi di aprile, le due armate presero il mare, ma mentre Filippo era davanti a Acri il 20 aprile, Riccardo deviò su Cipro, dove spodestò un despota locale, Isacco Comneno, e si impossessò dell’isola. Quindi, ai primi di giugno, raggiunse Filippo. Dopo un duro assedio, che assunse toni epici anche per la levatura dei suoi protagonisti, San Giovanni d’Acri (conosciuta anche come Tolemaide), cadde il 12 luglio. Fu un assedio durissimo, che si trasformò in leggenda presso i contemporanei e divorò un numero enorme di vite umane. Dopo due anni di combattimenti, per esempio, dei dodicimila crociati arrivati nell’autunno 1189 solo cento erano sopravvissuti. Così Ricardus, nell’Itinerarium peregrinorum et gesta regis Ricardi riporta la testimonianza di un anonimo crociato: I turchi erano una minaccia costante. Mentre i nostri sudavano scavando fossati, i turchi li infastidivano con interminabili azioni di disturbo, dall’alba al tramonto. Così, mentre una metà lavorava, l’altra metà doveva difenderla dagli attacchi turchi […] mentre l’aria era nera di una pioggia battente di dardi e frecce così numerosi da non poterli contare né stimare […] non pochi di loro morirono poco dopo per l’aria nauseante, inquinata dal puzzo dei cadaveri, consumati dalle notti di angoscia trascorse di guardia e sfiniti da altre privazioni e altri bisogni. Non c’era riposo, non c’era neppure il tempo per respirare. Terminato l’assedio, Filippo, che aveva perduto un occhio in quei mesi di combattimenti, in cui, tra l’altro, si era riacutizzata la rivalità tra i due sovrani, decise di tornare in Francia, dopo averne chiesto dispensa al pontefice. Riccardo dunque rimase a capo dell’armata cristiana, che comprendeva comunque un robusto contingente francese. Il suo esercito era forte e ben organizzato e la sua fama di soldato e comandante intatta, anche se offuscata da alcuni episodi meno nobili, come il massacro dei prigionieri musulmani dopo la presa di Acri, così descritto da Ibn Shadda’d, storico e studioso curdo dell’epoca: Quando il re d’Inghilterra vide che il sultano esitava a consegnare il denaro, i prigionieri e la Croce [presa ai crociati a Hattin, N.d.A.], si comportò in modo sleale verso i prigionieri musulmani […] Lui e tutti i soldati franchi, a piedi e a cavallo, si misero in marcia all’ora della preghiera pomeridiana di martedì 27 rajab [20 agosto]. Essi […] si portarono al centro della piana. I nemici poi portarono fuori i musulmani prigionieri per i quali Dio aveva decretato il martirio: erano circa tremila, legati con delle funi. Poi li caricarono come un solo uomo, e a pugnalate e a colpi di spada li uccisero a sangue freddo. Riccardo riuscì comunque a battere Saladino ad Arsuf e Giaffa, ma non a puntare verso l’interno perché dipendeva dai rifornimenti che giungevano via mare. Dopo alcuni mesi di inattività, passati dai cristiani soprattutto a Giaffa e nei suoi dintorni e stante l’impossibilità di raggiungere una vittoria definitiva, il Plantageneto e Saladino convennero di stipulare una tregua. In base a questa, i pellegrini cristiani avrebbero avuto libero accesso a Gerusalemme e ai luoghi santi, mentre i crociati sarebbero rimasti padroni di una fascia costiera compresa tra Tiro e Giaffa. Era sopravvivenza stata così di uno garantita stato la crociato d’Oriente, troppo debole tuttavia per costituire una reale minaccia per il Saladino, che risultava dunque il vero vincitore di quella terza crociata, che pure aveva evidenziato la sopravvivenza di uno “spirito crociato” in Europa che, opportunamente sensibilizzato e motivato, poteva ancora portare a grandi imprese. A quel punto, lasciati robusti presidi nei territori riconquistati, Riccardo poté imbarcarsi per l’Inghilterra ed entrare contemporaneamente nel mito. Era infatti un combattente leggendario, generoso e amante delle arti. Conteso dalle dame e dotato di spirito cavalleresco, aveva rivaleggiato con il suo avversario a questo proposito. Con una simile fama alle spalle, il suo stesso viaggio si trasformò in una sorta di odissea. Mentre attraversava l’Europa venne catturato dal duca d’Austria, da cui era diviso da antichi rancori e, per ottenerne la liberazione, i suoi sudditi dovettero pagare un oneroso riscatto, per il quale si tassarono senza risparmio, a dimostrazione dell’amore di cui godeva in patria. Di un simile personaggio si impadronirono presto i trovatori e la sua fama si mostrò vitale in letteratura fino a tempi a noi prossimi. Mentre Riccardo faceva vela per l’Inghilterra, il nuovo pontefice Celestino III dovette affrontare l’emergenza derivante dall’azione di Enrico VI, figlio del Barbarossa, che rivendicava la dote della moglie Costanza, marciando sul regno normanno del Mezzogiorno. Per non rimanerne stritolato, Celestino accettò di incoronarlo imperatore nel 1191, ma il conflitto tra i due poteri, sia pure latente, permase sino alla morte di Enrico nel 1196. Quando Celestino morì nel 1198, il suo successore Innocenzo III ebbe allora la possibilità di rafforzare posizione, profittando la propria della debolezza dell’impero, dove il figlio di Enrico, Federico, aveva solo quattro anni. I nobili guelfi e ghibellini, in Germania, avevano infatti nominato due candidati avversi: Filippo di Svevia e Ottone di Brunswick. Innocenzo scelse di appoggiare quest’ultimo e, sempre nell’ottica di una nuova politica di potere della Chiesa, decise di promuovere una nuova crociata che completasse l’opera iniziata dalla terza. Un eventuale buon esito di questa nuova impresa avrebbe infatti accresciuto sensibilmente il prestigio del papato. Emanata l’enciclica relativa, Innocenzo diede così il via a questa nuova spedizione, che però non parve suscitare grande entusiasmo in Europa. Anzitutto, bisogna considerare che gli echi dell’ultima crociata non si erano ancora spenti e due dei suoi protagonisti principali, Francia e Inghilterra, erano in quei mesi coinvolti in un conflitto che ne escludeva un possibile impegno comune. L’impero, proprio per la precarietà della sua situazione, non poteva certo aspirare alla guida dell’impresa, mentre le repubbliche marinare italiane traevano troppi vantaggi dalla situazione del momento in Medio Oriente per desiderare di spezzarne l’equilibrio. Né i resti dei regni cristiani crociati d’Oriente né la nuova dinastia musulmana al potere, quella Saladino degli ayyubidi, (morto nel discendenti 1193), di avevano interesse poi a interrompere il progressivo incremento di scambi commerciali seguito alla venuta di Riccardo Cuor di Leone. Il pontefice, nonostante questo, inviò nelle lande cristiane d’Europa un gruppo di predicatori di fama perché infiammassero le popolazioni locali e, tra essi, spiccava Folco di Neully. Era costui un personaggio controverso, dal passato turbolento, ma che, una volta redento, si era dato alla predicazione con risultati eclatanti. Il personaggio ricordava in qualche misura Pietro l’Eremita ed era dotato di un’eloquenza tale che si diceva derivasse da un’ispirazione divina. Come sempre gli si attribuivano diversi miracoli e, nonostante l’aspetto esteriore piuttosto volgare e per niente ascetico, godeva di un seguito enorme, soprattutto presso i ceti più umili. Folco fu attivo nelle corti e nei villaggi di Francia e riuscì comunque a raccogliere una buona quantità di offerte e sovvenzioni, oltre a molte adesioni più o meno spontanee. La sua predicazione, però, come quella di molti suoi simili, ottenne buoni risultati soprattutto tra l’aristocrazia di basso e medio lignaggio, poiché i sovrani europei, per i motivi già ricordati, rimasero abbastanza sordi a questa nuova “chiamata”. Tra i nomi di maggior prestigio annoverati dallo stato maggiore cristiano spiccavano quelli di Gualtieri e Giovanni di Brienne, Simone di Montfort, Goffredo di Villehardouin, Matteo di Montmorency e del conte Tibaldo di Champagne, che assunse la guida ufficiale della crociata. La sua morte, avvenuta all’improvviso nel 1201, impose però la sua sostituzione con il marchese del Monferrato, Bonifacio, mentre anche Baldovino di Fiandra aderiva all’impresa. Per dare organicità alla spedizione ed evitare il rischio di frammentazione, visto anche il numero non elevatissimo di aderenti, i comandanti cristiani avviarono trattative con la repubblica di Venezia del doge Enrico Dandolo. Questi dette la propria disponibilità a trasportare in Asia Minore circa venticinquemila uomini, tra fanti e cavalieri, oltre a curare la logistica, non certo trascurabile, di un simile evento, ma chiese ovviamente un rimborso adeguato. Le cronache dell’epoca parlano di una cifra enorme, attorno agli 85 000 marchi d’argento, e tuttavia i capi crociati, privi di alternative, accettarono. Va riconosciuto che il pontefice in prima persona fece di tutto, anche sul piano personale, per racimolare fondi sufficienti e la tradizione vuole che arrivasse a fondere arredi e vasellame di pregio del Vaticano per raggiungere lo scopo. Quando, in un modo o nell’altro, parve comunque che tutto fosse pronto, Folco di Neuilly, tra i maggiori artefici della crociata, morì all’improvviso. I suoi ultimi mesi erano stati avvelenati da alcune voci che lo avevano accusato di essersi impadronito di una parte dei fondi e a tale proposito Giacomo di Vitry, vescovo di Acri, aveva scritto: [Folco] cominciò ad ammassare grandi somme di denaro dalle elemosine dei fedeli che egli si era impegnato a corrispondere ai poveri che prendevano la croce, soldati e altri. Ma per via dell’avarizia o di altra motivazione meschina non fece questi pagamenti, e da allora in poi, per giudizio occulto di Dio, il potere e l’influenza della sua predicazione incontrarono un rapido declino. La sua ricchezza si accrebbe, ma la paura e il rispetto che aveva suscitato decaddero. Nell’immaginario collettivo, però, egli restò un santo e come tale venne ufficialmente celebrato. La grande spedizione si mise finalmente in moto e puntò su Venezia, che accolse con calore l’eterogenea e variopinta carovana. Qui però i problemi furono subito evidenti, perché Dandolo doveva ricevere almeno un anticipo per l’impegno veneziano, mentre le casse crociate erano praticamente vuote. Come rammentò infatti il doge in quell’occasione: Non appena i vostri messaggeri ebbero concluso il patto con me e con la mia gente, io ordinai per tutta la mia terra che nessun mercante partisse per i suoi commerci, ma aiutasse a preparare questa flotta; ed essi vi si sono impegnati completamente, né potranno più guadagnare nulla per un anno e mezzo. Il pragmatismo veneziano venne però a quel punto in aiuto e, per evitare che la spedizione abortisse, il marchese del Monferrato accettò la proposta di Dandolo, che chiedeva un appoggio per riconquistare Zara, presa a Venezia dal re d’Ungheria. In cambio la Serenissima avrebbe adempiuto agli impegni presi con Bonifacio. Questi non aveva molte alternative e così accettò. I problemi vennero però da Innocenzo, che temeva che il rinvio fosse deleterio per la crociata e soprattutto non voleva un conflitto tra potenze cristiane, come l’Ungheria. Dopo un primo anatema e chiarita la situazione, gli strali del papa ricaddero sulla sola città lagunare, ma Dandolo promise un appoggio anche militare alla spedizione e così i crociati misero l’assedio a Zara, che venne rapidamente conquistata, saccheggiata e sottoposta a giorni di violenze. Subito dopo, come se questo non bastasse, scoppiò un conflitto interno tra il contingente francese e i veneziani, che riempì di cadaveri le strade della città. Proprio in quel difficile frangente i crociati furono raggiunti da un’ambasceria di Alessio, figlio di Isacco II Angelo, già imperatore di Bisanzio e poi detronizzato dal fratello Alessio III. Costui richiedeva a Bonifacio l’appoggio cristiano per restituire alla propria famiglia il trono imperiale. In cambio, promise l’iperbolica cifra di 200 000 marchi d’argento, vitto e alloggio per l’armata e un futuro appoggio militare alla crociata, ma la cosa più allettante era certo rappresentata dalla promessa di sottomettere la Chiesa di Costantinopoli a Roma. Il Dandolo fu tentato dalle mirabolanti prospettive che questo accordo avrebbe aperto a Venezia e, a quel punto, l’interesse della Serenissima era divenuto l’interesse stesso della crociata. Quanto a Innocenzo, l’idea stessa della fine dello scisma e della sottomissione del patriarcato di Bisanzio finirono per convincerlo e così la spedizione partì nuovamente, anche se il pontefice, forse per uno scrupolo tardivo, così scrisse ai vescovi al seguito dell’armata, poco prima che la flotta levasse l’ancora: «Nessuno di voi dovrebbe vantarsi avventatamente di avere avuto il diritto di occupare o depredare la terra dei greci perché forse troppo poco obbediente alla diocesi apostolica e perché l’imperatore di Costantinopoli ha usurpato l’impero […] non è affar vostro giudicare i loro crimini». L’arrivo dell’imponente flotta crociata non impensierì inizialmente l’usurpatore bizantino, nonostante il suo esercito contasse solo su alcune migliaia di mercenari e su contingenti greci e pisani. La stessa flotta era del resto in parziale disarmo. Nonostante questo, però, la reazione dei greci al primo ultimatum di Dandolo e Bonifacio fu addirittura sprezzante e fu la guerra. Indubbiamente, il sistema difensivo di Costantinopoli, per gli standard dell’epoca, era imponente. Mura e torri apparivano inespugnabili e tutta la popolazione civile era stata in pratica mobilitata. Numerose erano poi le macchine da lancio poste sulle torri stesse e questo spiega il fallimento dei primi tentativi d’assalto dei crociati, che si conclusero anche con forti perdite. A quel punto, allora, il Dandolo decise di forzare le difese urbane dalla parte del mare, sfruttando la propria superiorità navale. I bizantini armarono quanto rimaneva della loro flotta, imbottendo molte navi del micidiale fuoco greco, e la lanciarono contro il nemico, ma il risultato stavolta fu deludente e la maggior parte del naviglio veneziano riuscì a sbarcare le proprie truppe. Visto il precipitare della situazione, a quel punto Alessio III decise di abbandonare la città, prima che fosse troppo tardi. I cortigiani rimasti, invece, preferirono liberare dalle segrete il vecchio imperatore Isacco II, rimettendolo sul trono e sperando così di evitare le possibili rappresaglie del figlio Alessio e dei suoi pericolosi protettori. I crociati infatti irruppero in città e il giovane Alessio venne incoronato coreggente, insieme al padre, nella basilica di Santa Sofia. Come era prevedibile, a quel punto il Dandolo e il marchese di Monferrato chiesero quanto era stato loro promesso. La situazione però era tutt’altro che facile. Le casse imperiali erano quasi vuote, la città era ridotta alla fame per l’assedio e anche l’imposizione di imposte straordinarie si dimostrò insufficiente. L’atmosfera in città era elettrica e presto scoppiarono incidenti tra i crociati e la popolazione civile. Durante gli scontri divampò anche un incendio devastante, che distrusse interi quartieri e gettò la capitale nella confusione e nel terrore. Questo alimentò un sordo rancore dell’elemento locale nei confronti degli occupanti e soprattutto di Alessio IV, cui non si perdonava in particolare la promessa di sottomissione della Chiesa greca a quella romana. Gli stessi rapporti tra Alessio e il padre Isacco si guastarono profondamente e così, come era prevedibile, scoppiò un’autentica sommossa popolare, che portò alla deposizione dei due coreggenti e alla morte di Alessio IV, seguita poco dopo da quella del padre. Venne eletto in loro vece Alessio V, cugino del deposto coreggente, che impose agli occupanti di lasciare immediatamente la città, senza ovviamente alcun compenso. La rabbia dei crociati si scatenò allora incontrollabile. Bisanzio venne presa d’assalto e rapidamente conquistata, quindi iniziò un sistematico saccheggio e fu fatta strage degli insorti e anche della inerme popolazione civile, mentre Alessio trovava scampo nella fuga. Santa Sofia fu oltraggiata e trasformata in un bivacco di soldataglia. Secondo lo storico Niceta Coniata i conquistatori cristiani si comportarono peggio dei saraceni. I monasteri furono violati, le monache stuprate e i monaci uccisi. Vennero razziate chiese e case aristocratiche, qualsiasi oggetto di valore fu depredato, ivi comprese le grandi opere della classicità. Soprattutto fiorì il mercato delle reliquie, presenti in grande quantità nella città. Ne venne prelevato un numero enorme, destinato alle chiese d’Europa e ai patrimoni dei nobili crociati. Quest’ultima perdita fu forse tra quelle che ferirono più profondamente i bizantini, legati a quei cimeli da un misto di devozione e superstizione. Sulle spoglie di quanto rimaneva dell’impero bizantino, i crociati crearono così un impero latino di Costantinopoli (detto anche “impero latino d’Oriente”), di cui fu nominato titolare Baldovino, conte di Fiandra. Venne imposto poi un patriarca latino in città, il veneziano Tommaso Morosini, cui rispondeva l’intero clero cattolico presente nella regione, mentre il patriarca ortodosso Giovanni seguì dapprima Alessio V in Tracia e poi si spostò a Nicea, alla corte di Teodoro I Lascaris. Dopo circa due settimane di sistematico saccheggio, i capi crociati ne ordinarono la fine e procedettero a una spartizione il più equa possibile dell’enorme bottino. Pensiamo solo ai quattro grandi cavalli bronzei che ancora oggi adornano la basilica di San Marco a Venezia. La Serenissima ottenne anche il controllo delle Cicladi, della Morea (Ellesponto), di Nasso, dell’Eubea, di Gallipoli e di altri possedimenti costieri e insulari dell’Egeo, nonché di un terzo della stessa Costantinopoli, mentre al regno di Francia toccarono Bitinia, Tracia, Tessalonica e Grecia. Bonifacio ottenne invece territori a oriente del Bosforo e l’isola di Candia che cedette poi a Venezia per una cospicua somma in oro. A quel punto, nonostante gli strascichi e i rancori che la divisione del bottino aveva lasciato, il legato pontificio che seguiva la spedizione, Pietro di San Marcello, sciolse i crociati superstiti dal voto a suo tempo pronunciato e questo aumentò l’irritazione del pontefice, già scandalizzato per le notizie delle violenze perpetrate a Costantinopoli e tuttavia impotente rispetto a quell’ennesimo fallimento dello spirito crociato. Queste nuove effimere potenze cristiane in Oriente erano destinate tuttavia a una breve fortuna. L’impero latino d’Oriente, diviso al suo interno e circondato dal rancore dell’elemento bizantino locale, sopravvisse infatti solo sino al 1261 e con esso scomparve la memoria di quella strana crociata. La crociata dei bambini In quell’atmosfera di grande fervore religioso che si era diffusa nell’intera Europa si verificarono anche episodi di follia collettiva che ai nostri occhi moderni sfiorano l’incredibile. A provocarli furono i fanatici predicatori che battevano ogni contrada per lanciare l’appello del papa. La loro predicazione galvanizzava le folle e spingeva uomini e donne ad abbandonare le rispettive famiglie per andare a combattere contro gli infedeli invasori del Santo Sepolcro. Il caso più clamoroso fu tuttavia quello che passerà alla storia come l’Expeditio infantium, la crociata dei bambini. Di questo evento molto è avvolto nella leggenda, ma è tuttavia possibile condensarlo in una versione abbastanza veritiera. Tutto cominciò nell’estate del 1212, in Francia e in Germania, per l’iniziativa di due fanciulli che non si conoscevano, che non si incontreranno mai, ma che si comportarono come fossero teleguidati. Il francese si chiamava Stefano e aveva dodici anni, il tedesco si chiamava Nicola e di anni ne aveva tredici. Così narrava un cronista, l’Anonimo di Laudon, probabile testimone dei fatti accaduti in Francia: «Nel mese di giugno del 1212 un bambino di nome Stephanus (Étienne in francese) del villaggio di Cloyes presso Vendôme, di mestiere pastore, diceva che il Signore, sotto la veste di un povero pellegrino, dopo aver ricevuto da lui del pane, gli aveva dato delle lettere da consegnare al re di Francia». Animati dalla stessa fede e dall’esaltazione salvifica diffusa dai predicatori, i due ragazzi si misero a propagandare una crociata tutta particolare in mezzo ai loro coetanei. Entrambi sostenevano di avere ricevuto in visione da Gesù il compito di liberare il Santo Sepolcro. Ma per realizzare questa missione, sostenevano i due piccoli predicatori (incoraggiati purtroppo dai frati), la crociata doveva essere composta solo di bambini i quali, essendo puri di cuore e mondi dal peccato, avrebbero goduto della protezione divina. Nulla quindi li avrebbe fermati in quanto, così dicevano i due fanciulli visionari, appena raggiunto il mare, questo si sarebbe aperto davanti a loro, come era accaduto a Mosè sulle rive del Mar Rosso, per consentire un facile e gratuito passagium verso la Terrasanta. Sempre l’Anonimo di Laudon narrava: «Da diverse parti delle Gallie si unirono a lui circa trentamila pastori della sua età. E per suo tramite il Signore operava molti miracoli presso Saint Denis, come molti hanno potuto attestare». Nicola e Stefano, raccontano le cronache del tempo, predicarono in molte città richiamando frotte di bambini che fuggivano da casa per affrontare la grande avventura come fossero affascinati dal pifferaio magico della nota favola che pare sia stata proprio ispirata da questo episodio. Un altro cronista coevo scriveva che, vedendoli passare «per le città o per le campagne abbandonavano i loro strumenti di lavoro o qualunque altro strumento avessero in mano in quel momento, per congiungersi a quelli che passavano». Stefano ebbe anche l’ardire di presentarsi davanti a Filippo, re di Francia, per esortarlo ad appoggiare la sua missione. Per la verità, il saggio sovrano, che aveva anche lui partecipato a una crociata insieme a Riccardo Cuor di Leone e ne conosceva i rischi, cercò di dissuaderlo, ma fu tutto inutile. I “crociatini” francesi si riunirono a Vendôme, da dove il folto corteo (i numeri variano, ma si trattava certamente di migliaia di unità) si avviò verso il mare salutato dalle folle fanatizzate, ma anche da tante madri piangenti cui erano stati strappati i figli. Più o meno nello stesso tempo, anche i “crociatini” tedeschi si mossero da Colonia con il medesimo obiettivo. Le cronache raccontano che la marcia dei due eserciti infantili, privi di armi, ma ricchi di croci e di stendardi, fu estremamente dura. I crociatini francesi attraversarono pianure e montagne vivendo di elemosine e lanciando l’ormai fatidico grido Deus le volt!. Lungo la strada, molti altri ragazzi si accodarono al seguito colmando i vuoti aperti dalle morti e dalle malattie, ma si unirono a loro anche malviventi di ogni risma che approfittarono della situazione per compiere rapine e saccheggi. Ovunque passasse l’Expeditio infantium, la gente si inginocchiava commossa. L’isterismo religioso dilagava. Stefano, il “piccolo profeta”, interamente vestito di bianco con una croce rossa sul petto, viaggiava su un carro circondato da venerazione e rispetto. Quando i ragazzi giunsero a Marsiglia, tuttavia, con loro grande sorpresa il mare non si aprì e l’entusiasmo che li animava si trasformò in disperazione. Il borgomastro della città, preoccupato per la presenza di quell’orda fanatica e famelica, non trovò di meglio che convincere due armatori senza scrupoli – dei quali conosciamo i nomi: Hugue Ferry e Guillaume de Paquère – a trasportarli gratis verso la loro immaginaria destinazione. Rianimati da questo “miracolo”, i crociatini salparono da Marsiglia, cantando le lodi del Signore, a bordo di sette navi. Ma li attendeva una sorte avversa: due navi affondarono davanti all’isola di San Pietro, in Sardegna, dove papa Gregorio IX farà costruire una chiesa per ricordare i piccoli martiri. Gli altri giunsero salvi in Egitto dove i due biechi armatori, dopo avere esautorato Stefano e i frati che erano al suo seguito, li fecero rinchiudere tutti quanti in un “bagno” per poi metterli sul mercato degli schiavi, che era allora un commercio legale nel mondo islamico. Narrano le cronache che settecento di questi ragazzi saranno liberati alcuni anni dopo per intercessione dell’imperatore Federico II. Andò invece un po’ meglio ai crociatini tedeschi. Giunti a Genova, dopo avere scavalcato le Alpi, molti di loro, visto che il mare non si apriva, accettarono delusi di fermarsi in questa città affidandosi ad alcune famiglie che si erano offerte di adottarli. (In seguito, molte dinastie genovesi pretenderanno di discendere da questi piccoli crociati.) Ogerio Pane, negli Annali genovesi, così descrive il loro arrivo: Di poi, nel mese di agosto, nel giorno di sabato, ottavo delle calende di settembre [25 agosto] entrò nella città di Genova un certo fanciullo teutonico, di nome Nicolao, a cagione di peregrinazione, e con esso una moltitudine grandissima di pellegrini che portavano croci, bordoni e scarselle, oltre settemila tra uomini e donne e fanciulli e fanciulle, a giudizio di uomo di senno, e nel dì seguente di domenica uscirono dalla città, ma molti uomini e donne e fanciulli e fanciulle di que numero rimasero in Genova. Nicola però non si arrese e proseguì imperterrito con i suoi seguaci più fedeli verso Roma, deciso a chiedere aiuto a papa Innocenzo III. Il papa accolse Nicola con paterna sollecitudine ma riuscì a convincerlo a rinunciare all’impresa. Un contingente abbastanza numeroso riuscì tuttavia a raggiungere Brindisi, ma qui, come ricorda un anonimo cronista tedesco: «Il vescovo del luogo, dopo aver svelato l’inganno, impedì loro di andare oltremare. Difatti essi erano stati venduti dal padre di Nikolaus agli infedeli e attratti in un maleficio dei demoni». In Germania comunque di “crociatini” ne tornarono assai pochi: la maggioranza fu falciata dalle malattie e dagli stenti sulla via del ritorno, mentre i più fortunati vennero adottati dalle famiglie di Roma, Bologna, Modena, Piacenza e di altre città attraversate durante la ritirata. «Anche molti dei bambini morirono, in quanto coloro che avevano generosamente dato ai bambini che andavano, nulla diedero a quelli che ritornarono.» Un altro cronista è ancora più crudo: «E così, ingannati e confusi, essi cominciarono a fare ritorno, e coloro che prima erano soliti attraversare le terre in gruppi ordinati e mai senza cantare, ora che facevano ritorno a uno a uno e in silenzio, scalzi e affamati, venivano irrisi da tutti perché molte vergini erano state stuprate e avevano perso il fiore della pudicizia». Solo Nicola, che aveva evidentemente la vocazione del crociato, rimase a Roma sotto la protezione papale. Più tardi partecipò infatti a una crociata e quindi rientrò sano e salvo in Germania. Narra la leggenda che, messo al corrente dei fatti, Federico II fece impiccare i due armatori scellerati e la stessa sorte avrebbe subito il padre di Nicola accusato di avere montato la testa del figlio e causato la morte di tanti innocenti. «Suo padre venne fatto morire a Colonia di mala morte», ricorda ancora il nostro anonimo cronista tedesco. Nel frattempo, dopo l’esito deludente della quarta crociata che, va ricordato, seguiva già la spedizione solo parzialmente positiva di Riccardo e Filippo Augusto, Innocenzo si dedicò più decisamente al rapporto con l’impero, dove la morte di Filippo di Svevia (fratello di Enrico VI) faceva pendere la bilancia a favore di Ottone di Brunswick, che il papa incoronò imperatore nel 1209. In quello stesso anno terminava la tutela a suo tempo stabilita da Innocenzo sul figlio minorenne di Enrico VI, Federico di Hohenstaufen, che lo stesso pontefice aveva circondato di uomini di sua fiducia per allontanare il più possibile il rischio che in quell’unico uomo si concentrassero la corona imperiale e quella del regno normanno del Mezzogiorno, antico incubo degli eredi di San Pietro. Per garantirsi l’elezione, Ottone aveva fornito a Innocenzo alcune garanzie, come la sovranità sull’esarcato, la pentapoli, la marca di Ancona, il ducato di Spoleto e il marchesato di Toscana, oltre a una sorta di giuspatronato sul regno di Sicilia. Pochi mesi dopo la sua nomina però, con un improvviso voltafaccia, lo stesso Ottone era entrato con le sue truppe nei territori un tempo appartenuti a Matilde di Canossa e ora attribuiti allo stato pontificio. Innocenzo se ne adirò moltissimo e prese immediatamente Anzitutto provvedimento due scomunicò sempre contromisure. Ottone, gravido di conseguenze per un regnante, quindi, mentre l’imperatore si spingeva con le sue truppe anche normanno, all’interno del regno decise di opporgli, come possibile candidato alla corona imperiale, proprio il suo Quest’ultima ex pupillo mossa Federico. risultava potenzialmente pericolosa, per gli stessi motivi che avevano spinto il papa a neutralizzare l’Hohenstaufen anni prima, ma sul momento si dimostrò vincente. Lo scomunicato Ottone infatti si trovò isolato e, a Norimberga, alcuni feudatari tedeschi si riunirono per ufficializzare la scelta di Federico come candidato all’impero. L’imperatore, allora, ritornò precipitosamente in Germania con le sue truppe, ma anche il suo rivale, che in quei mesi si trovava a Palermo, partì per la stessa destinazione, facendo però sosta a Roma, nell’aprile 1212, dove prestò giuramento al pontefice, per garantirgli quanto già Ottone aveva promesso e poi tradito, oltre all’impegno solenne di tenere sempre separate le corone dell’impero e di Sicilia. Innocenzo fu allora prodigo di appoggi e sovvenzioni per il giovane re, che ripartì per la Germania dove, a Magonza, ricevette la corona imperiale. Subito dopo pronunciò un’ulteriore solenne promessa, quella cioè di indire una nuova crociata per liberare il Santo Sepolcro. Alcuni mesi dopo, a Bouvines, le forze congiunte di Ottone e di suo zio, il re d’Inghilterra Giovanni Senza Terra, vennero sconfitte da Filippo Augusto di Francia, alleato di Federico, e questo segnò la sorte del duca di Brunswick, che l’anno successivo abdicò e si ritirò a vita privata. Nel luglio 1215, Federico venne così ufficialmente e solennemente incoronato imperatore nella cattedrale di Aquisgrana. Ottenuta quest’ultima importante vittoria politica, papa Innocenzo III calò nella tomba nel luglio 1216 e i cardinali scelsero come successore l’anziano Onorio III, già tutore dello stesso Federico. Era un pontefice meno “politico” di Innocenzo, ma certo più “spirituale” e quindi uno dei suoi primi impegni fu quello di ricordare al giovane imperatore l’impegno preso per una crociata in Terrasanta. l’Hohenstaufen era Tuttavia impegnato a stabilizzare il suo potere e così Onorio dovette limitarsi a ratificare la sua nomina, incoronandolo ufficialmente a Roma nel 1220. L’imperatore, comunque, volle ribadire il suo solenne impegno alla crociata, così come quello contro gli eretici, e così Onorio, che era coinvolto in prima persona anche in quest’ultima impresa, per il momento si accontentò. Tra i lasciti politici di Innocenzo infatti vi era stata anche una nuova crociata, quella contro gli eretici catari o albigesi. Costoro erano nati nel XI secolo e si erano diffusi nei due secoli successivi soprattutto nei Balcani, dove avevano mutuato molto dai bogomili della Bulgaria e della Grecia, a loro volta ispirati dai pauliciani della Tracia, poi in Italia settentrionale e soprattutto in Francia, dove i signori di Provenza e il conte di Tolosa avevano permesso la loro attività nei propri territori. Proprio dalla Linguadoca e dalla regione di Albi derivava infatti uno dei loro appellativi. Il rigore dei costumi e il pauperismo predicato dai catari inizialmente non fu visto con particolare ostilità dall’autorità ecclesiastica e neppure dalla corona francese. Lo stesso Innocenzo provò a combattere il fenomeno sul piano dottrinale, inviando in Provenza, tra gli altri, Domenico de Guzman, fondatore dell’ordine domenicano, per esercitare opera di proselitismo cattolico. L’impresa si dimostrò però subito difficile e l’assassinio di Pietro di Castelnovo, inviato cistercense del pontefice, fece precipitare la situazione. Innocenzo, infatti, si rivolse a quel punto allo stesso Filippo Augusto per invitarlo a una vera e propria crociata contro questi eretici. Era la prima volta che una crociata veniva concepita contro dei cristiani e non contro infedeli o pagani. All’inizio, però, la corona francese si tenne lontana dall’iniziativa, che invece accolse numerose adesioni, soprattutto tra l’aristocrazia della Francia settentrionale, un allettata prospettiva di ricco nell’opulento mezzogiorno del dalla bottino paese. Raimondo di Tolosa venne scomunicato e papa Innocenzo III indisse ufficialmente la crociata nel 1209, destinata a durare ufficialmente più di vent’anni e a devastare i ricchi territori del Sud della Francia. Inizialmente però la maggior parte dell’aristocrazia franca e soprattutto dei milites reagì in modo piuttosto tiepido alle esortazioni papali, tanto che, ricorda Pietro di Vaux de Cernay: I legati papali, consapevoli del fatto che la maggior parte dei crociati mostravano nei confronti della campagna un entusiasmo piuttosto tiepido ed erano sempre ansiosi di tornare a casa, dissero chiaramente che l’indulgenza promessa dal papa ai crociati non sarebbe stata concessa a nessuno che non avesse completato almeno un periodo di quaranta giorni al servizio di Gesù Cristo. Corsero comunque fiumi di sangue e, alla morte di Filippo Augusto, anche i suoi successori vennero coinvolti nello scontro, grazie soprattutto all’opera di Onorio III. I catari si difesero disperatamente, ma alla fine l’eresia risultò debellata, anche se numerosi focolai sopravvissero in Francia e in Italia. Oltre a Innocenzo, anche i suoi successori furono quindi interessati in varia misura a questa sanguinosa impresa e questo spiega anche come l’impegno solenne di Federico contro ogni eresia avesse avuto tanta presa su Onorio che, dal canto suo, dovette gestire anche la nuova spedizione in Terrasanta: la quinta crociata. L’origine di questa nuova spedizione andava cercata proprio nella promessa a suo tempo espressa da Federico II a papa Innocenzo, ma fu Onorio a stabilire una data precisa per l’inizio dell’impresa, quando ancora gli echi dei fallimenti della quarta crociata non si erano del tutto spenti. La predicazione in Francia stavolta non dette gli esiti sperati, mentre migliore accoglienza ebbe il messaggio in Germania, Austria e Ungheria. Non a caso comandanti vennero nominati Andrea II re di Ungheria, Giovanni di Brienne, marito dell’erede al trono di Gerusalemme, Maria di Monferrato, e Leopoldo VI duca d’Austria. Utilizzando ancora una volta la flotta veneziana, il grosso dei crociati sbarcò ad Acri nell’autunno 1217. Dopo un esordio poco fortunato affrontando il sultano alAdil I, Andrea II, scoraggiato e preoccupato per le perdite subite, decise di abbandonare l’impresa, ma Giovanni di Brienne, ricevuti rinforzi dall’Europa consigliò di puntare a sorpresa sull’Egitto, dove contava di acquisire posizioni utili a puntare poi su Gerusalemme. L’idea era buona, anche perché accompagnata da un’alleanza con i selgiuchidi di Anatolia che, preoccupati dalla potenza degli ayyubbidi, volevano ridimensionarne la portata. Giovanni così si presentò all’improvviso di fronte a Damietta, in Egitto, e, favorito anche dall’improvvisa morte di al-Adil, riuscì a espugnare buona parte della fortezza. Due tentativi del nuovo sultano alMalik al-Kamil per scalzarlo dalle posizioni conquistate fallirono, fino a che le truppe crociate non riuscirono a conquistare del tutto la città. A quel punto gli ayyubidi, preoccupati, proposero di cedere Gerusalemme e altri territori palestinesi in cambio della partenza dei cristiani, ipotesi ben accetta a Giovanni di Brienne, ma rifiutata dal cardinale Pelagio di Santa Lucia, legato papale, che aveva raggiunto i crociati e se ne era investito capo supremo. Fu in quel contesto che Francesco d’Assisi, con alcuni compagni, e in particolare con frate Illuminato, raggiunse il campo crociato e riuscì a farsi poi ricevere dal sultano, con cui ebbe un colloquio, per poi ripartire alla volta dell’Italia. Secondo Tommaso da Celano, religioso e scrittore del XIII secolo, autore di due Vite di San Francesco: I soldati musulmani che lo accompagnavano dal sultano lo avrebbero coperto d’insulti e di percosse, il gran signore, invece, lo avrebbe accolto affabilmente e gli avrebbe offerto molti doni cercando di trattenerlo presso di sé, egli se ne sarebbe però andato una volta resosi conto che il cuore del sovrano infedele non era pronto alla conversione. Per Franco Cardini, storico attento e certo più obiettivo, invece, confrontando tutte le versioni dell’accaduto con quel che sappiamo dei costumi del tempo, dell’indole mite e liberale di alKamil e del momento di moderata distensione nel quale sarebbe avvenuto l’episodio, si sarebbe portati a giudicare verosimile che Francesco sia stato accolto dai musulmani e forse anche senza troppi spintoni: era inerme e abbastanza lacero e sporco da apparire un pazzo, e l’Islam condivideva con la cristianità tradizionale il rispetto per i folli […] Insomma, può sembrare sensato ritenere, visto che tante fonti lo attestano, che il sultano gli abbia davvero accordato udienza e che – una volta ospitato sotto la sua tenda – si sia comportato come l’Islam vuole che ci si comporti con gli ospiti: lo abbia protetto, ascoltato con benevolenza, nutrito, gli abbia offerto dei doni. Nel frattempo i dissidi all’interno di Damietta si erano fatti stridenti, tanto che il Brienne, esasperato, abbandonò l’impresa. Pelagio allora rialzò la posta, rifiutando ulteriori trattative con al-Kamil e, forse contando su possibili rinforzi da parte di Federico II, progettò addirittura di spingersi ancora in avanti. Per questo richiamò in servizio Giovanni di Brienne e, ricevuti alcuni nuovi contingenti, si lanciò su Mansura, ma qui venne affrontato e intrappolato dalle truppe di al-Kamil che avevano invece, loro sì, ricevuto cospicui rinforzi. Disfatti e catturati, i crociati dovettero negoziare la loro liberazione e la posta fu una sola: Damietta. Di questo ennesimo fallimento, invece di Pelagio, fu incolpato Federico II, considerato inadempiente alla sua promessa e quasi obbligato, a quel punto, a promettere solennemente una nuova spedizione. L’imperatore in realtà era stato impegnato in quei mesi da una nuova ribellione dei comuni del Nord Italia e da disordini in Germania, ma si rese conto che un nuovo differimento degli impegni sarebbe stato insostenibile. Per vincolarlo ancora più al progetto, Onorio gli propose infatti il matrimonio con Jolanda di Brienne, erede al trono di Gerusalemme, che fu celebrato nel novembre 1225. A quel punto, per nuove difficoltà intercorse, Federico chiese di posticipare la partenza al 1227. Proroga che gli venne concessa, ma con la minaccia di una scomunica in caso di ulteriore dilazione. Nel marzo 1227 però Onorio morì e gli succedette Gregorio IX. Stavolta Federico adunò i suoi uomini a Brindisi e salpò, ma una violenta epidemia iniziò a decimare le truppe e contagiò lo stesso imperatore, costringendolo a uno scalo tecnico a Otranto. Avvisato il pontefice di quanto accaduto, ricevette poco dopo la notizia che questi, esasperato, lo aveva scomunicato. Gregorio lo accusava di empietà, spergiuro e tradimento e, come sempre, sciolse i suoi sudditi dal vincolo di fedeltà. Federico era indubbiamente un sovrano fuori dal comune, ma capì che non era il caso di forzare troppo la mano e così, prima che la situazione degenerasse, decise comunque di partire per la sesta crociata. L’accoglienza in Terrasanta, dove era stato preceduto dalla notizia della scomunica, non fu certo esaltante, tanto che preferì prendere contatti diretti con il suo potenziale avversario, il sultano alKamil, per trattare un possibile accordo. I contatti, avvenuti attraverso mediatori, si svilupparono sempre più frequenti e intensi. Va infatti ricordato che Federico era cresciuto in un ambiente profondamente intriso di cultura araba e l’arabo era una lingua che, tra l’altro, parlava correntemente. Tra questi due uomini che non si conoscevano, ma stavano imparando a stimarsi, si stabilì così uno stretto vincolo di amicizia che sfociò in un vero e proprio accordo diplomatico. In base a esso e senza versare una goccia di sangue Federico ottenne ciò che era stato negato ai suoi predecessori. Il trattato di Giaffa dell’11 febbraio 1229 stabilì infatti che Gerusalemme sarebbe stata consegnata all’imperatore, che ne diveniva sovrano, mentre il Santo Sepolcro tornava ai cristiani, che però avrebbero rispettato la libertà di culto nelle moschee di Omar e AlAqsa. Ai cristiani sarebbero andate anche Betlemme, Nazareth e altre località minori. Lo stesso Federico, a trattato stipulato, ebbe a commentare: «Se io non avessi dovuto temere la perdita del mio prestigio presso i franchi, non avrei mai preteso tali patti dal sultano». Durante una sua visita alla Città Santa, in occasione degli incontri preliminari all’accordo, lo storico e studioso arabo del XIII secolo Sibt ibn al-Giawzi, così riportava la descrizione fatta dell’imperatore: «Era di pel rosso, calvo, miope: fosse stato uno schiavo, non sarebbe valso duecento dirham». Era un successo senza pari e che ancora oggi funge da modello per ogni tentativo di rapporto diplomatico tra mondo musulmano e cristiano. Vi erano però precisi limiti, che presto sarebbero drammaticamente emersi. Anzitutto la condizione di scomunicato in cui versava Federico privò di valore molti suoi atti, compresa l’incoronazione a re di Gerusalemme. Veniva poi rimproverato all’Hohenstaufen proprio l’esito incruento della spedizione, ritenuto deludente dal pontefice, che avrebbe voluto anzitutto una strage di infedeli. Infine, da parte musulmana, il trattato impegnava il solo alMalik al-Kamil e infatti, alla sua morte, esso sarebbe stato rimesso in discussione. Rientrato in Puglia, nella primavera del 1229 l’imperatore tentò un abboccamento col pontefice che però, per tutta risposta, avviò azioni militari nel regno normanno. A quel punto Federico stesso ruppe gli indugi e invase lo stato della Chiesa, mettendo alle strette Gregorio IX, che alla fine fu costretto ad accettare un accordo: il trattato di San Germano del 1230, con il quale venne concesso il perdono ai comuni italiani del Nord e ripristinati i diritti pontifici sulle terre dell’Italia centrale, un tempo infeudate al papa. In cambio, poco dopo, venne revocata la scomunica all’Hohenstaufen. Pochi anni dopo, mentre alcuni eredi di al-Malik, rotto il trattato, riprendevano Gerusalemme che, del resto, da tempo era stata privata delle mura ed era quindi indifendibile, Federico affrontava pesanti difficoltà politiche e personali, come la ribellione del figlio Enrico e una nuova rivolta dei comuni, alimentata dal papato. Nel 1237 a Cortenuova l’imperatore colse una sanguinosa rivincita alla sconfitta di Legnano, subita da suo nonno, e molte città italiane vennero a patti, tranne Milano, Brescia e poche altre. Un tentativo di assedio tedesco di Brescia però fallì e questo complicò la situazione, tanto che Gregorio, due anni dopo, scomunicò nuovamente l’imperatore. Questi reagì duramente, dapprima rivalendosi sul clero presente nei suoi possedimenti, che venne epurato, e quindi invadendo ancora una volta gli stati della Chiesa e giungendo sino alle porte di Roma. Indubbiamente il prestigio di cui godeva nella cristianità aveva in parte spuntato la stessa arma della scomunica e così Gregorio dovette indire un concilio in Roma per proporre addirittura di deporre l’imperatore. Molti dei cardinali diretti nella Città Santa vennero però intercettati dalle forze imperiali mentre erano imbarcati sulle navi genovesi che li riconducevano in patria, e finirono nelle segrete imperiali. Quest’ultimo colpo al suo prestigio fu fatale al pontefice e Gregorio morì nell’agosto 1241. Gli fu dato un successore nella figura di Celestino IV, che però morì a sua volta pochi giorni dopo, e fu l’anarchia. I cardinali rimasti a Roma infatti non riuscirono neppure a riunirsi per valutare una linea politica ed eleggere un nuovo pontefice. Federico però, pur vincitore, non entrò nella città e ritornò in Puglia, dopo aver ammonito i porporati a scegliere un uomo a lui gradito, che fu il genovese Sinibaldo Fieschi, Innocenzo IV, che avviò subito trattative con l’imperatore. A causa di alcuni rovesci militari imperiali però il nuovo papa si trovò in una posizione di forza, che allontanò un possibile accordo tra i due. A Federico premeva soprattutto la revoca della scomunica e così assunse una posizione minacciosa, che indusse Innocenzo a fuggire dapprima a Genova e poi a Lione. Qui indisse un nuovo concilio (1245), con l’intenzione di deporre Federico. Questi replicò dando in buona sostanza dell’eretico al papa, che a sua volta lo accusava di dispotismo. Fu un crescendo di azioni e provocazioni reciproche, sino a che Innocenzo bandì una vera e propria crociata contro il rivale, definito “nemico del Crocifisso”. Stavolta era troppo e Federico comprese che era il momento di tentare una riappacificazione, ma il pontefice rifiutò, sentendosi in vantaggio, e in effetti rivolte iniziarono a scoppiare nei possedimenti imperiali, in Sicilia e in Germania. Le truppe di Federico dovettero così correre dappertutto per cercare di spegnere gli incendi che si accendevano qua e là e in alcuni casi subirono anche pesanti sconfitte, come a Parma nel 1248. L’amato figlio Enzo venne addirittura catturato dai bolognesi e finì i suoi giorni loro prigioniero. Questa serie impressionante di rovesci e di dolori personali finirono col piegare anche la sua forte fibra e così l’imperatore morì, a soli 56 anni, nei pressi di Lucera, in Puglia. Con lui scompariva quello che, a ragione, venne definito stupor mundi e che, nell’ottica dei rapporti tra Islam e cristianesimo, rappresentò una sintesi irripetibile, dove la complessa cultura, imbevuta di elementi musulmani e cristiani, parve poter concretizzare un nuovo ideale umano e un nuovo tipo di monarca, a cavallo di due mondi e di due religioni. Un ideale che purtroppo rimase un modello incompiuto e un esempio unico. In Medio Oriente intanto, la morte del sultano al-Kamil, aveva dato vita a uno scontro tra gli eredi, che aveva visto la vittoria finale di al-Salih Ayyub, figlio del defunto, il quale aveva avuto la meglio grazie all’appoggio dei corasmi (abitanti dell’attuale Uzbekistan), in fuga di fronte all’avanzata delle orde mongole di Gengis Khan, e dei mamelucchi. Questo composito esercito gli aveva permesso di reprimere la dissidenza interna in Siria e di riprendere i territori già concessi a Federico II da suo padre. La stessa Gerusalemme era stata occupata e la sua parte cristiana era stata saccheggiata, mentre decine di migliaia di cristiani erano stati massacrati. Durante il concilio di Lione del 1245, oltre alla scomunica di Federico, si era discusso anche della preoccupante avanzata mongola e delle efferatezze verificatesi in Terrasanta. Fu allora che papa Innocenzo bandì una nuova crociata – la settima – che però venne appaltata al solo re di Francia, Luigi IX, poiché l’imperatore era all’epoca ancora scomunicato. Luigi era un sovrano pio e morigerato, da poco reduce da una grave malattia che lo aveva condotto in punto di morte. Miracolosamente guarito e convinto che il miracolo fosse avvenuto per intercessione divina, egli accettò con entusiasmo l’incarico papale. profondamente Era convinto un mistico, della sua missione, ma doveva fare i conti con una nobiltà francese molto più disincantata e poco intenzionata a farsi coinvolgere in un’impresa che già in passato si era risolta in un’emorragia di uomini e mezzi con vantaggi tutto sommato minimi. Secondo una leggenda popolare allora il re ricorse a uno stratagemma per ottenere il suo scopo e un giorno, al calar delle tenebre, convocò i conti, i baroni e i pari del regno nella sua cappella privata, consegnando a ognuno un mantello di seta. La cerimonia si svolse quasi completamente al buio perché il re aveva fatto spegnere quasi tutti i ceri. Quando ordinò di riaccenderli, i nobili capirono di essere stati giocati perché quel mantello, indossato in luogo consacrato, altro non era che il saio crociato. Se non volevano essere scomunicati, ora dovevano partire per Gerusalemme. A quel punto Luigi iniziò a organizzare la spedizione, di cui curò attentamente il finanziamento, il supporto logistico e il trasporto. Così nell’agosto del 1248, dai venti ai venticinquemila uomini si imbarcarono dal porto francese di AiguesMortes, mentre la madre di Luigi, Bianca di Castiglia rimaneva a reggere il trono in patria. A parte Carlo d’Angiò e pochi altri, l’armata cristiana non contava nomi di grande prestigio. Dopo una sosta di circa sei mesi a Cipro, il re sbarcò all’inizio dell’estate 1249 di fronte a Damietta, sul delta del Nilo, e, presa la città, vi stabilì i quartieri per l’esercito. Qui però i crociati, causa le pessime condizioni igieniche, cominciarono a essere decimati da epidemie di dissenteria, scorbuto e tifo, mentre anche i vincoli di disciplina e organizzazione interna cominciavano ad allentarsi. La stessa autorità regale ne risultò minata. Così, dopo alcuni mesi, Luigi decise di avanzare verso il Cairo e mise l’assedio alla fortezza di Mansura, che però resistette accanitamente. In una lettera indirizzata al sultano d’Egitto, così si esprimeva il sovrano: Tu non ignori che io sono il Capo della comunità cristiana, come io riconosco che tu sei quello della comunità maomettana […] Se codesto paese resterà a me, sarà un dono venutomi nelle mani, se resterà a te, con la vittoria su di me, tu potrai esercitare su di me tutto il tuo potere. Io ti ho informato e messo in guardia da eserciti a me obbedienti e riempienti il monte e il piano, numerosi come i ciotoli della terra, e lanciati contro di te con le spade del Destino. Mentre assediava la città, l’armata cristiana venne però investita dai rinforzi ayyubidi, guidati da Fakhr ad-Din, che la circondarono e, nello scontro che ne seguì, catturarono lo stesso sovrano e diverse migliaia di cristiani, mentre i resti dell’esercito si ritiravano verso la costa. La prigionia di Luigi non fu troppo dura e anzi, stremato dalla dissenteria, venne curato dallo stesso medico personale del sultano. Dopo alcuni mesi, la regina Margherita, che aveva seguito il marito nell’impresa e gli aveva appena dato un figlio, riuscì a riscattare il re al prezzo di ben 800 000 bisanti d’oro. Questi, con gli uomini superstiti, poté così reimbarcarsi per Tolemaide, dove continuò a curarsi delle malattie che lo tormentavano. Tornato in forze, fu informato che la madre era morta ed era necessario il suo ritorno in patria. Nell’estate del 1254, sbarcò sulla costa francese, ma non dimenticò mai i suoi uomini lasciati di presidio in Palestina o a languire nelle carceri musulmane. Si mise allora a organizzare quella che sarebbe passata alla storia come l’ultima crociata in Terrasanta e vi si impegnò per tredici anni. Nel marzo 1267, finalmente annunciò ufficialmente l’ottava crociata, ma si accorse presto che l’entusiasmo attorno a lui e in tutta Europa era decisamente scarso. Lutti e perdite dell’ultima spedizione rappresentavano un ricordo ancora troppo vivo, soprattutto tra i pochi fortunati che erano riusciti a tornare dalla Terrasanta al suo seguito. Papa Clemente IV benedisse ovviamente la nobile impresa, ma perfino la regina Margherita, che pure lo aveva seguito quindici anni prima, stavolta preferì restare in Francia e, tra i nomi di spicco dell’aristocrazia europea, il solo fratello Carlo d’Angiò risultò ancora presente. Come era d’uso in simili casi, il re e tutti coloro che si apprestavano alla partenza fecero testamento e quindi, nel luglio 1270, la flotta crociata fece vela per il Nordafrica, partendo da Marsiglia e Aigues-Mortes. L’obiettivo era stavolta la Tunisia, che venne raggiunta dopo alcune settimane e dove il grosso degli uomini di Luigi sbarcò nei pressi di Cartagine, che venne conquistata abbastanza rapidamente. Poco dopo i crociati iniziarono l’assedio di Tunisi, in attesa di ricevere i rinforzi guidati da Carlo d’Angiò. Negli anni precedenti però i mamelucchi avevano preso il potere in Egitto e, nel 1260, avevano addirittura bloccato l’avanzata mongola ad Ain Jalud. Costoro avevano anche limitato la presenza cristiana a poche roccaforti costiere e questo ridusse molto le possibilità del re francese di ricevere supporto nella regione. L’assedio della città si mostrò problematico e presto le consuete epidemie, soprattutto peste e dissenteria, scoppiate nel campo crociato, iniziarono a decimare le truppe cristiane, che si trovarono in difficoltà nonostante l’arrivo dei rinforzi dell’Angiò. Anche il secondogenito del re, Tristano, cadde vittima di esse e, pochi giorni dopo, fu la volta del re, che morì, già in odore di santità, il 25 agosto. Carlo continuò le operazioni per alcuni mesi, sino a che, a fine ottobre, stipulò un trattato con il locale emiro, in base al quale ricevette un congruo indennizzo, la garanzia di incolumità per i cristiani in Terrasanta e viceversa, il possesso delle isole di Malta e Pantelleria e infine lo scambio dei rispettivi prigionieri. Carlo allora prese la via di casa, ma una tempesta colse la flotta cristiana al largo della Sicilia, affondando molte navi. Con quest’ultimo sfortunato episodio si concludeva la fase offensiva delle crociate cristiane in Terrasanta, ma l’ultimo capitolo della presenza cristiana nella regione venne scritto alcuni anni dopo. Nel 1281 infatti, dopo un nuovo tentativo mongolo di espandersi in direzione dell’Egitto, che parve trovare una sponda diplomatica in alcuni dei rimanenti regni cristiani crociati d’Oriente, il sultano Qalawun batté definitivamente a Homs i discendenti di Gengis Khan e decise anche di chiudere i conti con le realtà cristiane del territorio. Una dopo l’altra caddero così in sue mani Laodicea (1287) e Tripoli (1289). Due anni dopo venne infine l’ora di San Giovanni d’Acri. A seguito di alcuni incidenti verificatisi nella città a danno di cittadini musulmani, il figlio di Qalawun, alAshraf, ebbe il pretesto per lanciare il suo esercito su di essa. Difesa anche dai templari, la piazzaforte resistette con coraggio per più di quaranta giorni, fino a che, il 18 maggio, la citta cadde e, circa dieci giorni dopo, anche la cittadella, dove si erano asserragliati gli ultimi difensori. Migliaia di combattenti morirono nelle operazioni d’assedio e, alla resa dei difensori, vi fu un vero e proprio massacro di civili che coinvolse anche il patriarca latino del regno e tutti coloro che non fecero in tempo a porsi in salvo sulle navi. Nei mesi successivi analoga sorte toccò alle ultime città ancora in mano cristiana e così caddero Tiro, Sidone e Beirut, spesso senza combattere. Il titolo, ormai solo nominale, di sovrani di Gerusalemme passò a quel punto alla dinastia dei Lusignano di Cipro. Con la partenza degli ultimi templari dalle coste del Nordafrica l’epopea crociata poté definirsi allora definitivamente chiusa. Eppure quei secoli di forzato contatto e involontaria profonde coabitazione tracce. lasciarono All’Occidente si spalancarono le porte di un mondo nuovo. I pellegrinaggi e gli scambi commerciali si fecero decisamente più intensi e sulle navi e nelle carovane non viaggiarono solo merci più o meno esotiche, ma anche e soprattutto idee. La lingua, la scienza, la letteratura e le arti tutte del Vecchio Continente vennero arricchite dal patrimonio di conoscenze, spesso a loro volta mutuate dalla grande tradizione classica antica, che la civiltà araba e musulmana in generale aveva coltivato e sviluppato nei secoli precedenti. Fu anche grazie a questi rapporti, che furono di penna e di panno quanto di spada, che il Medioevo europeo accese una prima fiamma che avrebbe presto generato la luce del suo Rinascimento. La dolce vita dell’Outremer Le crociate comunque avevano modificato la geografia dell’epoca. I crociati con i loro eserciti avevano occupato quasi tutta la costa del Mediterraneo orientale, avevano creato dei piccoli feudi cristiani dando vita a un nuovo stato federale collegato in qualche modo con Roma, che veniva definito Outremer, con capitale Gerusalemme. La lingua più diffusa era la lingua “franca”, nata all’inizio del XII secolo e diffusa soprattutto nelle città, frutto di una combinazione di lingue diverse. La lingua politica e ufficiale dei nuovi regni rimase tuttavia occidentale e così le cronache cristiane dell’epoca ci mostrano una società piuttosto rigida e isolata dall’elemento locale, mentre le cronache arabe forniscono “integrazionista”, un’immagine dove più l’elemento occidentale appare solo una componente di una società multiculturale. Dopo la conquista di Gerusalemme e la fondazione dell’omonimo regno crociato, i primi crociati e i loro discendenti avevano dato vita a una società eurasiatica che aveva raggiunto alti livelli di civiltà che andranno poi in parte perduti dopo la riconquista islamica. In questa società ricalcata sui modelli europei, principi e cavalieri avevano un’alta coscienza di classe e si vantavano di possedere il sangue più antico fra tutte le corti europee, quello dei re merovingi, i cui discendenti avevano costituito l’élite della prima crociata. In questa nuova società coesistevano aristocratici animati da un sincero slancio spirituale, avventurieri alla ricerca di un loro “posto al sole”, mercanti protesi verso nuove rotte commerciali, religiosi, mercenari, coloni desiderosi di nuova terra da coltivare e, soprattutto, pellegrini. Il fenomeno del pellegrinaggio fu infatti uno dei motivi stessi all’origine del fenomeno crociato, come in parte già visto in precedenza. Sui pellegrini si fondò a lungo l’economia stessa di buona parte dei regni cristiani crociati d’Oriente, attraverso i tributi che essi versavano nei porti di sbarco, le spese di soggiorno e anche il fiorente mercato delle reliquie. Di fronte al Santo Sepolcro correva Rue de Paumiers, via dei Palmieri, dove i pellegrini acquistavano i rami di palma da mostrare a riprova del voto compiuto (risparmiandosi il viaggio fino a Gerico, dove le palme crescevano). Già alla metà del XII secolo, Rorgo Fetel di Nazareth, un franco del luogo (come erano chiamati i coloni occidentali sia dalle comunità autoctone che da quelle immigrate) aveva scritto una comoda guida ai luoghi sacri, che era stata meticolosamente compilata a partire dal 1099. Nelle corti si parlava il dolce francese dell’Outremer e i cavalieri si dedicavano alle giostre e ai tornei, mentre le dame leggevano avidamente i prediletti romances che arrivavano dall’Europa. Questa “dolce vita” durò un paio di secoli, inframmezzata, come si è detto, dalle guerre con gli arabi irriducibili che continuavano a cavalcare lungo i confini del regno, peraltro ben difesi dai monaci guerrieri dell’ordine dei templari e degli ospitalieri, che costituivano una micidiale forza deterrente. Molti libri di storia delle crociate sono soprattutto concentrati sullo svolgimento tortuoso e sconcertante di queste guerre esterne e interne, ma nei documenti dell’epoca si trovano disseminate anche delle brevi notizie con cui si può ricostruire un quadro della vita quotidiana dei regni crociati, specialmente delle famiglie nobili e delle classi privilegiate. I primi nobili crociati erano in grande parte franchi e normanni e gli stati da loro creati ricalcavano la struttura della Francia feudale. In essi l’onore della stirpe e la reputazione personale avevano un peso essenziale. Pensiamo solo al caso dello sfortunato Stefano di Blois, che aveva disertato la prima crociata sotto le mura di Antiochia nel 1097 e, per questo, era stato pubblicamente disonorato, tanto che la moglie Adele, figlia di Guglielmo il Conquistatore, come riporta Raimondo di Aguilers nell’Historia Francorum «lanciò contro di lui un’interminabile campagna di vessazioni e ricatti morali, estendendo le sue pressioni anche alla camera da letto, dove, prima dei rapporti sessuali, intimava al suo disgraziato marito di pensare alla reputazione e ritornare in Terrasanta». Cosa che lo sventurato finì col fare per morire poi in battaglia nel 1102. La Chiesa bizantina ortodossa con la sua liturgia greca era stata sostituita dalla Chiesa cattolica con il suo rito latino. Nei due secoli della loro esistenza, i regni crociati mantennero inalterato il loro riferimento alla Chiesa di Roma e il latino era la loro lingua ufficiale, mentre i bizantini parlavano greco. Sotto gli altri aspetti, però, il loro modo di vita fu profondamente modificato dal clima e dai costumi della nuova patria. Col passare degli anni infatti, i franchi dell’Outremer subirono un orientalizzazione lento i processo cui di risultati impressionavano regolarmente i nuovi venuti dall’Occidente. Un cronista arabo dell’epoca, Usama ibn-Munqidh, deridendo i nuovi arrivati cristiani, rilevava come non si lavassero e ignorassero la cultura dell’hammam, come i loro costumi sessuali fossero lascivi e come fossero soliti maltrattare le donne. A poco a poco, i rozzi crociati si erano però trasformati in galanti cavalieri amanti del lusso, delle arti e sensibili alle piacevolezze dell’amor cortese. A questa evoluzione contribuì naturalmente l’incontro con la raffinata civiltà bizantina e araba, nonché l’intensificarsi dei matrimoni misti che erano favoriti, oltre che dalla scarsità di donne europee, dal fascino e dal savoir-faire delle bellezze locali. Tuttavia, forse per non restare inchiavardate nelle cinture di castità imposte dai mariti prudenti, o più semplicemente perché animate dallo spirito di avventura, molte dame europee avevano seguito o raggiunto i loro consorti in Terrasanta. Non mancavano neppure le “ausiliarie” consolare i giunte dall’Europa cavalieri scompagnati. per Il cronista arabo, Imad ad-Din, racconta di avere visto arrivare in un porto del Libano «trecento donne cristiane, giovani e belle, che si erano unite per offrirsi ai crociati. Erano tutte graziose e rotondette, sfacciate e altere nel contempo, che offrivano molto e molto richiedevano». Sulla liberalità eccessiva dei costumi sessuali dei franchi insistevano molto gli storici arabi, come Usama ibn-Munqidh: Una mia diretta esperienza in proposito [della poca gelosia dei franchi] è questa: quando venni a Nabulus, stavo in casa di un certo Mu’izz, la cui casa serviva da albergo per i musulmani, con finestre che si aprivano sulla strada. Dall’altra parte della via, c’era la casa di un franco che vendeva il vino per conto dei mercanti […] Ora costui, rientrato una sera a casa sua, trovò la moglie a letto con un altro uomo. Gli domandò: «Cos’è che ti ha fatto venir qui da mia moglie?» «Ero stanco», rispose colui, «e sono entrato qui a riposarmi». «E come sei entrato nel mio letto?» «Ho trovato un letto fatto, e mi ci son messo a dormire!» «E questa donna dorme con te?» «Il letto», rispose, «è suo. Potevo io impedirle di entrare nel suo letto?» «Affè mia», concluse il primo, «se lo fai ancora un’altra volta, litigheremo!»; e questa fu tutta la sua reazione, e il massimo sfogo della sua gelosia. I costumi degli occidentali si erano comunque rapidamente adeguati a quel nuovo tenore di vita. I cupi castelli si erano trasformati abbondavano in ricche tappeti dimore e dove mosaici. I matrimoni misti, come si è detto, erano molto diffusi, ma solo con donne arabe, armene o bizantine di religione cristiana. Qualsiasi tipo di rapporto sessuale con le musulmane, sia per matrimonio che per concubinaggio, era invece severamente punito dalla legge. Il concilio di Nablus del 1120 aveva decretato che un crociato trovato colpevole di avere avuto rapporti sessuali con una donna musulmana doveva essere castrato e mutilato della punta del naso. Col passare del tempo, la progenie di questi matrimoni misti diede vita a una nuova generazione che per l’abbigliamento, la lingua e i costumi, difficilmente poteva essere distinta popolazione dai membri della indigena. Costoro erano chiamati, in modo piuttosto derisorio, poulains, e ricambiavano l’irrisione definendo gli Occidentali i figli di Hernaud (termine piuttosto oscuro, ma comunque canzonatorio). Soltanto i crociati genovesi, veneziani e pisani – che con gli anni si sarebbero trasformati in abili entrepreneurs, commercianti, in tutte le città del regno – mantennero meglio dei franchi la loro identità, in parte perché vivevano tutti insieme nei quartieri a loro assegnati e in parte perché, per i loro commerci, si recavano sovente in Italia, non perdendo in tal modo i contatti con le loro città natali. Come molti storici hanno rilevato, nei regni cristiani crociati d’Oriente, passata la fase della conquista, tra le due culture, musulmana e cristiana, prevalse il modello della convivenza piuttosto che quello dell’integrazione o della persecuzione. A differenza dei loro sudditi orientali che mangiavano sdraiati per terra come gli antichi romani, i crociati sedevano attorno a una tavola, che era coperta da una tovaglia e illuminata la sera con candele e lampade a olio. Col tempo e il venir meno dei pregiudizi, esse furono apparecchiate con oggetti lussuosi: coltelli, cucchiai, forchette d’argento, caraffe e calici di vetro, piatti decorati e altri oggetti raffinati che, al loro primo contatto con la civiltà bizantina, i crociati avevano irriso con disprezzo considerando l’insieme troppo effeminato. Allo stesso modo cambiarono anche le abitudini personali dei nuovi arrivati. Gli uomini continuarono a portare i capelli fino alle spalle e a radersi il mento, anche se alcuni portavano già la barba alla siriana o alla greca. Le donne esibivano lunghe trecce, si dipingevano il volto, portavano il velo, usavano profumi esotici e vestivano sfarzosi abiti di seta. Un viaggiatore spagnolo, di passaggio a Gerusalemme, rimase abbagliato da una sposa franca il giorno delle nozze: «Era abbigliata», ha scritto, «nel modo più elegante, con uno splendido abito da cui fluttuava, secondo lo stile locale, uno strascico di seta. Sulla testa portava un diadema d’oro ricoperto da una rete di fili d’oro e sul petto aveva un ornamento ancora d’oro». Anche i cavalieri vestivano sontuosamente. Al ritorno dai campi di battaglia dove era stata richiesta la loro presenza, si liberavano della pesante armatura e indossavano d’estate i burnus di seta e, d’inverno, comode pellicce. Ma il cambiamento più importante delle abitudini crociate si verificò nell’igiene personale. Dagli europei il lavarsi era ancora visto con disprezzo, ma col clima dell’Outremer essi cominciarono a frequentare i bagni pubblici che si trovavano in ogni città. Erano simili ai bagni turchi di oggi e a quelli degli antichi romani, che i turchi avevano preso a modello. Lo storico anglo-normanno Rodolfo il Nero, osservando a Parigi un gruppo di ambasciatori provenienti dai regni cristiani crociati d’Oriente nel 1184-85 alla ricerca di aiuti militari per il regno di Gerusalemme, descrisse inorridito corteo ostentava una che un sfrenata ricchezza, guidato dal patriarca Eraclio di Gerusalemme «avvolto in una nube di profumo». Oltre a essere più puliti di quanto lo erano stati in patria, i crociati mangiavano anche molto meglio. Il loro cibo non era soltanto più ricco e più vario, ma anche più gustoso perché insaporito con pepe, senape e altre spezie sconosciute. Appena arrivati, i crociati erano rimasti meravigliati dalla novità delle vivande e dalla varietà dei tipi di frutta che non solo non avevano mai mangiato, ma neanche mai sentito nominare. Il vino era proibito per i musulmani e quando i crociati arrivarono non esistevano i vigneti, ma pochi anni dopo c’era vino abbondante e di buona qualità. Non solo il livello di vita dei cavalieri dell’Outremer era più elevato di quello europeo, ma anche la medicina era più progredita. Con gli anni, i loro medici avevano appreso questa scienza dai colleghi arabi, senz’altro superiori ai medici occidentali. Il servizio sanitario era più efficiente di quello europeo. Nel momento della sua massima prosperità e potenza, il regno crociato di Gerusalemme contava più ospedali di ogni altro paese. Nella sola Gerusalemme ce n’erano quattro. Essi erano gestiti dai monaci dell’ordine dell’ospedale di San Giovanni Battista, chiamati comunemente “ospitalieri”, la cui regola imponeva loro di privilegiare l’assistenza ai feriti e agli ammalati rispetto ai compiti militari che gli competevano. Proprio per questa sua peculiarità, il nuovo ordine, che era stato fondato da un monaco chiamato Gerardo, registrò subito un afflusso enorme di frati e monaci europei, in quanto, essendo metà monastico e metà militare, appagava l’ardente desiderio di chi aspirava a dedicarsi alla vita religiosa, ma non a quella passiva e contemplativa offerta dai tradizionali conventi. Un altro ordine monastico-militare fondato a Gerusalemme dal cavaliere burgundo Ugo de Payens fu quello dei poveri cavalieri di Cristo e del tempio di Salomone, poi chiamati comunemente “templari”. Essi non esercitavano la medicina, ma solo il compito di proteggere i pellegrini e di difendere i luoghi santi dagli attacchi dei musulmani. All’inizio erano soltanto otto cavalieri, ma in breve tempo si moltiplicarono, diventando immensamente ricchi e potenti anche se avevano fatto voto di povertà, castità e obbedienza. Col passare del tempo, sia gli ospitalieri che i templari diventarono due formazioni di veri e propri soldati di professione la cui combattività non aveva rivali nel mondo di allora. Sempre pronti a recarsi dovunque incombeva un pericolo, non tardarono a ricoprirsi di gloria e il loro coraggio diventò proverbiale. La loro azione si rivelò estremamente utile ai regnanti dell’Outremer, che li usavano allo stesso modo di un moderno commando. La considerazione di cui godevano, anche nel mondo arabo, era immensa, come ricordava per esempio lo storico arabo Usama ibnMunqidh: Quando visitai Gerusalemme, solevo entrare nella moschea alAqsa, dove erano insediati i miei amici templari. Al fianco della moschea c’era un piccolo oratorio che i franchi avevano trasformato in chiesa. I templari mi mettevano a disposizione quel piccolo oratorio per compiervi le mie preghiere. Un giorno entrai, dissi «Allah akbar» e stavo per iniziare la preghiera quando un uomo, un franco, mi si precipitò addosso, mi afferrò e mi volse il viso verso Oriente, dicendo: «Così si prega!». Subito intervennero alcuni templari che lo allontanarono. Ritornai dunque a pregare, ma costui, approfittando di un momento di disattenzione, mi si ributtò addosso rivolgendomi la faccia a Oriente e ripetendo: «Così si prega!». Anche questa volta, i templari intervennero, lo allontanarono e si scusarono con me, dicendo: «È un forestiero, arrivato in questi giorni dal paese dei franchi, e non ha mai visto nessuno pregare fuorché col viso rivolto a Oriente». Nel frattempo, come sappiamo, oltre i confini dell’Outremer l’Islam si era però sviluppato e rafforzato, dando vita a un potente stato arabo governato da un califfo (successore di Maometto) considerato capo spirituale e temporale quasi come un papa cristiano. La decadenza del regno crociato, iniziata negli ultimi decenni del XII secolo, prima sotto i colpi del Saladino, le cui vittorie avevano favorito l’unificazione degli arabi con i turchi, e poi da quelli inferti dai suoi successori, fu dovuta soprattutto alla litigiosità, agli intrighi e alle congiure dei vari feudatari che, come in Europa, erano sempre in lotta fra di loro. A fermare l’avanzata islamica non servì neppure la stoica resistenza opposta dagli ospitalieri e soprattutto dai templari. Questi ultimi sarebbero rientrati in Europa per finire tutti trucidati per motivi ancora oscuri da Filippo il Bello nel 1305, mentre gli ospitalieri assunsero nuovi nomi a seconda delle tappe che segnarono la loro ritirata dalla Terrasanta: cavalieri di San Giovanni d’Acri, cavalieri di Rodi e infine cavalieri di Malta, che è rimasto il nome del sovrano ordine militare che ancora oggi sopravvive. Oltre a quelli dei templari e degli ospitalieri, altri ordini monastici erano sorti nell’Outremer, perché quasi tutti gli ordini religiosi della Chiesa cattolica vi avevano aperto le loro case. Gerusalemme era piena di monasteri, come le abbazie agostiniane sul monte Sion e sul monte degli Ulivi e l’abbazia benedettina di Santa Maria Latina, che erano le più importanti. I cluniacensi stavano sul monte Tabor, i carmelitani sul monte Carmelo, i cistercensi a Tripoli del Libano e ad Antiochia, mentre altre piccole confraternite monastiche erano sparse per tutto il paese. Non mancavano naturalmente i monasteri greco-ortodossi che già esistevano prima dell’arrivo dei crociati, nonché le sedi “eretiche” della Chiesa giacobina, di quella maronita e di quella copta, tutte tollerate dai musulmani. La religione era d’altronde al centro della vita di tutte le persone. Secondo quanto ha scritto Giacomo di Vitry, vescovo di Acri nel XIII secolo: «La Terrasanta fioriva come un giardino pieno di ecclesiastici regolari, eremiti, monaci, canonici, monache, vergini di clausura e caste e pie vedove». Il centro di tutta questa devozione era Gerusalemme, ma il Natale veniva festeggiato a Betlemme e le altre festività religiose erano celebrate sui luoghi tradizionalmente associati a esse: l’ascensione sul monte degli Ulivi, la pentecoste sul monte Sion, il Venerdì santo sul Calvario e la Pasqua nella chiesa del Santo Sepolcro, dove si riuniva una folla per assistere al “miracolo del fuoco sacro” quando la fiamma divina accendeva le lampade della chiesa. Durante la loro dominazione della Terrasanta, i franchi rimasero una casta privilegiata che si comportava in modo abbastanza simile ai “bianchi” che nel XIX secolo si trasferirono nelle colonie dell’Asia e dell’Africa. Ascoltiamo, per esempio, il lamento di Fulcherio di Chartres, che fu costretto a lasciare l’Outremer sospinto dalla minaccia islamica e chiediamoci se le stesse parole non potrebbero essere state pronunciate da un pied-noir francese o da un farmer britannico sudafricano costretto ad abbandonare la casa dei suoi avi: Ogni giorno i nostri congiunti ci seguono lasciando di mala voglia tutti i loro averi. Perché chi aveva pochi soldi, qui è diventato ricco. Chi non possedeva neppure un villaggio ora gode una città datagli da Dio. Considerate e riflettete: chi fu franco o italiano è diventato galileo. Abbiamo dimenticato i luoghi della nostra origine che già sono sconosciuti a molti di noi. C’è chi possiede una casa, un podere e dei servi. C’è chi ha preso in moglie una siriana, una armena e anche una saracena che ha ricevuto la grazia del battesimo. Chi era qui, un tempo, uno straniero ora è un abitante indigeno. Un altro ha il genero, la nuora o il figliastro che parlano lingue diverse ma che sono arrivati a intendersi fra loro. Perché dovrebbe tornare in Occidente colui che ha trovato un Oriente così favorevole? Invece, furono costretti a tornare. Morire per Costantinopoli Con la caduta di Acri nel 1291, era venuta meno l’ultima presenza cristiana in Medio Oriente, con l’eccezione della Cipro dei Lusignano e della Rodi dei cavalieri di San Giovanni. Eppure e nonostante tutto, finita l’epoca “eroica” delle crociate, i rapporti tra l’Occidente cristiano e i sultani mamelucchi che dominavano Siria ed Egitto si erano mantenuti discreti, oscillando tra una tacita reciproca accettazione e importanti scambi commerciali. Proprio i mamelucchi, in particolare, erano riusciti ad arrestare l’ultima ondata mongola diretta verso sudovest nel 1260, con la vittoria di Ain Jalud. L’espansione mongola verso Occidente aveva comunque sconvolto l’assetto e gli equilibri delle popolazioni stanziate nelle immense steppe euroasiatiche e così si era verificata una vera e propria migrazione di tribù di ceppo turcofono in direzione di Iraq, Siria e dell’Asia Minore in generale. Dal 1243 in particolare, alcune di queste tribù, già islamizzate o successivamente convertite, provenienti dal Turkestan e quindi dall’area posta a cavallo tra gli attuali stati del Kazakistan, Uzbekistan e Turkmenistan, migrarono verso gli altopiani anatolici, spesso combattendo come truppe mercenarie al soldo dei selgiuchidi di Rum. Si trattava di popolazioni nomadi e selvagge. Vivevano nelle tende, la pastorizia era la loro principale fonte di sostentamento, formidabili. ma erano cavalieri Quando si stabilirono nell’Anatolia molti di loro erano pagani, e i missionari bizantini cercarono di convertirli al cristianesimo. Furono invece gli imam e i califfi arabi che, giunti fin lì nella loro sfolgorante diaspora, riuscirono a convertirli all’Islam. Si trattava infatti di un credo molto più temperamento, congeniale al loro anche perché lo si praticava spesso con la scimitarra. Una di queste tribù, quella di Oghuz dei Kayi, si era stabilita in Anatolia, in un’area a cavallo tra Bitinia e Galazia (nella regione dell’attuale capitale Ankara) probabilmente nei primi decenni del Duecento e grazie alla concessione del sultano selgiuchide Ala adDin (1220-1237). Qui questo piccolo gruppo di nomadi guerrieri, guidato da Suleyman Shah, consolidò il proprio potere grazie anche a una serie di fortunati colpi di mano ai danni dei villaggi e delle fortezze confinanti. Morto Suleyman, la cui tomba, secondo una tradizione locale, si trovava non lontano dall’attuale città di Kobane, in Siria, la guida della tribù venne assunta dal figlio Ertugrul, il cui nome, nella tradizione sciamanica, significava “falco virile”. Abile condottiero, questi pose i suoi cavalieri a disposizione del sultano selgiuchide nella sua lotta contro Bisanzio e ciò gli consentì di espandere e consolidare ulteriormente il territorio della propria tribù. Fu così suo figlio Othman che riuscì nell’ambizioso intento di trasformare questo stesso territorio in un vero e proprio stato che addirittura, verso la fine del XIII secolo, si rese indipendente dal sultanato selgiuchide. Othman è considerato il vero e proprio fondatore della dinastia osmanide o ottomana. Nella tradizione araba il ghazi (che significava letteralmente “razziatore”, “incursore”) era inteso come combattente del jihad e non a caso con questo appellativo vennero poi conosciuti molti sultani ottomani. Se i predecessori di Osman si erano fregiati del titolo di emiri, in sostanza capi militari, egli avocò invece a sé quello di sultano, nel momento in cui si affrancò dal controllo dello stesso sultano selgiuchide (anche se, secondo alcuni studiosi, di tale titolo si fregiò per primo il nipote Murad I). Il nuovo signore fu molto abile a sfruttare il continuo flusso di popolazioni turcomanne in fuga verso Ovest e dirette verso il suo territorio, che rappresentava in fondo l’ultima frontiera con l’impero bizantino. Questo accrebbe infatti la forza militare di cui disponeva e gli consentì ulteriori espansioni del proprio potere. Secondo un’antica tradizione, Osman frequentava spesso la casa del dotto sacerdote Edebali e, a un certo punto, si innamorò perdutamente della figlia di questi, Mal Hatun, che vuol dire “tesoro di donna”. Successivamente, durante una zuffa con alcuni pretendenti alla mano di Mal Hatun, egli conobbe un nobile greco di nome Michal Kose o Cosses (ovvero, Michele Barba Pungente), di cui divenne fraterno amico. Questi era un governatore bizantino di Chirmenkia, castello situato presso Edrenos, al confine con lo stato ottomano. Convertitosi all’Islam, egli diventò un fedele compagno d’armi di Osman e diede vita a una dinastia, quella dei Mihaloglu, destinata ad avere grande importanza nei secoli successivi, con nefaste conseguenze per le terre cristiane di confine. Proprio mentre era ospite del saggio Edebali, il futuro sultano ebbe una sorta di visione o, come lo definì lui stesso, un vero e proprio sogno. Si legge infatti nel famoso Sogno di Osman, poema centrale dell’epica ottomana: «Una falce di luna uscì dal petto dello stesso padrone di casa ed entrò in quello del giovane ospite e dai lombi di quest’ultimo crebbe un albero che copriva le terre e i mari». Un’evidente allusione alla futura dinastia osmanide e all’impero che essa avrebbe esercitato sul mondo. Comunque fosse Mal Hatun venne infine concessa in sposa a Osman, ma da quel momento le cronache sembrarono trascurarla, visto che le donne, soprattutto nei primi secoli dell’era ottomana, erano considerate oggetti della storia piuttosto che protagoniste della stessa. Il nuovo sultano intanto proseguiva nell’opera di rafforzamento del proprio potere e questo gli consentì un’operazione militare di vasta portata, che condusse all’assedio della piazzaforte di Bursa, che cadde poco prima che lo stesso Osman morisse, nel 1326. Con quel gesto estremo tuttavia il fondatore della dinastia aveva regalato al proprio successore, Orkhan, la nuova capitale dello stato ottomano. Il nuovo sultano continuò nell’opera paterna e così, in rapida successione, riuscì a prendere Nicea nel 1330, assorbire il principato di Karasi e la sua capitale Pergamo e completare la conquista della Bitinia, espugnandone la capitale Nicomedia nel 1337 o 1338. Il sultanato ottomano si presentava a quel punto come una realtà solida, potente e coesa e questo permise a Orkhan di rispondere alla richiesta di aiuto che gli era stata rivolta dal bizantino Giovanni VI Cantacuzeno, che cercava aiuto per riprendere il controllo della corona di Costantinopoli. A tale scopo Teodora, figlia dello stesso Costantino, venne concessa in moglie a Orkhan e questi ricambiò inviando il figlio Suleyman, alla testa di un robusto contingente, per bloccare l’avanzata del kralj (re) serbo Stefano Dusan, che minacciava la stessa capitale bizantina. Fu proprio a seguito di queste operazioni militari che i turchi sbarcarono di fatto in modo permanente in Europa, impadronendosi nel 1354 di Gallipoli (appena devastata da un terremoto). Due anni dopo però lo stesso Suleyman morì e questo aprì la strada al fratello Murad I per la successione al padre, che scomparve a sua volta nel 1358. Murad si fregiò a sua volta del titolo di ghazi e, secondo la tradizione, fu l’ideatore dei sipahi, la famosa cavalleria pesante ottomana reclutata su base feudale. Proprio il suo ruolo di ghazi, gli consentì di proclamare il jihad contro la cristianità, ossia la “guerra santa”, che per i musulmani suonava come una risposta alle crociate e dava loro, nel nome di Allah, licenza di uccidere, derubare o rendere schiavo chiunque non fosse un “vero credente”. Questo principio aveva valore tanto più quanto gli ottomani tesero a presentarsi, fin dall’inizio della loro parabola, come i veri continuatori della tradizione dei grandi califfi abbasidi. Fu ancora Murad a stabilire delle regole di comportamento che sarebbero state rispettate anche dai suoi successori. Nei territori conquistati, dopo le distruzioni di rito, ai superstiti veniva offerta questa alternativa: chi si convertiva volontariamente all’Islam diventava, per così dire, un cittadino di prima categoria e poteva accedere a qualsiasi carriera; gli altri erano lasciati liberi di professare la loro religione, ma diventavano automaticamente cittadini di seconda classe, costretti a pagare pesanti tributi nonché a vedersi chiudere ogni possibilità di carriera negli uffici pubblici. L’esercito ottomano si stava intanto avviando a divenire uno strumento di potere sempre più incisivo. Sempre Murad viene infatti considerato il fondatore del primo “corpo d’élite” dell’esercito turco, il quale, fino a quel momento, era poco più di un’orda selvaggia. Si tratta dei famosi giannizzeri (Jeni Ceri termine di origine turca che significa “nuovi soldati”) destinati a diventare la punta di diamante dell’armata ottomana. Questo corpo era costituito quasi esclusivamente da uomini rapiti adolescenti fra le famiglie cristiane. Essi venivano selezionati con cura durante il cosiddetto devshirme (la raccolta), che aveva luogo durante le ispezioni effettuate ogni quattro anni allo scopo di raccogliere “il tributo di sangue” dai cristiani sottomessi. Venivano scelti i ragazzi più robusti, più belli e più intelligenti per farne dei buoni soldati e per indebolire nel contempo l’ambiente cristiano, privandolo del fior fiore della sua gioventù. Reclutati nell’età pubere, quando le scelte religiose non erano ancora definite, questi giovani (in gran parte albanesi, greci, serbi e croati) venivano allevati in caserma nel culto fanatico dell’Islam e del sultano. L’addestramento militare del giannizzero era accuratissimo, e durissima la disciplina cui era sottoposto. Ben pagato e privilegiato rispetto alla comune truppa, il giannizzero non poteva sposarsi, crearsi una famiglia o concedersi altre distrazioni in quanto la sua vita doveva essere interamente dedicata al servizio del sultano. Il suo armamento era sempre di prima qualità. Il potente arco corto e la yatagan (un’affilata e ricurva spada corta) erano le armi preferite del soldato ottomano, ma i giannizzeri disponevano anche di quelle strane armi da fuoco, chiamate archibugi, genovesi e dall’Europa. che veneziani Un i mercanti importavano particolare privilegio consisteva inoltre nel fatto che, a differenza degli altri soldati, abbandonati al loro destino quando non erano più in grado di combattere, i giannizzeri godevano di una generosa pensione dal momento congedo. Infine, benché del formalmente schiavi (ma la schiavitù agli occhi degli islamici non appariva degradante come a quelli dei cristiani), ognuno di loro sapeva che non esisteva alcun limite alla propria carriera e che poteva raggiungere i gradi più alti della gerarchia. Grazie a questi splendidi soldati, il sultano poté prendere Filippopoli e, poco dopo, nel 1361, anche Edirne, l’antica Adrianopoli, la più importante fortezza bizantina in territorio europeo. Da quel momento gli ottomani penetrarono come una lama nell’impero di Costantinopoli, riducendone progressivamente l’estensione alla sola capitale e al suo contado. La stessa Edirne divenne la nuova capitale dello stato ottomano e lo restò per circa un secolo. Nel frattempo la cavalcata turca nei Balcani aveva assunto un ritmo inarrestabile. Valutando il pericolo rappresentato dai nuovi arrivati, una coalizione di principati cristiani, comprendente Bosnia, Serbia, Valacchia e Ungheria, tentò di arrestare la marea islamica montante, grazie anche ai buoni uffici di papa Urbano V, ma fu sbaragliata sul fiume Maritza nel 1371. Qualche tempo dopo caddero nelle mani di Murad anche le città di Kjustendil e Nis e così il re di Bulgaria Sismano e il kralj di Serbia Lazar Hrebeljanović chiesero una tregua. Grazie a questa provvidenziale pausa, Murad poté concentrarsi sul fronte orientale, dove un’abile alternanza di opzioni militari, diplomatiche e matrimoniali gli consentì di assumere il controllo di alcuni principati anatolici minori e, poco dopo, anche delle città balcaniche di Monastir, Prilep e Sofia. Nel 1386 anche il potentato anatolico di Caramania, erede degli ultimi selgiuchidi di Konya, venne sconfitto sul campo, ma a quel punto serbi e bulgari inaspettatamente si coalizzarono e batterono a loro volta gli ottomani. Murad però reagì fulmineamente, isolò Sismano di Bulgaria, lo sbaragliò a Nicopoli e ne inglobò quasi interamente il regno, tranne la parte settentrionale. Subito dopo fu la volta della Serbia, ma il kralj Lazar era avversario di ben altra levatura e, nel 1389, radunate tutte le sue forze e affiancato da numerosi principi balcanici cristiani, affrontò l’avversario musulmano in campo aperto, al Kosovo Polje (il Campo dei Merli) il 15 giugno. La battaglia, una delle più importanti della storia europea, fu sanguinosa e feroce e si concluse con la vittoria dei turchi, che però pagarono il loro successo con la morte dello stesso Murad. Come riporta anche il patriarca serbo Danilo III nel suo Discorso sul principe Lazzaro: Dopo la vittoria questi percorreva il campo di battaglia, osservando i caduti. Quand’ecco che un cavaliere serbo [che poi si scoprirà essere il principe Miloš Obilić, marito di Vukasjava, figlia del kralj Lazar] sorse improvvisamente da un mucchio di cadaveri e gli conficcò un pugnale nel ventre. L’attentatore cercò poi di fuggire ma quando stava per montare sul suo cavallo, che lo attendeva poco distante, venne raggiunto dai giannizzeri e fatto a pezzi. Murad fu portato nella sua tenda ed ebbe ancora la forza di impartire gli ultimi comandi […] Mentre era agonizzante fu portato nella sua tenda kralj Lazar con i suoi aiutanti. Il morente sovrano riuscì a far cenno che i prigionieri venissero subito decapitati ed ebbe la feroce soddisfazione di spirare dopo la morte del suo nemico. I serbi considerarono a lungo, e in realtà, considerano ancor oggi, la battaglia del Kosovo Polje una vittoria del loro eroismo e dell’orgoglio nazionale e questo spiega il loro attaccamento quasi morboso ai luoghi e ai simboli di quell’epico scontro, che diede vita, tra l’altro, a una serie di canti epici di grande valore letterario, il cui ciclo è stato paragonato a quello dell’Iliade omerica. Da quel momento la via per l’Occidente europeo fu virtualmente aperta per le veloci colonne di incursori ottomani e la stessa Ungheria divenne marca di frontiera della cristianità. A Murad successe intanto il figlio Bayezid, detto Yıldırım, “la folgore”, che, tra l’altro, eliminando il fratello minore Yakub, inaugurò quella pratica del fratricidio dinastico necessaria alla stabilità politica nella fase della successione al trono, che sarebbe stata poi istituzionalizzata da Mehmed II. Reso di fatto vassallo il nuovo kralj di Serbia Stefano, e avendo sottomesso quasi integralmente l’Anatolia, egli continuò l’opera di isolamento ed erosione dell’ormai decrepito potere bizantino, interrotta solo parzialmente dalla salita al trono di Manuele Paleologo, che tentò di respingerne le ingerenze, provocando però un assedio turco della capitale che iniziò nel 1391 e durò più di sette anni. Alla fine il Paleologo dovette fare atto di omaggio al sultano, accettando di fatto il suo ruolo di vassallo dello stesso. Fedele al proprio soprannome, Bayezid acquisì quanto rimaneva dell’antico regno di Bulgaria e imprigionò lo stesso Sismano, il cui figlio, per buona misura, si convertì a sua volta all’Islam. A quel punto però la cristianità parve scuotersi e, anche su sollecitazione del re d’Ungheria Sigismondo, fu riunito un forte esercito di circa sessantamila uomini, formato dalle truppe di Mircea di Valacchia, del conte di Nevers, dei cavalieri di Rodi, del gran priore di Germania e del conte palatino, del conte di Cilli, oltre a contingenti minori e a truppe mercenarie. Radunata l’armata sul Danubio, i collegati ottennero alcuni successi iniziali e quindi posero l’assedio a Nicopoli, ma qui vennero raggiunti dall’esercito dello stesso Bayezid, e da questi affrontati in un’epica battaglia il 26 settembre 1396. Stavolta erano forse i cristiani a essere inferiori nel numero eppure furono sul punto di ottenere una grande vittoria, quando sul campo giunsero in soccorso di Bayezid i cavalieri serbi del principe Stefano, e la giornata si risolse in un gigantesco massacro di prigionieri cristiani, ordinato dallo stesso sultano, sconvolto per l’alto numero di caduti turchi rimasti sul campo. Come riporta lo storico bizantino Ducas: La mattina dopo la battaglia, il sultano si mise seduto a veder sfilare nudi davanti a lui i crociati sopravvissuti, con le mani legate dietro le spalle. Il sultano offrì loro la scelta fra la conversione all’islam oppure, in caso di rifiuto, la decapitazione immediata. Pochi rinunciarono alla loro fede e i mucchi crescenti delle teste furono sistemati in alti tumuli davanti al sultano, e i cadaveri trascinati via. Al termine della lunga giornata, più di tremila crociati erano stati macellati, e alcune relazioni parlavano addirittura di diecimila. Un solo cavaliere fu liberato e mandato a Parigi per raccontare la vendetta del sultano al re di Francia. Si trattò in realtà di un atto con pochi precedenti nel lungo conflitto tra cristianità e Islam, ma la freddezza e la sistematicità del gesto possono probabilmente spiegarsi anche con un fattore psicologico. Molti dei prigionieri avrebbero infatti potuto fruttare cospicui e utilissimi riscatti, ma Bayezid intendeva invece lanciare un preciso messaggio all’Occidente e, almeno in parte, il suo scopo fu raggiunto. Si dovettero infatti attendere quasi cinquant’anni perché una nuova crociata venisse bandita contro l’impero ottomano. Per il momento la cristianità era davvero in ginocchio e ai turchi si aprivano le porte dell’Ungheria se non quelle di Vienna, ma Yıldırım stavolta preferì consolidare il proprio potere, rivolgendosi contro quello che rimaneva della Grecia bizantina e sommergendo, tra l’altro, Larissa, Patrasso, Lamia e Argo. A quel punto però accadde l’imprevedibile e, a Oriente, si materializzò la minaccia delle orde tartare di Tamerlano (Temür Lenk, “Timur lo zoppo”). Questo presunto discendente di Gengis Khan aveva già sommerso con i suoi eserciti parte dell’India, della Russia, la Siria ed era entrato in Anatolia. Quello fu il momento che Bayezid scelse per affrontarlo, ma venne sbaragliato sulla piana di Angora il 20 luglio 1402, restando prigioniero del suo nemico sino al 1403, anno della sua morte. Tamerlano, dal canto suo, dopo aver preso Smirne a Occidente, riprese la strada dell’Oriente, ma due anni dopo la morte lo colse in marcia verso la Cina e la complessa costruzione statale da lui creata crollò dopo alcuni decenni. In quel momento, però, dello stato ottomano restavano solo alcuni principati anatolici minori, ripristinati per opportunità dallo stesso Tamerlano, e di cui i figli superstiti di Bayezid si contendevano il governo. Eppure l’Occidente cristiano e Bisanzio non seppero sfruttare questa grande opportunità e così in Anatolia finì per emergere la figura di Mehmed I che, scomparsi o eliminati i fratelli, raccolse l’eredità paterna e rifondò lo stato ottomano. Con Mehmed, conosciuto anche come che venne Celebi, “il gentiluomo” o “il principe”, ma anche come Kirisci, “il tenace”, iniziò la rinascita dello stato ottomano. All’inizio, impegnato com’era a domare le ribellioni interne e riorganizzare l’impero, mantenne rapporti distesi con i vicini cristiani e con Bisanzio in particolare, limitandosi a inviare sporadicamente contingenti di truppe a Ovest, in qualità di mercenari. Schiacciata una rilevante rivolta religiosa interna e sconfitto a Tessalonica un usurpatore, il sultano morì però presso Adrianopoli nel 1421 e aprì così la strada del governo al figlio Murad II. Con l’aiuto dei genovesi questi sconfisse presso Gallipoli l’usurpatore Mustafà, già affrontato dal padre, e lo fece giustiziare. Sentendosi abbastanza forte si lanciò addirittura su Costantinopoli, ma i tempi non erano ancora maturi e fu respinto, accettando anzi una pace di compromesso con l’imperatore Sinope, Giovanni Murad (1424). Ripresa assoggettò allora definitivamente la Caramania e rivolse il suo sguardo a quanto restava della Serbia. Qui il despota Giórgio Branković si era accostato alle potenze cristiane, ma si trovò presto isolato e, per evitare guai più seri, dovette rinnovare la propria sottomissione al turco. Quest’ultimo mise poi a segno un colpo importante contro Venezia, cui strappò definitivamente, nel 1430, Tessalonica, principale base terrestre della Serenissima per i commerci con il Levante. Poco dopo allungarono i tentacoli ottomani sull’Albania, si mentre Sigismondo, sacro romano imperatore e re d’Ungheria, manteneva formali rapporti di pace con Adrianopoli, pur continuando a fomentare rivolte contro di essa. Morto lo stesso Sigismondo nel 1437, però, Murad ebbe via libera e si mosse rapidamente. La Transilvania, zona d’influenza ungherese, fu devastata, la Serbia invasa e la sua capitale Smederevo occupata. Re Giórgio Branković fuggì in Ungheria ma, inaspettatamente, proprio in quei mesi difficili emerse dall’anonimato la figura di colui che, quindici anni dopo, sarebbe divenuto il campione della cristianità nei Balcani e uno dei peggiori nemici della Sublime Porta (prestito dall’arabo Bab-ı Ali, “l’Alta Porta”, che alludeva all’ufficio del gran visir e del “ministero degli esteri” e ricordava l’antico uso nomade di trattare gli affari commerciali sulla “porta” della tenda di rappresentanza). Secondo una tradizione agiografica, János Hunyadi o, se preferiamo, Ion de Hunedoara, era figlio naturale dello stesso imperatore Sigismondo e della breve relazione che questi aveva intrattenuto con la bella Erszébet Morzsinay, una nobile ungherese. È invece molto più probabile che si trattasse del figlio legittimo di Vajk Hunyadi, cavaliere dell’imperatore, e della stessa Erszébet. Comunque fosse, poco più che ventenne Jànos si era fatto le ossa agli ordini dei Visconti di Milano e aveva affrontato i turchi proprio sotto le mura di Smederevo. Le sue qualità militari gli procurarono un comando alla frontiera ungherese per ordine del successore di Sigismondo, Alberto II. Morto questi, il nuovo sovrano Ladislao II lo nominò voivoda, cioè governatore, di Transilvania e signore di Belgrado. Dal 1441 quindi la fama del Cavaliere bianco (per la sua armatura argentata) o del Torokvero (il “flagello dei turchi”) cominciò a diffondersi tra cristiani e musulmani. Sotto la sua guida infatti le truppe ungheresi e transilvane ricacciarono le forze ottomane dai confini ungheresi, rintuzzando i tentativi offensivi di Murad II in più riprese. Queste imprese rinfrancarono non poco le schiere cristiane e favorirono i progetti di papa Eugenio IV per una nuova crociata contro il turco nei Balcani, che finalmente vide la luce nel 1443 e mobilitò in Ungheria un possente esercito formato da serbi, ungheresi, valacchi e tedeschi, guidato dall’Hunyadi, da Giórgio Branković, dal re di Polonia e di Ungheria Ladislao, e dal legato pontificio Giuliano Cesarini. I cristiani entrarono in Bulgaria e sconfissero duramente gli ottomani a Nis e poi a Kunovica, costringendoli alla ritirata su più fronti. Questo favorì una tregua, preludio a una pace decennale, ma l’eccessiva fiducia nelle proprie forze spinse il legato Cesarini, per volontà della curia romana, a spingere per la prosecuzione delle operazioni. Re Ladislao si fece convincere e i crociati ripresero l’offensiva. Murad però concentrò tutte le sue forze nei Balcani e, a novembre, i due eserciti si scontrarono presso Varna, sulle coste del Mar Nero. L’Hunyadi condusse le sue truppe alla vittoria, ma un’improvvisa e sconsiderata manovra del giovane re Ladislao compromise l’intera operazione e portò alla morte dello stesso re, del Cesarini e del fior fiore dell’armata cristiana. Fu un ulteriore massacro e solo l’Hunyadi e ridotti contingenti ungheresi e valacchi trovarono scampo oltre il Danubio. La testa del sovrano ungherese, spiccata dal busto, fu conservata in un vaso di miele e, con tale mezzo, spedita a Bursa, dove venne portata in trionfo per celebrare la vittoria musulmana. Subito dopo il sultano saldò i conti con Giovanni VIII Paleologo, imperatore bizantino che, nel disperato tentativo di salvare la sua città, aveva persino accettato la riunificazione della Chiesa ortodossa con l’odiata curia romana e aveva profittato delle vittorie della lega per riconquistare la Morea. Gli ottomani si lanciarono infatti sui greci, ne travolsero le difese sull’istmo di Corinto e costrinsero Costantino e Tommaso Paleologo a sottomettersi alla Porta. Nonostante tutto questo, però, l’indomito Cavaliere bianco, alla testa di contingenti ungheresi e serbi era piombato sulle linee turche nei Balcani, ma sul fatale campo del Kosovo Polje era stato battuto sonoramente, prima di poter ricevere i rinforzi di un suo importante alleato, autentico spauracchio dei musulmani, I˙skender bey (principe Alessandro), signore di Albania. Costui si chiamava in realtà Giovanni Castriota ed era un principe albanese, tenuto in ostaggio presso la corte di Adrianopoli e che, alla morte del padre, era stato circonciso e quindi convertito all’Islam. Entrato nella benevolenza del sultano e quindi nell’esercito turco, ottenne il governo di un sangiaccato (dal turco sancak, “distretto”) a neppure vent’anni. Nel 1443 aveva disertato insieme al nipote Hamza e, tornato in Albania, aveva rinnegato la fede islamica e, insieme a un gruppo di fedeli montanari, conquistato il centro di Kruja. Quello fu il segnale di una generale sollevazione delle tribù albanesi, da poco sottoposte al giogo ottomano. Abilmente il giovane condottiero (non aveva ancora trenta anni) costituì un’alleanza tra capitribù locali, estesa anche ai clan serbi, montenegrini e bosniaci della costa, con i quali affrontò ripetutamente gli invasori ottomani, sconfiggendoli più volte. Lo stesso Murad lo affrontò proprio nel 1448 e di nuovo un paio d’anni dopo e ne uscì battuto. Non a caso, Venezia, intuendone il valore e l’importanza politica, lo appoggiò costantemente ed energicamente, con uomini, denaro e armi. Anche Murad era comunque giunto alla fine del suo percorso e infatti morì nel 1451, lasciando il potere al figlio Mehmed II. L’obiettivo del giovane sultano fu presto evidente ed era quello di prendere Costantinopoli, impresa cui dedicò i primi anni del suo regno. Nel settembre 1453, così scriverà l’allora vescovo di Siena Enea Silvio Piccolomini all’amico Leonardo Benvoglieri, ambasciatore senese presso la Serenissima, dopo aver ricevuto l’annuncio della conquista turca di Costantinopoli: «Fuerunt Itali rerum domini, nunc Turchorum inchoatur imperium» (Gli italici furono i padroni dell’universo, ma ora ha inizio l’imperio dei turchi). La capitale dell’impero romano d’Oriente, erede naturale e legittima dell’impero romano, era infatti caduta il 29 maggio sotto l’urto delle armate del sultano Mehmed II, ma la notizia era giunta a Venezia soltanto il 29 giugno portata da un “gripo”, un vascello veloce, e da lì era poi rimbalzata nelle altre capitali europee con la rapidità consentita dai mezzi di comunicazione del tempo. L’evento tanto temuto, ma da nessuno ritenuto possibile, era dunque accaduto. L’Islam, che da tempo dilagava a macchia d’olio lungo le sponde del Mediterraneo, aveva infine sommerso anche l’ultimo presidio cristiano del Vicino Oriente. La notizia della catastrofe, diffusa dai corrieri veneziani, seminò lo sgomento nell’intera Europa e negli animi affiorò la grande paura del domani. Il Gran Turco, come venivano indicati sia il sultano sia l’Islam in genere, diventerà da quel momento il sinistro “babau” della cristianità. La conquista ottomana della “seconda Roma” determinò una svolta fondamentale nella storia, non solo per tutto l’Oriente mediterraneo, ma anche per gran parte dell’Europa orientale, che rimarrà per secoli soggetta all’Islam e separata dalla civiltà cristiana occidentale. Una svolta epocale, dunque; tuttavia, questo storico avvenimento colpì la fantasia degli europei soltanto per la sua drammaticità: nessuno ne colse le decisive implicazioni politiche, nemmeno gli italiani che pure erano destinati a pagarle a caro prezzo. Solo poche alte menti illuminate condivisero la lucida premonizione del porporato toscano. D’altra parte, salvo i mercanti veneziani, che come quelli genovesi e pisani avevano già da alcuni secoli impiantato i loro fondachi lungo le rive del Bosforo, del Mar Nero e del Mar di Marmara per i loro traffici commerciali, l’Occidente cristiano si era sviluppato autonomamente e non aveva mai mostrato particolare interesse per l’impero bizantino. Un impero sopravvissuto di mille anni a quello romano, nel quale erano peraltro conservate le tradizioni e le opere più preziose della cultura classica greca e latina. Anche fra le persone più colte ci si limitava semmai a favoleggiare su quella lontana corte in cui si stava consumando il declino di una civiltà fra le più leggendarie, misteriose, raffinate e durature di ogni tempo. Di essa giungevano in Occidente soltanto gli echi delle cerimonie sfarzose che si celebravano nei favolosi saloni del palazzo imperiale, in cui, come riferiva qualche raro visitatore, si potevano ammirare «leoni d’oro che ruggivano e uccelli d’oro che volavano gorgheggiando, mentre il trono si sollevava verso il cielo e il basileus, riapparendo, indossava una diversa e più sontuosa veste». Sarà infatti la conquista turca di Costantinopoli a mettere forzatamente in contatto le due civiltà cristiane grazie ai numerosi intellettuali bizantini, i quali, costretti a riparare soprattutto in Italia, favoriranno lo sviluppo del nostro Rinascimento, cui offrirono il loro importante e decisivo contributo culturale. Come l’impero romano d’Occidente, anche quello d’Oriente aveva ampiamente meritato la sua sorte. Da circa due secoli, la ricca Costantinopoli, ridotta ormai a una sorta di isola in un mare diventato sempre più musulmano, pareva fatalisticamente rassegnata a godersi le delizie di uno splendido tramonto. Come già visto in precedenza, l’Islam era dilagato lungo le coste africane fino a raggiungere il cuore della Spagna, aveva messo le sue radici in Sicilia e risalito i Balcani sfiorando la stessa Vienna. Al centro di questa gigantesca tenaglia, l’impero bizantino era andato via via restringendosi fino a ridurre i propri confini alla triplice linea di fortificazioni murarie che circondava la sua capitale. Oltre l’Islam, avevano contribuito ad accelerare la decadenza dell’impero romano d’Oriente le ripetute invasioni degli unni, dei goti e persino dei crociati, nonché l’azione spesso eversiva delle colonie commerciali di Venezia, Genova e Pisa che erano sorte come funghi attorno al Bosforo già prima delle crociate. I balivi italiani che le governavano non esitavano a trarre profitto dalla dilagante corruzione, ingerendosi negli affari interni dell’impero, distribuendo borse piene di zecchini ed esercitando, quando era il caso, la propria influenza per fomentare sommosse e congiure. Da parte sua, il basileus, l’imperatore, non osava contraddire i suoi indesiderati ospiti (le cui colonie godevano di enormi privilegi, quasi fossero degli stati nello stato, con propri quartieri, tribunali e chiese), in quanto sperava che le loro potenti galee ormeggiate nel Corno d’Oro servissero da deterrente contro la nuova minaccia rappresentata dalla comparsa sulla scena dei bellicosi turchi ottomani. Nel 1451, il nuovo sultano ottomano aveva appena diciannove anni e lo stato che aveva ereditato dal padre era già potente e temuto: dominava infatti buona parte della penisola balcanica oltre una grossa fetta dell’Asia Minore. Soltanto Costantinopoli era ancora indipendente, ma come può esserlo un castello assediato. Murad l’aveva in parte rispettata, forse perché intimorito più dal suo leggendario prestigio che dalla sua potenza militare. D’altronde, alla grandezza di Roma, Costantinopoli assommava la magia della sua storia: sulla “regina delle città” avevano regnato novantadue imperatori e nessun altro luogo al mondo poteva vantare una storia imperiale altrettanto lunga e ininterrotta. Mehmed era invece di tutt’altro avviso e voleva conquistarla per realizzare l’ambizioso disegno di ricostituire l’antico impero romano, il cui mito era giunto anche fra le aride montagne dell’Anatolia. Mehmed era un uomo del suo tempo e la guerra era il suo sport preferito. Continuò le campagne iniziate dal genitore e mise a segno una serie di successi che ne ingigantirono l’immagine. Per le sue fulminanti vittorie, i soldati lo avevano ribattezzato Al-Fatih, il conquistatore, e l’eco delle sue imprese non aveva tardato a giungere anche nell’Occidente cristiano. Malgrado la giovane età, Mehmed era rispettato e temuto. Possedeva una forte personalità e un’ambizione illimitata. I suoi biografi sottolineano la sua intelligenza, la sua naturale crudeltà, nonché l’immancabile fanatismo religioso che lo animava: lui stesso era convinto di essere la “Spada dell’Islam”. Ma non trascurano di metterne in rilievo anche la sorprendente cultura umanistica, l’interesse per il mondo greco e latino e l’ammirazione per i grandi condottieri dell’antichità. Avido lettore dei testi classici, il giovane sultano, che aveva scelto quali modelli Alessandro Magno e Giulio Cesare, quando conquistò la Grecia (destinata a rimanere per tre secoli e mezzo sotto il dominio turco) si mostrò meno feroce del solito e manifestò una sorta di venerazione per Atene, da lui definita la “città dei saggi”. Ne onorò le antiche vestigia, le tradizioni e accolse nella sua corte artisti e filosofi ellenici. Ma la conquista della Grecia non aveva appagato le ambizioni di Al-Fatih: egli guardava molto più lontano. Si raccontava che già all’età di quindici anni, al padre che gli suggeriva di rispettare Costantinopoli, avesse risposto: «Appena tu sarai spirato io farò la guerra contro l’imperatore romano perché, se lo sconfiggerò, diventerò padrone di tutto il mondo». Il mito di Roma affascinava Mehmed fin dalla più tenera età. Nei suoi sogni di conquista non figurava soltanto la “seconda Roma”, ossia quella bizantina, ma la “prima”, quella vera, quella latina: la più antica e più bramata dai guerrieri musulmani incoraggiati dalla profezia secondo cui Roma era la “mela rossa” che un giorno il sultano avrebbe staccato dall’albero. Non a caso il nome dell’agognata “mela rossa” era evocato anche dal grido di guerra dell’esercito ottomano, che suonava all’incirca così: «Làilahà, Allah! (o Ilaha illallah!) Rum! Rum!». Cioè: «Non vi è altro dio all’infuori di Allah! Roma! Roma!». Per nobilitare il proprio lignaggio e per dare una sorta di legittimità alle sue mire espansionistiche, Mehmed aveva accreditato e perfezionato una teoria piuttosto bizzarra che già era presente nell’immaginario islamico e che ora cercheremo di riassumere. Poiché, secondo la leggenda, i turchi discendevano da un mitico re Teucro – e “teucri” per qualche tempo i turchi erano stati chiamati (teucro significa anche “troiano”) – il fantasioso sultano ne aveva ricavato la “prova”, si fa per dire, che il suo popolo discendeva direttamente dai troiani e che Priamo era il capostipite della sua dinastia. Di conseguenza, mettendo a frutto le sue letture classiche, Mehmed si era proclamato “vendicatore di Troia”, ossia della città che, come “testimoniava” Omero nell’Iliade, era stata distrutta con l’inganno dagli odiosi achei. Ma, non ancora del tutto soddisfatto da questa prima rivendicazione, Mehmed ne aveva aggiunta una seconda ancora più curiosa. Poiché, come “testimoniava” Virgilio nell’Eneide, Roma era stata fondata dalla progenie di Enea, ed Enea era un profugo troiano, di conseguenza il “vendicatore di Troia” poteva vantare dei diritti anche sulla città dei cesari. Questa ricostruzione impapocchiata dell’albero genealogico del popolo turco oggi potrà far sorridere, ma all’epoca fu presa molto sul serio dai sudditi del sultano e non soltanto da loro. Il papa Niccolò V, Tomaso Parentucelli nato a Sarzana (13971455) per esempio, molto addolorato per la caduta di Costantinopoli, non sorrise affatto quando gli giunse una missiva risentita di Mehmed nella quale il sultano esprimeva la propria meraviglia per il fatto che i romani odiassero tanto i turchi, visto che, tutto sommato, erano… “cugini”. Anzi, l’astuto pontefice sarzanese cercò addirittura di approfittare della curiosa circostanza per scendere a patti con l’inatteso “parente”, facendogli intravvedere la di possibilità essere incoronato imperatore romano. Questo progetto, che non era del tutto campato in aria se si considera che in passato molti conquistatori barbari non avevano esitato a farsi cristiani pur di ottenere l’investitura imperiale, non fu scartato neppure dal cardinale Piccolomini, quando, pochi anni dopo, ascese al soglio pontificio col nome di Pio II. Tanto è vero che nello scambio di lettere che si svolse fra i due sovrani, Pio II, che per una fortunata combinazione si chiamava Enea (coincidenza che impressionò notevolmente il sultano), si mostrò propenso alla fondazione di un impero “su tre continenti” del quale Mehmed avrebbe potuto ottenere legittimamente la corona. A una sola condizione: quella di accettare un “pochino d’acqua” (acquae pauxillum), battesimo cristiano. ossia Mehmed il rifiutò ovviamente di convertirsi, ma riuscirà ugualmente a creare un grande impero, che durerà nei secoli e che lo storico britannico Arnold Toynbee non ha esitato a definire “impero romano turco-musulmano”. Questo però accadrà più tardi. Torniamo invece alla vigilia di Pasqua del 1453, quando un’armata di centocinquantamila uomini al comando di Mehmed II si avventò contro la città di Costantinopoli gridando «Làilahà, Allah! Rum! Rum!». Già da qualche tempo, i balivi veneziani e genovesi tempestavano i rispettivi senati di messaggi allarmati, ma i loro appelli cadevano praticamente nel vuoto. Ciò non significa che gli occidentali ignorassero che l’antico impero d’Oriente fosse ormai ridotto a una piccola isola cristiana nell’oceano islamico, come erano coscienti che Costantinopoli era pur sempre l’erede legittima dell’impero romano, depositaria di una grande tradizione culturale, nonché sede riconosciuta di un patriarcato ecumenico. Tuttavia, salvo Venezia e Genova, che ci tenevano a difendere le loro residue colonie commerciali, l’intero Occidente era del tutto indifferente alla sua sorte. Compresa la Chiesa, che avrebbe dovuto essere invece la più interessata. Come è stato ampiamente descritto nei capitoli precedenti, fin dai cosiddetti “secoli bui”, la Chiesa cattolica di Roma e la Chiesa ortodossa di Costantinopoli erano separate e in aperta concorrenza. Le motivazioni di questo scisma che aveva diviso in due la cristianità sono oscure, complesse e francamente incomprensibili. Ancora oggi, nella cosiddetta “controversia del Filioque”, che fu la causa principale di tale separazione, è praticamente impossibile raccapezzarsi (i teologi si accapigliarono su come dovesse essere pronunciata la formula “Padre, Figlio e Spirito Santo”). Ma, a parte le diatribe dogmatiche e le sottili argomentazioni dottrinarie (non a caso definite “bizantine”) che impegnarono sei o sette concili ecumenici, in effetti, per dirla con franchezza, si trattò semplicemente di una questione di potere. Il papa di Roma, successore di Pietro, pretendeva di mantenere il primato sull’intera cristianità anche dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, mentre il patriarca di Costantinopoli, essendo cosciente della superiorità politica, culturale ed economica della “seconda Roma”, non intendeva sottomettersi alla sua autorità. La lunga diatriba si concluse drasticamente, come ricordato, nel 1054 quando il papa Leone IX e il patriarca Michele Cerulario si scomunicarono a vicenda. E fu lo scisma. In seguito, le due Chiese, pur mantenendo in comune, sia pure con sottili distinguo, i riti e i sacramenti, si allontanarono sempre più fino ad assumere posizioni apertamente ostili. Il contrasto era così profondo che quando, nel dicembre del 1452, Costantino XI Paleologo, ultimo imperatore di Costantinopoli, proclamò ufficialmente la riunione con Roma, sperando in tal modo di ricevere aiuti dall’Occidente contro la minaccia ottomana, il partito “scismatico” scatenò un’insurrezione popolare affermando di preferire il potere “col turbante” a quello “con la tiara latina”. Accadde così che, mentre le armate turche già lambivano le mura della città, gli “uniati” e gli “scismatici” si ostinassero a dilaniarsi fra loro in una lotta fratricida. Il clero, fedele al cardinale cattolico di Kiev e Mosca Isidoro, parteggiava per l’imperatore, mentre gli “scismatici” obbedivano al patriarca ortodosso Gennadios, che preferiva i turchi ai cattolici. I preti “uniati” ricusavano i sacramenti ai moribondi che non professavano la loro fede, mentre nelle chiese e nei monasteri regnava grande confusione e alcune suore avevano rinnegato la fede, mangiavano la carne al venerdì, vestivano alla turca e sacrificavano al Profeta. Questa era dunque la situazione di Costantinopoli quando Mehmed piantò le tende in campo aperto a poco più di un miglio dalle mura della capitale. L’imperatore Costantino che, a differenza di molti suoi predecessori, era un uomo volitivo e coraggioso, si mostrò tuttavia deciso a resistere. Precedentemente, egli aveva anche inviato le sue ambascerie in cerca di rinforzi nei paesi cristiani, ma i risultati erano stati scarsi: duecento arcieri napoletani raccolti dal cardinale Isidoro e settecento balestrieri mandati da Genova al comando del capitano di ventura ligure Giovanni Giustiniani Longo. Venezia aveva invece fatto salpare una flotta con a bordo l’ambasciatore Bartolomeo Marcello, che avrebbe dovuto avviare trattative di pace col sultano, ma quelle navi non giungeranno mai a Costantinopoli. Il 2 aprile 1453, falliti tutti i tentativi di pace, il sovrano rivolse un appello agli stranieri residenti a Costantinopoli affinché collaborassero alla difesa della città e i mercanti genovesi e veneziani, al comando dei rispettivi balivi, impugnarono le armi accingendosi a resistere all’assedio. Tutte le porte di accesso alla capitale furono sigillate e sollevati i ponti levatoi, mentre per impedire alla flotta turca di penetrare nella baia del Corno d’Oro, Giovanni Giustiniani, che aveva assunto il comando delle operazioni, ne fece chiudere l’ingresso con una trincea di tronchi galleggianti tenuti insieme da pesanti catene di ferro. Questa barriera marina, unitamente alla triplice fila di muraglie, avrebbe garantito la resistenza della città anche nel caso di un lungo assedio e, di conseguenza, si poteva ancora sperare che la flotta inviata da Venezia potesse giungere in tempo. Ma Mehmed aveva in serbo delle “armi segrete” destinate a riservare amare sorprese agli assediati. Nei giorni che seguirono, il sultano inviò alcune migliaia di sterratori armati di badili e di picconi che si misero al lavoro ai piedi di una collina nelle vicinanze di Galata, la ricca colonia genovese situata sull’altra sponda del Corno d’Oro. Quali fossero le loro intenzioni lo si capì più tardi quando, spianata la collina e costruita una pista rudimentale, apparve la prima di settantadue fuste biremi che, trainate da centinaia di buoi e con le vele spiegate per sfruttare la forza del vento, si tuffarono nella baia a ridosso dello sbarramento, scivolando su rulli di legno opportunamente ingrassati. Resosi conto del pericolo, il capitano Giustiniani convocò il consiglio di guerra e, dopo aver esaminato le varie possibilità, decise di attaccare di sorpresa le fuste nemiche lanciando contro di loro un certo numero di brigantini senza equipaggio, carichi di pece e di polvere da sparo, onde provocare un incendio. L’incursione ebbe inizio alla mezzanotte del 28 aprile. I brigantini furono spinti a vele spiegate verso la flotta turca, ma l’effetto sorpresa non venne purtroppo conseguito perché i turchi, informati da una spia genovese, certo Faiuzo, reagirono con prontezza e li affondarono prima che raggiungessero i bersagli. Nel frattempo, Mehmed aveva messo a punto la sua seconda “arma segreta”: le bombarde. Fino a quel momento le artiglierie medievali non si erano mai rivelate molto efficaci contro i muraglioni di difesa poiché le palle di pietra che lanciavano non avevano grandi effetti dirompenti. Di conseguenza, le macchine da guerra ancora in uso per gli assedi erano le testuggini e gli arieti, che venivano spinti dagli assedianti contro le mura mentre i difensori facevano precipitare dall’alto macigni, olio o pece bollente. In previsione dell’attacco alle potenti mura di Costantinopoli, il sultano aveva però modernizzato le sue artiglierie, affidando la fabbricazione di una serie di grandi bombarde a un fonditore ungherese, di nome Urban, che aveva ricoperto d’oro perché si mettesse al suo servizio. Per soddisfare il generoso mecenate, il cannoniere magiaro superò tutti i limiti e realizzò, come ha scritto lo storico Joseph von Hammer-Purgstall, «la più smisurata bombarda di cui si faccia menzione nella storia delle artiglierie e degli assedi». Si trattava infatti di un gigantesco cannone di 889 millimetri di calibro, pesante complessivamente 48 tonnellate e capace di sparare palle di pietra di quasi tre metri di circonferenza e del peso di 490 chili. Per muoverlo, era necessario l’impiego di cinquanta paia di buoi. Già da tre settimane le bombarde convenzionali di Mehmed martellavano invano le mura di Costantinopoli quando l’enorme cannone comparve davanti alla porta di San Romano (da allora, il palazzo nelle vicinanze sarà chiamato Topkapi, “porta del cannone”). Pochi colpi di questa gigantesca bombarda furono sufficienti per aprire una grossa breccia, che gli assediati cercarono invano di colmare con travi e macerie. Gli assalitori avevano dunque via libera. Il 28 maggio, dopo che gli imam e gli ulema avevano infiammato gli animi dei combattenti, promettendo libertà di saccheggio ai vittoriosi e il paradiso delle huri ai morituri, Mehmed dispose il suo esercito su tre schiere: prima i giannizzeri, poi gli arcieri e più indietro i balestrieri e gli archibugieri, quindi ordinò agli araldi di dare il segnale dell’assalto. Frattanto, nella capitale, tutte le campane suonavano a distesa mentre nelle chiese e per le strade i fedeli si raccomandavano a Dio e i sacerdoti celebravano riti propiziatori. Quel giorno fu portata in processione anche un’icona della Vergine cui venivano attribuite virtù miracolose, ma durante il tragitto la sacra immagine cadde a terra e nello stesso tempo scoppiò un furioso temporale. L’evento malaugurante aumentò il panico e la folla corse a rifugiarsi fra le navate della basilica di Santa Sofia, l’antica cattedrale della Divina Sapienza, che l’imperatore Giustiniano aveva eretto novecento anni prima dotandola della più maestosa cupola d’Europa. L’invocato miracolo però non ci fu. L’ultima disperata battaglia fu combattuta davanti alla porta di San Romano. Alla battaglia partecipò anche Giovanni Giustiniani il quale, gravemente ferito, riuscì poi a porsi in salvo su una nave genovese. Come riporta Cremonesi, riprendendo Ducas, Sfranze e altri storici: Saghanos Pasha assunse il comando di un reparto di giannizzeri e irruppe nell’interno della cinta muraria attraverso l’ampia breccia aperta già prima dal cannone gigante […] Una cinquantina di turchi entrò a sua volta dalla porta sotterranea, o Xylokerkos, che l’imperatore aveva fatto aprire il giorno prima per effettuare da essa una sortita e che era rimasta negligentemente incustodita. Quel reparto assalì alle spalle i difensori della porta di San Romano e con tale azione provocò uno sbandamento generale. L’imperatore Costantino, vista inutile ogni resistenza, si gettò disperatamente nel più fitto della mischia menando colpi all’impazzata finché, vistosi solo, gridò con voce angosciata: «Non c’è nessun cristiano che mi recida il capo?». Aveva appena pronunciato queste parole che due turchi lo stesero morto colpendolo con la spada l’uno al viso e l’altro nel dorso. Un giannizzero serbo che lo riconobbe gli tagliò la testa e la portò al sultano infilzata su una lancia. Secondo alcune fonti dell’epoca, Mehmed mostrò il macabro trofeo a un prigioniero: «Dimmi la verità», gli chiese, «è questa la testa del tuo imperatore?». Ed egli, riconoscendola da certi indizi, rispose: «Sì è la sua, o signore». La videro anche altri e la riconobbero. Allora la affissero alla colonna dell’Augusteon e lì rimase fino a sera. In seguito, scorticata Costantino Mehmed XI II solo la pelle di e riempitala di paglia, la mandò dovunque per mostrarla come simbolo di vittoria ai principi dei persiani, degli arabi e di altri signori turchi. L’uso barbarico di impagliare le spoglie del nemico sconfitto era una consuetudine per gli ottomani. Conquistata la città, i soldati turchi si avvalsero con entusiasmo del loro diritto a tre giorni di saccheggio e fu subito un susseguirsi di uccisioni e di rapine. Le strade e le piazze erano lastricate di cadaveri orrendamente mutilati. Il sangue scorreva ovunque. Neanche i monasteri furono risparmiati e i loro inquilini, maschi e femmine, violentati e uccisi. Molte monache, per non cadere nelle mani dei vincitori, cercarono la morte gettandosi in mare o lanciandosi dalle finestre. Racconta un altro storico turco, Nesri: Quando non rimase più nessuno sul campo di battaglia in grado di tenere testa o di usare la spada con la sua mano indebolita, furono aperte le porte e i soldati che ancora erano fuori dalle mura, preceduti dal sultano che cavalcava su una sella dorata, cominciarono a far festa. Per tre giorni e per tre notti ci fu il saccheggio generale e i vittoriosi, volgendo il loro cuore ai riccioli delle fanciulle belle come huri e ai giovinetti dalla pelle morbida e gioendo alla vista di queste belle prede dal dolce sorriso, si gettarono nelle delizie della buona sorte. Mehmed fece il suo ingresso trionfale in città montando un cavallo bianco. Raggiunta la basilica di Santa Sofia, ordinò al suo seguito di inginocchiarsi per recitare la preghiera pomeridiana in onore di Allah, poi visitò tutto il tempio per ammirare i mosaici e le artistiche strutture. Così ricorda quel momento lo storico greco Ducas: Egli [Mehmed] convocò uno dei suoi spregevoli preti, che salì sul pulpito per pronunciare la sua perfida preghiera. Il figlio dell’iniquità, il precursore dell’Anticristo, ascendendo al santo altare, offrì la preghiera. Ecco, la calamità! Ecco qua, il fatto orrendo! Ahimé! Che cosa ci è accaduto? Oh! Oh! Di che cosa ci tocca essere testimoni? Un turco infedele che sta sul santo altare nel cui fondamento sono state deposte le reliquie di apostoli e martiri! Un brivido, o sole! Dov’è l’Agnello di Dio, dov’è il Figlio e Logos del Padre che è sacrificato lì sopra, e mangiato, e mai consumato? Il sultano volle anche salire sulla cupola per godere dello spettacolo della città svuotata dei suoi abitanti, in preda agli incendi e alle devastazioni. Più tardi, Mehmed fece condurre davanti a sé il megaduca Luca Notaras, uno degli uomini più ricchi e potenti dell’impero, che lui stesso aveva provveduto a riscattare personalmente come si usava fare coi prigionieri ridotti in schiavitù. Riscattata anche la sua famiglia, il sultano promise a Notaras di affidargli l’amministrazione della città e l’altro si disse subito disposto a collaborare. Ma più tardi, durante un banchetto allestito in casa del megaduca, Mehmed, inebriato dal vino, adocchiò il giovane figlio del suo ospite e ordinò a un eunuco di condurlo nella sua stanza. Luca Notaras, che non aveva tardato a comprendere le intenzioni del sovrano (la bisessualità era quasi una regola fra gli ottomani), cercò di opporsi e fu la sua fine. Mehmed fece catturare il ragazzo e dispose che l’intera famiglia del megaduca venisse decapitata, il che avvenne sotto i suoi occhi. Altri nobili catturati vennero in seguito fatti uccidere dal sultano e, fra questi, il balivo veneziano Girolamo Minotto con tutti i suoi familiari. Diversi veneziani ottennero invece di potersi riscattare pagando grosse somme di denaro, da mille a duemila ducati, mentre le donne più avvenenti furono inviate negli harem dei vari comandanti turchi o nel serraglio del sultano. Un trattamento diverso venne riservato ai genovesi. Genova aveva sempre mantenuto buoni rapporti col sultano e, anche se l’alleanza non aveva impedito a molti genovesi di Galata di combattere contro gli ottomani, Mehmed, al quale premeva più la prosperità che la vendetta, si comportò con loro umanamente. In cambio sottomissione e del assai più della pagamento di un’imposta, concesse loro di conservare i propri beni e di seguire i propri riti e costumi. Con una sola eccezione: il divieto assoluto di suonare le campane. I musulmani hanno sempre manifestato una particolare fobia verso le campane, perché non tollerano concorrenti nel richiamo alla preghiera lanciato dal muezzin. I genovesi non avevano dunque motivo di lamentarsi troppo. Pochi giorni dopo la conquista, il podestà di Galata scriveva a un suo fratello di Genova: «Il sultano ha fatto compilare anche l’elenco di tutte le proprietà dei mercanti genovesi che se ne sono andati, dicendo: “Se torneranno, le riavranno, altrimenti saranno mie”». Tornarono quasi tutti. Dopo la conquista, Mehmed II scelse Costantinopoli come capitale dell’impero ottomano che, fino a quel momento, si trovava a Adrianopoli. Da quel momento la città prese anche il nome di Istanbul, dal greco eis ten polin, “verso la città”, con il quale venne identificata da allora in poi, anche se l’antica denominazione non tramontò mai sino al XX secolo. Fu ristrutturata e arricchita con nuove opere; Mehmed ne rispettò anche l’assetto religioso, salvando alcuni templi della cristianità e confermando patriarca il teologo “collaborazionista” Gennadios, che ottenne particolari privilegi, anche se, da quel momento, l’Islam diventò la religione di stato e i cristiani refrattari alla conversione vennero ridotti, come già detto, a cittadini di “serie B”. Il sultano favorì anche il ritorno nella città dei mercanti greci, ebrei, armeni ed europei in genere, affinché riprendessero le loro attività commerciali, cosicché in pochi anni Costantinopoli risorse, quadruplicando la sua popolazione. La caduta della “seconda Roma” segnò una svolta nella storia dell’Europa. Il dominio del Mediterraneo orientale esercitato dal Gran Turco e, di riflesso, dai pirati barbareschi, che ora avevano nel nascente impero ottomano un preciso punto di riferimento e un valido sostegno, costituì una grave sconfitta politica per la Chiesa di Roma, che si vide definitivamente soppiantata in quella parte del mondo che aveva cercato di conquistare con le crociate. La rivincita ottomana fu però non solo religiosa, ma anche economica. A farne le spese furono soprattutto le repubbliche marinare di Venezia e di Genova che per secoli avevano spadroneggiato nel Mediterraneo e nell’Egeo monopolizzando i commerci verso il Vicino e l’Estremo Oriente. In compenso, l’interruzione delle vie di comunicazione attraverso i porti dell’Asia Minore spinse i mercanti europei a cercare nuove rotte commerciali verso Occidente, coltivando il sogno di buscar il Levante por il Ponente. Un sogno che sarà realizzato quarant’anni dopo dal genovese Cristoforo Colombo. Conquistata la città e nonostante i buoni rapporti esistenti tra Genova e la Sublime Porta, gli ottomani lanciarono i loro tentacoli anche sulla colonia genovese di Amastri, sul Mar Nero. Nel 1461 fu la volta di Trebisonda (con cui cadde anche il secolare impero dei Comneni) e, nel 1475, di Caffa, in Crimea, con cui venne definitivamente meno la stabile presenza commerciale genovese in Oriente, mentre Mehmed estendeva la propria influenza su tutta la penisola affacciata sul Mar Nero. L’attenzione di Mehmed per l’area balcanica non era comunque mai venuta meno e così aveva deciso di liquidare definitivamente anche la questione serba, marciando con un forte esercito su Belgrado, cui pose l’assedio nel 1456. Sugli assedianti però calò all’improvviso l’Hunyadi, che aveva raccolto attorno a sé un esercito in buona parte composto da contadini e milizie, queste ultime composte da pochi crociati bene armati ed esperti di cose di guerra, mentre i più possedevano solo una spada oppure randelli e fionde. Questi coraggiosi erano però animati dalle infiammate parole di Giovanni da Capestrano, un colto frate abruzzese che verrà poi canonizzato da papa Alessandro VIII nel 1690. Costui era talmente eloquente che, pur predicando in latino contro i turchi, entusiasmava le folle ungheresi, boeme e croate gesticolando “more italico”. Tutti capivano infatti benissimo che egli li incitava a combattere contro il nemico della cristianità. Con queste truppe raccogliticce il condottiero ungherese riuscì dapprima a rompere l’assedio della città e quindi a bloccare, con forti generale del l’inferiorità numerica, perdite, nemico. a l’assalto Nonostante quel punto, Giovanni da Capestrano lanciò una folle carica di tutta l’armata cristiana che sorprese e poi spezzò le difese turche. Lo stesso sultano venne ferito a una coscia e caddero alcuni dei suoi migliori generali, come l’agha (comandante) dei giannizzeri e Karagia bey, governatore della Rumelia (la parte occidentale dell’impero ottomano). A quel punto Mehmed dovette dare l’ordine di ritirata generale e accettare la propria sconfitta, lasciando nelle mani del nemico armi, materiali e mezzi. Era il 22 luglio. L’entusiasmo del mondo cristiano fu indescrivibile e papa Callisto III scrisse che quello era stato «l’avvenimento più felice della sua vita». Poco dopo però, una violenta epidemia di peste flagellò le fila cristiane, portando alla tomba prima l’Hunyadi (11 agosto) e poi lo stesso frate Giovanni (23 ottobre). Priva di guida, l’armata crociata non poté sfruttare il vantaggio acquisito e questa grande occasione mancata permise al sultano di limitare i danni e anzi di rilanciare in breve tempo la sua offensiva, che portò alla presa di Semendria nel 1459 e quindi alla cancellazione della Serbia come potenza cristiana autonoma. Negli stessi anni quanto rimaneva della Morea venne sommerso dalla marea ottomana e questo suonò nuovamente come una campana a morto per l’Occidente cristiano. Inutilmente il nuovo papa Pio II, presagendo il rischio che l’avanzata turca rappresentava per l’Europa, avevano tentato di coalizzare nuovamente le forze cristiane in un fronte unico. A tale scopo, anche dopo il fallimento sostanziale della Dieta di Mantova, continuò ad appoggiare, tra l’altro, il controverso nuovo voivoda di Valacchia, Vlad III Dracul, detto T·epes· (l’Impalatore) nella sua resistenza allo strapotere ottomano. L’astro di questo controverso personaggio, caratterizzato da una pessima fama (in parte giustificata), era sorto proprio durante la campagna vittoriosa del 1456. Dopo un breve precedente tentativo infatti, e grazie all’appoggio dell’Hunyadi, Vlad era riuscito a impadronirsi del contestato trono di Valacchia. L’inquietante soprannome gli derivava da una pratica acquisita probabilmente durante il periodo della prigionia giovanile in mani ottomane, ma quello dell’impalatura risultava un uso piuttosto diffuso all’epoca. Come scrive Gargiulo in Dracula: Con questo termine si identificava solitamente il supplizio che prevedeva l’impiego di una palo aguzzo, di dimensioni variabili, conficcato nel terreno per la parte non acuminata. Questa pratica inumana fu ampiamente diffusa in ambito europeo, almeno dall’alto Medioevo e sino al pieno XVIII secolo e interessò in particolare i territori di cultura tedesca e slava. Era riservata soprattutto agli autori di crimini particolarmente odiosi, come l’infanticidio, oltre che, come già accennato, agli eretici e agli infedeli. Al malcapitato, dapprima sdraiato e immobilizzato, veniva inserita la parte aguzza del palo stesso, più sottile e a volte rivestita di metallo, solitamente per via rettale (anche se erano previste varianti sul tema). L’attrezzo era quindi fatto fuoriuscire dalla gola, dalla testa o più spesso dalle spalle, in modo tale da non ledere possibilmente organi vitali e garantire quindi la sopravvivenza dello sventurato il più a lungo possibile, in alcuni casi per più giorni. A volte, quando la punta del palo stava per emergere dal corpo, il carnefice interveniva con un piccolo coltello, per coadiuvare l’operazione, mentre i suoi aiutanti continuavano a spingere l’attrezzo, con costanti forti colpi di mazza alla base. Una volta completata l’orrenda procedura, il condannato era bloccato con le gambe sull’asta stessa, onde evitare che scivolasse. La morte doveva sopraggiungere infatti per dissanguamento o anche per sete, ma solo dopo che corvi e altri predatori avevano fatto scempio della vittima. Si trattava di un tipo di esecuzione davvero straziante e destinato a colpire in modo indelebile la fantasia dei contemporanei. Vlad Dracul, o Dracula (dal genitivo romeno Dra˘culea, figlio di Dracul), il cui nome derivava dall’appartenenza sua e del padre all’ordine del Drago (creato dall’imperatore Sigismondo e destinato a combattere gli infedeli e gli eretici) fu eccellente generale, abile governante e personaggio ambiguo e sanguinario. Per anni riuscì a barcamenarsi tra le potenze cristiane, in primo luogo l’Ungheria dell’Hunyadi, che lo circondavano e l’impero ottomano, che premeva minaccioso alle sue frontiere, imponendogli costanti vincoli di vassallaggio economico e amministrativo. Il suo spericolato gioco si realizzò grazie all’incondizionato appoggio di buona parte del suo popolo e alle sue indubbie qualità di condottiero e stratega. Messo alle strette però, dopo il 1460 in particolare, fu costretto ad affrontare il colosso turco in una lotta impari, cosa che fece con indubbio coraggio e grande abilità, tanto da tenere in scacco, con la sua piccola armata “nazionale”, l’enorme esercito di Mehmed sino al 1463. Il terrore che incuteva ai suoi nemici era tale che, nel momento culminante della pluriennale campagna, ebbe il coraggio di lanciare una sorta di attacco suicida, con poche migliaia dei suoi migliori soldati, contro l’enorme accampamento di Mehmed, che lo tallonava da mesi alla testa di un’armata di circa ottantamila uomini. Un miliziano, che partecipò a questa audace sortita, ha lasciato una descrizione impressionante dell’avvenimento, come riporta sempre Gargiulo: Le grida delle guardie [dell’accampamento turco] occasionalmente richiamate all’ordine, il profumo dell’agnello che arrostiva sulle ceneri ardenti, il baccano dei soldati che si apprestavano a partire, le risa delle donne e dei visitatori, i canti lamentosi degli schiavi, i cammelli, le numerosissime tende e infine, al centro dell’accampamento, la favolosa tenda ricamata d’oro del sultano, che si era appena ritirato dopo un lauto pasto. All’improvviso si udì il verso della civetta, il segnale di attacco di Dracula e, un istante dopo, l’impetuosa avanzata della cavalleria. Gli invasori penetrarono le formazioni difensive delle guardie, galoppando freneticamente attraverso le tende dove i soldati giacevano mezzi addormentati. Le spade e le lance valacche si aprirono un varco sanguinoso. «Kaziklu Bey!» (L’Impalatore!) gridava la folla di soldati turchi paralizzati dal terrore, cadendo sotto i colpi della valanga romena. Finalmente le trombe turche adunarono gli uomini. Un corpo di audaci guardie fidate si raccolse gradualmente intorno alla tenda del sultano. Vlad aveva ipotizzato un attacco violento e veloce che, sfruttando l’elemento sorpresa, consentisse ad alcuni almeno dei suoi guerrieri di giungere sino al sultano. Naturalmente conosceva bene il valore e l’esperienza dei soldati scelti che formavano la guardia personale di Mehmed e anche per questo aveva scatenato l’attacco da più direzioni, per aumentare la confusione e lo sbandamento all’interno del campo ottomano. L’effetto sorpresa in effetti ci fu, come riporta la cronaca del turco Ibn Kemal: Vlad è arrivato all’improvviso, come un torrente di notte; schiere di soldati con corazze grigio-azzurre […] sembravano nuvole nere. Quando nel campo di battaglia le trombe squillavano e i tamburi rullavano come il cielo rannuvolato, allora la pioggia di sangue diventava un fiume e le spade rilucevano come lampi. Quella notte, cavalleria e fanteria valacche hanno ruotato come l’orizzonte intorno all’esercito turco, muovendosi di continuo, come il cielo. L’operazione fu comunque un fallimento, ma alimentò la leggenda del personaggio, che fu rinforzata da un successivo episodio. Nel luglio del 1462 infatti Mehmed fu finalmente di fronte alla capitale valacca, Tirgoviste, già abbandonata dal voivoda. Scrive ancora Gargiulo: A poche miglia dal centro abitato però i reparti dell’avanguardia ottomana si imbatterono in una vera e propria foresta di pali, forse tra i quindici e i ventimila, alla sommità dei quali andavano decomponendosi i cadaveri di altrettanti sventurati. Una stretta gola, lunga quasi un chilometro, era divenuta l’ultima dimora di uomini, donne, vecchi e bambini, divorati in parte dai corvi e dai rapaci. Si trattava di prigionieri di guerra turchi e di civili catturati durante la campagna invernale del 1461-1462, ma vi erano anche oppositori del Voivoda, reali o presunti traditori della causa valacca, avversari politici. Nell’orrido gruppo spiccavano i resti dell’ambizioso Cataboleno e dell’astuto Hamza Pasha, autori del fallito attentato a Dracula dell’anno precedente. Molte di quelle povere spoglie erano rimaste esposte alle intemperie per mesi e lo spettacolo che si presentò agli occhi del sultano e del suo stato maggiore dovette essere terrificante. Così infatti lo storico greco Calcondila descrisse la sua reazione, pur essendo egli noto per la pragmatica crudeltà e il cinismo politico: E lo stesso comandante, stupefatto, continuava a dire che non poteva prendere il paese a un uomo che compiva simili grandi cose e che, in modo sovrannaturale, sapeva servirsi in tal modo del suo potere e dei suoi sudditi. Diceva anche che un uomo che compiva simili atti sarebbe ancora capace di compierne altri. E gli altri turchi, vedendo la moltitudine di gente impalata, furono estremamente spaventati. C’erano anche dei neonati attaccati alle loro madri, infilzati ai pali, e gli uccelli avevano nidificato nelle loro casse toraciche. A quel punto però anche la disperata resistenza del voivoda si incrinò e il colpo definitivo lo ricevette proprio da colui che sarebbe dovuto essere il suo primo e principale alleato cristiano e cioè il re d’Ungheria Mattia Corvino (figlio dell’Hunyadi) che, nella circostanza, tenne un atteggiamento quantomeno ambiguo. Questi infatti catturò Vlad con l’inganno e cercò successivamente di screditarlo, per fare accettare il proprio tradimento al fronte cristiano e in particolare a Pio II. Proprio per questo gesto, però, lo stesso Corvino, pur dotato a sua volta di notevoli capacità, si ritrovò in prima linea nel contrastare la Sublime Porta, la cui spinta propulsiva non pareva conoscere soste. Ma un’altra grande potenza cristiana ruppe a quel punto gli indugi e così Venezia, fidando soprattutto sulla propria supremazia marittima, entrò in guerra con la Porta. Un conflitto destinato a durare più di quindici anni. Dopo le operazioni preliminari lungo le coste adriatiche e in Morea, nel 1466 anche l’Erzegovina entrò a far parte dell’orbita turca, invasa dalle colonne ottomane e questo portò Dalmazia, Croazia, Carinzia, Istria e lo stesso Friuli alla portata delle veloci e devastanti incursioni degli akyngı, i famigerati predoni turchi. Costoro colpirono infatti la regione friulana nel 1472, 1477 e, soprattutto, nel 1499. Accanto alle truppe scelte, già all’epoca ben conosciute, come i sipahi e i giannizzeri, azab e akyngı, rappresentavano la semplice fanteria e la cavalleria leggera dell’armata. I secondi in particolare erano milizie irregolari, indisciplinate e feroci, dedite prevalentemente al bottino, che costituiva in fondo la loro principale fonte di sostentamento, visto che non ricevevano un soldo regolare. Abili cavalieri leggeri, coraggiosi e veloci, questi scorridori erano arruolati su base tribale. La truppa ideale per l’azione di logoramento delle potenze cristiane di confine, con i loro pesanti e statici eserciti di tipo medievale, ancora legati all’impiego della cavalleria pesante e delle fanterie inquadrate. Parte terza SPLENDORI E APOGEO DELL’IMPERO OTTOMANO La scelta fratricida Nei decenni successivi parve che per i turchi fosse fatta. L’impero ottomano raggiunse infatti il massimo dello splendore e della potenza dopo l’ascesa al trono di Solimano I detto il Magnifico o Qanuni, “il Legislatore” (14941566). Selim I, suo padre, figlio di Bayezid II e nipote di Mehmed II, lo aveva scelto come successore fra i suoi numerosi figli cresciuti nell’harem. La società islamica infatti non riconosceva la primogenitura maschile e neppure la legge del maggiorasco in uso in Occidente, ma affidava la successione, in buona sostanza, alla volontà di Allah, il che, come si può immaginare, creava non pochi problemi al momento della morte di un sultano in carica, soprattutto se questi non aveva lasciato precise disposizioni. Pur essendo Solimano figlio di Ayse Afsa Sultan, moglie di Selim I, quasi tutte le donne dell’harem reale erano delle schiave, cosicché spesso un regnante era, per forza di cose, figlio di una schiava. Com’è naturale, la principale ambizione di una concubina era quindi quella di dare al sultano un figlio maschio, in quanto, se il genitore l’avesse scelto come erede al trono, lei avrebbe ricevuto il titolo di valide, l’equivalente di regina-madre. Ma tale impresa era complessa e molto rischiosa, poiché di figli maschi il sultano ne metteva al mondo parecchi. Dopo la sua proclamazione, il giovane sovrano non dovette però fare ricorso alla prassi ormai consolidata del fratricidio dinastico, introdotta da Bayezid I, ma codificata in modo più ufficiale da Mehmed II, poiché lo stesso padre Selim aveva già eliminato tutti i suoi fratellastri, che avrebbero potuto tentare un’usurpazione del potere supremo. L’uccisione dei principi poteva essere appaltata ai più fedeli tra i giannizzeri della guardia personale del sultano o eseguita dai cosiddetti muti del serraglio, cioè schiavi (a volte eunuchi) sordomuti (o anche resi muti con l’asportazione della lingua) che servivano nella “casa” del sultano e, per la loro menomazione, rappresentavano il sicario ideale. Spesso l’eliminazione veniva eseguita mediante strangolamento, impiegando un laccio di seta: neppure una goccia del sangue del sultano poteva infatti andare dispersa. Il giovane Solimano, una volta assunto il potere, dilatò i confini dell’impero, che ormai comprendeva tutte le città sante dell’Islam, Gerusalemme, La Mecca, Medina, Costantinopoli. Solo Roma non fu assorbita dall’impero e per il giovane sovrano ciò costituiva un vero cruccio. A differenza dei suoi predecessori, che disponevano tutti di harem affollati, Solimano, che pure poteva scegliere in teoria tra circa trecento tra mogli e concubine e che amava affermare trionfalmente che era vicino il tempo in cui la pantofola di una donna turca sarebbe stata più ricca dell’intera veste di una principessa cristiana, morigerata. Non conduceva ammetteva vita stoviglie d’argento a tavola, disapprovava gli sprechi e, da buon musulmano, condannava anche l’uso del vino (un “peccato” peraltro molto diffuso nella sua corte). Nella sfera più privata poi finì con lo scegliere la sua favorita e le rimase accanto, sia pure con alti e bassi, per tutta la vita, facendole assumere il ruolo di una vera regina. Si chiamava Roxana o Rosselana ed era ovviamente bella ma anche molto intelligente. Questa concubina, che secondo varie leggende era di volta in volta italiana o ucraina (in particolare circassa) e figlia di un prete ortodosso, era stata rapita dai tartari o dai pirati, venduta nei mercati di schiavi e acquistata dapprima da Ibrahim Pasha, gran visir del sultano, e quindi da questi ceduta a Selim che, in un secondo tempo, ne avrebbe fatto dono al figlio. La favorita del sultano diventò molto popolare, sia per la sua avvenenza e per l’originalità dei suoi capelli, di color rosso acceso, sia per la risata cristallina e piacevole, che le procurò l’appellativo di hurrem, “la sorridente”. In realtà aveva saputo conquistare la sua privilegiata posizione difendendosi con le unghie e con i denti (soprattutto con le unghie) dalle aggressioni delle altre concubine, che invidiavano la sua posizione privilegiata. In particolare Mahi Debran Guibar, forse tartara di origine, aveva già dato un figlio al giovane sultano, Mustafà, e, temendo l’ascendente esercitato su Solimano dalla nuova arrivata, non esitò ad aggredirla fisicamente, ma mal gliene incolse perché il gesto le costò l’espulsione dall’harem. Rosselana comunque restò accanto al consorte per tutta la vita e la loro unione fu certamente felice, anche se, con il tempo, il suo potere nell’harem e a corte raggiunse un tal livello da condizionare in parte la stessa politica del sultano e da costare, per esempio, la vita a quello che un tempo era stato il braccio destro di Solimano, nonché suo fraterno amico, il gran visir Ibrahim Pasha. Comunque, caso unico nella storia, Rosselana, alla sua morte, venne sepolta accanto al sultano nello stesso mausoleo di Costantinopoli a lui dedicato. Alla morte del padre Selim I, nel 1520, il giovane Solimano si era trovato a gestire un potere immenso. Questo sovrano, sotto il cui regno l’impero ottomano raggiungerà il massimo della sua espansione, oltre che quello di sultano rivestiva anche il ruolo di Califfo, riconosciuto dai sunniti (i musulmani ortodossi che costituiscono la maggioranza dell’Islam), avendolo in qualche misura ereditato dal padre che, nel 1517, aveva esteso il proprio potere anche all’antico sultanato mamelucco d’Egitto, ultimo erede dell’antica tradizione califfale dell’Islam classico. In realtà la prima attestazione “ufficiale” di tale ruolo data a documenti ufficiali molto più tardi, ma la realtà politico-religiosa parlava un altro linguaggio. In questa veste, dunque, Solimano esercitava un potere assoluto, sia in campo politico sia in quello religioso. Era insomma una sorta di “papa-re” che dominava un territorio immenso. «Io, Signore dell’Oriente dalla terra di Cina all’estremità dell’Africa…», così si presentava Solimano scrivendo ai sovrani europei. Egli non nascondeva la sua ambizione di giungere a conquistare l’intera Europa e di trasformare in moschea anche la basilica romana di San Pietro così come il suo antenato Mehmed aveva fatto con quella di Santa Sofia. A frenare i suoi ardori aveva tuttavia provveduto Carlo V che nel 1529, quando la veloce cavalleria irregolare musulmana aveva già raggiunto Ratisbona, era riuscito a ricacciare le forze islamiche dalle porte di Vienna infliggendo loro una prima, dura sconfitta. Ma, oltre che per l’umiliazione subita, Solimano nutriva nei confronti di Carlo V anche dei rancori, per così dire, personali. Convinto anche lui della validità della bizzarra teoria sostenuta da Mehmed II, secondo la quale il signore di Costantinopoli era il legittimo imperatore romano, considerava Carlo V un usurpatore e rivendicava il suo diritto di fregiarsi dell’ambito titolo di sacro romano imperatore di cui si fregiava l’Asburgo. Il sultano contro l’imperatore Nato a Gand nel 1500, questo giovane principe cristiano era diventato, per uno di quei giochi dinastici allora piuttosto frequenti, re di Spagna a sedici anni e imperatore a venti. Le due corone riunite avevano perciò concentrato nelle sue mani il dominio su un vasto impero, sul quale, come si diceva avesse affermato orgogliosamente, non tramontava mai il sole. Esso si estendeva infatti dal Danubio all’Atlantico per poi spingersi nell’ancora inesplorato Nuovo Mondo. Proprio l’enorme estensione di questi domini aveva però finito col creare i primi problemi al giovane sovrano. Francesco I di Valois, re di Francia, temendo di venire strangolato dallo strapotere dell’Asburgo, aveva infatti concorso a sua volta alla corona imperiale, ma l’appoggio finanziario della dinastia dei banchieri tedeschi Fugger aveva fatto pendere la bilancia a favore di Carlo. Lo scontro decennale fra le due grandi potenze continentali che ebbe inizio a quel punto finì però col favorire involontariamente proprio l’espansione islamica, anche nel Mediterraneo. Costretto in una sorta di sacca, infatti, Francesco I scese presto in guerra e dette inizio a un lungo duello, combattuto soprattutto in Italia, del quale gli italiani furono per anni gli impotenti spettatori (il detto “Franza o Spagna purché se magna” testimonia la loro fatalistica rassegnazione). Questa prima guerra si concluse a Pavia nel 1525, dopo una sanguinosa battaglia nel corso della quale il re francese, appiedato e abbandonato dalle sue truppe, era addirittura caduto prigioniero. Le parole da lui scritte alla madre la sera stessa della disfatta e poi riassunte nel famoso detto “Tutto è perduto fuorché l’onore”, non potevano certo nascondere l’umiliazione subita dalla Francia in quell’occasione. Il dominio spagnolo su gran parte del continente europeo, Italia compresa, era un dato di fatto. Dal canto suo, fallito il tentativo di conquistare Vienna, Solimano non aveva rinunciato alla sua tradizionale strategia terrestre. Ci aveva riprovato nel 1532 con un esercito ancora più potente, ma anche questa volta aveva dovuto rinunciare all’impresa perché l’imperatore Carlo V e suo fratello Ferdinando non si erano fatti cogliere di sorpresa, al punto che i turchi non raggiunsero neppure la città. Nonostante le difficoltà interne all’impero, dovute al progressivo affermarsi della Riforma luterana, che proprio nel 1531 aveva dato vita alla cosiddetta Lega di Smalcalda tra molti dei principi aderenti al nuovo credo, il giovane imperatore aveva affrontato con successo anche questa nuova minaccia. Sistemata così la Francia, arginata l’avanzata turca nei Balcani, Carlo, che quasi non sapeva parlare spagnolo, aveva sistemato le cose anche nella penisola iberica, ancora fresca delle lacerazioni provocate dalla Reconquista, che aveva liquidato nel 1492 gli ultimi capisaldi della secolare dominazione araba dopo una dura lotta iniziata almeno nel lontano XI secolo. A quel punto però l’Asburgo era stato costretto a rivedere in parte la sua strategia. Ora infatti il pericolo veniva dal mare. Lungo la prospiciente costa nordafricana, in quella miriade di emirati soggetti al sultano di Costantinopoli, i muezzin non mancavano mai di ricordare ai fedeli che la Spagna era Dar al-Islam, terra islamica, e che era quindi loro dovere riconquistarla. preoccupante Minaccia quanto tanto diversa era più la situazione del Mediterraneo nei primi decenni del Cinquecento. Dopo la fine dell’epoca “eroica” delle crociate, irriducibili difensori della cristianità erano rimasti soltanto i cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, detti poi di Rodi e quindi di Malta (il nome mutava a seconda delle tappe della loro forzata ritirata davanti alla prorompente valanga islamica). Sorto al tempo delle crociate con intenzioni assistenziali, l’ordine dei Cavalieri non aveva tardato a impugnare anche la spada e i suoi adepti, tutti giovani volontari provenienti dalle più importanti famiglie europee, si erano trasformati da monaci misericordiosi in eroici difensori della Croce. Cacciati dalla Terrasanta dai successori del Saladino, questi frati guerrieri si erano lasciati alle spalle, con le rovine dei loro superbi castelli, anche una fama il cui solo ricordo mandava in bestia i fedeli del Profeta. Da Rodi, dove si erano stabiliti nel 1310, dopo un breve intermezzo cipriota, i cavalieri avevano continuato la lotta contro l’Islam subendo quella metamorfosi da soldati di terra a soldati di mare che doveva imprimere all’ordine la sua più spiccata caratteristica. Per un paio di secoli, le galee dei cavalieri avevano continuato a non dare respiro ai turchi, sconvolgendone il traffico commerciale, catturando navi e colmando le stive di prigionieri e di schiavi. Avvistare in mare una galea dei cavalieri rappresentava per una nave turca un momento di terrore, esattamente come accadeva su una nave cristiana quando appariva all’orizzonte una galea battente la bandiera verde con la mezzaluna. Scacciare anche da Rodi quegli irriducibili nemici dell’Islam era quindi diventato per i sultani non solo un punto d’onore, ma anche una vitale necessità. Un primo inutile tentativo era stato fatto nel 1444 e un’ulteriore campagna era stata lanciata nel 1480 dallo stesso Mehmed, il conquistatore di Costantinopoli, ma era clamorosamente fallita con gravissime perdite da parte degli aggressori. Alla fine del 1522 l’impresa era invece riuscita a suo nipote Solimano, dopo un assedio durato sei mesi, che era costato ai combattivi giannizzeri un vero bagno di sangue. La resistenza eroica dei cavalieri aveva sbalordito il mondo cristiano (che però, salvo pochi romantici volontari, si era guardato bene dal mandare aiuti concreti), ma anche lo stesso sultano, il quale aveva concesso ai superstiti l’onore delle armi, consentendo che lasciassero l’isola con spade e bandiere. Dopo alcuni anni, nel 1530, per volontà di papa Clemente VII e dell’imperatore, i cavalieri si stabilirono definitivamente a Malta, già possedimento del viceré di Sicilia. Presto anche questa isola si trasformò in una formidabile piazzaforte militare e navale cristiana, nonché in una spina nel fianco della potenza ottomana. Dopo essersi riorganizzati, i cavalieri avevano offerto invano i loro servigi ai sovrani cristiani. In un momento di esacerbato nazionalismo, questo corpo mercenario, combattente, presentava ma non infatti due svantaggi agli occhi dei sovrani europei. In primo luogo, i cavalieri giuravano fedeltà non al monarca, ma al papa. In secondo luogo, il voto impediva loro di guerreggiare contro altri cristiani. Solo più tardi essi trovarono comprensione alla corte di Carlo V, il quale, considerando che Solimano usava tranquillamente le forze navali irregolari dei pirati del Nordafrica, non trovò disdicevole comportarsi allo stesso modo impiegando contro di esse la forza “irregolare” dei cavalieri. Fu così che, nel 1530, nacque il Militare sovrano ordine dei cavalieri di «adempiere Malta, ai col doveri compito della di religione cristiana e di dedicare le loro forze e le loro armi a combattere i perfidi nemici della Santa Fede». Come contropartita della sovranità sull’isola, concessa loro da Carlo V, l’ordine era tenuto a pagare un affitto simbolico, consistente in un falcone reale da inviare ogni anno al viceré spagnolo di Sicilia. Saranno questi monaci armati, asserragliati nell’isola di Malta, a tenere alto il vessillo crociato in un mare che, a poco a poco, si era andato trasformando in un lago musulmano. I turchi in realtà non amavano il mare. Come tutte le popolazioni provenienti dai deserti dell’Asia centrale, ne diffidavano istintivamente. D’altra parte, dalle crociate in poi, la lotta fra la cristianità e l’Islam era stata combattuta soprattutto sulla terraferma. Anche per l’operazione anfibia nel Corno d’Oro, che aveva consentito a Mehmed II di conquistare Costantinopoli, le navi erano state utilizzate soprattutto come ausiliarie delle forze terrestri e la modesta flotta turca era stata impiegata soltanto per delle operazioni, per così dire, “terra-mare”, fidando più sulla forza trainante di centinaia di buoi che sulla capacità dei nocchieri e la spinta dei rematori. Il sultano, che era comunque sempre deciso a coronare la sua missione di trasformare la basilica di San Pietro in moschea, si era infine lasciato convincere dai suoi visir a rinunciare in parte alla tradizionale strategia terrestre a vantaggio di quella marittima. Non era stato facile fargli cambiare idea. Solimano, d’altronde, era un guerriero nato: amava la guerra, amava cavalcare alla testa delle sue truppe e fino a quel momento l’esercito ottomano era stato soprattutto un formidabile strumento militare terrestre. Tuttavia, sin dalla presa di Costantinopoli, il nonno Mehmed, che poté allora disporre di cantieri navali efficienti, di migliaia di schiavi da mettere ai remi e di validi comandanti (quasi tutti cristiani rinnegati), che di vele e di rotte si intendevano, aveva allargato i suoi orizzonti e la conquista del Mediterraneo era divenuta un’esigenza prioritaria per la realizzazione del suo grandioso disegno. «Un solo Dio in cielo, un solo re sulla terra» sarà infatti l’obiettivo del giovane Mehmed e di tutti i suoi successori che, per un paio di secoli, alimenteranno anche sul mare il jihad. Con questi presupposti, da allora, il Divano (da diwan, termine arabo di antica origine persiana, che, dopo il significato di “comoda seduta”, aveva finito con l’indicare in sostanza il consiglio dei ministri ottomano) aveva impiegato somme enormi per irrobustire la sua flotta. L’arsenale di Costantinopoli diventò in tempi brevi il più importante del Mediterraneo, dopo naturalmente quello di Venezia, che era famoso al mondo per le sue tecniche all’avanguardia (erano in grado di assemblare in poche ore una galea con moduli prefabbricati). Per superare questo gap tecnologico, i turchi avevano assoldato centinaia di ingegneri, carpentieri e maestri d’ascia europei (in particolare veneziani e genovesi) pronti a farsi corrompere dai lauti compensi che venivano elargiti dalla Sublime Porta. L’impero ottomano scarseggiava pure delle indispensabili materie prime – ossia legname, remi, vele, pece, sartiame e catene –, le quali, non potendo essere prodotte in loco, nonostante le grandi foreste anatoliche, soprattutto per l’assenza di industrie adeguate, dovevano essere forzatamente acquistate in Europa. Per la verità, il papa aveva prudentemente imposto l’embargo sul materiale strategico, pena la scomunica, ma per gli spregiudicati mercanti cristiani ed ebrei ciò non costituiva certo un insuperabile deterrente. Infatti il fiorente contrabbando sopperì a tutte le esigenze. Ai lunghi remi per le galee e ai pini per le alberature provvedevano i mercanti dalmati e veneti, il prezioso legno di tasso per gli archi proveniva per vie traverse dalla Germania meridionale, mentre i fonditori ungheresi prezzolati realizzavano i grossi obici di cui andava fiera l’artiglieria turca. Da parte sua, la Francia riforniva liberamente il mercato turco di legno di bosso, di armi leggere e di pezzi leggeri orgogliosamente di artiglieria, marchiati col tutti giglio francese. Mentre quello ottomano si accingeva a divenire anche un potere marittimo, la Sublime Porta sapeva comunque di poter contare sui suoi indisciplinati “sudditi” barbareschi, che già la facevano quasi da padroni nel Mediterraneo. Il sultano non sottovalutava la potenza aggressiva di questi corsari. Neppure ignorava che le coste della “Lunga Terra” (l’Italia) erano facilmente abbordabili e che, già nel 1480, i turchi erano sbarcati a Otranto col proposito di creare una testa di ponte sulla penisola. In quella occasione, dopo un breve assedio e l’orrenda carneficina che ne era seguita, la città era restata in mani musulmane per circa un anno e solo la morte di Mehmed II aveva consentito a re Ferrante d’Aragona di riconquistarla. Tuttavia era convinzione della Porta che un’impresa analoga, condotta con forze superiori, poteva essere ripetuta con successo. Furono anche queste le considerazioni che indussero il sultano a programmare una grande riforma navale, nonché l’“arruolamento”, sotto le bandiere verdi con la mezzaluna, delle indisciplinate flottiglie barbaresche. Lo scontro fra cristiani e barbareschi nel Mediterraneo era, come sappiamo, in corso da secoli, ma nel frattempo si era fatto più insidioso e più determinato. Ora questi predoni del mare, inseriti nel sistema ottomano, pur continuando a saccheggiare le coste italiane e ad abbordare le navi cristiane, miravano anche a obiettivi per così dire “politici”. La lunga e sanguinosa attività dei pirati barbareschi che trasformò il Mediterraneo in un campo di battaglia, intralciando i suoi traffici e devastando le sue coste, fu una diretta conseguenza della caduta di Costantinopoli, che spalancò alle flotte musulmane l’accesso alle rotte occidentali. Per la verità, il Mediterraneo era sempre stato infestato dai pirati, ma fino a quel momento si era trattato di semplici predoni del mare animati dalla cupidigia del facile guadagno e non da ideali o fanatismi religiosi. Dopo che il Gran Turco aveva esteso il proprio dominio anche lungo la costa settentrionale africana, fino allo stretto di Gibilterra, la sovranità ottomana aveva attribuito a costoro una sorta di legittimità, trasformandoli da pirati in corsari. Infatti, anche se ai nostri occhi occidentali le imprese dei barbareschi appaiono ancora oggi azioni di volgare pirateria, in realtà esse assunsero l’aspetto di una vera e propria guerriglia “corsara”, legittimata dalle “patenti” del sultano e giustificata dalla comune fede religiosa. Anche in Occidente, d’altronde, a quell’epoca esistevano pirati e corsari: i primi erano volgari predoni, i secondi invece erano nobilitati da una “patente” appunto rilasciata dai rispettivi sovrani, che li autorizzava a combattere contro i nemici della cristianità. Per i barbareschi, il comune nemico erano invece ovviamente gli “infedeli”. Rispettavano comunque le regole classiche della cosiddetta “guerra di corsa”: attaccavano o saccheggiavano soltanto le navi o i villaggi cristiani, dividevano il bottino sulla base di determinate carature, riservando sempre il canonico “quinto” al sultano che regnava a Costantinopoli e del quale essi erano fedeli vassalli. Il pirata Kurtogoli di Biserta, per esempio, aveva addirittura tentato di rapire papa Leone X per farne dono al sultano. Il pontefice era stato sorpreso mentre cacciava col falcone nella campagna di Ostia, ma l’agguato era fallito per un banale scambio di persona. Un altro pirata barbaresco, Kaid Alì, aveva invece affrontato e sconfitto in battaglia una piccola flotta pontificia, catturando il suo eroico comandante Paolo Vettori. In quegli anni, uno dei più temibili avversari della pirateria barbaresca era il genovese Andrea Doria, un oscuro capitano che aveva vissuto nell’anonimato i suoi primi cinquant’anni. Era nato a Oneglia nel 1466. Giovanissimo era entrato nella marina papale, prima con Sisto IV e poi con Innocenzo VIII, entrambi liguri. Nel 1528, cacciati i francesi dalla sua città grazie all’aiuto degli spagnoli, aveva instaurato una repubblica formalmente indipendente, anche se in effetti controllata da Madrid, meritandosi il titolo di “padre della patria”. Grazie al credito personale di cui il Doria godeva alla corte di Carlo V, all’apertura delle nuove rotte atlantiche ma anche, soprattutto, alla potenza economica dei suoi banchieri, Genova era tornata a fiorire e a esercitare un ruolo importante nelle vicende politiche del continente. Come abbiamo già avuto modo di dire, per lungo tempo Andrea Doria era stato un dominatore sulla scena mediterranea e il più temuto avversario della pirateria barbaresca. Al comando di una potente flotta, con capitani ed equipaggi liguri, che lui aveva messo a disposizione di Carlo V (le galee erano di sua proprietà e lui le aveva “affittate” all’imperatore spagnolo, così come allora usavano fare i capitani di ventura coi rispettivi eserciti) per oltre un trentennio aveva percorso i mari sotto le insegne degli Asburgo. Le sue imprese erano già entrate nella leggenda. Aveva catturato il famoso Kaid Alì, che trascorrerà il resto della sua vita legato al remo, e sventato in diverse occasioni le incursioni più insidiose, scompigliando le flottiglie barbaresche. Si era anche scontrato più volte col famoso pirata Barbarossa prima che questi diventasse, per disposizione del sultano, il kapudan pasha (capitano del mare o grande ammiraglio) della flotta ottomana. La svolta decisiva nella storia del Mediterraneo si era infatti verificata con la comparsa sulla scena di quel terribile corsaro destinato a colpire la fantasia dei contemporanei. Agli abitanti delle coste italiane, che vivevano nel terrore di vedere comparire le sue vele, egli era semplicemente noto come il pirata Barbarossa. Era chiamato così forse per l’uso allora invalso di italianizzare alla meglio i nomi impronunciabili dei più noti corsari barbareschi. Secondo alcuni cronisti il suo nome cristiano era Ariadeno Barbarossa e quello musulmano Khair adDin, che significa “protettore della religione”. Era figlio di un rinnegato greco e si era dedicato alla pirateria fin da giovane insieme a due fratelli. Catturato dai cavalieri di Rodi e condannato al remo, come allora si usava (nelle galee cristiane remavano schiavi musulmani e viceversa), Barbarossa era riuscito a fuggire e a raggiungere il Maghreb (al-Maghrib che in arabo significa “dove tramonta il sole”), dove, dopo avere contribuito a cancellare la presenza spagnola nel Nordafrica, era tornato a dedicarsi alla pirateria ma, questa volta, per conto del sultano al quale, nel 1519, si era saggiamente sottomesso. Egli dimostrò rapidamente di non essere solo un volgare tagliagole, ma un capo carismatico e intelligente. Coadiuvato da giovani e audaci luogotenenti che ben presto faranno parlare di sé, come Dragut, Sinan “l’ebreo di Smirne”, i calabresi Occhialì e Carascosa, il genovese Aydin, il genovese barone Cicala e tanti altri rinnegati destinati a compiere una brillante carriera sotto l’insegna della mezzaluna, il Barbarossa (chiamato anche “Cacciadiavolo” dai suoi futuri amici francesi), trasformò, come si è già detto, i suoi pirati in “corsari” e impose loro una sorta di “codice”, la cui violazione sarebbe costata la testa al ribelle. Le sue regole imponevano in primo luogo il rispetto delle varie fatawa (da fatwa, “responso” o “sentenza”) della legge coranica, nonché una rigorosa disciplina e, naturalmente, la lotta senza quartiere contro i cristiani. Come certi capitani di ventura europei che con i propri eserciti mercenari guadagnarono privilegi e titoli nobiliari dai rispettivi sovrani, anche Barbarossa era stato in seguito ricompensato dal suo signore, che lo proclamò prima bey di Algeri e poi, come detto in precedenza, kapudan pasha. l’organizzazione A degli lui si deve equipaggi delle disordinate formazioni barbaresche, i quali assunsero l’aspetto di reparti non meno addestrati e non meno disciplinati degli equipaggi genovesi o veneziani. Ciò è confermato anche dalle informazioni che in quegli anni giungevano a Genova e a Venezia, le quali riferivano che, al ritorno nei porti berberi, gli equipaggi non si sbandavano come di solito facevano nel passato i pirati al ritorno dalle loro scorrerie, ma venivano invece condotti a svernare nell’isola di Gerba, a Bona o a Monastir, dove erano raccolti e addestrati per essere pronti a riprendere il mare al sopraggiungere della primavera. Per alcuni anni, il Mediterraneo sarà teatro delle gesta di questi due attempati lupi di mare (il Barbarossa era quasi coetaneo del Doria). Erano entrambi dei comandanti abili, coraggiosi e rotti a tutti i trucchi della guerra per mare. Le loro manovre a sorpresa, le finte, i tranelli, gli abbordaggi, erano rievocati e commentati in tutte le bettole degli angiporti, mentre il mito che era sorto attorno alle loro persone li aveva indotti a temersi, ma anche a rispettarsi. Le imprese dell’ormai famoso capitano genovese non avevano tardato a richiamare tra l’altro l’interesse dell’imperatore Carlo V, allorché questi, dopo avere consolidato il suo potere in Europa, si era anche lui, come Solimano, per così dire affacciato sul mare. Nominato ammiraglio della flotta imperiale, Andrea Doria, che non aveva rinunciato alle proprie galee, ma, come già ricordato, le aveva semplicemente noleggiate all’imperatore, si ritrovò al comando di una potente flotta, ma anche al centro di un conflitto militare e diplomatico sul quale gravavano, oltre ai musulmani, anche i contrasti intestini alla cristianità. Il Doria infatti, come già accennato, si preoccupò in primo luogo di cacciare i francesi da Genova con l’aiuto spagnolo e quindi di restaurare la repubblica di San Giorgio, sia pure sotto l’alto patronato di Carlo V. Poi dovette fare i conti anche con la Serenissima repubblica di San Marco, tradizionale avversaria della “Superba”. La guerra di corsa turco-barbaresca costituiva però un grave problema per l’intero Occidente cristiano. Mentre gli eserciti islamici penetravano minacciosamente nel cuore dell’Europa, sommergendo come una marea la valle del Danubio e giungendo fino alle porte di Vienna, i traffici marittimi erano infatti quotidianamente messi a repentaglio dagli assalti a sorpresa dei veloci vascelli che inalberavano la bandiera verde con la mezzaluna. Nel contempo soprattutto quelle le italiane, coste, venivano sempre più spesso saccheggiate dai corsari islamici, avidi non solo di tesori ma anche di uomini, di fanciulli e di donne (giovani), molto richiesti dal mercato degli schiavi fiorente nell’intero Islam. D’altra parte, se leggiamo con attenzione le testimonianze sulle incursioni dei barbareschi nelle località costiere italiane, scopriamo che non erano quasi mai avvenute a casaccio, ma suggerite e pianificate da una “mente” militare. Le loro azioni risultavano spesso precedute da un’attenta raccolta di informazioni (confessioni estorte ai prigionieri o delazioni dei rinnegati) e quindi messe a punto come una moderna operazione di commando. Anche se gli aggressori risultavano essere un’accozzaglia di gente di varia provenienza (berberi, turchi, moriscos, rinnegati italiani, francesi, tedeschi e spagnoli) si nota che essi operavano con ordine e disciplina. L’obiettivo scelto era quasi sempre rappresentato da una località sprovvista di difese e facile a essere colta di sorpresa. Solo più tardi, infatti, sorgeranno lungo le coste delle torri di guardia, ma anche allora il consueto grido d’allarme, «Mamma li turchi!», non risuonerà come un appello alla resistenza, bensì come invocazione e invito a mettersi in salvo. La tattica adottata dagli aggressori era solitamente la stessa: attaccavano nel cuore della notte onde cogliere gli abitanti nel sonno, per poi scatenarsi con urla e schiamazzi a creare scompiglio, ma sempre bene inquadrati e suddivisi fra la forza d’urto, che operava al centro, e le formazioni incaricate di proteggerne i fianchi e le spalle. Anche la metodicità del saccheggio, nonché lo scrupolo osservato dagli assalitori di portarsi via i feriti e i caduti, erano indicativi di un efficace addestramento. In ultimo, va segnalata l’importanza decisiva dell’effetto sorpresa, favorito dalla leggerezza delle loro imbarcazioni, che potevano giungere fin quasi sulla riva, e dall’agilità degli assalitori. Ciò provocava sgomento e confusione, e non concedeva agli assaliti il tempo necessario per organizzare le difese. Pure la feroce spietatezza dei barbareschi pareva obbedire a regole precise: chi si difendeva veniva ucciso e così i vecchi, i malati e tutti coloro che i corsari non giudicavano “vendibili”. Erano invece catturate vive tutte le persone abili: uomini, donne e fanciulli, che venivano incatenati e caricati sui vascelli. Il “materiale umano” era considerato assai più prezioso delle povere cose che potevano essere saccheggiate negli sperduti villaggi costieri. Anche se gli aggressori non tralasciavano mai di devastare le chiese, di bruciare le immagini sacre e di distruggere le odiate campane. Per i prigionieri imbarcati a forza sui legni barbareschi restava tuttavia un barlume di speranza. Poiché un immediato arrivo di rinforzi era del tutto improbabile e poiché esisteva la necessità di svuotare le stive onde far posto ad altri prigionieri, i corsari erano soliti sostare alcune ore al largo per offrire ai superstiti la possibilità di riscattare i prigionieri. Aveva così inizio, fra le navi e la spiaggia, un penoso viavai di intermediari incaricati di svolgere le necessarie trattative. “Valutato” il prigioniero, i corsari ne stabilivano il prezzo e se i suoi familiari erano in grado di versare in contanti la somma richiesta, questi veniva subito liberato. Per gli altri sopravviveva solo la speranza che i rispettivi congiunti potessero col tempo raccogliere la somma necessaria per il loro riscatto, magari vendendo tutte le proprietà o ricoprendosi di debiti che avrebbero condizionato per sempre la loro futura vita di uomini liberi. Nel caso contrario i prigionieri finivano nei “bagni” (luoghi dove solitamente gli ottomani detenevano gli schiavi destinati alle galere) di Tunisi, di Algeri o di Tripoli, per essere venduti all’incanto al miglior offerente. Per esempio, nel 1534, Barbarossa fece una sosta davanti a Fondi, allora feudo dei principi Colonna, per tentare un singolare colpo di mano. Informato, forse da un prigioniero rinnegato, che nella Rocca di Fondi abitava la duchessa Giulia Gonzaga, vedova di Vespasiano Colonna e considerata una delle più belle donne d’Europa, l’audace corsaro progettò di catturarla per farne omaggio al suo signore. Questa volta però l’impresa fallì e Barbarossa dovette limitarsi a devastare Fondi poiché, come racconta un cronista, «la duchessa se ne uscì scalza e in capelli fora del castello» e in groppa a un veloce cavallo riuscì a porsi in salvo e a rifugiarsi a Roma. A seguito di questo clamoroso episodio, che aveva messo in luce l’arrogante spavalderia dei corsari (Barbarossa aveva anche manifestato l’intenzione di rapire il papa per portarlo in dono al sultano), il papato dispose per prudenza di rinforzare le mura di cinta della Città eterna, mentre intensificava i suoi sforzi per indurre i riottosi sovrani cristiani a costituire una lega contro i nemici della fede. A Barbarossa andò meglio costeggiando la Toscana meridionale. Dopo avere assaltato il castello di Collecchio, sui monti dell’Uccellina, rapì infatti la bellissima sedicenne Margherita Marsili, figlia del nobiluomo Nanni Marsili di Siena, la quale, secondo alcune fonti, sarebbe divenuta una figura leggendaria. Per certi storici infatti Margherita, soprannominata Rossana per il colore dei capelli, dopo essere stata donata da Barbarossa a Solimano, avrebbe fatto breccia nel cuore del sultano che si invaghì di lei e ne fece la sua favorita. Sarebbe stata dunque lei la famosa Roxana o Rosselana, favorita del sultano e destinata a partorire il futuro erede dell’impero, Selim II, detto “il biondo” per via del colore dei suoi capelli. Se in questo caso si tratta forse di leggenda, Selim non sarebbe stato comunque il primo “mezzo italiano” a sedere sul trono ottomano. Molto sangue italiano scorreva infatti nelle vene dei signori della Sublime Porta perché numerose furono le italiane che, dopo essere state rapite, finirono nell’harem reale. Anche lo stesso Selim II, per esempio, sceglierà come favorita un’altra italiana: la veneziana Cecilia Venier Baffo, che sarà madre del futuro sultano Murad III. Naturalmente, non mancavano le iniziative per arginare simili fenomeni. Il papato, che in quegli anni era venuto a trovarsi fra due fuochi (la Riforma protestante, che iniziava a espandersi nel Nord Europa, e il tradizionale nemico islamico, che minacciava dal mare), cercò invano di organizzare una nuova crociata. I regnanti europei, divisi dalle loro beghe intestine, erano riluttanti a riunirsi sotto un’unica bandiera: gli interessi di bottega avevano sempre il sopravvento. Cosicché, tutti quanti, e in particolare Venezia, che era la più interessata ai traffici commerciali nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale, preferivano scendere a compromessi, spesso costosi e sempre umilianti, col sultano, piuttosto che impugnare le armi contro il comune nemico. D’altra parte, ogni tentativo di riscossa era fallito anche perché Venezia e la Spagna, le due potenze navali più importanti, erano in perpetua concorrenza. Nel 1535, per esempio, Venezia non aveva appoggiato la flotta “crociata” – composta da navi spagnole, col concorso di altre galee del papa, di Malta, di Sicilia, di Napoli e del Portogallo, sotto il comando del genovese Andrea Doria – che aveva consentito a Carlo V di riconquistare Tunisi e liberare circa diecimila schiavi cristiani. Venezia era del resto una potenza marinara di prima grandezza e quindi una temuta concorrente di quella spagnola. I contrasti con Madrid erano assai frequenti e i due governi si guardavano con sospetto. Tuttavia, nel 1538, grazie all’influenza esercitata da papa Paolo III sul cattolicissimo imperatore, era stata costituita una lega cristiana per portare aiuto alla Serenissima, che era in guerra contro i turchi. A questa lega avevano aderito tutti i principi europei, salvo la Francia che, in odio alla Spagna, si era sempre più avvicinata al governo di Costantinopoli. La squadra navale cristiana, comandata da Andrea Doria, raggiunse dunque l’Adriatico dove si unì alle altre galee veneziane. L’incontro di Andrea Doria con i veneziani non fu felice. Questi ultimi erano ovviamente molto combattivi e spronavano gli alleati alla battaglia, mentre il genovese tergiversava, accampando delle scuse e manifestando una prudenza così eccessiva che agli occhi dei veneziani appariva piuttosto sospetta. D’altra parte, sia Andrea Doria che Carlo V non erano certo entusiasti di sacrificare le loro preziose galee per favorire i “concorrenti” veneziani. Comunque sia, dopo estenuanti discussioni, la squadra cristiana si spinse fino al largo di Prevesa, sulla costa greca, dove sperava di riconquistare l’omonima colonia veneziana, e dove incrociò la flotta turca comandata dal nuovo kapudan Khair ad-Din (il Barbarossa). Era il 27 settembre 1538. La battaglia era inevitabile e il vecchio ex pirata rivelò subito le sue intenzioni aggressive, spingendo i suoi rematori a vogare vigorosamente contro il nemico. A questo punto, per Andrea Doria si presentava la grande occasione di misurarsi col suo antico rivale. Le due forze si equivalevano numericamente, ma le sue galee godevano di una notevole superiorità riguardo all’artiglieria. Il momento della verità stava dunque per arrivare ma, improvvisamente, il Doria prese il largo con la sua squadra sollevando la costernazione degli alleati. Si trattava forse di una finta di cui il genovese era maestro? Gli altri comandanti lo pensarono e lo sperarono per qualche tempo, ma ben presto dovettero ricredersi perché il genovese se ne andò per davvero abbandonando i veneziani che furono costretti a imitarlo, lasciando che il Barbarossa abbordasse e catturasse le loro navi più lente. Costoro furono costretti per tale motivo a chiedere la pace e a cedere ai turchi Nauplion, l’ultimo scalo veneziano nella Morea. La facile vittoria di Prevesa inorgoglì Barbarossa, che ora poteva vantarsi di avere messo in fuga il suo tradizionale avversario, e convinse anche Solimano che la strategia marittima poteva compensarlo dei fallimenti registrati sulla terraferma. Del presunto “tradimento” attribuito al Doria esistono tuttavia varie interpretazioni. La più diffusa, e anche la più machiavellica, insinua che il genovese eseguì le istruzioni segrete di Carlo V interessato, più che a battere i turchi, a indebolire la forza navale della repubblica di San Marco. Ma altri vi hanno intravvisto anche un piratesco accordo di non belligeranza convenuto fra il Barbarossa e lo stesso Doria, che non intendeva rischiare le galee, molte delle quali erano di sua personale proprietà. Questa oscura vicenda, comunque siano andate le cose, mandò in frantumi la precaria alleanza fra le potenze cristiane e favorì la flotta turca nella sua conquista del predominio nel Mediterraneo. Pochi anni prima, nel 1536, Francesco I aveva del resto scandalizzato il mondo cristiano rivelando l’esistenza di un patto con l’impero ottomano che passerà alla storia come l’“empia alleanza”. Questa alleanza, per la verità, aveva scandalizzato anche molti musulmani in quanto ritenuta condannabile dalla shari‘a, la legge sacra, per via del versetto del Corano (Sura 5, 51) che intima: «Voi che credete, non prendete come alleati gli ebrei e i cristiani, sono alleati gli uni degli altri e quelli di voi che si alleeranno con loro diventeranno dei loro, il popolo degli ingiusti Dio non lo guida». Ma il gran muftì Mustafà Effendi aveva trovato il modo per giustificarla, citando un altro versetto coranico (Sura 6, 125): «A colui che Dio vuole guidare, a costui Egli apre il petto alla sottomissione (Islam)». Fu comunque la comune avversione per Carlo V a favorire l’alleanza di Francesco I con Solimano il Magnifico. E tale scandalosa alleanza, definita “empia” nel mondo cattolico, non tardò a partorire i suoi effetti. Dopo alcuni episodi intermedi, nella primavera del 1543, rispondendo a un invito del re di Francia che gli metteva a disposizione come base navale la città di Tolone, Solimano ordinò al kapudan Barbarossa di andare a prenderne possesso. L’ammiraglio ottomano salpò da Algeri con una potente flotta, composta di oltre duecento unità, e si può immaginare lo sgomento del mondo cristiano quando quell’imponente distesa di vele gonfiate dal vento costeggiò la Sicilia meridionale per poi attraversare a ranghi serrati lo stretto di Messina e risalire lungo la costa italiana. Durante la traversata, il Barbarossa, che non aveva perduto le antiche abitudini, si concesse anche alcune “soste”. Saccheggiò e incendiò Reggio Calabria, evitò Napoli perché ben difesa dalle galee e dalle fortificazioni spagnole: quindi costeggiò ancora la penisola sino al mare di Toscana per raggiungere poi le coste della Provenza, procedendo alla spartizione del bottino ricavato dalle razzie compiute risalendo la costa italiana. Da Tolone salparono infatti venticinque galee, cariche di schiavi e di altre prede, dirette ad Algeri e a Costantinopoli. Fra i doni riservati a Solimano figuravano anche duecento giovani monache rapite dai conventi. Ma per queste religiose il destino fu meno avverso: le quattro navi adibite al loro trasporto furono infatti intercettate dalle galee spagnole uscite da Napoli e le povere monachelle poterono tornare, più o meno intatte, nei loro monasteri. Per alcuni anni, Tolone fu dunque a tutti gli effetti la base navale della flotta ottomana, e anche la testa di ponte dell’Islam nel cuore dell’Europa. L’arrivo dei turchi in Provenza aveva naturalmente destato grandi preoccupazioni a Madrid e soprattutto nella vicina Genova. Si temeva che l’“empia alleanza” di Francesco I con Solimano il Magnifico mirasse a scatenare le sue forze contro la Spagna e contro i suoi domini italiani. In realtà, il re di Francia nutriva progetti assai più modesti: contava per esempio sull’aiuto dei turchi per impadronirsi di Nizza, che era allora il fortificato sbocco sul mare del ducato di Savoia. La flotta franco-turca pose così l’assedio alla città nella primavera del 1543, ma Nizza resistette eroicamente e, quando gli assalitori stavano per aprire una breccia nelle sue mura, una semplice lavandaia, Caterina Segurana, conosciuta anche come Maufaccia, la malfatta (il che non depone certo a favore della sua avvenenza), balzò sull’alfiere turco che precedeva la sua truppa e lo abbattè con un sol colpo, salvando la sua gente ed entrando nella leggenda. Francesco I dovette dunque rinunciare alla sua preda. La lunga permanenza dei turchi in Provenza costò molto cara anche ai villaggi rivieraschi della costa ligure, da Ventimiglia a Portovenere, e rese tristemente famoso il nome dell’emergente Dragut – diventato il braccio destro del Barbarossa – e del suo degno compare El Louk Alì – chiamato dai cristiani “Occhialì il tignoso” per un’infezione cronica al cuoio capelluto – il quale, come vedremo, era un calabrese. Le Cinque Terre in particolare furono prese di mira da Dragut, che saccheggiò Monterosso, Vernazza e Corniglia, uccidendo molte persone e catturandone molte altre. Non soddisfatto, attaccò anche Manarola, ma qui venne respinto dalla reazione degli abitanti, in aiuto dei quali erano accorsi gli uomini della vicina Riomaggiore. Dopo queste imprese, il corsaro cercò invano di attaccare Portovenere, un borgo fortificato dai genovesi, che per la sua struttura e la sua posizione risultava inaccessibile agli assalti, ma sostò a lungo nel golfo della Spezia per riposarsi dalle fatiche e per trarre ulteriori guadagni con le operazioni di riscatto. La minaccia turca nel golfo ligure provocò anche il ritorno sulla scena del vecchio ammiraglio Andrea Doria, ora signore di Genova, che con il Barbarossa, fin dai tempi della battaglia di Prevesa, aveva più di un conto in sospeso. Negli anni della presenza turca in Provenza i due vecchi avversari, entrambi vicini agli ottant’anni, non ebbero più modo di incrociare le armi, ma l’occasione di fronteggiarsi indirettamente si era già verificata nel 1540 quando la squadra corsara di Dragut, durante una delle sue escursioni nel Mar Ligure, si trovò di fronte a Giannettino Doria, il nipote ventenne di Andrea. Informato della presenza del corsaro nelle acque della Corsica, il giovane ammiraglio genovese vi accorse prontamente al comando di venti galee riuscendo, dopo un lungo inseguimento, a raggiungere il corsaro e a imbottigliarlo con un’abile manovra nel golfo della Girolata, in Corsica. Lo scontro che ne seguì fu rapido e decisivo: con un solo colpo di cannone, Giannettino Doria affondò la capitana avversaria. Poi seguirono i consueti e sanguinosi abbordaggi al termine dei quali solo due galee turche riuscirono a fuggire, le altre furono affondate o catturate. Lo stesso Dragut, raccolto in mare abbracciato a una trave, fu fatto prigioniero. Issato a bordo della galea del Doria, il corsaro vedendosi consegnare nelle mani di un giovinetto inveì con rabbia: «Che? Io schiavo di questo fantoccio effeminato!?». Ma Giannettino neppure gli rispose: lo prese semplicemente a calci nel sedere e lo fece mettere ai ferri con gli altri prigionieri. Dragut non dimenticherà mai quell’affronto. La notizia della cattura di Dragut venne celebrata da tutte le fonti dell’epoca come un avvenimento eccezionale. A molti diede addirittura l’illusione che si trattasse di un evento risolutivo nella lotta contro la minaccia islamica nel Mediterraneo. I fatti successivi dimostreranno invece che si trattava soltanto di un singolo episodio positivo nell’interminabile conflitto fra l’Islam e la cristianità. A proposito della prigionia di Dragut, vale tuttavia la pena di rievocare un curioso aneddoto che ha per protagonista questo famoso corsaro. Un giorno, trovandosi a Genova il gran maestro dei cavalieri di Malta, Jean Parisot de La Valette, che pochi anni prima era stato schiavo sulla nave di Dragut, divertito dal capovolgimento della situazione, volle andare a vedere il corsaro a sua volta incatenato al remo. Un cronista (l’episodio è menzionato, tra gli altri, da Francesco Domenico Guerrazzi, nella sua biografia di Andrea Doria del 1864) riferisce che fra i due comandanti avversari, ma rispettosi del reciproco valore, si svolse, questo rapido scambio di battute: «Usanza de guerra, signor Dragut», disse il francese. «… y mudanza de fortuna», rispose l’altro con fierezza. Dragut restò legato al remo per quattro anni. Secondo una leggenda sarebbe stato lo stesso La Valette a intercedere in suo favore presso Andrea Doria. In realtà, come afferma Giorgio Fedozzi, attento studioso della pirateria in Liguria, si sarebbe invece trattato di uno scambio di favori fra Barbarossa e Andrea Doria, che forse non erano nuovi a questi ambigui mercanteggiamenti. D’altra parte, la spiegazione fornita dallo stesso Andrea Doria, secondo cui Dragut sarebbe stato riscattato dal Barbarossa dietro il pagamento di millecinquecento scudi (una somma piuttosto esigua per cotanto personaggio) sollevò incredulità e molte dicerie. Secondo alcune fonti, non sarebbe stata estranea alla liberazione di Dragut la ricca famiglia genovese dei Lomellini, che aveva grossi interessi nella pesca del corallo lungo le coste africane. I Lomellini avrebbero infatti “acquistato” il corsaro per poi liberarlo onde godere in seguito della sua protezione. Ma si racconta anche che l’ammiraglio genovese liberò Dragut ricevendo come contropartita dal Barbarossa la promessa che i barbareschi, da quel momento in poi, avrebbero rispettato le sue proprietà di Oneglia e di Loano. Resta comunque il fatto che i Lomellini continuarono ad arricchirsi con la pesca del corallo. Ed è pure noto che qualche anno dopo, il corsaro Occhialì, dopo essersi presentato con una piccola flotta sulla spiaggia di Oneglia, incustodita perché feudo della famiglia Doria, dopo una breve scaramuccia si allontanò a vele spiegate e si premurò in seguito di far sapere, tramite uno schiavo ligure da lui liberato, di avere toccato terra a Oneglia per errore, quasi volesse scusarsi con Andrea Doria. L’“empia alleanza” franco-turca aveva anche favorito la nascita di un commercio clandestino in direzione di Costantinopoli di armi e di materiali, per così dire, strategici. Grazie alla tolleranza interessata dei francesi, dai porti della Provenza cominciarono infatti a salpare molte navi mercantili, con bandiera cristiana, ma certamente protette salvacondotto o da da altri qualche segnali di salvaguardia rilasciati dal Barbarossa, con le stive colme di merci sulle quali gravava una sorta di embargo imposto dalle autorità cristiane (ossia artiglierie, archibugi, alberi per navi, remi, vele, sartiame, ancore, micce, salnitri, polvere da sparo) e soprattutto del prezioso legno di bosso indispensabile per la costruzione degli archi. La flotta turca lasciò finalmente le acque della Provenza dopo una permanenza di alcuni anni, trascorsi a spese dei francesi. Per liberarsi dell’ospite diventato ingombrante anche per lui, Francesco I aveva dovuto pagare al Barbarossa una buonuscita di ottocentomila scudi d’oro. La notizia del ritorno a casa dei turchi mise naturalmente in allarme tutti gli abitanti della costa tirrenica, tanto era rimasto vivo il brutto ricordo del loro viaggio di andata. Dalle numerose torri di guardia costiere, occhi sgomenti osservarono il lento procedere dell’impressionante processione di vele, dalla quale, di tanto in tanto, si staccava una squadra di vascelli per compiere i consueti saccheggi. Il Barbarossa infatti non aveva fretta. Per qualche giorno egli sostò nella rada di Vado con lo scopo di spaventare Genova e di ottenere un buon guadagno, fidando nello spirito mercantile e poco eroico dei genovesi. Infatti la Superba evitò l’assalto pagando una grossa somma. Dopo una seconda sosta nell’ampio golfo della Spezia, per procedere alle consuete operazioni del riscatto, le navi corsare proseguirono la traversata toccando e saccheggiando Talamone, Minturno, l’isola del Giglio, Porto Ercole, Pozzuoli, Ischia, Procida, Policastro, le Lipari e le coste calabresi, lasciandosi alle spalle una scia di sangue, di lacrime e di rovine. Quando il Barbarossa rientrò a Costantinopoli con le navi colme di bottino e di circa ventimila schiavi catturati sulla via del ritorno, venne accolto con delirante entusiasmo dalla popolazione. Il kapudan pasha aveva già ottant’anni, aveva raggiunto l’apice della carriera ed era ormai entrato nella leggenda. Morì poco tempo dopo, nel 1546, lasciando al suo sultano la supremazia navale nel Mediterraneo e anche l’uomo che avrebbe potuto continuare la sua opera sotto le insegne della mezzaluna: l’emergente Dragut, già noto con l’appellativo di “Spada sguainata dell’Islam”. Dragut, il terrore dei mari Dopo la morte del Barbarossa, si può dire che non ci fu più una località costiera, dalla Liguria alla Sicilia, che non avesse ricevuto gli assalti di Dragut. La sua furia distruttiva si abbatté ovunque e migliaia di prigionieri cristiani furono deportati in quegli anni nei “bagni” dell’Algeria. Centinaia furono i borghi e i villaggi saccheggiati e distrutti dai suoi uomini. Al comando di una flotta corsara che poteva ormai rivaleggiare con quelle di Spagna e di Venezia, Dragut disponeva anche di reparti speciali, la cui crudeltà divenne proverbiale. Erano dei feroci guerrieri che indossavano pelli di leone, portavano sul capo un elmo dorato, impugnavano scimitarre affilatissime e avevano anche il volto tatuato per rendere più temibile il loro aspetto. In sabir, la lingua franca composta di parole italiane, spagnole, arabe e altre ancora che, come una sorta di esperanto, consentiva ai marinai di intendersi fra loro nella babele dei dialetti delle ciurme, costoro erano chiamati matasiete perché avevano giurato di ammazzare in ogni impresa almeno sei nemici. Matar in spagnolo significa “ammazzare” e settah in arabo significa “sei”. Da qui deriva forse il vocabolo “ammazzasette” nostra lingua. tuttora diffuso nella Dragut univa alla ferocia anche un’astuzia politica che favorirà la sua “carriera” fino a fargli ottenere il titolo di “re” di Algeri. Era così scaltro negli affari e così sicuro di sé che talvolta superava i limiti della spudoratezza. Accadde, per esempio, che, dopo avere catturato il vescovo di Catania Nicola Caracciolo, in viaggio per Roma, e dopo avere incassato il riscatto per la sua liberazione, costrinse l’alto prelato a firmare anche un contratto in cui si impegnava a versargli altri trentamila ducati nel caso che fosse diventato… papa. Negli anni che seguirono, l’attività dei corsari contro le coste italiane continuò ininterrottamente e Dragut diventò il terrore di tutti i mari, ma anche il principale fornitore del mercato degli schiavi, il quale, a ben vedere, costituiva per l’erario della Sublime Porta una fonte di ricchezza superiore a quella prodotta dalle ruberie e dai saccheggi. Gli schiavi, d’altronde, oltre a fornire con bassissimi costi (nient’altro che il vitto) la forza motrice per muovere le navi o per svolgere i lavori più umili e pesanti al servizio dei rispettivi padroni, quando si trattava, come abbiamo visto, di personaggi ricchi e potenti, fruttavano anche favolosi riscatti. Attorno a questo infame, ma redditizio, commercio si svilupparono di conseguenza complicità segrete fra gli intermediari, sia cristiani sia turchi, che si erano organizzati per condurre le operazioni di riscatto. Di queste complesse trattative si occupavano di solito gli ordini militari religiosi, i più importanti dei quali erano i mercedari dell’ordine della Beata Vergine della Mercede di Barcellona; il sacro militare ordine marittimo dei cavalieri di Santo Stefano, fondato nel 1561 da Cosimo de’ Medici; i mercanti di Ragusa (l’attuale Dubrovnik) e, naturalmente, i cavalieri di Malta i quali, grazie alla loro posizione strategica in mezzo al Mediterraneo, potevano più facilmente sviluppare i contatti con i referenti musulmani. Ma non tutti si dedicavano onestamente a quella missione misericordiosa. Non mancarono infatti, anche negli ordini religiosi, i soliti profittatori che si inserirono nel lucroso mercato speculando sul dolore delle famiglie pronte a dissanguarsi per liberare il proprio congiunto. Capitava anche che qualche disonesto cristiano segnalasse ai corsari la partenza di una galea con a bordo dei facoltosi personaggi, la cui cattura poteva fruttare un ricco guadagno. Ma, per la verità, questo odioso mercimonio non era una esclusiva dei pirati barbareschi. Nel Mediterraneo operavano anche bande spregiudicate di pirati cristiani, come per esempio i cosiddetti “uscocchi”, il cui nido principale aveva sede a Segna, una cittadina sulla costa del canale della Morlacca, nell’Adriatico, indistintamente i quali navi aggredivano cristiane o musulmane ed esercitavano su entrambe le categorie le operazioni di riscatto. La pirateria barbaresca nel Mediterraneo aveva del resto radici molto antiche, ma solo quando l’Egitto, la Libia e tutto il Maghreb passarono sotto il dominio ottomano, come già detto in precedenza, essa diventò una vera e propria industria con le sue regole e i relativi impegni fiscali. Il governo di Costantinopoli disponeva di un sistema tributario molto efficiente, che provvedeva a riscuotere le imposte anche sulle prede razziate dalle flottiglie barbaresche annidate lungo le coste di Tripoli, della Tunisia, dell’Algeria e del Marocco. Questo vasto territorio era genericamente indicato dagli arabi come il Maghreb, che significa “occidente”. Gli europei lo chiamavano invece Berberia, da cui il nome “barbareschi”. I rais, i capi delle flottiglie, dovevano adeguarsi alle regole che i giannizzeri del sultano provvedevano a fare rispettare. Per esempio, quando rientravano alle loro basi carichi di bottino, prima di dividerlo secondo le carature prestabilite, dovevano prelevarne un quinto che veniva versato all’erario. In cambio, i rais godevano di uno status privilegiato, paragonabile a quello di un capitano di ventura dell’Europa feudale. Erano temuti e rispettati, erano ricevuti alla corte del sultano eventualmente vacante di e conquistarsi qualche emirato, potevano il trono oppure percorrere una brillante carriera militare nella marina turca. Quasi tutti i comandanti della flotta ottomana, compreso il kapudan, erano degli ex corsari. A terra, i rais disponevano di cantieri per le riparazioni dei rispettivi vascelli e anche di quartieri dove i loro equipaggi potevano svernare. Le scorrerie avevano luogo soltanto durante la buona stagione e i loro obiettivi erano esclusivamente le navi e le terre dei rumi, come venivano genericamente chiamati i cristiani. Per gli emirati nordafricani la pirateria era dunque l’industria portante della loro economia e il suo indotto favoriva le altre attività. I bazar di Tripoli, di Tunisi o di Algeri offrivano a prezzi stracciati ogni genere di merci trafugate dalle navi cristiane abbordate durante le scorrerie: grano, vino, sete preziose, stoffe colorate, lingotti d’oro e d’argento, ma anche droghe, spezie e altri prodotti orientali. I clienti abituali erano i mercanti genovesi, veneziani, francesi e spagnoli, i quali, senza andare troppo per il sottile, acquistavano le merci trafugate per poi rivenderle in Europa a prezzi di… concorrenza. Un ambasciatore veneziano riferiva in quegli anni al suo governo: In Algeri e in Tunisi risiedono mercanti livornesi, corsi, genovesi, fiamminghi, francesi, inglesi, giudei, veneziani e di altri stati. Costoro comperano tutte le robe predate e le mandano allo scalo franchissimo di Livorno e di là si diffondono per tutta Italia. Se ne fa parimenti qualche spedizione per Genova, Villafranca, Nizza sotto Savoia e da Nizza per Marsiglia. Ma il principale inviamento è per Livorno dove all’entrata non si esige il dazio e per un anno il mercante può tenere in quella piazza tutta la sua mercanzia senza essere sottoposto a gravezza alcuna. Il continuo fiorire di ville e di residenze lussuose lungo il litorale nordafricano, le superbe mura di difesa delle città e le sontuose moschee decorate con i più ricchi marmi di Carrara erano il risultato del fiume di facile denaro che si riversava in quelle terre, ma anche il frutto del lavoro coatto cui migliaia di schiavi, cristiani e non, erano sottoposti. La schiavitù, sempre combattuta dalla Chiesa (anche se l’Europa non era del tutto esente da questo peccato capitale), nell’impero ottomano era codificata e favorita dalle leggi secondo le quali i raqiq, gli schiavi, erano considerati una merce che poteva essere comprata o venduta dal proprietario. Il raqiq poteva tuttavia migliorare la propria posizione sociale rinnegando la fede e convertendosi all’Islam. In tal caso, pur conservando il rango di schiavo, aveva la possibilità di inserirsi nella società islamica e di conquistare anche posizioni di alto rilievo. D’altra parte, era proprio fra gli schiavi, se intelligenti, scaltri e rinnegati, che il sultano era obbligato ad attingere per rinforzare una classe dirigente in cui scarseggiavano gli elementi autoctoni capaci. Il brutale e spicciativo sistema, adottato per garantire il sultano da eventuali usurpazioni, impediva infatti la formazione di una classe nobiliare capace di assumere compiti di comando nella società. Esamineremo più avanti e più ampiamente gli effetti negativi di questa feroce consuetudine: limitiamoci per il momento a spiegare nel dettaglio come andavano le cose. Come è noto, il sultano aveva un harem popolato da centinaia di concubine fra le quali sceglieva le sue “favorite”. I figli maschi partoriti da queste ultime potevano essere riconosciuti ufficialmente dal prolifico genitore e quindi allevati come si conviene a un possibile erede al trono. Dato che la legge islamica consentiva di avere sino a quattro mogli legittime, diventavano kadin sultan (kadin era un termine genericamente equivalente al nostro moglie) le prime quattro schiave che generavano un figlio maschio e anche tra loro vigeva un rigido ordine di precedenza. La più importante di esse era infatti quella che aveva dato alla luce il primogenito e nessuna delle altre, fosse pure la favorita del momento, poteva mancarle di rispetto. Le mogli del sultano che partorivano un figlio maschio erano chiamate anche haseki sultan, le madri di una figlia divenivano invece haseki kadin. Oltre alle quattro mogli il sultano poteva comunque avere anche tutte le concubine che era in grado di mantenere decorosamente. Le kadin, sopra le quali si trovava sempre la valide sultan, chiamata anche regina madre poiché madre del sultano in carica, vivevano in appartamenti a loro riservati con un loro seguito. La scelta finale in tal senso spettava ovviamente allo stesso sultano, il quale, però, era spesso indotto a cambiare idea a seconda delle pressioni esercitate dalla favorita di turno. Facile quindi immaginare gli intrighi dell’harem fra le predilette del sultano, poiché tutte naturalmente desiderose di collocare il proprio figlio sul trono. Rosselana raggiunse, dopo un duro conflitto, proprio l’ambito titolo di valide e questo le conferì un’enorme autorità all’interno dell’harem e una grande influenza sullo stesso Solimano. Dopo la morte del sultano in carica e l’incoronazione dell’erede, seguiva solitamente la rituale mattanza di tutti i suoi fratelli, che venivano strangolati dai sicari con un filo di seta (spesso una corda d’arco) affinché neppure una goccia di sangue reale andasse perduta. La barbara liquidazione di questi principi che avrebbero potuto, come si diceva, costituire una classe nobiliare intermedia come nelle corti europee, apriva di conseguenza un vuoto nella società ottomana, per colmare il quale il sultano era obbligato a cercare validi collaboratori fra quegli schiavi che, dopo la conversione all’Islam, si erano affermati nella società civile o in quella militare. Molti visir componenti del Divano, ossia del governo, e anche alcuni tra i gran visir, benché potentissimi, mantenevano per tutta la vita lo status di schiavi, restando in tal modo sottoposti alla volontà del sultano, che esercitava su di loro il diritto di vita e di morte. Anche i famosi giannizzeri erano tutti schiavi, sia pure schiavi del sultano, dal comandante all’ultimo soldato. Ma questi schiavi, cui abbiamo finora accennato, erano, per così dire, degli schiavi privilegiati; gli altri, ossia la stragrande maggioranza, rappresentavano, come si è detto, soltanto una “merce” preziosa, molto richiesta dal mercato. Le prede umane erano infatti il bottino più ambito dai pirati barbareschi perché, in un modo o nell’altro, avrebbero fruttato denaro. Gli harem degli emiri si contendevano le donne giovani e belle, mentre i cantieri navali, i mercanti e i proprietari di terreni o di cave avevano tutti bisogno di braccia da lavoro a buon mercato. Ma ad averne più bisogno di tutti erano gli armatori, per i quali gli schiavi costituivano l’indispensabile forza motrice delle galee. I giaurri, i cristiani caduti in schiavitù, popolavano a migliaia i “bagni” (dallo spagnolo baños, cortile) del Nordafrica, che erano una sorta di campi promiscui, maleodoranti ed esposti a ogni infezione. Racconta lo storico arabo Ibn Khaldun che ogni mattina le strade di Algeri «risuonavano dello strepitio delle catene quando i raqiq passavano distribuendosi ai lavori». È comunque il caso di sottolineare che, anche se le leggi islamiche concedevano i diritti civili a chi si convertiva, i rinnegati furono relativamente pochi. La maggioranza di questi sventurati preferì sopportare la dura schiavitù piuttosto che rinunciare alla fede cristiana. Un fenomeno, francamente eroico, che dimostra quanto fosse allora profonda negli animi la religiosità. Va anche aggiunto che, paradossalmente, i padroni dei bagni alimentavano la religiosità dei prigionieri, per il semplice motivo che chi si convertiva all’Islam migliorava la propria condizione e poteva più facilmente essere affrancato. Questo spiega perché era consentito ai sacerdoti caduti in schiavitù di continuare a esercitare la loro missione nei bagni e ai frati, che erano spesso anche medici, di tenere in buona salute gli schiavi. Non si trattava, insomma, di una concessione “liberale”, bensì di un astuto escamotage per salvaguardare la “merce”, evitando antieconomiche conversioni. Di rinnegati, comunque, ce ne furono abbastanza e alcuni di loro fecero strepitose carriere, sia nella pirateria che nella società ottomana, dopo avere acquisito una nuova identità. I convertiti, dopo essere stati “retagliati”, ossia circoncisi, dovevano assumere un nome islamico e per questa ragione è spesso difficile identificarli. Come già ricordato, Khair ad-Din “il Barbarossa” era un greco, figlio forse di un pastore ortodosso. Uluç Alì “Occhialì”, che diventerà anche re di Algeri, si chiamava in origine Giovan Dionigi Galeni ed era un calabrese nativo di Le Castella. Era pure calabrese il pirata Carascosa, cioè Karagoz (occhio nero). L’ammiraglio Sinan Pasha sembra fosse di origine croata, mentre di origine genovese (e non siciliana come spesso si è ritenuto) era il barone Scipione Cicala, detto Cigalazade Pasha; il “turcogenovese” Osta Morat (nativo di Levanto) governò per anni la Tripolitania insieme a Mami il Ferrarese, rinnegato pure lui. Ancora calabresi erano Sidi Mustafà, Hossein Kapudan, Morat Aghà e Mustafà Rais, che fecero parte, come visir, del governo della Sublime Porta. A Costantinopoli, un quartiere elegante era addirittura chiamato “Calabria nuova”. Sino alla fine del XVI secolo, quasi tutte le navi si muovevano a forza di remi. Le vele, salvo la rudimentale vela latina, diventeranno importanti solo nel secolo successivo quando l’ingegneria navale costruirà i grandi galeoni. Di conseguenza le galee, che erano piccole navi da guerra, avevano estremo bisogno del “carburante” umano, il quale, peraltro, si usurava rapidamente. Basti ricordare che una galea media, fra i quaranta e i sessanta metri, contava da venti a trenta remi per lato e ogni remo impegnava da tre a sei uomini incatenati al banco. Di solito, i rematori ammontavano a tre quarti dell’intero equipaggio. Essi venivano incatenati alla caviglia, ovviamente perché non fuggissero, ma anche perché durante gli abbordaggi e le battaglie collaborassero volenterosamente coi loro aguzzini, essendo la loro sopravvivenza legata al destino della galea. Facile quindi immaginare lo stato d’animo degli schiavi cristiani quando la galea cui erano incatenati si scontrava con le navi dei loro correligionari. Tanto per fare un esempio di quanto erano numerosi questi disgraziati, durante la famosa battaglia di Lepanto del 1571, quando la flotta cristiana sconfiggerà clamorosamente quella islamica, sulle galee nemiche catturate quattordicimila furono liberati rematori cristiani, ma altrettanti e forse più seguirono la sorte delle navi affondate. Anche le galee cristiane impiegavano ai remi i prigionieri. Non solo musulmani, ma anche malviventi, eretici, sodomiti e vagabondi, che venivano condannati “alla galera” dai tribunali. Va detto però, a loro merito, che sia a Genova che a Venezia i “galeotti” vennero gradualmente sostituiti con i cosiddetti “buonavoglia”, rematori volontari, i regolarmente quali, oltre compensati, a essere costituivano anche una forza di riserva perché, al momento opportuno, impugnavano le armi per combattere al fianco degli equipaggi. La vita degli schiavi rematori era a dir poco infernale. Incatenati e costretti a vivere a contatto di gomito, dormivano appoggiati al remo e mangiavano, bevevano ed esplicavano tutte le altre funzioni corporali senza mai staccarsi dal banco. Quindi, di notte, se il vento era favorevole, il fetore denunciava l’avvicinarsi di una galea anche da oltre un miglio di distanza. Considerata la durezza di questo lavoro, risulta evidente che la sopravvivenza di un rematore era molto breve e urgevano frequenti rincalzi cui provvedevano, come si è detto, i mercanti di schiavi. Per rispondere a questa esigenza, i corsari che con le loro flottiglie attaccavano preferibilmente i villaggi costieri della “Lunga Terra”, come chiamavano l’Italia, cercavano soprattutto di catturare più gente possibile. D’altronde, cos’altro di prezioso potevano trovare in quei poveri borghi di pescatori? Cosicché, al termine delle loro razzie, dopo avere eliminato i pochi resistenti e distrutto metodicamente le chiese, le campane e gli altri simboli religiosi, i barbareschi procedevano alla cernita delle prede umane e gli uomini abili, le giovani donne e anche i fanciulli venivano incatenati e poi trasferiti a bordo dei vascelli ancorati poco lontano dalla spiaggia. A volte, le stive erano così ricolme che, per alleggerirle, il rais offriva la libertà a quei prigionieri che potevano trovare i mezzi per pagarsi il fakkak, il “riscatto” (anche se tale termine indicava, per estensione, anche coloro che si occupavano di tali trattative). Come già ricordato in precedenza questo comportava un malinconico viavai di barche con gli emissari incaricati di trattare il prezzo dei prigionieri. Per i più fortunati, o meglio, per i più ricchi, la cattività poteva durare poche ore, per gli altri un triste destino era in attesa. Man mano che il dramma della schiavitù si faceva sempre più imponente e i racconti dei pochi scampati lo dipingevano a forti tinte, in Europa cominciarono a sorgere le prime confraternite fra gli uomini di mare per prestarsi mutuo appoggio in caso di cattura. Fu tuttavia soprattutto la Chiesa ad affrontare l’istituzione il di problema, favorendo ordini monastici esclusivamente votati alla liberazione degli schiavi. I primi “volontari del fakkak” a entrare in azione furono i trinitari, dell’ordine della Santissima Trinità. Avevano la sede principale a Roma, presso la chiesa di San Tommaso sul Celio, della quale resta ancora un mosaico in cui si vede Cristo fra due schiavi in catene, uno bianco e uno nero, per significare che non si doveva tenere conto del colore della pelle. Sorsero poi altri ordini monastici, come quelli dei mercedari e dei redentori, che furono protagonisti di imprese leggendarie. Considerata la pericolosità della loro missione, il papa aveva elargito loro alcune particolari concessioni, come quella… di poter mangiare carne anche al venerdì. Riscattare gli schiavi in paesi ostili e sconosciuti non era certamente facile per quei frati volenterosi. Il solo viaggio durava mesi ed era denso di pericoli sia per i naufragi frequenti sia per i pirati che infestavano il Mediterraneo. Ma va anche detto che gli emiri e i rais erano felicissimi di fornire a questi missionari i necessari salvacondotti, perché erano portatori di borse piene di monete d’oro raccolte con le elemosine nelle chiese e nei villaggi. Gli astuti schiavisti si erano fatti ancor più “liberali” quando avevano scoperto che la pietà cristiana spingeva i monaci a riscattare i vecchi e i malati invece dei raqiq robusti in piena salute. Liberarsi dei “pesi morti” e tenersi la “merce” preziosa era un ottimo affare. Per favorire il lucroso riscatto, i padroni consentivano agli schiavi di scrivere a casa per chiedere aiuto. Ecco per esempio cosa scriveva il ligure Galino Alassio a suo fratello residente a Cervo: Carissimo fratello, la presente facio per avvisare come sono pervenuto al re de Argero e sono nel bagno di questo re. Non porria stare più peggio al mondo di come io sto. E chi è stato a Argero lo sa come stanno gli schiavi del re. Io te prego per la passione di Cristo me cerchi di cavarmi da qui. Vendi e impegna quanto io tengo e mia moglie impegni la sua dotta per cercare di cavarmi da questa cattiveria. Dio ti dia la grazia che non abbi mai a provare simile cativerio. Naturalmente, non mancarono le truffe, i raggiri, le rapine, le uccisioni e altre avversità. Ma neppure mancarono episodi di generoso altruismo. In molte occasioni, quando il negriero di turno non era soddisfatto della somma offerta e gli acquirenti non erano in grado di disporre di altro denaro, i frati stessi si offrivano in ostaggio al posto degli schiavi liberati. Poi, con cristiana rassegnazione, attendevano nel bagno, per mesi e spesso per sempre, di essere a loro volta riscattati. Al ritorno nei porti europei gli schiavi liberati erano accolti da folle commosse. Gli ex schiavi attraversavano le vie della città per recarsi in processione nella cattedrale, fra una moltitudine di persone morbosamente curiose di vedere i reduci dai “bagni di Berberia”. Questi esseri macilenti, segnati dalle catene che avevano trascinato per anni, durante il percorso venivano assaltati da gente che aveva i propri congiunti nei bagni e che sperava di ricavare qualche notizia confortante. In simili occasioni, i frati redentori pubblicavano dei bollettini con l’elenco degli schiavi liberati per favorire il loro ricongiungimento con le famiglie. Uno di questi bollettini, scritto in francese, recuperato da Adriano Cattani e pubblicato nella rivista “ll Collezionista” dell’editore Bolaffi, porta il seguente titolo: Catalogo degli schiavi cristiani riscattati il 5 aprile del presente anno 1690 nella città e Regno di Algeri. Seguono i nomi degli ex prigionieri e i relativi costi del riscatto. Nella lista spicca un folto gruppo di trentenni, evidentemente marinai, il cui costo fu di 515 lire e 14 soldi cadauno. C’è anche un fanciullo di dieci anni, pagato ben 615 lire, e un cinquantenne che è invece costato appena 372 lire. Cavaliere torna al convento Mentre il Barbarossa prima e Dragut poi garantivano a Solimano il controllo del Mediterraneo e tenevano costantemente sotto pressione i regni cristiani rivieraschi, il sultano aveva rivolto le sue armate verso Oriente e in un decennio aveva lanciato tre importanti campagne militari contro il rivale impero safavide, sciita, che controllava praticamente la Siria e l’attuale Iraq. Una serie di successi aveva così consentito all’impero ottomano di piantare bandiera in Azerbaigian, nel Caucaso e sulle rive del Mar Caspio, rafforzando le proprie frontiere su quel lato. Sul fronte balcanico invece il sovrano ottomano se la dovette vedere con il nuovo sacro romano imperatore, Ferdinando, fratello di Carlo, cui era succeduto nel titolo dopo l’abdicazione di questi nel 1556. In realtà da tempo l’Asburgo aveva ricevuto la delega dall’imperiale fratello a gestire il lato orientale dell’immenso impero cristiano e aveva a lungo fronteggiato le armate turche, soprattutto dopo che queste avevano cancellato il regno d’Ungheria sulla piana di Mohács, nel 1526. In questo quadro complessivo Solimano mise a segno un importante nuovo colpo con la vittoria di Gerba, presso Tunisi, del maggio 1560, con la quale il suo ammiraglio Piyale Pasha aveva sbaragliato una grande flotta cristiana, formata da squadre delle grandi potenze europee e guidata da Gianandrea Doria, nipote di Andrea. Forse fu proprio la sensazione di una sorta di invincibilità del proprio potere che spinse il Gran Turco al passo successivo della sua politica di espansione e non, come si vociferava, le bizze degli eunuchi e i capricci delle sue concubine. Il rispetto per la sua intelligenza ci fa infatti supporre che a spingerlo all’azione contro quel “nido di infedeli” che era diventata Malta siano state anche altre e più serie motivazioni in quella primavera del 1565. D’altra parte, questa isola che i cavalieri avevano trasformato in un fortilizio cristiano al centro del “lago islamico”, se fosse stata conquistata dai turchi, poteva diventare il trampolino di lancio per la conquista della Sicilia, dell’Italia e di Roma. Un progetto che per Solimano era diventato lo scopo della vita. La notizia che i turchi si accingevano ad assaltare Malta non aveva tardato a diffondersi in tutto l’Occidente grazie ai segnali d’allarme inviati dagli agenti genovesi e veneziani di Costantinopoli. Anche i cavalieri di Malta ne erano stati informati ed erano corsi ai ripari rinforzando le difese murarie e mobilitando i difensori. Il gran maestro dei cavalieri aveva infatti provveduto a richiamare i confratelli sparsi nelle corti europee con il tradizionale appello che veniva trasmesso di castello in castello, all’avvicinarsi di un pericolo: «Cavaliere torna al convento». In tutto, i cavalieri rientrati a Malta erano settecento. Una forza esigua, si dirà, ma a quell’epoca settecento uomini corazzati da capo a piedi, adusi alla guerra e armati di lance e di spadoni micidiali, costituivano in battaglia una forza deterrente paragonabile a un reparto di moderni carri armati. Essi costituivano il nerbo di una guarnigione di ottomilacinquecento uomini composta di maltesi, di galeotti liberati, di mercenari e anche di un centinaio di archibugieri italiani inviati dal ducato di Milano. L’impiego dell’archibugio del resto, benché ancora primitivo e ingombrante, si stava rapidamente diffondendo nelle fanterie europee tradizionalmente armate di archi e di picche. Il comandante del piccolo esercito era il gran maestro Jean Parisot de la Valette, un robusto settantenne, reduce dall’epica difesa di Rodi che era stata espugnata nel 1522 da Solimano dopo cinque lunghi mesi di assedio. La Valette aveva come capo di stato maggiore sir Oliver Starkey, l’unico monaco britannico rimasto anglicano. nell’ordine dopo lo scisma I cavalieri, tutti esponenti dell’aristocrazia europea, erano divisi in langues, lingue, a seconda della loro nazionalità: la castigliana, l’italiana, la francese e così via, a ciascuna delle quali era affidata una postazione di difesa. Per rinforzare i ranghi, in quella occasione, era stata costituita anche una langue genovese, per così dire fuori ordinanza, ossia laica e non nobile, composta dai marinai di una nave mercantile che si erano offerti volontari col loro comandante Girolamo Villavecchia. I turchi sbarcarono nella rada di Marsa Scirocco il 18 maggio 1565 da una flotta di centoquaranta navi comandata dal kapudan Piyale Pasha, il vincitore di Gerba, un croato convertito all’Islam. L’esercito era invece comandato dal turco Lala Mustafà ed era composto di circa quarantamila uomini, fra i quali seimila giannizzeri e un reparto speciale di yayalar, combattenti feroci e sanguinari. Oltre alle macchine d’assedio, gli invasori disponevano di un eccezionale parco di artiglieria: centinaia di cannoni, fra i quali tre giganteschi basilischi capaci di sparare palle da un quintale. Solimano non aveva partecipato all’impresa per la sua nota idiosincrasia per il mare. Era quindi la prima volta che l’esercito scendeva in campagna senza la carismatica presenza del sultano. Prudentemente, questi aveva affidato il comando supremo al più esperto Dragut, ma il vecchio pirata, ormai ottantenne, non aveva fatto in tempo a congiungersi con le forze da sbarco, perché la sua flotta era stata scompigliata da una violenta tempesta. Com’era facilmente prevedibile, l’assenza di un comandante supremo si fece subito sentire. Fin dall’inizio delle operazioni, il comandante del corpo di spedizione si era scontrato col comandante della flotta a proposito delle disposizioni relative alla condotta dell’assedio. E poiché nella gerarchia ottomana Piyale Pasha e Lala Mustafà erano allo stesso livello, quella vertenza provocò ritardi e malumori. Motivo del dissidio fra i due comandanti era la scelta dell’obiettivo prioritario. Piyale insisteva per attaccare il forte di Sant’Elmo, posto di guardia al porto, per mettere così al sicuro le sue navi, che altrimenti sarebbero rimaste esposte alle avversità atmosferiche. Mustafà avrebbe invece preferito eliminare per primi i forti di San Michele e di Sant’Angelo, dov’era concentrato il grosso delle forze maltesi. Eliminati i Sant’Elmo, due principali isolato e più baluardi, vulnerabile, sarebbe caduto da solo. Ma fu il kapudan ad averla vinta e così le artiglierie cominciarono a bersagliare le mura di Sant’Elmo, mentre i genieri si mettevano al lavoro per scavare le consuete gallerie di mina. Questo fu il primo errore commesso dai turchi. Contrariamente alle loro ottimistiche previsioni, Sant’Elmo non solo resistette all’assalto, ma i cinquanta cavalieri che lo difendevano si produssero anche in una serie di irruente sortite, aprendo larghi vuoti nelle file nemiche e tranciando a colpi di spada gli attaccanti. La loro corazzatura li rendeva praticamente invulnerabili ai dardi e alle scimitarre. Naturalmente, lo sarebbero stati assai di meno alle palle di archibugio, ma queste armi da fuoco scarseggiavano fra i turchi, perché Solimano era ancora un convinto sostenitore della superiorità del potente arco a doppia curva, impugnato dai suoi giannizzeri. «Nel tempo che si impiega per caricare l’archibugio, un arciere può lanciare ventisette frecce», era solito dire il sultano per dimostrare la validità della sua teoria. A conti fatti, aveva certamente ragione, ma sopravvalutava la forza di penetrazione dei dardi che, invece, contro le corazze si spuntavano. D’ora in poi, gli arcieri turchi dovranno aguzzare la mira per centrare i soli punti deboli dell’armatura: la celata mobile e i rari spazi angusti lasciati scoperti dalle giunture. Quando Dragut giunse a Malta alla fine del mese di maggio, il forte di Sant’Elmo resisteva ancora. Il vecchio pirata, presa in esame la situazione, si rese subito conto dell’errore che era stato compiuto attaccando questo forte secondario, ma ormai il danno era fatto e non era più possibile tornare indietro. Dragut si era portato appresso un piccolo esercito di matasiete, che costituivano la sua guardia del corpo. Nei giorni seguenti, i turchi tentarono invano nuovi assalti, lasciando centinaia di morti sul terreno. I difensori, oltre il deterrente rappresentato dai cavalieri corazzati, godevano anche di una notevole superiorità tecnologica rispetto alla massa degli attaccanti. I lunghi assedi avevano favorito l’evoluzione degli strumenti di difesa. A Malta, per esempio, furono sperimentate delle armi nuove che seminarono il terrore nelle file nemiche. Come la “tromba”, un rudimentale lanciafiamme capace di vomitare a una decina di metri di distanza dei getti di resina e di olio infiammati. O come le “bombe a mano”, consistenti in piccole pignatte di terracotta colme di fuoco greco. Ma l’“arma segreta” che si rivelò più efficace furono i “cerchi di fuoco”. Si trattava di grandi cerchi di ferro usati per fare le botti, i quali, dopo essere stati avvolti con della stoppa imbevuta di pece bollente, venivano incendiati e lanciati dagli spalti sugli assalitori. Il 18 giugno, Sant’Elmo era ormai ridotto a un cumulo di macerie, ma continuava a resistere. I cavalieri superstiti che lo difendevano si erano votati alla morte, pur di guadagnare tempo, perché erano stati informati che il re di Spagna Filippo II aveva organizzato una squadra, detta del “Gran Soccorso”, per correre in loro aiuto. Era quindi necessario resistere il più a lungo possibile. Quel 18 giugno, Mustafà, Dragut e altri ufficiali, avvolti nelle loro ricche vesti, si erano spinti su un’altura per seguire meglio le fasi delle operazioni. La collina distava poche centinaia di metri dalle mura del forte, ma poteva essere considerata zona di sicurezza, poiché la gittata dell’archibugio non superava i duecento metri e quella di un cannone non arrivava a cinquecento. Ma quell’eccesso di fiducia giocò loro un brutto tiro. Visto quel gruppetto multicolore che si muoveva sull’altura, l’artigliere piemontese Antonio Grugno non resistette alla tentazione. Caricò bene il suo cannone, accese la miccia e accadde il miracolo. La palla di ferro non solo assolse egregiamente il suo compito centrando in pieno il comandante dei giannizzeri, ma poi rimbalzò contro il muro e una scheggia di roccia andò a infilarsi nell’occhio destro di Dragut penetrandogli nel cranio. Il vecchio pirata morirà cinque giorni dopo, appena in tempo per apprendere che il forte di Sant’Elmo era caduto. Dopo la conquista del forte, Lala Mustafà consumò una crudele vendetta. Fatti raccogliere i cavalieri, morti o feriti, li fece inchiodare a delle croci che vennero fissate su zattere e quindi mandate alla deriva verso forte San Michele. Ma la risposta dei cavalieri fu altrettanto crudele. Parisot de la Valette fece decapitare una ventina di prigionieri e sparò con i cannoni le loro teste contro gli avversari come fossero proiettili. A questo punto sarà forse opportuno ricordare che tali atrocità, destinate a scandalizzare chi le legge seduto in poltrona cinque secoli più tardi, erano allora di normale consuetudine. La morte di Dragut fu una grave perdita per i turchi. Essi tuttavia attaccarono i forti di San Michele e di Sant’Angelo, dove però incontrarono una reazione disperata. A mantenere viva la volontà di resistere era la speranza del sopraggiungere dei soccorritori, ma nessuna vela appariva all’orizzonte. Verso la fine di agosto, mentre Malta era allo stremo, si era finalmente concentrata a Siracusa una squadra navale con circa diecimila volontari giunti da tutta Europa. La comandava Gianandrea Doria, che era succeduto al suo famoso nonno anche come uomo di fiducia di Filippo II. In obbedienza alle istruzioni ricevute dal rey prudente, che era maniacalmente geloso delle sue galee, il genovese aveva trovato modo di ritardare il più possibile la partenza. Per giunta, dopo che la flotta era salpata da Siracusa, una furiosa tempesta ne aveva ostacolato la navigazione, cosicché i rinforzi poterono finalmente sbarcare a Malta soltanto il 6 settembre. L’arrivo del Gran Soccorso capovolse la situazione e i turchi vennero a trovarsi fra due fuochi perché anche i difensori dei forti uscirono a combattere in campo aperto. La battaglia infuriò per alcuni giorni: i turchi, provati dal lungo assedio, si trovarono a combattere contro truppe fresche e animate da quella grande fede che, quando si trattava di affrontare gli “infedeli”, cancellava tutti i conflitti intestini. I loro comandanti erano gli esponenti delle più grandi casate d’Italia e di Spagna. Fra gli italiani, da Ascanio della Corna a Moretto Calabrese, figuravano i più bei nomi del “secolo d’oro”: Doria, Orsini, Colonna, Carafa, Caracciolo. La Vitelli, battaglia Gonzaga, decisiva fu combattuta nella piana di Pietranera. Dopo cinque ore di lotta sanguinosa, i turchi furono battuti e i superstiti fuggirono per raggiungere le navi di Piyale Pasha, che salparono il 12 settembre abbandonando la partita. «Dopo 115 giorni di eroica lotta», registrerà soddisfatto nel suo diario l’archibugiere italiano Francesco Balbi da Correggio, «i turchi hanno perduto 30 000 uomini e sparato non meno di 130 000 colpi di cannone. I Cavalieri della Religione caduti in combattimento sono stati 239 e quasi tutti gli altri lamentano ferite più o meno gravi.» Balbi aggiunge che sono morti anche 7000 maltesi fra uomini, donne e fanciulli, 2500 fanti di tutte le nazioni e anche 500 “schiavi della Religione” non meglio identificabili. Felice per la grande vittoria, il papa offrì a Jean Parisot de la Valette il cappello cardinalizio, ma il vecchio soldato lo rifiutò. Preferì trascorrere gli ultimi anni di vita nella sua isola, dove morì a settantasette anni il 21 agosto 1568 colto da un colpo di sole durante la caccia col falcone. Per ricordare il suo nome glorioso, la capitale di Malta sarà chiamata La Valletta. Solimano accolse con impassibilità l’annuncio della catastrofica spedizione. «È la prova», commentò, «che la Spada dell’Islam è invincibile solo se impugnata dalle mie mani.» Deluso dai risultati negativi della strategia marittima, il sultano mise subito a punto una nuova spedizione contro Vienna per riscattare l’umiliazione subita. Ai primi di aprile del 1566 partì da Costantinopoli alla volta della pianura danubiana. La partenza fu solenne. Attorniato da quattrocento arcieri della sua guardia del corpo dalla faretra d’oro, preceduto da trecento ciambellani e da dodicimila giannizzeri, Solimano a cavallo diede al suo popolo l’ultimo addio. Appena fuori della città, lo attendeva un cocchio d’oro col quale proseguì il viaggio fino a Belgrado. A turbare i suoi progetti, gli giunse qui la notizia che il principe magiaro (ma di origine croata) Miklós Zrínyi si era ribellato e aveva ucciso il pasha di Buda impadronendosi della città di Szigetvár, dove ora lo attendeva a piè fermo con tremila uomini, oltre i mille fanti che gli aveva mandato di rinforzo l’imperatore Massimiliano II, succeduto a Ferdinando I nel 1564. Per raggiungere Szigetvár occorreva attraversare la Drava e Solimano ordinò al comandante del genio di costruire un ponte entro una settimana, pena l’impiccagione. La data fu rispettata e il ponte resse bene al passaggio di oltre centomila uomini a cavallo, seguiti da centinaia di cammelli carichi di vettovaglie e da centinaia di buoi che trainavano le artiglierie. Sistemato l’immenso campo, i turchi mossero più volte all’assalto della città, ma furono sempre respinti con perdite gravissime. Si narra che per il lezzo che si sprigionava dal gran numero di cadaveri insepolti, Solimano facesse arretrare la sua tenda di quattro miglia. Ma la notte del 4 settembre 1566, alla vigilia dell’ultimo assalto, che egli intendeva come al solito guidare di persona, Solimano fu stroncato da un colpo apoplettico. Forse per la rabbia di non riuscire ad annientare quella piccola guarnigione. Aveva settantadue anni. La sua morte mise in crisi il gran visir Mehmed Sokollu che lo assisteva. Come sappiamo, l’incoronazione di un nuovo sultano era un’operazione piuttosto complicata. Era necessario soprattutto mantenere segreto il decesso per concedere al figlio Selim, l’erede prescelto, figlio di Rosselana, il tempo necessario per procedere alle note pratiche di successione (strangolamento dei fratelli, eccetera). Solimano fu perciò imbalsamato da un medico ebreo e quindi sistemato dapprima nella tenda reale e poi trasportato nel cocchio personale per essere ricondotto a Costantinopoli come se niente fosse accaduto. Per completare l’operazione in totale segretezza, Sokollu decise di lanciare comunque l’assalto finale a Szigetvár, dove Zrínyi resisteva ancora con pochi uomini. Questi, saputo dell’attacco imminente, radunò i suoi e ordinò una sortita suicida, come si narra nel racconto di un testimone oculare ripreso poi, tra gli altri, dalla Cronica di Sebestyén Tinòdi Lantos e dalle Memorie istoriche de’ monarchi ottomani di Giovanni Sagredo: Zrinyi indossò il suo abito di gala […] Terminato il suo abbigliamento contò con grande calma cento ducati ungheresi che mise nella tasca della giubba dicendo «Così chi mi spoglierà non potrà dire di non avermi trovato nulla indosso». Poi si fece portare le chiavi del castello e le aggiunse ai ducati dichiarando che i nemici non le avrebbero prese finché avesse avuto la testa sulle spalle. […] Così, preceduto dalla bandiera imperiale recata dall’alfiere, reggendo lo scudo, senza corazza, senza elmo, andò incontro al nemico seguito dai suoi uomini. Accanto al portone del castello c’era un grande mortaio pieno di schegge di ferro. Il portone venne spalancato di colpo e, a un cenno del conte, fu sparato il mortaio seminando la strage fra i turchi ammassati sul ponte. Immediatamente Zrinyi e i suoi si lanciarono in quel varco sanguinoso contro i nemici esterrefatti, menando colpi all’impazzata. […] Pochi minuti dopo però quei coraggiosi erano morti tutti, tranne un pugno di superstiti feriti, che vennero risparmiati. I giannizzeri, ammirati del valore dei caduti, non infierirono sui loro cadaveri, ma anzi misero sul loro capo le loro berrette. In tal modo la macabra commedia inscenata dal gran visir continuò fino al 9 ottobre, quando Sokollu annunciò al Divano riunito che il grande Solimano era salito nel paradiso delle uri, all’ombra delle spade, e che Selim era il nuovo sultano, cui si doveva assoluta obbedienza. Un papa… “mandato” da Dio Forse non sarà stato lo Spirito Santo a suggerire al conclave del 1566 di eleggere papa Antonio Michele Ghislieri, ma fu comunque una scelta provvidenziale. Mai come in quel momento la Chiesa romana aveva avuto bisogno della guida di un uomo come lui, risoluto, intransigente, animato da una fede profonda e deciso a farla trionfare contro tutto e contro tutti, purificandola da ogni incrostazione. Da tempo, infatti, la Chiesa cattolica versava in una crisi morale e politica che pareva inarrestabile. Mentre a Roma papi aristocratici, amanti del bello e delle arti, ma privi di fede, si alternavano sul sacro soglio, l’Islam dilagava a macchia d’olio e la Riforma protestante erodeva la Chiesa dal suo interno alimentando sordi rancori popolari contro la Roma “empia e ladrona”. Era stata proprio la curia romana coi suoi scandali, il l’immorale vergognoso nepotismo mercanteggiamento e dei privilegi e delle indulgenze a favorire per reazione la diffusione delle dottrine riformiste di Martin Lutero. In pochi anni, infatti, quel monaco agostiniano ribelle si era ritrovato alla testa di un vasto movimento rivoluzionario, politico e religioso, contro il quale nessun papa si era fino ad allora speso più di tanto per difendere l’ecumenismo cattolico. Attratti più dalle gioie terrene che da quelle dello spirito, questi papi senza fede, che avevano scelto la carriera ecclesiastica solo per goderne i privilegi, avevano ottenuto l’ovvio risultato di allontanare sempre di più la Chiesa dalla sua missione e dal suo gregge. Anche il concilio di Trento, ossia la lunga e travagliata assise cattolica (durò diciotto anni, dal 1545 al 1563) convocata per cercare un accordo con l’ala più moderata del riformismo luterano, si era risolto al contrario con una definitiva spaccatura fra la Chiesa cattolica e la Chiesa protestante. Questa era dunque la situazione quando, nel 1566, forse per intercessione dello Spirito Santo o, più probabilmente, per la saggezza del cardinale Carlo Borromeo (suo principale sponsor) l’umile frate domenicano Antonio Michele Ghislieri era asceso al soglio pontificio, con gran dispetto dei cardinali rinascimentali, che le grandi famiglie avevano candidato alla successione di Pio IV. Il nuovo papa, che assumerà il nome di Pio V, era nato sessantadue anni prima a Bosco Marengo, in Piemonte. Nelle sue vene non scorreva neppure una goccia di sangue blu: era figlio di un povero mulattiere che trasportava sacchi di grano attraverso le Alpi fra l’Italia e la Francia. A quattordici anni, ancora analfabeta, il piccolo Antonio era entrato come novizio nell’ordine dei domenicani, dove aveva imparato a leggere e a scrivere. In seguito si era laureato in teologia e si era distinto come strenuo difensore della fede diventando inquisitore generale. I domenicani, ordine mendicante dei cosiddetti “frati predicatori”, erano allora i più implacabili campioni dell’Inquisizione e frate Antonio ne aveva applicato i severi princìpi animato da un sincero fanatismo. Anche da vescovo e poi da cardinale, non aveva mai trasgredito alle severe regole imposte dall’ordine e niente in lui rivelava un principe della Chiesa: possedeva due sole tonache bianche, giusto per il cambio, si cibava di uova e verdure e percorreva a piedi l’Italia con una sacca sulle spalle, per accorrere dovunque si manifestasse una qualsiasi forma di eresia. Grandi roghi purificatori segnavano le tappe del suo passaggio. Eretici veri o presunti, ma anche semplici simpatizzanti delle dottrine luterane, difficilmente sfuggivano alle sue spietate requisitorie. I pochi che evitavano il rogo venivano di solito mandati a purgarsi l’animo sulle galee. Inquisitore spietato e incorruttibile, Antonio Ghislieri non aveva riguardi per nessuno. Una volta divenuto papa, alcuni dei più colti umanisti dell’epoca, sospettati di eresia, furono spinti da lui sulla graticola. Pietro Carnesecchi, famoso intellettuale fiorentino, e Aonio Paleario, un altro celebre umanista, che erano già stati più volte scagionati dall’Inquisizione, con frate Antonio non ebbero scampo: furono l’uno decapitato, l’altro impiccato e poi entrambi arrostiti sulla pira. Per lui, d’altronde, il semplice sospetto costituiva l’anticamera della verità e non lo intimidivano neppure gli alti prelati. Una volta (quando era ancora frate) coinvolse persino papa Pio IV accusandolo di eresia. Non riuscì a farlo condannare, ma trovò il modo di incatenare al remo monsignor Paolo Minale, il suo corrotto tesoriere. Diventato papa col nome di Pio Antonio Ghislieri, forse V, perché effettivamente convinto di avere ricevuto dallo Spirito Santo una missione purificatrice, immerse Roma e l’intera curia in un bagno di austerità. Le carceri e le galee furono ben presto affollate di vescovi simoniaci e di sacerdoti indegni. Imprigionò anche un cardinale accusato di stupro, ma poi lo fece liberare perché, secondo lui, i veri colpevoli erano coloro che lo avevano nominato cardinale, che infatti non la passarono liscia. Le sue purghe ripulirono tutti i luoghi in cui si annidava il peccato. Per purificare anche le arti e la letteratura istituì la Congregazione dell’Indice, incaricata di denunciare le opere proibite. Fece anche costruire nella capitale una nuova e grande sede della Santa Inquisizione e decretò che non solo gli eretici, ma pure i colpevoli di sodomia e di altri “crimini contro natura” venissero destinati al rogo. La sua santa ramazza non prostitute, trascurò che neppure le tradizionalmente pullulavano attorno al Vaticano, facendo buoni affari. Pio V voleva mandarle via da Roma, ma una delegazione di alti prelati, di cittadini emeriti e di alcuni ambasciatori lo convinse a addolcire la pena. Le peccatrici furono infatti concentrate in una sorta di ghetto, nel quartiere di Ripetta, e condannate a sorbirsi ogni mattina i sermoni dei predicatori. Pure gli ebrei, che vivevano a Roma fin dai tempi di Augusto, e che sino ad allora erano stati lasciati in pace, vennero colpiti da un decreto papale che ne ordinava l’espulsione dai territori dello stato della Chiesa. Ma in seguito furono esentati dall’esilio, perché la loro partenza avrebbe messo in crisi l’economia pontificia. Con Pio V trionfava dunque l’anima più rigida della restaurazione cattolica. Da vero papa della Controriforma, egli impose alla Chiesa un giro di vite che, sia pure con tutti i suoi eccessi e le sue spesso gratuite crudeltà, osservato sul piano storico, risulta essere stato indispensabile per la sopravvivenza della Chiesa stessa. Il bisturi papale non risparmiò nessuno: ripulì il Vaticano di ogni mondanità e impose a tutti una vita morigerata. apostolico», riferiva «Il palazzo sgomento l’ambasciatore di Venezia, «è diventato un monastero. Ogni traccia dell’antica vita cortigiana è stata spazzata via.» Gli strali di questo papa “biblico” giunsero ovunque l’ortodossia cattolica fosse in pericolo. In Francia era in corso una guerra contro i protestanti ugonotti e Pio V non esitò a imporre una tassa speciale per inviare rinforzi a Enrico di Valois, che si batteva contro di loro (il massacro della notte di San Bartolomeo del 1572 fu ispirato da questo pontefice). Non esitò neppure a scomunicare nel 1570 la regina Elisabetta «schiava del male e mostruosa usurpatrice della funzione di capo della Chiesa in Inghilterra», per favorire l’ascesa al trono della cattolica Maria Stuarda. Soltanto la Spagna fu risparmiata dai suoi strali perché Filippo II stava già calcando la mano per suo conto contro gli eretici, i moriscos e gli ebrei. Anzi, il pio sovrano si sentì incoraggiato a intensificare le persecuzioni, ma non prestò ascolto al papa quando questi lo esortò affinché abolisse le corride e trattasse con più umanità gli “indiani” dei possedimenti spagnoli nel Nuovo Mondo. Alle persecuzioni degli eretici e dei traviati, Pio V affiancava tuttavia una cura premurosa per le classi più deboli. Abolì la tassa sul vino, stroncò le speculazioni sul prezzo del pane e punì severamente gli usurai e gli sfruttatori. Il ricco banchiere Francesco De Vecchi, per esempio, fu fatto fustigare in piazza del Popolo per adulterio. Il papa risanò anche i quartieri più malsani, bonificò le paludi, intensificò le opere assistenziali e rinforzò le difese della città contro le temute incursioni dei corsari. A Roma, e non solo a Roma, in quegli anni tutti avevano quasi la sensazione fisica della minaccia incombente dall’Islam. «Mamma li turchi!» ormai riecheggiava virtualmente anche nei saloni del Vaticano. Tutti d’altronde sapevano che l’obiettivo principale del sultano era la famosa “mela rossa” e nota era anche la sua millantata vanteria di voler trasformare in moschea la basilica di San Pietro. Pio V era ossessionato da questa eventualità e fermamente deciso ad affrontare i due grandi nemici della Chiesa: il turco e il protestante. Coi turchi, o meglio, coi barbareschi, lui stesso, in passato, aveva già dovuto fare personalmente i conti. I corsari infatti catturarono un suo nipote che, per molti anni, rimase incatenato al remo. A proposito di questo nipote, va ricordato che, appena diventato papa, Pio V lo fece riscattare e gli affidò un importante incarico in curia, ma quando scoprì che il giovane conduceva una vita “fastosa e immorale”, lo bandì da Roma e non volle più vederlo. Era dunque naturale che questo papa ispirato e intransigente si facesse paladino della tanto sospirata crociata contro i turchi. Già nel 1566, appena eletto al soglio, egli aveva abbozzato un primo tentativo per costituire un fronte cristiano con la partecipazione di Venezia e della Spagna. Ma i tempi non erano ancora maturi. Filippo II non amava Venezia, perché era l’unico stato italiano autonomo che non subiva l’influenza spagnola. Neppure Pio V guardava di buon occhio la Serenissima: era troppo liberale, troppo orgogliosa, dava ampia ospitalità a quei pensatori eretici che altrove sarebbero finiti sul rogo, intrigava con i turchi e si muoveva nell’Adriatico come fosse un mare di sua proprietà. Gli eroi di Famagosta Nel 1566, l’elezione di Pio V aveva anche coinciso con la morte di Solimano il Magnifico e questa singolare coincidenza sarà in seguito interpretata dai fedeli come un segno della Divina Provvidenza. Il suo successore, Selim detto “il biondo”, che aveva quarant’anni ed era anche soprannominato el mest, l’ubriacone (e ciò forse basta per dare un’idea del personaggio), pur non possedendo le qualità del genitore, aveva da lui ereditato un valido consigliere, ossia il gran visir Mehmed Sokollu, anche se lui preferiva ascoltare l’ambiguo Jossèf Nassì, o João Miguis o Giuseppe Micas, meglio conosciuto come il “grande ebreo”, che si era stabilito a Costantinopoli dopo essere stato cacciato da Venezia. Micas era un faccendiere molto influente a corte perché pare rifornisse segretamente la cantina del sultano. Aveva intensi contatti commerciali col mondo cristiano e disponeva di una vasta rete spionistica che gli consentiva di ficcare il naso in tutti gli intrighi europei. A differenza di Sokollu, che continuava a coltivare il suo ampio disegno espansionistico, Micas nutriva ambizioni più ridotte, limitandosi a suggerire la conquista di Cipro, l’ultima ricca colonia dell’Egeo ancora in possesso dei veneziani. Secondo alcune fonti maligne, l’isola faceva gola a Micas perché mirava a diventarne il re col beneplacito del sultano. In realtà, per la sua posizione, essa rappresentava una spina nel fianco dell’impero ottomano. La mancanza di documenti ci impedisce purtroppo di ricostruire con attendibilità i percorsi seguiti in quegli anni dalla politica estera ispirata dal gran visir. Si può soltanto ipotizzare che la Sublime Porta mirasse a creare in Europa degli allarmanti diversivi, allo scopo di nascondere il suo obiettivo principale, ossia proprio la conquista dell’isola di Cipro, in aperta violazione della pace con Venezia, che durava da una trentina d’anni. Questa ipotesi spiegherebbe comportamento di l’ambiguo Costantinopoli nei confronti della rivolta dei moriscos in Spagna, nonché i suoi scoperti appoggi alla ribellione protestante che stava incendiando il Nord Europa. Il timore che i due grandi nemici della Chiesa, Islam e Riforma, si unissero in un comune fronte religioso non era d’altronde campato in aria e questa eventualità era un’ossessione per Pio V. Già a suo tempo, Solimano aveva manifestato simpatia per i luterani e individuato addirittura delle similitudini fra le due religioni. Possiamo quindi immaginare lo sgomento della curia romana quando i suoi servizi segreti giunsero in possesso di una lettera inviata da Selim ai capi protestanti che stavano combattendo contro gli spagnoli nelle Fiandre. Scriveva il sultano: Giacché avete levato la vostra spada contro i papalini e giacché li avete regolarmente uccisi, abbiamo rivolto alla vostra religione il nostro imperiale interessamento. Poiché voi non adorate gli idoli, avete bandito i santi, le immagini e le campane dalle chiese e riconosciuto che il Dio onnipotente è uno solo e che il santo Gesù è il suo profeta, ora siete alla ricerca della vera fede. Ma colui che si fa chiamare papa non ammette che il Creatore sia uno, attribuisce invece carattere divino a Gesù (la pace sia con lui!), adora gli idoli e le immagini creati dalle sue stesse mani, e mette in dubbio l’unicità di Dio portando di conseguenza innumerevoli servi di Dio sulla strada dell’errore. La traduzione del testo risulta piuttosto approssimativa, ma fu certamente sufficiente per leggervi, fra le righe, un invito a unificare le due religioni contro il comune nemico. Venezia era in pace con la Sublime Porta dal 1540. Una pace piuttosto gravosa per la verità, in quanto, per conservare il dominio di Cipro e la libertà dei traffici, i veneziani pagavano al sultano un sostanzioso Serenissima tributo. Tuttavia, aveva la sempre puntigliosamente rispettato i trattati con il governo di Costantinopoli: si era mantenuta neutrale durante l’assedio di Malta e aveva assunto una posizione ambigua ogniqualvolta era stato richiesto l’intervento della sua flotta contro il Gran Turco. Proprio per questa sua politica interessata e mercantile, Venezia veniva sarcasticamente indicata nella cristianità come “la meretrice del sultano”. Ma Selim considerava Cipro un boccone troppo appetibile per lasciare che continuasse a restare sotto le insegne di San Marco. Alcuni storici hanno sostenuto che sarebbe stata la passione del sultano per il buon vino cipriota a indurlo a conquistare l’isola (nell’Islam la viticoltura era bandita), ma forse si tratta della solita storiella. D’altronde, come già detto, a rifornirlo del nettare vietato dalle leggi coraniche già provvedeva Micas. In effetti l’isola gli faceva gola perché, oltre a essere uno dei più ricchi e fertili possedimenti veneziani, presentava per i turchi anche indubbi vantaggi dal punto di vista strategico, mentre la distanza dell’isola dalle basi operative di Venezia la rendeva facilmente vulnerabile. Ad aggravare la situazione intervenne a questo punto un episodio clamoroso e ancora non del tutto chiarito. La notte del 13 settembre 1569 una tremenda esplosione assordò i veneziani. Era saltato in aria il gigantesco deposito delle munizioni dell’arsenale e il fuoco si era poi propagato all’interno dello stabilimento, favorito dagli enormi quantitativi di legname stagionato che vi si trovavano. I danni furono gravissimi, anche se non irreparabili, e l’arsenale bruciò per un’intera settimana. Le cause dell’incendio non furono mai chiarite del tutto, ma il senato della repubblica ritenne comunque trattarsi di sabotaggio. Da qualche tempo il comportamento del governo ottomano aveva destato dei sospetti e alcune spie turche erano state arrestate nella laguna. Secondo alcune fonti, a dare fuoco alle polveri sarebbero stati dei sabotatori assoldati da Micas, nemico giurato della repubblica veneta, dai cui territori era stato bandito molti anni prima, ma non si raccolse alcuna prova concreta nei suoi confronti. Sintomatico resta tuttavia il fatto che fu lo stesso Micas a portare personalmente la bella notizia al sultano. Da quel momento, Selim non prestò più ascolto al gran visir, che cercava di dissuaderlo ricordandogli che Venezia era ancora una temibile potenza navale e che, malgrado le sue galee risentissero di trent’anni di inattività, non sarebbe stato facile sconfiggerla. Il suo cuore batteva per Cipro, e si lasciò facilmente convincere da Micas e dai “falchi” del Divano che anelavano a riscattare l’onta di Malta. In un primo tempo, tuttavia, il sultano fu frenato da scrupoli religiosi. Il trattato di pace con Venezia era stato da lui rinnovato appena due anni prima e i veneziani avevano continuato lealmente a pagare il loro pesante tributo annuo. Romperlo unilateralmente avrebbe significato contravvenire alla volontà di Maometto, che aveva detto: «Oh veri credenti, onorate gli impegni» (Corano, Sura 5,1). Ma gli corse in aiuto il gran muftì, la massima autorità nell’interpretazione del Corano, il quale emanò una fatwa che definiva legittimo riconquistare, anche con la forza, le terre che nel passato erano state dominate dall’Islam. Questo valeva per Cipro, come per la Sicilia, la Sardegna e per la stessa Spagna. Con questi presupposti alla Serenissima non restava che la dignità di una posizione coraggiosa e questa stavolta ci fu. All’ambasciatore ottomano, che a fine marzo recò al senato l’ultimatum di Selim, fu risposto che Venezia non avrebbe ceduto e venne subito ordinato al capitan generale da mar Girolamo Zane di muovere con le sue squadre verso Zara e quindi su Candia. La speranza era infatti quella di poter ricongiungere le navi veneziane a quelle della flotta cristiana che, sia pure a fatica, andava concentrandosi proprio su quest’isola. Già all’indomani della sua elezione infatti Pio V aveva tessuto faticosamente la tela diplomatica per creare una Lega Santa capace di mettere in mare una flotta in grado di respingere la minaccia turca. I suoi emissari, inviati presso tutte le corti europee, avevano svolto una serrata opera di convinzione, offrendo lucrose decime e comode indulgenze, ma anche minacciando scomuniche e terribili castighi divini. Tuttavia la costituzione di questa lega era stata lunga, laboriosa e funestata dalle picche e dalle ripicche dei contraenti. Il pontefice aveva dovuto imporre tutta la sua autorità e minacciarli addirittura di scomunica per indurre i principi cristiani a costituirla. Naturalmente, Venezia, coinvolta in prima persona nel conflitto che andava delineandosi, era stata la prima a aderire al nuovo progetto di crociata, poiché era in gioco il suo impero coloniale, mentre Filippo II si era rivelato piuttosto restio. Come al solito, el rey prudente non era affatto entusiasta di rischiare le sue preziose galee per aiutare la Serenissima, ma, cattolico osservante, non aveva avuto l’ardire di disobbedire al vicario di Cristo. Austria e Polonia si erano invece tirate indietro con delle scuse, mentre la Francia si era limitata a offrire soltanto una mediazione diplomatica, essendo in ottimi rapporti con la Sublime Porta. Venezia e Spagna, le due uniche potenze mediterranee, erano comunque più che sufficienti per organizzare una flotta imponente. Tuttavia avevano aderito alla Lega, oltre ovviamente lo Stato vaticano, anche i cavalieri di Malta, Genova, Firenze e il duca di Savoia. In quella primavera del 1570 però l’embrione di Lega Santa era ben lontano dall’essersi costituito e così, alla prima richiesta d’aiuto della Serenissima, i futuri alleati risposero in modo dilatorio e solo alcune squadre cristiane, in ordine sparso, si mossero verso Candia. Nel frattempo però la grande flotta ottomana gettò l’ancora, ai primi di luglio, di fronte alle spiagge cipriote. Guidata da Lala Kara Mustafà Pasha, un’armata di ottantacentomila uomini iniziò così a devastare il contado e puntò sulla capitale dell’isola, Nicosia, difesa da un buon sistema di fortificazioni e da una guarnigione di circa ottomila uomini. La piazzaforte però resse poco di più di un mese all’assedio turco. Il 16 agosto i giannizzeri irruppero nelle brecce della difesa e la città venne messa a ferro e fuoco, mentre buona parte dei difensori e lo stesso governatore Niccolò Dandolo venivano trucidati. Nei giorni successivi l’isola fu rapidamente sottomessa, ma a Oriente una fiammella cristiana ardeva ancora: Famagosta. Saccheggiata Nicosia, il 15 settembre i turchi, inalberando sulle picche le teste di Dandolo e dei suoi ufficiali, si presentarono davanti alle porte di Famagosta. Questa volta però i difensori (probabilmente meno di ottomila uomini) non abboccarono alle false lusinghe del generale turco e la conquista di questa città si rivelò molto più difficile del previsto. Il governatore veneziano, Marcantonio Bragadin, un patrizio coraggioso, aveva infatti predisposto le opportune difese cosicché, malgrado l’enorme disparità delle forze in campo, Famagosta resistette all’assedio per un anno intero. Migliaia di cadaveri riempirono i fossati che la circondavano, creando addirittura dei “ponti”, calpestando i quali gli assalitori tornavano all’attacco, ma tutti gli assalti furono sempre respinti. Gli eroici difensori, benché stremati e affamati (dopo avere divorato le cavalcature, si nutrivano ora dell’erba strappata dai muri), continuarono a combattere fra i cumuli di macerie prodotti dai grossi proiettili sparati dai basilischi. La loro resistenza era alimentata dalla speranza, o meglio dalla certezza, che Venezia non li avrebbe abbandonati, anche se erano tutti consapevoli che occorreva attendere molto a lungo. I primi soccorsi giunsero infatti soltanto nel gennaio del 1571. L’apparire dei tradizionali rostri dorati di sedici galee, comandate da Marcantonio Querini, galvanizzò però i difensori, che assistettero dagli spalti allo scontro con le navi nemiche che bloccavano l’ingresso al porto. La battaglia infuriò per alcune ore, ma i veneziani ebbero la meglio. Sei galee turche furono affondate e le altre costrette alla fuga. Querini, fra gli applausi degli assediati, poté sbarcare viveri, munizioni e rincalzi, ma poi riprese rapidamente il mare, portandosi via i vecchi, i feriti e le bocche inutili, per sfuggire al grosso della flotta di Piyale Pasha, che giunse in ritardo sul teatro di battaglia. Per la beffa subita, Piyale Pasha, che già non aveva dato buona prova di sé a Malta, sarà esonerato dal comando e sostituito da Alì Pasha, detto il Muezzinande, perché figlio di un muezzin, un giovane ambizioso protetto dal “partito” dell’harem. Nei mesi che seguirono, Lala Mustafà, ossessionato dalla prospettiva di un altro smacco che, dopo quello di Malta, avrebbe messo a rischio la sua carriera e forse pure la sua testa, continuò a gettare uomini nella fornace. Migliaia di zappatori furono messi al lavoro per costruire nuove gallerie di mina e anche profonde trincee, per consentire la copertura degli assalitori fin sotto le posizioni degli assediati. Trascorsero così altri sei mesi. Gli attacchi si fecero sempre più frequenti e più sanguinosi e la città si ritrovò di nuovo allo stremo. Continuare a resistere era praticamente impossibile e, alla fine di luglio del 1571, Bragadin riunì i suoi ufficiali per un ultimo consiglio di guerra. Il governatore di Famagosta era un senatore della repubblica e, da politico navigato, riteneva che non tutto fosse perduto. Lui era certo che Venezia non lo avrebbe abbandonato (infatti, come vedremo, una grande flotta era già salpata da Messina), ma era anche certo che il suo avversario, temendo questa eventualità, fosse anche lui propenso a chiudere la partita. Mustafà aveva già perduto almeno cinquantamila uomini e doveva essere assillato dalle pressioni del sultano affinché ponesse campagna. fine a quella interminabile Di conseguenza, pensava Bragadin, il comandante turco avrebbe forse accettato di concedergli una resa onorevole. Presa di comune accordo questa decisione, sulla torre fu alzata la bandiera bianca e i delegati veneziani si incontrarono con quelli turchi per avviare le trattative. Mustafà sembrò accettare con entusiasmo una simile soluzione: inviò doni a Bragadin (lepri e pernici), offrì l’onore delle armi e altre condizioni favorevoli, quindi invitò il senatore veneziano nella sua tenda per celebrare l’avvenimento. Bragadin vi si recò fiducioso con indosso la toga rossa di senatore e i simboli del suo rango. Lo scortavano cento archibugieri ed era accompagnato dai suoi ufficiali, Astorre Baglioni e Nestore Martinengo, nonché dal sedicenne Gianantonio Querini, figlio del comandante della flotta di soccorso, che aveva scelto di rimanere a Famagosta come suo paggio. Dopo i primi convenevoli, Lala Mustafà non tardò molto a mostrare il suo vero volto. Incurante dei presenti, egli rivolse le sue particolari attenzioni al giovane Querini, del quale si era evidentemente invaghito. Bragadin protestò scandalizzato e a questo punto, come obbedissero a un ordine precedentemente giannizzeri entrarono in ricevuto, i azione e arrestarono tutti i veneziani mettendoli in catene. Poi cominciò la carneficina. A uno a uno, nel piazzale antistante la tenda, i prigionieri vennero sistematicamente fatti a pezzi, fra gli schiamazzi degli astanti e sotto lo sguardo divertito di Mustafà. Fu risparmiato soltanto Marcantonio Bragadin e per l’eroico senatore ebbe poi inizio un atroce calvario. Era comunque ancora vivo quando Mustafà ordinò che fosse scuoiato. Inoltre, per volere del feroce comandante turco, la pelle dello sventurato venne riempita di paglia e appesa al pennone di una nave. In queste condizioni, il cadavere impagliato fu portato a Costantinopoli. I poveri resti di Bragadin, dopo essere stati mostrati al sultano, trovarono infine sepoltura nel cimitero degli schiavi, da dove saranno poi trafugati, nel 1580, da un giovane cristiano, di nome Polidoro, che riuscì a riportarli a Venezia. Sono ancora conservati in un’urna nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Disponiamo di un documento che contiene il resoconto realistico e drammatico del lungo assedio di Famagosta e della sorte toccata ai pochi superstiti che furono rinchiusi nella “Torre del Mar Negro” a Costantinopoli. Lo ha realizzato Angelo Gatto da Orvieto, un capitano di ventura al soldo della Serenissima, che sopravvisse all’assedio e alla prigionia. Si tratta di un voluminoso manoscritto nel quale l’autore, pur scusandosi per gli eventuali errori («Non essendo questa la mia professione»), descrive gli avvenimenti vissuti con grande cura dei particolari. Cercando di restare fedeli il più possibile al rozzo originale, ne riproduciamo qui di seguito alcuni brani relativi alle trattative di resa (da cui si evince il motivo che avrebbe indotto Lala Mustafà al suo crudele voltafaccia), nonché agli atroci dettagli della lunga agonia sofferta da Marcantonio Bragadin: Alli 5 del detto mese [agosto del 1571], essendo imbarcate la maggior parte delle compagnie, l’Ecc.mo Marco Antonio Bragadino mandò a Mustaphà una lettera, e mandogli a dire che se gli fosse stato in piacere, gli havria portato le chiavi della Città e intanto aveva lasciato nella città il Clar.mo Lorenzo Tiepolo, supplicandolo che mentre saria andato da lui, non fosse nella città molestato nessuno essendovi in questa ora molti turchi i quali, praticando coi Christiani con modestia, facevano cortesie ai nostri e dai nostri ne ricevevano, conversando e mostrando molta sincerità. Mustaphà rimandò indietro il messo e mandò a dire a S.E. che l’avria conosciuto volentieri e così i suoi Capitani che nella fortezza avevano dimostrato tanta bravura. Che venissero tutti che l’accoglienza sarebbe stata favorevole e fece intendere che se qualcuno voleva restare li avria lasciati nella loro fede e chi non volesse più restarvi gli avria fatto onorato dono e datogli passaggio franco per dove a loro fosse tornato comodo. L’Ecc.mo Marco Antonio Bragadino menò seco i suoi Genthilhomini e tutti si misero in via a portare le chiavi della città a Mustaphà. In tutto erano trecento circa fra italiani, greci e albanesi e quando furo lontano dalla città un tiro d’arco li venne incontro con molti cavalieri il primo personaggio di Mustaphà. Furono i nostri salutati e benignamente, con grande allegrezza, messi in mezzo e accompagnati al padiglione di Mustaphà. Questi, allegro in viso, li salutò e preso per mano S.E. lo fece sedere all’interno ragionando di diverse cose. Ma alla fine, Mustaphà cambiò ragionamento e disse all’Ecc.mo Sig. Bragadino: «Che hai fatto tu dei miei schiavi che avevi nella Fortezza?». S.E. li rispose: «Parte ne ho in Famagosta e parte ne ho mandati a Venezia». Mustaphà rispose incollerito: «Non so forse io che li hai ammazzati tutti?». S.E. Bragadino lo negò e rispose: «Ve ne potrete chiarire voi stesso se nella città ve ne informerete». Gli disse ancora Mustaphà: «E dove sono le munizioni e le vettovaglie?». S.E. rispose che tutto era venuto alla fine di vettovaglie e che di polvere ve n’erano restati solo i sette barili che aveva consegnato. Allora Mustaphà saltò in piedi, trasse il coltello e gridò ad alta voce: «Dimmi, cane, perché tenevi la città se non avevi con che mantenerla? Perché non ti sei arreso un mese prima invece di farmi perdere ottanta milia homini delli migliori che io avessi nell’esercito?». E detto queste parole, comandò a gran voce che fossero tutti ligati. Il perfido Mustaphà di sua mano con il coltello che nella destra havea tagliò l’orecchio destro di S.E. Bragadino e dopo comandò a un turco circostante che gli tagliasse la sinistra, che così fece. Havendo tagliate a S.E. ambedue le orecchie, Mustaphà comandò che fossero tagliati a pezzi tutti i Christiani che si ritrovavano nel campo e in un momento furono da cento milia scimitarre tutti uccisi. Dappoi fece condurre fuori dal padiglione l’Ill.mo sig. Astorre Baglioni e gli altri Genthilhomini e fece tagliare le loro teste alla presenza di S.E. Bragadino al quale, trascinato per terra con infinite discortesie, Mustaphà diceva: «Cane, dov’è ora il tuo Cristo che ti liberi dalle mie mani?». Poi i turchi, homini senza fede, entrarono con grande impeto e misero sottosopra l’angosciata città. Quanti Christiani incontrarono d’ogni nazione e condizione li svaligiarono e molti ne ammazzarono. Il peggio era il vedere le meschine zitelle che, in presenza del padre e della madre, facendole stare scoperte, hor dall’una et hor dall’altra parte, a guisa di uno specchio, con gran disonestà i turchi satiavano le inique voglie loro. Il medesimo facevano dei fanciulli maschi, cosa vituperosa e brutta come è solito alla turchesca et che per honestà taccio […] Il traditore Mustaphà fece poi venire nella piazza tutte le teste che quel giorno furono tagliate. Ad alcuni italiani rinnegati che per viltà alcuni giorni prima erano fuggiti, Mustaphà domandava il vero nome delle teste e quelle riconosciute furono tratte da parte. Le teste che nella piazza furono raccolte erano trecentocinquanta, tra italiani, greci e albanesi […]. Alli 6 di detto mese S.E. Bragadino, gravemente infermo, con la testa marcia, fu condotto di loco in loco con lor grande trionfo e dispregio infinito per S.E. Poi lo condussero nel porto e subito lo legaro sopra un pezzo de tavola a guisa di sedia e attaccatolo all’antenna della galera del Kan di Rapamat, l’alzarono quanto potevano facendo di essa antenna una gogna. […] Havendo il gran Kan di Rapamat tenutolo sospeso per mezz’hora, lo fece poi calare in basso. Il patientissimo sig. Bragadino non si reggeva in piedi tuttavia, urtandolo e dandogli di bastone lo condussero nella piazza principale di Famagosta e subito lo spogliaro ignudo, lo legarno alla colonna et cominciorno a scorticarlo vivo cominciando dal filo della schiena. Mentre gli scorticavano schiena, spalla, braccia et collo, dalla loggia del palazzo il perfido Mustaphà beffengiandolo gli diceva: «Fatti turco che ti salvarò la vita». Il patientissimo martire non gli rispondeva e teneva di continuo la faccia levata al Cielo. Scorticato che gli ebbero la testa et il petto, quando furno al bellico spirò. I turchi divisero il corpo in quattro parti e ne misero un quarto per batteria et nella quinta posero il cuore et l’interiora. Ciò fatto, subito ricuciro la pelle in tutte le parti et imbalsamatala la empirono di paglia e di bambagia con diligentia tale che non parea esser scorticata. Poi lo rivestiro dei suoi propri panni, con un cappello d’ormesino in testa et accomodandolo a guisa che fosse vivo lo misero a cavallo sopra un bue con doi turchi per banda a guisa di staffieri et con un altro turco che con l’ombrella lo riparava dal sole, lo menarono a suon di trombe per tutte le batterie e per tutta la città, facendo e dimostrando il maggior assassinamento che all’età nostra e molto prima si sia fatto né udito. Mentre si compivano il destino di Famagosta e quello del Bragadin, in Europa continuavano le estenuanti trattative per la ratifica della Lega Santa. I messi papali avevano percorso le strade del continente senza sosta e le capitali europee erano state testimoni di trattative serrate. Finalmente l’alleanza dei principi cristiani, definita ottimisticamente “perpetua”, venne ratificata a Roma, di fronte al papa, il 25 maggio 1571. Essa prevedeva la costituzione di una grande flotta il cui comando supremo era affidato al ventitreenne don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V e fratellastro di Filippo II, con l’ammiraglio pontificio Marcantonio Colonna come suo luogotenente. Oltre le consuete clausole civili e militari, l’alleanza conteneva anche delle regole “morali” stabilite da Pio V. La prima vietava rigorosamente la presenza a bordo di «uomini imberbi, di paggi e di donne», affinché non potessero «corrompere gli animi dei servitori della fede» (solo una certa Maria la Bailadora, spagnola, riuscirà a seguire il suo amante travestita da archibugiere). A tutti i membri degli equipaggi era stata distribuita una corona del rosario, dono personale del papa, mentre decine di frati erano stati ripartiti tra le navi e autorizzati dal pontefice a raccogliere le confessioni dei partecipanti e ad assolverli da tutti i peccati, tranne quelli di “castità e di religione”. Nonostante gli accordi sottoscritti, i contingenti navali degli alleati si mossero con la consueta esasperante lentezza verso il luogo di raduno stabilito per la flotta cristiana: Messina. Le varie squadre cristiane raggiunsero il porto siciliano a partire da luglio 1571, ma solo nei primi giorni di settembre la flotta a ranghi completi poté far vela verso Oriente. Famagosta era caduta il 4 agosto 1571, ma la notizia raggiunse la potente forza navale della Lega Santa, mandata in suo soccorso, solo il 4 ottobre e non lontano da Corfù. Pur considerando i sistemi d’informazione dell’epoca (in dodici giorni una veloce fregata copriva il tragitto Venezia- Costantinopoli) si trattò di un ritardo sospetto, come lo furono le pretestuose giustificazioni che avevano ritardato la partenza della flotta da Messina. La battaglia di Lepanto Quando la flotta cristiana salpò dal porto di Messina, il 16 settembre 1571, venne salutata da una folla enorme. Era composta da 207 unità, di cui 105 veneziane e genovesi, 80 spagnole, più le altre galee inviate dagli alleati minori. I soldati di fanteria e gli archibugieri erano complessivamente 28 000 di cui 11 000 italiani, 8000 spagnoli, 3000 tedeschi più altra “gente ordinaria di galeras”. I marinai erano 13 000 e i rematori 43 000, ossia più della metà degli 84 000 partecipanti. All’alba di domenica 7 ottobre 1571 la più imponente flotta di galee che la cristianità fosse mai riuscita a raccogliere avanzava controvento, a forza di remi, nel golfo di Patrasso con le prore indirizzate a levante. Navigando di conserva, a poca distanza l’una dall’altra, le navi formavano una linea orizzontale lunga alcune miglia, che era attraversata al centro da una linea verticale più breve che assumeva la forma di una croce, formata dalla squadra di avanguardia e da quella di retroguardia. Più o meno alla stessa ora, una ancor più imponente flotta ottomana, composta da poco meno di trecento legni, era salpata dal piccolo golfo di Lepanto e si era inoltrata nel golfo di Patrasso, con le prue puntate a ponente. Il vento favorevole che gonfiava le vele risparmiava la fatica ai rematori. La squadra turca aveva assunto in navigazione la forma di un arco concavo, che rassomigliava a una gigantesca mezzaluna. Erano i simboli delle corrispondenti religioni, ma si trattò certamente di una coincidenza. Soltanto la sera prima, don Giovanni, il comandante in capo della flotta cristiana, aveva finalmente deciso, dopo un’animata discussione con i suoi capitani, di non frapporre altri indugi e di andare a stanare il nemico di cui era nota la presenza in quelle acque. Sulla sua decisione avevano soprattutto pesato le rudi sollecitazioni del comandante veneziano Sebastiano Venier, che più di ogni altro anelava di affrontare i turchi. Questo vecchiaccio scorbutico di settantacinque anni si era stancato di assistere alla subdola azione dilatoria operata dagli alleati spagnoli i quali, da quando era giunta notizia della caduta di Famagosta, ritenevano ormai inutile e rischioso il proseguimento dell’impresa. La buona stagione stava per finire e d’inverno neppure sul mare si combatteva. Per Venier, invece, il tempo non era ancora scaduto: la sua Venezia si stava dissanguando ogni giorno di più, le navi corsare minacciavano i suoi possedimenti nell’Adriatico ed era quindi assolutamente necessario cogliere l’ultima occasione per dare una dura lezione ai turchi, prima che la brutta stagione li costringesse a svernare. Don Giovanni aveva dato ascolto a Venier, malgrado le perplessità manifestate dai suoi capitani. Animato da un ardore giovanile, il principe ventitreenne era infatti pronto all’azione e mordeva il freno a differenza degli uomini che Filippo II gli aveva messo alle costole per frenare i suoi entusiasmi. «Señores, ya no es hora de deliberar, sino de combatir!» (Signori, non è il momento combattere!), di aveva discutere, ma annunciato di con fermezza al termine della discussione e anche i più riottosi si erano assoggettati al suo volere. Quella sera del 6 ottobre, qualcosa di simile era accaduto anche a bordo della Sultana, l’ammiraglia della flotta ottomana. Alì Pasha, il giovane kapudan, aveva infatti ricevuto dal sultano l’ordine di svernare nel piccolo golfo di Lepanto in attesa della primavera, ma anche lui mordeva il freno. Malgrado le riserve avanzate dal corsaro Occhialì e dal suo luogotenente Pertev Pasha, aveva infine deciso di uscire in mare per affrontare la flotta cristiana, la cui presenza gli era stata segnalata dalle spie al largo delle isole Curzolari. Le due flotte si avvistarono alle prime luci dell’alba ed ebbero quindi tutto il tempo necessario per prepararsi al combattimento. La ridotta velocità delle formazioni (non più di quattro nodi) lo consentiva ampiamente. A bordo di un veloce palischermo, don Giovanni passò in rivista l’intero schieramento. Levando in alto una croce, il principe salutò tutti i comandanti, poi esortò alla battaglia gli uomini affacciati alle tolde, promettendo una vittoria sicura per grazia di Dio e la libertà per i galeotti che avessero partecipato al combattimento. Da tutti i bordi gli risposero con fragorosi hurrà. Tornato sulla Real, ammiraglia della flotta cristiana, don Giovanni dispose che tutte le bandiere e gli stendardi venissero ammainati. Soltanto il vessillo della Lega Santa, donato dal papa affinché fosse inalberato il giorno della battaglia, doveva sventolare sul pennone dell’ammiraglia. Ci fu anche il tempo per celebrare la messa. Inginocchiati sui ponti, tutti gli equipaggi ricevettero dai cappuccini l’ostia consacrata. Subito dopo furono distribuiti vini generosi e sostanziose vivande «a tutti gli uomini di guerra, di capo e di remo, affinché potessero affrontare più ingagliarditi il vicino conflitto». A causa del vento contrario, e anche del comprensibile nervosismo degli ufficiali, durante le manovre si erano registrati alcuni sbandamenti, tanto che don Giovanni si era lasciato scappare qualche imprecazione” (la rigorosamente vietata: “santa bestemmia due era marinai spagnoli e uno genovese erano stati addirittura impiccati per le loro “non sante” imprecazioni). In vista dello scontro, la flotta cristiana si era nel frattempo divisa in tre formazioni. Al centro avanzava la squadra di don Giovanni, la cui galea aveva innalzato lo stendardo della Lega (un drappo di damasco azzurro con il crocifisso al centro, le armi papali in basso, quelle asburgiche a sinistra e quelle veneziane a destra, legate da una catena dalla quale pendeva lo stemma di don Giovanni d’Austria). La Real era affiancata dalla Capitana dell’ammiraglio pontificio Marcantonio Colonna e dalla Capitana dell’ammiraglio veneziano Sebastiano Venier. La squadra centrale, contrassegnata con dei vessilli azzurri, era composta in gran parte da galee spagnole, confuse con quelle pontificie, savoiarde, toscane e maltesi. Sulla sinistra, la squadra veneziana, comandata da Agostino Barbarigo e contrassegnata con dei vessilli gialli, navigava molto vicino alla costa per impedire il passaggio alle navi nemiche che avessero tentato l’aggiramento. Mentre al largo, sull’ala destra, avanzava l’altra squadra contrassegnata con dei vessilli verdi e composta da galee spagnole e genovesi. La comandava Gianandrea Doria. Dietro lo schieramento principale era posizionata la riserva del marchese di Santa Cruz, i cui vessilli erano bianchi. Anche i turchi si erano preparati alla battaglia. Al centro si era spinta in avanti la Sultana di Alì Pasha, che batteva sul pennone uno speciale stendardo verde, proveniente dalla Mecca. Su di esso era scritto a caratteri d’oro: «Ai fedeli divino auspicio e ornamento delle degne imprese. Allah protegge Maometto». Attorno alla scritta le donne dell’harem avevano ricamato per 29 900 volte il nome di Allah. Il corno destro della formazione ottomana, contrapposto alla squadra di Barbarigo, era comandato dall’egiziano Mehmet Shoraq (o Shauruq), ammiraglio famoso e Pasha di Alessandria, Scirocco, meglio mentre conosciuto il corno come sinistro, contrapposto al Doria, era affidato al corsaro calabrese Occhialì. La riserva ottomana, che avanzava alle spalle di Alì Pasha, era invece guidata da Amurat Dragut Rais, figlio dell’antico corsaro. Le navi turche erano superiori di circa un terzo rispetto a quelle cristiane, ma inferiori per le artiglierie, nonché per le armi da fuoco di uso personale, continuavano in a quanto i turchi privilegiare l’arco all’archibugio. I cristiani disponevano anche di due “armi segrete”, il cui impiego in battaglia si rivelerà determinante. La prima, a dire il vero, non accorgimento era un’arma, tattico che ma un consisteva nell’amputazione dei rostri che, fin dai tempi delle guerre puniche, quando Caio Duilio li aveva inventati per battere i cartaginesi, venivano utilizzati per speronare le navi nemiche. Era stato Gianandrea Doria, che già aveva amputato tutte le sue galee, a imporre questa nuova tattica anche agli alleati. La sua proposta era stata subito bocciata dai veneziani, che andavano fieri dei loro tradizionali rostri dorati, ma il genovese li aveva alfine convinti con un ragionamento logico che non faceva una piega e che cercheremo ora di riassumere, anche se non è un’impresa facile. Dopo l’avvento dell’artiglieria, il rostro, benché utile per lo speronamento, a causa della sua posizione sopraelevata, era diventato ingombrante per l’impiego del cosiddetto “cannone di corsia”, l’unica importante bocca da fuoco di cui ogni galea era armata. Questo cannone, che era chiamato “di corsia” perché fissato a prora su un binario che terminava contro l’albero maestro, opportunamente imbottito per smorzare il rinculo, obbligava per la sua fissità gli artiglieri a sparare in linea con la prora della nave. Stava infatti all’abilità del capovoga di indirizzare la galea verso l’obiettivo prescelto, per consentire di centrarlo. Ma quando il bersaglio giungeva a una distanza più ravvicinata, il rostro sopraelevato impediva al cannone di sparare direttamente nella plancia della nave avversaria e si doveva quindi ricorrere al consueto speronamento. Ma nessuno poteva negare che un buon colpo di cannone, assestato a bruciapelo, avrebbe certamente fatto più danni di un rostro di bronzo il quale, peraltro, incastrava la galea nel ventre dell’avversaria, impedendole ulteriori manovre. Oggi, questa banale soluzione ricorda il solito uovo di Colombo, ma a Gianandrea Doria ci volle del bello e del buono per indurre tradizionalisti ad i capitani accettare più il suo era la suggerimento. La seconda “galeazza”, arma segreta inventata dal patrizio veneziano Andrea Badoaro o Badoer. Si trattava di una sorta di fortezza galleggiante lunga un’ottantina di metri (circa il doppio di una normale galea), dotata di tre alberi e di venticinque banchi di remi per parte, ognuno dei quali era azionato da sette rematori. Per il peso eccessivo, la galeazza si muoveva con grande difficoltà, tanto è vero che doveva essere rimorchiata da due galee sino al luogo dello scontro, ma il suo armamento era eccezionale: una settantina di pezzi d’artiglieria distribuiti su tutto il suo perimetro, alcuni dei quali sparavano palle di ferro da quaranta chili. Ogni galeazza aveva la potenza di fuoco di cinque galee ordinarie. Le galeazze che la Serenissima aveva messo a disposizione della Lega erano sei. Le comandava Francesco Duodo, il quale, all’avvicinarsi della battaglia, provvide a farle rimorchiare nei posti assegnati, cioè davanti alle tre squadre, due per ciascuna di esse, anche se le due destinate all’estrema destra cristiana (sul fronte del Doria) non raggiungeranno mai la loro posizione nei tempi stabiliti. La galea tradizionale, che a Lepanto visse la sua più gloriosa giornata (e anche l’ultima, perché sarà presto sostituita dai grandi galeoni a vela), salvo il cannone di corsia, non era molto diversa dalle antiche triremi dei romani. Ora come allora era uno strumento di guerra valido esclusivamente per l’arrembaggio. Lunga dai trenta ai quaranta metri, era costituita da uno scafo leggero sul quale era appoggiato un ampio telaio rettangolare sporgente dai bordi. Sui fianchi esterni del telaio c’erano i banchi di voga, da venticinque a trenta per parte, con tre vogatori per remo (ma con la cosiddetta voga a scaloccio si arrivò a quattro e persino a sette vogatori per remo). Una galea media ne ospitava circa centocinquanta, più della metà dell’intero personale di bordo. L’unità disponeva di uno o due alberi con vele latine, che consentivano di sfruttare il vento quando era favorevole, mentre l’artiglieria consisteva, come si è detto, nel solo cannone di corsia che, di conseguenza, consentiva soltanto l’attacco frontale. I piccoli pezzi posizionati sui bordi delle fiancate, colubrine, falconetti e simili, erano utili infatti soprattutto nel combattimento ravvicinato e nell’arrembaggio. Alla metà del XVI secolo un cannone navale aveva una gittata mortale fino a 200 metri circa, ma una galea spinta alla massima velocità poteva coprire quella distanza in mezzo minuto, molto meno del tempo necessario per ricaricare un cannone. Le galee turche non erano molto diverse da quelle cristiane, anche se tendenzialmente più veloci di queste, ma avevano conservato il rostro, cosicché i loro cannoni fissi, essendo in posizione più elevata, se da un lato godevano di una maggiore gittata, dall’altro risultavano inefficaci all’approssimarsi dell’impatto, perché riuscivano a colpire soltanto gli alberi e il sartiame. I turchi disponevano però di numerose unità minori, galeotte, fuste e sciabecchi, che essendo assai più veloci e maneggevoli delle galee, risulteranno più insidiose durante la battaglia. Come si può facilmente calcolare, il maggior numero degli uomini presenti a Lepanto era costituito da galeotti, costretti a vogare a contatto di gomito (disponevano di uno spazio inferiore ai 50 centimetri). Ma mentre sulle navi turche erano quasi tutti schiavi cristiani, sulle navi della Lega, e in particolare su quelle veneziane e genovesi, oltre ai delinquenti comuni condannati al remo, operavano come si è già detto i “buonavoglia”, la cui presenza garantiva una preziosa riserva, poiché potevano trasformarsi al momento opportuno in forza combattente. Comunque i capitani cristiani preferirono far incatenare i vogatori musulmani ai propri remi, per maggiore sicurezza, mentre proprio Alì Pasha si rivolse ai suoi rematori cristiani e, in spagnolo, gli disse: «Fratelli, mi aspetto oggi da voi che facciate il vostro dovere accanto a me, in cambio del buon trattamento che vi ho riservato. Io vi prometto che se vincerò, vi renderò la libertà, se no, sarà il vostro Dio a rendervela». Il sole era già alto quando i vari comandanti, riuniti sulla Real per l’ultimo consiglio di guerra, lasciarono l’ammiraglia per raggiungere le rispettive capitane a bordo dei veloci palischermi. Proprio in quei minuti (fatto questo che non mancò di far gridare al miracolo) il vento, che fino ad allora aveva spirato in favore degli ottomani, girò di colpo. Le vele triangolari dei turchi si afflosciarono, mentre si gonfiarono quelle cristiane. Toccò quindi al nemico ricorrere a sua volta all’impiego dei remi. Intanto, i due schieramenti stavano sempre più avvicinandosi e a mezzogiorno erano ormai a tiro di cannone. Sulle galee cristiane, tutti erano pronti al combattimento. Picche, accette e mazze ferrate erano state messe a portata di mano dei buonavoglia, affinché potessero farne uso nel momento cruciale del corpo a corpo. Fu a questo punto che don Giovanni, fatte ammainare le vele che ora sarebbero state d’impaccio, ordinò ai musici di intonare la “gagliarda”, una danza elettrizzante, per infiammare gli equipaggi già inebriati dalle abbondanti libagioni. Lui stesso intrecciò sul ponte di comando una danza con i suoi gentiluomini, scaricando la tensione ballando e cantando. Anche sulle navi turche erano entrati in azione timpani, corni e tamburi, scatenando danze frattempo, aveva frenetiche. Alì Pasha, nel approntato il piano di battaglia e diramato le ultime disposizioni, poi ogni comandante avrebbe dovuto agire a seconda delle circostanze. Tutti comunque dovevano muovere verso i bersagli prestabiliti, badando a non sopravanzare l’ammiraglia, che si era portata in prima fila e che doveva essere la prima ad aprire il fuoco. A mezzogiorno, la Sultana sparò infatti la tradizionale cannonata di sfida, alla quale rispose prontamente una cannonata della Real, a significare che la sfida era stata accettata. La battaglia aveva inizio. Avvolte da una fitta cortina di fumo provocata dalle cannonate (che sulle navi cristiane veniva diradata con un sistema curioso, ossia bruciando fasci di ginestre impregnati di acquavite), per qualche minuto le due formazioni si cannoneggiarono a distanza, poi le navi turche aumentarono il ritmo della vogata puntando sugli obiettivi. La squadra centrale di Alì contro quella di don Giovanni, quella sotto costa di Scirocco contro quella di Barbarigo, mentre sul lato esterno accadeva qualcosa di incomprensibile, che più tardi sarà causa di feroci polemiche. Non è mai stato chiarito chi fu il primo a prendere l’iniziativa, ma il fatto è che sia la squadra di Gianandrea Doria, sia quella di Occhialì, invece di affrontarsi, presero improvvisamente il largo allontanandosi dal centro della battaglia. Gianandrea Doria si giustificherà in seguito affermando di avere rincorso il nemico per impedire un eventuale aggiramento, ma secondo i veneziani si sarebbe invece allontanato per primo, perché così gli era stato suggerito dal rey prudente, notoriamente geloso delle sue galee. L’interrogativo è rimasto in sospeso, ma non è neppure detto che i due scaltri lupi di mare non si siano letti nel pensiero. Saranno infatti gli unici a sortire quasi indenni dal sanguinoso scontro. Intanto la voga dei turchi, al centro e sulla destra del loro schieramento, era diventata frenetica. Le grida degli aguzzini che frustavano i rematori, i rulli dei tamburi, i fragorosi «Allahu akbar!» giungevano anche alle galee della Lega, che attendevano praticamente immobili lo scontro. D’ora in poi, tutto sarebbe dipeso dalla prontezza di riflessi dei capivoga. Prima di giungere a contatto diretto col nemico, i turchi dovevano però superare quelle sei goffe imbarcazioni disposte in posizione avanzata e questo fu il primo errore compiuto da Alì Pasha. Convinto si trattasse di pontoni facilmente abbordabili, egli ordinò alla sua flotta di ignorarli e di proseguire verso il centro della formazione cristiana. La retroguardia avrebbe provveduto con comodo a liquidarli. Era quello che i cristiani si aspettavano. Infatti, appena le navi turche cominciarono a defilarsi attraverso i varchi aperti tra galeazza e galeazza, queste aprirono un fuoco infernale, di fianco, di prora e di poppa, scompaginando lo schieramento avversario. Molte unità si inabissarono, trascinando con sé i miseri vogatori incatenati al remo, mentre i naufraghi venivano bersagliati dal tiro degli archibugieri. Le galee turche, seppure in disordine, continuarono comunque ad avanzare contro l’ancora ordinato schieramento cristiano. Alì Pasha, che aveva riconosciuto la Real, posizionata al centro, con ai fianchi le capitane di Marcantonio Colonna e di Sebastiano Venier, si lanciò contro l’ammiraglia cristiana con la sua Sultana, mentre la galea di Pertev Pasha si scagliava contro la capitana di Colonna. Immobile sul castello di poppa, don Giovanni attendeva con ansia il momento dell’impatto. Sulle postazioni di prora i cannonieri aspettavano il suo ordine per aprire il fuoco. Schierati lungo le fiancate gli archibugieri del Tercio di Sardegna, circa trecento uomini, soffiavano sulle micce degli archibugi per tenere la brace ben viva. Arrampicati sulle sartie e attorno agli alberi, altri uomini erano pronti a lanciare i grappini d’arrembaggio, le pignatte esplosive e i contenitori di calce viva. Altri avevano già provveduto a spargere sego sui ponti per far scivolare gli eventuali assaltatori. Per questo, tutti i membri dell’equipaggio calzavano spardiglie di corda. All’ultimo momento, anche i buonavoglia avevano abbandonato il remo per impugnare le armi, imitati da molti galeotti cristiani, ai quali era stata promessa la libertà in caso di vittoria. Il cozzo si verificò pochi minuti dopo e la Real fu la prima a essere investita. La Sultana le conficcò il rostro di prua, consentendo ai giannizzeri, armati dei potenti archi a due curve, di balzare sul ponte della nave nemica. L’assalto fu tuttavia rallentato da un escamotage voluto da don Giovanni e applicato a tutte le sue navi e cioè un rivestimento di reti, che funzionarono come un recinto di chiusura lungo tutti i lati sopra i ponti dei remi. Questo aiutò gli archibugieri sardi a contenere l’urto nemico con una violenta scarica di archibugi, che provocò vasti vuoti nelle fila ottomane. Subito dopo gli spagnoli, non avendo il tempo necessario per ricaricare, erano ricorsi all’arma bianca. Presto le reti volute da don Giovanni si riempirono di morti o moribondi presi nelle maglie. I giannizzeri saltavano sulle reti e cercavano di tagliare le funi incatramate con coltelli o yataghan (le loro daghe individuali), fino a che venivano trafitti con la lancia o colpiti dalle armi da fuoco. Mentre sull’ammiraglia cristiana era in corso il violento Marcantonio corpo Colonna, a corpo, accelerando la vogata, era riuscito ad arrembare sul fianco sinistro la Sultana; nello stesso tempo però, la galea di Pertev Pasha gli era piombata addosso sulla destra, sfondandogli parte della rembata. Costretto a difendersi dal sopraggiunto, Colonna non poté quindi portare aiuto a don Giovanni. Sebastiano Venier, che si trovava alla sinistra della Real, cercò a sua volta di soccorrere l’ammiraglia, ma fu anche lui bloccato da un intelligente stratagemma escogitato dai turchi. Mentre la capitana veneziana si dirigeva a tutta voga verso la Real, una fusta veloce era andata a incunearsi di striscio sotto i banchi dei rematori di sinistra della capitana veneziana, spezzando il ritmo della vogata e costringendola a fermarsi. Frattanto, i sardi avevano ricaricato i loro archibugi e, favoriti dalle loro scariche, altri armigeri non solo avevano respinto i giannizzeri, ma erano balzati a loro volta sulla Sultana, spingendosi fin sotto l’albero maestro. Seguì una serie di attacchi e di contrattacchi cui parteciparono, da ambo le parti, i rinforzi sopraggiunti dalle altre galee, che si erano accostate di poppa alle rispettive ammiraglie. In quel groviglio di legni, la battaglia continuò furiosa. Gli arcieri turchi lanciavano nugoli di frecce, seminando la morte fra coloro che non erano protetti dalle corazze, i cristiani rispondevano a colpi di archibugio, di arco, di balestra e, quando era possibile, con le spingarde e i cannoni caricati “a mitraglia” (ossia con pezzi di piombo, rottami e palle incatenate). Sebastiano Venier, liberatosi della fusta che ostruiva la voga, investì a questo punto la Sultana sul fianco destro, ma non poté lanciare i suoi uomini all’arrembaggio, perché la galea di Pertev Pasha, sganciatasi dalla capitana pontificia, lo aveva arrembato dall’altro lato. Corazzato da capo… agli stinchi (per via dei calli il vecchio Venier calzava pantofole di feltro), il veneziano dirigeva la lotta muovendosi sui ponti con sorprendente agilità. Impedito dalla tarda età a impugnare il pesante spadone, si industriava a colpire i nemici con biglie di ferro lanciate con la balestra pallottoliera, che suo nipote Lorenzo provvedeva a ricaricare. I giannizzeri, che lo avevano individuato per via della ricca corazza, lo bersagliavano di dardi, che tuttavia si spuntavano contro l’armatura. Finché un arciere, più accorto degli altri, non scoprì alfine il suo “tallone d’Achille” e gli conficcò una freccia nell’indifeso piede destro. Benché azzoppato, il vecchio indemoniato continuò comunque a dirigere il combattimento. Mentre la battaglia infuriava senza soste attorno alle due ammiraglie incastrate di prua, la lotta divampava anche sotto costa dove la squadra di Agostino Barbarigo era riuscita a frustrare il tentativo di aggiramento da parte di Scirocco. Ma la lotta era impari: ben otto galee si erano abbarbicate a quella di Barbarigo e altre sette avevano abbordato la galea di suo nipote Marino Contarini, che si trovava poco lontano. Fortunatamente, alcune galee di Marcantonio Querini, il reduce di Famagosta, sopraggiunsero in soccorso di Contarini e le sorti della battaglia si fecero a questo punto più equilibrate. Per due ore comunque la lotta continuò a divampare, poi accadde l’imprevisto. Alcuni rematori cristiani incatenati al remo di una galea turca riuscirono in qualche modo a liberarsi e, approfittando della confusione, liberarono anche gli altri compagni di sventura. Subito dopo, un centinaio di uomini, galvanizzati dall’insperata libertà, emerse improvvisamente dalle stive roteando asce e catene. I sopraggiunti attaccarono alle spalle i loro ex padroni che furono tutti uccisi. Saranno questi inattesi rincalzi a imprimere una svolta allo scontro. Nello stesso tempo, era giunta in soccorso di Barbarigo anche la galea di Antonio Canale, che aveva abbordato quella di Scirocco, dopo averle aperto una grossa falla nella fiancata sinistra. Vistosi perduto, poiché la sua nave stava per affondare, il comandante egiziano si gettò in mare con altri suoi uomini, nel tentativo di raggiungere a nuoto la costa, che era molto vicina. Ma, riconosciuto dagli schiavi liberati, che si erano affiancati ai veneziani con la loro galea conquistata, Scirocco fu ripescato e immediatamente decapitato. La lotta stava dunque per finire e Barbarigo, evidentemente rinfrancato, sollevò la celata del suo elmo per guardarsi intorno con calma. Fu un errore fatale: un giannizzero in agguato gli indirizzò una freccia che lo centrò nell’occhio destro. Sopravviverà soltanto poche ore: appena il tempo per essere informato della vittoria cristiana. Sul lato sinistro della Lega tuttavia lo scontro volgeva al termine e si consumava la vendetta dei veneziani. Questi infatti inseguirono i loro nemici in fuga sino a terra per finirli. Un cristiano inseguì così un suo avversario e, in mancanza di un’altra arma, gli conficcò un grosso bastone in bocca, inchiodandolo sul terreno. La battaglia intanto continuava. Attorno alla Real e alla Sultana si era formata una grande isola di legno, sulla quale i combattenti si affrontavano balzando da un bordo all’altro. Gli archibugieri del Tercio di Sardegna, insieme ai rinforzi cristiani giunti nel frattempo, erano frattanto arrivati fin sotto il castello di poppa della Sultana, dove Alì Pasha, circondato dai fedeli giannizzeri, continuava ad animare una resistenza disperata da dietro una rudimentale barricata. A spazzarla via provvide Filippo Venier, un altro nipote del vecchio Sebastiano, con un colpo di cannone caricato a mitraglia. Durante l’assalto finale, un proiettile di archibugio colpì Alì Pasha, che cadde riverso sui banchi dei rematori, dove un buonavoglia veneziano, che stava cercando di liberarli, fu pronto a ucciderlo; quindi gli tagliò la testa e la infilzò su una picca per andare a gettarla trionfante ai piedi di don Giovanni. I giannizzeri furono gli ultimi a cedere. Racconterà Gerolamo Diedo ne La battaglia di Lepanto (1571): Combatteano con tanta ostinazione che, essendo a molti di loro venute a mancare le armi da offesa, diedero di mano ai cedri e agli aranci e cercavano con quelli di offendere i nostri, alcuni dei quali, per beffa e per ischerno, rimandavano contro loro detti cedri e aranci. Era venuta in tanti luoghi verso la fine del conflitto quella zuffa che a vederla era anzi cosa più da ridere che no. Dal bordo si vedevano sparsi nello spazio di forse otto miglia di mare, tutto coperto non tanto di arbori, antenne, remi od altra cosa tale spezzata, quanto una quantità innumerabile di corpi che il rendeano tutto sanguinoso. Gli ultimi difensori furono uccisi e la Sultana definitivamente conquistata. Alcuni uomini si arrampicarono sulle sartie per ammainare il prezioso stendardo di Allah. Fu issato al suo posto un vessillo con la croce di San Giorgio, a significare che l’ammiraglia ottomana era caduta. Poco prima, anche la galea di Pertev Pasha era stata conquistata, ma il comandante turco riuscì a salvarsi a bordo di una barchetta, insieme a un rinnegato bolognese che gridava a squarciagola in italiano: «Non tirate! Non tirate! Anco noi siamo cristiani!». Ma cosa era accaduto in alto mare, dove erano confluite le squadre di Gianandrea Doria e di Occhialì? Mentre il genovese manovrava al largo con le sue trentacinque galee, il corsaro calabrese, che di galee ne aveva più di quaranta, aveva invertito la rotta di una piccola squadra, puntando al varco lasciato aperto dal Doria e cercando così di aggirare il centro cristiano. Durante tale manovra aveva incontrato sulla sua rotta la capitana dei cavalieri di Malta che, con poche altre galee, era andata a coprire lo spazio lasciato aperto dalle navi del genovese. A quella vista, Occhialì non volle perdere l’occasione di vendicarsi degli odiati cavalieri che gli avevano dato tanto filo da torcere. Il combattimento che ne seguì fu violentissimo. Trentacinque cavalieri, comandati da Pietro Giustiniani, un priore dell’ordine di Malta, combatterono com’era loro costume fino all’ultimo sangue. Ne sopravvissero soltanto tre, perché creduti morti, e fra questi lo stesso Giustiniani, trafitto da sette frecce. Occhialì, trionfante, si impadronì dell’odiato vessillo dei cavalieri della religione e prese poi a rimorchio la capitana maltese, con a bordo il Giustiniani, opportunamente incatenato benché morente. Comunque fossero andate le cose, e lui aveva già capito che andavano male, Occhialì avrebbe avuto degli ambiti trofei da donare al sultano. In quel momento di grave crisi, Gianandrea Doria, che aveva assistito da lontano allo scontro, manovrò in modo da dividere le forze di Occhialì e quindi si gettò contro la nave del corsaro, costringendolo alla fuga, dopo che si fu sganciato dell’ingombrante galea maltese che aveva preso a rimorchio. Questa fu poi recuperata dal capitano spagnolo Juan Ojeda, che trovò Giustiniani ferito, incatenato, ma ancora in vita. Attorno a lui giacevano i cadaveri di trentadue cavalieri e di circa trecento turchi. Perduta la preda e anche l’importante prigioniero, a Occhialì non rimase che il vessillo maltese da portare in omaggio al sultano, ma anche quasi tutte le sue galee, che furono le uniche a restare a galla dopo quella battaglia. Per ricompensa, Occhialì sarà in seguito nominato kapudan della flotta turca. Il sole stava ormai tramontando e la più grande battaglia di galee che la storia ricordi era finalmente terminata, dopo una lotta durata quattro ore. Per miglia tutt’intorno alla flotta vittoriosa le onde, come ebbero ad affermare testimoni oculari, erano rosse di sangue e cosparse di assi, alberi spezzati, attrezzature e remi, di corpi umani e arti staccati, di scudi, armi, turbanti, cassette, barili, e mobilio di cabina, la ricca sciarpa del cavaliere, gli splendidi vestiti del Pasha, l’imponente pennacchio dei giannizzeri, i sudici cenci dello schiavo, e tutte le varie spoglie di guerra. Le imbarcazioni si dondolavano in mezzo ai relitti galleggianti, recuperando tutto quello che potesse avere un qualche valore, meno le vite dei vinti. Presto i corpi che galleggiavano sull’acqua cominciarono a gonfiarsi di gas e iniziarono a ballonzolare sulle onde come turaccioli. Come si dice in questa biografia di don Giovanni d’Austria scritta nel 1883 da sir William Stirling, cristiani di diversi paesi e di ogni condizione sociale avevano combattuto nella battaglia. Ai cavalieri spagnoli si erano affiancati i nobili italiani, ai marinai i soldati di terraferma, ai galeotti i buonavoglia, agli avventurieri gli umili frati cappuccini. Anche i frati avevano infatti impugnato le armi e combattuto con religioso ardore. Uno di questi, che aveva liquidato a sciabolate un buon numero di “infedeli”, quando ebbe modo di tornare a Roma, provando evidentemente una punta di rimorso, si inginocchiò davanti al papa per chiedergli una penitenza. «Ma tu non hai bisogno di una penitenza», lo consolò Pio V con un gesto paterno, «bensì di una benedizione!» All’indomani della battaglia fu possibile fare il conto delle perdite inflitte e di quelle subite. Della flotta turca, soltanto le 40 galee di Occhialì avevano trovato scampo nella fuga. Le altre, circa 180, erano state catturate o affondate. I turchi uccisi oscillavano tra le 25 000 e le 30 000 unità, mentre 10 000 erano caduti prigionieri. La Lega aveva perduto in tutto quattordici galee (dieci veneziane, una maltese, una genovese, una piemontese e una pontificia). I caduti erano circa 7000 (di cui 4800 veneziani), i feriti circa 5000. Enorme il numero degli schiavi cristiani liberati: circa 14 000, di cui 10 000 erano italiani. L’entità di queste cifre basta da sola a dare un’idea di quanto fu grandiosa e sanguinosa la storica battaglia di Lepanto. Il prezzo più alto era stato comunque pagato dai veneziani, ma di questo non si terrà conto al momento della spartizione del bottino, che fu suddiviso secondo le carature concordate prima della battaglia. Per ripicca, Sebastiano Venier rifiutò di partecipare ai festeggiamenti per la vittoria, celebrati sulla Perla, la capitana di Gianandrea Doria che non presentava neppure una scalfittura. Si narra che Venier amaramente commentò: «A noi ha toccato il combattere, le morti et le ferite et agli altri tuor la preda». Era il primo screzio che anticipava il ritorno alle rivalità intestine della cristianità, le quali avrebbero provocato il rapido declino della Lega Santa. Secondo tradizione, i veneziani detestavano i genovesi, diffidavano degli spagnoli ed erano irritati con i cavalieri di Malta. La notizia della grande vittoria cristiana giunse in Europa soltanto alla fine del mese di ottobre e fu festeggiata con gran pompa in tutte le piazze e in tutte le chiese. Già il giorno 17 però una galea veloce aveva raggiunto Venezia e i suoi cannoni avevano sparato salve a festa, mentre trascinava nell’acqua gli stendardi presi al nemico. Una volta gettata l’ancora presso San Marco, gli sbalorditi veneziani videro diversi turchi muoversi sul ponte e temettero che si trattasse di pirati ottomani, ma presto fu chiaro che si trattava di marinai veneziani vestiti con le spoglie nemiche. La gioia fu allora immensa e iniziarono quattro giorni di festeggiamenti, come ricorda Wheatcroft: «Le campane delle chiese suonarono incessantemente giorno e notte e grandi fuochi furono accesi nelle strade, e cibo e vino furono distribuiti alla gente». A Roma Pio V intonò personalmente il Te Deum in San Pietro. Secondo una tradizione accreditata, lo stesso pontefice, il 7 ottobre, attorno alle 16 (la battaglia era quasi terminata) interruppe bruscamente il suo lavoro, andò alla finestra, la aprì e restò in ascolto per qualche momento. Quindi, richiusala, si sarebbe rivolto al suo Tesoriere e avrebbe detto: «Dio sia con voi, questo non è il momento di dedicarsi agli affari, ma di rendere grazie a Dio, poiché in questo istante la nostra flotta ha vinto». L’introverso Filippo II accolse invece l’annuncio con regale indifferenza. Poiché era il giorno di Ognissanti e lui stava assistendo alla Santa messa, non volle ricevere l’ansioso messaggero prima che il rito fosse terminato. Poi, letto il messaggio, si limitò a commentare: «Don Giovanni si è molto esposto…» Persino nella Francia del “cristianissimo” re Carlo IX i festeggiamenti, le processioni e le celebrazioni liturgiche si diffusero sino ai centri più piccoli, così come accadde nella protestante Inghilterra e in quasi tutte le città tedesche. Ricorda Tyerman ne Le guerre di Dio: «Forse per l’ultima volta, il senso di partecipazione universale in una guerra santa trascese la frattura fra cattolici e protestanti». Per i turchi invece la cronaca registrò laconicamente che «la flotta imperiale si scontrò con quella dei dannati infedeli e il favore di Dio ci volse le spalle». Anche l’ineffabile gran visir Mehmed Sokollu accolse la notizia con aristocratico sarcasmo. Incontrando, pochi giorni dopo la notizia della sconfitta, l’emissario veneziano Barbaro, commentò: Voi venite a vedere come sopportiamo la nostra disgrazia. Ma voglio che conosciate la differenza fra la vostra perdita e la nostra. Strappandovi Cipro, noi vi abbiamo tagliato un braccio; sconfiggendo la nostra flotta, voi ci avete appena tagliato la barba. Un braccio quando viene tagliato via non può ricrescere; ma la barba rasata crescerà ancora meglio per il rasoio. Tuttavia, dopo quella battaglia perduta, nel lessico islamico “Lepanto” sarà sostituito da Singhin che significa “disfatta”. Alle quattro del pomeriggio di quella domenica 7 ottobre 1571, festa di Santa Giustina (in seguito dedicata alla Madonna del Rosario), la battaglia di Lepanto era terminata. Erano bastate appena cinque ore per cambiare il destino del mondo. In un conflitto che metteva a confronto due civiltà, le potenze europee unite sotto l’unica bandiera della Lega Santa avevano vinto. Era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima. Per quasi un millennio il mondo cristiano si era sentito minacciato dalla potenza che si era affermata in Oriente. Questo senso di minaccia era andato covando nella cristianità fino a pervaderla. Più volte, per esempio con le crociate nel Levante, e con gli attacchi in Sicilia e in Spagna, l’Europa cristiana aveva reagito a questa paura prendendo l’iniziativa di una guerra. In ogni caso, nel XVI secolo il conflitto era ormai diventata la loro modalità naturale di relazione: come su un’altalena, l’ascesa dell’Oriente comportava la caduta dell’Occidente. Nel 1571, i due avversari si trovavano grosso modo in equilibrio. Due potenze a confronto La battaglia di Lepanto segnò una svolta nello scontro fra cristianità e l’Islam. Da parte cristiana infatti la guerra si stava quasi secolarizzando. Se in passato per esempio il papa aveva emanato un decreto che vietava di usare un’arma come la balestra nei conflitti fra cristiani, ora non esisteva praticamente più alcun limite per alcuna macchina da guerra o arma, per quanto questa potesse essere spaventosa. La galeazza fu certo una realizzazione notevole per la sua tecnologia e per le innovazioni introdotte, ma soprattutto venne progettata, costruita e impiegata in battaglia in tempi brevissimi, senza quasi autorizzazioni preventive, di tipo burocratico e, soprattutto, morale o religioso. Negli eserciti musulmani invece, ogni innovazione tecnica poteva dar luogo a infinite discussioni e, a volte, anche a molte resistenze. Per l’Islam esisteva ancora una “guerra d’onore” che andava combattuta con le armi note al Corano, come spade, lance, archi e frecce. Secondo tali princìpi un buon soldato era colui che si lanciava all’assalto possibilmente senza armatura e con la sola forza delle sue armi e, ovviamente, in quest’ottica i cannoni e l’artiglieria erano considerati necessari, ma non erano “nobili”, privi com’erano del marchio del coraggio. Anche per tale motivo, ma non solo, nel mondo islamico si ebbero, soprattutto dopo il XVI secolo, minori sviluppi e innovazioni nella tecnologia dei cannoni. Si poteva arrivare al paradosso per cui era preferibile combattere in modo “corretto” e perdere una battaglia che combattere senza onore. Da questo punto di vista i cristiani si riempivano molto la bocca di parole come “tradizione”, “casta” e “onore”, ma poi, nel concreto, non si facevano certo scrupolo di disattendere questi princìpi pur di ottenere un’importante vittoria, soprattutto contro l’odiato nemico musulmano. Le nobili tenzoni in cui un ufficiale o un cavaliere invitava cavallerescamente il nemico a sferrare per primo il colpo divennero così rare da apparire quasi leggendarie. Erano invece proprio gli eserciti impiegavano magari dell’Islam armi di che nuova concezione, ma rifiutavano di impiegarle su larga scala per un’etica “antica” e piuttosto anacronistica. Intanto l’euforia suscitata dalla strepitosa vittoria navale di Lepanto era rapidamente tramontata, soprattutto dopo la morte di Pio V nel 1572. Filippo II infatti, preoccupato dei vantaggi che la vittoria cristiana aveva regalato a Venezia, la rivale di sempre, aveva preferito correre il rischio costituito dall’espansione musulmana e così aveva reso sempre più marginale l’apporto spagnolo alla Lega Santa. Questo impedì quell’operazione di polizia navale che, all’indomani della battaglia, avrebbe potuto rendere duraturi gli effetti della vittoria cristiana nel Mediterraneo e la Sublime Porta dichiarazioni che, ufficiali, al di là delle era rimasta comunque scossa dalla disfatta, riuscì invece a fornire insospettabili segni di ripresa già nell’estate successiva, e nel 1573 poté addirittura stipulare una vantaggiosa pace con la Serenissima, sempre più isolata e preoccupata di perdere i propri vantaggi commerciali nei traffici con l’Oriente. Questo atto formale segnò la fine ufficiale della Lega. Le squadre musulmane ripresero rapidamente il controllo del bacino mediterraneo, grazie alla capace supervisione del nuovo kapudan Occhialì, il sopravvissuto di Lepanto. Prima del 1580 del resto tutti i protagonisti della grande battaglia scomparvero e, tra essi, lo stesso don Giovanni, neppure trentenne, nel 1578, il vecchio leone Venier, appena eletto doge, nello stesso anno, e anche il velleitario Selim II che, dopo la sconfitta, si era ritirato in pratica nell’Harem, dove lo colse la morte nel 1574. Al di là del suo valore strategico tuttavia, Lepanto segnò l’inizio di un’inversione di tendenza. Sul fronte balcanico la pace di Adrianopoli del 1568, successiva alla morte di Solimano, aveva già evidenziato una stasi dell’espansione turca, destinata a durare in pratica per circa venticinque anni. Nel Mediterraneo invece, se le enormi risorse dell’impero ottomano avevano consentito di rimpiazzare rapidamente le perdite materiali della disfatta, diverso era stato il discorso per le risorse umane. Nell’epica battaglia infatti la Porta aveva perso soprattutto il fior fiore dei suoi giannizzeri e delle truppe d’élite dell’esercito. Chi non era caduto in battaglia era spesso stato soppresso spicciativamente nei mesi successivi, come era accaduto per esempio alla maggior parte dei prigionieri turchi in mani veneziane nel 1572. Rimpiazzare un buon giannizzero non era facile e richiedeva anni di addestramento e pratica militare. A seguito di tutto questo, anche sul mare l’egemonia musulmana apparve più nominale che reale e così il nuovo sultano Murad III, primogenito dello stesso Selim e della sua favorita, la veneziana Cecilia Venier Baffo, badò soprattutto a consolidare il controllo ottomano sul Nordafrica, mentre l’assassinio del gran visir Sokollu (1579) accelerava il processo di decadenza delle strutture portanti dell’impero. Si trattava di una crisi economica, sociale ma anche e soprattutto tecnologica e militare. Quest’ultimo aspetto soprattutto, per una potenza che aveva basato sempre le proprie fortune su una costante spinta espansiva verso i popoli confinanti, Probabilmente poteva fu risultare anche per fatale. queste considerazioni che gli ambienti di corte e soprattutto dell’harem, che esercitava una notevole influenza sul nuovo sultano, spingevano per una ripresa delle ostilità terrestri. Condizione quest’ultima che si realizzò infine nel 1593, quando ebbe inizio la cosiddetta Lunga Guerra, destinata a durare ben tredici anni e che coinvolse l’impero degli Asburgo e gli ottomani. Sul trono viennese sedeva all’epoca Rodolfo II, curiosa figura di autocrate eccentrico, appassionato d’arte così come d’alchimia e scienze occulte, che non era però privo di qualità politiche e, in un’epoca oggettivamente difficile, aveva saputo conservare un certo equilibrio, soprattutto in termini religiosi, all’interno dell’impero. Dalla sua corte in Praga, dove aveva di fatto trasferito la sede imperiale, e prima di essere travolto dai sintomi sempre più evidenti di una progressiva instabilità mentale, l’Asburgo decise di puntellare il proprio potere soluzione cercando vantaggiosa anche allo una storico contenzioso col vicino ottomano. Allo scontro si arrivò dopo un crescendo di reciproche provocazioni, che coinvolsero soprattutto gli “irregolari” dei due schieramenti, destinati a fare il “lavoro sporco”: gli akyngı, cavalieri incursori turchi, e gli uscocchi (dal serbo-croato uskok, colui che fugge in, ma anche colui che salta in, nel senso di arremba) i pirati cristiani che avevano il loro covo principale a Segna e venivano tollerati, se non addirittura protetti, dall’Asburgo. Il primo scontro tra eserciti regolari ebbe luogo a Sisak, sul confine dell’impero (attuale Croazia) nel 1593, e si risolse in un successo cristiano, mentre l’appoggio dei voivoda cristiani di Valacchia, Moldavia e Transilvania consentiva a Rodolfo di ottenere nuovi importanti vantaggi sul fronte balcanico. Il successivo ingresso nel conflitto della confederazione polacco-lituana però creò soprattutto confusione nel fronte cristiano e questo condusse indirettamente al trionfo ottomano di Keresztes nel 1596, ottenuto dal nuovo sultano Mehmed III, succeduto al padre l’anno prima. A quel punto la situazione si complicò ulteriormente per le ambizioni del voivoda di Valacchia Michele il Coraggioso, discendente del leggendario Dracula. Il groviglio dinastico militare che si aprì a quel punto in campo cristiano e che vide contrapposti Rodolfo, la confederazione polacco-lituana e lo stesso Michele si risolse solo nel 1601, con l’assassinio di quest’ultimo, mentre il conflitto con il turco appariva come congelato. A quel punto gli Asburgo ebbero buon gioco a espandersi verso i Balcani meridionali, mentre l’imperatore, sempre meno affidabile, doveva passare la mano al fratello, l’arciduca Mattia. Concentrato nel nuovo gioco politico balcanico e profittando del progressivo disinteresse turco da quel teatro di operazioni, per l’apertura di un nuovo fronte militare a Oriente contro lo scià safavide di Persia, proprio Mattia, con notevoli perplessità da parte di Rodolfo, ebbe così buon gioco a concludere un trattato di pace, nel 1606, con il nuovo sultano ottomano, Ahmed I. La pace di Zsitvatorok, di durata ventennale, impose all’Ungheria cristiana un oneroso tributo, ma segnò un risultato psicologicamente importante per Vienna, poiché lo stesso rango dell’imperatore cristiano venne rivalutato agli occhi del sultano, che non lo considerò più un semplice vassallo. Questa circostanza, così come le successive cessioni territoriali turche alla Persia, rappresentarono un primo scossone all’autorità di Istanbul. Da quel momento gli intrighi e la corruzione, alimentate soprattutto dall’harem e dai cortigiani ottomani, dell’autorità accelerarono di Ahmed, la decadenza sempre più disinteressato al suo ruolo e dedito ai piaceri personali. Per contraccolpo ne usciva rafforzata l’immagine del potere imperiale cristiano, pur nelle divisioni, soprattutto religiose, che travagliavano l’Europa di allora e che, di lì a pochi anni, avrebbero trovato una drammatica e sanguinosa conferma. La defenestrazione di Praga Lo stesso Mattia infatti, reggente dell’impero dal 1612, poco prima di morire, ebbe il discutibile privilegio di assistere a un incidente ridicolo che dette il via invece a una catastrofe smisurata. La scintilla da cui divampò l’incendio che mise in ginocchio l’Europa fu effettivamente un episodio curioso. Ecco come andarono le cose. La Riforma protestante aveva aperto un conflitto religioso soprattutto nel Nord Europa. Nei paesi tradizionalmente cattolici, come la Spagna e l’Italia, l’eresia riformista non aveva trovato un terreno fertile, poiché energicamente la Chiesa reagito con aveva i “roghi purificatori” della Santa Inquisizione. In Germania, nelle Fiandre e in Boemia i roghi non avevano tuttavia impedito ai seguaci di Lutero e di Calvino di diffondere il loro verbo fra le popolazioni. Anche nelle corti della miriade di principati germanici, teoricamente vassalli dell’imperatore, ma sempre in lotta fra loro, la Riforma protestante aveva contribuito a intensificare la litigiosità. Il principio del cuius regio eius religio, che imponeva ai sudditi di abbracciare la fede prescelta dai rispettivi sovrani, aveva provocato una serie snervante di insurrezioni e conflitti intestini che l’imperatore, che era cattolico, non aveva l’autorità di sedare. Teoricamente avrebbe potuto convocare la Dieta, ossia l’assemblea di tutti i principi elettori, per dirimere la questione, ma egli era nello stesso tempo anche prigioniero di essa. La Dieta era infatti composta da sette principi che avevano il potere di eleggere l’imperatore, ma anche il diritto di essere da lui consultati per tutte le più importanti decisioni. Poiché però tre di costoro erano cattolici e gli altri quattro si erano fatti protestanti, l’imperatore non poteva far altro che barcamenarsi fra gli uni e gli altri senza costrutto. Rodolfo II aveva accentuato il ruolo cattolico e controriformista dell’autorità imperiale, ma con la cosiddetta Lettera di maestà aveva cercato anche di garantire una qualche libertà di culto a ungheresi e boemi. Fu a questo punto che accadde il fattaccio. Indispettito per il divieto imperiale di alcune chiese costruire evangeliche in Boemia, il conte Heinrich von Thurn mobilitò i protestanti e il 23 maggio 1618 li fece marciare su Praga. Qui, nel castello di Hradcˇany, lo attendevano due delegati imperiali e il loro segretario, tutti e tre cattolici, con i quali von Thurn ebbe un vivacissimo confronto, che purtroppo non andò a buon fine, tanto che, in uno scatto d’ira, il focoso conte ordinò ai suoi uomini di gettarli tutti quanti dalla finestra. I tre fecero un volo di venti metri e fu una vera fortuna che, in fondo al fossato, ci fosse ad accoglierli un mucchio di letame, altrimenti ci avrebbero rimesso la pelle. Questo episodio, passato alla storia come la “defenestrazione di Praga”, segnò l’inizio della guerra dei trent’anni. In realtà si trattò di una lunga serie di guerre per le quali il motivo religioso servì semplicemente da copertura a questioni di interesse molto più terrene. Col tempo, i fronti si intrecciarono anche trasversalmente, schierando la cattolica Francia contro la cattolica Austria e contro l’altrettanto cattolica Spagna e così la luterana Svezia contro la luterana Danimarca, mentre i duecentotrentasei principati tedeschi, l’un contro l’altro armati, si azzuffavano fra di loro qualunque fosse la religione adottata dai rispettivi principi. Questa guerra lunga ed estenuante creò anche dei problemi pratici, a prima vista insignificanti. Per esempio quello delle uniformi. Non esistendo un esercito permanente, i reparti militari impegnati non avevano particolari segni distintivi e i soldati, che indossavano un abbigliamento casual, spesso si ammazzavano fra di loro. Per evitare di morire sotto il “fuoco amico”, come oggi si usa dire, i combattenti usavano di solito come segno di riconoscimento un rametto di qualche pianta raccolto per strada, che infilavano sull’elmo. Poi la tecnica fu perfezionata: i soldati svedesi di Gustavo Adolfo cominciarono a portare una fascia blu orlata di giallo e i sassoni un fiocco verde. Analogamente, gli imperiali, spagnoli, austriaci o italiani, si riconoscevano dagli emblemi rossi, di solito una piuma o una fascia. Solo nel 1645 l’imperatore distribuì una divisa “uniforme” di colore grigio a tutti i suoi soldati e, in seguito, fu imitato dagli altri regnanti. L’Europa fu dunque, per trent’anni, il teatro della prima guerra totale fra cristiani. Grandi eserciti si affrontarono in sanguinose battaglie che seminarono ovunque devastazione e morte. Come ricorda Parker ne La Guerra dei Trent’anni, sul risvolto di una Bibbia, rinvenuta in un villaggio svevo, era scritta a mano la seguente annotazione: Dicono che questa terribile guerra sia finita. Ma ancora non compaiono i segnali della pace. Dovunque regnano invidia, odio e cupidigia: questo è ciò che la guerra ci ha insegnato […] Viviamo come animali, nutrendoci di corteccia e di erba. Nessuno avrebbe potuto immaginare che una simile calamità sarebbe potuta capitare a noi e ora sono in molti ad affermare che non c’è un Dio, ma noi continuiamo a credere che Dio non ci abbia abbandonati. Dobbiamo resistere uniti e aiutarci l’un l’altro. La guerra dei trent’anni favorì nel contempo anche il vertiginoso sviluppo dell’arte militare. «Ogni giorno», scriveva Geoffrey Parker, «si registrano nuove invenzioni, stratagemmi guerreschi, cambiamenti d’armi e munizioni, ogni sorta di macchine da guerra che si perfezionano quotidianamente.» Nessuna guerra, come quella dei trent’anni, impoverì e insanguinò l’Europa e nessuna pace fu più sudata e sospirata di quella di Westfalia del 1648, ma questo conflitto ebbe anche l’effetto di forgiare grandi condottieri, di spingere le masse all’uso delle armi e di costringere le potenze cristiane a costituire dei grandi eserciti permanenti sotto le rispettive bandiere. Quest’ultima esigenza fu la benvenuta per la schiera di diseredati, ribelli, vagabondi e, per farla breve, di tutti coloro che meno si adattavano al duro lavoro dei campi. Per costoro infatti, il mestiere delle armi diventò una inattesa opportunità di cambiare il proprio destino. Svizzeri, tedeschi, italiani, svedesi, fiamminghi spontaneamente polacchi, agli si spagnoli, offrivano appaltatori che battevano le campagne alla ricerca di uomini validi da arruolare nelle armate. Il “soldo” offerto ai volontari rappresentava la ricchezza per un povero villano, per non dire delle lusinghiere regole d’ingaggio che gli accorti arruolatori non mancavano di sottolineare, ossia la libertà di saccheggio, la spartizione del bottino, il facile arricchimento e così via. Unirsi agli eserciti in marcia diventò un mestiere come un altro, anzi meglio degli altri. Via via che la situazione peggiorava, diventò anche l’unico mestiere possibile. Come aveva ricordato l’esperto generale e ingegnere veneziano Giulio Savorgnan nel 1572, ci si arruolava «per non star artista di lavorar, overo per esser banditi et con speranza di veder cose nuove et qualcheduno per honore, ma pochissimi. Il resto si muove con speranza di aver da vivere et qualche poco per comprarsi scarpe et qualche altra cosetta per tenersi coperta la vita». Era forse questa una semplificazione eccessiva, giacché in realtà vi furono altri motivi per arruolarsi, ma certamente gli stenti e la fame furono i più rilevanti. In tal modo la guerra generò grandi eserciti che arruolavano mercenari pronti a battersi sotto ogni bandiera e trasformò oscuri capitani di ventura in famosi condottieri e abili strateghi. In questi grandi eserciti multietnici, che lo storico veneziano Marin Sanudo chiamava “eserciti dell’Arca di Noè”, era tuttavia assente l’esaltazione patriottica ma restava salda la fede cristiana. Vi militavano uomini delle più diverse nazionalità, animati solo dal soldo o dalla fedeltà al rispettivo capitano. Nel 1644, un reggimento bavarese, del quale ci sono pervenute cronache dettagliate (riportate tra gli altri da Fritz Redlich in The German Military Enterpriser), comprendeva soldati provenienti da sedici paesi diversi. I nuclei più consistenti erano tedeschi (534) e italiani (217). Gli altri, in quantità minori, erano polacchi, sloveni, croati, ungheresi, dalmati, lorenesi, borgognoni, francesi, boemi, spagnoli, scozzesi e irlandesi. C’erano anche quattordici turchi giunti da chissà dove. sopravvalutare Non si questa deve tuttavia frammentazione cosmopolita. Ciò poteva forse creare delle complicazioni nell’impartire gli ordini, anche se esisteva un lessico militare franco di facile comprensione. Per il resto, la “compagnia di ventura” affratellava i suoi componenti sia durante le battaglie sia durante le consuete razzie. L’assenza di una patria comune rendeva semmai questi “venturieri” del tutto insensibili a ogni forma di solidarietà verso le popolazioni nei cui territori la guerra li portava a combattere. Dovunque passavano lasciavano il segno, tanto è vero che, durante la guerra dei trent’anni, nelle campagne tedesche circolava questo detto: «Ogni soldato ha bisogno di tre contadini: uno che gli dia la casa, un altro la moglie e un terzo che prenda il suo posto all’inferno». Succedeva spesso che uomini della stessa nazionalità si trovassero a combattere gli uni contro gli altri in una guerra niente affatto sentita. I Mémoires del duca di Sully raccontano che «i soldati svizzeri dei due eserciti si affrontavano con le picche abbassate senza menare un colpo e i tedeschi che professavano la stessa religione dei nostri sparavano in aria». Le regole d’ingaggio dei mercenari dovevano rispettare anche determinate norme “sindacali” concordate con i rispettivi capitani, che riguardavano la paga, la durata del servizio e altre agevolazioni. Il capitano di ventura Melchiorre Luisi, per esempio, garantiva ai suoi fanti svizzeri dei Grigioni un premio per ogni scontro vittorioso, un’indennità di scavo se le truppe dovevano trincerarsi, un supplemento in caso di assedio e l’esenzione dal combattere in navigazione se venivano trasportati via mare. Nonostante tutto comunque anche i soldati e non solo i civili morivano, e molto: Partendo dall’ipotesi che il tasso di mortalità militare complessiva debba essere stato all’incirca dieci volte il totale dei caduti in battaglia, Jacques Dupaquier, un eminente demografo, è giunto alla conclusione che, probabilmente, negli eserciti europei degli inizi dell’età moderna, un soldato su 4 o 5 moriva ogni anno durante il servizio effettivo. […] Gli assedi erano egualmente micidiali in fatto di perdite umane. […] Era invero la diserzione a esercitare l’effetto più esplosivo e imprevedibile sull’organico di un esercito. Le condizioni del servizio militare potevano divenire talmente terribili che in certe località e in certi periodi un intero esercito poteva sparire nel nulla. Dopo che Carlo V sconfisse Francesco I a Pavia nel 1525, il peso della cavalleria pesante negli eserciti dell’Europa occidentale era già andato rapidamente scemando, sia in senso relativo sia assoluto fino a una quasi totale scomparsa dei cavalieri nell’ultimo quarto del secolo. Per circa un secolo dopo Pavia, pochi eserciti occidentali ebbero più del dieci per cento dei propri effettivi che combattevano a cavallo. Oltre a ciò la guerra dei trent’anni provocò anche una rivoluzione sociale poiché la cavalleria aristocratica, tradizionalmente regina delle battaglie, ora doveva fare i conti con una fanteria sempre più agguerrita e organizzata. I cavalieri corazzati, un tempo imbattibili quando si scagliavano contro le masse confuse di villani armati di forconi, ora dovevano fare i conti con gli archibugieri che potevano abbatterli a distanza con un solo colpo di schioppo. La fanteria aveva assunto un ruolo di primo piano perché le nuove tattiche sperimentate consentivano ai fanti in battaglia appiedati di ostacolare le cariche di cavalleria grazie a nuovi stratagemmi. Come, per esempio, la tattica del “riccio”, che consisteva in un quadrato contornato da fanti armati di lunghe picche, capaci di tenere a distanza i cavalli, consentendo agli archibugieri, annidati all’interno, di sparare e di ricaricare rapidamente la loro arma. A sparire del tutto furono gli spadaccini e gli uomini d’arme che impugnavano a due mani i giganteschi spadoni. Questi erano diventati vulnerabili al fuoco proprio nell’atto di roteare l’arma. Ma fu l’archibugio, che col tempo era stato reso più potente (era in grado di trapassare qualsiasi corazza a breve distanza), a rivoluzionare, per così dire, i rapporti di classe. Prima di allora, solo l’aristocrazia poteva concedersi il lusso di fornire cavalieri addestrati all’uso delle armi; adesso anche un popolano poteva fare carriera militare, pur non avendo frequentato le scuole di guerra e di equitazione. D’altronde, imparare a sparare con un archibugio era molto più semplice e più economico che imparare a cavalcare. Questa nuova arma, come si diceva, si era progressivamente evoluta: non era più necessaria la forcella per reggerne il peso, era più leggera e più maneggevole, mentre la tradizionale miccia per dar fuoco alle polveri, che in caso di pioggia faceva cilecca, era stata sostituita dalla moderna ruota a pietra focaia che consentiva di mirare e sparare sul bersaglio senza complicate operazioni. Ma l’innovazione che fece più rumore fu l’introduzione della baionetta, chiamata così perché i primi esemplari erano stati realizzati a Bayonne, in Francia. Era stata inventata dall’ingegnere e marchese francese Sébastien de Vauban e, a ben vedere, si trattò anche in questo caso del solito uovo di Colombo. Ma nessuno ci aveva pensato prima. Ora infatti, invece di “tappare” la canna del fucile infilandoci il pugnale, era possibile innestare nella canna una lunga lama triangolare che aveva due anelli nell’impugnatura, cosicché l’archibugio poteva continuare a essere usato come arma bianca, ma poteva anche essere facilmente ricaricato senza l’ingombro di un “tappo”. Il 24 ottobre 1648, trent’anni dopo la defenestrazione di Praga, cattolici e protestanti finalmente si riappacificarono. La Svizzera e i Paesi Bassi ottennero l’indipendenza, dall’accorto la Francia, cardinale guidata Richelieu, si impadronì dell’Alsazia, la Spagna mantenne i suoi possedimenti in Italia e il Sacro Romano Impero, ossia l’impero asburgico, benché ripartito al suo interno tra i duecentotrentasei staterelli germanici, più o meno autonomi, si ritrovò da solo a confinare a est con la riottosa Boemia e con l’inquietante presenza dei turchi, che dominavano ancora gran parte dell’Ungheria. Un particolare curioso: la guerra dei trent’anni contribuì anche alla diffusione del vizio del tabacco. La comparsa sui campi di battaglia dei soldati spagnoli che sprigionavano, come demoni venuti dall’inferno, del fumo azzurrognolo dal naso e dalla bocca, in un primo tempo aveva spaventato gli ignari protestanti, ma in seguito anch’essi, come tutti gli europei, si fecero conquistare dalla nuova droga importata dall’America. La spina nel fianco dell’Islam «“In mezzo mar siede un paese guasto”, diss’elli allora, “che s’appella Creta”». Così Virgilio a Dante nel XIV canto dell’Inferno. Gli antichi greci, chiusi nel loro mare in cui germogliò la nostra civiltà, erano convinti che Creta si trovasse al centro del Mediterraneo (le Colonne d’Ercole erano solo un mito che affascinava l’Ulisse dantesco) e regolavano di conseguenza le loro carte nautiche. Prima della scoperta del polo magnetico, anche la bussola grecoromana, orientabile a mano rispetto al Levante, si adeguava a questa convinzione collocando Creta al centro della rosa dei venti. Cosicché, solo immaginando di trovarsi su questa isola il navigante poteva orientarsi, individuando la direzione dei venti: il grecale che proveniva dalla Grecia, lo scirocco dalla Siria, il libeccio dalla Libia e così via. Nella prima metà del XVII secolo, Creta non era più il “centro” del Mediterraneo, ma era ancora un’importante base strategica, molto cara a Venezia, che la possedeva da quattrocento anni e rappresentava tutto ciò che le rimaneva nell’Egeo, dopo che la voracità ottomana aveva divorato il resto del suo impero coloniale. Da circa tre quarti di secolo, nel Mediterraneo regnava la pace, la pace figlia di Lepanto potremmo azzardare. Ovverosia una tregua di fatto e a volte anche di diritto fra le potenze cristiane e la Sublime Porta, poiché la pirateria non aveva registrato un momento di tregua. L’insidia dei pirati musulmani era infatti incessante, mentre continua le e inevitabili rappresaglie veneziane o spagnole contro i barbareschi suscitavano le proteste del governo turco, del quale costoro erano sudditi e tributari. Per la verità, non erano soltanto i barbareschi a dedicarsi alla pirateria; anche i corsari cristiani proseguivano la loro rischiosa, ma anche fruttuosa, caccia in mare aperto alle navi battenti la bandiera con la mezzaluna. Per corsari cristiani intendiamo soprattutto gli ordini religiosi, come quello più antico dei cavalieri di Malta e quello relativamente più recente dei cavalieri di Santo Stefano, con sede a Livorno, i cui monaci armati erano votati alla lotta contro l’Islam. Solo in essi ormai sopravviveva il tante volte deriso spirito crociato. I cavalieri di Malta, a differenza di altri ordini analoghi estintisi col tempo o trasformatisi in pacifiche confraternite che si godevano allori e privilegi, continuavano ostinatamente da mezzo millennio la loro crociata privata contro l’Islam, che li aveva cacciati dal Santo Sepolcro di Gerusalemme, da San Giovanni d’Acri e poi anche da Rodi, per confinarli infine nelle isole maltesi. Le loro robuste galee, inalberanti il rosso vessillo con la bianca croce a otto punte, seminavano il terrore al solo apparire e la loro presenza in mare rappresentava una secolare spina nel fianco dell’impero ottomano. Completamente autonomi (obbedivano, ma non sempre, soltanto al papa), i cavalieri di Malta partecipavano alla guerra di corsa che infestava il Mediterraneo, arginando la pirateria barbaresca, ma rivelando anche un’alta capacità aggressiva. Essi non rispettavano regole, limitazioni o accordi internazionali e, col pretesto di controllare se ci fossero a bordo merci di proprietà musulmana, fermavano le navi di ogni bandiera e, quando era il caso, sequestravano il carico. Peggio andava se le navi fermate risultavano essere turche: in tal caso la cattura o l’affondamento erano di prammatica. L’attività dei corsari cristiani, oltre a irritare il Divano, non tornava per la verità gradita neppure a Venezia, sempre più preoccupata di non turbare la suscettibilità della Porta, che le consentiva di proseguire nei suoi floridi commerci. Dopo ogni incidente provocato dai cavalieri di Malta costava infatti molta fatica ai diplomatici veneziani convincere i sospettosi turchi della loro estraneità rispetto a quelle imprese. D’altra parte, come l’Occidente faceva un tutt’uno di coloro che sotto le insegne della combattevano mezzaluna, i musulmani facevano altrettanto per coloro che combattevano sotto il segno della croce. Nel 1638 un incidente più grave del solito minacciò di interrompere il delicato equilibrio su cui la pace si reggeva da tanti anni. Era accaduto questo. Una flotta barbaresca, comandata dal pirata Alì Picenino, aveva tentato di saccheggiare la Santa Casa di Loreto, simbolico centro della cristianità (le sue cancellate erano state realizzate fondendo le catene degli schiavi liberati a Lepanto). Fallita questa impresa grazie all’intervento di una squadra veneziana comandata da Antonio Marin Cappello, il Picenino si era diretto verso Cattaro, dove era riuscito a impadronirsi di una nave da carico veneziana. Ma Cappello non gli aveva concesso tregua, tanto che all’apparire delle sue galee i corsari erano fuggiti e si erano rintanati con la preda nel porto albanese di Valona, base navale fortificata della marina ottomana. Il Picenino era sicuro che i veneziani non si sarebbero arrischiati a inseguirlo all’interno del porto. Cappello infatti si fermò davanti all’imboccatura, ma pose il blocco alla piazzaforte e il Picenino non ebbe l’ardire di affrontarlo. Trascorse così un mese, intervallato da un infruttuoso scambio di messaggi fra il veneziano e il comandante turco di Valona, dal quale pretendeva la restituzione della nave veneziana catturata. Finalmente, visto che le sue richieste non trovavano ascolto, Cappello ruppe gli indugi e, sotto gli occhi sbigottiti degli artiglieri turchi, che avevano aperto un inutile fuoco di sbarramento, irruppe nel porto, affondò quindici galee corsare e si impadronì addirittura della capitana di Picenino, che portò in trionfo a Venezia insieme alla nave recuperata. All’apprendere questa notizia, Murad IV, che allora regnava a Costantinopoli e aveva fama di governante autoritario e accentratore, reagì furiosamente, com’era suo stile. Senza esitazioni, ordinò che tutti i veneziani residenti nei suoi domini venissero sterminati, ma il prudente gran visir Mehmed Pasha rimandò di qualche giorno l’esecuzione della strage finché il sultano, sbollita la rabbia, si accontentò che tutti i veneziani fossero soltanto imprigionati. Il conflitto diplomatico fu infine risolto dal bailo veneziano Alvise Contarini il quale, da buon negoziatore (sarà in seguito l’arbitro della pace di Westfalia), riuscì, dopo interminabili trattative, ad ammansire i turchi e a salvare la pace, sia pure al prezzo di enormi somme di denaro. Nel corso delle trattative, i veneziani si erano tuttavia resi conto che i turchi manifestavano un crescente interesse per l’isola di Creta (allora la chiamavano Candia, attribuendo a tutta l’isola il nome della sua capitale), che Venezia possedeva dal 1204 e che, dopo la perdita di Cipro, era diventata, come si è detto, la sua punta di diamante nello scacchiere mediorientale. Come racconta Alvise Zorzi, erano anni, per la verità, che i baili veneziani allertavano il senato della Serenissima circa le aspirazioni turche su questa isola che, secondo loro, era «nella bocca e sopra gli occhi del sultano». Ma a far precipitare gli eventi fu l’ennesimo incidente provocato dalla guerra di corsa dei cavalieri di Malta. Il 28 settembre 1644, il priore dell’ordine, Gabriel de Bois-Brodant, al comando di sei galee, aveva incrociato davanti all’isola di Scarpanto un convoglio turco composto di sei galee, che scortavano un moderno galeone a vela dalle caratteristiche e dalla stazza ancora inusitate. A bordo di questa nave viaggiavano la valide del sultano, il kislar agha comandante dei giannizzeri, il cadì del Cairo, una trentina di concubine e anche un fanciullo, uno dei tanti figli del sultano Ibrahim, succeduto al fratello Murad, cui la sorte riserverà un curioso destino. Tutti costoro, insieme ad altri personaggi, erano diretti ad Alessandria da dove intendevano intraprendere il tradizionale pellegrinaggio verso La Mecca. Malgrado l’equilibrio delle forze, BoisBrodant non esitò a dare battaglia. Lo scontro durò alcune ore, fu molto sanguinoso e vi trovarono fra gli altri la morte sia il cadì che il kislar agha, ma alla fine furono i corsari cristiani ad avere il sopravvento. Alcune galee turche vennero affondate, altre fuggirono, però il grosso galeone fu catturato col suo prezioso carico umano, nonché con tutti gli ori e i gioielli che la valide e le concubine si portavano appresso. I cronisti dell’epoca non ci hanno raccontato quale fu la sorte delle signore dell’harem; probabilmente furono riscattate. Conosciamo invece, almeno in parte (seguendo una tradizione popolare), quella che toccò al fanciullo. Il figlio di Ibrahim fu domenicani, cristianamente affidato che che lo il all’ordine dei educarono così giovane scelse addirittura di farsi frate col nome di padre Domenico Ottomano. In seguito, il “figlio del sultano”, fattosi frate, diventò oggetto di molta curiosità in tutta l’Europa e la Chiesa non mancò di strumentalizzarlo per fini propagandistici. Padre Ottomano venne ricevuto dal papa, fu introdotto nelle corti europee e fu infine prescelto per condurre a compimento un’impresa che, se non fosse tutto vero, potrebbe essere scambiata per uno scherzo grottesco. Secondo un fantasioso progetto escogitato da alcuni alti prelati, padre Ottomano avrebbe dovuto contendere il trono al fratello Mehmed IV, diventato nel frattempo sultano. La bizzarra impresa fu seriamente organizzata nell’attesa del momento opportuno per realizzarla. Il piano prevedeva uno sbarco armato in un’isola dell’Egeo, dove padre Ottomano sarebbe stato incoronato re di un regno greco-anatolico per poi dare l’avvio, con l’appoggio dei sudditi cristiani della Porta, alla sconcertante impresa di scalzare dal trono il sultano regnante e di cristianizzare il suo impero. Impresa pazzesca, si dirà; invece, qualche tempo dopo, durante la guerra di Creta, ritroveremo padre Ottomano a bordo di una flotta di galee papaline e maltesi, comandate dal cardinale Vincenzo Rospigliosi, la quale, dopo essere salpata da Napoli, previa solenne benedizione dell’arcivescovo e del viceré della città, approdò a Zante con intenzioni bellicose. Qui, infatti, il “turco cristiano” iniziò la sua predicazione nell’intento di seminare la confusione fra le guarnigioni turche in Grecia e di sollevare gli ortodossi greci della Morea contro il dominio del sultano. Naturalmente, il progetto fallì e non poteva essere altrimenti. Resta soltanto difficile comprendere cosa spinse la Chiesa a immaginare che i musulmani potessero essere indotti a offrire la spada del Profeta a un turco fattosi frate. O si sperava, con ingenua buonafede, nell’intervento divino o gli ideatori del progetto sottovalutavano in maniera a dir poco esagerata l’intelligenza degli avversari. Comunque sia, padre Ottomano ne uscì vivo, rientrò deluso a Roma e da quel momento scomparve dalla storia senza lasciare altra traccia di sé. Ma tutto questo accadrà in seguito. Preso dunque a rimorchio il ricco galeone, Gabriel de Bois-Brodant si accinse a rientrare trionfalmente a Malta. Sulla via del ritorno fu però colto da un’improvvisa tempesta, che lo costrinse a riparare con la sua squadra nella rada di Kalismnene, situata nella costa meridionale dell’isola di Creta. A Kalismnene i cavalieri rimasero per un mese, sbarcarono gli schiavi greci liberati, imbarcarono acqua dolce, si rifornirono di viveri e scambiarono i soliti convenevoli con le autorità veneziane, che non avevano loro negato l’ospitalità, essendo essa prevista negli accordi internazionali. La notizia che i veneziani avevano ospitato i mortali nemici della Porta indispettì comunque i turchi, che sollevarono nuove proteste minacciando rappresaglie. La delicata vertenza era ancora in corso quando si verificò l’ennesimo incidente. I galeotti cristiani di una nave turca si erano ammutinati in alto mare e, dopo essersi impossessati della nave, si erano rifugiati a Creta, dove avevano trovato asilo e solidarietà. Con i nuovi ospiti, le autorità veneziane si comportarono con correttezza: consentirono cioè agli schiavi ribelli di proseguire la loro fuga verso la libertà, ma sequestrarono la nave che poi restituirono ai turchi, con la parte del carico recuperata. Tale comportamento era previsto dalle “capitolazioni”, ossia dagli accordi fra Venezia e la Porta, secondo i quali i veneziani non erano tenuti a perseguire gli schiavi cristiani fuggitivi, ma la Porta biasimò comunque il loro comportamento. Non era ancora finita. Alcuni mesi dopo, una nave turca diretta da Alessandria a Costantinopoli fu anch’essa costretta dal maltempo a rifugiarsi a Creta, dove i veneziani le accordarono l’ospitalità, ma la trattennero forzatamente in quarantena, malgrado le proteste del comandante. Anche l’obbligo della quarantena era previsto dalle capitolazioni, tuttavia questa volta la Porta reagì furiosamente. Il bailo Giovanni Soranzo fu convocato dal gran visir Semiz Mehmed Pasha, che lo coprì di amarissime contumelie. Secondo lui, Venezia aveva compiuto atti ostili contro la Porta ospitando i pirati maltesi, tradizionali nemici dell’Islam, aveva poi favorito la fuga degli schiavi cristiani e infine aveva negato a una nave turca in difficoltà l’accoglienza che poco prima era stata invece offerta ai cavalieri di Malta. Il bailo Soranzo, che non aveva tardato a capire che tanto sdegno mascherava più oscuri disegni, tentò in tutti i modi di dimostrare che i veneziani avevano rispettato le capitolazioni e che quelle accuse non corrispondevano alla verità, ma fu tutto inutile. Il gran visir lo congedò senza salutarlo e la tensione continuò a crescere. All’inizio della primavera del 1645 gli osservatori occidentali sulle rive del Bosforo notarono allarmati massicci movimenti di navi e di uomini che si avvicendavano nel porto e nell’arsenale di Costantinopoli. Preparativi bellici di tale misura non si erano più visti dai giorni di Lepanto. Era dunque chiaro che la Porta si preparava a scendere in campo, ma contro chi? Nessuna dichiarazione di guerra era stata pronunciata dal Divano e le voci allarmistiche si accavallavano. Secondo alcuni, l’obiettivo della Porta era la Sicilia, mentre Soranzo era piuttosto portato a pensare che i turchi si preparassero ad attaccare Creta o Corfù. Però tutto era nel vago, il Divano taceva e le voci in circolazione indicavano Malta come obiettivo. Per prudenza, il senato veneziano inviò comunque di rinforzo a Creta circa tremilacinquecento soldati, che erano pur sempre ben poca cosa rispetto alla massa di armati che il sultano si accingeva a imbarcare. Ma Venezia non poteva fare di più, perché era da tempo in difficoltà a causa di una progressiva crisi economica e sociale. Di conseguenza, quando il governo turco annunciò ufficialmente che la flotta ottomana intendeva sferrare un attacco decisivo contro Malta, per liberare il Mediterraneo dalla minaccia degli odiati cavalieri della croce, a Venezia si fregarono le mani rassicurati. Il 30 aprile 1645 la flotta ottomana salpò effettivamente in direzione di Malta. Era composta da quattrocento galee, con a bordo cinquantamila soldati. Le navi erano comandate dal kapudan Silahdar Yusuf Pasha, un rinnegato dalmata di nome Giuseppe Marcovi o Josif Mašković, mentre le truppe erano affidate all’agha dei giannizzeri Murad Pasha. Quel giorno, probabilmente, anche lo stesso bailo Soranzo si recò, come di consuetudine, sui moli a porgere il saluto benaugurante alle navi in partenza, mentre il sultano veniva salutato dalla sua flotta con un rumoroso addio di nacchere, timpani e tamburi. Tutto sommato, avrà pensato Soranzo rinfrancato, quegli ostinati cavalieri maltesi se l’erano cercata. La loro ingombrante presenza in mare disturbava non poco anche gli interessi commerciali della Serenissima. Nei giorni seguenti, mentre i cavalieri di Malta si erano già organizzati per riceverla come meritava, la flotta ottomana sostò nell’isola veneziana di Tynos, accolta con tutti gli onori dal provveditore veneziano Andrea Corner. Anche a Tynos proseguì la commedia degli inganni: i comandanti turchi insistevano sulla frottola di Malta e i veneziani, che ci speravano, in buona o cattiva fede, facevano finta di crederci. Per circa tre settimane la flotta turca incrociò fra le isole dell’Egeo e furono scambiate visite di cortesia fra il kapudan e le autorità veneziane, che continuavano a ritenere, o a sperare, che l’obiettivo dei turchi fosse sempre Malta. In realtà, Yusuf Pasha cercava semplicemente di guadagnare tempo, in attesa di essere raggiunto dalle flotte barbaresche di Tunisi e di Tripoli, che dovevano partecipare all’impresa. Quando queste lo raggiunsero, Yusuf attese di essere in alto mare prima di dissigillare davanti agli altri capitani gli ordini segreti del sultano, che svelavano quale fosse il vero obiettivo militare. Poi, la mattina dopo, il 23 giugno, l’enorme flotta ottomana accostò a sudest, col vento in poppa, in direzione di Creta. Racconta Ekkehard Eickhoff, nel suo Venezia, Vienna e i Turchi, che la notte fra il 24 e il 25 giugno 1645, dal promontorio occidentale dell’isola di Creta fu avvistata all’orizzonte una lunga, sempre più lunga catena ondeggiante di luci. Prima baluginanti in lontananza, quei fuochi apparvero sempre più distinti, luminosi e fitti, e infine si disposero intorno a Capo Spada che chiude a occidente la baia di San Todaro, dove sorge la città di La Canea. Subito, su tutte le alture si accesero i fuochi di allarme a illuminare le difese della baia. Dopo settant’anni di pace, a lungo segretamente temuto, dibattuto fra amici e nemici, negato dalla signoria di Venezia, uno spettro divenne subitamente tremenda realtà: l’invasione turca. La flotta approdò felicemente il 25 giugno nei pressi della Canea, il più importante centro occidentale di Creta. Decine di migliaia di uomini presero terra senza che all’orizzonte apparisse una sola nave veneziana. Anche i pochi reparti mercenari inviati contro gli invasori, alla vista dell’imponente schieramento di forze, fuggirono letteralmente a gambe levate. Il piccolo forte che vi sorgeva, difeso da una cinquantina di uomini, cadde al primo assalto anche se, all’ultimo momento, il comandante Biagio Zulian fece in tempo a far saltare la polveriera, sacrificando la propria vita, ma facendo anche strage degli assalitori. La Canea era una città portuale ben fortificata e il governatore Antonio Navagero la difese con coraggio per quasi due mesi. Tuttavia scarseggiavano i viveri e le munizioni. Malgrado i ripetuti allarmi, il senato di Venezia, sempre più a corto di mezzi finanziari, non aveva ancora provveduto a rinforzare adeguatamente le difese. La lotta continuò fino al 18 agosto finché, ormai ridotto allo stremo, Navagero si rassegnò ad accettare le condizioni di resa avanzate dagli assalitori. Questa volta, i turchi rispettarono i patti e Yusuf Pasha congedò, dopo averli colmati di doni, i messi del governatore che gli avevano consegnato le chiavi della città. Poi la guarnigione veneziana, con tutti i suoi equipaggiamenti, poté passare in mezzo ai soldati turchi e imbarcarsi senza incidenti. Questa generosità rischiò in seguito di costare cara allo stesso Yusuf. Conquistata La Canea, l’esercito turco si mise in marcia verso Candia e in poche settimane riuscì a prendere le piazzeforti di Retimo e La Suda. Murad Pasha era ottimista, quasi l’intera isola era in mani turche e la facile conquista della Canea lo aveva convinto che anche Candia non avrebbe resistito a lungo all’assedio. Invece resisterà per ventiquattro anni. Le prime delusioni i turchi le registrarono in mare. In quelle acque, in cui sono state combattute tutte le grandi battaglie navali che hanno fatto la storia (Salamina, Azio, Micale, Lepanto e Matapan), le galee veneziane comandate da Girolamo Battaglia, Francesco Barbaro, Jacopo da Riva, Alvise Mocenigo e Francesco Morosini sconfissero i turchi in molti scontri. Il più importante dei quali fu a Nasso, il 9 luglio 1651, contro la flotta turca del kapudan Alì Pasha, detto Ammazzamamma (sua madre era morta mettendolo al mondo), forte di un centinaio di galee, quasi il doppio della squadra veneziana. Lo scontro fu cruento e impegnò l’intera giornata, ma alla fine il grosso delle navi nemiche fu costretto alla fuga. I veneziani, Tommaso guidati da Mocenigo, Alvise catturarono venticinque unità fra galee e galeoni. Molte altre furono affondate. Ma più che la vittoria, a Venezia suscitò grande soddisfazione la notizia che Francesco Morosini, capitano delle galeazze, aveva impreziosito l’evento con una preda d’eccezione, avendo catturato l’ammiraglia nemica e preso vivo, con la sua nave, il rinnegato veneziano Niccolò Natalino Furlan. Quattro anni prima Furlan era passato al nemico col suo galeone armato di tutto punto, forse per una vecchia ruggine giudiziaria con la Serenissima, e, come tanti rinnegati, aveva fatto rapidamente carriera. Col nome di Mustafà Pasha era stato nominato governatore della Morea e kapudan delle navi d’alto bordo. Per la Serenissima, il tradimento di un capitano veneziano era una colpa imperdonabile, ma Furlan era doppiamente odiato perché era diventato per i turchi un prezioso maestro di navigazione. Quando fu catturato e poi portato in catene a Venezia, non si osò tuttavia giustiziarlo: la Porta aveva fatto sapere che la sua morte sarebbe stata vendicata sui mercanti e sui prigionieri di guerra veneziani. Anzi, la Porta pretendeva che l’illustre prigioniero fosse trattato con rispetto e retribuito con una cospicua diaria. Ma Venezia sapeva come liberarsi di simili nemici. Furlan scomparve per sempre nei Piombi. Più fortunato di Furlan fu invece il giovane Daniel Morosini, rampollo di una nobile famiglia veneziana, che fu catturato dai turchi dopo uno scontro navale al largo di Creta. Daniel era imbarcato su «un vassello disarmato», come lui stesso spiega con parole accorate in una lettera inviata al padre Paolo Morosini dal «bagno del Gran Signore di Costantinopoli», dove si trova prigioniero dopo essere moschettata stato ferito in testa», «da una durante l’arrembaggio della sua nave. Questa lettera era conservata in un plico, recuperato dal collezionista Adriano Cattani, che conteneva le poche missive che Daniel ebbe modo di inviare dalla prigionia al genitore nell’arco di cinque o sei anni. È una corrispondenza molto interessante perché mostra i risvolti di una guerra, che di solito non sono presi in considerazione dalla storia ufficiale, e ci permette quindi di seguire una vicenda personale dalla quale tuttavia traspaiono le implicazioni umane e sociali del conflitto in tutta la loro drammaticità. Le lettere di Daniel devono essere state sottoposte alla censura, perché contengono cancellature e conservano le tracce di apertura e di successiva chiusura mediante un timbro di ceralacca di chiara origine ottomana. Da esse risulta in primo luogo che il giovane Daniel è, per così dire, un prigioniero privilegiato. I turchi, evidentemente, lo considerano un ostaggio prezioso, forse per rispetto al nome che porta, ma più probabilmente per ottenere un cospicuo riscatto o per utilizzarlo per uno scambio di prigionieri, qualora se ne presentasse l’occasione. Come vedremo, Daniel ha infatti ricevuto un trattamento diverso dagli altri veneziani caduti in schiavitù. Sia pure in catene, è stato trasferito dal “bagno” nel carcere delle Sette Torri, una prigione evidentemente speciale, perché vi sono detenuti altri nobili veneziani. È stato anche autorizzato, come si è visto, a scrivere a casa. Ma ascoltiamo “in diretta” cosa Daniel scrive al padre nella sua prima lettera, datata 10 novembre 1654: Steti giorni 40 a guarire e ora sto bene. Dal tempo che sono stato preso fui condotto a Costantinopoli dove ora mi ritrovo con pericolo della morte per la peste grande che in questo loco vi è. Et sono stato mesi cinque in questo, mentre ho dimorato prima in un giacco della bastarda [è il nome di una piccola galea] facendomi portare una catena al piede soltanto la notte per la bontà del Bastà, senza darci alcuna cosa da mangiare che se non erano gli schiavi vecchi che mi donavano qualche cosa, per l’amore di Dio sarei mille volte morto. Pazienza. Adì 1 novembre siamo entrati in Costantinopoli, dove fecero vedere tutti gli schiavi presi, che erano al numero di 160. A dì 8 detto fui condotto nel bagno che è in luogo di due miglia circa tutto serrato di doppia muraglia, dentro del quale vi sono due Socchi che sono peggiori dei nostri cameroni, dove la notte ci chiudono dentro. Io dormo sopra le nude tavole come fanno gli altri schiavi. Dopo quattro anni di silenzio, Daniel si rifà vivo col genitore nel luglio del 1658. Dalla lettera si desume che ora è detenuto nelle Sette Torri e che fra la famiglia Morosini e le autorità turche devono essere intercorse delle trattative, favorite dall’intervento del console di Francia. Ma ciò che conta è che Daniel comunica che potrebbe essere scambiato «con un tal turco nominato Filippovich», che si trova prigioniero nel castello di San Felice a Verona. «Con l’aiuto divino mi ritrovo nelle mani dell’agente del Filippovich, cioè Assan Spai, presente nel serraglio di Mamun Aghà. Domani mi portano a Adrianopoli ove troverò sua moglie, poi ci incammineremo alla di loro patria.» Evidentemente, Daniel non è più prigioniero, ma ostaggio e la sua vita è legata a quella di un altro ostaggio, ossia del Filippovich, il cui serraglio si trova a Banja Luka, in Bosnia. A occuparsi di lui è «il signor Zorzi Papali da Selenico che ha inviato una lettera del signor Filippovich a sua moglie, nelle cui mani al presente schiavo mi ritrovo, con ordini di ben custodirmi e ben trattarmi». Complesse trattative sono state evidentemente condotte da varie persone in diverse località: Costantinopoli, Venezia, Sebenico (in Croazia), Banja Luka, Candia e Verona. Passa così un altro anno e finalmente, nel maggio del 1659, è arrivato il momento della liberazione. Daniel rispettosamente al padre: lo annuncia Hora è una ora di notte e scrivo a V.E. Ill.ma la presente avvisandolo come lunedì mi sono levato da Clamoz e hoggi che è giovedì mi recarono nei confini di Citvà [località al confine con la Dalmazia veneziana] per dovermi domani nell’alba con l’esercito portarmi al loco stabilito per il cambio. Il supremo Comandante Ottomano vi ha scritto avvisandovi il mio arrivo costà e senza fallo vi dovete portare al loco stabilito per il cambio già per tempo. Io vi scrivo la presente acciò sappiate certo il mio arrivo e per pregarvi ancora di non mancare. La lettera si chiude con questa curiosa raccomandazione: «Agli ostaggi ottomani darete da bere certa roba che vi manderò, nominata caffè, molto da queste parti stimata. Mustafà, servo del Filippovich, lo sa cucinare». Dopo una lunga prigionia, Daniel poté quindi tornare a Venezia in buona salute. Nel 1661 era di nuovo in campo a bordo di una galea nel mare di Creta. Quattro anni dopo questa data, nel 1665, la situazione a Creta non era molto cambiata da quella di un ventennio prima. Candia, la capitale, era stretta d’assedio, ma i veneziani si difendevano con le unghie e coi denti. Le potenze cristiane non avevano prestato grandi aiuti a Venezia, salvo il papa e i soliti cavalieri di Malta, ma le gloriose galee di San Marco avevano più volte messo in crisi la flotta ottomana, soprattutto bloccando l’afflusso dei rifornimenti provenienti dai Dardanelli. Proprio all’imbocco dei Dardanelli il capitano da mar Lorenzo Marcello, alla testa della sua flotta, aveva ottenuto una schiacciante vittoria contro la flotta ottomana, che ne era uscita praticamente distrutta, nel 1656. Il Marcello aveva pagato con la vita il suo trionfo, ma si era trattato del più grande successo navale cristiano dopo Lepanto. I turchi, che nel 1645 avevano creduto che la conquista di Creta fosse poco più di una passeggiata militare, avevano dovuto amaramente ricredersi. Il gran visir Salih Pasha, che aveva alimentato quella illusione, aveva pagato il suo errore con la vita. Ciò tuttavia non deve sorprendere: in quegli anni il serraglio era stato, come si è detto, sconvolto da una serie di congiure, strangolamenti e delitti efferati e clamorosi, tra i quali quello dello stesso sultano Ibrahim “il Folle”, eliminato dai suoi stessi giannizzeri. Il suo successore, Mehmed IV, destinato a un lunghissimo regno, se non l’ultima parola, che era sua assoluta prerogativa, aveva affidato tutte le altre redini del potere al gran visir Ahmed Köprülü, un uomo abile, dotato di grandi doti organizzative il quale, grazie all’autorevole protezione della valide Kosem, aveva esteso il suo controllo su tutti i gangli vitali dell’impero e rafforzato il potenziale dell’esercito. Non a caso, sotto la sua attenta amministrazione, le declinanti fortune dell’impero ottomano parvero riprendersi in un’ultima, seppure effimera, stagione di gloria. La guerra di Creta si era comunque incancrenita in una posizione di stallo, anche perché l’attenzione del gran visir era stata distolta dai nuovi venti di guerra che avevano ricominciato a soffiare sul lontano fronte austro-ungherese. Il conflitto qui si era riacceso attorno alla Transilvania, un piccolo stato ancora relativamente indipendente, che fungeva da cuscinetto fra l’impero cristiano e quello ottomano. Il fiorente altipiano giacimenti carpatico, minerari, di ricco una di fertile campagna, nonché fonte inesauribile di legname, era molto appetito da entrambi i sovrani, che se ne contendevano l’influenza. Secondo la tradizione popolare l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo ambiva a impossessarsene perché era un appassionato cacciatore e la Transilvania era il regno della selvaggina, mentre al sultano interessava soprattutto il prezioso legname di cui i suoi cantieri navali sempre scarseggiavano. Da oltre sessant’anni, fra Vienna e Costantinopoli regnava la pace. Durante la guerra dei trent’anni nessun esercito turco aveva approfittato della situazione per varcare i confini dell’impero. Fatte salve, naturalmente, le consuete scorrerie di frontiera, che per la Porta non dovevano essere considerate violazioni della pace. La situazione era peggiorata dopo che Giorgio Rákóczi, il principe della Transilvania, aveva reagito ai tentativi compiuti da Istanbul per annettersela come stato cristiano vassallo. I turchi avevano allora invaso il paese e il Rákóczi era caduto sul campo nel 1660, ma anche gli imperiali avevano fatto altrettanto, cosicché i due eserciti erano giunti a contatto, sia pure senza conseguenze. In un primo tempo, i turchi avevano acconsentito a intavolare delle trattative circa la futura sistemazione della regione, ma poiché la vertenza andava troppo per le lunghe, Ahmed Köprülü, perduta la pazienza, era sceso in guerra e, nella primavera del 1663, si era mosso verso Vienna alla testa di un esercito di oltre centomila uomini. Come sempre accadeva in questi casi, il grosso delle forze ottomane era stato preceduto dagli ausiliari tartari, che avevano devastato le campagne, massacrato le popolazioni e rapito centinaia di bambini, portandoli via legati a grappoli alla sella dei loro cavalli. Colto di sorpresa dal sopraggiungere della nuova mareggiata islamica, Leopoldo si era trovato in gravi difficoltà: il nemico sembrava puntare alla capitale e i viennesi, terrorizzati dalla prospettiva di subire un nuovo assedio, stavano abbandonando la città. In questo drammatico frangente, l’imperatore convocò a Ratisbona tutti i principi del Reichsstände, l’organizzazione che raggruppava i principati germanici, per costituire una Dieta permanente impegnata ad affrontare la nuova minaccia. L’Austria non era preparata al nuovo conflitto, il suo esercito si era dissanguato nella guerra dei trent’anni e Leopoldo I era riuscito a fatica a costituire una piccola armata di appena quindicimila uomini. Ma per sua fortuna questa era comandata da un uomo eccezionale, Raimondo Montecuccoli. Aristocratico italiano, nato a Modena nel 1609, Montecuccoli è ancora oggi considerato il padre dell’esercito austriaco. Entrato giovanissimo nelle file dell’armata imperiale, si era particolarmente distinto su tutti i fronti della guerra dei trent’anni, che forgiò tanti condottieri e che costituì per lui un’esperienza fondamentale. Dotato di una cultura sorprendente per un uomo d’armi, il giovane condottiero italiano aveva avuto modo di approfondire i suoi studi sull’arte militare nel periodo trascorso come prigioniero di guerra degli svedesi. Nominato feldmaresciallo dell’esercito austriaco dopo la pace di Westfalia, Montecuccoli nel 1654 venne inviato in Svezia con un importante incarico diplomatico, e in quei mesi strinse un forte legame di amicizia con la regina Cristina, alla vigilia della conversione e dell’abdicazione di quest’ultima. Il rapporto si mantenne stretto anche dopo il trasferimento in Italia della regina. In seguito il maresciallo si dedicò alla ricostituzione delle forze armate imperiali, creando il primo esercito permanente d’Europa. Ricco dell’esperienza maturata durante il trentennale conflitto, egli aveva ristrutturato l’esercito secondo i criteri che gli erano stati suggeriti da quei lunghi anni di guerra. Scrisse anche una serie di libri sull’arte militare, che saranno adottati da tutte le scuole di guerra europee. Gli storici ce lo presentano come un condottiero coscienzioso, che non agiva mai d’impulso, bensì solo dopo un’opportuna riflessione. Per questa caratteristica, i suoi ufficiali lo chiamavano il Temporeggiatore, paragonandolo a Quinto Fabio Massimo, a suo tempo definito appunto Cunctator, temporeggiatore, per la sua tattica dilatoria nella guerra contro Annibale. Nei momenti critici però, Montecuccoli sapeva dimostrare l’energia e la prontezza del grande condottiero. Sotto la sua guida, l’esercito imperiale venne organizzato in maniera razionale. Fu diviso in reggimenti appiedati e montati. I primi, ossia la fanteria, erano articolati in battaglioni e i battaglioni in compagnie. I reggimenti di cavalleria a loro volta in squadroni, così da semplificare i movimenti delle truppe. Aveva anche trasformato l’accozzaglia di carri e carretti che seguivano abitualmente ogni esercito con i bagagli, le armi e le provviste, in un efficiente corpo di salmerie gestito da esperti furieri. Infine, anticipando di qualche secolo le moderne organizzazioni umanitarie, aveva creato anche un corpo speciale di sanità, con medici e infermieri incaricati di organizzare gli ospedali da campo in vicinanza dei luoghi dove si svolgevano le battaglie. Fino ad allora, i feriti e i morti venivano abbandonati alla mercé dei “saccomanni”, i predatori che piombavano come avvoltoi sulla preda alla fine di ogni battaglia. Anche se, curiosamente, si definivano con lo stesso nome anche gli addetti alle salmerie degli eserciti rinascimentali. I pensieri e i princìpi tattici e strategici di Montecuccoli rivelavano un rispetto per la vita umana insolito per l’epoca. Rifuggiva per quanto possibile dai bagni di sangue e la sua regola principale era di evitare gravi perdite anche se queste avessero consentito di conquistare la vittoria. Rifiutava insomma la strategia annientatrice praticata da molti condottieri e preferiva appunto temporeggiare, manovrando lentamente, per logorare e disorientare il nemico, in attesa del momento favorevole per lo scontro. Nell’estate del 1664, quando l’armata ottomana di Köprülü avanzò verso Vienna, costeggiando il fiume Raab, Montecuccoli marciò in senso inverso contro il nemico, costeggiando l’altra riva del fiume. Poi applicò la sua tattica dilatoria, con manovre diversive, in attesa che giungesse il momento favorevole per colpire. Oltre il suo piccolo esercito personale, composto di soldati modenesi detti “i cacciatori del Frignano”, ora venticinquemila disponeva uomini, di circa perché nel frattempo aveva potuto irrobustire la sua armata grazie al sopraggiungere di reparti militari inviati in soccorso da altri paesi europei. Malgrado i contrasti intestini, quando si trattava di affrontare la minaccia turca gli eserciti cristiani ritrovavano, sia pure a fatica, un’effimera solidarietà. Erano infatti presenti dei contingenti polacchi, germanici e, per la prima volta, anche un corpo di cavalleria francese, comandato dal conte di Coligny. Si trattava di un grazioso e inatteso dono di Luigi XIV, il re Sole, il quale, benché fosse il tradizionale nemico degli Asburgo, questa volta aveva risposto all’appello del papa. I francesi erano cinquemila, in maggioranza giovani aristocratici che, al loro sopraggiungere, avevano incuriosito e divertito le rozze truppe imperiali, per la loro quasi femminea eleganza. Erano tutti azzimati come leziosi gentiluomini, con lunghe chiome incipriate e abbigliamenti sgargianti, secondo i canoni dell’ultima moda parigina. Al loro passaggio, lasciavano una scia di profumo che non mancava mai di suscitare battute sguaiate. Per diversi giorni, imperiali e ottomani si studiarono a vicenda lungo le due rive della Raab, marciando a poche centinaia di passi di distanza. Racconterà il conte di Coligny: Ora vedevamo masse di gente a piedi, ora selve di lance, un istante dopo una moltitudine di cavalieri e poi sempre nuove unità, ognuna con innumerevoli bandiere, stendardi, drappi colorati con tutti i colori immaginabili; e poi flauti, oboi e trombe che suonavano con squisita armonia. E pur se quelle masse avanzavano senza ordine o regola, scorgemmo in quel disordine un fascino che ci incantava. Il primo agosto giunse il momento della verità. Stanchi delle lungaggini dell’esercito cristiano, alle nove del mattino i giannizzeri varcarono il fiume in prossimità del convento cistercense di San Gottardo e attaccarono con la violenza di sempre. Non facevano prigionieri. Gli imperiali parvero essere quasi colti di sorpresa, ma ressero l’urto. Poco prima che i turchi si lanciassero in avanti, «il generale di cavalleria imperiale Johan von Sporck si inginocchiò davanti al suo reggimento schierato, pregando che Domineddio concedesse la vittoria ai suoi; ma se non l’avesse voluto, almeno non desse una mano ai nemici turchi, si compiacesse di “stare a guardare”». Per la tattica antiquata dell’esercito ottomano, attraversare formazione da un fiume combattimento in era comunque un problema di non facile soluzione e Montecuccoli ne trasse profitto. Riuscì infatti ad annullare l’inferiorità numerica, costringendo il nemico a combattere in spazi ristretti e facilmente difendibili. Con felice intuizione, aveva anche schierato contro gli spahi scatenati alcuni reparti di fanteria chiusi “a riccio”, che con una coordinata azione di moschetteria ne avevano frenato il vigore, mentre la cavalleria corazzata aveva poi caricato i giannizzeri appiedati, scompaginando le loro file. Alle dieci tuttavia la posizione cristiana si era fatta critica e, come riferì il rapporto ufficiale della giornata alla Dieta, «in quel momento la salvezza della nostra patria era appesa a un filo di seta». Le contromosse del Montecuccoli tuttavia ristabilirono l’equilibrio, ma a mezzogiorno, la battaglia risultava ancora incerta: i turchi non riuscivano a sfondare per uscire dalla testa di sbarco, ma gli imperiali non riuscivano ad annientarli. Fu a questo punto che sopraggiunsero i cavalieri francesi, addobbati come si recassero a una giostra equestre. Vedendoli apparire, il gran visir Köprülü si chiese stupito se i cristiani avessero mandato in battaglia anche uno squadrone di ragazze. Ma quando selvaggiamente i francesi gridando caricarono «Tue! Tue!» (Uccidi! Uccidi!), ebbe modo di ricredersi. La carica francese si estese a tutta la fronte cristiana, che avanzò con impeto selvaggio, facendo vacillare gli stessi giannizzeri. A quel punto i turchi cedettero e fuggirono disordinatamente, lasciando sul terreno migliaia di morti (si parla di quindicimila caduti). Montecuccoli il Temporeggiatore aveva vinto, malgrado l’enorme disparità delle forze. Dopo quella clamorosa vittoria, cui i francesi avevano dato un importante contributo, Leopoldo I inviò a Luigi XIV, come segno di ringraziamento, uno scrigno colmo di api d’oro, trovato nella tomba del re merovingio Childerico I, nella città di Tournai. Quelle api sarebbero poi state scelte come emblema imperiale da Napoleone, in sostituzione dei gigli d’oro dei Borboni. Dopo quella sconfitta, il gran visir si dichiarò pronto a trattare senza indugio la pace e accettò una prima tregua, sottoscritta a Vasvár (o Eisenburg), cui seguì, a settembre, un definitivo trattato. Köprülü ritirò le sue truppe, Mehmed IV rinunciò al “grazioso dono” di duecentomila talleri, ossia al gravoso tributo che Leopoldo I gli doveva annualmente versare per tenerlo buono, ma la Transilvania, oggetto della contesa, rimase in una posizione politica fluttuante fra Vienna e Costantinopoli, mentre il sultano otteneva la ratifica di un’ampia sovranità musulmana sull’Ungheria. La vittoria del San Gottardo fu festeggiata dalla cristianità con una pompa pari a quella di Lepanto, con suoni di campane a stormo e riti celebrativi ma, come accadde dopo Lepanto, l’euforia fu ben presto oscurata dal riaccendersi dei soliti conflitti intestini europei. La fragile alleanza che aveva consentito quella vittoria si dissolse nel giro di pochi mesi e il re Sole, che aveva cristianamente soccorso l’impero asburgico, richiamò in fretta le sue truppe, le quali sarebbero presto state impiegate contro gli ex alleati austriaci. Montecuccoli, nominato presidente del Consiglio aulico di guerra, rientrò a Vienna per dedicarsi alla preparazione della prossima campagna contro i francesi, che lo attendevano sulle rive del Reno. Tornato sconfitto a Costantinopoli, Ahmed Köprülü decise di restaurare il suo prestigio un po’ ammaccato, assumendo personalmente il comando supremo delle operazioni contro i veneziani. Candia infatti resisteva ancora e, se fosse riuscito finalmente a espugnarla, la sua fama sarebbe tornata a brillare. Köprülü raggiunse l’isola nell’autunno del 1667, con nuovi contingenti di truppe e nuove macchine d’assedio, ma gli andò subito male. Pochi giorni dopo il suo arrivo, proprio sotto i suoi occhi, le galee veneziane comandate da Giovanni Battista Grimani e da Alessandro Molin, intercettarono e distrussero una flotta ausiliaria egiziana davanti al porto della Canea. Creta era ormai interamente nelle mani dei turchi e solo Candia, la capitale, resisteva eroicamente e gli assediati avevano riacquisito nuovo vigore dopo che Francesco Morosini, destinato a passare alla storia come uno dei migliori ammiragli della Serenissima, aveva assunto il comando della difesa. Tuttavia, nonostante alcune clamorose vittorie navali conseguite dalle galee veneziane, la cui superiorità su quelle turche era divenuta proverbiale, la situazione della città assediata si era fatta sempre più pericolante. Le fortificazioni erano in pezzi e la potente artiglieria turca non concedeva requie. D’altronde i turchi si erano così saldamente stabiliti nell’isola, che ora erano persino in grado di fondervi nuovi cannoni. L’accorto Köprülü aveva anche escogitato un curioso sistema per rifornirsi di munizioni a spese del nemico. Aveva ordinato ai suoi armieri di fondere cannoni dello stesso calibro di quelli veneziani, per riutilizzare le palle sparate dagli spalti. Ne saranno raccolte più di trentamila. La guerra sotterranea Oltre i furiosi combattimenti in superficie, una guerra oscura si combatteva pure nel sottosuolo, trasformato in un formicaio di gallerie di mina e di contromina. Come racconta Alberto Leoni, anche sottoterra si lavorava, si combatteva e si moriva. I minatori dell’una e dell’altra parte si trucidavano nell’oscurità degli angusti cunicoli. Le mine e le contromine esplodevano all’improvviso, molte gallerie crollavano una sull’altra seminando la morte, altre si riempivano di fumo soffocante, che i veneziani diradavano col solito curioso sistema di bruciare fascine di ginestra intrise di acquavite. Per non essere individuati dagli ottocento posti d’ascolto che Morosini aveva fatto distribuire in superficie, i turchi adoperavano mazze di piombo o proteggevano con degli stracci gli arnesi da lavoro. Ma la sensibilità dei rudimentali sistemi escogitati dagli assediati (in particolare i tamburi cosparsi di piselli, e non più di fagioli, perché più sensibili, sperimentati a Vienna) dovevano funzionare abbastanza bene, visto che molte gallerie di contromina centrarono sovente il bersaglio. Mentre Venezia si stava dissanguando in quella guerra disperata, che si combatteva in superficie, sul mare e anche sottoterra, l’Europa parve cominciare a reagire. Rispondendo agli appelli del senato veneto e soprattutto del papa, i cui predicatori provvedevano a esaltare l’eroica epopea dei difensori di Creta, alcuni paesi avevano inviato truppe di soccorso, che le galee maltesi e pontificie provvedevano a trasportare. Il duca di Savoia aveva inviato due reggimenti al comando del marchese Villa e altri volontari erano giunti dall’Italia. Persino la Francia era nuovamente scesa in campo, grazie al cardinale Mazarino, che aveva sostituito Richelieu alla guida del governo. Il cardinale italiano, che simpatizzava per Venezia, aveva inviato negli anni passati denaro, rifornimenti e alcune navi e, dopo la sua morte, lo stesso Luigi XIV inviò un contingente di truppe scelte, sia pure mimetizzandole sotto la bandiera maltese. Parigi non voleva turbare i tradizionali rapporti di amicizia col sultano. D’altra parte, alla corte del re Sole molti giovani cavalieri parteggiavano entusiasti per la causa di Venezia. La ricca jeunesse dorée parigina era smaniosa di gloria e anelava a una prova più impegnativa di quella di distinguersi nei balli, nei tornei o nelle partite di caccia. Laggiù, a Candia, si offriva l’occasione di combattere per una causa incontaminata. La causa universale cristiana contro l’Islam, che era per di più circondata dall’alone dell’esotismo ellenico e dal richiamo delle crociate, che erano considerate imprese soprattutto francesi. Molti di questi giovani nobili si erano quindi arruolati volontariamente sotto le insegne dei cavalieri di Malta, «pour se sacrifier à l’honneur de la Religion et la Gloire de la France», come aveva annunciato il loro comandante Georges d’Aubusson de La Feuillade. Frattanto, il gran visir Köprülü, constatata l’inutilità dell’accanirsi contro le fortificazioni di Candia, aveva deciso di tentare, via mare, un colpo di mano, con l’impiego di duemila giannizzeri imbarcati sulle galee del corsaro greco Durak Pasha. Queste forze sarebbero dovute sbarcare di notte nella spiaggia di Santa Pelagia, già fortificata dagli ottomani, che la usavano come base logistica, contando sul fatto che fino ad allora neanche i veneziani si erano mai impegnati in battaglie navali notturne. Ma Morosini, venuto a conoscenza del progetto, non esitò ad affrontare quel rischio e si mosse contro il nemico navigando quasi alla cieca, nell’oscurità, e fingendo di cadere nell’imboscata preparata da Durak nelle acque di Fodella, al largo di San Pelagio. Quando i turchi si lanciarono sui veneziani il Morosini lanciò su di loro le sue riserve e questo innescò un feroce scontro generale. La battaglia, iniziata intorno alle dieci di sera, si protrasse fino alle quattro del mattino, in un balletto di razzi, granate e torce incendiarie. Nel cupo rosseggiare dello scontro, i giannizzeri continuavano a lanciare nugoli di frecce mentre le palle degli archibugi ne falciavano le schiere. Dopo sei ore di durissimi combattimenti, lo stesso Morosini abbordò la galea di Durak, conseguendo una splendida vittoria. Durak stesso morì nella lotta, cinque galee nemiche furono catturate e millecento galeotti cristiani riacquistarono la libertà. Era il 9 marzo 1668, ventitreesimo anno di quella guerra estenuante. L’eco di questa battaglia, anche per le straordinarie circostanze in cui fu combattuta (di marzo e di notte), accrebbe la fama ormai leggendaria delle galee veneziane. Irritato per la sconfitta, Köprülü riprese il martellamento delle fortificazioni, lanciando ogni giorno assalti su assalti, sempre respinti con gravi perdite umane da parte degli assalitori. Nell’agosto del 1668 la guarnigione di Candia era scesa a cinquemila uomini, gli ospedali erano pieni di feriti e non c’era più terra per seppellire i morti. Morosini fu costretto a chiamare sugli spalti anche gli equipaggi delle navi. Nell’inverno successivo, contro il parere del comandante veneziano e gli usi di guerra (che imponevano la tregua nei mesi invernali), i romantici cavalieri francesi, amanti del bel gesto e quindi poco disposti a rischiare una morte senza gloria rintanati nelle trincee, decisero di compiere una spericolata sortita. Già uno di loro, il cavaliere de Trennes, aveva dato prova della temerarietà che animava i francesi. Con lucida follia, era balzato da solo in una trincea turca, seminando strage a colpi di spada fra gli atterriti azapi, per poi ritornare indenne al proprio posto. Imbaldanzito da questo successo solitario, il conte de La Feuillade impose al recalcitrante Morosini di azzardare una sortita in forze alla testa di quattrocento cavalieri francesi e quaranta cavalieri maltesi. Armati di spade, di pistole e di tanto imprudente coraggio, gli ardimentosi cavalieri caricarono di sorpresa i turchi, costringendoli alla fuga. Conquistarono una serie di ridotte, devastarono gli accampamenti, ma, alla fine, un contrattacco in forze dei giannizzeri li costrinse a rinunciare alla folle impresa. Dei quattrocentoquaranta audaci ne rientrarono soltanto duecento, le teste degli altri, ornate di chiome bionde, furono infilzate sulle picche ed esposte davanti alla tenda del gran visir. Qualche tempo dopo questa dura batosta, il contingente francese tolse le tende e rientrò deluso in patria, ma gli echi del loro eroismo destarono grande impressione in Europa e invogliarono altri cavalieri ad andare a combattere su quello che veniva indicato come l’ultimo fronte della cristianità. L’eroica difesa di Candia, come quella di Famagosta, aveva risvegliato di colpo quello spirito crociato che in certi salotti già da qualche tempo cominciava a essere deriso. Nel giugno del 1669 un’altra flotta francese salpò da Marsiglia diretta a Creta, con un forte contingente militare comandato da François de Vendôme, duca di Beaufort. Anche papa Clemente IX allestì una nuova spedizione, comandata dal principe Rospigliosi, cui si aggiunsero altre galee di Genova e di Malta. A bordo della galea di Rospigliosi si trovava anche il giovane padre Ottomano, incaricato della sconcertante missione cui abbiamo già accennato. I soccorsi giunsero a Candia a fine giugno del 1669 e poco dopo un’altra avventata sortita degli impazienti francesi per poco non si tramutò in disastro. Dopo averli decimati, i turchi sarebbero anche riusciti a entrare in città, se Morosini non fosse intervenuto con tutte le forze a sua disposizione per coprirne la ritirata. Caduto in quell’operazione lo stesso duca di Beaufort, il contingente francese, demoralizzato e ormai in aperto dissenso con la conduzione veneziana del conflitto, fece ritorno in patria. Stavolta era davvero finita e così, il 5 settembre, Morosini, pur privo della formale autorizzazione da parte del senato, firmò la resa della città, in cambio della garanzia di incolumità per tutti i cristiani che avessero voluto lasciare la piazzaforte. Le condizioni vennero rispettate e la Serenissima perse l’ultimo gioiello della sua leggendaria corona mercantile, mentre la Porta colse l’ennesimo successo nell’eterna partita con l’Occidente cristiano. Non era però finita e lo scontro finale era ormai alle porte. Parte quarta IL LUNGO TRAMONTO E L’ALBA DI UN NUOVO CALIFFATO L’assedio di Vienna Il 1683 è ancora ricordato a Vienna come l’“anno dei turchi”, ma fu anche l’anno in cui, oltre al destino della capitale imperiale, si giocò quello dell’intera Europa. Perché, anche se, come si usa dire, “con i se e con i ma la storia non si fa”, va comunque sottolineato che se a Vienna, quel 12 settembre 1683, un qualsiasi accidente avesse fermato la carica degli “ussari alati”, che si scatenarono contro i turchi come arcangeli vendicatori, il panorama geopolitico di oggi sarebbe probabilmente molto diverso. Dal primo assedio del 1529, quando i viennesi avevano issato sulla torre del duomo di Santo Stefano la “mezzaluna con la stella”, in ossequio al voto di innalzare questo simbolo islamico nel caso la chiesa fosse stata risparmiata dalle palle di cannone, Vienna era finita nel mirino degli ottomani anche nel 1532 e nel 1566, ma la sua conquista continuava a essere per i turchi l’irraggiungibile preda sognata. Nel 1665, per esempio, lo scrittore turco Evliya Çelebi, di gran fama nel mondo ottomano, in visita a Vienna, osservando la torre di Santo Stefano, aveva elevato questa preghiera: «Voglia Allah il magnifico concedere che questo campanile possa essere trasformato in minareto e che un giorno risuoni da esso il richiamo alla preghiera». Vienna, d’altronde, continuava a essere la mitica “mela d’oro”, il frutto proibito, ma tanto agognato, che i turchi ambivano raccogliere. rappresentava Nel la loro porta immaginario d’ingresso all’Europa cristiana e una tappa ulteriore della marcia secolare che, dalle profondità dell’Asia, doveva portarli vittoriosamente a Roma, dove il sultano avrebbe potuto finalmente cogliere quel frutto proibito. Come abbiamo visto, questo sogno ambizioso era stato già frustrato davanti a Vienna e per due volte sul mare, prima a Lepanto e poi a Creta, la cui “facile” conquista avrebbe dovuto preludere a un successivo sbarco nella penisola italiana. Quella serie di insuccessi non aveva comunque indotto gli ideologi dell’Islam a rinunciare al sogno di sottomettere tutti gli infedeli. Riscontrata l’impossibilità di avere la meglio sul mare, dove la superiorità navale dei cristiani e dei veneziani in particolare era insormontabile, gli strateghi della Porta avevano riconosciuto che solo attuando la strategia terrestre tanto cara al grande Solimano sarebbe stato possibile realizzare la grande impresa. I Balcani, d’altronde, erano già sotto il dominio turco e così gran parte dell’Ungheria: quelle vaste pianure avrebbero consentito allo sterminato esercito ottomano di sviluppare tutta la sua potenza. In quegli anni, l’impero asburgico non godeva più di buona salute. Per dare un’idea di quali fossero le sue condizioni nei primi decenni del Seicento, Goethe, nel Faust, mette in bocca all’avventore di una taverna, la Cantina di Auerbach (Auerbachs Keller), questa significativa battuta: «Ah, il caro, vecchio Sacro Romano Impero! Come fa a restare ancora insieme?». Neanche gli Asburgo spagnoli stavano meglio. La Spagna dominava l’immenso impero latinoamericano, che continuava a riversare rivoli d’oro nelle casse esauste dello stato, ma per la prima volta, dopo un secolo di imbattibilità, i suoi eserciti erano stati sconfitti dai francesi. Luigi XIV aveva esteso l’egemonia dei Borboni di Francia su gran parte dell’Europa e sotto il dominio spagnolo erano rimasti soltanto il Belgio e parte dell’Italia. Le fortune dell’impero austriaco sembravano – ma non lo erano – in rapido declino ed erano semmai gli Asburgo, la stirpe di Carlo V, che si andavano progressivamente indebolendo. L’endogamia, causata dai frequenti matrimoni fra consanguinei, imperversava su quella casata da più generazioni e ormai si rivelava apertamente persino nei loro volti, caricaturandone mandibola pendula, i lineamenti: lingua ingrossata, aspetto malaticcio e così via. L’imperatore Leopoldo I rivelava chiaramente queste caratteristiche. Era brutto, piccolo, magro, miope, denti guasti, naso troppo lungo, il mento prognato e la bocca resa mostruosa da un enorme labbro inferiore. Bigotto come tutti gli Asburgo, non brillava neppure per intelligenza. Si dedicava alla caccia e si dilettava anche di musica, componendo madrigali con la pretesa di eseguirli, dirigendo lui stesso l’orchestra di corte. A questo punto può essere interessante, nonché divertente, leggere la vivace ma anche spregiativa descrizione che ne fece Evliya Çelebi, diplomatico, viaggiatore e scrittore alla corte di Istanbul, al ritorno della sua visita a Vienna, nel 1670. Sia pure legata a evidenti intenti propagandistici essa appare infatti istruttiva: A guardarlo ci sarebbe quasi da dubitare che l’Onnipotente abbia voluto creare un uomo cosiffatto. È giovane, di media statura, senza barba, con i fianchi stretti, non proprio grasso e corpulento, ma neppure emaciato. Per volontà di Dio ha la testa a forma di bottiglia, appuntita in cima come il berretto di un derviscio danzante o una zucca. Ha la fronte piatta come una tavola e sopracciglia nere, folte, distanti, sotto le quali i suoi occhi di colore castano chiaro, tondi come cerchi e bordati di ciglia nere, brillano come i globi oculari di un chiù. Ha il viso lungo e appuntito come il muso di una volpe, gli orecchi grandi come le pantofole di un bambino e il naso rosso brilla come un acino d’uva acerba ed è grande come una melanzana della Morea. Dalle sue larghe narici, in ciascuna delle quali si potrebbero infilare tre dita alla volta, sporgono peli lunghi come i mustacchi di un bravaccio trentenne, che si aggrovigliano con i peli che gli spuntano sopra il labbro superiore e con i basettoni neri che gli crescono fino alle orecchie. Le sue labbra sono gonfie come quelle di un cammello e la bocca potrebbe contenere una pagnotta tutt’intera. Anche le sue orecchie sono grandi come quelle di un cammello. Quando parla, spruzza saliva dalla bocca e dalle labbra fino a bagnarsi tutto, come avesse vomitato. I paggi di straordinaria bellezza che gli stanno accanto provvedono ad asciugare la saliva con enormi fazzoletti rossi. Egli stesso si pettina continuamente la chioma e i boccoli. Le sue dita sembrano cetrioli di langa. Per volontà di Dio Onnipotente, tutti gli imperatori di questo casato sono altrettanto ripugnanti nell’aspetto. E in tutte le loro chiese e case, come pure sulle loro monete, l’imperatore viene raffigurato con questa brutta faccia: anzi, se un artista lo ritrae con il volto ben fatto, egli lo fa giustiziare ritenendo che questi l’abbia deturpato. Perché questi imperatori vanno fieri della propria bruttezza. Ormai separato di fatto dagli Asburgo di Spagna, a Leopoldo, oltre gli irrequieti principati tedeschi, restavano soprattutto l’Austria e la Boemia, ma per consolidare tali possedimenti e dare loro una efficace struttura statale avrebbe avuto bisogno di qualche decennio di pace. Per questo si preoccupava di mantenere buoni rapporti con i turchi, colmando il sultano di doni e pagandogli umilianti tributi. aveva d’altronde buone Leopoldo ragioni per tenerselo amico. Per la sua posizione geografica, l’Austria era diventata il vero bastione cristiano dell’Occidente, ma di un Occidente che non sempre si ricordava di essere cristiano e preferiva lasciare al “bastione” austriaco il compito di sbrigarsela da solo contro la minaccia turca. L’ombra del Gran Turco si allungava in quegli anni su tutta l’Europa. L’impero ottomano aveva raggiunto un’estensione paragonabile soltanto a quella raggiunta dall’antico impero romano. Nessuna singola potenza europea era in grado di misurarsi con la Porta, cosicché le cancellerie, che li temevano, blandivano i turchi e nello stesso tempo intrigavano con loro pensando al proprio tornaconto. Gli emissari viennesi a Costantinopoli, per esempio, si adoperavano segretamente per indurre il sultano a dirottare le proprie ambizioni espansionistiche verso la Polonia, dove Giovanni Sobieski era stato incoronato re malgrado l’opposizione di Leopoldo, che avrebbe voluto collocare su quel trono il cognato Carlo di Lorena. Da parte loro, gli ambasciatori francesi di Luigi alimentavano invece le aspirazioni XIV espansionistiche della Porta in direzione dell’Austria, la rivale della Francia nella competizione per la conquista dell’egemonia sull’Europa. Nel frattempo, il gran visir Amhed Köprülü, dopo aver ottenuto nel 1676 la pace di Zurawna a scapito degli interessi polacchi, era deceduto e il sigillo imperiale, ormai gestito dalla sua potente famiglia, era stato ereditato da suo cognato Kara Mustafà, un uomo che i baili veneziani definivano astuto, ateo, crudele e avarissimo (lo stesso soprannome kara, il nero, può essere interpretato anche in senso dispregiativo), ma soprattutto ambizioso e desideroso di portare a termine la grande impresa in cui Solimano aveva fallito. Già da tempo Venezia, i cui servizi segreti funzionavano egregiamente, era venuta a conoscenza dei disegni del gran visir e non aveva mancato di richiamare l’attenzione di Vienna sulla nube minacciosa che si stava addensando sui confini ungheresi, ma Leopoldo non aveva dato ascolto a questi primi segnali d’allarme. Convinto che si trattasse dei soliti intrighi diplomatici di cui i veneziani erano maestri, continuava a perseverare nel suo progetto di spingere il sultano ancora contro la Polonia. Ipotesi che i turchi fingevano di prendere in seria considerazione. Rassicurato da questa prospettiva, l’imperatore aveva continuato a dedicarsi al suo sport preferito, la caccia. Curiosamente, anche Mehmed IV era posseduto dal demone della caccia (era soprannominato cacciatore”), che anche a avcı, quel “il tempo appassionava principi e regnanti. Per essere libero di praticarla, aveva concesso al gran visir un potere illimitato, che questi esercitava con tutto lo sfarzo possibile e con assoluto dispotismo. Secondo gli storici, a spingere Kara Mustafà a marciare di nuovo contro Vienna avrebbero contribuito diverse motivazioni. In primo luogo, il desiderio di trionfare dove Solimano aveva fallito, cui va aggiunta però la proverbiale avidità di questo gran visir, smanioso di continuare ad accrescere la sua già favolosa opulenza. Secondo gli storici turchi, la cupidigia di Kara Mustafà sarebbe stata alimentata dalla lettura di un libro di viaggi di Evliya Çelebi in cui questi aveva magnificato la capitale imperiale. La descrizione esagerata delle ricchezze di Vienna, paragone che dei apparivano dissanguati fiabesche a principati balcanici, avrebbe ingolosito fuor di misura l’ambizioso gran visir, tanto da fargli affrettare i tempi dell’azione. Nell’immaginario ottomano l’oro e il rosso si identificavano e coincidevano nella stessa simbologia di vita, gloria, potere e opulenza e così se dapprima la mela rossa (Kizil Alma) aveva identificato Costantinopoli e il globo dorato posto nelle mani della colossale statua dell’imperatore Giustiniano, di fronte a Santa Sofia, dopo la conquista dell’ultima erede dei Cesari, il principio stesso della Kizil Alma si era spostato a Roma. Nel Seicento però la definizione di “mela d’oro” aveva finito con l’essere applicata soprattutto a Vienna e alle favolose ricchezze in essa conservate e magnificate anche da Çelebi. A queste motivazioni se ne deve aggiungere anche un’altra di natura politica, ossia gli incoraggiamenti che provenivano da Parigi. Luigi XIV, il giovane e superbo re Sole, non solo mirava a indebolire l’Austria a vantaggio della Francia, ma coltivava pure un ambizioso progetto dinastico. Casa Borbone e Casa Asburgo erano le due dinastie più importanti d’Europa e, benché imparentate coi soliti matrimoni convenzionali, erano in aperta rivalità. I Borbone invidiavano il rango degli Asburgo, che era di un gradino superiore. Leopoldo era un’altezza imperiale, mentre Luigi soltanto un’altezza reale. Oggi queste differenze possono far sorridere, ma nell’Europa barocca il rango e i titoli avevano grande importanza. Di conseguenza, se Leopoldo fosse stato sconfitto dai turchi e sbalzato dal trono, Luigi, che già da tempo lusingava i principi elettori tedeschi, avrebbe potuto cingere la corona di imperatore del Sacro Romano Impero. A offrire a Mustafà il casus belli per muovere guerra all’impero asburgico fu una provvidenziale sollevazione dei protestanti ungheresi contro l’assolutismo dell’imperatore cattolico. Questi rivoltosi, prevalentemente servi, contadini piccoli aristocratici protestanti e ungheresi, insoddisfatti dalla svolta autoritaria e controriformista imposta da Leopoldo nei territori balcanici, si chiamavano kurucok (“crociati”, nome in questo caso attribuito col significato di “ribelli”) e avevano dato vita a una indomabile guerriglia, dalla quale era emersa la figura di Imre Tököly, un valoroso guerriero, ma anche un astuto diplomatico. Questi, al momento opportuno, non aveva esitato a chiedere l’aiuto della Porta, dopo avere rifiutato la mediazione offerta dal delegato papale di Clemente X, Francesco Buonvisi, già messosi in luce come diplomatico nella vertenza polacca per l’elezione al trono di Giovanni Sobieski, e interessato a mantenere la vertenza in “casa cristiana”. Il fatto che dei guerriglieri “crociati” fossero spinti dalle circostanze a mettersi sotto l’ala protettrice dell’Islam non deve sorprendere. La storia ci insegna infatti che spesso la religione è stata strumentalizzata per fini tutt’altro che spirituali. Mustafà non esitò dunque a cogliere la palla al balzo ma, rispettoso delle regole diplomatiche europee, alle quali anche la Porta si era adeguata, il 31 marzo 1683 inviò all’imperatore Leopoldo I, a nome di Mehmed IV, un’altisonante dichiarazione di guerra che merita di essere riprodotta integralmente: Noi, Mehmed, per grazia del Dio che domina i cieli, glorioso e onnipotente imperatore di Babilonia e Giudea, dell’Oriente e dell’Occidente, Sovrano di tutti i regni terreni e celesti, gran Re della sacra Arabia, per nascita Re di Gerusalemme, coronato di gloria, padrone e signore del sepolcro del Dio crocifisso dagli infedeli, diamo a Te, Cesare di Roma, la Nostra sacrosanta parola, e la diamo ai Tuoi seguaci, che siamo in procinto di portare la guerra nel tuo insignificante paese e che condurremo con Noi tredici Re con un milione e trecentomila guerrieri, di fanteria e di cavalleria. Con questo esercito di cui né Tu, né i Tuoi seguaci avete la più pallida idea, calpesteremo senza pietà e misericordia il tuo piccolo paese sotto gli zoccoli dei nostri cavalli e lo metteremo a ferro e fuoco. Mehmed naturalmente esagerava per intimidire l’avversario, perché l’esercito ottomano non era così numeroso e i “tredici re” erano probabilmente soltanto i bey dei principati vassalli, ma, secondo quanto raccontano i cronisti dell’epoca, la massa di uomini e di mezzi che si mise in marcia da Costantinopoli per muovere alla conquista della “mela d’oro” doveva essere semplicemente sbalorditiva. Ecco qualche probabile cifra. Secondo quanto riportato da alcune fonti, centomila soldati, sessantamila giannizzeri e altrettanti spahi lasciarono la capitale ottomana, seguiti da un corteo sterminato di carri e di carrozze. Per altri storici invece il numero complessivo degli uomini mobilitati dal sultano non centocinquantamila superava unità, compresi le i contingenti irregolari e i vassalli federati cristiani. Il sultano viaggiava con la valide Hasseki, su una carrozza guarnita d’oro, con le ruote d’argento. Quella di Kara Mustafà, che lo seguiva, non era meno lussuosa, mentre altre cento carrozze erano impiegate per trasportare l’harem del sultano, l’harem di Mustafà e i tesori che si portavano appresso. Altre centinaia di carrozze erano occupate dai cortigiani, mentre colonne sterminate di cammelli e di buoi seguivano l’esercito, trainando cannoni, armi, attrezzature e vettovaglie. Chiudeva infine il lungo corteo una massa confusa di cinquantamila artigiani, reclutati a Costantinopoli affinché, con tutti i loro mestieri, provvedessero alle necessità della spedizione. Il 3 maggio 1683 l’esercito ottomano raggiunse Belgrado dove il sultano consegnò a Mustafà il vessillo verde del Profeta e il sacro sigillo che simboleggiavano il suo illimitato potere di comando. Successivamente, Mehmed venne raggiunto dal ribelle Imre Tököly, già nominato principe dell’Ungheria superiore, con i suoi “crociati”, i quali, da quel momento, marceranno sotto la bandiera della mezzaluna contro gli eserciti della Croce. L’indomani, dopo una solenne cerimonia celebrata nella moschea di Belgrado dal gran muftì, che ricordò ai “veri credenti” il dovere imposto dal Corano di sottomettere tutti gli infedeli, l’esercito si mise in cammino verso Vienna al comando di Kara Mustafà. Il sultano rientrò invece a Costantinopoli. Nelle capitali cristiane la grande minaccia che si addensava su Vienna non era naturalmente passata inosservata. Anzi, per dire il vero, Kara Mustafà non aveva di proposito censurato la corrispondenza degli ambasciatori occidentali affinché propagassero in Europa la notizia che l’immenso esercito del sultano stava avanzando in maniera irresistibile. Ad allarmarsi per questa prospettiva era stata, forse più di Vienna, Roma, la capitale della cristianità. Papa Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi), succeduto a Clemente X, era un pontefice colto, ascetico, di grande rigore morale e strenuo difensore dell’Europa cristiana contro la minaccia degli infedeli (gli storici moderni lo hanno definito «l’ultimo crociato e il primo europeista»). Senza perdere tempo, il pontefice mise subito in movimento la diplomazia vaticana, per sollecitare i sovrani cristiani a fare fronte comune contro la nuova mareggiata islamica che stava per abbattersi sull’Europa. Raccolse anche grandi somme di denaro, che affidò al nunzio apostolico a Vienna, il cardinale lucchese Francesco Buonvisi, affinché finanziasse l’imperatore, il re di Polonia e gli altri principi tedeschi per gli armamenti e i reclutamenti. Ma il principale merito di questo papa fu la scelta provvidenziale dell’uomo adatto per rilanciare la Lega Santa, da tempo dimenticata. Il risveglio crociato Quest’uomo era il frate cappuccino Marco d’Aviano. Nato in Friuli nel 1631, egli aveva dedicato tutta la sua vita alla predicazione contro gli infedeli. A sedici anni era fuggito dal seminario per andare a combattere a Creta contro i turchi. Rientrato in patria e ordinato sacerdote, si era segnalato come un predicatore irresistibile, cui venivano persino attribuite doti taumaturgiche. I suoi sermoni, richiesti avidamente in tutta Europa, erano infatti contrassegnati da sconcertanti prodigi, che impressionavano gli ascoltatori: guarigioni miracolose, ciechi che riacquistavano la vista, paralitici che si mettevano a correre e altri fenomeni individuali e collettivi, caratteristici dell’esaltazione religiosa. Lo stesso Leopoldo, affascinato dal carisma esercitato dal frate, lo aveva scelto come confessore e come ascoltato consigliere. La missione che Innocenzo XI affidò a padre Marco era certamente più difficile di quelle affidate a Pietro l’Eremita e a Folco di Neuilly, secoli prima promotori delle prime crociate. Ora gli animi erano meno ingenui, mentre la tradizione crociata e gli ideali cavallereschi apparivano superati agli occhi dei contemporanei. Lo stesso Miguel de Cervantes, che pure si era eroicamente battuto a Lepanto, perdendovi l’uso della mano sinistra, col suo Don Chisciotte della Mancia aveva contribuito a gettare una luce di amaro scetticismo su questi stessi ideali ormai obsoleti. Tuttavia si trattava di valori che non avevano ancora perduto del tutto la loro forza e padre Marco riuscì a risvegliarli negli animi di tutti i cristiani. In quegli ultimi anni, benché la minaccia ottomana non fosse mai del tutto scomparsa, Vienna non si era preoccupata di radicarsi meglio nelle marche orientali, con piazzeforti e un sistema difensivo organizzato. Di conseguenza, risultava piuttosto “scoperta” a oriente. Non esistevano più, come un tempo, gli “antemurali della cristianità” albanesi e croati, ma solo qualche fortezza e qualche bastione nei punti strategici. L’unica provvidenziale precauzione difensiva, presa dopo l’assedio di Solimano del 1529 e dopo la puntata offensiva ottomana conclusasi con la disfatta di San Gottardo sulla Raab del 1664, ristrutturazione delle era stata la fortificazioni cittadine, secondo i metodi innovativi dell’architettura castrense italiana e in particolare della famosa trace italienne. Le mura erano state rinforzate con “baluardi”, “bastioni”, “rivellini” e “cortine” irti di cannoni, nonché con un elaborato sistema di trincee e di fossati. Questo impianto difensivo doveva evidentemente rassicurare a sufficienza l’imperatore, se si considera che quando le avanguardie tartare già devastavano i villaggi ungheresi per fare dovunque “terra bruciata”, lui continuava a dedicarsi alla caccia al cervo e a consumare i suoi pranzi allietati da bella musica conviviale. Solo alla fine di giugno, quando ormai masse disperate di profughi ungheresi si riversavano nella capitale, anche i viennesi finirono per farsi cogliere dal panico. In realtà solo il giorno 27 Kara Mustafà tenne un consiglio di guerra a Székesfehérvàr, ai limiti dei territori asburgici veri e propri, e rivelò che il piano di guerra dell’armata era il massimo e cioè puntare a Vienna e non a semplici “aggiustamenti” di confine. Anche i capi militari ottomani dell’impresa, Ibrahim Pasha, bey di Buda, e Mehmed Ali Giray, khan dei Tartari, risultarono colti di sorpresa e piuttosto contrariati, temendo che la preparazione militare dell’immensa armata non fosse adeguata a un simile obiettivo. Kara Mustafà rivendicò però l’utilità della sua scelta, adducendo l’importanza della sorpresa totale come elemento essenziale per cogliere la vittoria finale. La grande paura, alimentata anche dagli atroci racconti dei fuggiaschi, scoppiò allora all’improvviso nel campo cristiano e, come testimonia Johan Peter, consigliere aulico militare di Leopoldo: «Tutto ciò che era possibile trovare in fatto di mezzi di trasporto e di gente che desse una mano pagando il decuplo – battelli, carri, carrozze, cavalli, ronzini che mal si reggevano, servi, camerieri, gentaglia che in altro caso nessuno avrebbe voluto –, tutto quanto veniva utilizzato per rendere possibile la fuga». Probabilmente fuggirono in quell’occasione almeno 30 000 viennesi, che si assommavano ai 10-20 000 che avevano già abbandonato la città nelle settimane precedenti. Questo significava che rimanevano sul posto dai 70 000 agli 80 000 abitanti. Il 7 luglio scappò a gambe levate anche l’imperatore, il quale, come riferiscono i cronisti inorriditi, durante il viaggio dovette dormire sulla paglia con il mantello come coperta. La sua ignominiosa fuga scandalizzò naturalmente i viennesi che non erano in grado di imitarlo e non mancarono di manifestare il loro sdegno. Racconta ancora Johan Peter: Le Loro Maestà fuggirono a tutta velocità con una piccola scorta e il loro viaggio fu tutt’altro che piacevole. Lungo la strada furono insultate a gran voce dalla plebaglia che non conosceva più ritegno e dalla cosiddetta gente semplice dei campi. Un oltraggio che, tuttavia, le Loro Maestà hanno sopportato con la massima pazienza senza prendersi vendetta di nessuno. Il 14 luglio 1683, il più grande esercito turco mai arrivato nel cuore dell’Europa si dispiegò attorno alle mura di Vienna. Nel giro di tre giorni, i sopraggiunti circondarono la città e montarono una immensa tendopoli (quindicimila tende secondo i cronisti dell’epoca), con al centro quella del gran visir, addobbata come una reggia. Per affrettare la corsa verso l’ambito obiettivo e con l’intento di non concedere al nemico il tempo di preparare le difese, Kara Mustafà aveva però pagato un prezzo che gli sarebbe stato fatale. Si era alleggerito dell’artiglieria pesante, il cui trasporto (non solo degli enormi obici, ma anche delle relative munizioni, con migliaia di pesanti palle di ferro e altrettanti barili di polvere) avrebbe notevolmente ritardato la marcia. Questa decisione sconcertante fu probabilmente suggerita al gran visir, oltre che dall’ingordigia, dalla maniacale esigenza del segreto, da mantenersi a tutti i costi, e dalla sua illimitata presunzione, che lo spinse ad agire con eccessiva sicurezza. Come sappiamo, Kara Mustafà anelava a impossessarsi dei tesori di cui Vienna era ricca e, conoscendo le regole d’assedio europee, non intendeva prenderla d’assalto. Era evidentemente convinto che la città, terrorizzata dall’immenso esercito che la circondava, avrebbe volontariamente “battuto la resa”, evitando in tal modo il saccheggio. Questa auspicata soluzione avrebbe infatti permesso al gran visir di impossessarsi delle sue ricchezze, senza spartirle con i suoi soldati. A rendere credibile questa supposizione contribuisce la testimonianza dello storico turco Silahdar Findiklili, che seguiva l’armata, il quale scrive: Era un generale ben strano quello che faceva tanto sfoggio e tanta pompa. Sebbene gli arsenali abbondassero di armi, munizioni, strumenti bellici e di tante ricchezze che egli sperperava a piene mani, il gran visir non si era portato dietro con l’esercito neanche un cannone pesante, neanche un mortaio! Soprattutto davanti a una fortezza come Vienna avrebbe dovuto mettere a disposizione del nostro magnifico esercito non meno di quaranta o cinquanta cannoni balyemz, tante colubrine e tanti mortai. Invece l’esercito aveva solamente diciannove colubrine, cinque mortai e centoventi cannoni. Ma lui pensava capitolasse. che Vienna Terminato l’accerchiamento della capitale imperiale, Mustafà, sempre convinto di avere la vittoria in pugno, inviò ai maggiorenti della città assediata questo ultimatum redatto in turco e in latino: «Se vi arrenderete a me, tutti voi, dai più grandi ai più piccoli, sarete liberi di allontanarvi coi vostri beni e quelli che preferiranno rimanere avranno garantita la salvaguardia della vita e dei loro averi. Ma se vi rifiuterete di cedere, noi vi sferreremo l’assalto e tutti, dal più piccolo al più grande, sarete passati a fil di spada». Il messaggio si concludeva con il classico motto islamico: «Pace a colui che si sottomette». Ma i viennesi non si sottomisero. Dopo la fuga dell’imperatore, aveva assunto il comando della città il generale conte Ernst Rüdiger von Starhemberg, affiancato dal borgomastro cittadino Johann Andreas Liebenberg, e dal vecchio generale conte Kaplirs (un cugino di Wallenstein), comandante della difesa civile. Sotto la loro energica direzione erano stati completati gli ultimi preparativi per la difesa. I bastioni erano guarniti di trecentodieci cannoni, di cui cento pesanti, appena giunti dalle rinomate fonderie di Barga in Lucchesia (probabilmente una commessa favorita dal nunzio apostolico Buonvisi, che era appunto lucchese). Anche il colonnello Giovanni Battista Freudiani, comandante di artiglieria, era del resto lucchese e molti altri lucchesi figuravano fra gli artiglieri. Sicché, quanto a cannoni, i viennesi erano superiori ai turchi, ma quanto a soldati la situazione era drammatica: i difensori della città non erano più di dodicimila, anche se si trattava di veterani esperti, in gran parte mercenari svizzeri, tedeschi, italiani e spagnoli, ai quali si erano aggiunti circa cinquemila volontari, raggruppati secondo le corporazioni e i mestieri. I più numerosi di essi erano gli studenti. Un altro errore fatale commesso dal gran visir fu poi quello di fortificare il proprio accampamento solo in direzione di Vienna. In Occidente era infatti una pratica normale erigere due linee trincerate: una rivolta contro la città assediata, l’altra in direzione opposta, per difendere le spalle dalle forze che potevano eventualmente giungere in soccorso degli assediati. Che i turchi non si dessero pena di prendere questa elementare precauzione può forse essere addebitato all’eccesso di sicurezza di Kara Mustafà. Resta tuttavia da osservare che sia nella strategia, come nella tecnologia, i turchi, oltre a essere dei mediocri innovatori, erano anche dei mediocri imitatori. I loro artigiani, per esempio, riuscivano a imitare ogni nuova arma occidentale trafugata o rinvenuta nel campo di battaglia, ma per farlo impiegavano troppo tempo, cosicché, al momento del suo impiego, la nuova arma era spesso già superata. Così accadeva anche per le costruzioni navali e per le operazioni d’assedio, che non padroneggiarono quasi mai se non con l’aiuto di esperti europei rinnegati. Fin dai primi giorni i turchi si dissanguarono, tentando assalti su assalti, che furono sempre respinti. Verso la metà di agosto, la situazione nella città cominciò però ad aggravarsi: i viveri scarseggiavano e i prezzi salivano a livelli di strozzinaggio. Il sistema logistico e di vettovagliamento era stato affidato nella città al vescovo di Wiener-Neustadt, Kollonics, un vecchio e capace veterano della guerra di Candia, ma sfamare (e per un tempo non stabilito) circa centomila persone, tra civili e difensori, era un’impresa titanica. I primi a fare le spese della situazione furono le “lepri dei tetti”, ossia i gatti, che scomparvero rapidamente dalla circolazione. Poi lo spettro della fame si fece sempre più minaccioso e l’atmosfera sempre più cupa. Tutte le campane della città erano state “legate”, soltanto quella della cattedrale di Santo Stefano suonava incessantemente a martello. I viennesi la chiamano da allora Angstern, angoscia. I soldati di professione continuavano tuttavia a combattere con impegno, anche perché era rimasto denaro più che sufficiente per il loro “soldo”, ma i volontari, tranne gli studenti, che partecipavano con entusiasmo alla grande avventura, cominciarono invece a svignarsela, mentre una strana epidemia di “dissenteria rossa” apriva vasti vuoti fra la popolazione. I turchi avevano intanto avviato la costruzione di un elaborato sistema di trincee per proteggere gli sterratori, che in prossimità delle mura avevano cominciato a scavare i cunicoli sotterranei per collocarvi le mine, da far poi esplodere sotto i bastioni. Per queste operazioni sotterranee furono di grande aiuto ai turchi gli ingegneri francesi mandati dal “cristianissimo” re Sole ai suoi alleati islamici. Ai primi di settembre non si prospettava ancora una via d’uscita, ma i difensori continuavano a resistere, confortati dalla certezza che l’Europa cristiana non li avrebbe abbandonati. I messaggeri, soprattutto ragazzi che attraversavano di notte le linee turche, portavano del resto notizie rassicuranti. Anche i turchi del resto erano in crisi, e Mustafà ebbe certamente modo di pentirsi di avere lasciato per strada l’artiglieria pesante, che ora sarebbe stata molto utile per piegare la resistenza dei viennesi. Scarseggiavano anche i viveri, perché i tartari avevano fatto terra bruciata attorno a Vienna e ora, col prolungarsi dell’assedio, diventava sempre più difficile procurare le vettovaglie per quella immensa armata. I soldati se ne lamentavano apertamente, provocando incidenti. Ruppero la disciplina persino i giannizzeri, che abbandonavano spesso le postazioni per andare a saccheggiare quello che restava dei poveri villaggi già devastati dai tartari. Rientrati dalle razzie, essi vendevano il bottino come nei mercati. Racconta infatti Silahdar Findiklili: I soldati ubriachi si abbandonavano a male azioni e a crimini vergognosi. Soltanto Allah l’onnipotente sa quale abbondanza di preda hanno fatto rubando pecore, cavalli, vasellame d’oro e d’argento, e tante ragazze dai fianchi snelli e dai capelli biondi con le sopracciglia a falce di luna e gli occhi a mandorla. Si potevano comprare da loro le schiave più belle per quaranta piastre, quelle passabili per quindici e una pecora con gli agnellini per sole tre piastre. Dopo quarantacinque giorni di logorante assedio, durante il quale assalti e sortite, mine e contromine, avevano aperto enormi vuoti tra le file degli assedianti e dei difensori, gli ottomani si trovavano ormai a ridosso delle difese interne di Vienna. La caduta del bastione della Hofburg, disperatamente difeso dai cristiani, fu in tal senso un grave colpo per gli assediati. All’esterno delle mura, nella campagna circostante, Carlo di Lorena, con un piccolo corpo di cavalleria, tentava di infastidire i turchi, colpendone le retrovie, ma, negli ultimi giorni di agosto, i giannizzeri misero a segno la conquista del rivellino della stessa Hofburg, divenuto quasi leggendario per tutto il sangue che vi si era sparso. A quel punto lo Starhemberg riuscì a far pervenire a Carlo di Lorena un messaggio disperato: È tempo che Vostra Altezza venga in nostro aiuto, perché perdiamo molti uomini e molti ufficiali, più per la dissenteria che per il fuoco nemico: sessanta persone al giorno soccombono infatti per questa malattia. Non abbiamo più granate, fino a ora il migliore strumento per la nostra difesa. I nostri cannoni sono stati smantellati dal nemico, in parte distrutti. Nel frattempo, visto che Vienna non si arrendeva, Kara Mustafà rinunciò definitivamente al suo ambizioso progetto di prenderla per fame o per stanchezza e ordinò un nuovo violentissimo assalto. Il 4 settembre, i turchi, dopo avere fatto saltare un tratto delle mura, irruppero in città attraverso la breccia, ma i difensori tennero duro e vanificarono il loro attacco. Il pericolo restava comunque incombente, e si innalzarono barricate nelle stesse strade cittadine. Molti difensori erano ormai morti in battaglia e molti altri erano feriti o ammalati. Gli uomini ancora atti al combattimento non superavano forse le quattromila unità. Anche le scorte di piombo e di polvere si stavano esaurendo e la “dissenteria rossa” continuava a infuriare. Il giorno 8 anche il bastione del Leobel venne fatto saltare dalle mine turche. Una sola speranza animava gli assediati: il sopraggiungere dell’armata cristiana, che si era messa in marcia. Leopoldo I non era rimasto infatti con le mani in mano e tanto meno Marco d’Aviano. Grazie al suo carisma e alle sue capacità diplomatiche, l’infaticabile cappuccino, cui Vienna dovrà la sua salvezza, era riuscito nella missione, considerata impossibile, di coalizzare le potenze cristiane malgrado i loro dissidi intestini. Le sue perorazioni (grazie anche al denaro distribuito a piene mani da Innocenzo XI) avevano indotto Franconia, Sassonia, Baviera, Svevia, Spagna, Portogallo, Firenze, Genova e Venezia a inviare aiuti e contingenti militari. Malgrado la riottosità di Luigi XIV, anche diversi francesi avevano raggiunto volontariamente l’armata imperiale. Ma il principale alleato conquistato alla causa dall’infaticabile frate cappuccino era stato il re di Polonia Giovanni Sobieski. Questo sovrano geniale, estroverso, coraggioso e portato a compiere gesti teatrali, aveva già fatto parlare di sé per certe sue curiose esibizioni. Una volta, per esempio, aveva mandato un’ambasceria a Costantinopoli, composta di cavalieri i cui cavalli avevano gli zoccoli protetti da ferri d’argento, fissati con due soli chiodi affinché, perdendoli per strada, suscitassero stupore fra gli astanti, che si affrettavano a raccoglierli. Uno di questi ferri era stato portato al gran visir, il quale aveva ironicamente commentato: «I polacchi hanno i ferri d’argento, ma la testa di legno». Sobieski aveva risposto all’appello del papa con sincero entusiasmo. Era un cattolico devotissimo alla Madonna, come tutti i polacchi, e attribuiva alla protezione della Vergine le vittorie ottenute sia contro i turchi, che contro i russi e gli imperiali, per conquistare il trono polacco a lui conteso da altri pretendenti. Nel suo stendardo era così raffigurata la Vergine nell’atto di calpestare la testa di un drago appoggiata su una mezzaluna. Anche il suo grido di guerra era una curiosa invocazione mariana. «Gesummaria!» urlavano infatti a squarciagola i suoi cavalieri quando si lanciavano all’assalto. Per la verità, il culto mariano era diffuso fra tutti i cavalieri cattolici fin dai tempi della battaglia di Lepanto, il cui esito positivo era stato appunto attribuito alla protezione dapprima di “Maria della Vittoria” e poi della “Madonna del Rosario”. Persino i terribili lanzichenecchi di fede cattolica andavano all’assalto gridando: «Maria hilf!». La figura della Vergine, d’altronde, proprio perché ridimensionata dai protestanti, era diventata per i cattolici un simbolo politico. Il nerbo principale dell’esercito polacco era costituito da un corpo eccezionale di cavalleria, creato dallo stesso Sobieski, la cui gloriosa tradizione si infrangerà soltanto nel 1939, contro i panzer tedeschi della Wehrmacht. Questi cavalieri erano chiamati “ussari alati”, perché portavano sul dorso della corazza delle grandi ali di legno leggero, ricoperte di bianche piume di cigno, le quali battevano in sincronia durante il galoppo. Quando gli ussari alati caricavano il nemico, battendo le ali e urlando come ossessi «Gesummaria!», assumevano così l’aspetto di una valanga di arcangeli vendicatori piovuti dal cielo. Naturalmente, Sobieski non simpatizzava per l’imperatore. Gli ostacoli frapposti da Leopoldo alla sua ascesa al trono avevano turbato i loro rapporti. Ma le prediche del suadente frate cappuccino erano riuscite a compiere il miracolo. «Per due volte», riferiva orgogliosamente padre Marco al pontefice, «composi e sedai il re di Polonia altissimamente disgustato nei confronti dell’imperatore.» Ora Sobieski era pronto a schierare i suoi ussari con l’armata cristiana che si preparava a muovere contro i turchi. Padre Marco poteva ben dirsi soddisfatto della propria opera. Malgrado i dissidi esistenti fra i vari regnanti cristiani, per non dire degli intrighi della diplomazia francese, interessata a farla fallire, l’indomabile cappuccino era riuscito a portare a termine la “missione impossibile” affidatagli dal papa. Centoundici anni dopo la battaglia di Lepanto, aveva ricreato la nuova Lega Santa, che ora si accingeva a fare la sua prima apparizione sui campi di battaglia. Alla fine di agosto, le truppe dell’esercito imperiale e dei contingenti alleati si radunarono finalmente a Tulln, sulla riva destra del Danubio, in attesa dell’arrivo della cavalleria polacca. Non era stato ancora nominato il comandante supremo, perché la sua scelta non era di facile soluzione. Per questioni di rango, che, come si è detto, all’epoca creavano spesso contrasti insanabili, l’incarico sarebbe spettato di diritto all’imperatore. Ma padre Marco, per non ferire la suscettibilità del polacco, che si sarebbe trovato in posizione subordinata a Leopoldo, e per non mettere a rischio i delicati equilibri dell’alleanza, lo aveva però garbatamente convinto a mettersi in disparte. La lettera che segue, scritta da Leopoldo al cappuccino, in risposta al suo invito a non creare imbarazzo, testimonia il capolavoro diplomatico compiuto dal frate: Vostra Paternità mi creda ch’io desidererei di andare alla testa del mio esercito contro il nemico comune della cristianità. Oh Padre! Se io in tal caso avessi accanto V.P. armato con quelle due armi invincibili di Cristo e Maria, certo che crederei di essere sicuro della vittoria […] Ma se il re [di Polonia] avesse qualche difficoltà di convenire con la mia persona e fosse tanto contrario alla mia venuta, io non voglio che la mia venuta sia danno a Vienna e al bene pubblico. Io farò quindi il viaggio lentamente per non essere d’impedimento alle operazioni. Leopoldo aveva allora confermato alla guida del suo esercito il duca Carlo di Lorena, un allievo del Montecuccoli (morto tre anni prima), anche lui devotissimo a padre Marco. Fra l’altro, il duca attribuiva alla santa intercessione di Marco la sua guarigione da una lunga malattia. L’incontro di Carlo di Lorena con Giovanni Sobieski era quindi atteso al campo di Tulln con una certa apprensione. Carlo e Sobieski, entrambi pretendenti alla corona di Polonia, in passato si erano aspramente combattuti e ora tutti pensavano che, per le solite questioni di rango, si sarebbero contesi il comando supremo dell’armata. Invece non accadde nulla di tutto ciò. Appena si videro, i due uomini balzarono da cavallo, si abbracciarono corsero incontro fraternamente e si sotto lo sguardo paterno di Marco, che assisteva soddisfatto a quell’abbraccio “miracoloso”, che lui stesso aveva evidentemente preparato. Carlo cedette senza esitazioni il comando supremo dell’armata al re polacco, riconoscendo di buon grado il suo rango superiore, e si comportò da quel momento come il suo leale luogotenente. «Ora», scriveva soddisfatto Marco a Leopoldo, «lodato Iddio, Vostra Maestà Cesarea si consoli, che passa buonissima corrispondenza fra i due Principi e fra i capi. Tutti stanno uniti e si cammina con buonissimo ordine.» L’8 settembre, festa della natività della Vergine, un reparto di dragoni austriaci, nel quale militava anche il giovane Eugenio di Savoia, si portò sulle alture del Kahlenberg, alla sommità del Wienerwald, che sovrastava Vienna e, da lì, esplose alcuni razzi, che vennero visti dai difensori della città posti sulla torre campanaria di Santo Stefano. I soccorsi erano arrivati. Solo nei giorni successivi però il grosso dell’armata cristiana completò il suo posizionamento sulle alture e così, nella notte tra l’11 e il 12 settembre, padre Marco celebrò la messa al campo sullo stesso Kahlenberg, avendo ai fianchi, come umili chierichetti, niente di meno che Giovanni Sobieski e Carlo di Lorena. Una scena di fratellanza cristiana che commosse gli astanti. Terminato il rito, il cappuccino tenne uno dei suoi più infiammati sermoni in quel misto di italiano, latino e tedesco, caratteristico delle sue prediche, che certamente tutti capirono, perché dal campo si levarono alte grida di giubilo e di invocazioni al Signore. Anche a Vienna si invocava l’aiuto del Signore. Il giorno prima, un giovanotto polacco di nome Georg Michaelowitz, che svolgeva un’intensa attività di spionaggio, aveva attraversato le linee turche per portare a Carlo di Lorena questo disperato messaggio del generale Starhemberg: «Non perdete tempo, clementissimo Signore, non perdete tempo! Vienna laborat in extremis [Vienna agonizza]». Il giovane messaggero era stato subito rimandato indietro con l’annuncio del prossimo attacco, affinché i difensori si preparassero. Per questa sua ardita impresa, Georg Michaelowitz riceverà, come vedremo in seguito, un premio curioso e inaspettato. All’alba del 12 settembre, dopo avere lanciato il segnale convenuto (cinque colpi di cannone, cui dagli spalti di Vienna si rispose con un lancio di razzi), l’armata cristiana scese dalle colline che circondano la conca della città a forma di emiciclo. Il Sobieski, alla testa dei suoi ussari, osservando i razzi che si innalzavano dai bastioni della città, esclamò quasi commosso: «Le commandant de Vienne nous voit», il comandante di Vienna ci vede. L’armata cristiana contava circa 70-75 000 uomini, fra i quali 20-25 000 polacchi, 21 000 imperiali, 18 000 tra bavaresi e sassoni e i vari contingenti provenienti dai paesi alleati. In essa erano rappresentate molte case regnanti. Si contavano infatti trentatré principi, fra i quali c’era anche un oscuro giovinetto italiano di diciannove anni, fuggito dalla Francia per prendere il posto del fratello caduto poche settimane prima combattendo contro i turchi. Si chiamava Eugenio di Savoia (di cui abbiamo già fatto cenno). Non aveva incarichi di comando ed era stato arruolato come semplice prince volontaire. Dotato soltanto di un cavallo e di una spada, attendeva di ricevere il battesimo del fuoco nella più grande battaglia del secolo. Lo rincontreremo più avanti. Il movimento dell’armata cristiana mise in allarme l’accampamento turco e tutti corsero alle armi. Kara Mustafà, dopo un rapido consulto con i suoi comandanti, raggiunse a cavallo la sua armata che si stava schierando in ordine di battaglia. Il gran visir prese posizione al centro dello schieramento, davanti agli spahi e ai giannizzeri. Al suo fianco cavalcava lo S¸eyh (il Predicatore) Vani Mehmed Efendi, che sventolava il vessillo verde del Profeta. Questo religioso era, per così dire, il contraltare di padre Marco. Anche lui, come il cappuccino, era unanimemente venerato e le sue prediche del venerdì richiamavano masse di fedeli. Durante l’assedio si era spinto nelle trincee per sostenere, con i suoi infiammati discorsi, il morale delle truppe. Accanto a Vani Mehmed, cavalcava anche un frate cappuccino francese rinnegato, di nome Islam Ahmed Bey, che aveva collaborato come ingegnere alla costruzione delle trincee, dopo aver effettuato in incognito alcune missioni all’interno della città assediata, prima che iniziassero le operazioni militari, per spiarne planimetrie e opere fortificate. Nelle prime ore del mattino del 12 settembre ebbe così inizio la battaglia. Il primo scontro si verificò fra l’ala sinistra cristiana e i giannizzeri, che dopo accaniti combattimenti furono costretti a retrocedere. Poi la battaglia si accese su tutto l’immenso fronte, mentre, dagli spalti della città, i viennesi assistevano con comprensibile all’impressionante partecipazione spettacolo che si svolgeva sotto i loro occhi. Dal loro osservatorio situato sulla collina, Carlo di Lorena e Sobieski seguivano ansiosi lo svolgersi delle operazioni, emanando ordini e contrordini “scritti sul tamburo”, come allora si diceva, che veloci staffette provvedevano a recapitare ai vari comandanti. Dopo alcune ore di lotta, la situazione rimaneva ancora equilibrata: alla superiorità numerica, ma scoordinata, dei turchi, la fanteria cristiana opponeva la compattezza dei reparti, l’efficienza del coordinamento e, non ultima, la superiorità “tecnologica” delle armi. Gli archibugieri cristiani impiegavano per la prima volta la “baionetta ad anello”, cosicché ora potevano usare il fucile anche come arma bianca, mentre gli archibugieri turchi, sparato l’unico colpo a disposizione, dovevano gettarlo per scimitarra. Pochi attimi impugnare la che spesso decidevano il risultato dello scontro. Poco cristiane dopo mezzogiorno, raggiunsero i le forze margini dell’immenso accampamento turco che, come sappiamo, non si era protetto le spalle con una linea trincerata. A questo punto però sopravvenne un momento critico. Per respingere gli attaccanti, Kara Mustafà mandò alla carica tutti i suoi spahi, che si avventarono urlando contro lo schieramento cristiano. Questo contrattacco scompigliò le file cristiane e aprì un largo vuoto al centro, che minacciava di imporre alla battaglia una drammatica svolta. Ora infatti i cavalieri turchi avrebbero potuto capovolgere la situazione, se la loro azione fosse stata seguita da un attacco generale su tutta la linea. Ciò tuttavia Probabilmente, Mustafà non non accadde. aveva elaborato un preciso piano di battaglia e comunque non disponeva di un efficace servizio di coordinamento e di un’adeguata riserva. Le sue truppe combattevano infatti come se ogni unità agisse di propria iniziativa e non nel contesto di un piano preordinato. Per esempio, mentre infuriava la battaglia, circa diecimila giannizzeri continuarono a voltare le spalle al nemico, persistendo nel loro infruttuoso assalto alle mura della città. Ad aggravare la situazione dei turchi si aggiunse anche la defezione dei tartari, ai quali era stata affidata la difesa di un ponte sul Danubio. Costoro infatti, nelle ore precedenti alla battaglia, non mossero un dito per bloccare il passaggio alla cavalleria polacca, che ebbe così modo di raggiungere, senza incontrare ostacoli, le posizioni previste per l’attacco finale. Di questo strano comportamento dei tartari, che equivaleva a un tradimento, Silahdar Findiklili fornisce una curiosa spiegazione, utile però per comprendere la psicologia di quei guerrieri coraggiosi ma primitivi. Secondo lo storico turco, il khan dei tartari, Mehemed Giray, avrebbe affermato: Il gran visir non ha mai smesso di inviarmi lettere infamanti, scrivendo che noi ci saremmo nutriti di carne di cavallo puzzolente. Mi sarebbe stato facile fermare il nemico e so che il mio è stato un tradimento alla nostra fede, però in verità non potevo fare diversamente. Adesso i turchi vedranno quanto vale il loro generale e impareranno cosa significa dover combattere senza i tartari. In realtà, pare che il khan fosse indispettito non tanto perché il gran visir accusava i tartari di mangiare carne di cavallo putrefatta, bensì per i severi giudizi da lui espressi per le loro dannose razzie, totalmente inutili ai fini della guerra. Intanto, sul vastissimo campo di battaglia, migliaia di uomini continuavano a combattersi furiosamente, spostandosi in grandi masse. L’esito tuttavia restava sempre incerto. A risolvere la battaglia fu Sobieski, il quale, valutata la precarietà della situazione, non esitò a raccogliere la sua cavalleria, rimasta fino ad allora di riserva, per scatenarla nella carica decisiva. Alla testa dei suoi uomini, con in pugno l’insegna militare sarmatica (un’ala di falco sulla punta della lancia) e con al fianco il figlio sedicenne Jakub, il re polacco cavalcò contro il nemico seguito da migliaia di ussari alati che, al grido di «Gesummaria!», e con un vorticoso battito d’ali, irruppero come arcangeli nell’accampamento indemoniati turco, menando fendenti e seminando scompiglio e panico. Ad aumentare la confusione nelle file nemiche contribuì a questo punto un’improvvisa sortita dei difensori di Vienna, che presero di fianco l’armata turca, la quale, già incalzata dalla fanteria imperiale, piombò nel caos e volse alla fuga generale, abbandonando l’accampamento pressoché intatto. Prima della fuga, i turchi avevano tuttavia già deportato una massa enorme di prigionieri che, secondo le cronache dell’epoca, consisteva in 6000 uomini, 11 000 donne, 14 000 ragazze e 50 000 ragazzi. Forse le cifre sono esagerate, perché le cronache del tempo sono sempre imprecise, ma bastano comunque a dare un’idea delle dimensioni della moltitudine umana che fu coinvolta in quella drammatica vicenda. Per quanto riguarda i caduti in battaglia, le stime rispettano il solito rapporto squilibrato che caratterizza gli scontri fra europei e orientali. I turchi caduti furono circa diecimila, i cristiani soltanto duemila. «Mai una vittoria di tale importanza», scriverà il conte Franz Tafen, «costò così poco sangue.» A subire le perdite più pesanti furono gli ussari alati, che con la loro irruenza avevano deciso la sorte della battaglia, ma essi raccolsero anche il bottino più ricco. Sobieski si impossessò dei tesori, che si diceva fossero incommensurabili, trovati nella fastosa tenda di Kara Mustafà, e i suoi uomini si spartirono il resto con grande dispetto degli alleati che, giunti più tardi, dovettero accontentarsi di ciò che restava. Riferisce Silahdar Findiklili: Tutto quello che si trovava nell’accampamento imperiale, denaro e armamento e oggetti preziosi, fu abbandonato e cadde in mano alle legioni infernali. L’esercito dei maledetti infedeli (possa venire schiacciato) giunse in due colonne. L’una, avanzando lungo la riva del Danubio, penetrò nella fortezza e prese d’assalto le trincee. L’altra si impadronì dell’accampamento dell’esercito imperiale. I feriti che si trovavano nelle trincee vennero trucidati oppure presi prigionieri. Gli uomini rimasti nelle trincee, circa diecimila, non erano più in grado di combattere, essendo stati feriti da colpi d’artiglieria, moschetti, cannoni, mine, pietre e altro, non pochi essendo stati privati di un braccio o di una gamba. Gli assalitori li passarono immediatamente a fil di spada e, avendo trovato prigionieri alcune migliaia dei loro, li liberarono dalle catene che li avvincevano. Riuscirono a impadronirsi di una quantità indescrivibile di denaro e rifornimenti. Non si preoccuparono neppure, quindi, di inseguire i soldati dell’Islam e se l’avessero fatto sarebbero stati guai. Che Dio ci protegga. Un disastro di tali proporzioni non s’era mai visto dalla comparsa dello stato ottomano. Quella sera, «dalla tenda del gran visir», come inizia orgogliosamente la sua lettera, il re polacco descrisse alla moglie Maria Casimira le fasi della battaglia e la gioia manifestata da Marco d’Aviano, «che mi ha ringraziato un milione di volte e mi ha detto di avere visto, durante la battaglia, una colomba bianca volare sulle nostre armi». Sobieski però non dormì in quella tenda lussuosa, preferì passare la notte all’addiaccio, sotto il cielo stellato, insieme al figlio Jakub, che gli era stato al fianco durante l’intera battaglia. Il mattino dopo lo attendeva l’ingresso trionfale nella città liberata e il pranzo in suo onore offertogli dal generale Starhemberg, durante il quale egli affermò: «Se dovessi ancora comandare un esercito come quello di ieri, farei tremare il mondo intero». Secondo alcuni storici sarebbero state le dispute sorte attorno alla spartizione del bottino a trattenere gli imperiali dall’inseguire i turchi, che riuscirono così ad allontanarsi senza altri danni. Il predicatore Vani Mehmed Efendi riuscì anche a portare in salvo il sacro vessillo verde del Profeta, che mai cadde in mani infedeli, come invece vantarono i cristiani. In realtà, il mancato sfruttamento della vittoria, che consentì ai turchi di ritirarsi, non fu dovuto ai banali litigi sulla spartizione del bottino, bensì al rifiuto dei comandanti cristiani di proseguire nell’inseguimento prima del sopraggiungere dell’imperatore, già amareggiato non per avere potuto partecipare alla liberazione della città. Per questa ragione fu così perduta l’opportunità di annientare definitivamente l’armata ottomana. Leopoldo giunse a Vienna il mattino del 14 settembre. Era molto irritato anche perché il re polacco era entrato trionfalmente in città senza attendere il suo arrivo. Questo gesto era stato da lui interpretato come una grave offesa al suo rango imperiale. Carlo di Lorena e gli altri principi cristiani lo avevano infatti atteso fuori dalle mura. L’orgoglioso polacco poteva tuttavia ben concedersi questa licenza: era stato lui e non l’imperatore a liberare Vienna. Più tardi, quando Leopoldo lo raggiunse a cavallo, Sobieski gli andò incontro, anche lui a cavallo, e non scese di sella, violando ancora una volta l’etichetta. I due si affiancarono in silenzio poi, con altera freddezza, l’imperatore ringraziò il sovrano polacco per l’aiuto prestato e l’altro, senza scomporsi, ribatté allo scarno elogio con una risposta leggermente ironica: «Mi rallegro, Sire, di avervi potuto rendere questo piccolo servigio». «L’imperatore», commenterà in seguito Marco d’Aviano, «non invidiava a Sobieski soltanto il trionfo, ma anche l’amore e la gratitudine che gli mostravano i viennesi.» Del resto, i viennesi, che avevano visto il loro sovrano scappare in disordinata fuga, non potevano non essere grati al re polacco che aveva salvato la loro città. Sobieski anticipò Leopoldo anche nell’annunciare a Innocenzo XI la “segnalatissima vittoria” con una lettera autografa scritta in italiano, la cui prima frase, in latino, parafrasava, con maggior modestia, il celebre motto di Giulio Cesare: «Venimus, Vidimus et Deus Vicit». In seguito, con gesto piuttosto spiritoso, il polacco inviò una relazione della battaglia anche a Luigi XIV, al quale «come Re Cristianissimo spettava di diritto». Il re Sole non gli rispose. Kara Mustafà, il più spavaldo, ambizioso e spregiudicato gran visir della storia ottomana, nei giorni successivi alla disfatta commise altri errori. Invece di riorganizzare il suo esercito in rotta, badò solo a cercare capri espiatori per la sconfitta e fece giustiziare decine di generali. Quando giunse a Belgrado, trovò ad attenderlo i messi del sultano. Domandò loro di cosa fossero latori e, come racconta Silahdar Findiklili, un visir gli rispose: «Il nostro Gran Signore ti chiede di restituire lo stendardo del Profeta e il sacro sigillo». «Come il mio sultano comanda», rispose Mustafà che aveva capito l’antifona. Poi toltosi dal collo il sigillo, chiese ancora: «Devo dunque morire?». Gli fu fatto cenno di sì. E il gran visir: «Come piace ad Allah. Svolgete per favore il tappeto della preghiera». Silahdar prosegue dicendo che Mustafà, rassegnato fatalisticamente alla sua sorte, recitò la rituale preghiera, poi depose il turbante e la pelliccia e porse docilmente il collo per essere strangolato con la solita corda d’arco. Il dragomanno (interprete) veneziano Tommaso Tarsia, presente alla scena, precisa che «con molta rassegnazione pregò il carnefice che non lo facesse troppo penare e che eseguisse il suo ufficio. Dal medesimo gli fu posta la corda al collo, ma avendo fatto un laccio alquanto stretto che non passava per la testa di Mustafà, con le proprie mani questi lo prese e se lo passò al collo». A Vienna e in tutta la cristianità la grande vittoria contro i turchi fu salutata con entusiastiche manifestazioni di gioia, come era accaduto per Lepanto. Nel duomo di Santo Stefano fu intonato il Te Deum, cantato con fervente devozione da tutti i principi presenti. Si procedette anche a togliere dalla torre la mezzaluna che vi svettava dal 1529, per sostituirla con la croce cristiana e l’aquila imperiale con la scritta: «Abbasso la luna in terra! Si innalzi l’aquila!». Ora i turchi non facevano più paura. Innocenzo XI, tutto teso a raggiungere il suo grande obiettivo, proclamò la giornata del 12 settembre festa del Santissimo Nome di Maria, poi inviò la sua apostolica benedizione a padre Marco d’Aviano, cui Vienna e forse l’intera cristianità dovevano la salvezza. Il nostro eroico cappuccino non ricevette altre ricompense, né terrene né celesti. Soltanto in tempi più recenti e più significativi, la Chiesa si è ricordata di lui. Padre Marco è stato infatti proclamato beato soltanto nel 2003 dal papa polacco Giovanni Paolo II. A Vienna invece, padre Marco fu il personaggio più festeggiato. Dopo la liberazione della città, gli furono attribuiti miracoli e prodigi di ogni genere. Sorsero attorno alla sua ieratica figura anche tante fantasiose leggende e si narrarono molti aneddoti, non sempre veritieri. Il più curioso lo racconta, sorridendo, Vittorio Messori, il noto scrittore cattolico. Dopo la fuga dei turchi, nel loro campo abbandonato erano stati rinvenuti molti sacchi contenenti degli strani chicchi abbrustoliti, che i razziatori avevano trascurato, credendo si trattasse di volgare cibo per cammelli. Questi sacchi, a quanto si racconta, sarebbero stati poi regalati, come premio, al giovane Georg Michaelowitz, per i servizi prestati come messaggero del generale Starhemberg. Scoperto in seguito che si trattava di caffè e che i turchi lo utilizzavano per preparare una bevanda ristoratrice, il giovane Georg, che evidentemente aveva il bernoccolo degli affari, aprì a Vienna la prima “bottega del caffè”. È a questo punto che, sempre secondo il racconto divertente di Messori, entra in scena padre Marco. Un giorno, il nostro frate si recò nella bottega di Georg e volle assaggiare l’aromatica bevanda di cui tanto si parlava. Sorbitone un sorso, la trovò però troppo forte e chiese un po’ di latte per renderla più appetibile. Gli altri avventori si affrettarono a imitarlo e poiché il gradevole intruglio che ne era sortito aveva lo stesso colore del saio indossato da Marco che, come sappiamo, era un cappuccino… il resto possiamo immaginarlo. Ma non è tutto. Un fantasioso pasticciere viennese, per festeggiare la vittoria sui turchi, aveva inventato anche un dolce speciale a forma di mezzaluna, che noi ora chiamiamo cornetto, ma il cui nome originale era croissant, che significa luna crescente e anche mezzaluna. E poiché il cornetto si sposa felicemente col cappuccino… «forse sarebbe il caso», conclude sorridendo Vittorio Messori, «di proclamare padre Marco d’Aviano Patrono della prima colazione». Poco prima dell’ultima campagna militare ottomana di quel fatale 1683, a chi gli suggeriva di radicare meglio l’impero nei Balcani Leopoldo I aveva risposto: «Cosa c’è da guadagnare in quei paesi inospitali?». Dopo lo scampato pericolo però aveva certamente capito cosa ci fosse da perdere. «Io penso che adesso sarebbe il tempo di vedere disfatto il turco e dilatata la nostra santa Religione», esortava invece Padre Marco. «E ciò accadrebbe se Sua Santità, siccome ha potuto congiungere insieme le due potenze Austriaca e Polonica, procurasse di formare il nodo triplicato e di difficile rompitura, congiungendo con le due potenze anche la terza della Serenissima Repubblica Veneta e altre ancora.» Sua santità Innocenzo XI, a dire il vero, non aveva avuto bisogno di attendere le sollecitazioni del solerte cappuccino per realizzare questo disegno. Il cardinale Buonvisi, suo legato a Vienna, che aveva dato prova del proprio talento organizzativo per contrastare l’assedio dei turchi – distribuendo indulgenze plenarie, ma anche e soprattutto i finanziamenti che il Vaticano aveva raccolto con le decime e persino impegnando i beni ecclesiastici – non era rimasto con le mani in mano. La clamorosa sconfitta di Kara Mustafà forniva infatti l’occasione alla cristianità di sferrare un colpo mortale alla minaccia islamica, e Buonvisi non aveva trovato ostacoli per convincere i governi interessati ad approfittarne. Grazie alla spinta pontificia, l’operazione andò quindi felicemente in porto. A quell’epoca, d’altronde, quando la Chiesa di Roma si proponeva un obiettivo, aveva i mezzi spirituali e materiali per farsi ascoltare. I governi l’avevano infatti ascoltata e avevano aderito alla nuova alleanza “offensiva e difensiva” (societas offensivi et difensivi belli) sponsorizzata dal pontefice. Questo patto, che venne firmato il 5 marzo 1684 a Ratisbona, con la benedizione papale, fu salutato dall’intera cristianità come la resurrezione della gloriosa Lega Santa di Lepanto. L’evento fu memorabile. Torme di predicatori, infiammati dalla fede, tornarono dopo secoli a rilanciare dai pulpiti e nelle piazze la tradizionale invocazione «Dio lo vuole!», risvegliando negli animi l’antico spirito crociato, e suscitando grandi speranze e larghe attese. Poi, Innocenzo XI proclamò dalla basilica di San Pietro la “quattordicesima crociata”. L’ultima. Venezia, benché ancora tramortita dal salasso subito per la guerra di Creta, era stata la prima a rispondere all’appello del papa, ma in seguito si erano uniti all’“asse” Venezia-Vienna-Varsavia i principati tedeschi, la repubblica di Genova, il granducato di Toscana e il ducato di Savoia, mentre la Russia fornì un importante appoggio esterno. Non mancarono naturalmente di rispondere all’appello gli indomabili cavalieri di Malta, nonché il più “giovane” ordine militare dei cavalieri di Santo Stefano, che contro i turchi erano in guerra permanente. Soltanto Luigi XIV si era mostrato sordo. «Le crociate», aveva confidato a Simon Arnauld, marchese di Pomponne, che gli proponeva l’alleanza, «sono passate di moda dai giorni di Luigi il Santo.» Poi, pressato dalle insistenze del pontificio, si era limitato infine nunzio ad accettare, a malincuore, soltanto una tregua d’armi con la Spagna, che avrebbe dovuto durare vent’anni, ma che ne durerà soltanto quattro. Lo scetticismo manifestato da Luigi XIV non deve sorprendere. Nel Seicento, benché fede e politica fossero ancora fuse in un saldo intreccio, l’idea crociata, anche se sempre diffusa a livello popolare, aveva perduto gran parte del suo primitivo fascino fra i principi e i regnanti. Erano passati quattro secoli da quando san Luigi IX si era guadagnato gli onori degli altari, perdendo la vita nel vano tentativo di riconquistare la Terrasanta durante l’ottava crociata. Anche le “crociate” successive avevano avuto un esito fallimentare e con esse si erano così rapidamente spenti gli ideali e le tradizioni della cavalleria medievale che ora, a distanza di secoli, non soltanto a Luigi XIV apparivano ingenui e obsoleti. Salvo i cavalieri maltesi e i cavalieri toscani di Santo Stefano, per i quali la guerra santa era rimasta una missione irrinunciabile, gli altri contraenti della societas offensivi et difensivi belli, più che al trionfo della fede, miravano del resto soprattutto ai vantaggi economici e territoriali che avrebbero potuto trarre dall’impresa. Il prestigio del sultano non era mai sceso tanto in basso e i suoi domini apparivano agli occhi occidentali già rosi all’interno da insurrezionali. inquietanti Se movimenti l’immenso impero ottomano fosse crollato, tutti quanti ne avrebbero tratto profitto. Venezia, per esempio, ambiva a riconquistare il terreno perduto nel mare Egeo; l’Austria mirava, come abbiamo visto, a garantirsi la sicurezza nell’irrequieto bacino danubiano; la Russia di Pietro il Grande voleva affacciarsi sul Mar Nero e la Polonia sperava di allargare i propri confini nell’Ucraina controllata dai turchi. Anche i piccoli stati italiani coltivavano le loro segrete e sconcertanti ambizioni. Firenze era diventata in quegli anni una fucina di progetti arditi e fantasiosi. Cosimo II de’ Medici, nei primi decenni del XVII secolo, si era addirittura alleato con l’emiro druso Fakhr ad-Din, che, dopo essersi ribellato ai turchi, aveva esteso il suo dominio nel Libano. Questo coraggioso e leggendario personaggio era stato anche ospite di Firenze, dove aveva trovato riparo e aveva trascorso un festoso carnevale, mentre i suoi “esperti” studiavano con i colleghi fiorentini un incredibile progetto. Con il suo aiuto, Cosimo II si proponeva di farsi proclamare re di Gerusalemme (titolo vacante dalla caduta del regno d’Outremer) e anche di trasferire, niente di meno, il Santo Sepolcro a Firenze, nella cappella Medici, in San Lorenzo, allora in costruzione. Questo bizzarro progetto fallì, come fallì il tentativo di Cosimo di convertire al cristianesimo il suo ospite, perché l’emiro, rientrato in patria, dopo qualche tempo fu sconfitto dai turchi e la sua testa finì inastata al centro del serraglio. Anche il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, nutriva il sogno ambizioso di conquistare un rango reale alla sua modesta dinastia. Ciò non deve sorprendere perché, come già si è ricordato, nell’Europa barocca del Seicento il rango era puntigliosamente codificato, così come lo erano gli appellativi progressivi cui l’uomo di rango aveva diritto: “cavaliere”, “commendatore”, “eccellenza”, “eminenza”, “altezza”, “altezza reale” e infine “altezza imperiale”. Spesso non si esitava a ricorrere a ridicoli escamotage o addirittura a scendere in guerra, pur di essere promossi al grado superiore. Questa fiera delle vanità per conquistare titoli nobiliari sempre più prestigiosi non era purtroppo una caratteristica esclusiva dell’Europa barocca, ma sopravvisse più a lungo. Ancora nel secolo scorso il re d’Italia Vittorio Emanuele III non esitò infatti a mettersi in testa la corona di imperatore, dopo la facile conquista dello scalcinato impero etiopico del negus neghesti. Più modesto del nostro penultimo sovrano, il suo antenato Vittorio Amedeo stava stretto nell’appellativo di “altezza”, cui aveva diritto essendo duca di Savoia. La sua augusta consorte, per esempio, pretendeva di essere chiamata “altezza reale” per via della discendenza dei Savoia da Carlotta di Lusignano, l’ultima erede degli antichi sovrani del regno crociato di Gerusalemme, scomparso da diversi secoli. Questa sua pretesa era derisa nelle altre corti, ma se la crociata fosse andata a buon fine, con la riconquista di quei territori Vittorio Amedeo avrebbe probabilmente rivendicato il suo rango reale, del quale si appropriarono immediatamente i suoi successori. Vittorio Emanuele III, oltre che re d’Italia e d’Albania e imperatore d’Etiopia, era infatti anche re di Cipro e di Gerusalemme. Molti analoghi progetti fantasiosi circolavano in quegli anni nelle cancellerie europee. In Francia, forse per appagare la sete di gloria di Luigi XIV, von Leibniz aveva ideato un piano che prevedeva uno sbarco in Egitto, per portare l’ambizioso re Sole alla conquista dell’ex impero bizantino e, di conseguenza, a cingere l’ambita corona imperiale romana, che il suo rivale Leopoldo aveva ereditato per vie traverse e non legittime. Come negli altri casi, neanche il progetto francese era un innocuo giochetto di società per ingannare il tempo. Quel piano di invasione era stato studiato con la massima cura, tanto è vero che, nel 1798, fu riesumato da Napoleone per preparare la sua campagna d’Egitto. L’ultima crociata Anche se lo spirito crociato non era più puro come quello degli antichi cavalieri, l’Europa rispose all’appello del papa e ancora una volta fu Marco d’Aviano a coordinare la grande alleanza cristiana contro l’Islam. La popolarità di questo frate era enorme e così la sua autorevolezza. I regnanti lo ascoltavano come un oracolo. «Padre Marco», scriveva ammirato il re di Polonia alla moglie, «è veramente un uomo di Dio: non è né ignorante, né bigotto.» Mentre Leopoldo ascoltava i suoi consigli con rispetto filiale. Forte del suo ascendente, il cappuccino partecipò insieme ai generali cristiani alla pianificazione del progetto offensivo. Esso prevedeva un attacco multilaterale e simultaneo all’impero ottomano da parte delle quattro potenze confinanti. Gli alleati avrebbero dovuto sviluppare, nelle rispettive zone d’interesse, una serie di guerre parallele obiettivo: miranti Venezia nello al comune scacchiere marittimo del Mediterraneo orientale, l’Austria in quello balcanico, la Polonia in Ucraina e la Russia in Crimea. Tale schieramento avrebbe creato un immenso fronte, destinato a chiudere il Gran Turco in una morsa mortale. Cominciarono quindi i preparativi bellici e da Roma riprese il generoso flusso di sussidi per gli armamenti e i reclutamenti. La “grande guerra turca” che, iniziata nel 1684, vedrà la fine soltanto nel 1699, ebbe però l’Ungheria come principale teatro d’azione. Le operazioni militari sugli altri fronti, anche se registrarono clamorosi successi, furono nel complesso soltanto delle imprese secondarie. L’esercito imperiale era comandato da Carlo di Lorena, sotto le cui insegne combattevano anche volontari francesi, inglesi, italiani, spagnoli e svedesi. Invasa l’Ungheria, la borgata di Pest era stata rapidamente conquistata, ma l’avanzata si fermò davanti alla città fortificata di Buda, che si trovava sull’altra sponda del Danubio. Alla fine di ottobre, con l’inizio della stagione invernale e la conseguente cessazione delle operazioni militari, posto l’assedio a Buda, centro nevralgico del dominio turco nell’arco dei Carpazi, le truppe si accamparono nei villaggi ungheresi coperti di neve e gli ufficiali, i principi, i conti e i margravi si recarono tutti a Venezia per godersi il famoso carnevale. Fra i festaioli c’era anche il giovane principe Eugenio di Savoia che, per il suo coraggioso comportamento nella battaglia di Vienna, si era guadagnato, a vent’anni, gli speroni d’oro donatigli da Carlo di Lorena, il grado di colonnello e il comando del reggimento Dragoni Kufstein, dove aveva militato il fratello Luigi Giulio, caduto appena ventitreenne proprio nella campagna del 1683. Eugenio trasformò quel reparto in un reggimento modello, che avrebbe quindi assunto il nome di Dragoni Savoia e lo avrebbe conservato fino al tramonto dell’impero asburgico. Dopo un primo tentativo andato a vuoto, la sorte di Buda si decise nell’estate del 1686, a seguito di una serie di sanguinosi assalti, spada in pugno, col consueto contorno di mine e di contromine che facevano volare per aria casematte e bastioni. Il comandante turco, Ibrahim, detto Shaitan, il Diavolo, fanatico religioso e valoroso combattente, resistette eroicamente fra le rovine della fortezza, finché non fu infilzato dalla baionetta di un archibugiere. Dei diciassettemila uomini della sua guarnigione ne sopravvissero poco più di duecento. L’espugnazione della fortezza, che sbarrava l’ingresso al bacino danubiano, fu la prima importante vittoria di questa guerra. Un messaggero cavalcò per diciotto ore filate per portare all’imperatore l’annuncio della vittoria. Marco d’Aviano, che aveva partecipato alla battaglia brandendo il crocifisso come un’arma, celebrò il rito di ringraziamento fra le rovine ancora fumanti. Spinto dalla fede, ma anche dal devoto Leopoldo I, che aveva affidato all’arcangelo Gabriele il successo della campagna, l’infaticabile cappuccino trovava, malgrado i suoi impegni, pure il tempo di fare opera di proselitismo fra gli alleati protestanti, confutando le tesi dei predicatori evangelici che avevano seguito l’esercito. Fede e politica continuavano a mescolarsi in quell’anomala crociata. Tale caratteristica era tipica della mentalità barocca di quel tempo, in cui il divino interferiva codificata persino dei nella ranghi e gerarchia le corone, conquistate a prezzo di tanto sangue, venivano tranquillamente attribuite alla volontà di Dio. Di campagna in campagna, il conflitto si rivelava intanto sempre più aspro e difficile. I turchi, quasi presentissero l’approssimarsi del tramonto del loro impero, si battevano con tenacia per frenare la marcia dell’esercito cristiano, che tuttavia continuava faticosamente ad avanzare. Nell’estate del 1687, nei campi di Mohács, dove più di 160 anni prima era stata soffocata l’Ungheria indipendente, le forze ottomane subirono una nuova grave sconfitta e questo ebbe un’eco immediata a Istanbul. Fazil Mustafà Pasha, anche lui un Köprülü, divenne infatti l’ispiratore della congiura che portò alla deposizione di Mehmed IV (destinato a morire in carcere qualche anno dopo) e all’insediamento di Solimano II. Divenuto a sua volta gran visir, il Köprülü lanciò a sua volta, nell’estate 1690, un contrattacco pesantissimo contro l’armata imperiale, ora guidata da Ludovico Guglielmo del Baden, dopo la prematura morte di Carlo di Lorena (aprile 1690). Belgrado, riconquistata nel 1688, venne persa dalle truppe cristiane appena due anni dopo. Nel primo assedio il principe Eugenio fu seriamente ferito durante una carica infernale e fu costretto a fermarsi per circa un anno. Finalmente, nell’agosto 1691, Luigi Guglielmo inflisse una dura sconfitta alle armate turche nella sanguinosa battaglia di Slankamen. Provvidenziale fu allora l’intervento della cavalleria tedesca, mentre si distinse il reggimento italiano “Piccolomini”. Alla fine dello scontro lo stesso Fazil Mustafà trovò la morte, forse in combattimento o forse per mano dei suoi stessi uomini. Questa vittoria, oltre a procurare a Ludovico Guglielmo il soprannome di Türkenlouis (Luigi dei turchi), consentì di riprendere il controllo di parte dell’Ungheria, segnando così l’eliminazione della tradizionale base di partenza degli attacchi turchi contro l’Europa centrale. Nel frattempo, l’esercito cristiano si era arrestato alle foci del Tibisco, ai confini con l’attuale Romania. cominciato a La guerra manifestare aveva segni di stanchezza. Nella primavera del 1689 era morto a Roma Innocenzo XI, il principale sostenitore della crociata, e ora a Vienna i consiglieri dell’imperatore si mostravano propensi a trattare una pace basata sul principio dell’ubi possidetis, che salvaguardasse il diritto al possesso del territorio conquistato. Anche la Porta sarebbe stata favorevole alle trattative e lanciava frequenti messaggi di pace, sia pure con la formula ipocrita che i turchi usavano in questi casi per non perdere la faccia. Il sultano, fingendo di avere appreso che lo stanco avversario era intenzionato a chiedere la pace, magnanimamente gli concedeva di ascoltarlo. In questo caso, per la verità, l’esercito imperiale era veramente stanco. Il prolungamento delle linee aveva reso sempre più difficili i rifornimenti di viveri per i soldati e di foraggio per gli animali. Proseguire l’avanzata diventava quindi sempre più difficile, anche perché il re Sole, ingelosito dai successi di Leopoldo e dalla prima conquista di Belgrado, aveva nel frattempo violato la tregua d’armi e riacceso la guerra sulle rive del Reno, avviando quella che sarebbe stata conosciuta come Guerra della lega di Augusta, destinata a durare sino al 1697 e che avrebbe costretto l’Austria a battersi su due fronti. Il comportamento scorretto di Luigi XIV non aveva naturalmente mancato di sollevare sdegno e riprovazione. «Habbiamo un turco cristiano peggiore del barbaro», scriveva indignato al papa il battagliero Marco d’Aviano. Ma l’ambizioso sovrano francese, che continuava a definirsi “Re Cristianissimo”, non aveva mai rinunciato al suo progetto di spodestare gli Asburgo dal trono imperiale e di assicurare alla Francia l’egemonia sull’Europa. In questa situazione di stallo trascorsero sei anni, durante i quali, fra una scaramuccia e l’altra, si registrarono disordini fra le truppe cristiane e gravi manifestazioni di protesta fra le popolazioni locali. Gli slavi, che avevano salutato i cristiani come liberatori, si erano ben presto pentiti del loro entusiasmo e in qualche caso invocavano il ritorno dei turchi, ritenuti assai più tolleranti dei nuovi arrivati. Infatti, le truppe cristiane, e in particolare i mercenari tedeschi e spagnoli, infierivano saccheggiando sui paesi e conquistati, uccidendo senza distinzione musulmani, cattolici, protestanti e ortodossi. Oltre alle complicazioni internazionali, le gravi sconfitte che gli imperiali avevano subito in quegli anni, compresa la provvisoria riconquista turca di Belgrado, erano appunto le conseguenze della scarsa disciplina e della scatenata avidità delle truppe. Nel 1696, la situazione si era talmente aggravata che si temette che i turchi potessero prendere il sopravvento. La situazione migliorerà soltanto due anni dopo, quando l’ormai trentaquattrenne Eugenio di Savoia, che aveva compiuto una folgorante carriera militare, venne promosso sul campo feldmaresciallo e l’imperatore gli affidò il comando supremo dell’esercito, dopo che Federico Augusto I di Sassonia (nuovo comandante delle armate imperiali) era subentrato sul trono polacco al defunto Giovanni Sobieski. Negli altri due scacchieri della “grande guerra turca”, le cose erano andate meglio. L’esercito russo, comandato personalmente dal giovane zar Pietro il Grande, aveva conquistato la Crimea, fino ad allora dominata dai tartari, vassalli della Porta, cosicché i russi si erano affacciati per la prima volta sul Mar Nero. Qui furono raggiunti dalla loro prima flotta militare (costruita con pezzi prefabbricati nei cantieri di Mosca), che discese il Don al comando del capitano di ventura svizzero Francesco Lefort. Ma la marcia dei russi si concluse definitivamente sulle sponde del Mar Nero. Per il momento, Pietro il Grande non pretendeva nulla di più. Venezia, da parte sua, aveva affrontato la guerra contro il suo quasi trisecolare nemico con una serie di clamorose vittorie. Benché dissanguata dal lungo conflitto per Candia, la Serenissima aveva subito dimostrato di essere ancora capace di grandi imprese. Richiamato in servizio Francesco Morosini (l’eroico difensore di Candia rinunciò alla candidatura al dogato, pur di riprendere il comando della flotta), i veneziani sotto la sua guida riconquistarono rapidamente le basi turche della Dalmazia, Corone, Modone, Argo, Nauplia e buona parte delle isole ioniche. Due anni dopo, Morosini approdava in Morea, l’attuale Peloponneso, con un corpo di sbarco multinazionale, affidato al comando dello svedese conte Otto Wilhelm von Königsmarck. Insieme, i due capitani presero rapidamente Lepanto, Corinto e quasi tutta la penisola, cacciandone i turchi. Una serie simile di grandi successi non era mai stata registrata, neppure ai tempi eroici della Serenissima. Tanto che il senato veneziano, con una decisione senza precedenti, decretò l’erezione nel palazzo ducale di un busto al vivente Francesco Morosini e lo fregiò, come un console romano, del titolo onorifico ereditario di “Peloponnesiaco”. Nell’estate del 1687, le forze multinazionali di Morosini sbarcarono nel Pireo e occuparono Atene il 27 settembre, iniziando l’assedio dell’Acropoli, che i turchi avevano fortificato. Fu in questa occasione che si verificò il disgraziato episodio che la storia non ha mai perdonato al Peloponnesiaco, anche se non ne fu lui il diretto responsabile. Il Partenone era allora ancora intatto e negli anni precedenti era stato utilizzato prima come cattedrale cristiana e poi convertito in una moschea irta di minareti. Nel corso dell’assedio, i turchi avevano però trasformato l’antico tempio ellenico in una ben munita polveriera. Ossia in un importante obiettivo militare, che non Morosini, bensì il risoluto generale Königsmarck non esitò a far prendere di mira dai suoi artiglieri. Disgraziatamente, una bomba incendiaria lo centrò in pieno, la polveriera esplose e del Partenone, il più grande retaggio della civiltà ellenica, rimasero soltanto quei poveri resti che ancora oggi le guide greche mostrano ai turisti, perpetua infamia i condannando a responsabili del sacrilegio. Negli anni successivi, Francesco Morosini conquistò gran parte della Grecia e della Romania, gettando le basi del regno di Morea, che ora compensava la Serenissima della perdita dei “regni” di Cipro e di Candia. Anche sul mare la flotta veneziana ripeté le gesta del passato, benché il temerario corsaro algerino Husayn Pasha, detto Mezzomorto (i cristiani credevano di averlo ucciso in battaglia, invece era rispuntato fuori più vivo che mai), nominato kapudan della flotta turca, avesse dato molto filo da torcere a Morosini, mettendo spesso in forse la tanto vantata superiorità navale veneziana. Per la grande popolarità raggiunta il Peloponnesiaco venne eletto doge nel 1688, anche se rifiutò di rientrare a Venezia, e mantenne contemporaneamente il comando supremo militare fino all’ultimo dei suoi giorni. Morì a settantacinque anni, nel 1694, a Nauplia (Napoli di Romania) e scomparve con lui l’unico patrizio veneziano che assommò in sé la massima dignità della repubblica e la gloria del grande condottiero. La sua corazza, la sua spada e il grande fanale della sua ammiraglia sono ancora conservati come reliquie. Al portone trionfale dell’Arsenale, eretto in memoria della battaglia di Lepanto, furono aggiunte le insegne vittoriose del Peloponnesiaco. Le vittorie e le conquiste di Morosini risarcirono moralmente Venezia delle grandi perdite subite nella sua secolare lotta contro la Porta, ma se poniamo queste vittorie nel vasto quadro della grande guerra turca, esse assumono un aspetto senz’altro secondario. La partita decisiva l’avrebbe giocata Eugenio di Savoia nel bacino del Danubio. Il principe Eugenio raggiunse il campo di Kolluth, nella Bassa Ungheria, il 12 luglio 1697, dopo quattro anni trascorsi a combattere i francesi in Italia e sulle rive del Reno. L’indomani, il giovane feldmaresciallo assunse ufficialmente il comando supremo dell’armata imperiale e la passò in rassegna, accompagnato dai suoi ufficiali. Indossava la sua consueta uniforme da campagna, confezionata di rozzo panno marrone, con i bottoni di stagno. Vestiva sempre così da quando, quattordici anni prima, era entrato diciannovenne nell’esercito austriaco, come semplice prince volontaire. Il sarto gliel’aveva ricavata dal saio di un frate cappuccino, perché a quell’epoca i suoi scarsi mezzi finanziari non gli consentivano di meglio. Poi l’aveva sempre indossata più per civetteria che per rispettare una tradizione. Minuscolo com’era, in arcioni sul possente destriero la sua figura appariva rimpicciolita. «Rassomiglia piuttosto a che un fantino a un condottiero», aveva osservato un giorno l’imperatore. Per queste sue caratteristiche i soldati lo avevano soprannominato il “piccolo cappuccino”. Eugenio era nato a Parigi il 18 ottobre 1663 e aveva fatto appena in tempo a conoscere il genitore. Suo padre, il principe Eugenio Maurizio di Savoia-Soissons, del ramo cadetto dei Carignano, che aveva ereditato dalla madre anche la contea di Soissons, era stato falciato ad appena trentotto anni da una febbre misteriosa o, come si mormorava, forse dal veleno, di cui all’epoca si faceva grande uso per risolvere problemi politici e anche familiari. Il lutto aveva colpito la famiglia quando Eugenio, quinto di sette figli, non aveva ancora dieci anni. Della madre Eugenio non conservava un ricordo gradevole e aveva le sue buone ragioni. Olimpia Mancini era una delle famose mazarinettes, le quattro nipoti abruzzesi del cardinale Giulio Mazarino, che si erano trasferite a Parigi quando lo zio era stato chiamato a sostituire il cardinale Richelieu, l’onnipotente ministro di Francia. Laura, Maria, Ortensia e Olimpia Mancini – quattro ragazze di umili origini, ma bellissime, ambiziose e disinibite – erano piombate a Parigi decise a conquistarla. E infatti, grazie al loro potente zio, le quattro spregiudicate parvenues non avevano faticato a inserirsi nell’alta società parigina, riuscendo tutte quante a convolare a nozze principesche. Laura sposò il duca di Mercœur, figlio di Enrico IV, Maria andò sposa al principe Colonna, Ortensia al duca di Meilleraye. Olimpia invece aspirava a qualcosa di più. A dodici anni, lo zio cardinale l’aveva introdotta a corte e lei era diventata la compagna di giochi preferita del piccolo re Luigi XIV, che di anni ne aveva appena dieci. Sveglia e procace com’era, Olimpia fu la prima amante del futuro re Sole e per anni fu la sua inseparabile compagna. Si presentava a corte al suo fianco, ammirata e invidiata dalle altre dame, che facevano corona attorno al giovane sovrano negli splendidi saloni delle Tuileries. Non è da escludere che Olimpia, nella sua sfrenata ambizione, abbia accarezzato il sogno di diventare regina di Francia. Un’eventualità che, peraltro, non figurava certamente nei progetti dello zio cardinale, consapevole che la ragion di stato imponeva un matrimonio ligio alle regole del diritto dinastico. Un Savoia alla corte di Vienna Luigi XIV sposò infatti Maria Teresa d’Austria e Olimpia si rassegnò a farsi impalmare dal principe Eugenio Maurizio di Savoia-Soissons, ma conservò per molti anni ancora il prestigioso ruolo di favorita del re. Quando suo marito morì, appunto di un male misterioso, lasciandola con sette figli, la vedova creò a palazzo Soissons una corte personale, ricca e fastosa, finanziata dal magnanimo sovrano, che continuava a dedicarle le sue attenzioni. Il suo “regno” finì quando Luigi, che nel frattempo aveva rivelato una passione per un’altra mazarinette, Maria, e poi per le altre dame disponibili che affollavano la sua corte, si stancò di lei e le tagliò i viveri. Presuntuosa e sventata, Olimpia non si rassegnò alla sua sorte. Pur di riconquistare il sovrano, si invischiò in complotti di ogni genere e si servì anche di filtri d’amore, cui le dame del tempo ricorrevano sovente. Fu così che Olimpia affrettò la sua rovina. Un giorno, i gendarmi arrestarono una fattucchiera di nome Catherine Deshayes, meglio nota come La Voisin, la quale era accusata di avere procurato a dame altolocate non solo filtri d’amore per tenere legati gli amanti, ma anche pozioni velenose per liberarle dai mariti ingombranti. Interrogata sotto tortura, La Voisin fece i nomi delle sue clienti, fra i quali figurava anche quello di Olimpia. La vicenda fece rumore e a Luigi tornarono in mente le voci maligne che erano corse quando il principe di Savoia-Soissons era morto improvvisamente. Era stato forse avvelenato dalla moglie? L’interrogativo è rimasto in sospeso, ma Luigi, temendo per la propria salute, non ebbe esitazioni a sbarazzarsi definitivamente dell’intrigante favorita. Olimpia fu infatti messa di fronte all’alternativa: o la fuga o il processo e, forse, la Bastiglia. Lei capì che il suo tempo era scaduto e optò per la fuga. «All’Hotel de Soissons», annoterà nelle sue maliziose cronache mondane Madame de Sévigné, «si prepararono alacremente i bagagli, si raccolsero in fretta denaro e gioielli; lacché e cocchieri dovettero indossare livree grigie e fu approntata una carrozza con otto cavalli.» Olimpia fuggì di notte e non tornò più a Parigi. I suoi sette figli vennero affidati alla suocera, la principessa Maria di Soissons. Eugenio ricevette un’istruzione adeguata al suo rango, ma non eccelsa. «Il principe Eugenio», riferiva il marchese di SaintMaurice, mandato dai Savoia di Torino a controllare se in casa Soissons tutto procedesse bene, «frequenta soltanto lacché e cameriere, quindi gentaglia di ogni sorta. È di bassa statura, vizioso, vivace e sporco.» Eugenio era anche brutto. La principessa Liselotte del Palatinato lo descriveva così: «È un ragazzo dissoluto dal quale non si può sperare nulla di buono. Ha il naso corto, camuso, occhi non brutti, mento lungo, labbro superiore così stretto da costringerlo a tenere sempre la bocca aperta lasciando intravedere due lunghi denti». Molti anni dopo, un agiografo del principe concluderà pietosamente il suo ritratto con queste parole: «La bruttezza di Eugenio era così proverbiale che gli artisti per ritrarlo dovettero addivenire a un prudente compromesso fra la loro coscienza e la realtà». Quanto alle accuse di dissolutezza rivolte contro il giovane principe, esistono sconcertanti testimonianze. Da ragazzo, Eugenio amava recitare vestito da donna e la linguacciuta principessa Liselotte precisa nelle sue memorie che gli amici lo chiamavano «Madame Lucienne, come la più nota prostituta parigina». Per poi aggiungere malignamente che «non si scomodava per le donne essendo preferibili un bel paio di paggi». A onor del vero, va a questo punto anticipato che Eugenio, da adulto, diventato ricco, potente e famoso non fu mai oggetto di pettegolezzi, anche se questi non mancavano nella corte di Vienna, dove, in quanto straniero, egli era da tutti invidiato, perché troppo dotato e troppo fortunato. Che fosse misogino non v’è dubbio, infatti non si sposò mai, anche se molte famiglie tentarono di coinvolgerlo in lucrosi progetti matrimoniali. Ma nemmeno gli furono più attribuiti segreti ménage con amanti maschi o femmine durante tutta la sua vita. L’unico suo vizio palese era il tabacco da fiuto, che allora andava tanto di moda. Ne fiutava in quantità industriali: non bastandogli la tabacchiera, ne teneva sempre una tasca piena. Morirà comunque onusto di gloria, rispettato e onorato dalla corte di Vienna, nel 1736, all’età di settantatré anni, in una delle sue splendide dimore, che comprendevano il Belvedere e il Palazzo d’Inverno a Vienna, i castelli di Marchfeld, di Rackeve e di Belle in Ungheria, cui accudivano millecinquecento dipendenti fra lacché e giardinieri. Vi morì circondato da un’aura di assoluta onestà e dalla fama di incondizionato servitore degli Asburgo. Sarà sepolto nella cappella del Crocifisso del duomo di Santo Stefano, ma il suo cuore fu inumato, per suo espresso desiderio, nella basilica torinese di Superga, la terra dei suoi avi. Il Prinz Eugen, come veniva abitualmente chiamato, sarà ricordato da famosi reggimenti e da importanti navi da battaglia, a lui intitolati, ed egli stesso passerà alla storia come il principale artefice della grandezza dell’Austria. Ma se della vita pubblica di Eugenio di Savoia conosciamo tutti i particolari, perché innumerevoli sono le biografie che gli sono state dedicate, la sua sfera privata è invece destinata a restare un mistero. Il principe non ha lasciato diari e neppure semplici appunti, perché i suoi scritti furono tutti distrutti da mani ignote dopo la sua morte. Ciò avvenne probabilmente per suo desiderio, perché una delle innegabili virtù del principe fu certamente la rigorosa riservatezza. La quale, col passare del tempo, assunse addirittura una dimensione inquietante. D’altra parte, in Austria era pur sempre in vigore la legge che condannava al rogo le persone affette da “disposizioni devianti”. Nei suoi anni giovanili, Eugenio non aveva rischiato il rogo solo perché Parigi era assai più tollerante di Vienna, tuttavia i suoi comportamenti furono certamente censurabili. Tanto è vero che i Savoia di Torino, alla cui famiglia egli apparteneva, con l’intento di “salvarlo”, avevano decretato di avviare il quintogenito di Olimpia alla carriera ecclesiastica. A quindici anni, infatti, il ragazzo ricevette la tonsura ed entrò in un seminario torinese, dove imparò a scrivere correttamente in italiano e in francese, cui si aggiunsero rudimenti di latino e di spagnolo. Il tedesco non era apprezzato e lui non lo imparò mai, anche perché alla corte di Vienna si parlava in francese o in italiano. L’“abatino” ribelle rientrò a Parigi un paio d’anni dopo, fermamente deciso a liberarsi della tonaca e ad abbracciare la carriera del soldato. Tanto fece, che riuscì addirittura a farsi ricevere da Luigi XIV, il quale non si era del tutto dimenticato dei sette figli di Olimpia, al cui concepimento aveva forse collaborato. Ma quell’udienza sovrana si concluse con un disastro. Il re Sole, abituato com’era al fatto che chiunque osasse alzare gli occhi al suo cospetto subito li abbassava, quasi ne fosse abbagliato, non gradì di essere guardato apertamente da quel giovinetto che gli chiedeva di essere arruolato nel suo esercito. «La richiesta era modesta», commenterà in seguito il sovrano, «ma non l’aspirante. Nessuno osò mai fissarmi come uno sparviero con tanta insolenza.» Il re Sole respinse quindi la richiesta, dopo avere squadrato sdegnosamente, da capo a piedi, quello scricciolo d’uomo che aveva avuto l’ardire di importunarlo. «Fu un grave errore», rimprovererà più tardi Voltaire a Luigi XIV, «giudicare il principe sulla scorta dei suoi peccati di gioventù.» Molti anni dopo, quando Eugenio diventerà l’invitto condottiero dell’esercito austriaco, il sovrano francese avrà modo di mordersi le mani per avere perduto un uomo di tal fatta. Ma ormai il danno era compiuto. Pochi giorni dopo l’insuccesso ottenuto a corte, il 26 luglio 1683, Eugenio e il principe Louis Armand de Conti, suo amico di baldorie, nonché giovane sposo di una figlia del re Sole, fuggirono da Parigi, travestiti da donna. Avevano deciso di arruolarsi volontari nell’esercito austriaco, ossia di passare al servizio degli Asburgo, la casa rivale dei Borboni. Pochi giorni dopo la fuga, Eugenio aveva appreso della morte del fratello maggiore Luigi Giulio, caduto combattendo a Vienna contro i turchi, alla testa del reggimento di dragoni in cui militava, e probabilmente fu questa la molla principale che lo spinse a varcare il Reno. Ma entrambi, sia lui che il suo compagno d’avventura, erano anche animati dal desiderio di unirsi alla guerra contro i turchi, che minacciavano Vienna e l’Occidente. Evidentemente, quei due giovani principi francesi, il cui re era alleato del sultano contro l’imperatore del Sacro Romano Impero, consideravano una simile impresa un dovere per ogni cristiano. I due fuggiaschi furono però raggiunti a Francoforte da un inviato speciale di Luigi XIV, che stava loro alle calcagna, e costui, minacciandolo della confisca di tutti i beni, persuase il principe de Conti a fare ritorno a Parigi. Eugenio invece, che non aveva nulla da perdere, proseguì da solo la fuga, portando nella bisaccia un anello prezioso e un gruzzolo di luigi d’oro, che l’amico pentito gli aveva donato prima di separarsi da lui. Galoppando attraverso la Germania, un mese dopo, il 14 agosto, Eugenio giunse a Ratisbona, dove la Dieta dell’impero era riunita in permanenza. Vienna era sotto assedio e Leopoldo stava concertando con i suoi alleati le operazioni per correre in aiuto della città. Eugenio di Savoia, grazie al suo nome e all’intercessione del cugino Luigi Guglielmo, margravio del BadenBaden, fu ricevuto dall’imperatore, al quale chiese di essere arruolato nel suo esercito. Questa volta Eugenio presentò la sua supplica senza sfrontatezza, ma con parole acconce, dicendosi pronto «a spendere e sacrificare con indomito coraggio tutte le mie forze e la mia ultima goccia di sangue per la prosperità e l’ascesa dell’augusta Casa d’Austria». A Leopoldo quel postulante mingherlino deve avere fatto la stessa impressione che aveva fatto a Luigi XIV, ma di fronte alla situazione critica in cui versava non era certo il caso di andare tanto per il sottile. Eugenio fu infatti arruolato nelle file dell’esercito austriaco, sia pure come semplice prince volontaire, e aggregato allo stato maggiore del principe Carlo di Lorena. Quel giorno, Leopoldo I aveva fatto il miglior acquisto di tutta la sua vita. Quando il trentaquattrenne feldmaresciallo Eugenio di Savoia assunse il comando supremo in Ungheria, lo scacchiere balcanico, diventato uno pur scenario essendo di guerra secondario rispetto all’imponente conflitto scatenato in Europa da Luigi XIV, continuava a rimanere il teatro di guerra principale per Leopoldo. Impegnata a combattere su due fronti contro due eserciti virtualmente alleati, l’Austria versava in difficili condizioni. I turchi si erano ripresi dalle sconfitte subite negli anni ottanta. Avevano riconquistato Belgrado e rimesso piede in Ungheria. Nel frattempo, Eugenio aveva però raggiunto l’apice della sua carriera militare. Le sue vittorie riportate contro i turchi e contro i francesi, il suo coraggio personale e le sue qualità di abile stratega avevano infatti gradualmente ingigantito la sua fama di condottiero. Le forze armate poste sotto il suo comando erano stanche e avvilite. La guerra stagnava sul confine ungherese e da anni aveva perduto lo “spirito crociato” che l’animava al suo inizio, malgrado gli sforzi compiuti dall’ormai vecchio Marco d’Aviano, che si prodigava in tal senso. Nell’esercito regnava il disordine, se non l’indisciplina; le casse dello stato erano state svuotate dalle enormi spese di guerra e fra i comandanti, quasi tutti di estrazione internazionale, il malcontento era molto diffuso. D’altra parte, era pur vero che sotto l’aquila bicipite degli Asburgo era riunita l’élite militare europea, ma non mancavano gli avventurieri, che miravano soprattutto al proprio tornaconto. Fra le truppe prevaleva poi, come abbiamo osservato, il disfattismo, ad alimentare il quale contribuiva il comportamento degli ufficiali e dei sergenti, che applicavano misure draconiane, ritenute indispensabili per mantenere la disciplina. Ma le frequenti esecuzioni capitali non ottenevano grandi risultati. Spesso i soldati dovevano essere letteralmente picchiati per disporsi in riga e venivano costretti a raggiungere il campo di battaglia in ranghi ristretti, severamente sorvegliati, altrimenti molti se la davano a gambe prima di giungere a contatto col nemico. In molte occasioni, dietro la truppa avanzante venivano persino posti degli sbarramenti e dei cavalli di Frisia per impedire il dietrofront. Per tutte queste ragioni, i soldati combattevano di malavoglia e seguivano con entusiasmo soltanto quei rari comandanti che si ponevano alla loro testa, condividendo i loro stessi rischi. Eugenio era uno di questi. Si era rivelato di tale stoffa quando, giovanissimo, aveva assunto il comando dei Dragoni Kufstein, in cui aveva militato il fratello. Era ammirato dai suoi uomini perché combatteva à la hussard, cioè come un ussaro e non come il solito generale che se ne stava al sicuro nelle retrovie. Fin dalle sue prime armi, Eugenio si era rivelato un comandante diverso, più coraggioso, più umano e anche più intelligente. Sosteneva: «Nulla è impossibile laddove il comandante non sia legato ai ridicoli ordini dei saccenti che dalle loro stanze, chini sulle cartine, vogliono indicargli timorosi passi anziché lasciarlo libero di giudicare cosa ritenga attuabile sul posto a seconda del momento e delle circostanze». Aveva anche cura dei propri uomini: «Nel mio reggimento deve essere mantenuta la più rigida disciplina. Ma non si deve strapazzare senza motivo il soldato e si deve ricorrere alla severità solo quando la bontà, come accade spesso, non ha raggiunto risultato». E questa era la sua regola di comando: «Credo che nella vita militare si agirebbe con maggiore entusiasmo se ognuno fosse indotto a compiere il proprio dovere con amore e bontà, anziché con rigore». Quando Eugenio assunse il comando supremo in Ungheria, il generale Ernst Rüdiger von Starhemberg gli presentò gli effettivi. Degli ottantamila uomini previsti ne erano presenti sul posto soltanto tremilacentoquarantadue. «Bene, con me fanno tremilacentoquarantatré», replicò Eugenio senza perdersi d’animo. Poi inviò all’imperatore questo ottimistico messaggio: «Se il nemico mi concede il tempo per riunire l’esercito di Vostra Maestà avrò, con l’aiuto divino, buone speranze di amareggiarlo in un modo o nell’altro». Leopoldo non era altrettanto ottimista. Il suo giovane feldmaresciallo aveva fama di essere troppo precipitoso e di diventare spavaldo anzitempo, conducendo quella sua spericolata guerra à la hussard. Per frenare il suo entusiasmo, gli inviò un pedante messaggio, in cui lo esortava a non intraprendere marce forzate, a ripristinare la disciplina, a non decidere alcunché senza previa consultazione dei suoi generali e a «concordare col nostro Commissariato di guerra, affinché si provvedano a tempo debito i viveri, le munizioni e ogni altra cosa necessaria». Come non bastasse, il dispaccio imperiale si concludeva con questa raccomandazione: Il principe si mantenga sempre sulla difensiva, ma se il nemico uscisse in campo così debole da indurre il principe a giudicare di poter procedere a una opération, prima di farlo riunisca il Consiglio di guerra perché nulla è da arrischiare. Dovrà infatti andare cauto e non impegnarsi in alcun combattimento col nemico se non avrà la quasi certezza della vittoria. Eugenio si comporterà in maniera totalmente opposta. Alla fine di agosto del 1697, il sultano Mustafà II, figlio di Mehmed IV e asceso al potere nel 1695, lasciò Belgrado con un esercito di oltre centomila uomini, del quale aveva assunto personalmente il comando. Era informato delle precarie condizioni dell’esercito imperiale e il suo obiettivo era quello di riprendere ai cristiani i territori balcanici perduti negli anni precedenti. Da Belgrado, situata alla confluenza della Sava nel Danubio, i turchi potevano muoversi in due diverse direzioni, ma nessuno era in grado di sapere quale intendesse prendere il sultano. Le forze di Eugenio di Savoia si trovavano in quel momento sulla destra del Danubio e i turchi avrebbero potuto quindi risalire tranquillamente il fiume lungo la riva sinistra, in direzione di Petervaradino (ora Novi Sad) e quindi puntare su Budapest. Ma avrebbero anche potuto raggiungere Petervaradino, dove tra l’altro il Tibisco sfocia nel Danubio, e quindi risalire questo fiume in direzione della Transilvania. In tal modo, il sultano avrebbe potuto impedire il congiungimento con le truppe di Eugenio delle forze imperiali che si trovavano in Transilvania e Alta Ungheria e minacciare, nel contempo, l’aggiramento dell’esercito degli Asburgo. Sulla scorta di queste considerazioni, Eugenio, pur avendo l’armata ancora molto lontana dal livello minimo di preparazione, si mise in marcia verso Petervaradino e si mosse con grande rapidità. Il problema più grave restava quello delle informazioni. Le notizie raccolte sui movimenti del nemico erano scarse e discordanti. Solo il 5 settembre Eugenio ricevette delle informazioni concrete. «Promisi ai miei ussari», scrisse infatti all’imperatore, «cinquanta ducati se mi avessero condotto un prigioniero e difatti, mediante l’opera loro, ho avuto finalmente ieri la fortuna di averne uno da cui ho potuto ricavare notizia sicura di dove effettivamente si trovi ora il nemico.» L’esercito turco si era diviso in due: il gran visir era passato sulla riva destra del Tibisco per risalirlo con metà delle forze, mentre il sultano era ancora sulla sinistra del fiume, ma pronto a varcarlo per raggiungere Petervaradino. Eugenio, che nel frattempo aveva ricevuto gli attesi rinforzi, decise di muovergli incontro, marciando in ordine di battaglia lungo il Vallo Romano che anticamente segnava il limes, il confine dell’impero dei Cesari. «Ho fatto questa marcia», riferiva Eugenio all’imperatore, «così vicino al nemico per approfittare del Vallo Romano che sempre mi copriva un poco da tergo. Stimo l’armata del sultano da 40 a 50 000 uomini, di cui ieri si sono visti almeno da 16 a 18 000 cavalieri.» In realtà, di fronte ai suoi 50 000 uomini o poco più, con 82 cannoni, si trovavano circa 100 000 turchi con forse il doppio dei pezzi d’artiglieria. Una vittoria definitiva Il 10 settembre, Eugenio apprese da un pasha fatto prigioniero dai suoi ussari e da lui personalmente interrogato che il sultano stava cominciando ad attraversare il Tibisco nei pressi di Zenta. Non c’era quindi tempo da perdere. Era infatti indispensabile impedire al nemico di passare il fiume e operare il congiungimento dei due tronconi della sua armata. Solo cogliendo i turchi di sorpresa, mentre erano nell’attraversamento impegnati del Tibisco, era possibile batterli, malgrado la grande disparità delle forze in campo. Presa questa decisione e valutato che era il momento di agire con la massima fretta, Eugenio non convocò il consiglio di guerra e neppure volle leggere l’ultimo dispaccio che il prudente Leopoldo gli aveva fatto pervenire. Se lo avesse fatto e se avesse obbedito agli ordini dell’imperatore, la storia sarebbe oggi probabilmente diversa. Per fortuna, Eugenio applicò la sua regola, secondo la quale il comandante deve decidere sul posto ciò che ritiene attuabile a seconda delle circostanze. Scelse infatti di agire d’azzardo e spinse i suoi uomini a marce forzate in direzione di Zenta. Vi giunsero nel pomeriggio del giorno dopo, 11 settembre. I turchi stavano ancora trasferendosi in grande confusione di là dal fiume, attraverso un rudimentale ponte di barche. Il sultano, con la cavalleria, i carriaggi e i cannoni era appena passato sulla sponda sinistra del fiume, mentre il grosso della fanteria stava attraversando il corso d’acqua, sul ponte, o attendeva, protetto da un campo trincerato, sulla sponda destra. «Feci tosto avanzare l’Armata», riferirà in seguito Eugenio all’imperatore, «e in ordine di battaglia giunsi fino a mezzo tiro di cannone [circa cinquecento metri] dal nemico. Mi rimanevano allora non più di un paio d’ore di luce.» Fu a questo punto che il giovane feldmaresciallo ordinò l’assalto, galoppando alla testa dei suoi uomini. Colta di sorpresa, la fanteria turca fu rigettata nel fiume o spinta contro il ponte di barche, mentre la cavalleria turca era impossibilitata a intervenire per la calca presente sul ponte stesso. Il grosso dell’esercito ottomano venne così sopraffatto, dopo che le difese trincerate furono superate dagli imperiali. Presa dal panico, la fanteria turca si sbandò, ripiegando affannosamente sul ponte, che cedette sotto il peso della massa dei fuggiaschi. Questi vennero inseguiti anche nell’acqua e in gran parte massacrati, mentre al Sultano e alle poche migliaia di uomini già sulla riva sinistra del fiume non restava che una precipitosa ritirata. Ma seguiamo le fasi della battaglia attraverso il racconto del principe: Anche la cavalleria arrivò insieme alla fanteria e sparò d’accordo con la fanteria come non ho mai visto in vita mia […] Tutta la massa irruppe là dentro e allora non fu più possibile frenare il soldato: la cavalleria dovette smontare e aprirsi il passo a viva forza passando in taluni punti il fossato sopra i cadaveri nemici. […] Il soldato era così inferocito che quasi non dava quartiere, sebbene vi fossero Pasha e Ufficiali che promettevano molto denaro. Perciò pochissimi sono i prigionieri, che furono estratti da sotto i morti e dalle barche. Da costoro si è saputo con certezza che tutta la fanteria nemica era di qua dal fiume e di là non vi era più che un paio di migliaia d’uomini per la guardia del sultano. Era fatta. L’esercito turco era in rotta. Il sultano e la sua guardia abbandonarono frettolosamente il campo e i soldati cristiani vittoriosi poterono festeggiare quella clamorosa vittoria. Eugenio conclude il suo resoconto con compiaciuta retorica cortigiana: Questa victorieuse action è terminata col cadere del giorno, anzi, il sole non volle lasciare il cielo fin tanto che poté vedere col suo fulgido occhio il pieno Triumph delle gloriose armi della Maestà Vostra Imperiale. Ho anche ricevuto da un ufficiale il sigillo del sultano, oggetto singolarissimo che mai ci venne nelle mani prima d’ora, il che mi conferma che il gran visir sia caduto essendo egli in dovere di portarlo sempre appeso al collo. Io avrò l’onore, quando mi sarà nuovamente concessa la fortuna di comparire dinanzi al trono di Vostra Maestà Imperiale, di presentarglielo umilmente di persona. La vittoria conseguita da Eugenio di Savoia fu schiacciante e definitiva. L’intero accampamento turco venne catturato con tutto il bottino, l’esercito nemico fu letteralmente sgominato e il sultano costretto a una fuga disordinata con i resti della sua superba armata. Rimasero sul campo i cadaveri di circa 25 000 turchi, dei quali forse 10 000 affogati nel Tibisco. Le perdite imperiali sarebbero state al confronto irrisorie: 28 ufficiali, meno di 500 soldati e circa 1500 feriti. Il successo ottenuto a Zenta dal principe Eugenio segnò una svolta nella storia. La Sublime Porta fu costretta ad accettare la pace sulla base dell’ubi possidetis. Le trattative si conclusero a Carlowitz il 26 gennaio 1699, stabilendo i nuovi confini dei due imperi. Il 13 agosto di quello stesso 1699 morì anche l’infaticabile padre Marco predicatore d’Aviano, dell’ultima crociata. Con lui, secondo gli storici, sarebbe finita la plurisecolare guerra combattuta dall’Islam contro la cristianità, i cui estremi andrebbero dalla battaglia di Poitiers, vinta da Carlo Martello nel 732, alla battaglia di Zenta, vinta da Eugenio di Savoia nel 1697. Ma la storia, in realtà, non ha mai “una fine”. Con la pace di Carlowitz ebbe infatti inizio il lungo tramonto dell’astro ottomano, destinato a durare per più di due secoli, mentre gli Asburgo andavano assumendo la dimensione di potenza continentale. L’inchiostro sulle firme del trattato era però ancora fresco quando Vienna piombò in un nuovo conflitto, destinato a durare sino al 1714: la Guerra di successione spagnola. La posta in gioco, anche in questo caso, era l’egemonia in Europa e, ancora una volta, i principali protagonisti dello scontro furono la Francia del re Sole e l’impero degli Asburgo. Come era ormai d’abitudine, le potenze europee si schierarono a favore ora dell’uno ora dell’altro, spesso cambiando partito nel corso del lungo confronto. La morte di re Carlo II di Spagna fu il pretesto per l’inizio delle operazioni, perché era evidente che la dinastia che fosse riuscita ad accaparrarsi la sua eredità avrebbe avuto il controllo del continente, senza considerare l’enorme importanza strategica dei territori spagnoli d’oltremare. La pace di Utrecht del 1713 e il trattato di Rastatt dell’anno successivo sancirono così l’occupazione austriaca dei territori italiani, un tempo controllati dalla Spagna, e quella dei Paesi Bassi spagnoli, mentre aveva inizio la nuova dinastia dei Borbone spagnoli (ancora oggi sul trono di Madrid). La potenza degli Asburgo nel Vecchio Continente ne uscì quindi rafforzata. In quegli stessi anni la Porta doveva invece affrontare la crescente minaccia russa e, a tale scopo, unì la sua azione a quella di Carlo XII di Svezia, che stava affrontando i russi a Nord. Quasi contemporaneamente, cercando la rivincita ai rovesci della fine del secolo precedente, Istanbul aveva aperto le ostilità con Venezia (1714), ma dopo alcuni successi iniziali, subì una battuta d’arresto a Corfù, mentre Vienna scendeva in campo al fianco della Serenissima e Eugenio batteva i turchi a Petervaradino e riprendeva definitivamente Belgrado, nel 1717. Durante il consueto saccheggio della città di Belgrado, alcuni soldati tedeschi trovarono in una moschea una reliquia particolare. Si trattava di una cassetta di ferro, che però non conteneva gli sperati tesori, bensì solo la testa ben conservata di Kara Mustafà Köprülü appoggiata su un Corano, con accanto la cordicella di seta con cui era stato strangolato dopo il fallimento dell’assedio di Vienna. Ricevuto il macabro trofeo, il premuroso Luigi Guglielmo volle farne omaggio all’arcivescovo di Vienna, cardinale Leopold von Kollonitsch, in quanto, al tempo dell’assedio, il decapitato gran visir si era vantato, scrivendo al sultano, di servirgli quanto prima la sua testa su un piatto d’argento. Il cardinale, soddisfatto per il grazioso dono ricevuto, lo fece esporre nell’arsenale di Vienna con una solenne cerimonia. La pace di Passarowitz (1718), che mise fine a questo ennesimo conflitto, garantì alcuni anni di pace all’esausto impero ottomano, scosso tuttavia al proprio interno, durante il lungo regno di Ahmed III, da una crisi che era insieme sociale ed economica. Pare quasi una sorta di ironia quella per cui il regno di Ahmed risultasse famoso all’epoca come lale devri, l’era del tulipano, per la fantastica varietà di giardini presenti nella capitale, spesso ornati di tali fiori, di cui il sultano era un grande appassionato. Si trattava di veri e propri capolavori di floricoltura, mutuati dalla grande tradizione europea, e il loro splendore strideva ancora di più con il senso di declino che pervadeva la compagine ottomana. La stessa deposizione di Ahmed, a opera dei giannizzeri, nel 1730, fu la migliore testimonianza di contraddizione interna. tale profonda Durante la Guerra di successione spagnola intanto, Leopoldo I era morto e anche suo figlio, Giuseppe I, dopo un breve regno, venne a mancare a soli trentatré anni nel 1711, aprendo la successione al trono di Vienna al fratello Carlo VI, già candidato imperiale alla successione spagnola. Il nuovo imperatore, grazie agli esiti della pace di Passarowitz, riuscì a estendere il controllo asburgico a buona parte di Valacchia e Serbia, portando l’impero alla sua massima estensione. Furono anni floridi e produttivi per la massima potenza cristiana dell’epoca, ma già nel 1733 Vienna (affiancata dalla Russia) doveva riprendere le armi contro il tradizionale nemico francese, alleato della Spagna, in quella che sarebbe stata conosciuta come Guerra di successione polacca. La pace del 1738 stabilizzò la situazione con aggiustamenti territoriali in Lorena e in Italia, mentre a Varsavia saliva al trono Federico Augusto II di Sassonia. Poco prima, Vienna era stata coinvolta dalla Russia, con cui aveva stipulato una formale alleanza, nell’ennesimo conflitto con la Porta, che comportò però stavolta una serie di sconfitte militari, che costrinsero gli Asburgo a rinunciare in pratica a quasi tutti i vantaggi territoriali ottenuti dopo Passarowitz, come venne ratificato dal trattato di Belgrado del 1739. Come se ciò non bastasse, anche la morte di Carlo, in assenza di eredi maschi, fu motivo di ulteriori attriti internazionali, che condussero alla Guerra di successione austriaca, che solo nel 1748, con la pace di Aquisgrana, consentì a sua figlia Maria Teresa di ereditare la corona viennese, anche se fu il marito di questa, Francesco Stefano di Lorena, a rivestire per qualche tempo la dignità imperiale. L’impero di Maria Teresa era però ben diverso da quello ereditato a suo tempo dal padre. Le finanze erano esauste, molti territori balcanici ed europei erano stati perduti e lo stesso esercito era ridotto ai minimi termini. Al contrario Istanbul, alla morte di Mahmud I (succeduto a Ahmed III), nel 1754, poteva guardare al futuro, almeno in apparenza, con un certo ragionevole ottimismo, ma si trattava appunto di apparenza. L’equilibrio raggiunto ad Aquisgrana veniva intanto incrinato già nel 1756, con l’inizio della guerra dei sette anni, che vide un rovesciamento di alleanze per cui stavolta si affrontarono Russia, Francia, Svezia, Austria e Spagna contro la Gran Bretagna e la Prussia dell’astro nascente Federico II il Grande. In particolare la Prussia era destinata ad assumere in Europa quello che sarebbe stato poi il futuro ruolo del Piemonte, iniziando a costruire le fondamenta della futura Germania, così come i Savoia avrebbero costituito il nucleo del futuro regno d’Italia. Con il trattato di Hubertusburg e la pace di Parigi del 1763, il conflitto, che aveva interessato anche Americhe e Asia, ebbe termine e indubbiamente fu l’Inghilterra a trarne maggior vantaggio. Nell’America settentrionale infatti Londra estromise del tutto la presenza francese, mentre acquisiva importanti capisaldi strategici in India. La Prussia riuscì a sopravvivere e a mantenere il controllo della Slesia, mentre le ambizioni decisamente di Vienna risultarono ridimensionate. L’alleanza franco-austriaca però si rinsaldò e ciò garantì un lungo periodo di pace all’Europa, che faceva il dell’Illuminismo, suo ingresso preparando nell’età i grandi cambiamenti politici e sociali della fine del secolo. A oriente nel frattempo le “riconquiste” di Mahmud I rappresentarono l’ultimo sussulto dell’antica potenza ottomana, che doveva fare i conti con il crescente espansionismo russo, che nel volgere di pochi anni aveva trasformato il Mar Nero in una sorta di lago russo, con l’annessione del Caucaso, della Moldavia e della Valacchia, sino alla conquista dell’intera Crimea. Una serie di sultani di scarsa personalità, come Osman III, Mustafà III (che pure non fu privo di qualità e tentò inutilmente di riformare l’esercito) e Abdul Hamid I, aggravò poi la situazione. Del primo era nota soprattutto la stravagante abitudine di girare travestito come un comune passante per il bazar di Istanbul, comprando kebap, gozleme e leblebi (ceci arrostiti). Di Abdul Hamid invece, che aveva trascorso quasi cinquant’anni della sua vita nella kafes, la gabbia, le stanze cioè del palazzo imperiale dove venivano rinchiusi i maschi adulti della dinastia (una volta che il fratricidio dinastico cadde in disuso), merita menzione proprio la decisione di abolire quella sorta di prigione dorata, i cui ospiti poterono così condurre una vita sociale normale e agiata. La pace di Kuçuk Kayanarca del 1774 e il trattato di Iasy del 1792 sancirono dunque uno stato di fatto e cioè l’uscita dell’impero ottomano dal novero delle grandi potenze dell’epoca, ratificando la perdita del khanato di Crimea, passato in mani russe, e la creazione della fortezza di Sebastopoli, voluta dalla zarina Caterina II. Abdul Hamid morì poche settimane prima che un colpo di cannone desse il via alla presa della Bastiglia da parte della plebe di Parigi e trascinasse con sé in una nuova epoca un intero mondo. Non parve però che la rivoluzione l’Occidente avesse che sconvolgeva effetti immediati sull’impero ottomano, dove invece gli sforzi dei primi sultani dell’Ottocento e cioè Selim III, Mustafà IV e Mahmud II, furono volti soprattutto a una riforma del sistema amministrativo e militare. Il tentativo costò la vita al primo, che pure aveva tentato un’apertura all’Occidente, inaugurando sedi diplomatiche presso le principali corti europee, ma fu assassinato durante una rivolta dei giannizzeri nel 1807. Proprio Mahmud riuscì invece a sciogliere quel secolare corpo militare, ormai ostacolo a ogni tentativo di riforma dell’impero, nel 1826 e si rivelò anche un buon sovrano, profondamente intriso di spirito europeo e francese in particolare, del quale permeò l’intera struttura dell’impero, dai costumi alla pubblica amministrazione. Il suo filofrancesismo giunse al punto di avvallare la leggenda che circolava negli ambienti di corte, secondo cui egli stesso sarebbe stato figlio di una cugina di Giuseppina de Beauharnais, prima moglie di Napoleone. Questo capace sultano ebbe però la sfortuna di assistere alla nascita del nazionalismo balcanico, che generò una serie di focolai di rivolta nell’area, destinati a contribuire alla crisi finale dell’impero. La Porta si era sempre occupata marginalmente della situazione interna dei Balcani, concentrata sul pericolo rappresentato da Russia e Asburgo, ma nel 1803 ebbe inizio una rivolta in Serbia che durò sino al 1812, quando venne soffocata da Istanbul. Poco dopo però, nel 1815, una nuova insurrezione portò alla nascita di fatto di un principato serbo indipendente, destinato riconosciuto a essere solo nel ufficialmente 1878. Quando Suleiman Pasha, il governatore di Belgrado, riprese il potere nella sua capitale dopo la seconda rivolta del 1807, i testimoni descrissero uomini arrostiti vivi, appesi per i piedi sopra paglia fumante, castrati, squassati con pietre, bastonati, mentre fuori della porta della città c’erano cadaveri di serbi impalati, morsi da mute di cani. Viceversa, quando Belgrado cadde in mano agli insorti, la maggior parte degli uomini furono uccisi, mentre le donne e i bambini musulmani furono lasciati in vita, per essere battezzati con la forza. Del resto ottomani, slavi, greci e albanesi osservavano tutti la legge non scritta del massacro e della rappresaglia, retaggio di secoli di occupazione, oppressione religiosa e dure repressioni, individuali e collettive. Le convulsioni della regione balcanica attirarono però l’attenzione delle grandi potenze europee, in particolare Francia, Inghilterra e la stessa Russia e ciò condusse, dopo la sanguinosa guerra d’indipendenza greca iniziata nel 1821, alla disastrosa sconfitta navale turca di Navarino (1827) e al successivo riconoscimento del neonato regno di Grecia. I terribili fatti di Grecia del 1821-22, ben descritti da Thomas Gordon, atterrirono l’Europa intera: Dovunque, come a un segnale prestabilito, i contadini [greci] insorsero e massacrarono tutti i turchi – uomini, donne e bambini – su cui essi potevano mettere le mani. Quando gli insorti greci presero la città di Tripolizza, piena di rifugiati musulmani, pazzi di rabbia vendicativa, non risparmiarono né età né sesso, le case e le strade furono inondate di sangue, e ostruite con mucchi di corpi morti. Alcuni maomettani combatterono coraggiosamente e vendettero cara la pelle, ma la maggioranza fu massacrata senza resistenza […] Le fiamme che ardevano nel palazzo e da molte case continuavano a far luce dopo una notte passata nella rapina e nella carneficina. Il trattato di Adrianopoli del 1830 sancì poi l’espansione dell’area di influenza russa anche in molte delle regioni ottomane di confine. Del resto ormai anche molte delle province mediorientali e nordafricane erano in rivolta, in particolare l’Egitto mamelucco, che estendeva la sua influenza anche su Siria e Anatolia meridionale e che costituiva al momento, soprattutto dopo l’intervento di Napoleone ai primi del secolo, la potenza regionale più forte, sotto la dinastia del pasha albanese Mehmed Alì. In una simile situazione Mahmud poté solo cercare di contenere la disgregazione dello stato, sino alla sua morte, nel 1839, ma ormai l’impero ottomano era divenuto realmente il “grande malato d’Europa”. Il lungo tramonto La migliore prova di tale declino sta nell’origine, totalmente estranea a qualsiasi volontà ottomana, della successiva crisi dell’impero. A Parigi infatti era stato appena plebiscitato un nuovo imperatore (1851), che aveva messo in allarme le cancellerie europee soprattutto per il nome che portava e che riconduceva a una stagione tragica e gloriosa dell’intero continente. Napoleone III era nipote del grande còrso e ne aveva ereditato molte delle ambizioni e delle velleità, anche se non certo la statura politica e militare. Il suo arrivo sulla scena politica innescò una serie di reazioni di tenore opposto e, in particolare, inasprì i rapporti tra Francia e Russia, dove un altro autocrate spregiudicato, Nicola I, portava avanti una politica aggressiva ed espansionistica, di cui la Porta era la vittima principale. Il governo francese sollecitò a Istanbul, poco dopo il suo insediamento, il riconoscimento di una specie di patronato sui cattolici di Palestina, e quello turco, cui la provincia apparteneva, glielo concesse. Immediatamente lo zar reclamò un identico patronato sui greco-ortodossi non solo della Palestina, ma di tutto l’impero ottomano ed è chiaro cosa questo potesse significare. In grande maggioranza grecoortodossi erano infatti i popoli della penisola balcanica e riconoscere allo zar un patronato su di essi significava richiederne l’arbitrato nei loro problemi interni, che era esattamente quanto Nicola desiderava. Abdülmecid I, il nuovo sultano, per ironia della sorte il primo sovrano turco educato all’occidentale e intriso del nuovo spirito riformatore voluto dal padre Mahmud II, tanto da aver promulgato una legge che proibiva i pubblici insulti ai cristiani, come ovvio rifiutò. Lo zar, sicuro di avere le spalle coperte dalla maggior parte delle potenze europee, ruppe allora le relazioni diplomatiche con Istanbul e nel 1853 fece occupare dalle sue truppe Moldavia e Valacchia, ma sbagliò i suoi calcoli. Immediatamente Francia e Inghilterra inviarono infatti le loro flotte nei Dardanelli, a titolo di ammonimento, e quando la squadra russa del Mar Nero sorprese quella turca a Sinope e la distrusse, Parigi e Londra scesero risolutamente in campo con la Porta, concludendo fra loro un’alleanza aperta a tutte le potenze d’Europa, cui speravano si sarebbe unita l’Austria e a cui aderì invece il regno del Piemonte di Cavour. Aveva inizio così la Guerra di Crimea. L’Austria cercò di ritagliarsi un ruolo da mediatrice, per evitare uno scontro diretto tra le potenze europee, ma un corpo di spedizione francoinglese sbarcò in Crimea, per affrontare l’esercito russo. Solo in un secondo tempo a esso si sarebbe unito il contingente piemontese, che si comportò piuttosto bene sul campo. Le operazioni militari si concentrarono attorno alla fortezza russa di Sebastopoli, che cadde nel settembre 1855. Pochi mesi prima però lo stesso Nicola era morto, probabilmente per una polmonite contratta durante le operazioni, e così suo figlio Alessandro II, molto meno guerrafondaio del padre, decise la cessazione delle ostilità. Il trattato di pace di Parigi della primavera del 1856 ridimensionò notevolmente le ambizioni russe, preservando anche l’integrità dei confini ottomani, mentre a Moldavia e Valacchia, pure formalmente ancora province dell’impero, venne garantita una notevole autonomia de facto. Abdülmecid morì pochi anni dopo, appena trentanovenne, ma gli succedette il fratello Abdul Aziz, anch’esso formatosi nello spirito riformista e modernista del predecessore, tanto che inaugurò il suo regno con un lungo tour delle principali capitali europee, al ritorno del quale avviò un profondo rinnovamento dell’impero, partendo dalla flotta militare, riorganizzata sul modello occidentale e trasformata in una delle maggiori del suo tempo, mentre gli interessi europei, sempre più presenti e attivi nell’impero, stimolavano tra l’altro la creazione di una rete ferroviaria (a Istanbul era la stazione terminale del leggendario Orient Express) e altre riforme strutturali. Anche per tali motivi, verso la fine del suo regno, nacque un movimento interno all’impero, quello dei Giovani Ottomani, formato da giovani ufficiali, funzionari e politici, che fu l’antesignano del più noto movimento dei Giovani Turchi, e che premeva per ulteriori aperture politiche, compresa la concessione di una vera e propria costituzione. Questo però non era ancora possibile e provocò una reazione del sultano, cui seguì un acceso contrasto interno, che si concluse proprio con la deposizione di Abdul Aziz nel 1876. Dopo alcuni convulsi mesi, salì finalmente al trono il figlio secondogenito di Abdülmecid, Abdul Hamid II, che, come prevedibile, concesse subito l’attesa costituzione (revocata peraltro pochi anni dopo), ma dovette subire l’occupazione inglese dell’Egitto e del Sudan, anche se ufficialmente solo per garantirvi l’ordine, dopo che la Porta aveva perso l’ennesimo conflitto con lo zar. Il congresso di Berlino del 1878 sancì poi l’indipendenza di Serbia, Romania e Bulgaria, mentre l’Austria occupava Bosnia ed Erzegovina e la Russia si spingeva nell’Anatolia orientale. In realtà la pace di Berlino pose anche fine alle rivolte balcaniche, in particolare quella bulgara, che erano state contraddistinte da violenze inaudite ed eccidi efferati, dall’una e dall’altra parte. Come se non bastasse, subito dopo Istanbul doveva subire anche la perdita, de facto, di Cipro (ceduta agli inglesi), della Tunisia, occupata dai francesi nel 1881, e di Creta, dopo la guerra con la Grecia del 1897. Anche per l’eccessiva invadenza inglese e francese, l’impero ottomano andò così accostandosi sempre più alla Germania del Kaiser, dalla quale ottenne importanti supporti economici e militari, in cambio di varie concessioni e un progressivo accostamento alle posizioni della Triplice alleanza. Nel 1889 il sultano aprì addirittura le porte del suo appartamento privato (privilegio inaudito) al Kaiser Guglielmo II, in visita ufficiale, per un pranzo riservato. Sul fronte interno però la sua politica aumentò l’ostilità dei Giovani Turchi nei suoi confronti e così, dopo che Abdul Hamid aveva già subito un attentato da parte di estremisti armeni, cui era sfuggito per puro caso e grazie anche al fatto che era solito circondarsi di una guardia del corpo albanese di cui si fidava ciecamente, l’ala oltranzista dei giovani ufficiali riuscì a ottenerne la deposizione nel 1908. Fu rimpiazzato dal fratello Mehmed V, ma poco dopo Istanbul dovette anche accettare e poi ratificare l’occupazione italiana della Tripolitania (1911) e l’attacco degli stati balcanici coalizzati nel 1912, che portò alla perdita dei residui possedimenti ottomani nella penisola. Aggiustamenti di minore importanza ebbero luogo a causa della divisione interna tra i coalizzati cristiani nella seconda guerra balcanica del 1913, ma il panorama complessivo non subì grosse modifiche. Se Abdul Hamid può essere considerato allora l’ultimo vero sovrano assoluto dell’impero, il suo successore venne invece fortemente condizionato nella sua opera di governo, dall’influenza dei cosiddetti Tre pasha, sorta di triumvirato composto dal ministro degli Interni, quello della Guerra e quello della Marina. Il suo atto più significativo si ridusse quindi alla dichiarazione di guerra contro la Gran Bretagna, nella forma della indizione del jihad, formulata ufficialmente nel 1914, con l’entrata nel conflitto a fianco della Triplice alleanza e contro le potenze dell’Intesa. L’onere di passare alla storia come l’ultimo sultano del secolare impero ottomano toccò però a suo fratello Mehmed VI, poiché Mehmed V morì proprio nel 1918. La guerra si concluse del resto in un vero e proprio disastro per la Porta. Alla cessazione delle ostilità le truppe inglesi erano a Gerusalemme, Baghdad e Damasco e Londra aveva ottenuto un mandato fiduciario su Palestina e Mesopotamia, mentre Parigi sulla Siria. I greci sbarcarono poco dopo a Smirne. Il trattato di Versailles nel 1919 andò così delineando l’Europa del dopoguerra, mentre l’anno successivo nasceva la Società delle Nazioni. Il trattato di Sèvres del 1920 sancì poi la fine del controllo ottomano sui territori dell’antico impero e sull’Anatolia e la stessa Turchia ne uscì fortemente ridimensionata. Tra l’altro proprio Sèvres impose all’attenzione internazionale la questione armena e quella curda. Tra il 1911 e il 1916 in particolare, la popolazione armena residente nell’impero era stata oggetto di una vera e propria persecuzione, motivata all’apparenza da questioni strategiche e politiche e messa in opera in particolare dagli appartenenti al movimento dei Giovani Turchi. Deportazioni, esecuzioni sommarie e devastazioni arrecarono alla minoranza cristiana armena la perdita di circa 1 500 000 individui, tanto da spingere molti storici occidentali a parlare di genocidio per descrivere questo difficile momento storico. Definizione sempre respinta invece dalla Turchia moderna, anche per la connotazione religiosa che essa implicava, ma ripresa in tempi recenti dallo stesso papa Francesco, suscitando l’ennesima ondata di polemiche e attriti internazionali. Parallelamente, sempre a Sèvres, venne stabilito il principio dell’autodeterminazione del popolo curdo, di cui si stabiliva il diritto a costituire un proprio stato, con modalità e tempi da stabilirsi. In questo caotico panorama però i nazionalisti turchi guidati da Mustafà Kemal insorsero, deposero Mehmed e iniziarono un duro conflitto, diplomatico e armato, anche con francesi e greci, per riprendere il controllo di parte almeno del territorio turco. La parte orientale dell’Anatolia venne recuperata grazie a un accordo con i sovietici nel 1921 e lo stesso anno anche la Francia accettò una tregua. Ripresa Smirne ai greci si aprì così la strada al successivo trattato di Losanna, destinato a rivedere in parte quanto stabilito a Sèvres, eliminando ogni traccia, per esempio, delle rivendicazioni armene e curde. Mentre Mehmed partiva per l’esilio e il sultanato decadeva come tale nel 1922, il titolo di califfo passò ad Abdülmecid II (suo cugino), ma nel 1924 venne anch’esso definitivamente abolito, mentre lo stesso Mehmed, dal canto suo, finiva i suoi giorni esiliato a San Remo in Italia nel 1926. Se la Turchia moderna iniziava però a muovere i suoi passi grazie a un leader importante e carismatico come Mustafà Kemal Ataturk (padre di tutti i turchi), recuperando un proprio forte ruolo nel panorama internazionale, ma passando anche attraverso una profonda riforma e laicizzazione dello stato, dell’amministrazione e dell’esercito, che cosa rimaneva dell’antica umma, della comunità dei credenti, dopo la firma dei trattati di pace? L’accordo Sykes-Picot, sottoscritto da Francia e Inghilterra nel 1916, durante la Grande Guerra, stabiliva che l’Asia Minore e parte della stessa penisola araba, dopo la vittoria, sarebbero state suddivise tra le zone di influenza francese, inglese e russa secondo criteri meramente politici ed economici. Con un semplice tratto di matita sulla carta, e senza tenere alcun conto dei confini tra diverse etnie, confessioni religiose e culture presenti sul territorio, si gettarono le basi per i futuri trattati di Sèvres e di Losanna e i presupposti per molti dei drammi e dei conflitti che avrebbero percorso il Medio Oriente per più di un secolo. Si trattò in sostanza dell’ennesimo tentativo delle grandi potenze occidentali di ridisegnare il mondo secondo le proprie esigenze e ambizioni coloniali. Crearono dal nulla artificiose realtà geografiche e amministrative, cui venne pomposamente attribuito il nome di stati, ma non tenendo conto però che la fede islamica avrebbe costituito per esse un forte collante e insieme un elemento di divisione, creando così i presupposti per un travagliato futuro. La fine delle ostilità e il crollo dell’impero ottomano misero presto a nudo queste contraddizioni. Le legittime rivendicazioni di al-Husayn, sceriffo della Mecca, e dei suoi figli, artefici di quella rivolta araba, appoggiata dall’Inghilterra (grazie anche all’opera di T.E. Lawrence, il leggendario Lawrence d’Arabia), che aveva lungamente impegnato le forze ottomane a Oriente, provocarono forti attriti con le vittoriose potenze dell’Intesa. Un’impasse da cui si uscì solo grazie all’assegnazione del trono della neocostituita Transgiordania (futura Giordania) a Abd Allah e dell’Iraq a Faysal, entrambi figli di al-Husayn. Quest’ultimo tentò però di proclamarsi comunque califfo alla Mecca, ma venne sconfitto da Ibn Sa’ud, dell’emergente omonima famiglia, che avviò la dinastia tuttora regnante sull’Arabia Saudita, così come del resto accadde anche per il trono giordano. Come se ciò non bastasse il più volte citato trattato di Sèvres comprendeva, tra l’altro, la Balfour”, che dichiarazione cosiddetta era in d’intenti “dichiarazione sostanza del una governo britannico sulla sistemazione dell’impero ottomano alla fine del conflitto e prendeva il nome dal ministro degli esteri inglese dell’epoca, Arthur Balfour. In essa si dava a vedere di considerare con favore la creazione, nella Palestina araba, di un “focolare ebraico”, da considerarsi il presupposto per una futura colonizzazione ebraica del dimenticato, territorio che, non va proprio Sèvres avrebbe trasformato in protettorato britannico. Sappiamo bene come la progressiva immigrazione nell’area di elementi ebraici, e sionisti in particolare, e i tragici avvenimenti della seconda guerra mondiale e della Shoah creassero i presupposti per la nascita, nel 1948, dello stato di Israele. I conflitti e le lacerazioni che la presenza del nuovo stato ebraico creò nel Vicino Oriente non necessitano di ulteriori approfondimenti in questa sede, ma se le guerre “ufficiali” che hanno coinvolto lo stato ebraico sono terminate con gli accordi internazionali che hanno interessato Egitto, Siria e Giordania, resta il problema di un conflitto mai sanato con l’elemento palestinese e arabo preesistente all’arrivo dei coloni israeliani. Un’integrazione mancata che ancora oggi è alla base di fenomeni come l’intifada (“scuotimento”, “sollevazione” in arabo) palestinese e la nascita di organizzazioni, un tempo considerate terroristiche, come l’OLP, e ancora oggi illegali, come Hamas, destinata a rendere instabile l’area del Vicino e Medio Oriente. A rendere drammaticamente ancora più instabile questo difficile quadro, negli ultimi decenni si sono aggiunti nuovi elementi di incertezza. Se osserviamo infatti una carta geografica recente del Medio Oriente, la nostra attenzione particolare da un verrà ampio colpita in territorio, compreso tra la Siria costiera e il cuore dell’Iraq, che non corrisponde ad alcuno degli stati nati a seguito dell’accordo del 1916 e neppure a qualcuna delle repubbliche arabe che i sommovimenti politici degli anni cinquanta e sessanta del Novecento hanno creato o rimodellato nell’area. Si tratta infatti di un territorio irregolare e geograficamente discontinuo, ma che complessivamente ha un’ampiezza di poco inferiore a quella dell’Italia, sul quale sventola una sola grande bandiera nera che riporta, in caratteri bianchi, il testo della shahada, la professione di fede musulmana: «Non vi è altro Dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo Profeta». Quasi che l’orologio della storia avesse riportato indietro le sue lancette, questo simbolo e il nome che questa nuova entità ha prescelto per sé, il Califfato, paiono voler recuperare antiche glorie sepolte a beneficio di un mondo che è invece alla disperata ricerca di sé stesso e del proprio futuro. Come abbiamo infatti ricordato, le ultime vestigia dell’antico califfato sono scomparse nel 1924, ma la definizione, strumentalmente evocativa, di questa nuova creatura politica non è stata certo casuale, bensì parte di un preciso progetto di riaggregazione, politica ma anche religiosa, seguito dal suo fondatore: Abu Bakr al-Baghdadi, ambiguo personaggio dalle incerte origini. Questo pseudo stato corrisponde comunque grosso modo all’area tribale sunnita della regione siroirachena, quindi fa riferimento alla componente maggioritaria dell’Islam e non a caso annovera tra i propri mortali nemici la minoranza musulmana sciita e in particolare l’Iran, che dello sciismo è considerato la culla. Se il richiamo all’epoca califfale, l’età aurea dell’Islam, non è casuale, esso rispecchia anche l’estrema abilità e spregiudicatezza con cui questa compagine si è presentata nel panorama internazionale, richiamandosi al passato e a un passato glorioso, con un apparente recupero delle dell’intransigenza tradizioni dell’Islam e più tradizionale, ma impiegando nella realtà gli strumenti più avanzati della moderna società globalizzata – che apparentemente dichiara di combattere – e piegandoli ai propri fini. In questo senso, si differenzia notevolmente da altre forme di integralismo islamico, come quello dei talebani afghani, così come da altri fenomeni di terrorismo religioso musulmano, passati e presenti, da Hamas alla galassia dei gruppi riconducibili ad alQaida, pure tradizionalmente radicati e forti nell’area siriana e irachena. Proprio al-Qaida meriterebbe, a questo punto, un discorso a parte, perché è indubbio che questa organizzazione terroristica e il suo fondatore Osama bin Laden, al loro internazionale, apparire sulla abbiano scena rappresentato un’autentica svolta dalle drammatiche conseguenze storiche e politiche. Anche bin Laden è sembrato a lungo l’ennesimo figlio della miopia occidentale. Di origine yemenita e rampollo di una famiglia molto facoltosa, formatosi nelle università saudite, il giovane Osama si unì ai mujaheddin (dall’arabo al-mujahidun, combattenti del jihad, ma anche, in senso laico, difensori della propria patria) che combattevano i sovietici in Afghanistan dopo il 1979, appoggiandone le formazioni anche finanziariamente. In quegli anni non va dimenticato del resto che proprio gli Stati Uniti, come molte altre potenze occidentali, finanziavano i guerriglieri islamici in funzione antisovietica. Dopo il ritiro di Mosca però, molte di queste formazioni restarono in armi, con finalità tra loro diverse, ma spesso accomunate dall’integralismo crescente religioso ostilità al e da una mondo non musulmano. Da questa galassia derivarono così i talebani (da taleb, studente delle scuole coraniche), attivi soprattutto nella regione afghano-pakistana, e anche il nucleo della futura al-Qaida, la cui fondazione ufficiale viene solitamente ricondotta alla fine degli anni ottanta. Osama ebbe però per primo l’intuizione di utilizzare appieno la formazione culturale e gli strumenti tecnologici derivantigli dall’attività finanziaria della famiglia e dell’ambiente di appartenenza, per fare un salto di qualità nella gestione delle formazioni qaidiste e terroristiche. Alla base degli attentati di New York dell’11 settembre 2001 vi furono infatti un’attenta pianificazione e un supporto finanziario degni di una grande holding occidentale, ma sempre inseriti in un contesto religioso fondamentalista, che faceva perno sull’invocazione della shari‘a come unica forma di governo e amministrazione possibile, abbinata a sua volta a un principio di violenza “militare” certamente non ortodosso per l’Islam tradizionale. Secondo esso anche i soggetti tradizionalmente rispettati dalla tradizione coranica, donne e bambini tra gli altri, possono divenire legittimi obiettivi dell’azione terroristica. Un recente saggio di Navid Kermani, Dinamite dello spirito, ha sviluppato un’interessante analisi in tal senso, partendo proprio dall’esame dei fatti dell’11 settembre: Guardando sia gli obiettivi colpiti, che la generalità del nemico, prende forma una nuova dimensione del terrore, che proprio per questo ho cercato di chiamare nichilista, poiché la parola stessa esprime la massima astrazione possibile, vale a dire il niente. Il nemico non viene più percepito soltanto come un governo o un esercito concreto; la violenza stessa è scivolata verso l’astrazione, come nel caso degli attentati all’antrace o degli avvertimenti di Bin Laden, che da ora in avanti possono colpire dovunque ogni singolo americano. Gli attentati si sono rivolti contro una grandezza simbolica o astratta che è stata inscenata per un pubblico composto da diversi miliardi di persone, prevedendo anche un intervallo di dieci minuti, nel quale le telecamere hanno potuto essere posizionate. Se però l’azione di al-Qaida ha rappresentato una svolta nei rapporti recenti tra l’Islam e l’Occidente cristiano, l’esperienza dell’ISIS ha segnato un ulteriore cambiamento in queste dinamiche. Una delle intuizioni politiche più importanti del nuovo gruppo islamico è stata infatti quella di sfruttare a proprio vantaggio le mire politiche di molte potenze arabe dell’area mediorientale, soprattutto sunnite, decise ad approfittare della guerra civile in Siria (iniziata nel 2011) per destabilizzare quell’area e acquisirvi vantaggi di varia natura. In tal senso, ricalcando in parte l’esperienza afghana e la posizione americana, molte di esse hanno profuso risorse per appoggiare i vari gruppi terroristici e militari attivi nell’area. Al-Baghdadi ha però saputo impiegare queste stesse risorse non solo per destabilizzare i regimi esistenti, ma per creare esso stesso un potere territoriale nella zona, rompendo così con la tradizionale azione di analoghi gruppi integralisti e definendo per la prima volta un vero e proprio stato sul campo, destinato a esercitare tra l’altro un grande potere di attrazione sulle varie componenti del macrocosmo sunnita, in particolare quelle salafite. Il salafismo si è formato, probabilmente nell’Ottocento, proprio nella penisola araba, come una sorta di reazione rabbiosa all’esercizio del potere occidentale sulla regione e partendo da un’adesione rigida e intransigente alle regole dell’Islam. Spesso i suoi adepti vengono considerati degli jihadisti oltranzisti, dell’ortodossia combattenti islamica contro cioè ogni potenziale nemico della vera fede. I salafiti vengono anche a volte, ma impropriamente, chiamati wahabiti, pur se questo termine andrebbe riferito piuttosto agli aderenti arabi dell’ortodossia musulmana. Il richiamo alla tradizione e al califfato “storico” ha inoltre consentito al leader del nuovo stato islamico, IS (Islamic State) o ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) o DAESH (acronimo dell’arabo Dawla Al-Islamiya fi alIraq wa ash-Sham) di imporre a tutte le preesistenti autorità dei territori conquistati la propria “superiorità”, a cui esse si sono dovute inchinare. Con il pragmatismo contraddistingue, poi, che questo lo nuovo potentato ha impiegato la violenza e la crudeltà nei confronti delle popolazioni occupate, per imporre loro l’adesione al nuovo regime, accompagnando una violenta e sanguinosa campagna contro i “paesi crociati cristiani” (Europa e Occidente in senso generale). I continui richiami di al-Baghdadi alle glorie passate, riferiti costantemente al mito degli antichi califfati omayyade o abbaside e della loro parabola, forniscono infine una giustificazione storica, religiosa e ideologica che, abbinata all’uso spregiudicato e abile dei media, del web e dei sistemi di finanziamento da questi resi disponibili, sono riuscite a penetrare, come mai in passato, in fasce sociali e geografiche insospettabili, come quelle rappresentate da generazioni musulmane scolarizzate e a volte anche residenti all’estero da più decenni. A tale scopo l’arma della propaganda e l’impiego di una violenza sempre più spinta e volutamente ostentata (vedi il ricorso ossessivo alle cruente esecuzioni in diretta televisiva) ha fornito all’ISIS un ulteriore strumento, nel contesto del suo conflitto con l’Occidente e con l’Islam più tradizionale: quello della paura. L’estrema versatilità e, in parte, l’imprevedibilità di questo modus operandi hanno messo in chiara difficoltà le potenze regionali e internazionali che hanno affrontato e stanno affrontando l’ISIS. Quella che viene definita comunemente “guerra asimmetrica” impedisce infatti a esse di ottenere vantaggi militari evidenti e duraturi, anche perché a ogni tangibile successo sul campo degli avversari, alBaghdadi può contrapporre rapidamente un’ondata di attentati terroristici di entità, portata e collocazione sempre diverse. Questo alimenta il senso di vulnerabilità e insicurezza nella pubblica opinione mondiale e impedisce ai governi delle potenze coalizzate di sfruttare anche gli innegabili risultati conseguiti nel conflitto. Questi ultimi in particolare sono il frutto di un maggiore pragmatismo e di una concretezza che, sia pure a fatica, comincia a farsi largo nella diplomazia internazionale. Dimenticando miopi e sterili giochi di potere e anacronistici steccati religiosi, anche l’Occidente ha iniziato infatti a cercare i propri interlocutori e alleati proprio nella stessa area minacciata dall’ISIS: in particolare tra gli sciiti e i curdi. L’Iran, in parte sdoganato dopo anni di emarginazione politica, si sta rivelando infatti un buon alleato “regionale” e soprattutto i curdi, accantonate, almeno in parte, le prevenzioni alla possibile creazione di un loro stato, si sono dimostrati un eccellente supporto militare sul campo, anche grazie alle antiche qualità militari e all’orgoglio di un popolo di grande dignità. Un’inversione di rotta tanto più necessaria quanto si guardi agli studi che proiettano la situazione mondiale all’orizzonte del 2050, prevedendo notevoli cambiamenti nella distribuzione, nell’incidenza e nei rapporti di forza delle diverse religioni sul pianeta. Se il cristianesimo rimarrà infatti la religione più importante, è altrettanto vero che il suo baricentro andrà lentamente spostandosi verso il continente africano, con un parallelo decremento della presenza cristiana in Europa, dove paesi come Regno Unito e Francia subiranno notevoli mutamenti negli equilibri confessionali interni. L’Islam, dal canto suo, sfruttando anche la notevole crescita demografica dovuta al tasso di fertilità dei suoi fedeli, andrà incrementando la propria presenza. Il ventitré per cento odierno di musulmani registrati nel mondo è dunque un dato in rapida crescita, anche se, per almeno un secolo, non sembra venga sovvertita la situazione attuale. Si tratta comunque di un panorama in costante divenire, dove è essenziale la capacità di interpretare al meglio il presente, valutando però con attenzione il futuro. Un futuro in cui la comunità internazionale dovrà fare i conti comunque con l’ISIS (o con simili realtà), poiché lo stesso stato di conflitto con esso ne riconosce involontariamente la qualità di interlocutore. Ecco i motivi che rendono in prospettiva lo Stato Islamico qualcosa di diverso da un semplice gruppo terroristico, sia pure organizzato, ed ecco perché la sua sfida al mondo moderno e in particolare al modello occidentale può apparire come l’ultimo capitolo di un secolare conflitto fra Islam e cristianità, secondo modalità e mezzi stavolta del tutto nuovi e con esiti, allo stato attuale delle cose, del tutto imprevedibili, soprattutto alla luce di una storia ancora tutta da scrivere. Bibliografia Al-Husayn ibn Mansur Al-Hallaj, Il Cristo dell’Islam. Scritti mistici, Mondadori, Milano 2007. F. Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Einaudi, Torino 1967. W.B. Bartlett, Gli Assassini. Storia e leggenda della più temuta setta islamica, Corbaccio, Milano 2004. A. 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Rusconi, Milano 1981 (1a Indice dei nomi Abd al-Malik Abd al-Muttalib Abd al-Rahman Abd Allah Abdul Aziz Abdul Hamid I Abdul Hamid II Abdülmecid I Abdülmecid II Abelardo Abramo Abu Bakr Abu Bakr al-Baghdadi Abu l-‘Abbas Abu l-Qasim Muhammad, vedi Maometto Abu Obeida Abu Sufyan Abu Talib Adalberone Adele d’Inghilterra (moglie di Stefano di Blois) Adele di Francia Adriano IV (papa Nicholas Breakspear) Agar Agila II Agnese di Poitou Agostino d’Ippona (sant’Agostino) Ahmed I Ahmed III Ahmed Köprülü Aisha al-‘Abbas al-Muttalib al-Adil I al-Ghafiqi al-Hadi al-Hakim (figlio di Mansur Nizar al-Aziz) al-Hakim al-Husayn al-Husayn (sceriffo della Mecca) al-Malik al-Malik al-Kamil al-Mansur al-Mu’tadid al-Muizz al-Muqtadir al-Musta’li al-Mustansir al-Salih Ayyub al-Walid II al-Zuhri Ala ad-Din Alassio, Galino Alberico (padre di Giovanni XII) Alberto II Alessandro II (papa Anselmo da Baggio) Alessandro II (zar) Alessandro III (papa Rolando Bandinelli) Alessandro VIII Alessandro Magno Alessio I Comneno Alessio III Alessio IV Alessio V Alì (figlio di Abu Talib, cugino di Maometto) Ali az-Zahir (figlio di al-Hakim) Alì Pasha detto Amazzamamma Alì Pasha, detto il Muezzinande Alì Picenino Alighieri, Dante Amalrico I Amina Amr ibn al-As Amurat Dragut Rais Anacleto II Anastasio IV Andrea II Annibale Ariberto d’Intimiano Aristotele Arnaldo da Brescia Averroè Avicenna Aydin Ayse Afsa Sultan az-Zubayr Baba ad-Din Baglioni, Astorre Balbi, Francesco Baldovino (fratello di Goffredo di Buglione) Baldovino IV Baldovino V Baldovino (arcivescovo di Canterbury) Baldovino di Fiandra Balfour, Arthur Barbarigo, Agostino Barbaro, Francesco Barbarossa, Ariadeno (pirata) Barthélemy, Pierre Battaglia, Girolamo Bayezid, detto Yıldırım Benedetto VII Benedetto VIII Benedetto IX Benvoglieri, Leonardo Bernardo di Chiaravalle Bernone di Borgogna Bianca di Castiglia Boemondo di Taranto (figlio di Roberto il Guiscardo) Bonifacio (marchese del Monferrato) Borromeo, Carlo Bragadin, Marcantonio Branković, Giórgio Buonvisi, Francesco Calabrese, Moretto Callisto II Callisto III Callisto III (antipapa) Calvino, Giovanni Cambrense, Giraldo Canale, Antonio Capeto, Ugo Cappello, Antonio Marin Caracciolo, Nicola Carascosa Carlo V Carlo VI Carlo IX Carlo XII di Svezia Carlo d’Angiò Carlo il Calvo Carlo il Grosso Carlo di Lorena Carlo Magno Carlo Martello Carlo il Semplice Carlotta di Lusignano Carnesecchi, Pietro Castriota, Giovanni Çelebi, Evliya Celestino II Celestino III Celestino IV Cesare Cesarini, Giuliano Cicala, Scipione Cicerone Ciro (patriarca) Clemente II (papa Sidgero di Bamberga) Clemente III Clemente IV Clemente VII Clemente IX Clemente X Colombo, Cristoforo Colonna, Lorenzo Onofrio I Colonna, Marcantonio Colonna, Vespasiano Coniata, Niceta Contarini, Alvise Contarini, Marino Corner, Andrea Corrado II (Corrado di Franconia) Corrado III Corvino, Mattia Costantino IX Costantino XI Paleologo Costantino (imperatore romano) Costanza d’Altavilla (zia di Guglielmo di Sicilia) Cristina di Svezia d’Aubusson de La Feuillade, Georges Dandolo, Enrico Dandolo, Niccolò Danilo III de Beauharnais, Giuseppina de Bois-Brodant, Gabriel de Cervantes, Miguel de Conti, Louis Armand de Guzman, Domenico de la Grange d’Arquien, Maria Casimira de La Valette, Jean Parisot de Paquère, Guillaume de Payens, Ugo de Pomponne, Simon Arnauld marchese De Vecchi, Francesco de Vendôme, François duca di Beaufort de’ Medici, Cosimo de’ Medici, Cosimo II dei Crescenzi, Giovanni II della Corna, Ascanio Deshayes, Catherine detta La Voisin Diedo, Gerolamo Doria, Andrea Doria, Gianandrea Doria, Giannettino Dragut Drengot, Rainulfo Drogone d’Altavilla Duilio, Caio Duodo, Francesco Durak Pasha Dusan, Stefano Edebali Eginardo El Louk Alì, vedi Occhialì Emich di Leiningen Enrico di Valois Enrico II Enrico II d’Inghilterra Enrico III Enrico IV Enrico V Enrico VI di Svevia (figlio del Barbarossa) Enrico X Enrico il Leone Enrico l’Uccellatore Eraclio (imperatore di Costantinopoli) Eraclio di Gerusalemme Ertugrul Eugenio di Savoia Eugenio III Eugenio IV Eugenio Maurizio di Savoia-Soissons Eustachio (fratello di Goffredo di Buglione) Fakhr ad-Din Fatima Fazil Mustafà Pasha Federico I il Barbarossa Federico II di Svevia Federico VI Federico Augusto I di Sassonia Federico Augusto II di Sassonia Ferdinando I d’Asburgo Ferrante d’Aragona Filippo Augusto di Francia Filippo di Svevia (fratello di Enrico VI) Filippo I di Francia Filippo II Filippo il Bello Filippovich Folco di Neuilly Fozio Francesco I di Valois Francesco d’Assisi (san Francesco) Francesco Stefano di Lorena Freudiani, Giovanni Battista Fulcherio di Chartres Furlan, Niccolò Natalino Gabriele (arcangelo) Galeni, Luca, vedi Occhialì Gatto, Angelo Gebir Gelasio II Gengis Khan Gennadios Gesù Giacomo di Vitry Gilberto di Nogent Giovanni VI Cantacuzeno Giovanni VIII Paleologo Giovanni VIII (papa) Giovanni X Giovanni XII (Ottaviano) Giovanni XIII Giovanni XIV Giovanni XIX Giovanni XV Giovanni XVII Giovanni XVIII Giovanni (evangelista) Giovanni d’Austria Giovanni da Capestrano Giovanni di Brienne Giovanni Senza Terra Giustiniani Longo, Giovanni Giustiniani, Pietro Giustiniano Goethe, Johann Wolfgang Goffredo di Buglione Goffredo di Villehardouin Goffredo il Barbuto Gonzaga, Giulia Gottschalk Gregorio V (papa Brunone di Carinzia) Gregorio VI Gregorio VII (papa Ildebrando di Soana) Gregorio VIII Gregorio IX Grimani, Giovanni Battista Grugno, Antonio Gualtiero di Passy (o Gualtiero Senza Denari) Guglielmo II Guglielmo d’Altavilla, detto Braccio di Ferro Guglielmo d’Aquitania Guglielmo di Tiro Guido di Lusignano Gunther, vescovo di Bamberga Gustavo Adolfo di Svezia Hafsa Hamza Harun al-Rashid Hasan-i Sabbah Heinrich von Thurn Hilal as-Sabì Hisham Hossein Kapudan Hrebeljanović, Lazar Hrolf, vedi Rollone Hugue Ferry Husayn Pasha, detto Mezzomorto Ibn Abi Khinzir Ibn al-Athir Ibn al-Qalanisi Ibn Shadda’d Ibn Ubayy Ibrahim ibn al-Aghlab Ibrahim Pasha Ibrahim Pasha (bey di Buda) Ibrahim, detto Shaitan Ignazio Imad ad-Din Imad al-Din Zengi Imre Tököly Innocenzo II Innocenzo III Innocenzo IV (papa Sinibaldo Fieschi) Innocenzo VIII Innocenzo XI (papa Benedetto Odescalchi) Isacco II Isidoro di Beja Isidoro di Siviglia Islam Ahmed Bey Ja-Far al-Barmaki Jacopo da Riva Jolanda di Brienne Kaid Alì Kara Mustafà Karagia Bey Kerbuqa Khadija Khair ad-Din, vedi Barbarossa, Ariadeno (pirata) Khalid ibn al-Walid Kollonics (vescovo di Wiener-Neustadt) Kose, Michal Kurtogoli di Biserta Ladislao II Lala Kara Mustafà Pasha (Lala Mustafà) Lefort, Francesco Leone III Leone IV Leone VI Leone VII Leone IX Leone (imperatore) Leopoldo I Leopoldo VI duca d’Austria Liebenberg, Johann Andreas Liselotte del Palatinato Lotario di Sassonia Lotario Luca (evangelista) Lucio II Lucio III Ludovico Guglielmo del Baden Ludovico II il Germanico Ludovico il Pio Luigi Giulio di Savoia Luigi V, detto l’Infingardo Luigi VII Luigi IX Luigi XIV Luisi, Melchiorre Lutero, Martin Mahi Debran Guibar Mahmud I Mahmud II Mal Hatun Malgero d’Altavilla Mālik ibn Anas Mami il Ferrarese Mamun Aghà Mancini, Laura Mancini, Maria Mancini, Olimpia Mancini, Ortensia Mansur Nizar al-Aziz Manuele Comneno Maometto Marcello, Bartolomeo Marcello, Lorenzo Marco (evangelista) Marco d’Aviano Margherita di Provenza (moglie di Luigi IX) Maria (madre di Cristo) Maria di Magdala Maria di Monferrato Maria la Bailadora Maria Stuarda Maria Teresa d’Austria Marozia Marsili, Margherita Marsili, Nanni Martinengo, Nestore Marwan II Marya Maslama Massimiliano II Matilde di Toscana Matteo (evangelista) Matteo di Montmorency Mattia d’Asburgo (arciduca Mattia) Mazarino, Giulio Mehemed Giray Mehmed I Mehmed II Mehmed III Mehmed IV Mehmed V Mehmed VI Mehmed Ali Giray (khan dei Tartari) Mehmed Pasha Mehmed Sokollu Mehmet Shoraq (o Shauruq) Micas, Giuseppe Michaelowitz, Georg Michele I Cerulario Michele III Michele il Coraggioso Miguis, João, vedi Micas, Giuseppe Minale, Paolo Minotto, Girolamo Mircea di Valacchia Mocenigo, Alvise Molin, Alessandro Montecuccoli, Raimondo Morat Aghà Morosini, Daniel Morosini, Francesco Morosini, Paolo Morosini, Tommaso Morzsinay, Erszébet Mosè Mu’awiya Mugahid Muhammad al-Farabi Muhammad al-Mahdi Muhammad al-Nasibi Murad I Murad II Murad III Murad IV Murad Pasha Musa ibn Nusayr Musaylima ibn Habib, detto il Mentitore Mustafà II (figlio di Mehmed IV) Mustafà III Mustafà IV Mustafà (figlio di Solimano e Mahi Debran Guibar) Mustafà Çelebi Mustafà Effendi Mustafà Kemal Ataturk Mustafà Rais Napoleone Napoleone III Nassì, Jossèf, vedi Micas Giuseppe Navagero, Antonio Niccolò I Niccolò II (papa Gerardo di Borgogna) Niccolò V (papa Tomaso Parentucelli) Niceta di Bisanzio Nicola I Nicola (crociata dei bambini) Norandino Notaras, Luca Nur ad-Din, vedi Norandino Obilić, Miloš Occhialì Oddone Ojeda, Juan Omar (padre Maometto) di Hafsa, suocero di Omar ibn al-Khattab Omar (califfo) Onorio II Onorio III Orkhan Osama bin Laden Osman Osman III Osta Morat Othman (fondatore della dinastia osmanide, figlio di Ertugrul) Othman ibn Affan Ottomano, padre Domenico Ottone I Ottone II Ottone III Ottone d’Aquitania Ottone di Brunswick Ottone di Frisinga Paleario, Aonio Paleologo, Manuele Paleologo, Tommaso Pandolfo di Capua Pane, Ogerio Pasquale II Pasquale III Pelagio di Santa Lucia Pertev Pasha Peter, Johan Pier Damiani Pietro di Castelnovo Pietro di San Marcello Pietro di Vaux de Cernay Pietro il Grande Pietro l’Eremita Pio II (papa Enea Silvio Piccolomini) Pio IV Pio V (papa Antonio Michele Ghislieri) Pipino il Breve Piyale Pasha Platone Qalawun Querini, Gianantonio Querini, Marcantonio Quinto Fabio Massimo Raimondo III di Tripoli Raimondo di Aguilers Raimondo di Tolosa Raimondo di Poitiers Rákóczi, Giorgio Rhazes Riccardo Cuor di Leone Richelieu, Armand-Jean du Plessis duca di Rinaldo di Chatillon Roberto d’Altavilla (detto il Guiscardo) Roberto di Fiandra Roderico Rodolfo II Rodolfo il Nero Rorgo Fetel di Nazareth Rollone Romano IV Rospigliosi, Vincenzo Rossana, vedi Rosselana Rosselana Roxana, vedi Rosselana Ruggero d’Altavilla Saladino Salah ad-Din, vedi Saladino San Paolo San Tommaso Sanudo, Marin Sarah Savorgnan, Giulio Sawda Sebeos (vescovo armeno) Segurana, Caterina Selim I Selim II, detto “il biondo” Selim III Seljuk Semiz Mehmed Pasha Seneca Serlone d’Altavilla Sergio II Sergio IV Shawar Shirkuh Sibt ibn al-Giawzi Sidi Mustafà Sigismondo d’Ungheria Silahdar Findiklili Silahdar Yusuf Pasha (Giuseppe Marcovi o Josif Maskovic) Silvestro I Silvestro II (papa Gerberto di Aurillac) Silvestro III Simone II Simone di Montfort Sinan, “l’ebreo di Smirne” Sinan Pasha Sismano Sisto IV Sitt al-Mulk Sobieski, Giovanni Sobieski, Jakub Sofronio Solimano I Solimano II Soranzo, Giovanni Starkey, Oliver Stefano IX (papa Friedrich von Lothringen) Stefano (crociata dei bambini) Stefano di Blois Sulayman ibn Abd al-Malik Suleiman Pasha Suleyman (figlio di Orkhan) Suleyman Shah Talha ibn ‘Ubayd Tamerlano Tancredi d’Altavilla Tancredi d’Altavilla (nipote di Boemondo) Tariq ibn Ziyad, detto Tariq il Guercio Temür Lenk, vedi Tamerlano Teodora (figlia di Costantino, moglie di Orkhan) Teodoro I Lascaris Teofano Tibaldo (conte di Champagne) Toghrul Bey Tommaso da Celano Traiano Tristano (figlio di Luigi IX) Ubayd al-Mahdi ibn-Ilah Ubqa ibn Nafi Ugo di Vermandois Ulfredo d’Altavilla Umm Habiba Umm Salama Urban Urbano II (papa Ottone de Chatillon, o de Lagery) Urbano III Urbano V Usama (figlio di Zayd) Usama Ibn-Munqidh Uthman Vajk Hunyadi Vani Mehmed Efendi Vauban, Sébastien Venier Baffo, Cecilia Venier, Filippo Venier, Sebastiano Vettori, Paolo Villavecchia, Girolamo Vittore II Vittore III (papa Desiderio, abate di Montecassino) Vittore IV (papa Ottaviano de’ Crescenzi) Vittorio Amedeo II (duca di Savoia) Vittorio Emanuele III Vlad III Dracul Volkmar Voltaire, François-Marie Arouet von Kollonitsch, Leopold von Königsmarck, Otto Wilhelm von Leibniz, Gottfried Wilhelm von Sporck, Johan von Starhemberg, Ernst Rüdiger Witiza Yahya ibn Khalid Yakub Zane, Girolamo Zayd Zaynab Ziyadat Allah III Zrínyi, Miklós Zulian, Biagio Dello stesso autore Come eravamo negli anni di guerra “Il 10 giugno del 1940 scocca l’ora «segnata dal destino»: dal balcone di palazzo Venezia Benito Mussolini annuncia al paese l’entrata in guerra. La folla che si accalca, festosa e urlante, è l’immagine di un popolo orgoglioso e pronto a tutto pur di guadagnare prestigio e rilevanza internazionale, lasciandosi alle spalle un destino minoritario. Nei cinque anni successivi, però, l’entusiasmo cede pian piano il passo all’angoscia dell’attesa, ai primi disagi, alla fame montante, al senso di precarietà, alla paura per il futuro e poi, con i bombardamenti e l’approssimarsi del fronte, al vivo terrore del presente. Eppure, dopo quel 10 giugno l’attenzione degli storici di solito si sposta, per inseguire la guerra sui vari fronti o nei gabinetti di dittatori, politici e generali, disinteressandosi di quella gente comune che aveva acclamato la guerra. Arrigo Petacco decide invece di fermarsi sulla soglia del cosiddetto “fronte interno”, di cui racconta nei dettagli la vita quotidiana, fatta di piccole e grandi tragedie, di speranza e sconforto, al ritmo delle notizie che arrivano da lontano, filtrate dalla propaganda. Non solo: ricostruendo quel periodo mese per mese e persino giorno per giorno, Petacco ci ricorda che la vita, comunque, continuava. Nonostante la guerra, si andava ancora al cinema e a teatro (quelli rimasti aperti, almeno), si canticchiavano le nuove canzoni passate alla radio, si leggevano i giornali, si mandavano i figli a scuola, si lavorava. Il tutto adeguandosi alle disposizioni sul coprifuoco e ai segnali dell’allarme antiaereo, imparando a riciclare i mozziconi di sigaretta, a sostituire il caffè con la cicoria, i taxi con i tricicli. Si familiarizzava con gli orti di guerra e con le pellicce in gatto “tinto color cacao”, si inventavano ingegnose cassette di cottura e insaporitori disgustosi, in un’autarchia sempre più difficile eppure sempre più fantasiosa, a confermare anche in un contesto così doloroso la proverbiale inventiva del popolo italiano. Raccogliendo foto, manifesti, pubblicità e volantini, Arrigo Petacco ci illustrato, consegna una un almanacco controstoria minuta dell’ultima guerra mondiale, nella certezza che seguire questa trama di sacrifici e sofferenze quotidiane è necessario per capire gli ultimi anni del conflitto, quando il paese all’improvviso si trovò diviso in due, tra la Repubblica di Salò e la Resistenza partigiana.” La nostra guerra 1940-1945 “Sulla soglia di questo saggio, denso di fatti e rapido di passo, Arrigo Petacco ha posto un esergo: «Quando comincia una guerra la prima vittima è sempre la verità. Quando la guerra finisce le bugie dei vinti sono smascherate, quelle dei vincitori diventano Storia». È quasi un’epigrafe, un memento utile per chi si appresta ad attraversare leggendo anni tumultuosi e a volte confusi, coperti prima dal segreto militare e poi, nel dopoguerra, dalla cortina fumogena della “versione ufficiale”. Il secondo conflitto mondiale, scoccato all’insegna della guerra-lampo (Mussolini disse a un timoroso Badoglio: «La guerra finirà in fretta. Io ho solo bisogno di un certo numero di morti per sedere al tavolo della pace»), si sarebbe invece trascinato per anni, scatenando in Italia quella che ormai viene quasi da tutti considerata una guerra civile. Ma, ci ricorda Petacco, bisogna evitare ogni ricostruzione consolatoria: gli italiani non furono vittime innocenti, gettate nel tritacarne bellico da un megalomane Duce. Ci fu un’intera classe politica, militare, economica e intellettuale che prima acclamò Mussolini e poi, una volta prossimi alla fine, lo spacciò come unico responsabile del disastro; e anche il popolo minuto, gli operosi cittadini del fascio, furono parte attiva di questa epopea e di questa disfatta. E allora oggi, mentre molti sbandierano un revisionismo di comodo, vale la pena ri-raccontarla, questa storia: i giorni dell’Impero e dell’esaltazione propagandistica, cui il popolo spesso partecipò con slancio, e i giorni del disonore e della sconfitta, di un esercito impreparato mandato allo sbaraglio, povero di mezzi e ricco di coraggio. Raccontare un paese in cui eravamo tutti fascisti e all’improvviso diventammo tutti antifascisti, una nazione che passò dall’Asse agli Alleati, attraverso l’umiliazione e la violenza di un’invasione. La nostra guerra non vuole essere programmaticamente una controstoria: preferisce fare un passo indietro e ricostruire, con rigore e passione, attraverso lettere e comunicati, dispacci e testimonianze, la cronistoria equilibrata e il più possibile onesta di questa guerra, che ha attraversato il nostro paese dal Nord al Sud, che ha coinvolto soldati e massaie, generali e contadini, al punto che i civili stessi si trovarono a impugnare le armi. Una guerra che è nostra, nel bene e nel male: è giunto riappropriarsene.” il momento di Ultimi volumi pubblicati STEFANO BARTEZZAGHI, Il falò delle novità. La creatività al tempo dei cellulari intelligenti AA.VV., Dono, dunque siamo. Otto buone ragioni per credere in una società più solidale MICHELA MARZANO, L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore (10a ediz.) ANDREA VENTURA, MIMMO FRANZINELLI, Una mattina mi son svegliato. Cinque storie dell’8 settembre 1943 JIM HOLT, Perché il mondo esiste? Una detectivestory filosofica (2a ediz.) BARBARA FRALE, L’inganno del Gran Rifiuto. La vera storia di Celestino V, papa dimissionario (3a ediz.) JACQUES DE SAINT VICTOR, Patti scellerati. Una storia politica delle mafie in Europa ADAM ZAMOYSKI, Marcia fatale. 1812 Napoleone in Russia (3a ediz.) MARCO MAGNANI, Sette anni di vacche sobrie. Come sarà l’Italia del 2020? Sfide e opportunità di crescita per sopravvivere alla crisi (2a ediz.) SERGIO SCHIAVONE, ANTONIO NICASO, Cacciatori di tracce. Storie e tecniche di investigazione sulla scena del crimine FELIX MARTIN, Denaro. La storia vera: quello che il capitalismo non ha capito AA.VV., L’oltre e l’altro. Sette variazioni sul viaggio (2a ediz.) ELIDO FAZI, Mefistofele. Come uscire dalla crisi economica con le ricette del diavolo LIA CELI, ANDREA SANTANGELO, Mai stati meglio. Guarire da ogni malanno con la Storia JOSEF JOFFE, Perché l’America non fallirà. Politica, economia e mezzo secolo di false profezie EVA CANTARELLA, Ippopotami e sirene. I viaggi di Omero e di Erodoto (4a ediz.) ANDREA CAMILLERI, Segnali di fumo HANS ULRICH OBRIST, Fare una mostra (2a ediz.) ROBERTO COTRONEO, Il sogno di scrivere. Perché lo abbiamo tutti. Perché è giusto realizzarlo (2a ediz.) JESSE BERING, Perv. Viaggio nelle nostre perversioni LAURA BOSIO, BRUNO NACCI, Da un’altra Italia. 63 lettere, diari, testimonianze sul “carattere” degli italiani SLAVOJ ŽIŽEK, Evento LAURA GRANDI, STEFANO TETTAMANTI, Il cibo non era niente di speciale. Incontri, e scontri, di 239 scrittori con cibi, bevande e alberghi d’Europa RODERICK BAILEY, Target: Italy. I servizi segreti contro Mussolini, 1940-1943 MARCO SCARDIGLI, Viaggio nella terra dei morti. La vita dei soldati nelle trincee della Grande Guerra (2a ediz.) JOE BASTIANICH (con Sara Porro), Giuseppino. Da New York all’Italia: storia del mio ritorno a casa (2a ediz.) MARCO AIME, Tra i castagni dell’Appennino. Conversazioni con Francesco Guccini ANDREA CARANDINI, La Roma di Augusto in 100 monumenti (2a ediz.) PIERO BIANUCCI, Vedere, guardare. Dal microscopio alle stelle, viaggio attraverso la luce (2a ediz.) MICHELA MARZANO (con Giovanna Casadio), Non seguire il mondo come va. Rabbia, coraggio, speranza e altre emozioni politiche AA.VV., L’arte della condivisione. Per un’ecologia dei beni comuni LELLA RAVASI BELLOCCHIO, I sogni delle donne SUSAN NEIMAN, Perché diventare grandi? GIGI DI FIORE, La Nazione napoletana. Controstorie borboniche e identità suddista (2a ediz.) MADDALENA SANTERONI, DONATELLA MILIANI, La cuoca di d’Annunzio. I biglietti del Vate a “Suor Intingola”. Cibi, menù, desideri e inappetenze al Vittoriale (2a ediz.) MARCO AIME, Senza sponda. Perché l’Italia non è più una terra d’accoglienza ROBERTO COTRONEO, Lo sguardo rovesciato. Come la fotografia sta cambiando le nostre vite (2a ediz.) CRISTINA GIUDICI, Mare monstrum, mare nostrum. Migranti, scafisti, trafficanti. Cronache dalla lotta all’immigrazione clandestina LIA CELI, ANDREA SANTANGELO, Caterina la Magnifica. Vita straordinaria di una geniale innovatrice (3a ediz.) VITTORIO SABADIN, Elisabetta, l’ultima regina (3a ediz.) VIOLETTA BELLOCCHIO (A CURA DI), Quello che hai amato. Undici donne. Undici storie vere ANDREA VENTURA, Giulia. Una ragazza del Novecento BARBARA GRAZIOSI, Gli dèi dell’Olimpo. Storia di una sopravvivenza MICHELA MARZANO, Papà, mamma e gender (5a ediz.) TIM PARKS, Di che cosa parliamo quando parliamo di libri GIUSEPPE SCARAFFIA, Gli ultimi giorni di Mata Hari LORENZO DEL BOCA, ANGELO MOIA, Sulla via Francigena. Storia e geografia di un cammino millenario MARCO SCARDIGLI, ANDREA SANTANGELO, Le armi del diavolo. Anatomia di una battaglia: Pavia, 24 febbraio 1525 UMBERTO VERONESI, Tre sere alla settimana. 300 film, 12 anni di passione cinematografica ARRIGO PETACCO, Come eravamo negli anni di guerra. La vita quotidiana degli italiani tra il 1940 e il 1945 (2a ediz.) MARCO ANSALDO, Le molte feritoie della notte. I volti nascosti di Fabrizio De André PAOLO CIRINO POMICINO, La Repubblica delle Giovani Marmotte. L’Italia e il mondo visti da un democristiano di lungo corso ENZO SORESI (con Pierangelo Garzia), Mitocondrio mon amour. Strategie di un medico per vivere meglio e più a lungo ANDREW ROBERTS, Napoleone il Grande GIANFRANCO PASQUINO, La Costituzione in trenta lezioni FRANCO CARDINI, Il califfato e l’Europa. Dalle crociate all’ISIS: mille anni di paci e guerre, scambi, alleanze e massacri (2a ediz.) FRANCESCA PACI, Un amore ad Auschwitz. Edek e Mala: una storia vera AA.VV., Le case dell’uomo. Abitare il mondo FRANCES LARSON, Teste mozze. Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri MARCO MAGNANI, Terra e buoi dei paesi tuoi. Scuola, ricerca, ambiente, cultura e capitale umano: quando l’impresa investe nel territorio BARBARA FRALE, La guerra dai Francesco. Gioventù di un santo ribelle ARMANDO MASSARENTI, 20 lezioni d’amore di filosofi e poeti dall’antichità ai giorni nostri GIACOMO PELLIZZARI, Il carattere del ciclista VITTORIO SABADIN, Carlo il principe dimenticato MARTA VERNA, Nessuno esca piangendo (2a ediz.) RICCARDO CHIABERGE, 1918. La grande epidemia. Quindici storie della febbre spagnola STEFANO BARTEZZAGHI, La ludoteca di Babele. Dal dado ai social network: a che gioco stiamo giocando? GIOVANNI ARDUINO, LOREDANA LIPPERINI, Schiavi di un dio minore. Sfruttati, illusi, arrabbiati: storie dal mondo del lavoro oggi LORENZO DEL BOCA, Venezia tradita. All’origine della “questione veneta” LIA CELI, ANDREA SANTANGELO, Casanova per giovani italiani ARRIGO PETACCO, La nostra guerra 1940-1945. L’Italia al fronte tra bugie e verità CINZIA SASSO, Moglie, prefazione di Natalia Aspesi (3a ediz.) ANDREA CARANDINI (con Mattia Ippoliti), Giove custode di Roma. Il dio che difende la città LARS MYTTING, Norwegian Wood. Il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna (5a ediz.) GIOVANNI CAPRARA, Rosso Marte. La grande avventura dell’uomo nello spazio GIULIANO VOLPE, Un patrimonio italiano. Beni culturali, paesaggio e cittadini ELBERT HUBBARD, Un messaggio per García (con una nota di Luciano Canfora e un ritratto di Giuseppe Scaraffia) FRANCO CARDINI, I giorni del sacro. I riti e le feste del calendario dall’antichità a oggi AA. VV., Da qui in poi. La cura delle parole in 21 racconti SEBASTIAN SMEE, Artisti rivali. Amicizie, tradimenti e rivoluzioni nell’arte moderna GUIDO DAVICO BONINO, «Ti scrivo che ti amo.» 299 lettere d’amore italiane CATHERINE MERRIDALE, Cremlino. Dalle origini all’ascesa di Putin: il cuore politico della Russia ARTHUR CONAN DOYLE, Avventura nell’Artico. Sei mesi a bordo della baleniera Hope MARCO ROMANO, Le belle città. Cinquanta ritratti di città come opere d’arte SARA PORRO, Prenotazione obbligatoria. Partenze, vagabondaggi e quello che ho mangiato TADEUSZ PANKIEWICZ, Il farmacista del ghetto di Cracovia (2a ediz.) AA.VV., L’umanità in gioco LUCA LO SAPIO, Bioetica cattolica e bioetica laica nell’era di papa Francesco. Che cosa è cambiato? (con un saggio di Giovanni Fornero) SIMONE REGAZZONI, Ti amo. Filosofia come dichiarazione d’amore GIANFRANCO PASQUINO, L’Europa in trenta lezioni ANDREA SANTANGELO, Eccentrici in guerra. Storie e personaggi stravaganti della seconda guerra mondiale CATHERINE MERRIDALE, Lenin sul treno FLAVIO CAROLI, Storia di artisti e di bastardi GIOVANNI ZICCARDI, Il libro digitale dei morti. Memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network GIACOMO PELLIZZARI, Storia e geografia del Giro d’Italia TIFFANY WATT SMITH, Atlante dellle emozioni umane. 156 emozioni che hai provato, che non sai di aver provato, che non provarai mai MARCO SCARDIGLI, Il viaggiatore di battaglie. Sulle tracce delle piccole e grandi guerre combattute in Italia SALVATORE SETTIS, Cieli d’Europa. Cultura, creatività, uguaglianza UTETEXTRA 1. LUCREZIO, La natura dell’amore. Con un racconto di Marcel Schwob 2. CARLO COLLODI, Pipì o lo scimmiottino color di rosa 3. SHAFTESBURY, Lettera sull’entusiasmo 4. Il cavo e il vuoto. 50 storie taoiste (3a ediz.) 5. GIACOMO LEOPARDI, Questa città che non finisce mai. Lettere da Roma, 1822-32. Con un saggio di Emanuele Trevi (2a ediz.) 6. OVIDIO, I rimedi dell’amore. Con le massime consolanti sull’amore di Charles Baudelaire 7. Il saggio e l’elefante. 30 rinascite del Buddha 8. CHARLES SANDERS PEIRCE, Come rendere chiare le nostre idee 9. JOSEPH CONRAD, Karain. Con un Ritratto di Bertrand Russell 10. IGNAZIO DI LOYOLA, Autobiografia 11. ANTOINE DE SAINT-EXUPÉRY, La pasta umana. Taccuini 1935-1940 12. SHA‘RĀNI, Vite di santi musulmani 13. Il momento propizio. 99 storie confuciane 14. La società dell’orso. La spiritualità degli indiani del Nord America 15. FRANCESCO BACONE, Miniere di sale. Aneddoti sugli antichi e sui moderni CLASSICI IMMANUEL KANT, Critica della ragion pura, a cura di Pietro Chiodi (2a ediz.) BARUCH SPINOZA, Etica e Trattato teologicopolitico, a cura di Remo Cantoni e Franco Fergnani (2a ediz.) JOHN MAYNARD KEYNES, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, a cura di Terenzio Cozzi (2a ediz.) ADAM SMITH, La ricchezza delle nazioni, a cura di Anna e Tullio Bagiotti PLUTARCO, Vite parallele I, a cura di Antonio Traglia PLUTARCO, Vite parallele II, a cura di Domenico Magnino OVIDIO, Metamorfosi, a cura di Nino Scivoletto (2a ediz.) LUCREZIO, De rerum natura, a cura di Armando Fellin (2a ediz.) Apocrifi dell’Antico Testamento, a cura di Paolo Sacchi, 2 voll. Avestā, a cura di Arnaldo Alberti MOSÈ MAIMONIDE, La guida dei perplessi, a cura di Mauro Zonta KARL MARX, Il capitale, a cura di Aurelio Macchioro e Bruno Maffi, 3 voll. GIUSEPPE FLAVIO, Antichità giudaiche, a cura di Luigi Moraldi, 2 voll. AMMIANO MARCELLINO, Le Storie, a cura di Antonio Selem GIORDANO BRUNO, Opere italiane, a cura di Nuccio Ordine, 2 voll. ALEXIS DE TOCQUEVILLE, La democrazia in America, a cura di Nicola Matteucci Il Corano, a cura di Gabriele Mandel, Introduzione di Khaled Fouad Allam ISIDORO DI SIVIGLIA, Etimologie o origini, a cura di Angelo Valastro Canale, 2 voll. ERODOTO, Le Storie, a cura di Aristide Colonna e Fiorenza Bevilacqua, 2 voll. OMERO, Odissea, a cura di Franco Ferrari IMMANUEL KANT, Critica della ragion pratica e altri scritti morali, a cura di Pietro Chiodi GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL, La filosofia dello spirito, a cura di Alberto Bosi SEVERINO BOEZIO, La consolazione della filosofia, a cura di Claudio Moreschini GUIDO GOZZANO, Opere, a cura di Giusi Baldissone MARZIALE, Epigrammi, a cura di Giuseppe Norcio TUCIDIDE, Le Storie, a cura di Guido Donini, 2 voll. ARISTOTELE, La metafisica, a cura di Carlo Augusto Viano MONTESQUIEU, Lo spirito delle leggi, a cura di Sergio Cotta, 2 voll. ABELARDO ED ELOISA, Epistolario, a cura di Ileana Pagani ORAZIO, Opere, a cura di Tito Colamarino e Domenico Bo AVICENNA, Libro della guarigione. Le cose divine, a cura di Amos Bertolacci LUDOVICO ARIOSTO, Orlando furioso e cinque canti, a cura di Remo Ceserani e Sergio Zatti, 2 voll. ARISTOTELE, Retorica e poetica, a cura di Marcello Zanatta ELIODORO, Le Etiopiche, a cura di Aristide Colonna MICHELANGELO, Rime e lettere, a cura di Paola Mastrocola ARISTOTELE, Politica e Costituzione di Atene, a cura di Carlo Augusto Viano AVERROÈ, L’incoerenza dell’incoerenza dei filosofi, a cura di Massimo Campanini CICERONE, Epistole ad Attico, a cura di Carlo Di Spigno, 2 voll. AA.VV., Viaggiatori del Seicento, a cura di Marziano Guglielminetti LUCANO, La guerra civile, a cura di Renato Badalì SENOFONTE, Anabasi, a cura di Fiorenza Bevilacqua FEDRO E AVIANO, Favole, a cura di Giannina Solimano Talmùd. Il trattato delle benedizioni, a cura di Sofia Cavalletti BACONE, Scritti filosofici, a cura di Paolo Rossi CICERONE, Opere filosofiche, a cura di Nino Marinone TOMMASO D’AQUINO, Compendio di teologia e altri scritti, a cura di Agostino Selva e TIto S. Centi PLUTARCO, Vite parallele III, a cura di M.L. Amerio e D.P. Orsi PLUTARCO, Vite parallele IV, a cura di Domenico Magnino NICCOLÒ MACHIAVELLI, Il principe, a cura di Rinaldo Rinaldi, Introduzione di Tim Parks BLAISE PASCAL, Pensieri, a cura di Bruno Nacci
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