CANTO II
PARAFRASI
(1-6) Il giorno volgeva al termine e l’oscurità sollevava dalle loro fatiche gli esseri animati
della terra; ma io unico e da solo mi preparavo ad affrontare il travaglio tanto del viaggio
quanto dell’angoscia, che la mia memoria che ricorda tutto descriverà.
(7-9) Aiutatemi ora, o Muse, o nobile intelletto; o memoria che scrivesti ciò che io ho visto,
in questa impresa si dimostrerà il tuo valore.
(10-12) Io iniziai a dire: “O poeta che mi conduci, giudica se le mie capacità sono
adeguate prima di affidarmi all’arduo viaggio.
(13-15) Tu racconti che il padre di Silvio, mentre era ancora col corpo materiale, si recò nel
mondo dell’eternità, e vi andò fisicamente.
(16-27) Però il fatto che Dio, avversario di ogni male, fu benevolo con lui, pensando ai
nobili frutti che dovevano derivare da lui, pensando alla sua persona e alle sue qualità,
non potrà non apparire degno all’uomo ragionevole, che rifletta sulle grandi conseguenze
che dovevano procedere da lui; poiché egli fu prescelto nel cielo Empireo come padre
della santa Roma e del suo impero, la quale Roma e il quale impero, a dir la verità, furono
destinati ad essere la santa sede del successore del sommo Pietro. Per mezzo di questo
viaggio per cui tu gli rendi onore apprese cose che furono motivo della sua vittoria e della
dignità papale.
(28-30) In seguito vi andò s. Paolo, Vaso di elezione, per riportarne sostegno a quella
fede che è fondamento alla via per la salvezza.
(31-36) Ma io con quale diritto venire i questo luogo? E chi lo permette? Io non sono Enea,
non Paolo; né io né alcun altro mi crede degno di questo. Perciò se decido senza riflettere
riguardo il venire, temo che la mia andata sia temeraria. Tu sei saggio: comprendi meglio
di quanto io non sappia esprimere.
(37-42) E come colui che non vuole più ciò che aveva voluto e cambia intenzione in
seguito a nuove riflessione, così che si distoglie completamente da ciò che stava per
intraprendere, così diventai io in quell’oscuro pendio, poiché esaurii, nel pensiero, il
viaggio che fu nel suo inizio tanto veloce
(42-48) “Se go ben capito il tuo discorso” rispose l’anima di quel magnanimo, “il tuo cuore
è sopraffatto dalla viltà : questa molte volte ostacola l’uomo così da farlo recedere da
un’impresa onorevole, come un falsa visione un animale che si spaventa.
(49-53) Affinché ti liberi da questo timore, ti dirò perché sono venuto e che cosa ho inteso
nel primo momento in cui provai dolore per te.
(52-54) Io mi trovavo tra le anime del limbo, quando fui chiamato da una donna santa e
bella, tanto che la pregai di darmi ordini.
(55-57) I suoi occhi brillavano più di una stella; e iniziò a dirmi, con angelica voce, nel suo
modo di parlare dolce e pacato.
(58-66) “O cortese anima mantovana, la cui fama si perpetua ancora sulla terra e
sopravvivrà a lungo quanto il mondo terreno, colui che mi amò, e non per interesse, si
trova sulla spiaggia deserta tanto ostacolato nel cammino, che per la paura sta tornando
indietro; e temo sia già così sperduto, che io mi sia mossa in suo soccorso troppo tardi,
per quanto ho sentito in Paradiso di lui.
(67-72) Vai dunque, e con il tuo parlare accorto e con tutto ciò che è necessario per la sua
salvezza, soccorrilo in modo che io possa essere confortata. Io che ti induco ad andare
sono Beatrice; vengo dal luogo dove desidero ritornare; mi spinse a venire Amore, che mi
ispira nel parlare.
(73-75) Quando mi ritroverò davanti al mio Signore, spesso farò le tue lodi presso di Lui” .
Tacque allora e io parlai così
(76-81) : “ O signora della virtù, l’unica grazie alla quale la specie umana supera ogni cosa
contenuta sotto il cielo che ha la circonferenza minore, tanto mi è gradito il tuo comando
che l’ubbidire, anche se fosse già in atto, mi sembrerebbe lento; non ti è necessario altro
che manifestarmi il tuo desiderio.
(82-84) Ma spiegami il motivo per cui non temi di scendere quaggiù nel centro dal vasto
Empireo dove desideri tornare”.
(85-87) “ Poiché tu vuoi sapere le cose tanto a fondo, in breve ti spiegherò” disse “ poiché
non ho paura di scendere fino qui dentro.
(88-90) Bisogna temere soltanto quelle cose che hanno il potere di fare del male a noi;
tutte le altre no, poiché non possono far paura.
(91-93) Io sono stata resa tale da Dio, per sua bontà, che la vostra infelicità non mi
colpisce, come non mi colpisce il fuoco di questo incendio.
(94-96) Vi è nel cielo una donna gentile che si addolora di questo ostacolo per cui di do
incarico, a tal punto che piega il cielo il severo giudizio.
(97-99) Costei chiamò in suo aiuto Lucia e disse: “ Adesso il tuo fedele ha bisogno di te ed
io te lo affido”.
(100-102) Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse, e giunse nel luogo dove ero io, che
stavo seduta insieme alla Rachele dell’Antico testamento.
(103-105) Disse: “ Beatrice, vera lode di Dio, perché non aiuti colui che t’amò a tal punto
che per te si elevò alla schiera degli uomini comuni?
(106-108) Non senti l’angoscia della sua sofferenza, non vedi che la morte gli porta guerra
su quel punto del fiume dove il mare non riesce a prevalere?
(109-114) Non ci fu mai alcuno sulla terra così veloce a fare il proprio vantaggio o a fuggire
il proprio danno quanto me, dopo che furono dette queste parole, nel venire dal mio seggio
beato fin quaggiù, ponendo fiducia nella tua parola saggia, che rende onore a te e a coloro
che l’hanno ascoltata”.
(115-117) Dopo avermi detto queste, distolse gli occhi che brillavano per il pianto, e con
questo mi rese ancor più sollecita nell’accorrere.
(118-120) E giunsi da te, come lei desiderava: ti portai via dal cospetto di quell’animale
che ti ostacolò il cammino più breve su per monte soave.
(121-126) E allora: che c’è? Perché rimani fermo? Perché accogli tanta viltà nel tuo cuore?
Perché ti vengono meno coraggio e sicurezza, dopo aver saputo che tre donne sante di
tanta nobiltà si prendono cura di te, lassù nel regno del Paradiso, e le mie parole ti
promettono una così grande felicità?
(127-132) Come i piccoli fiori, reclinati e chiusi dal freddo della notte, non appena la luce
del sole si illumina, si alzano sul loro stelo completamente dischiusi, così divenni io
rispetto al mio coraggio incerto, e mi scese in cuore tanto attivo ardore che cominciai a
dire come persona riconfortata
(133-135) : “ O misericordia lei che mi venne in aiuto! E nobile tu che subito ubbidisti alle
parole veritiere che ti disse!
(136-138) Con le tue parole mi hai reso il cuore così desideroso e disposto ad affrontare il
viaggio che io sono di nuovo del primo proposito.
(139-142) Procedi dunque, che unica è la volontà di entrambi: tu sarai la mia guida, il mio
signore, il mio maestro”. In questo modo parlai; e non appena egli si mosso, lo seguii nel
cammino arduo e selvaggio.
ANALISI E COMMENTO
Il secondo canto svolge una funzione introduttiva rispetto al primo libro dell’Inferno; spiega
il significato personale e insieme sacro del viaggio di Dante. La scelta della sera come
momento iniziale del viaggio, in contraddizione temporale con il primo canto non è
casuale, ma è immagine dell’allontanarsi di Dante da Dio. Nei primi versi del canto Dante
invoca le muse- le nove figlie di Zeus che proteggono e ispirano le attività artisticherichiamandosi alla tradizione classica riletta in chiave cristiana. Si appella poi al suo
intelletto e alla sua memoria sottolineando in questo modo la realtà del viaggio e la
difficoltà del raccontarlo in un’opera letteraria.
Una volta seguito Virgilio nella selva Dante si rivolge a lui. Pensando, infatti, all’arduo
viaggio che lo aspetta non si sente degno di compierlo: solo a due uomini prima era stata
data la possibilità di discendere nell’oltretomba. Il primo fu Enea che ,come narrato
nell’Eneide, scese nei campi elisi sotto la guida della Sibilla Cumana . Lì incontrò suo
padre Anchise il quale rivelò all’eroe il suo destino. Enea ebbe questo privilegiò poiché
predestinato da Dio ad essere il fondatore di Roma sede del papato e centro della
cristianità. L’altro a compiere questo viaggio fu s. Paolo che negli Atti degli Apostoli scrive
di esser stato sollevato da Dio fino al terzo cielo. I due inoltre rappresentano per Dante le
due principali fonti di ispirazione: la tradizione classica e le sacre scritture. Il poeta si
chiede dunque quale disegno divino gli conceda di porsi come terzo in questa impresa.
Tale professione di umiltà sostiene una risposta che riveli l’eccezionalità del compito di
Dante. Cosicché egli vuole distinguere dagli esempi mitici la sua esperienza di semplice
cristiano, che come tale può scegliere di intraprendere la strada della redenzione e della
salvezza.
Nel canto Virgilio spiega a Dante che spesso gli uomini rinunciano a imprese ardue e
gloriose per via della viltà che li porta a diffidare delle proprie capacità. Racconta poi al
poeta cosa lo ha spinto a venire in suo soccorso; non si è:mosso infatti di sua iniziativa ma
è stato chiamato da altri. Tutto il cielo si muove attraverso coloro che amano Dante: la
Vergine Maria, Santa Lucia, Beatrice e Virgilio. E’ infatti la Vergine che intima a Santa
Lucia di andare da Beatrice e di invitarla a soccorrere Dante in procinto di abbandonare la
sua impresa. Beatrice esce dal Paradiso e si reca nel limbo alla ricerca di Virgilio per
invitarlo a guidare Dante nel suo cammino. Emerge da questo passaggio del canto la
concezione che Dante ha della donna tipica del dolce stil novo. Si tratta di un genere
poetico diffusosi in Toscana tra la fine del duecento e l’inizio del trecento il cui primo
esponente è Guido Guinizzelli. Il dolce stil novo si basa su una dolcezza musicale e di
contenuto. Affronta il tema dell’amore unendo il paradigma dell’amor cortese con la
volontà di esprimere dolcezza amorosa e configurando l’amore come un sentimento che
colpisce il cuore gentile generando allegria o dolore. Per i sostenitori del dolce stil novo
non si tratta solo di uno stile poetico, ma di un modo d’essere gentile e sensibile all’amore.
Significativo è il modo in cui questi poeti intendono la donna. La maggior parte di essi
hanno una visione idealizzata della figura femminile considerata fonte di virtù e di
salvezza, poiché la donna è capace di elevare spiritualmente gli uomini avvicinandoli a
Dio. Questa percezione della donna si riscontra nelle opere di Dante Alighieri
specialmente nella Vita Nova, opera scritta dopo la morta di Beatrice, che consiste in una
raccolta di poesie. La più nota e significativa è “ Tanto gentile e tanto onesta pare” , poesia
nella quale descrive la bellezza del saluto di Beatrice che eleva l’animo di chi la vede
facendolo sospirare.
Anche nella divina commedia come abbiamo visto sono presenti richiami al dolce stil
novo. Beatrice è descritta da Virgilio come una donna beata e bella poiché porta con sé la
bellezza delle anime beate del Paradiso. Sotto questo profilo Dante va oltre la percezione
della donna-angelo del dolce stil novo poiché Beatrice nella commedia rappresenta anche
la grazia divina e la teologia. Il colloquio con Beatrice induce Virgilio a porsi al suo servizio
come un cavaliere con una dama di corte rispondendo alla benevolenza espressa da
Beatrice nei suoi confronti anche perché la donna ha promesso a Virgilio di intercedere
per lui verso Dio.
La visione della donna espressa da Dante nella commedia soprattutto attraverso la figura
di Beatrice non è condivisa da uno degli esponenti del dolce stil novo, Guido Cavalcanti, il
quale ritiene che l’amore sia una forza sconvolgente e distruttiva e di conseguenza la
donna non può l’uomo a Dio.
Ritornando alla narrazione del canto, va evidenziato che la consapevolezza di essere
amato e sostenuto dalla Vergine Maria, da Santa Lucia e da Beatrice concretamente
attraverso la figura di Virgilio, dà a Dante il coraggio e la forza per riprendere il suo
cammino.