Alice Prati 891120 Neotribalismo e riti di resistenza: il freeparty come espressione collettiva. Introduzione 1. Storia e valori del movimento freeparty. 1.1 Alle origini del movimento: nascita ed evoluzioni. 1.2 Criminal Justice Act e le sue conseguenze: la diffusione in Europa. 1.3 I valori del movimento. 2. La socialità nei rave. 3.1 Tribe e neotribalismo. 3.2 La festa-rito: elementi rituali del rave. 3.3 Il ruolo delle droghe. 3. Italia, l’esplosione mediatica del Witchtek2022 e il “decreto anti-rave”. 4.1 L’evento e la narrazione mediatica: il panico morale. 4.2 La risposta legislativa. Conclusioni 1 Introduzione Questa tesi si pone come un tentativo di analisi di un fenomeno spesso relegato alla sola devianza, in particolare nel senso comune. Il mio scopo è quello di illustrare la complessità di quella che spesso viene definita “l’ultima controcultura” attraverso un percorso storico, proseguendo con l’analisi del particolare tipo di socialità si instaura nei freeparty e degli elementi rituali che li caratterizzano. La tesi si concluderà con una sezione dedicata all'ultimo caso mediatico legato al fenomeno in Italia. Per semplicità nel corso della tesi utilizzerò i termini rave, freeparty e festa come sinonimi. Dal momento che il termine rave si presta a definire diverse situazioni anche molto diverse tra loro, voglio specificare che il fenomeno oggetto di questa tesi sono i freeparty, intesi come feste autogestite, segrete e non autorizzate, caratterizzate dal genere di musica tekno, scritto con la k per differenziarla dalla techno suonata nei club. 2 1. Storia e valori del movimento freeparty 1.1 Alle origini del movimento: nascita ed evoluzioni. Ricostruire efficacemente una cronologia dettagliata e precisa dei fenomeni subculturali si è rivelato un compito difficile, poiché per loro natura questi si formano in contesti e modalità che si distaccano dalla cultura dominante, più documentata e istituzionalizzata. Di seguito il mio tentativo di ricostruire una storia complessa e nebulosa per dipingere un quadro che possa rendere giustizia alla vivacità e all’impatto culturale di fenomeni spesso ignorati o sminuiti dalla narrazione dominante. L’origine del movimento freeparty è da ricondursi alla Gran Bretagna. I primi freeparty nascono negli anni ‘80, in una Gran Bretagna che ancora porta con sé il romantico ricordo dei festival di Stonehenge in cui ogni anno si radunavano le più diverse sottoculture inglesi, unita al nuovo immaginario delle wharehouse di Chicago e all’avvento di droghe psichedeliche come l’ecstasy. Prima di parlare del fenomeno delle Acid House e delle sue evoluzioni è però bene fare un passo indietro e comprendere perché ciò avvenne e perché la Gran Bretagna si prestò particolarmente bene ad essere la culla di questo movimento. In Inghilterra già dagli anni ‘70, mossi dalla fascinazione hippy di Woodstock, nacquero e si moltiplicarono grandi raduni liberi e autogestiti, di cui il più importante e longevo fu quello di Stonehenge: People’s Free Festival. Il fenomeno dei free festival raggiunse misure tali da crearne uno nuovo: quello dei new age travellers. Si trattava di “carovane” vere e proprie, persone che decisero di dedicarsi al nomadismo, vivendo la propria vita passando da festival a festival, da raduno a raduno. (D’Onofrio, 2018) È nel contesto di questo nuovo nomadismo, dovuto anche alle politiche repressive (in particolare sullo squatting) di fine anni 70 che nasce il The Peace Convoy, in cui si mescolano le sottoculture inglesi dell’epoca: hippy, punk e chiunque volesse vivere la propria vita al difuori e in opposizione alla società. I new age travellers divennero un problema per il governo britannico, poiché con il loro muoversi da un raduno illegale all’altro minavano l’immagine perbenista ed individualista propinata e agognata dal governo thatcheriano. Così nel 1985 venne impedito il quasi decennale raduno di Stonehenge attraverso una dura repressione da parte della polizia ricordata con il nome di Battaglia di Beanfield. Da quel momento i new age travellers iniziarono ad organizzarsi in TAZ, zone temporaneamente autonome, di cui avremo modo di parlare più approfonditamente in seguito attraverso la teorizzazione delle TAZ del filosofo anarchico Hakim Bay, che sarà di grande rilevanza e 3 ispirazione per il mondo tekno: Come ricorda d’Onofrio: “Nel 1987 il movimento dei travellers e dei free festival aveva bisogno soltanto di una cosa per trasformarsi in rave: doveva sostituire al rock la musica elettronica” (Idem, p. 60). Con l’arrivo della musica house nei club e soprattutto con la diffusione dell’mdma/ecstasy da Ibiza, si sviluppa nel Regno Unito il fenomeno dell’Acid House. L’Acid House è un’evoluzione dell’house, genere di musica elettronica nato nei club di Chicago negli anni ‘80. In particolare, l’house nasce nel contesto del club The Warehouse (“magazzino, deposito) frequentato principalmente da persone nere e gay, in cui si mescolano sonorità diverse che danno vita ad un tipo di musica elettronica che si potrebbe definire funky, molto “ballabile”. Questo tipo di musica venne inizialmente chiamato “warehouse music”, in seguito diventato semplicemente “house”. Il termine indica anche la natura del genere “fatto in casa” con sintetizzatori e suoni campionati senza l’utilizzo di veri e propri strumenti. Si tratta di musica più grezza e “minimale” rispetto alla disco, la quale si caratterizzava per l'uso di suoni morbidi e ritmati, da un mix di influenze afrocaraibiche, latine e mediterranee, che la rendevano perfetta per la scena dei nightclub (Straw, 2013). L’house si concentrava invece su percussioni incessanti, linee di basso staccate e una struttura ritmica implacabile. Mescolando due copie dello stesso disco, inoltre, i DJ potevano allungare un brano per quello che sembrava un’eternità, provocando il pubblico fino a farlo impazzire. L’acid house è un sottogenere dell’house, nato quasi per caso dalle sperimentazioni del collettivo/gruppo musicale Phunture, che scoprì il potenziale del sintetizzatore Roland TB-303. Nel 1987 pubblicarono “Acid Tracks”, vinile considerato padre del genere. Il sintetizzatore, rivelatosi inutile per il suo scopo originariamente inteso di emulare i bassi di un basso elettrico, produceva invece suoni squillanti e distorti che conferiscono all’acid house la sua caratteristica “acidità” e una dimensione più psichedelica. A fine anni ‘80 l’acid house sbarca in Gran Bretagna grazie a dj britannici entrati in contatto con il genere ad Ibiza, dove già si sperimentavano feste fortemente influenzate da questo genere psichedelico e, soprattutto, dall’ecstasy/MDMA (St Jhon, 2009). Il genere venne importato in un Regno Unito in cui, parallelamente alle politiche repressive dei party non autorizzati, s’iniziò a stimolare il circuito dei club e delle feste legali attraverso diverse concessioni (come, ad esempio, un orario di chiusura più tardivo). L’ecstasy aveva fatto la sua comparsa nelle serate dei giovani inglesi e ne era diventata padrona. Le serate a base di sostanze stupefacenti e musica incessante ebbero un successo di portata incredibile, a partire dalla capitale inglese con lo Shoom (St Jhon, 2009), storico locale gestito da vecchi hippy veterani dei festival di Stonehenge, e soprattutto dai club di Manchester dove l’estate del 1988 venne soprannominata 4 Second Summer Of Love (Bussman, 1998).Orde di giovani provenienti da ogni contesto sociale si ammassavano ogni sera nei locali per scatenarsi su tracce infinite e psichedeliche sotto l’effetto dell’MDMA e presto i club si trovarono incapaci di contenere la quantità di gente che vi si riversava. Iniziano a nascere così i primi rave illegali, presso capannoni abbandonati o aree dismesse. In brevissimo tempo il fenomeno dei rave raggiunse dimensioni inimmaginabili, nell’autunno del 1998 era possibile recarsi ad una festa illegale ogni giorno (D’Onofrio, 2018). Questo rappresentò un enorme problema per il governo britannico, poiché molti giovani iniziarono ad abbandonare il lavoro per spacciare o anche solo per dedicarsi a edonismo sfrenato. I giornali parlavano di sregolatezza, promiscuità sessuale ed abuso di droghe. Lo stato inglese si organizzò per fare fronte al fenomeno dei rave, creando un’unità speciale chiamata Pay Party Union, la quale univa polizia ed intelligence britannica. Iniziarono a sgominare più feste possibili, anche attraverso l’uso di “feste trappola/fantasma”, pur senza troppo successo. Parallelamente alla repressione continuavano politiche per l’incentivo di feste legali, ad esempio nel 1990 con l’Entertainment Act (soprannominato Acid House Bill) che mirava a eliminare definitivamente i rave e a rivitalizzare il circuito legale, messo in crisi da questi eventi. Anche in questo caso, ottenendo scarsi risultati. Ben presto fu evidente che proprio nel carattere illegale delle feste risedeva la loro forza. I rave rappresentavano la libertà, l’autogestione, mostravano la funzionalità di modelli comunitari ideologicamente negati dal governo thatcheriano (“Who is society? There is no such thing!) in cui son nati (Hill, 2002). Il fenomeno dell’acid house (ed in seguito della tekno in generale) fu rivoluzionario poiché, a differenza ad esempio del punk, era completamente ugualitario: trascendeva classe, razza, genere, orientamento sessuale e credo politico. 1.2 Criminal Justice Act e le sue conseguenze: la diffusione in Europa. Nel 1992 sei tribe1 (Circus warp, DiY, Cirkus normal, Adrenaline, Bedlam e Spiral Tribe) organizzano un’enorme festa di una settimana a Castlemorton, nelle campagne del Worcestershire. Potremmo definire l’evento come il primo teknival2, o “proto-teknival”, della storia. (D’Onofrio, 2018) L’affluenza fu incredibile, toccando addirittura picchi di 30.000 presenze. I mezzi d’informazione si scagliarono in feroce opposizione all’evento, provocando una vera e propria tempesta Tribe: collettivi della scena tekno che organizzano eventi e rave, caratterizzati da un forte senso di comunità e identità condivisa. 2 Teknival: Raduno non autorizzato della scena tekno, organizzato da più soundsystem, che si svolge in luoghi remoti e dura diversi giorni celebrando la cultura rave underground in un contesto indipendente e autogestito. 1 5 d’allarmismo, nonostante la festa si fosse svolta in pace ed armonia. L’intervento della polizia portò alla confisca dei soundsystem e all’arresto di tredici persone della Spiral Tribe, poi tutte assolte, dando il via ad uno dei più lunghi e costosi processi del Regno Unito. Due anni dopo nel 1994 venne approvato il Criminal Justice Act, decreto repressivo proposto dal successore di Margaret Thatcher Jhon Major. Il dettagliato pacchetto di norme d’ordine pubblico previsto nella legge prevedeva maggiori poteri alla polizia, con il fine di rendere illegali eventi d’aggregazione “in numero superiore a venti persone, su suolo pubblico, senza autorizzazione” e in presenza di “musica amplificata caratterizzata interamente o principalmente dall’emissione di una successione di ritmi ripetitivi”3. In Inghilterra, dunque, il movimento sembrerebbe iniziare a rallentare. I teknival spariscono per qualche anno a causa del clima repressivo inglese, ma dietro al silenzio delle campagne e dei capannoni inglesi tornati deserti si cela in realtà il ruggito delle (deliranti) nuove feste europee. Molte tribe inglesi, come gli Spiral Tribe, si spostarono oltremanica dove il fenomeno raggiunse dimensioni inimmaginabili. A partire da Francia, Italia e Repubblica Ceca, il movimento si diffuse praticamente in ogni angolo d’Europa: Germania, Austria, Estonia, Spagna, Portogallo, Romania, Polonia, Bulgaria, Grecia, Ucraina…ovunque in Europa iniziarono a circolare flyer di nuove tribe, volantini di feste e teknival sempre più grandi e frequenti, alcuni diventando veri e propri appuntamenti annuali. È il caso, ad esempio, del CzechTeck in Repubblica Ceca, il Mayday di Fontainebleau in Francia, il Tequinox e il SolarSonica (rispettivamente per l’equinozio d’inverno e il solstizio d’estate), il PasquaTek e il WitchTek. Non solo l’Europa, ma il mondo intero avrebbe conosciuto questa realtà. Ad esempio, nel 1994 il soundsystem inglese Desert Storm si reca in Jugoslavia, allora in guerra dimostrando come la musica potesse servire come strumento di solidarietà in tempi di crisi. Nel 1997 nasce una “super tribe di fuoriclasse che incarnava il vettore energetico principale del movimento free tekno” (Idem, p.172) nota come International Conspiracy for a Global Sound. Determinati a diffondere quest’universo su scala globale, nel 1998 partirono per l’India verso la regione Goa, patria della psytrance, e come loro altre tribe si lanciarono in incredibili viaggi fuori dai confini europei. In questi viaggi, ogni tribe e soundsystem contribuì a una rete globale di connessioni musicali e culturali, che testimoniava la crescente influenza e diversità del movimento free tekno. 3 Testo integrale: Criminal Justice and Public Order Act 1994 (legislation.gov.uk) 6 Si era trovata una sintesi nuova tra quattro sottoculture: il nomadismo e la psichedelia degli hippy avevano incontrato l’autoproduzione del punk; l’idea giamaicana del soundsystem come mezzo di riappropriazione dello spazio pubblico aveva trovato la sua musica ideale nei suoni techno e il risultato aveva una capacità di mobilitazione che non si vedeva dagli albori del rock. (Santoni, 2015) Negli anni 2000 il movimento si trovava al suo apice: al CzechTek del 2004 si riunirono ben 156 tribe europee per un totale di 84 “muri di casse”. Con l’avanzamento delle tecnologie, dei mezzi di comunicazione e della sorveglianza, eventi di tale portata non poterono più passare inosservati. Ben presto ovunque in Europa iniziarono atti di repressione nei confronti dei freeparty, i quali continuarono comunque a sopravvivere come fenomeno in continuo movimento e mutamento. L’attenzione generata su questi portò anche ad una contaminazione da parte di persone provenienti da altri ambienti, ineducate sui valori e le disposizioni di questo ambiente, le quali introdussero droghe pesanti che contribuirono a inquinare l’atmosfera delle feste. Dalla fine degli anni 2000 si ebbe un periodo che alcuni potrebbero definire “buio” per i free party, proprio a causa di queste contaminazioni e tentativi di repressione, uniti alla migrazione di molti verso alternative legali come i festival goa. A partire dalla seconda metà degli anni Dieci si vide la nascita di nuove tribe, meno legate al nomadismo ma determinate nell’organizzazione delle feste. Arrivando ormai ai giorni nostri, il mondo dei free party continua ad esistere imperterrito, nonostante la fatica nel mantenerne l’esclusività, l’allarmismo dei media ed i tentativi repressivi sempre più feroci (per quanto spesso performativi), come nel nostro paese con il “decreto antirave”. 1.3 I valori del movimento. Un testo da molti considerato “la bibbia” del raver è T.A.Z: The Temporary Autonomus Zone del filosofo anarchico Hakim Bey. La TAZ è una zona temporaneamente autonoma, intesa come spazio, fisico o virtuale, che sfugge temporaneamente allo Stato (da Bey considerato onnipresente in quanto non esistono luoghi del globo che non siano sotto controllo da stati o nazioni) che resiste tramite completa autogestione. In questo senso il rave può considerarsi a tutti gli effetti una TAZ. La TAZ viene trattata in termini di tattica insurrezionale, da operare contro lo Stato senza pretesa di rivoluzione. A causa dell’incredibile squilibrio nei rapporti di forza, risorse e mezzi, infatti, quest’ultima non potrebbe che rivelarsi una missione fallimentare. Bey critica l’idea della 7 rivoluzione come mezzo di sovvertimento dell’ordine costituito: l'abbattimento di un sistema, secondo lui, non lo elimina, ma ne istituisce semplicemente uno nuovo. Per questo motivo la rivolta temporanea è considerata da Bey l’unico strumento utile per tentare di ridimensionare il potere statale. Nelle TAZ, e dunque nei rave, le persone si ritrovano per poter sperimentare autogestione, autodeterminazione e Libertà nel senso più ampio del termine. Potremmo definire il raver come una sintesi, in senso hegeliano, tra hippy e punk. Dalla filosofia hippy trae gli ideali di pace e armonia, di libertà e comunità oltre all'attaccamento e rispetto per l'ambiente, da cui derivano i principi e le regole da seguire alle feste: rispetta te stesso, rispetta gli altri, rispetta l'ambiente. L’eredità punk si può vedere nella rottura delle convenzioni, nello stile ribelle e anticonformista e nell’importanza nella cultura del DIY (Do It Youself) che incoraggia l'autosufficienza e la creatività indipendente. Essendo il movimento free party un fenomeno controculturale, è indubbiamente caratterizzato anche da un grande sentimento anticapitalista. Le feste sono free, nel senso sia di libero che di gratuito. Per sopravvivere si basano su cooperazione, su processi di gift giving (Petiau, 2015) e sulle autoproduzioni, che secondo Bey (1993) rappresentano uno dei pilastri fondanti delle TAZ. Oltre che a rappresentare la forma di sostentamento economico delle TAZ, queste si configurano come un modo di sperimentare forme di libertà e creatività individuale e collettiva al di fuori dei circuiti di mercato. Il raver può essere chiunque, una delle caratteristiche peculiari sin dall’inizio del fenomeno è proprio l’universalità: “nei momenti di aggregazione del rave tendono a diventare marginali le vecchie forme di identificazione e identità: (…) giovani di destra e sinistra possono trovarsi l’uno di fianco all’altro, come anche giovani di estrazioni sociali e culturali assai differenti” (Caniglia, 2002, p. 222). Sul sito della radio italiana Free Underground Techno, punto di riferimento per gli appassionati del mondo underground, è presente tuttavia un decalogo, o meglio, un "tekalogo" del “bravo raver”4. Non si tratta, ovviamente, di un documento programmatico né di leggi rigide. In un contesto così variegato, internazionale e fluido, sarebbe impossibile stilare delle regole universali. Tuttavia, si può affermare con certezza che i “comandamenti” del tekalogo (specialmente quelli più generali e meno situazionali, come quelli sul parcheggio) siano condivisi da tutto il movimento. 4 Fonte : https://tg24.sky.it/cronaca/2009/09/23/rave_party_il_tekalogo_dieci_regole_del_popolo_della_techno. 8 Il tekalogo del bravo raver: 1. Rispetta la natura. 2. Rispetta te stesso. 3. Rispetta gli altri. 4. Se non vuoi lasciare il tuo cane a casa, portalo con te. 5. Parcheggia in modo intelligente. 6. Stai attento alle informazioni sul rave party: tienile per te e per i tuoi amici. 7. Sei responsabile della tua sicurezza e di quella degli altri: se vedi qualcosa di sbagliato, come violenza o aggressioni, non esitare a intervenire. 8. Non danneggiare né rubare il materiale del sound system. 9. Espandi la tua empatia. 10. Sorridi sempre, trasmetti energia positiva e prendila bene. Ricorda: U are the party. 2. La socialità nei rave. 2.1 Tribe e neotribalismo. Con “tribe” si intende un insieme di individui che sceglie di vivere una vita nomade in comunità costruite secondo una forma non gerarchica, avente come scopo l’organizzazione di rave. Nascono in Inghilterra, come evoluzione del fenomeno dei new age travellers di cui discusso nel primo capitolo. Nell’originario contesto inglese vi era una forte componente politica: in risposta al thatcherismo e alle politiche anti-squat, il nomadismo rappresentava infatti una soluzione al problema del caro affitti e dell'insopportabilità delle costrizioni della società. Nel resto d’Europa, dopo la migrazione oltremanica delle tribe a seguito del Criminal Justice Act, questa componente politica legata al tema dell’abitare si radicò in misura minore, o meglio, assunse forme diverse a seconda del paese in cui si stabilirono (Xsephone, 2011). Le tribe sono espressione di un modello sociocomportamentale di cui divengono, implicitamente o esplicitamente, portavoce: per unirsi a una tribe o crearne una, non è necessario essere DJ o artista, l'unico elemento essenziale è la condivisione di un'identità comune. Dal punto di vista antropologico, una tribù è definita come gruppo etnico di ordine semplice, ovvero una unità sociale determinata, avente una relativa omogeneità sia culturale che linguistica, senza l’implicazione 9 necessaria di un’unità territoriale5. Confrontando le tribe con la definizione di tribù in ambito antropologico, emergono diverse analogie: una relativa omogeneità culturale è infatti presente, in quanto chi si riunisce in tribe, scegliendo uno stile di vita che per diverse ragioni non può essere orientato ai valori tradizionali, mostra infatti di condividere un sistema valoriale simile, diverso da quello della cultura dominante. Vi è anche relativa omogeneità linguistica: le tribe tendono a condividere una lingua comune per necessità pratiche di comunicazione, infatti, in caso di tribe internazionali, viene adottata una lingua franca, come può essere l’inglese, per risolvere potenziali barriere linguistiche. Per quanto riguarda omogeneità territoriale, spesso i membri di una tribe hanno origini comuni, provenendo dalla stessa regione o nazione. Questa è però solo una tendenza, dal momento che non esiste alcuna barriera che precluda l’ingresso a chiunque voglia unirsi. Nonostante il richiamo esplicito al tribalismo, “tribe” non si riferisce al modello d’analisi del neotribalismo ideato da Maffesoli (2004), che è più che altro una chiave di lettura delle sottoculture, formulata per superare criticità delle classiche teorie sulle sottoculture. Il termine sottoculture, infatti, porta con sé diverse criticità generali, a partire dal prefisso (in inglese subculture) che presuppone una subordinazione di queste rispetto a una cultura considerata legittima, con l’idea di una demarcazione netta tra cultura alta e cultura bassa (Guareschi, 2023). Secondo i principali modelli di analisi dei fenomeni sottoculturali provenienti dal volume Resistance Through Rituals (1976), le sottoculture vengono inquadrate come fenomeno prettamente giovanile, legato ad una dimensione di classe proletaria e al rapporto con le figure genitoriali, caratterizzato da un senso di appartenenza esclusivo, avente una coerenza interna e una chiara demarcazione da e verso l’esterno. Secondo queste teorie la sottocultura va oltre il semplice gusto musicale, estendendosi a un preciso stile di vita che si manifesta nell'abbigliamento, nel linguaggio, nelle posture, nei modi di socializzare e nei codici morali. Queste teorie intendono le sottoculture come realtà che permeano ogni aspetto della vita individuale, richiedendo una completa adesione ai loro codici interni. Per questo motivo, il neo-tribalismo è considerato un approccio migliore dai post subcultural studies, in quanto «più adatto a descrivere il carattere contingente, situazionale, fluido, morale delle scelte musicali e delle aggregazioni giovanili» (Idem, 2023, p.182). Le neo-tribù si configurano quindi come gruppi che si creano attorno a determinati ambienti, situazioni o consumi, con confini fluidi e appartenenze che cambiano nel tempo. La loro natura è intrinsecamente plurale: l'individuo non costruisce la propria identità esclusivamente attraverso il gruppo, ma sperimenta diverse identità, passando temporaneamente da una “tribù” all'altra. 5 Fonte : https://www.treccani.it/enciclopedia/tribu/ 10 Ripercorrendo e approfondendo la formulazione di Maffesoli, nella sua opera Il tempo delle tribù pubblicata nel 1988, egli compie un'analisi comparativa e metodica tra società moderna e postmoderna. La modernità ha accompagnato l'evoluzione della cultura occidentale, portando, con il rafforzarsi della razionalità scientifica, al rifiuto di spiegazioni magiche e animistiche legate a spiriti e demoni, per fare spazio a un approccio razionale. Questo processo di intellettualizzazione ha dato origine alle grandi ideologie economiche e politiche che hanno segnato il corso del secolo, dando vita e plasmando soggetti storici come il proletariato e la borghesia. Come diretta conseguenza di ciò, Maffesoli individua una progressiva erosione del concetto di individuo, che si perde nel collettivo, in una pluralità di gruppi sociali che ne ridefiniscono il ruolo e la funzione. Per Maffesoli, questo porta a “reincantamento” del mondo: la riscoperta di valori pre-moderni in cui la comunità non era ancora trasformata in società, i rapporti sociali erano meno burocratizzati e meno vincolati da schemi economico-politici rigidi. Nella post-modernità, l'universalità dei valori tanto ricercata dalla modernità, lascia spazio a un relativismo valoriale e a un panorama morale eterogeneo, dove ogni individuo può definire liberamente i propri principi e obiettivi. Da questa transizione nasce, secondo Maffesoli, la figura dell’uomo post-moderno, concentrato sul qui e ora, piuttosto che sul futuro. Questo orientamento porta ad una società sempre più edonista, focalizzata sul piacere e sull'esperienza dell’effimero, a cui si aggiunge l'impatto dell'innovazione tecnologica, che ha aperto nuovi orizzonti culturali, facilitando l'incontro e lo scontro tra culture distanti. In epoca moderna i nuovi valori universali avevano conferito una certa coesione sociale, ma nella post-modernità tale coesione svanisce, e il legame affettivo che univa gli individui ai vecchi sistemi di valori viene meno. Gli individui, sentendo le regole derivanti da quei valori moderni come mere imposizioni, iniziano a riadattarsi o cercano nuovi contesti in cui perseguire valori alternativi. Tribù religiose, sessuali, culturali, sportive, musicali, il loro numero è infinito, la loro struttura è identica: aiuto reciproco, condivisione del sentimento, ambiente affettivo. (Maffesoli, 2015, p.201) Secondo questa teorizzazione, il ritorno delle tribù modifica profondamente il modo in cui gli individui si associano, facendo sì che il concetto di società venga sostituito da quello di comunità. La socialità così descritta da Maffesoli è la stessa del mondo dei rave: si fonda su legami di solidarietà fini a sé stessi, improntata su un edonismo vissuto e praticato nel presente. In questo contesto l’appartenenza non è assoluta, ma fluida, e si costruisce attorno a momenti condivisi, all'interno di un ambiente affettivo caratterizzato da aiuto reciproco e rispetto dei valori del gruppo. 11 Il mondo dei freeparty è, come si è detto, incredibilmente libero: chiunque può entrare a farne parte, a patto che ne rispetti i valori. Arrivare a farne parte può rivelarsi tuttavia complicato. Se non si hanno contatti con qualcuno che è già inserito in questo mondo, infatti, è difficile accedere alle informazioni necessarie per parteciparvi, in quanto spesso diffuse solo tramite passaparola o canali comunicativi chiusi, come chat criptate o gruppi selezionati sui social. Questa discrezione riflette il bisogno di proteggere l'autonomia e la segretezza delle feste, rappresentando una barriera d’ingresso che rafforza i legami interni al gruppo. Si crea così una forma di socialità che, sebbene aperta, mantiene una certa esclusività, poiché la condivisione e la solidarietà avvengono tra coloro che sono già immersi nei valori e nelle pratiche della comunità. 2.2 La festa-rito: elementi rituali del rave. I rave sono chiamati “feste” da chi li frequenta: la parola evoca, innanzitutto, un senso di libertà e improvvisazione che si contrappone alla formalità e alla ripetizione di obblighi sociali tradizionali e quotidiani. Il rave è una T.A.Z. non solo in senso fisico, in quanto area geografica che viene momentaneamente meno alla regolamentazione statale, ma anche e soprattutto in quanto un momento di autogestione di sé, di uscita e rottura momentanea con il quotidiano. Con il termine rituale si intende ogni atto o insieme di atti svolti in sequenza, caratterizzati anche dall’uso di forme verbali codificate dalla tradizione, il tutto eseguito secondo codificazioni che divengono normative per tutti i partecipanti. Possiamo notare diversi elementi rituali in queste feste; intese come momenti che consentono all’individuo «espressioni ampie della pluralità di cui è composto, attraversando livelli psicologici, simbolici, sociologici senza essere determinata da nessuno di essi in via esclusiva» (Apolito, 1993). Parleremo di dimensione e caratteristiche rituali del rave e non di rave come rito, in quanto un rito per esser tale deve avere in sé un senso di obbligatorietà e di potere intrinseco, che il rave come festa, nella sua forma più pura e libera, non possiede. Quando si parla di festa, è evidente la sua relazione e spesso con-fusione con il rito. Potremmo dire che la relazione rito-festa è, per usare una metafora, quella tra un determinato testo e un suo contesto. Ma il testo e il contesto non appartengono allo stesso ordine. Se il rito, insieme formalizzato di azioni cerimoniali, innanzitutto si fa, la festa si sente. (Apolito, 1993, p.10) 12 La festa rappresenta un’esperienza condivisa che gli attori riconoscono come propria, esperienza che si colloca nell'ambito delle emozioni e dei sentimenti: l’ethos6 festivo. Questo non si limita a una semplice somma di emozioni, sensazioni, espressioni e comportamenti piacevoli, sociali e partecipativi, ma si distingue per un'organizzazione specifica, per una modalità strutturata di viverli: è un insieme di emozioni organizzato in qualcosa che viene percepito come esperienza di festa (Idem,1993). Secondo Valeri (1979,p.91) la festa è definita dal suo essere “l’attività sociale piacevole” per eccellenza, ma questo tono di piacevolezza non è casuale; è il risultato di una costruzione sociale che stabilisce come e con chi quelle emozioni debbano essere vissute. L’organizzazione del rave segue un rituale ben consolidato, un insieme di gesti e pratiche che accompagna i partecipanti verso l’esperienza festiva. Una volta arrivata nel luogo scelto per la festa, la tribe (e/o la crew) inizia a lavorare per mettere in sicurezza l'area, preoccuparsi della decorazione dello spazio, trasformandolo. Questo processo di preparazione non è né semplice né casuale, segue una sequenza precisa di atti necessari per la realizzazione dell'evento. Primo tra tutti la scelta dell’area isolata, per nulla casuale, seguita appunto dalla sua trasformazione. Questo processo ha lo scopo di ri-identificare lo spazio, rendendolo qualcosa di più di un semplice luogo anonimo e alienato: grazie a decorazioni artistiche, striscioni e giochi di luce, lo spazio si trasforma in un luogo sacro e riconoscibile, destinato ad accogliere i raver. A questo si aggiunge poi la diffusione delle informazioni attraverso un complesso meccanismo di scambio continuo tra i raver per garantire sia la segretezza della festa, ma anche che tutti siano aggiornati: l’infoline segnata sui flyer, ovvero il numero da chiamare per ottenere informazioni per raggiungere la festa, si attiva solo quando il “palcoscenico” è già allestito. Il difficile raggiungimento della meta è parte integrante e necessaria di questa formulazione rituale, poiché crea una sorta di “caccia al tesoro” che crea la fase di anticipazione che, assieme alla scarica di adrenalina sollecitata anche dai bpm della musica, renderà possibile l’esplosione sensoriale che avrà luogo una volta raggiunta la festa (D’Onofrio, 2018). Ogni passo è parte integrante di un’organizzazione che non solo rende possibile l'evento, ma ne definisce l'esperienza collettiva. Anche la disposizione del sound system ha un ruolo fondamentale: non si tratta solo di un elemento tecnico, ma di una scelta strategica che contribuisce a creare l’atmosfera, definendo l’identità dello spazio e l’intensità dell’esperienza che vi avrà luogo. Il suono delle casse avvolge i raver, annullando le distanze e permettendo ai partecipanti di interagire tra di loro, senza perdere però la propria individualità. Ognuno mantiene il proprio Ethos è un concetto di Bateson (1958), che egli definisce come l'espressione di un sistema standardizzato di organizzazione degli istinti e delle emozioni degli individui. 6 13 spazio, le postazioni di chi suona sono situate dietro, ai lati o di fronte al sound system, fondendosi con la massa, eliminando gerarchie e “logiche da discoteca” che mettono il dj e la sua consolle al centro dell’attenzione. Un’altra connessione con i rituali, in particolare tribali, emerge dalla musica: ritmica, ripetitiva e ipnotica, la tekno e i suoi derivati, guida i corpi nella danza e trasforma la comunicazione in qualcosa di non verbale, fatto di sguardi e gesti, un linguaggio simbolico che sostituisce le parole e risuona con la forza di un’esperienza collettiva profonda. Per concludere questa panoramica di caratteristiche rituali del rave, vorrei allontanarmi dal significato convenzionale della parola “religione”, che associa la dimensione religiosa esclusivamente a legami con una o più divinità, e ne vorrei brevemente approfondire l’etimologia. Si può infatti notare come, seguendo la tesi di Lattanzio, l’etimo derivi dal latino religāre, composto dal prefisso re- (intensivo) e ligāre (legare), cioè "unire insieme” (Lieberg, 1974). Da questa prospettiva, possiamo vedere la dimensione religiosa del rito come un legame che unisce gli individui in relazione, un’interazione tra di essi che definisce il rapporto sociale. È così dunque che lo svolgimento di un rave party non può che richiamare la funzione del rituale sociale di Durkheim (2005), strumento fondamentale delle comunità per il consolidamento dei legami sociali. 2.3 Il ruolo delle droghe. Il tema delle droghe è quello più di tutti centrale nelle narrazioni della sottocultura. I rave sono associati, nell'immaginario comune, a un ambiente di consumo sfrenato di droghe: la figura classica del "tossico", un "punkabbestia" con il cane al fianco, è diventata simbolo ingiusto di questo mondo. Si tratta infatti di una distorsione che affonda le radici in una narrazione stigmatizzante dei partecipanti. Come sottolinea D’Onofrio (2018), inoltre, i rave non sono più popolati quasi esclusivamente da individui emarginati o legati a stili di vita estremi, soprattutto da quando a metà anni 2000 molti veterani di questo mondo iniziarono a riversarsi nei circuiti commerciali legali. L'eterogeneità dei partecipanti alle feste è cresciuta nel tempo, accogliendo una varietà di persone provenienti da classi sociali e background culturali differenti. Questa rappresentazione ha però alimentato la cattiva fama dei rave, legandoli inscindibilmente al consumo di sostanze stupefacenti. I rave non sono e non sono mai stati esclusivamente popolati da individui dediti al consumo di droghe come spesso si vuol far credere, tuttavia, non si può negare che queste abbiano una presenza significativa in questo contesto. 14 In questo contesto il consumo di droghe non è soltanto una pratica casuale, ma spesso assume una connotazione rituale. Esistono vere e proprie fasi di assunzione, talvolta collettive, che scandiscono il ritmo della festa e ne intensificano la dimensione esperienziale. I partecipanti spesso gradiscono assumere la sostanza contemporaneamente, per godere degli effetti insieme, condividendo così l’esperienza di assuefazione. Questo elemento rituale si manifesta nel consumo di droghe come un passaggio di trasformazione, in cui la sostanza diventa il catalizzatore di un’esperienza liminale. L’utilizzo di sostanze stupefacenti alle feste si collega alla natura evasiva e resistente della TAZ, attraverso l’assunzione di droghe, infatti, gli individui escono dal proprio stato mentale ordinario, contribuendo alla "fuga dal quotidiano" caratteristica, appunto, della TAZ. Questo approccio rischia tuttavia di sfociare facilmente nell’idealizzazione del consumo di droghe, portando a una mitizzazione della realtà. Le sostanze d’elezione dei raver sono storicamente allucinogeni come LSD o funghi psichedelici, ereditati dalla tradizione hippy, ed empatogeni come l’ecstasy e l’MDMA che favoriscono l’intensificazione delle connessioni emotive e la fusione con il gruppo (Gérome, Guilbaud, 2021). Nel corso del tempo, altre sostanze come ketamina, anfetamine e cocaina hanno acquisito popolarità, modificando in parte le dinamiche del consumo all’interno dei rave. In particolare, l’avvento della cocaina nella scena tekno rappresentò un punto di rottura significativo, che spinse molti ad allontanarsi dalle feste: questa “droga di sistema” a differenza di altre sostanze, infatti, tende a rafforzare l'individualismo, alimentando comportamenti competitivi e aggressivi, che mal si coniugano con l’ambiente dei freeparty. Oggi, il consumo varia enormemente in base al tipo di rave e al contesto geografico, ma la presenza delle droghe resta una costante. Anche nei club e nelle discoteche le droghe sono largamente presenti, dimostrando che il legame tra musica, divertimento e sostanze stupefacenti non sia esclusivo del mondo dei freeparty (Kavanaugh, Anderson, 2008). La differenza principale sta nelle dinamiche di controllo: mentre i club sono spesso regolamentati e sorvegliati, i rave sfuggono a queste forme di controllo, creando un ambiente di apparente anarchia. Un aspetto interessante dei rave, che sfida l’immagine di totale sregolatezza, è la presenza costante di pratiche di riduzione del danno. Dalle bottigliette d’acqua gratuite, caramelle, fazzoletti, igienizzanti, cannucce tagliate per evitare l'uso di banconote nel consumo di sostanze, all'organizzazione di spazi di decompressione, fino ai più costosi test per la verifica della purezza delle droghe (generalmente disponibili nei teknival grazie alla presenza di stand e organizzazioni con budget più elevati), queste pratiche dimostrano come l’ambiente dei rave, pur basato sulla libertà individuale, non sia incosciente. L’organizzazione di questi spazi riflette i principi comunitari che abbiamo esplorato in capitoli precedenti: il rispetto di sé e la cura reciproca. La 15 libertà dei partecipanti viene riconosciuta e accettata, ma allo stesso tempo, in un contesto di solidarietà, si cerca di offrire strumenti per rendere il consumo di sostanze meno pericoloso (Gérome, Guilbaud, 2021). Questo non comporta un'accettazione incondizionata delle droghe, ma piuttosto un tentativo di trovare un equilibrio tra libertà e responsabilità collettiva. 3. Italia, l’esplosione mediatica del Witchtek2022 e il “decreto anti-rave”. 3.1 L’evento e la narrazione mediatica: il panico morale. Il 30 novembre 2022 l’Italia si sveglia con la notizia di un teknival in atto a nord di Modena, presso un capannone abbandonato. Si tratta del WitchTek, uno dei teknival ricorrenti più importanti dell’anno, allestito in occasione di Halloween, da cui il nome “witch tek”; rave della strega. Non si tratta certo del primo grande teknival avvenuto in Italia, anzi, il paese può vantare una ricca e florida storia per quanto riguarda i rave. Come ricorda lo scrittore/saggista e dj Pablito El Drito (2018), alias di Pablo Pistolesi, l’inizio della storia dei movimenti freeparty in Italia si può iniziare a tracciare prima dell’arrivo delle tribe anglofrancesi. La musica techno underground, nata come alternativa all'house commerciale delle discoteche, iniziò effettivamente a uscire dai circuiti legali grazie al contributo delle tribe, il cui avvento però ebbe un ruolo più di catalizzatore che di detonatore. Sin dall'inizio degli anni '90 in città come Roma e Torino vi erano già microscopiche situazioni embrionali di feste illegali e autogestite, piccole T.A.Z insomma. Nel 1990, inoltre, i Mutoid Waste Company7 si stanziarono in Emilia-Romagna contribuendo a rendere Bologna un’altra città di riferimento della scena tekno italiana. Importante anche la scena milanese, più “esterofila”, che assorbì molto da paesi e tribe vicine. L’Italia può vantare diversi teknival importati e tribe “storiche” protagoniste del mondo free tekno, come le tribe TAD e OutLaw (poi diventati OLSTAD), Tekno Mobil Squad, Kernel Panik, Narcotek, Acid Drops, Altered Beats e molte altre (D’Onofrio, 2018, p.172). Fu proprio da un teknival italiano organizzato per il Capodanno del 1998 a Milano, durato ben quindici giorni, che gli Spiral Tribe partirono per l’India. Negli anni successivi, i teknival e i free party divennero una costante nella scena italiana. Nonostante l’attenzione crescente dei media e la repressione delle autorità, la cultura freeparty continuò a prosperare, culminando in eventi sempre più grandi come il teknival di Pinerolo nel 2007, che vide la presenza di quasi 30.000 partecipanti e che fece entrare definitivamente nel mirino di giornalisti e opinione pubblica i rave party, pur sempre senza che questi si estinguessero. 7 Collettivo artistico anarcopunk che ha avuto un ruolo cruciale nella scena underground dei rave e delle performance artistiche in Italia, aderenti ad uno stile di vita nomade e alla filosofia della "mutazione”. 16 Tornando a tempi recenti, prima del WitchTek, nel 2021 un altro teknival italiano durato una settimana ed avvenuto in provincia di Viterbo, lo Space Travel vol.2, aveva suscitato clamore a causa di una fake news che vedeva protagonista la morte un ventiquattrenne inglese. A seguito della notizia della morte del cittadino britannico i media si scatenarono in un vortice di notizie allarmanti e preoccupanti, ma completamente false. Si parlò di cani abbandonati, animali sbranati da questi, stupri, diverse morti per overdose e decine di giovani in coma etilico. A poco servirono le smentite: l’approccio dei media continuò su una linea di allarmismo e condanna, alimentata anche dalla delicata situazione dell’emergenza sanitaria Covid-19 ancora in corso. Si configura così una situazione di panico morale, processo attraverso cui comportamenti e attori devianti, precedentemente trascurati, vengono improvvisamente percepiti come pericolosa minaccia, suscitando una reazione di paura irrazionale e incontrollata per la salvaguardia dei valori morali della società. L’espressione “panico morale” è stata coniata dal sociologo inglese Stan Cohen proprio nel contesto dell’analisi di controculture giovani: nel libro "Folk Devils and Moral Panics" (1972) il ricercatore nota come la presenza di bande giovanili rivali fino a prima del tutto ignorate, alla fine degli anni Sessanta diventi improvvisamente una pericolosa emergenza (Caniglia, 2016). Gli elementi distintivi del panico morale sono preoccupazione, consenso, ostilità, sproporzione e volatilità. La preoccupazione riguarda i folk devils, come li chiama Cohen, ovvero gruppi destinati ad essere simbolo di comportamenti devianti, percepiti come una minaccia all'ordine morale della società. Intorno a questi gruppi si crea un consenso diffuso: la società concorda sulla loro pericolosità e condanna in modo generalizzato le loro azioni. La risposta a questi gruppi è caratterizzata da una crescente ostilità, poiché vengono visti come minacce dirette ai valori e alla sicurezza collettiva. Tuttavia, la reazione sociale appare sproporzionata rispetto alla reale gravità della minaccia, spesso amplificata dai media che drammatizzano gli eventi per esigenze sensazionalistiche. Nonostante l'intensità iniziale, il panico morale è volatile: la sua carica emotiva si esaurisce rapidamente, e l'attenzione pubblica si sposta su altri temi (Idem, p.51). Lo Space Travel vol.2 può essere considerato l’”avvertimento”, la prima delle fasi individuate da Cohen, del panico morale che investirà il WitchTek l’anno seguente. Con il WitchTek del 2022 infatti, nonostante la festa si stesse svolgendo in armonia e vi fossero relativamente pochi partecipanti (le stime indicano una partecipazione di circa 4.000 persone8, a differenza delle quasi 8 Fonte : https://bologna.repubblica.it/cronaca/2022/11/01/news/rave_sgomberi_piantedosi-372305252/?ref=search 17 10.000 presenti a Viterbo9) si crea una situazione di vero e proprio panico morale, fomentato in particolare da una certa parte politica. I frame più adeguati a incorniciare la narrazione mediatica del rave di Modena sono insicurezza e criminalità: questi sott’intendono rispettivamente il tema di un “noi” da difendere ed un “loro” pericoloso da sconfiggere (Maneri, 2001). Un altro elemento chiave di questo episodio è la percepita appartenenza, e in generale l’accostamento, dei raver a colori politici opposti a quelli dell’allora neoeletto governo Meloni. Cohen (1972) individua quattro fasi nel panico morale: avvertimento, impatto, inventario, reazione. In questa sede adotterò la formulazione dal sociologo e professore italiano Marcello Maneri, che propone una divisione a mio avviso più adeguata a descrivere gli attuali processi di attivazione mediatica: avvertimento, impatto, propagazione, reazione e latenza (Maneri, 2001). L’avvertimento è la prima fase, la più lineare: si tratta di notizie che, nonostante non siano nuove alla cronaca, suscitano un interesse superiore alla media. In questa fase si prepara il “terreno fertile” per fase d’impatto, poiché si crea nell’opinione pubblica un certo tipo di sensibilità che porta le redazioni a considerare tali eventi come temi d’interesse. Nonostante la questione legata allo Space Travel vol.2 possa esser definita anch’essa situazione di panico morale e sia avvenuta più di un anno prima, rappresenta l’avvertimento per il WitchTek poiché è ciò che ha permesso alla notizia di avere l’impatto che ha avuto. Nella seconda fase, quella dell’impatto, i temi selezionati nella presentazione della notizia saranno quelli che o caratterizzeranno l’intera narrazione o porteranno ad un processo d’analisi di temi differenti nella fase successiva. Questa, detta di propagazione, è quella che porta l’evento ad ottenere incredibile risonanza. In questo momento, la percezione di salienza dell’evento viene rafforzata, spingendo i giornalisti ad apportare però un cambiamento rispetto alle consuete regole giornalistiche di ricerca, selezione e inquadramento delle notizie, a favore di episodi che confermino e aumentino la preoccupazione dell’opinione pubblica. Rapidamente, infatti, moltissime testate giornalistiche locali e non, iniziarono a pubblicare decine di articoli ad una velocità straordinaria: il sito di Modena Today, ad esempio, conta ben diciannove articoli pubblicati in meno di ventiquattr’ore. La copertura mediatica si concentrò su questo evento, evitando quasi completamente di parlare del raduno neofascista, avente pressoché lo stesso numero di partecipanti10, in corso a Predappio nello stesso momento in occasione della commemorazione del centenario della marcia su Roma; raduno giustificato dal ministro degli interni Piantedosi in quanto “manifestazione ricorrente”. 9 Fonte : https://www.ilpost.it/2021/08/18/rave-party-lago-mezzano/ Fonte : https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/10/30/predappio-4mila-nostalgici-partecipano-al-corteo-degli-arditila-pronipote-di-mussolini-non-gli-faremo-mai-mancare-la-nostra-stima/6856461/ 10 18 Nel processo di propagazione non sono coinvolti solo i giornalisti; è centrale anche il ruolo di autorità politiche e amministrative che, nell’organizzare reazioni agli eventi, aumentano il livello di preoccupazione. Nella fase di reazione si possono distinguere secondo Maneri (2001) tre diverse componenti: le spiegazioni che tentano di restituire senso agli avvenimenti (i famosi articoli “parla l’esperto”), le iniziative formulate per fronteggiare “a caldo” la situazione e le soluzioni proposte per risolvere il problema “alla radice” (Idem, p.32). Il ministro Piantedosi ordinò subito lo sgombero dello stabile in cui si stava svolgendo la festa, notizia prontamente ripresa da moltissimi elettori ed esponenti politici di destra, come Matteo Salvini, che ne fecero un simbolo di “cambio di rotta” rispetto alle scelte considerate “permissive” e “complici di illegalità” dell’ex ministra Lamorgese, la quale l’anno prima ritenne controproducente lo sgombero dello Space Travel. Come sottolinea Maneri, le soluzioni immediate hanno come effetto la conferma dell’emergenza e la creazione del mito: le decine di pattuglie della polizia, con camionette in fila all’ingresso del capannone e l’elicottero che monitora dall’alto la situazione fanno di chi richiede e chi dispone queste soluzioni un eroe, con la conseguenza di riaffermare un potere forte che protegge i valori della società. Per quanto riguarda le soluzioni “alla radice”, venne proposto e poi approvato ad una velocità sorprendente, un decreto-legge formulato ad hoc di cui avremo modo di parlare approfonditamente nel secondo paragrafo. L’ultima fase del panico morale è infine quella della latenza, che riflette l’espressione della volatilità illustrata precedentemente: l’attenzione mediatica diminuisce, tornando ai livelli iniziali fino ad un eventuale nuovo impatto. Il WitchTek, dunque, diventa così simbolo e strumento attraverso cui un fortunato neoeletto governo si è potuto rappresentare come “dal pugno duro”, paladino di legalità, giustizia e sicurezza. 3.2 La risposta legislativa: il populismo penale. A differenza dello Space Travel del 2021, dunque, il WitchTek2022 si caricò/venne caricato di grande importanza simbolica e politica. Alla luce degli avvenimenti di Modena, o sarebbe più corretto dire alla luce del panico morale scaturitovi; il neoeletto governo Meloni presentò un decreto, successivamente tramutato in legge, soprannominato dai media “decreto anti- rave”. Il nuovo articolo 633-bis del Codice penale introduce un reato che prevede la pena della reclusione da tre a sei anni, oltre a una multa che va da mille a 10mila euro, per coloro che organizzano o 19 promuovono eventi di “invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati” con l’intento di “realizzare un raduno musicale o con altre finalità di intrattenimento".11 L’Italia diventa così il terzo paese in Europa ad avere, assieme a Francia e Regno Unito, una legge atta a contrastare specificamente i raduni musicali. Altri paesi che condividono la stessa necessità italiana di far fronte a fenomeni devianti quali i rave, come Spagna, Repubblica Ceca e Germania12, non sono dotati di norme specifiche a riguardo; eventi come feste “clandestine” sono regolamentate da insiemi di leggi più generali riguardanti, l’invasione di proprietà privata, disturbo della quiete pubblica e spaccio di sostanze stupefacenti. Questa risposta legislativa si inserisce nel quadro più ampio di ciò che viene definito “populismo penale”, termine che indica «qualunque strategia in tema di sicurezza diretta a ottenere demagogicamente il consenso popolare, rispondendo alla paura generata dalla criminalità di strada con un uso congiunturale del diritto penale tanto duramente repressivo e antigarantista quanto inefficace rispetto alle dichiarate finalità di prevenzione» (Ferrajoli 2010, p. 115). L'attenzione si sposta dalla reale riduzione dei fenomeni devianti alla gestione della paura sociale. Come osservato da vari studiosi (Anastasia, Anselmi, Falcinelli, 2015), il populismo penale si nutre di sentimenti di insicurezza, drammatizzati dal sistema mediatico e politico piuttosto che da un'effettiva minaccia. L’approccio rivela che vi è una visione del carcere non come istituzione atta alla rieducazione degli individui devianti e al loro conseguente reinserimento della società, ma che invece «l’assunto dominante della nostra epoca è che “il carcere funziona”, non in quanto strumento di correzione o di rieducazione, ma come mezzo di neutralizzazione e punizione che soddisfa le istanze politiche popolari di sicurezza pubblica» (Garland 2004, p. 74). È dunque evidente che il caso del decreto anti-rave si configuri non solo come una misura di sicurezza, ma principalmente come una risposta simbolica a una percezione di pericolo che media e determinate fazioni politiche hanno amplificato e strumentalizzato dopo il WitchTek. Non sono da sottovalutare nell’ottica di un contesto di crescente privatizzazione dello spazio pubblico e d’ipersanzionamento di comportamenti al di fuori di confini commerciali, le ragioni economiche del decreto oltre che la sua natura chiaramente politica: il ministro degli Interni Matteo Piantedosi giustificò la necessità della nuova legge anche per motivazioni esplicitamente legate al settore 11 Fonte : https://www.siap-polizia.org/media/140/45466559961416/leggeraveparty_c-31-12-22.pdf Fonte :https://www.lastampa.it/esteri/2022/11/02/news/rave_party_dalla_germania_al_belgio_le_regole_negli_altr i_paesi_europei_e_la_business_license_negli_stati_uniti-12214727/ 12 20 imprenditoriale, in quanto i rave avrebbero potuto rappresentare “concorrenza sleale” per locali e discoteche (Guareschi, 2023, p. 182). L’effetto sortito dal clamore mediatico e la conseguente risposta legislativa fu quello sperato: in Italia non sono più stati organizzati grandi teknival, i quali si son spostati in paesi vicini come Svizzera, Francia, Repubblica Ceca, Spagna e Portogallo. Questo non sancisce però la fine dell’era dei rave italiani; le feste continuano a venir organizzate tutt’oggi seppur in dimensioni assai più ridotte e prestando una sempre maggior attenzione nel preservarne riservatezza ed esclusività al fine di ridurre il più possibile potenziali fughe di informazioni. In risposta alla repressione legislativa, parallelamente alla maggior attenzione verso la segretezza delle feste, si sono rapidamente formati collettivi antagonisti che manifestano il loro dissenso attraverso la riappropriazione delle strade organizzando street parade: manifestazioni che si configurano come veri e propri rave itineranti nelle città italiane, in cui ogni volta confluiscono numerosi partecipanti da tutto il paese. Le street parade sono parte dell’eredità culturale della “tekno people”, strettamente legate al movimento DIY: "Reclaim the streets " fu una "nonorganizzazione" nata in risposta al Criminal Justice Act, la quale proponeva forme di protesta e d'aggregazione che prevedevano l'occupazione di spazi metropolitani, introducendo i soundsystem nei tradizionali cortei. La degenerazione del movimento portò alla Love Parade di Berlino: come risultato della commercializzazione delle prime street parade inglesi, spogliate dalla loro anima "di protesta", queste divennero una sorta di “techno- carnevali”, ridotti a spettacoli di massa sulle strade principali delle città europee (Xsephone, 2011). Un esempio significativo dell’attuale mobilitazione italiana che riafferma i valori originari delle street parade e reclaim the streets è il coordinamento nazionale Smash Repression. Nato direttamente come reazione alle nuove restrizioni governative, questo collettivo ha un forte orientamento anticapitalista e intersezionale: si batte per il libero divertimento al di fuori dei circuiti commerciali attraverso la creazione di spazi liberi e sicuri, che includano pratiche di riduzione del danno legate all'uso di sostanze e che siano accompagnate da attività di sensibilizzazione e attivismo riguardo tematiche sociali rilevanti, come la questione carceraria, la violenza di genere e razziale, i diritti dei lavoratori e il supporto alla causa palestinese. 21 Conclusioni Da questo elaborato emerge come il fenomeno dei rave non sia né semplice né di immediata comprensione, soprattutto per due motivi: la sua durata nel tempo e la sua varietà. Non si tratta, ovviamente, né del primo né dell’unico movimento controculturale; ciò che lo rende unico è la sua resistenza. Nonostante siano trascorsi più di trent’anni, infatti, e nonostante i continui tentativi di repressione, il fenomeno continua ad esistere, evolvendosi e mutando continuamente. Tracciando la storia del movimento freeparty, si è mostrato come il rave, fin dai suoi inizi, non sia mai stato unicamente un fenomeno musicale; è sempre stato, in effetti, una strada da percorrere verso la libertà, in risposta a una società percepita come repressiva. Il risultato non poteva che essere quello di rendere i rave un simbolo di resistenza culturale. Si sono inoltre analizzate le forme di socialità che prendono vita in questo mondo e le caratteristiche rituali delle feste, che rendono il rave una sorta di festa-rito: non un rito in senso religioso, ma un rito di resistenza, in cui lo spazio viene temporaneamente sottratto al controllo, in cui crollano le gerarchie e la musica diventa il veicolo per rompere con la quotidianità. Infine, l’analisi della recente esplosione mediatica del WitchTek2022 e del conseguente decreto anti-rave dimostrano, innanzitutto, come il pregiudizio e determinati meccanismi mediatici rafforzino il senso di paura rispetto questi fenomeni, considerati meramente devianti; e, inoltre, come, attraverso la risposta legislativa, ci sia un tentativo da parte di una certa parte politica di riaffermare il controllo su spazi e persone. La forza del movimento freeparty è nella sua capacità di funzionare come sistema completamente libero e autogestito, dove l’assenza di gerarchie permette un’organizzazione in grado di opporsi alla logica del mercato, dimostrando che esistono modelli di socialità che funzionano al di fuori delle regole socioeconomiche tradizionali. 22 Bibliografia Anastasia, S., Anselmi, M., & Falcinelli, D. (2015). Populismo penale. Una prospettiva italiana. Cedam. Apolito, P. (1993). Il tramonto del totem: Osservazioni per una etnografia delle feste. FrancoAngeli. 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