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Macroeconomia - Appunti integrati con il libro. Docente
Giuseppe Ferraguto
Macroeconomia / Macroeconomics (Università Commerciale Luigi Bocconi)
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Primo parziale
MACROECONOMIA
La macroeconomia studia l’economia a livello globale e non più a livello individuale come in microeconomia (es. non
studia i singoli prezzi dei prodotti, ma la variazione globale dei prezzi).
Le variabili della macroeconomia:
Per quanto riguarda la
macroeconomia europea le decisioni
della BCE sono fondamentali, ad
esempio, se la BCE aumenta i tassi
di interesse, la variazione dei tassi di
interesse variano la domanda e
quindi anche l’offerta di beni
Ripercussioni sulla domanda, sui prezzi e sui salari: tassi bassi domanda elevatale imprese producono di più
assumono di più, meno disoccupazione i salari aumentano i prezzi di vendita delle imprese aumentano)
Ripercussioni mercati finanziari: tassi bassi sono associati a quotazioni dei titoli elevate ed una politica espansiva.
Ripercussioni import/export: tassi bassi più esportazioni, condiziona gli investimenti dei singoli
In macroeconomia c’è una grande interdipendenza tra tutte le variabili.
PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL/ GDP)
Ci sono tre modi equivalenti di misurare il PIL
1- Produzione aggregata (o valore aggiunto) valore dei beni e servizi finali prodotti in un sistema economico in
un determinato periodo di tempo
2- Reddito aggregato somma dei redditi percepiti da coloro che hanno contribuito a creare beni e servizi il cui
valore è misurato dal PIL
3- Spesa aggregata quanto è stato speso nel sistema economico per acquistare beni e servizi la cui produzione
aggregata è misurata dal PIL
1-PRODUZIONE AGGREGATA
Def 1: Valore dei beni e servizi finali prodotti in un sistema economico in un determinato arco temporale (tipicamente
l’anno)
Beni (e servizi) possono essere classificati in due categorie:
1) Beni finali capaci di soddisfare immediatamente un bisogno, pronti all’uso, non necessitano di ulteriori
trasformazioni per soddisfare un bisogno (prodotti finiti)
2) Beni intermedi Beni destinati a partecipare ad un ulteriore processo produttivo, nel corso del quale vengono
distrutti (energia elettrica) o trasformati/incorporati in altri beni (pneumatici).
N.B. Si conteggia il solo valore della produzione di beni finali per evitare errori di duplicazione.
Il fatto di essere finale o intermedio non riflette una categoria intrinseca di un bene, ma come viene utilizzata.
Es. pneumatici venduti alla Fiat sono intermedi, mentre quelli venduti all’individuo sono beni finali.
Il valore complessivo dei beni prodotti è la somma del prodotto di prezzo e quantità di ogni bene presente nel sistema
economico che si sta valutando.
Esempio: Con riferimento a un’economia semplice in cui esistono solo due imprese.
Il PIL di questa economia, considerando solo il valore del bene finale (pane non farina) è
2000 da Pp= 2,00€ e Qp=1000
Il PI che coincide con il valore dei ricavi del fornaio in quanto è valutato sulla base dei
prezzi effettivamente pagati fai consumatori di pane, incluso eventuali imposte (IVA), se
si contasse anche la farina nel PIL, si commetterebbe un errore di duplicazione, in
quanto essa è venduta al fornaio per fare il pane, se la farina fosse venduta ai
consumatori finali, sarebbe necessario aggiungerla al calcolo del PIL
il PIL così definito e misurato è anche detto ai prezzi di mercato o nominale.
Nella realtà, il PIL è calcolato sommando il valore della produzione (valutato usando i prezzi di mercato) di migliaia
di beni finali.
Ad esempio, se pA2010 è il prezzo unitario del bene A nel 2010, pB2010 quello del bene B, ecc., e se qA2010, qB2010,
ecc. sono le rispettive quantità prodotte, allora:
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PIL COME VALORE AGGIUNTO AGGREGATO (VA):
Def 2: Il PIL è la somma del valore aggiunto nell’economia in un dato periodo di tempo.
Il Valore Aggiunto di un’impresa è la differenza tra i suoi ricavi e il valore dei beni intermedi acquistati da altre
imprese È un modo alternativo per evitare errori di duplicazione a causa di beni intermedi e che, come il metodo
della produzione aggregata guarda al lato dell’offerta dell’economia.
Quindi, mettendo insieme le due definizioni di produzione aggregata e di valore aggiunto il PIL può anche essere
inteso come: la somma del valore aggiunto da tutte le imprese lungo la catena produttiva di quei beni finali.
Tornando all’esempio precedente, il VA del mugnaio è 1000, mentre quello del fornaio è 2000 – 100= ricavi- costo
farina= 1000 PIL = VAmugnaio + VAfornaio = 2000
Il contributo di queste due imprese a questa parte di mercato 50% 50%
Oltre ad evitare automaticamente il problema degli errori di duplicazione, il
ricorso al concetto di VA è utile per stabilire il contributo dei vari settori di attività produttiva al PIL.
2- REDDITO AGGREGATO
Finora abbiamo considerato il PIL dal lato della produzione, consideriamolo ora dal lato del reddito parte dei ricavi
è utilizzata per pagare i lavoratori (reddito da lavoro) e il resto rimane all’impresa (reddito da capitale o ricavo)
Def 3: Reddito complessivamente percepito dai fattori produttivi che hanno concorso a produrre i beni e servizi il cui
valore è misurato dal PIL
Tornando all’esempio precedente, la corrispondenza tra
PIL e reddito è immediata
REDDITO NAZIONALE LORDO (PNL)
Nella realtà, dato che viviamo in un’economia aperta, per passare dal PIL ai redditi effettivamente percepiti dai fattori
produttivi di una nazione (il reddito nazionale netto) è necessario fare alcuni aggiustamenti:
Aggiungere i redditi netti all’esterno (Rne) è necessario aggiungere i redditi degli italiani che lavorano
all’esterno (questi redditi fanno parte del PIL dello stato estero) e sottrarre al PIL i redditi degli stranieri che
lavorano in Italia
Sottrarre dal PNL gli ammortamenti, ovvero le spese che le imprese devono sostenere, nel corso del periodo di
riferimento, a causa dell’usura fisica e dell’obsolescenza dei beni capitali gli ammortamenti non rappresentano
beni che possono essere distribuiti ai fattori di produzione.
Sottrare le imposte indirette, come l’IVA.
così facendo otteniamo il reddito nazionale netto.
Infine, sottraendo dal Reddito Nazionale così calcolato le imposte sul reddito, otteniamo il Reddito disponibile, ossia
l’ammontare che i residenti di una nazione hanno percepito in un dato periodo come conseguenza della loro
partecipazione al processo produttivo e che possono decidere di destinare al consumo o al risparmio.
Tuttavia, se, come faremo nella prima parte del corso, consideriamo un’economia chiusa con Rne = 0, trascuriamo gli
ammortamenti e supponiamo che non esistano imposte indirette, allora:
PIL: GDP gross domestic product
PNL: GNP gross national product
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3-SPESA AGGREGATA:
Def 4: quanto è stato speso per acquistare prodotti o servizi.
Componenti della spesa, o domanda, aggregata per i beni prodotti in un sistema economico:
1- Consumi (C) acquisto di beni di consumo da parte delle famiglie
2- Acquisti pubblici di beni e servizi (G) sono solo un sottoinsieme della spesa pubblica es. pensioni e servizi
non fanno parte di questo gruppo
3- Investimenti lordi (I) = Investimenti fissi lordi (delle imprese + immobiliare) + variazione scorte (variazione
delle giacenze dei prodotti semifiniti, in corso di lavorazione che si verifica tra inizio e fine anno presso il settore
imprese per convenzione si aggiungono agli investimenti fissi, dunque è come se le imprese acquistassero le
proprie giacenze)
4- Esportazioni nette (NX) = Esportazioni – Importazioni = X – IM Se l’economia fosse chiusa il PIL sarebbe
uguale a C + I + G, tuttavia viviamo in un’economia aperta quindi sottraendo le importazioni sottraiamo al PIL le
spese che ricadono su paesi esteri, e aggiungendo le esportazioni aggiungiamo le spese dei prodotti che vengono
prodotti in Italia, ma consumati all’estero (X)
Per avere un’idea della grandezza relativa delle principali variabili che figurano in quella identità, in Italia, in anni
recenti
dove NX X – IM
BREVE, MEDIO E LUNGO PERIODO
Da cosa dipende il livello della produzione aggregata di un’economia?
1) Nel breve periodo (1 anno) le variazioni della produzione sono dovute soprattutto a variazioni della domanda. Le
variazioni della domanda sono determinate da variazioni nella fiducia dei consumatori e da altri fattori, che
possono portare ad una riduzione della produzione (recessione) o ad un suo aumento (espansione).
2) Nel medio periodo (decennio) il livello di produzione dipende da fattori relativi all’offerta: lo stock di capitale, il
livello della tecnologia la dimensione delle forze di lavoro etc. questi fattori nell’arco di un decennio non
cambiano significativamente quindi possono essere presi come dati.
3) Nel lungo periodo (più di un decennio) le variazioni di produzione sono dovute alla qualità del sistema scolastico
di uno Stato, dal tasso di risparmio e dalla qualità del governo
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PIL REALE e PIL NOMINALE
Quando viene calcolato il PIL a partire dalla produzione aggregata, non vengono presi in considerazione alcuni
elementi, come l’aumento dei prezzi e dei servizi, è quindi necessario distinguere tra PIL reale e nominale.
Def: il PIL nominale è la somma delle quantità dei beni e dei servizi finali valutati al loro prezzo corrente (prezzo
che hanno i prodotti finali al momento del calcolo del PIL)
Il PIL nominale nel tempo può variare a causa di:
Variazioni delle quantità prodotte
Variazioni dei prezzi unitari dei vari servizi
per isolare la parte della variazione del PIL dovuta a variazioni delle sole quantità prodotte si calcola il PIL reale
Def: il PIL reale è la somma delle quantità dei beni e dei servizi finali valutati a prezzi costanti.
Nel calcolo del PIL reale vengono utilizzati sempre gli stessi prezzi ovvero i prezzi prevalenti presenti in un anno di
riferimento (es. 2010). I prezzi rimangono unitari, perciò se si verifica una variazione, è necessariamente causa della
variazione delle quantità prodotte.
Il PIL reale è una misura riassuntiva dello stato di benessere di una nazione
N.B. il PIL nominale e il PIL reale sono uguali nell’anno base, dopodiché iniziano a divergere nel tempo, sia il PIL
reale che il PIL nominale crescono, ma il PIL nominale cresce più del PIL reale a causa dell’inflazione.
Il tasso di variazione del PIL reale tra due anni consecutivi è il tasso di crescita dell’economia,
tasso di crescita = [PIL reale (anno t) – PIL reale (anno t-1) ]/ PIL reale (anno t-1)
In Italia il tasso di crescita dell’economia è molto basso ( il PIL reale si è ridotto in tutto il mondo durante la grande
recessione, Germania USA e UK ora hanno un PIL superiore a quello pre-crisi, mentre l’Italia ha ancora un PIL
inferiore a quello pre-crisi)
Durante una recessione (PIL reale si contrae) diminuisce la
produzione, c’è bisogno di meno lavoro, aumenta la
disoccupazione, durante l’espansione aumenta l’inflazione, i
prezzi aumentano più rapidamente e quindi anche
l’espansione è considerata un male dunque la condizione
ottimale sarebbe eliminare le fluttuazioni del PIL reale.
Recessione
(disoccupazione)
Espansione
(inflazione)
N.B. Si dice un’economia entra in recessione quando il PIL
reale si riduce rispetto al trimestre precedente per due
trimestri consecutivi.
Problemi con il PIL
Per l’economia è meglio se il PIL aumenta, ma assegna lo stesso peso a beni e mali, non dice nulla sulla distribuzione
della ricchezza e del reddito e sull’uguaglianza/disuguaglianza della produzione Il PIL non è dunque una misura
pienamente soddisfacente del benessere economico.
Altre misure proposte guardano a più variabili, in aggiunta al PIL (pro-capite).
Es. lo Human Development Index (HDI) delle Nazioni Unite guarda anche a grandezze quali aspettativa di vita e
istruzione. In genere, c’è una forte correlazione tra queste misure alternative e il PIL, che resta perciò la misura più
facilmente calcolabile, e confrontabile tra paesi, del benessere economico di un paese.
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IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE
L’occupazione è data dal numero di persone che hanno un lavoro N
La disoccupazione è data dal numero di persone che non hanno un lavoro, ma lo stanno cercando U
Le forze di lavoro sono la somma di persone occupate e quelle disoccupate L = N + U
Il tasso di disoccupazione u è definito come il rapporto tra il numero di disoccupati e le forze di lavoro u = U/L
È difficile calcolare la quantità di persone disoccupate in un paese poiché, per essere considerate disoccupate non
devono solo non avere un lavoro ma anche essere alla ricerca di un lavoro.
Inizialmente il tasso di disoccupazione era calcolato a partire dai registri della disoccupazione, tuttavia il risultato era
approssimativo in quanto solo coloro che sono incentivati ad iscriversi al registro della disoccupazione (coloro che
possono ricevere un sussidio di disoccupazione).
Oggi il calcolo del tasso di disoccupazione viene fatto sulla base di un’indagine statistica, chiamata Labour Force
Survey (Lfs) basato su un campione di persone, ciascun individuo viene classificato come occupato se, nella settimana
che precede quello dell’intervista ha svolto almeno un ora di lavoro retribuito di una qualsiasi attività.
N.B. Solo chi è in cerca di lavoro viene considerato disoccupato, coloro che invece non lavorano e non stanno
cercando sono considerati fuori dalle forze di lavoro e quindi non rientrano nella categoria di disoccupati.
Quando la disoccupazione cresce, alcune delle persone che stanno cercando lavoro, (lavoratori scoraggiati) rinunciano
e quindi non sono più considerate disoccupate. (è comune che, quando un’economia rallenta, insieme ad un aumento
della disoccupazione ci sia un aumento di persone che escono dalle forze di lavoro)
Il tasso di disoccupazione in alcuni casi è un indice poco affidabile in quanto, se tutti coloro che cercano lavoro,
rinunciassero a cercarne uno, il tasso di disoccupazione sarebbe pari a zero, per questo motivo si calcola il tasso di
partecipazione, ovvero il rapporto tra le forze di lavoro e la popolazione in età lavorativa.
In macroeconomia si studia la disoccupazione per due motivi:
1- Ad essa sono associati disagi finanziari e psicologici è importante ricordare che la disoccupazione non
riguarda solo coloro che sono alla ricerca per anni di lavoro senza trovarne uno, la disoccupazione può anche
riguardare un periodo di tempo molto breve, infatti ogni giorno perdono il lavoro e vengono assunte molte
persone, tuttavia se il problema della disoccupazione aumenta il periodo di disoccupazione potrebbe aumentare e
creare disagi nella società.
2- Segnala che l’economia potrebbe non utilizzare in modo efficiente le proprie risorse molti 1ndividui che
sarebbero disposti a lavorare non trovano un’occupazione e quindi l’economia non sta utilizzando in modo
efficiente le sue risorse umane.
Anche un tasso di disoccupazione troppo basso potrebbe essere un indice di un’economia difettosa a causa di
sovra utilizzo delle risorse umane e di un eventuale carenza di risorse umane.
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GLI INDICI DI PREZZI E L’INFLAZIONE
L’inflazione rappresenta un aumento sostenuto del livello generale dei prezzi, di conseguenza il tasso di inflazione il
tasso a cui il livello dei prezzi aumenta nel tempo (negativo in caso di deflazione). Per misurare l’inflazione sono
necessari degli indici.
Gli indici dei prezzi sono misure riassuntive del livello e dell’andamento del tempo di panieri di beni e servizi, che
differiscono tra loro per i prezzi che i panieri catturano. Consideriamo due indici dei prezzi:
Il deflatore del PIL (P)
L’indice dei prezzi al Consumo (iPC)
IL DEFLATORE DEL PIL
Il deflatore del PIL nell’anno t, Pt, è definito come il rapporto tra PIL nominale e PIL reale nell’anno t
Pt= PIL nominale t /PIL reale
N.B. Nell’anno in cui, per costruzione il PIL reale è uguale al PIL nominale , il deflatore è uguale a 1 il deflatore
del PIL è un numero indice, il suo livello è scelto arbitrariamente.
Al contrario, il tasso di variazione del deflatore del PIL pt =(Pt - Pt-1)/ Pt-1 ha un’interpretazione economica precisa:
esso da il tasso al quale cresce il livello dei prezzi nel tempo ed è quindi una possibile misura dell’inflazione di un
anno.
Esempio con anno base 2005, calcolo il deflatore del PIL del 2011
Se il rapporto pA2011 / pA2005 maggiore di 1 questi beni costano di più
rispetto all’anno base, se è 1 costano uguale se è meno di 1 sono
diminuiti.
Il deflatore del PIL mette in relazione il PIL reale, il PIL nominale e il deflatore del PIL:
PIL nominale = PIL reale Pt
Tasso di crescita del PIL nominale = tasso di inflazione + tasso di crescita del PIL reale
L’INDICE DEI PREZZI AL CONSUMO
Il deflatore del PIL contiene informazioni in merito al prezzo medio della produzione dei beni finali prodotti
nell’economia, tuttavia ciò che interessa ai consumatori sono le informazioni relative al prezzo medio dei beni che
consumano. Questi due prezzi possono diverger per due motivi:
1) Alcuni beni nel PIL non sono venduti ai consumatori, ma alle imprese, al governo o all’estero
2) Alcuni beni acquistati dai consumatori non sono prodotti all’interno dell’economia, ma importati dall’estero
Per misurare il prezzo medio del consumo (costo della vita), viene utilizzato l’indice dei prezzi al consumo (Ipc), in
Italia se ne occupa l’Istat.
In Europa l’inflazione dei prezzi al consumo è misurata con l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipac) ogni
paese oltre al proprio Ipc, calcola il proprio Ipac e successivamente gli Ipac nazionali vengono aggregati
dall’Eurostat nell’Ipac europeo, il suo obbiettivo è quello di fornire misure rappresentative e comparabili
dell’inflazione su beni e servizi che soddisfano i bisogni dei consumatori europei.
come il deflatore del PIL, l’Ipac è un numero indice, è fissato pari a 100 nell’anno scelto come base e quindi il suo
livello non ha un significato particolare.
L’Ipac e il deflatore del PIL si muovono quasi sempre insieme (variazione dello 0,75%), anche se esistono delle
eccezioni, useremo per semplicità il termine di livello dei prezzi P t per indicare entrambi.
L’inflazione è un male perché spesso i prezzi e i salari non incrementano simultaneamente e della stessa quantità e
questo può portare ad una variazione nella distribuzione del reddito, inoltre l’inflazione crea diverse distorsioni, come
la variazione dei prezzi relativi, che genera un clima di incertezza per le imprese riguardo alle decisioni di
investimenti futurialcuni prezzi sono fissati dallo stato, ma altri aumentano provocando variazioni dei prezzi
relativi.
Inoltre, l’inflazione la tassazione interagisce con l’inflazione
L’inflazione è un male ma questo non implica che la deflazione sia un bene poiché anch’essa genera distorsioni e
riduce la capacità della politica monetaria di influenzare il livello di produzione
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IL MERCATO DEI BENI - BREVE PERIODO
La composizione del PIL:
Per capire che cosa determina la domanda dei beni è necessario scomporre la produzione aggregata dal punto di vista
dei vari beni prodotti e dal punto di vista dei vari acquirenti di tali beni.
1) Consumo (C) si tratta di tutti i beni acquistati dai consumatori ed è la componente più significativa del PIL (in
Italia corrisponde al 55% del PIL)
2) Investimenti (I) talvolta chiamato investimento fisso per distinguerlo dalle scorte di magazzino. L’investimento
è diviso in: investimento non residenziale ( l’acquisto di impianti e macchinari da parte delle imprese) e
investimento residenziale (l’acquisto di nuove case o appartamenti da parte degli individui).
In entrambi i casi, la decisione di acquistare dipende dai servizi che questi beni daranno in futuro. (18% in Italia)
3) Spesa pubblica di beni e servizi (G) beni e servizi acquistati dallo Stato e dagli enti pubblici ed include sia la
spesa per consumi, che gli investimenti pubblici (che non rientrano in I).
I servizi includono anche quelli forniti dagli impiegati pubblici (ovvero il valore dei loro stipendi), la contabilità
nazionale assume infatti che lo Stato acquisti i servizi dai suoi impiegati per poterli fornire gratuitamente ai
cittadini. G non include i trasferimenti, ovvero l’assistenza sanitaria e le pensioni (anche se sono spese dello Stato
esse non rappresentano acquisti di beni o servizi) (19,4% in Italia)
La somma delle prime tre voci rappresenta la spesa in beni e servizi da parte dei residenti (che siano essi individui,
imprese o settore pubblico), ma per ottenere la spesa totale in beni nazionali dobbiamo aggiungere altre due voci.
4) Importazioni (IM) gli acquisti di beni e servizi dall’estero effettuati dai residenti (individui imprese e settore
pubblico) questo perché il consumo di beni stranieri viene conteggiato all’interno di C e G, ma non rientra a far
parte del PIL nazionale, e dunque deve essere sottratto dal PIL
Esportazioni (X) acquisti di beni e servizi nazionali da parte del resto del mondo
La differenza tra importazioni ed esportazioni è chiamata esportazioni nette o saldo commerciale ( NX = X –
IM). Se le esportazioni eccedono le importazioni (NX>0) si parla di avanzo commerciale, altrimenti (NX<0) di
disavanzo commerciale
5) Investimenti in scorte Ogni anno la produzione e la vendita di beni differiscono, questo perché alcuni beni
prodotti potrebbero essere venduti negli anni successivi o i beni venduti potrebbero essere prodotti negli anni
precedenti. Se la produzione eccede le vendite le scorte di magazzino aumentano (investimento in scorte
positivo), altrimenti le scorte di magazzino diminuiscono (investimento in scorte negativo). Solitamente la
variazione dello stock di magazzino è abbastanza piccola (alcuni anni è negativa, altri è positiva).
Il mercato può essere diviso in:
Mercato dei beni e dei servizi
Mercato della moneta
Mercato del lavoro
Tra questi mercati c’è una forte correlazione, infatti se,
ad esempio aumenta la domanda nel mercato dei beni,
questo influenzerà il mercato della moneta e delle
attività finanziarie.
Prendiamo ora in considerazione un’economia semplice, in cui consideriamo solo il mercato dei beni e dei servizi,
recidendone la relazione con il mercato della moneta.
E ignoreremo il trend di crescita del PIL reale del lungo periodo, infatti nel ciclo economico la quantità dei beni
prodotti e del PIL reale in un’economia mediamente cresce, ma in realtà ci sono alti e bassi.
Dobbiamo ora capire come si riporta il PIL al livello medio evitando sia la recessione che l’espansione le quali come
abbiamo visto sono entrambe dannose per l’economia.
Quest’analisi è stata introdotta da John Maynard Keynes che si pose la domanda: che cosa si può fare per aumentare
il livello di produzione? (e far uscire un’economia dalla recessione)
Il mercato dei beni è un mercato in cui si confrontano:
Un’offerta di beni Y (rappresentata dal PIL, dalla produzione aggregata)
Una domanda di beni Z
C’è equilibrio di mercato quando la domanda eguaglia l’offerta Y = Z
Ipotizziamo che:
È presente unico bene che può essere usato indifferentemente dai consumatori come bene di consumo, dalle
imprese come bene di investimento e dal governo come spesa pubblica.
L’economia è chiusa (no export/import) quindi Z = C + I + G
Le imprese sono disposte e in grado di offrire qualunque quantità ad un prezzo dati,
quindi i prezzi dati e il livello generale dei prezzi sono costanti
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Se il PIL reale varia lo fa anche il PIL nominale della stessa entità, quindi non c’è più differenza tra le due
grandezze
Keynes scriveva durante la grande depressione, in cui, se ci fosse stata più domanda, le imprese sarebbero state sia in
grado che disposte a produrre di più. L’inflazione non era un problema, i prezzi talvolta scendevano e quindi
mediamente il livello generale dei prezzi era stabile dunque quest’ipotesi era relativamente realistica.
In macroeconomia, ogni qual volta che si fa l’ipotesi dei prezzi costanti, si parla di modello di breve periodo
In macroeconomia il breve periodo è l’arco di tempo in cui l’ipotesi dei prezzi costanti è ragionevole.
Il breve periodo è un periodo in cui le imprese rispondono a variazioni della domanda con variazioni nella quantità
prodotta, ma non con variazione di prezzi.
Secondo indagini fatte, mediamente le imprese scelgono i prezzi in modo tale che vadano a coprire i costi fissi e
assicurino un certo profitti, inoltre la grande maggioranza delle imprese prende in considerazione l’idea di cambiare i
prezzi unitari ½ volte all’anno, ma effettivamente cambiano effettivamente i prezzi 1 o 0 volte all’anno quindi il breve
periodo più realistico sembra essere l’anno.
Siccome l’economia è chiusa la condizione di equilibrio nel mercato dei beni è Y = C + I + G Y = Z
Equilibrio: situazione in cui domanda e offerta sono uguali.
Nel breve periodo il PIL reale è determinato dalla domanda, la produzione di equilibrio è quindi determinata dal lato
della domanda.
Da cosa dipendono i vari fattori della domanda? Y = C + I + G
La domanda di consumi C quanto consumano le famiglie
Il consumo delle famiglie dipende:
1) Dal reddito disponibile Yd = Y – T
Dove Y sono i redditi percepiti durante l’anno in corso e T sono le imposte nette, ovvero la differenza tra le
imposte sul reddito TA e i trasferimenti (TR) T = TA - TR Yd = Y + TR – TA
Trasferimenti: denaro recepito a chi non è più un lavoratore (pensionati/ disoccupati)
Il consumo sarà tanto maggiore quanto lo sarà il reddito disponibile delle famiglie
2) Le ricchezze delle famiglie ovvero la differenza tra attività e passività finanziarie e reali del settore privato.
3) Il tasso di interesseIl tasso di rendimento delle attività finanziarie
Possiamo costruire la funzione di consumo C = C (Yd, ricchezza tasso di interesse), tuttavia per i. ostri scopi è
sufficiente prendere in considerazione solo il reddito disponibile, così che C = C(Y d)
Questa funzione è un modo per indicare che il consumo C è una funzione del reddito disponibile Y d (quando il
consumo aumenta anche il reddito aumenta anche se non aumenta proporzionalmente poiché gli individui potrebbero
decidere di risparmiare) e la funzione di consumo diventa dunque C = c 0 +c1Yd
C = C(Yd) = c0 + c1Yd = c0 + c1(Y-T)
c0 > 0: consumo autonomo è il consumo desiderato in corrispondenza di un reddito disponibile nullo. Se Y d =0
allora C = c0. Inoltre, cambiamenti in c0 riflettono cambiamenti nelle preferenze di consumo per un dato livello di
reddito disponibile (se aumenta significa c’è un desiderio di consumare maggiormente e viceversa) le preferenze
sul consumo degli individui variazioni ad esempio perché diventa meno complicato prendere a prestito o perché i
consumatori sono ottimisti riguardo al futuro.
0 < c1 < 1: propensione marginale al consumo (PMC) è la sensibilità del consumo c1 al reddito disponibile.
esprime l’effetto sul consumo di un euro aggiuntivo di reddito disponibile Es. se c 1=0,8 per ogni aumento
unitario del reddito disponibile il consumo aumenterebbe di 80 cent, i 20 cent rimanenti vengono risparmiati.
Realisticamente c1 è compreso tra 0,6 e 0,8.
La funzione del consumo è una funzione lineare crescente del reddito disponibile, caratterizzata da due parametri (c 1 e
c0), la sua inclinazione è data da c 1 e, poiché c1 < 1la funzione è più piatta della retta a 45°, ha come intercetta
verticale c0. (piano cartesiano ascisse = Yd ordinate = C)
Definire la funzione di consumo implica aver definito la funzione di risparmio privato.
Il risparmio privato è la parte del reddito disponibile che le famiglie non consumano
SPRIV = ( Y – T) – C = (Y – T) – c0 – c1 ( Y – T)
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SPRIV = – c0 + (1– c1) ( Y – T)
N.B. (1– c1) = propensione marginale al risparmio
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Domanda di investimenti I e spesa pubblica G
Supporremo che domanda di investimenti e spesa pubblica siano entrambe esogene, sono dati, non dipendono da
niente se non da decisioni prese dalle imprese e dalle amministrazioni pubbliche dovute a variabili esterne.
Supponiamo che anche le imposte nette siano esogene.
La determinazione del reddito di equilibrio:
Il reddito di equilibrio è l’unico valore di Yb di Y tale per cui si verifica:
Yb = Z Yb = C0 + C1 (Yb – T) + I + G Yb – c1 Yb = c0 – c1TR + I + c1 Yb ( 1-c1) = c0 – c1 T + I + G
In equilibrio la produzione è uguale alla domanda. A sua volta la
domanda dipende dal reddito, che è uguale alla produzione.
Nel reddito di equilibrio non c’è mai eccesso di domanda né eccesso
di offerta ed è una condizione che continua a riproporsi
La domanda o spesa autonoma è la somma di tutte le componenti della domanda che non dipendono da Y. In questo
caso non c’è eccesso di domanda o di servizi e l’equilibrio tende a riprodursi nel tempo.
La spesa autonoma A = c0 – c1 T + I + G è la componente della domanda che non dipende dal livello di
produzione. Sappiamo che c0 e I sono positivi, quindi per capire se A è positivo dobbiamo analizzare G - c 1T,
supponiamo che il bilancio dello stato sia in pareggio, allora G = T, inoltre consideriamo il fatto che 0<c 1<1
dunque G - c1T è positivo tranne nel caso in cui il governo presentasse un grosso avanzo di bilancio (quindi se T e
G fossero molto diverse)
1/(1-c1) poiché la propensione al consumo c 1 è sempre compresa tra 0 e 1, allora 1/(1-c 1) è un numero maggiore
di 1, questo numero quindi moltiplica l’effetto della spesa autonoma e perciò è chiamato moltiplicatore quanto
più c1 si avvicina a 1 tanto maggiore sarà il moltiplicatore questo spiega il motivo per il quale ad un aumento di
c0, c1 T, I o G consegua un aumento più che proporzionale di Y.
Economicamente: un aumento del consumo autonomo fa aumentare la domanda, che a sua volta genera un
incremento nella produzione, che fa aumentare il reddito che porta ad un aumento ulteriore del consumo e quindi
ad un aumento domanda etc.
Osservazioni importanti:
Yb è il reddito “di equilibrio” nel senso che, per qualunque altro valore di Y, nel mercato dei beni si assiste ad un
eccesso di offerta (Y > Z) o di domanda (Y < Z)
Se Y è diverso da Yb, date le nostre ipotesi le imprese possono, e hanno un incentivo a, variare Y finché esso non
raggiunge il livello Y. Ipotesi: aggiustamento molto rapido, cosicché Y = Y b sempre. Questo risponde alla nostra
prima domanda (Come viene raggiunto l’equilibrio nel mercato dei beni?)
Il fatto che Yb sia il reddito “di equilibrio” non significa che esso sia il livello di reddito più desiderabile (ad
esempio quando Y=Yb potrebbe esserci anche tanta disoccupazione in quanto le imprese potrebbero produrre di
più)
Esempio: Se Y=1000 = Z c’è una produzione che basta a soddisfare la domanda
Se Y=1100 l’impresa produce più del livello di
equilibrio, questo porta ad un aumento della
domanda, che tuttavia aumenta meno che
proporzionalmente rispetto all’aumento dell’offerta,
quindi c’è un eccesso di offerta di beni sulla
domanda e nel il periodo successivo le imprese
saranno incentivate a ridurre il livello di produzione
finché il livello non ritorna all’equilibrio
Se Y è inferiori rispetto al livello di equilibrio
quindi ci sarà uno squilibrio opposto ci sarà un
difetto dell’offerta sulla domanda, successivamente
le imprese saranno incentivate ad aumentare la
produzione finchè non si raggiungerà il livello di
equilibrio
L’equilibrio è una situazione di stasi in cui la domanda è pari all’offerta, se la domanda diverge dall’offerta, la
domanda si adeguerà rapidamente tornando allo stesso livello dell’offerta
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Solitamente si tende a produrre la quantità di equilibrio anche se l’impresa potrebbe produrre di più, quindi la
situazione di equilibrio è una situazione in cui c’è sottoccupazione.
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CROCE KEYNESIANA
Obbiettivo: determinare graficamente Yb
Sull’ascissa viene misurato il reddito Z = C + I + G = [c0 – c1T + I + G] + c1Y
[c0 – c1T + I + G] = A
La domanda dipende dalla spesa autonoma e dal reddito Z sarà una retta
che ha un intercetta positiva pari ad A e una pendenza positiva pari alla
propensione al consumo c1 (dato che 0< c1<1)
L’equilibrio è quel punto in cui si verifica l’intersezione tra retta di Z e raggio
a 45° (ovvero l’offerta), alla sinistra del punto di equilibrio la domanda eccede
la produzione e alla sua destra la produzione eccede la domanda.
Questo perché, a 45° è l’unica retta tale per cui la funzione di domanda e di offerta si eguagliano.
Se quanto fosse prodotto dalle imprese fosse maggiore dell’equilibrio ( Y 1 > Yb), verrebbe domandato Z1 e ci sarebbe
un eccesso di offerta rispetto alla domanda e le imprese sarebbero automaticamente incentivate a produrre nuovamente
Yb, viceversa se venisse prodotto Y2 < Yb.
Supponiamo di essere in equilibrio nel mercato dei beni, con Y = Yb Poi, variazione domanda autonoma passa da A ad
A0 e si verifica una variazione della domanda autonoma ∆A > 0
L’aumento della domanda può essere causato dall’aumento delle imposte, di ∆I, ∆G, o di ∆c0
1- Aumento della domanda A ad A1 con ∆A = n questo aumento di domanda provoca ad un aumento nella
produzione pari ad n l’aumento della produzione provoca un aumento del reddito pari a n
2- L’aumento del reddito provocherà un ulteriore aumento nella domanda di n moltiplicato per la propensione
marginale al consumo c1 ulteriore aumento della produzione di n*c1 …
3- Durante il ciclo n° 3 la domanda aumenterà di n*c 1*c1 n *c12 è una serie geometrica.
un cambiamento iniziale nella domanda da il via ad un processo di aggiustamento di produzione e di domanda
attraverso il quale si giunge ad un nuovo livello di produzione di equilibrio il risultato è un aumento della
produzione superiore all’incremento iniziale della domanda di un fattore pari al moltiplicatore .
La dimensione del moltiplicatore è collegata direttamente al valore della propensione al consumo (più è alta la
propensione al consumo più maggiore il moltiplicatore).
Come varia il reddito di equilibrio?
oppure
Nel grafico abbiamo uno spostamento parallelo verso l’alto della retta che rappresenta la domanda aggregata
(l’intercetta verticale A si sposta verso l’alto).
Se A aumenta il reddito di equilibrio aumenta, ma ∆Yb aumenta di più di ∆A perché al denominatore c’è 0 < c 1 <1
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MOLTIPLICATORE DEL REDDITO
La variazione del reddito di equilibrio è maggiore della domanda autonoma ed è causata da una
variazione della domanda autonoma è causata dal moltiplicatore del reddito (o “keynesiano”) ed è
costante per cui bisogna moltiplicare una data variazione di A per ottenere la corrispondente
variazione del reddito di equilibrio.
Il moltiplicatore è positivo e crescente in c 1
la
Matematicamente il moltiplicatore è maggiore di 1 perché c1 è compreso tra 0 e 1
Economicamente il moltiplicatore è maggiore di 1 perché ci sono componenti della domanda che dipendono dal
reddito, cosa che stimola un ulteriore aumento della produzione. La sensibilità delle componenti della domanda al
reddito è tanto maggiore quanto è maggiore la propensione marginale al consumo. Controesempio: se fosse 1 ci si
fermerebbe alla prima fase ma ce ne sono numerose
Fase 1: le imprese producono quanto necessario per soddisfare la
domanda aggiuntiva e aumentano la produzione di ∆A
Fase 2: Tuttavia: produzione=reddito i ricavi dei prodotti venduti in
più vanno nelle tasche dei lavoratori, aumenta il loro reddito e quindi
aumentano le componenti della domanda che rispondono a variazioni
del reddito, in particolare il consumo, quindi la produzione aumenterà
ulteriormente soddisfacendo questa nuova domanda aggiuntiva (1 +
c1)∆A
Fase 3: questo nuovo aumento di produzione comporterà un ulteriore aumento di reddito e quindi un aumento nel
consumo la produzione continua ad aumentare di (1 + c1 + c21 + c31)∆A
Alla fine, la variazione cumulata del reddito di equilibrio sarà:
Questo risultato è rilevante perché ci aiuta a capire la teoria del ciclo economico, il PIL reale oscilla e questo è
spiegato dal fatto che ci sono componenti della domanda autonoma che variano, il PIL scende perché gli investitori
iniziano a pensare che incrementare la produzione non comporta guadagni rilevanti e quindi riducono la produzione,
quindi si riducono gli stipendi, di conseguenza si riduce il PIL
Il consumo autonomo c0 fa aumentare la domanda autonoma, se la domanda si riduce si riduce il reddito di equilibrio
La riduzione del consumo autonomo c0 implica che a parità di reddito disponibile le famiglie vogliono consumare
meno, domandano meno beni di consumo, questo è un deterioramento del clima di fiducia delle famiglie, risparmiano
di più in previsione di imprevisti riduzione domanda autonoma riduzione della produzione riduzione del
reddito riduzione ulteriore del consumo familiare … è così che inizia la recessione
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INVESTIMENTO = RISPARMIO:
UN MODO ALTERNATIVO DI PENSARE ALL’EQUILIBRIO NEL MERCATO DEI BENI
Finora abbiamo pensato all’equilibrio nel mercato nei beni nel termine di uguaglianza tra produzione e domanda , un
modo alternativo di considerare l’equilibrio è di pensarlo in termini di investimenti e risparmio aggregato.
Il risparmio aggregato è la somma tra risparmio privato e risparmio pubblico:
Il risparmio privato dei consumatori corrisponde al reddito disponibile (reddito al netto delle imposte) dei
consumatori al netto del consumo SPRIV = YD – C S = Y – T – C
Il risparmio pubblico è uguale alle imposte meno la spesa pubblica (se è positivo il governo ha un avanzo di
bilancio, altrimenti un disavanzo di bilancio) SPUBB = T – G
Affinché il mercato dei beni sia in equilibrio, la produzione deve essere uguale alla domanda, che a sua volta è la
somma di consumo, investimento e spesa pubblica Y = C + G + I
Sottraendo le imposte T da entrambi i lati e spostando il consumo sulla sinistra otteniamo: Y – T – C = I + G – T
Il lato sinistro è uguale al risparmio privato (SPRIV), spostando a destra imposte e spesa pubblica (ovvero SPUBB)
otteniamo che: I = SPRIV + SPUBB
Le decisioni di consumo e di risparmio rappresentano due facce della stessa medaglia.
Il risparmio privato è dato da SPRIV = -c0 + (1-c1)(Y-T)
Così come abbiamo chiamato c1 propensione marginale al consumo, chiamiamo (1-c1) propensione marginale al
risparmio, che ci dice quanta parte di reddito viene risparmiata
È compresa tra 0 e 1 (dato che c1 è compresa tra 0 e 1) i consumatori risparmiano una parte del reddito disponibile
(e non possono risparmiare più di quanto recepito) il risparmio privato aumenta all’aumentare del reddito ma in
modo meno che proporzionale.
Dato che in equilibrio I = SPRIV + SPUBB, allora I = -c0 + (1-c1)(Y-T) + (T-G)
IL PARADOSSO DEL RISPARMIO
Supponiamo che, per un dato livello di reddito disponibile, i consumatori decidano di risparmiare di più si riduce c0
Dato che Y = la produzione di equilibrio si riduce (quando le persone risparmiano si riduce il loro consumo e quindi
si riduce la domanda e di conseguenza si riduce il consumo che porta ad una riduzione del reddito)
Consideriamo SPRIV = -c0 + (1-c1)(Y-T):
- Da un lato -c0 è maggiore (meno negativo)
- Dall’altra parte Y è minore
L’effetto netto sul risparmio è ambiguo, per capirlo consideriamo: I = S PRIV + SPUBB:
- L’investimento non cambia
- Il risparmio pubblico T – G non varia
- Di conseguenza neanche il risparmio privato varia
Anche se gli individui vogliono risparmiare di più, in corrispondenza di un certo livello di reddito, quest’ultimo si
riduce in modo tale da lasciare il risparmio invariato il tentativo di risparmiare di più si traduce in una riduzione del
reddito ed in un risparmio invariato.
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LA POLITICA FISCALE
Come far uscire l’economia dalla recessione: ricorro alla politica fiscale insieme di decisioni sul livello e le
variazioni nel tempo di G, TA e TR.
Nella domanda autonoma figurano due termini che sono sotto il controllo di un governo: G e T.
Politica fiscale espansiva quando l’acquisto di beni pubblici e servizi vengono aumentati ∆G > 0 ∆T<0
Politica fiscale restrittiva quando l’acquisto di beni pubblici e servizi vengono ridotti ∆G < 0 ∆T>0
Dato che:
Il modello ci dà indicazioni su:
Modo in cui politica fiscale influisce sull’output
Direzione ed entità degli interventi di politica fiscale necessari per raggiungere un dato reddito obiettivo
Disavanzo pubblico (Dis)
È la differenza tra le uscite e le entrate del settore pubblico
Se voglio stimolare l’economia da una situazione di recesso, devo scegliere tra:
Aumentare G di 100 ∆Yb = (1/1-c1) x ∆G = (1/1-c1) (120)
Ridurre T di 100
Il disavanzo pubblico in entrambi i casi aumenta di 100 ( ∆Dis = - ∆G - ∆T )ma ∆Yb non cambia nello stesso modo, è
maggiore quando per stimolare l’economia aumenta G.
Uso attivo della politica fiscale
Di quanto dovrò agire su G per poter modificare il reddito di equilibrio di un certo valore?
Quindi la formula viene utilizzata al contrario partendo dalla variazione di G. È necessario un modello. C 1 descrive le
preferenze degli individui e viene trovato dagli economisti attraverso una stimasi mettono in relazione le variazioni
del reddito disponibile con le variazioni del consumo in un determinato paese in un arco di tempo relativamente
esteso.
Esercizio
Il governo aumenta contemporaneamente e della stessa entità sia G che T ∆G= ∆T=100 >0
E dato che il disavanzo pubblico è pari a: Dis= G-T ∆Dis = 100-100 = 0 questa manovra del governo non ha
alcun impatto sul disavanzo.
Ma cosa succede al reddito di equilibrio? Il fatto che questa manovra non provochi nessuna variazione nel disavanzo
pubblico, non significa che non la provochi nel reddito di equilibrio.
Reddito di equilibrio: Yb =() [c0 – c1T + I + G] Variazione reddito di equilibrio: ∆Yb = () [– c1∆T + ∆G]
Dato che, in questo caso ∆G = ∆T, allora ∆Yb = () [– c1∆G + ∆G] ∆Yb = () (1– c1)∆G ∆Yb =∆G > 0
Il reddito di equilibrio aumenta nonostante aumentino sia G (espansione) che T (restrizione) perché nella prima fase la
domanda autonoma aumenta, l’aumento si porterà una serie di aumenti indotti di domanda e reddito.
A = c0 -c1T + I + G ∆A = -c1∆T + ∆G = (1-c1) ∆G > 0 ∆G>0
La riduzione del consumo è dovuta ad una riduzione minore rispetto all’aumento di G quindi nel complesso ci saranno
degli aumenti indotti della domanda. Non solo aumenta ma aumenta esattamente di G perché è specifico di questo
modello in cui si considera G costante. Secondo questo modello si possono manovrare gli strumenti della politica
fiscale in modo tale che il disavanzo non varia e il reddito di equilibrio migliora.
Storicamente è importante: Keynes propone questo modello, l’intervento di politica economica è la politica fiscale
espansiva che fa aumentare il reddito di equilibrio. Fa bene al reddito ma potrebbe creare disavanzi pubblici crescenti.
Ma con questo modello non è presente nessun impatto sui disavanzi pubblici e nel mentre si ha un impatto positivo
sull’economia. Nella pratica si ha la tendenza di aumentare G aumentando disavanzi.
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IL MERCATO DELLA MONETA
La moneta (che è un’attività finanziaria) e le altre attività finanziare sono ora considerare in isolamento recidendo la
sua relazione con gli altri mercati, come il mercato dei beni.
Gli individui detengono una ricchezza, che è composta dalle attività reali e finanziarie meno le passività reali e
finanziarie. Le attività finanziare assorbono circa il 40% della ricchezza delle famiglie italiane.
Noi dividiamo le attività finanziarie in due soli gruppi:
Moneta tutto ciò che può essere impiegato in transazioni di acquisto di beni e servizi (che non paga interessi)
Titoli non possono essere usati per transazioni, ma pagano interessi.
Le persone non hanno tutta la ricchezza in titoli perché necessitano di moneta come mezzo di pagamento, ma
detenendo solo moneta la ricchezza è inferiore rispetto a detenere moneta e investire in titoli (trade-off), la decisione
dipende da due variabili fondamentali:
1- Livello delle transazioni: quanto un individuo ha bisogno per compiere transazioni di ordinaria amministrazione.
2- Il tasso di interesse offerto dai titoli: tanto più esso sarà alto tanto più sarà conveniente detenere titoli piuttosto
che moneta dunque gli individui diminuiranno la percentuale di moneta nel proprio portafoglio.
i = il tasso di interesse, il tasso di rendimento dei titoli (non della moneta)
N.B. Non esistono azioni in questo modello
MONETA
La moneta è la somma di moneta circolante e depositi bancari
Può essere detenuta in due forme:
1. Circolante [CI] (banconote e monete metalliche nelle mani del settore privato non bancario)
2. Depositi bancari [D] (uno può acquistare anche con la carta o con un assegno)
Supponiamo ora che non esistano le banche (aziende di credito) e neanche i depositi, quindi supponiamo che ci sia
solo moneta circolante.
La quantità di moneta esistente nell’economia è decisa dalla Banca Centrale (BC = lato di offerta del mercato della
moneta, che si confronta con una domanda, ovvero tutti gli individui che popolano l’economia)
Domanda di moneta (Md)
La domanda di moneta è la somma di tutte le domande di moneta individuali, provenienti da individui ed imprese,
quindi la domanda dipende dal livello totale delle transazioni dell’economia e dal tasso di interesse che pagano i titoli.
Il livello totale delle transazioni è difficile da misurare, ma è circa direttamente proporzionale al reddito nominale e al
livello generale dei prezzi ed inversamente proporzionale rispetto al tasso di interesse dei titoli Md = Md (P, Y, i )
P e Y sono entrambi positivi, in P e Y Md è crescente, mentre i è negativo e Md è decrescente in i
A parità di P e Y, un aumento di i indurrà l’individuo a ridurre la detenzione di moneta e aumentare quella dei titoli
i titoli rendono più della moneta, ma se i fosse pari a 0, moneta e titoli renderebbero lo stesso e gli individui
deterrebbero solo moneta più è altro i più è bassa la domanda di moneta e viceversa.
La domanda di moneta è proporzionale alla variazione dei prezzi se il livello generale dei prezzi aumenta del 10%,
la domanda di moneta aumenterà del 10% Md = P * L (Y, i)
N.B L= cattura la dipendenza del prezzo dal tasso di interesse i e dal PIL reale Y
Md = P (f1Y -f2i)
f1Y = sensibilità della domanda di moneta alle variazioni del PIL reale
f2i = sensibilità della domanda di moneta alle variazioni del tasso di interesse
Graficamente, per un dato livello di reddito nominale, la domanda di moneta è inclinata negativamente, in quanto
minore è il tasso di interesse i (asse y), maggiore è la domanda di moneta che le persone vogliono detenere (asse x)
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L’equilibrio nel mercato della moneta:
C’è equilibrio quando la domanda e l’offerta di moneta si eguagliano
Condizione di equilibrio: M = Md
Asse y: tasso di interesse i
Asse x: offerta di moneta da parte della BCE
La curva di offerta di moneta è verticale in quanto essa non dipende dal tasso di
interesse i, mentre la funzione di domanda di moneta M d è inclinata negativamente
perché la domanda di moneta è inversamente proporzionale ad i Se i diminuisce,
detenere moneta sarebbe poco costoso perché è basso il rendimento da detenzione di
titoli e quindi la domanda di moneta eccederebbe l’offerta, l’unico equilibrio i e è il
tasso di interesse tale per cui la domanda eguaglia l’offerta.
Supponiamo che il mercato della moneta sia in equilibrio, poi aumenta l’offerta di moneta (politica monetaria
espansiva) ∆M > 0
La politica monetaria espansiva determina una riduzione del valore dei titoli, in quanto il tasso di interesse si riduce
e quindi aumenterà la domanda di moneta Se M viene aumentata (da M0 a M1), affinché ci sia equilibrio, il tasso di
interesse dovrà ridursi passando da i0 a i1
Se aumenta il reddito nominale sul tasso di interesse, vi è un aumento delle transazioni e quindi un aumento della
domanda di moneta la curva di domanda si sposta verso destra affinché ci sia equilibrio il tasso di interesse si
riduce
Operazioni di mercato aperto O.M.A.
La Banca Centrale immette moneta comprando beni, tipicamente compra titoli di
stato emessi dagli Stati membri compra soltanto titoli si stato perché, se comprasse
azioni di imprese, aumenterebbe il valore di tali azioni, favoreggiando un’azienda
rispetto ad altre, comprando titoli di stato fa la cosa più neutrale possibile, che favoreggia più individui possibili
(viceversa se si applica una politica monetaria restrittiva, la BC vende titoli di stato)
La BC acquista titoli di stato e li paga emettendo nuova moneta, acquistando questi titoli, la BC fa aumentare la
domanda di titoli e di conseguenza ne fa aumentare il prezzo, il tasso di interesse sui titoli diminuisce e aumenta
l’offerta di moneta (curva di offerta si sposta a dx)
O.M.A e prezzo dei titoli
Prezzo titoli (es. BOT) nel tempo t €PT (80€) e nel tempo t+1 valgono 100 €,
Il tasso di rendimento di questi titoli è:
valore attuale €PT = 100 / (1+i)
Il tasso di interesse è inversamente proporzionale al prezzo dei titoli, infatti quanto è
maggiore il prezzo del titolo, tanto minore sarà il tasso di interesse pagato dal titolo stesso.
Questo ci permette di capire come una decisione della Banca Centrale di aumentare la quantità di moneta offerta M,
acquistando titoli di stato, faccia aumentare la domanda per questi titoli e come questo faccia diminuire il tasso di
interesse i.
Altre cause di variazione dell’equilibrio nel mercato della moneta:
Variazioni di €Y, a loro volta causate da variazioni di P e/o Y
C’è un aumento del reddito Y, quindi gli individui aumenteranno il consumo di beni, ci sarà quindi bisogno di più
moneta per stare dietro ad un aumento delle transazioni)Per ogni dato i e per ogni dato P gli individui aumenteranno
la domanda di moneta (e questo è vero a prescindere dal tasso di interesse iniziale)
Reddito aumenta La curva di domanda della moneta trasla a destra (domanda aumenta) per mantenere
l’equilibrio il tasso di interesse aumenta fino a i e questo scoraggia gli individui che domanderanno meno moneta (in
quanto diventa più conveniente acquistare titoli) quindi la domanda di moneta torna al livello iniziale.
A parità di tasso di interesse iniziale, un aumento di Y induce gli individui a domandare più moneta, quindi gli
individui vendono titoli per ottenere moneta, alterando il loro portafoglio aumenta l’offerta di titoli nel mercato, si
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riduce il prezzo dei titoli (eccesso di offerta sulla domanda dei titoli) aumenta perciò il loro tasso di interesse e di
conseguenza il loro rendimento.
LE BANCHE E IL PROCESSO DI CREAZIONE DI MONETA
Sinora abbiamo considerato un mercato in cui esiste solo moneta circolante, M = CI, tuttavia dato che esistono le
banche, ovvero intermediari finanziari M = CI + D non dipende tutto dalla Banca Centrale ma anche dalle singole
banche.
La banca centrale cerca di influire sull’economia variando il tasso di interesse, e lo può fare:
I. Compiendo O.M.Adato che i dipende da M , la BC varia l’offerta di moneta con operazioni di mercato aperto
II. Variando i tassi ufficiali sono tassi di interessi a cui la banca centrale da a credito alle imprese e al sistema
bancario. Quando la banca centrale riduce questi tassi aumenta l’offerta di moneta (politica monetaria espansiva)
III. Variando il coefficiente di riserva obbligatoria
Variazioni di tassi ufficiali e del coefficiente di riserva obbligatoria sono meno frequenti rispetto ad O.M.A.
Le aziende di credito:
Le attività che detengono nei loro bilanci sono le azioni e le obbligazioni che
possiedono e i prestiti che hanno concesso, mentre le passività sono i fondi che esse
ricevono dagli individui e dalle imprese
Le aziende di credito in parte tengono i depositi a riserva (rimangono in banca, che non
guadagna nulla) e in parte la danno a prestito o la usano per comprare titoli (guadagno),
le richieste di prelievo sono soddisfatte dai nuovi depositi.
N.B. Consideriamo il caso semplificato in cui la domanda di moneta da parte degli individui coincide con la domanda
di depositi di conto corrente le persone vogliono tenere più depositi quando il reddito nominale è elevato e quando
il tasso di interesse sui titoli è basso.
Una banca ha la naturale tendenza di passare a riserva la minima frazione possibile ed investire o dare a prestito la
frazione più grande possibile in modo tale da massimizzare i guadagni operazione rischiosa, la banca rischia di non
soddisfare le richieste di prelievo dei clienti.
Per minimizzare il rischio che questo capiti le Banche Centrali impongono alle banche di detenere una frazione dei
propri depositi sotto forma di riserva, questo coefficiente è il coefficiente di riserva obbligatoria (le banche non lo
possono toccare tranne in casi estremi), ciò che le banche detengono è il coefficiente di riserva obbligatoria che la BC
impone + le riserve libere o in eccesso che la banca usa per i prelievi dei clienti, e sono tanto più alti quanto più
l’azienda di credito ha un comportamento prudente.
N.B. Le riserve derivanti dal coefficiente di riserva obbligatoria non sono remunerate (1% in Europa)
La Banca Centrale:
La Banca Centrale controlla l’offerta di moneta attraverso le operazioni di
mercato aperto
Se la Banca Centrale fa un O.M.A e acquista un titolo da 1€ lo fa con la
moneta circolante aumenta il passivo della BC di 1€ e aumenta l’attivo
di 1€.
La base monetaria è il totale delle passività della Banca centrale
Base monetaria (H) = Moneta circolante (CI) + riserve (R)
Offerta di base monetaria (H): controllata dalla banca centrale (ad esempio, tramite operazioni di mercato aperto)
M = CI +D (depositi)
H = CI + R
c = quota di circolante detenuto dagli individui (0<c<1), allora
Offerta di moneta:
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La banca centrale, per far variare l’offerta di moneta, può:
I. Decidere di variare H facendo operazioni di mercato aperto questo ha un impatto sulle passività della banca
centrale
II. Può ridurre i tassi ufficiali aumentano le richieste di prelievo ad una banca la banca prende a prestito o da
un'altra banca o, se la situazione è generalizzata, prende a prestito dalla banca centrale. Se i tassi a cui la BC da a
prestito vengono aumentati le aziende di credito cercheranno di minimizzare la probabilità di dover prendere a
prestito (do meno prestiti, i depositi si riducono, l’offerta della moneta si riduce)
Se invece la BC riduce i tassi, le banche sono più disposte a dare a prestito quindi aumentano i depositi e di
conseguenza l’offerta di moneta.
III. Per dato H riduce il coefficiente di riserva obbligatorio il rapporto dipende negativamente da θ, se la banca
centrale decide di ridurre il coefficiente di riserva obbligatorio, si riduce il rapporto di riserva e depositi
aumentano i prestiti da parte delle aziende di credito aumenta l’offerta di moneta.
Ogni qual volta un’azienda di credito concede un prestito, che viene accreditato sul conto corrente, aumentano i
depositi e quindi l’offerta di moneta aumenta viene immessa più moneta nell’economia e quel prestito riemerge
come maggiori depositi sotto forma di un aumento di depositi in un'altra banca(poiché la moneta data a prestito
viene scambiata) aumentano i prestiti di questa ultima banca etc.
Se c si riduce, gli individui vogliono meno circolante e quindi investono di più, quindi aumentano i depositi e questo
mette le banche nelle condizioni di dare più a prestito, quindi c’è un aumento nell’offerta di moneta. Se c aumenta, la
curva di offerta di moneta si sposta verso sinistra, quindi si contrae l’offerta di moneta perché le banche hanno meno
depositi, hanno meno da dare a prestito e quindi si contrae l’offerta di moneta a differenza dei primi 3 casi, questa
variazione non può essere controllata dalla BC poiché dipende solo dagli individui questo non significa che la BC
non abbia il controllo della moneta perché può controbilanciare il cambiamento di c con O.M.A, variazioni dei tassi
ufficiali o riducendo il coefficiente di riserva obbligatoria.
Il tasso di interesse che mantiene in equilibrio il mercato della moneta è lo stesso che mantiene in equilibrio la base
monetaria i: M = Md H = Hd
H = c + θ (1-c) M
M = Md H = Md H = c + θ (1-c) M d c Md + θ (1-c) Md CI d + Rd = Hd
Trappola della liquidità e lo “Zero Lower Bound” (ZBL):
Finora abbiamo concluso che la BC, scegliendo l’offerta di moneta, è sempre in grado di scegliere il tasso di interesse
desiderato, tuttavia il tasso di interesse non può scendere al di sotto dello Zero Lower Bound quando il tasso di
interesse è sceso a zero, la politica monetaria non è più in grado di farlo scendere ulteriormente e non funziona più.
All’aumento dell’offerta il tasso di interesse diminuisce. Se la BC insiste in questa politica, potrebbe spostare la curva
dell’offerta talmente a destra che il tasso di interesse diventa pari a zero.
Qui la domanda di moneta diventa infinitamente elastica (piatta) al tasso di interesse coincide con l’asse delle
ascisse poiché quando il tasso di interesse è divenuto 0 i titoli sono indistinguibili dalla moneta, infatti, rendono
entrambi 0 ma la moneta ha il vantaggio di poter essere usata come mezzo di pagamento: infatti se i è nullo, i titoli
non dominano più la moneta in termini di tasso di rendimento gli individui sono felici di vendere titoli senza
richiedere alcuna riduzione di tasso di rendimento dei titoli per detenere tale moneta aggiuntiva.
In questa situazione, un aumento dell’offerta di moneta M non causa più una riduzione del tasso di interesse, che è già
al suo “Zero Lower Bound” ZLB: gli individui sono disposti a detenere questa moneta addizionale - introdotta
nell’economia ad esempio tramite un acquisto sul mercato aperto da parte della banca centrale - e a cedere titoli senza
richiedere un aumento del prezzo dei titoli / una riduzione del tasso di interesse. diventa infinita la domanda di
liquidità e qui di l’immissione di liquidità nell’economia viene assorbito dai privati
Il tasso di interesse ha raggiunto il suo limite inferiore (0) gli aumenti dell’offerta di moneta non fanno variare il tasso
di interesse di equilibrio la BC non è più in grado di influenzare la domanda di moneta
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MODELLO IS-LM
Le conclusioni tratte dallo studio del mercato dei beni verranno riassunte in una curva
IS con reddito Y in ascissa e tasso di interesse i in ordinata, tale curva avrà
un’inclinazione negativa e ciascuno di tali punti della curva è una combinazione di i e
Y tale per cui il mercato è in equilibrio. Anche le conclusioni tratte dal mercato della
moneta porteranno a disegnare una curva LM sullo stesso piano: l’inclinazione di tale
curva dipende dalla BE e dal modo in cui essa conduce la politica monetaria (potrebbe
essere positiva o negativa); noi considereremo solo una curva LM con inclinazione
orizzontale poiché è quella che discende dalla più comune politica monetaria. Ogni
punto sulla LM è un punto per cui si ha equilibrio sul mercato della moneta.
Ponendo sullo stesso grafico le due curve e guardando alla loro intersezione troviamo
l’unico punto in cui vi è un equilibrio generale che è influenzato e varia a seguito di shock come politiche monetarie,
fiscali o variazioni delle preferenze.
Quindi, per modello IS-LM si intende la determinazione simultanea dei livelli di equilibrio di Y e i che portano a un
modello di equilibrio economico generale
N.B. Il livello dei prezzi è dato (situazione che non si allontana troppo dalla realtà)
Finora l’investimento è stato considerato
esogeno:
Adesso: L’investimento dipende positivamente dal livello delle vendite e negativamente dal tasso di interesse
L’investimento dipende positivamente dal livello delle vendite Y perché un’impresa che deve far
fronte ad un aumento delle vendite e deve aumentare la produzione, probabilmente dovrà investire in
macchinari per far fronte all’aumento della produzione.
Il livello di investimenti I dipende negativamente da i: con tassi di interesse alti si investe di più perché:
Per investire le imprese prendono a prestito e i è il prezzo del prestito
Anche quando le imprese non devono prendere a prestito, tale i rappresenta quanto è profittevole non investire (e
per esempio detenere titoli o darli a prestito)
Dove d1 e d2 sono due numeri positivi che rappresentano
rispettivamente la sensibilità dell’investimento al reddito e la sua
sensibilità al tasso di interesse. Se d2 è 0, gli investitori non guardano al tasso di interesse; se invece d 2 è molto elevato
l’investimento è molto sensibile. (È come se il modello studiato prima di oggi con I esogeno fosse un caso particolare
di questo modello con d1=d2=0)
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LA CURVA IS
La prima curva riassume il mercato di beni: la curva IS è il luogo delle combinazioni (Y, i) in corrispondenza delle
quali si ha equilibrio nel mercato dei beni è verificata la condizione di equilibrio
Il fatto che il consumo sia in funzione di i è un’implicazione e un’estensione di tutto ciò. Esistono alcune componenti di Z che
dipendono da i (determinato in prima battuta dal mercato della moneta).
Per un dato valore del tasso di interesse i, la domanda di beni è una funzione crescente della produzione perché:
1. Un aumento della produzione fa aumentare il reddito e quindi fa aumentare il consumo
2. Un aumento della produzione fa aumentare l’investimento
Un aumento della produzione fa aumentare la domanda di beni.
La curva di domanda nel mercato dei beni:
È una curva e non una rettapoiché in questo modello consumo ed investimento non sono lineari
È più piatta della retta a 45° un aumento unitario della produzione conduce ad un incremento meno che unitario
della domanda quando la produzione aumenta la somma degli incrementi del consumo e dell’investimento
potrebbe eccedere l’aumento iniziale della produzione
l’equilibrio nel mercato dei beni viene raggiunto nel punto in cui la domanda è uguale alla produzione (punto di
intersezione tra la curva di domanda e la retta a 45°
DERIVAZIONE DELLA CURVA IS
Abbiamo visto che un aumento del tasso di interesse riduce l’investimento che a sua volta fa diminuire la produzione,
che riduce ulteriormente il consumo e l’investimento attraverso l’effetto del moltiplicatore. (i I Y C )
La relazione tra tasso di interesse e produzione è rappresentata dalla curva IS
Ipotizzando che la funzione di domanda di investimenti abbia la forma lineare specificata più sopra, e quella di
consumi quella - sempre lineare - vista quando ci siamo occupati del mercato dei beni, risolvendo per i la condizione
di
equilibrio
in
questo
mercato,
ossia
Abbiamo risolto per i e otteniamo una retta con:
1. Pendenza negativa poiché il rapporto è positivo (d1, d2 sono >0 e 0<c1+d1<1.
2. Intercetta verticale di tale curva è
3. intercetta orizzontale si trova ponendo i=0
Spiegazione economica dell’inclinazione negativa di IS: in un
qualsiasi punto P della curva siamo in equilibrio nel mercato die
beni; se il tasso di interesse si riduce a i E<iP non siamo più in
equilibrio. Dato che I dipende negativamente da i abbiamo la stessa
offerta di beni di prima ma la domanda di beni è minore: la domanda
eccede l’offerta. Per tornare in equilibrio è necessario di un aumento
dell’offerta di beni si torna sulla curva ma sempre con il tasso di
interesse iE.
La domanda di beni dipende negativamente dal tasso di interesse:
ciò spiega l’inclinazione negativa.
Variazione di d2 influiscono sulla IS un alto d2 conduce a una IS relativamente piatta e un basso d 2 a una IS
relativamente ripida (se d2 tende a 0 l’inclinazione tende a infinito e la IS è quasi verticale).
Il fatto che l’eccesso di domanda sia grande o piccolo, per data variazione del tasso di interesse, sarà tanto maggiore
quanto è più sensibile è l’investimento a variazioni di d 2.
SPOSTAMENTI DELLA CURVA IS
Fissato il tasso di interesse i, se aumentano le imposte T, il reddito disponibile diminuisce e di conseguenza anche il
consumo, causando a sua volta una riduzione nella domanda di beni e una riduzione nella produzione di equilibrio.
Il livello di equilibrio nella produzione diminuisce e quindi la curva IS si sposta verso sinistra fissato il tasso di
interesse, il livello della produzione è ora inferiore a quello calcolato prima dell’aumento delle imposte
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Fissato il tasso di interesse, ogni fattore che fa diminuire il livello di equilibrio della produzione fa spostare la curva
IS verso sinistra.
LA CURVA LM
Riassume il mercato della moneta ed è il luogo delle combinazioni (Y, i) in corrispondenza delle quali si ha equilibrio
nel mercato della moneta si verifica la condizione di equilibrio M = PL(Y,i)
La sua inclinazione nel piano (Y, i) dipende dalla condotta della politica monetaria.
In equilibrio i e Y sono due forze che si devono controbilanciare.
Se pensiamo alla politica monetaria come alla scelta dell’offerta nominale di moneta, e (poiché assumeremo che il
livello dei prezzi P sia fisso) come all’offerta reale di moneta (M/P), allora offerta e domanda reali di moneta devono
eguagliarsi se il reddito reale aumenta, aumentando la domanda di moneta, il tasso di interesse deve aumentare in
modo tale che la domanda rimanga uguale all’offerta.
La BC dagli anni 80 in avanti, cerca di stabilizzare il tasso di interesse: scelgono un tasso di interesse che ritengono
appropriato e immettono nell’economia tutta la quantità di moneta M compatibile con il raggiungimento di tale tasso
di interesse.
La BC fa in modo che offerta e domanda di moneta si mantengano in equilibrio per dato livello del tasso di interesse i:
questo rende endogena l’offerta di moneta poiché la BC deve essere disposta a lasciare che l’offerta di moneta
dell’economia debba essere coerente con il livello obiettivo di i. In questo modo LM è orizzontale.
La BC per portare i a un livello obiettivo più basso: aumenta l’offerta di moneta.
OFFERTA DI MONETA ENDOGENA (IL CASO STANDARD)
In questo caso, la banca centrale sceglie il tasso di interesse -ad esempio, decide di fare in modo
che assuma il valore e stabilisce l’offerta di moneta M in modo coerente con il raggiungimento di
questo obiettivo. M diviene endogena a fronte di spostamenti della curva di domanda di moneta
(determinati ad esempio da variazioni di P, di Y, o delle preferenze degli individui), la banca
centrale dovrà variare M per impedire che i si discosti da i:
Derivazione analitica della LM - offerta di moneta endogena:
Nel piano (Y, i) la LM è una retta orizzontale in
corrispondenza del valore del tasso di interesse i
scelto dalla banca centrale.
IL MODELLO IS-LM: L’EQUILIBRIO
Ogni punto sulla curva IS corrisponde ad un possibile equilibrio nel mercato dei beni, mentre ogni punto sulla curva
LM corrisponde ad un possibile equilibrio nel mercato della moneta solo nel punto di intersezione tra le due curve
entrambi i mercati sono in equilibrio.
L’equilibrio generale - M endogena (caso standard)
Si mettono insieme la IS e la LM e si ottengono i valori di
Y e i, per cui il mercato dei beni e quello della moneta sono
simultaneamente in equilibrio.
Espressione analitica di i con Y dato lo si sostituisce
nell’espressione e lo si risolve per Y
Il moltiplicatore della politica monetaria è negativo: se il
tasso scelto dalla BC aumenta, Y si riduce
Il moltiplicatore della politica fiscale è positivo, la
variazione della domanda autonoma può essere dovuta a
variazioni delle preferenze dell’individuo (c1)
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LA POLITICA FISCALE (CASO STANDARD)
Consideriamo, ad esempio, una politica fiscale espansiva (espansione fiscale)
Il governo decide di aumentare il disavanzo di bilancio attraverso una riduzione delle
imposte. Dis > 0
N.B. I risultati precedenti sono validi solo se banca centrale non interviene variando
contemporaneamente i
Una politica fiscale espansiva fa spostare a destra la IS, mentre la curva LM rimane
invariata in quanto la BC decide di non variare il tasso di interesse i. Il nuovo equilibrio si trova nel punto di
intersezione tra la nuova curva IS e la curva LM l’equilibrio si muove lungo la LM e in questo punto la produzione
aumenta.
La riduzione delle imposte provoca un aumento del reddito disponibile che induce gli individui a consumare di più. Il
risultato, attraverso l’effetto del moltiplicatore, corrisponde ad un aumento nella produzione e del reddito.
L’aumento di produzione comporta inoltre un aumento negli investimenti.
LA POLITICA MONETARIA (CASO STANDARD)
La BC vuole stimolare l’economia riducendo i e sperando che ciò stimoli la domanda di beni, l’investimento e induca
a produrre di più. Aumenta l’offerta di moneta acquistando titoli, etc.
La curva IS non si sposta in quanto la riduzione del tasso di interesse non altera la relazione tra produzione e tasso di
interesse, mentre la curva LM si sposta verso il basso.
L’economia si muove lungo la curva IS e in corrispondenza del nuovo equilibrio la produzione aumenta.
Il reddito Y si avvicina a quel livello più elevato che rappresenta il livello di piena occupazione dell’economia, il
consumo aumenta, l’investimento aumenta (infatti aumenta Y e si riduce i) e anche M aumenta.
La riduzione del tasso di interesse stimola l’investimento e fa aumentare la domanda e la produzione l’aumento
della produzione e la riduzione del tasso di interesse, contribuiscono entrambi ad un aumento dell’investimento.
L’aumento del reddito conduce ad un aumento del reddito disponibile e quindi anche del consumo sia consumo che
investimento aumentano.
N.b. Il meccanismo di trasmissione che conduce dalla
variazione di M alla conseguente variazione di Y si può
interrompere!
La politica monetaria non produce effetti nei seguenti casi:
1. Se siamo in un’economia con una IS verticale e
quindi la sensibilità della domanda alle variazioni
di i è nulla la banca centrale acquista titoli,
quindi si riduce i, LM si sposta verso il basso e IS non si muove il livello di produzione rimane invariato . una
domanda di beni insensibile al tasso di interessi si traduce con una IS verticale e quindi le politiche espansive o
restrittive non hanno alcun effetto quanto meno è sensibile la domanda alle variazioni del tasso di interesse
tanto meno è efficace la politica monetaria. IS è verticale in una situazione di recessione, in questo caso resta
tuttavia efficace diminuire le tasse T o aumentare G, perché questo fa spostare verso destra la IS e quindi la
domanda aumenta anche se la IS rimane verticale.
quando la IS è verticale la politica monetaria non funziona, ma funziona quella fiscale
2. Questo avviene anche nel caso della trappola della liquidità in cui la IS non è verticale, ma i=0 e quindi si
raggiunge lo Zero Lower Bound l’unica cosa che si può fare per aumentare la produzione è l’austerità stretta
fiscale (il PIL scende)
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POLICY MIX
Spesso la politica fiscale e quella monetaria sono usate insieme, a volte sia la politica fiscale che quella monetaria
vanno nella tessa direzione, ad esempio nel caso in cui l’economia è in recessione e la produzione è troppo bassa.
Una politica fiscale espansiva (riduzione delle imposte T) sposta la curva IS verso destra, mentre una politica
monetaria espansiva (riduzione del tasso di interesse i) sposta la curva LM verso il basso entrambe le politiche
contribuiscono ad un amento della produzione. Un maggior reddito e minori imposte implicano che il consumo sia
maggiore. Una maggiore produzione e un minor tasso di interesse implicano che anche l’investimento sia maggiore.
L’aumento della produzione potrebbe essere raggiunto attraverso l’utilizzo di una sola delle due politiche, tuttavia:
Un’espansione fiscale è operata attraverso un aumento della spesa pubblica o una riduzione delle imposte, in ogni
caso questo porta ad un aumento del disavanzo di bilancio e quindi un aumento del debito. Questo può essere
rischioso, dunque è meglio non affidarsi esclusivamente ad una politica fiscale per aumentare la produzione.
Un’espansione monetaria è operata attraverso la riduzione del tasso di interesse, tuttavia se il tasso di interesse è
già basso ci sarà poco spazio per utilizzare la politica monetaria.
La politica fiscale e quella monetaria hanno diversi effetti sulla composizione della produzione:
1- Politica fiscale: una riduzione delle tasse sul reddito tende ad aumentare il consumo piuttosto che l’investimento
2- Politica monetaria: una riduzione di i ha un effetto maggiore sull’investimento che sul consumo
1. Politica fiscale restrittiva + un’espansione monetaria: G o T + i M
Questo potrebbe essere un policy mix adeguato ad una situazione in cui il governo vuole ridurre il disavanzo di
bilancio, ma senza dare via ad una recessione.
Se il governo riduce il disavanzo di bilancio aumentando T o riducendo G, la curva IS si sposterà a sinistra, dato il
tasso di interesse, maggiori imposte o minor spesa pubblica provocheranno una riduzione del consumo e quindi
della produzione (inizio recessione).
Se la banca centrale riduce il tasso di intere sse la produzione tende ad aumentare.
Il consumo, in seguito a questo policy mix:
Se la riduzione prende la forma di una diminuzione della spesa pubblica G, il reddito disponibile rimane
invariato così come il consumo YD = 0
Se la riduzione prende la forma di un aumento delle imposte T, il reddito disponibile diminuisce Y e di
conseguenza diminuisce anche il consumo C
Investimento: una produzione invariata ed un basso tasso di interesse implicano un livello più alto di investimento.
Nella realtà le manovre di politica economica ci mettono un po' di tempo a produrre degli effetti
2. Politica Fiscale espansiva + monetaria restrittiva G o T + i M
Ogni volta che questo policy mix è stato applicato a lungo ci sono stati vari sconvolgimenti a livello internazionale:
è stato usato durante l’amministrazione Regan e di nuovo fino a poco tempo fa perché gli USA fino a poco fa erano
usciti dalla grande recessione più rapidamente dell’Europa e i tassi ufficiali sono stati aumentati per evitare
l’inflazione nel primi anni ’80 con Regan è stata applicata una politica fiscale espansiva (Regan era repubblicano) g
aumenta e T diminuisce, periodo di grande inflazione nomina di un governatore.
Impatto previsto dal nostro modello (economia chiusa)
Il tasso di interesse di questo paese aumenta, l’effetto netto sul reddito alla fine è positivo,
es. USA, fine anni ’80 tassi aumentano, in un’economia aperta i mercati finanziari, i titoli americani diventano più
appetibili, però per acquistare quei titoli è necessario acquistare dollari, aumento del prezzo del dollaro che comporta
un rafforzamento della moneta che porta a molti problemi, è più difficile per le imprese statunitensi esportare, ma più
facile importare.
3. Politica fiscale restrittiva + monetaria restrittiva G o T + i M
Obbiettivo: tenere sotto controllo l’inflazione (tipicamente politica europea sino a metà anni 2000)
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1. Politica Fiscale espansiva + monetaria espansiva G o T + i M
La produzione è molto più alta di quello che sarebbe stato altrimenti (entrambe le politiche economiche
indipendentemente fanno aumentare la produzione) tuttavia questa manovra porta ad un aumento del debito e ad un
aumento della disoccupazione aumenta la produzione quindi aumentano i salari, di conseguenza i prezzi tendono ad
aumentare l’inflazione aumenta questa politica estremamente espansiva genera forti tensioni sul fronte
dell’espansione.
Questo mix viene adottato per tanto tempo tipicamente nei paesi in via di sviluppo il governo cerca di far uscire dal
sottosviluppo la popolazione (costruire infrastrutture comporta delle spese, quindi aumenta G, per finanziare un
aumento delle spese pubbliche ci sono tre modi:
a. Aumentare le tasse (non si può fare nei paesi in via di sviluppo perché la popolazione è povera)
b. Vendere titoli nel settore privato domesticoemette titoli del debito pubblico prendere a prestito per
finanziare il disavanzo per far crescere l’economia tuttavia non si può fare perché la popolazione è povera
Vendere titoli all’estero difficile perché i titoli di un paese povero sono poco sicuri, c’è un elevato rischio che un
investimento in un paese in via di sviluppo sia redditizio non è associata a creazione di moneta, l’unica che può
variare l’offerta della moneta è la Banca Centrale
c. Vendere titoli alla banca centrale del paese stesso unica possibilità per paesi in via di sviluppo comporta
la creazione di moneta e quindi un aumento dell’offerta di moneta, quindi aumenta l’inflazione.
Il finanziamento dei disavanzi tramite la vendita di titoli alla BC è vietato perché se è una cosa permanente al
disavanzo corrisponde direttamente un aumento dell’offerta della moneta (entrambe nocive per l’economia) e
quindi non ci sarebbe nessun incentivo a migliorare il disavanzo in altro modo. Abolire questa prassi è uno dei
fattori che ha contribuito a riportare il tasso di inflazione Europeo ad un livello migliore.
Politica monetaria restrittiva (M)
Aumento dei tassi ufficiali dell’1%
Alla variazione di un’unità dei tassi ufficiali,
la produzione si riduce, così come il PIL
reale inizia a ridursi per 4/6 trimestri.
Successivamente il PIL reale inizia
nuovamente a crescere (la disoccupazione
cresce e poi decresce). I prezzi all’inizio non
rispondono significativamente; dopo un po’
iniziano a ridursi e non può più essere
ragionevole considerarli costanti (nel lungo
periodo).
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TASSO DI INTERESSE NOMINALE E REALE
Il tasso di interesse ci dice quanto denaro dovremmo restituire in futuro in cambio di una unità di denaro in più oggi,
tuttavia noi non consumiamo euro, ma beni. Quando prendiamo a prestito, ciò che ci interessa veramente sapere è
quanti beni dovremmo restituire in futuro in cambio dei beni che otteniamo oggi.
La presenza dell’inflazione rende la distinzione tra euro e beni molto importante non ha senso ricevere un
pagamento di interessi in futuro se l’inflazione è così alta che, quando riceviamo indietro gli euro che abbiamo
prestato, non siamo in grado di acquistare un maggior numero di beni.
Il tasso di interesse nominale i è il tasso di interesse espresso in termini di euro ci dice come varia nel tempo la
somma in euro che oggi diamo/prendiamo a prestito. Se siamo al tempo t e diamo a prestito per un periodo €1, domani
(tempo t+1) riceveremo € (1+it).
Più in generale, se oggi diamo (prendiamo) a prestito la somma €Vt, domani riceveremo la somma €Vt+1 = (1+it)€Vt.
Quindi it = (€Vt+1 - €Vt)/€Vt.
Il tasso di interesse nominale è il tasso a cui cresce, in euro, una somma data o presa a prestito.
Il tasso di interesse reale r è il tasso espresso in termini di beni è il tasso a cui cresce il potere d’acquisto, o il
valore reale, di una somma data o presa a prestito.
Se indichiamo il tasso di interesse reale per l’anno t con r t per prendere a prestito l’equivalente di un paniere di beni
quest’anno, dovremmo pagare l’equivalente di (1 + r t) panieri di beni l’anno prossimo.
È necessario correggere il tasso di interesse nominale per l’inflazione attesa.
Esempio: c ‘è solo un bene nell’economia, il pane. Indichiamo con i t il tasso di interesse nominale in termini di euro
ad un anno se prendiamo in prestito un euro quest’anno lo pagheremo (1 + i t) l’anno prossimo, tuttavia non siamo
interessati alla moneta, ma a quanto pane possiamo acquistare tra un anno.
1. Se vogliamo comprare 1 kg di pane e che il prezzo del pane al chilo quest’anno è di P t, allora ci facciamo prestare
Pt euro.
2. Sapendo che it è il tasso di interesse nominale in un anno, se ci facciamo prestare P t euro, dovremmo ripagare
(1 + it) Pt euro il prossimo anno
3. Quello che ci interessa tuttavia non sono gli euro, ma la quantità di pane, quindi dobbiamo convertire gli euro
nella quantità di pane acquistabile in un anno.
Indichiamo con Pet+1 il prezzo del pane il prossimo anno (e = expected), quello che dovremmo restituire il
prossimo anno in termini di chili di pane è
4. Il tasso di interesse reale è dato da: 1+rt =
Il tasso di interesse reale è il tasso a cui individui che non soffrono di illusione monetaria guardano per decidere
quanto dare/prendere a prestito.
Esatta relazione del tasso di interesse reale:
Se it e et+1 sono sufficientemente piccoli, la relazione viene semplificata:
quest’equazione ci fornisce la
relazione tra tasso
di interesse reale, tasso di interesse nominale ed inflazione attesa.
Implicazioni:
Risolvendo per it i = r + et+1
Quando l’inflazione attesa è uguale a zero, tasso nominale e tasso
reale sono uguali Se et+1 = 0, allora it = rt
Poiché l’inflazione attesa risulta sempre positiva et+1 > 0, il tasso di
interesse reale è tipicamente inferiore rispetto a quello nominale it > rt
A parità di tasso di interesse nominale, maggiore è l’inflazione attesa,
minore è il tasso di interesse reale
Lower Bound: rt non può scendere al di sotto dell’inflazione attesa.
L’unico modo per far crescere il tasso di interesse reale è un aumento dell’inflazione attesa.
N.B: rt può essere negativo; it non può mai essere negativo (zero lower bound).
N.B. Il tasso di interesse effettivamente realizzato (1 +) sarà differente dal tasso di interesse reale ipotizzato, per
questo motivo il tasso di interesse reale è chiamato tasso di interesse reale ex ante, mentre quello realizzato viene
chiamato ex post.
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Un individuo che non soffre di illusione monetaria valuta i tassi di interesse reali.
Caso A: i=10% e P=10%
Caso B: i=1% e P=0.5%
Un individuo che soffre di illusione monetaria sarà disposto a dare a prestito con tassi di interesse maggiori perché
valuta i tassi di interesse nominali. Un lavoratore che soffre di illusione monetaria offre più lavoro nel caso A.
Si suppone che gli individui siano razionali quindi si considerano sempre coloro che non soffrono di illusione
monetaria.
Il tasso nominale ha come limite 0, mentre il tasso di reale r può essere anche negativo. La moneta può perdere potere
d’acquisto, ma la tengo perché poter spostare potere d’acquisto tra periodi anche se so che ci perdo. Il tasso di
interesse reale, finché c’è moneta in alternativa, non può essere negativo.
Tasso di interesse reale e nominale: Zero Lower Bound e deflazione
Quando si pensa alle decisioni di consumo e di investimento quello che importa è il tasso di interesse reale e questo ha
una conseguenza diretta sulla politica monetaria.
La BC sceglie il tasso di interesse nominale, ma si concentra sul tasso di interesse reale perché è questo che influenza
le decisioni di spesa la BC deve tenere in considerazione le aspettative sull’inflazione.
Se vuole raggiungere un tasso pari a r, deve scegliere un tasso nominale i tale che, fissate le aspettative sull’inflazione
e, il tasso di interesse reale r = i – e sia pari al livello desiderato.
Lo Zero Lower Bound implica che il tasso di interesse nominale non può essere negativo, questo implica che il tasso
di interesse reale non può essere minore del negativo dell’inflazione. (es. se l’inflazione attesa è del 2%, il tasso di
interesse reale minimo può essere 0%-2% = -2%
Finché l’inflazione attesa è positiva, è possibile raggiungere tassi di interesse reali negativi. MA se l’inflazione attesa
diventa negativa (se gli individui si aspettano una deflazione) allora il valore minimo raggiungibile dal tasso di
interesse reale è positivo e può essere un valore elevato. (es. deflazione 2% = inflazione -2%, il tasso di interesse reale
non può essere inferiore al 2% questo potrebbe non essere sufficiente a stimolare la domanda di beni a sufficienza e
l’economia potrebbe rimanere in recessione)
Rischio e premio per il rischio
I titoli differiscono tra di loro per rischiosità, alcuni titoli sono privi di rischio, altri sono rischiosi e quindi c’è un’alta
probabilità che il debitore non sarà in grado di ripagare il suo debito.
Per assumersi tale rischio, coloro che comprano titoli, richiedono un premio al rischio, che è determinato da:
1. Probabilità di fallimento del debitorepiù è alta, più sarà alto il premio al rischio richiesto dagli investitori.
Chiamiamo i il tasso di interesse di un titolo privo di rischio e i + x il tasso di interesse di un titolo rischioso,
chiamiamo x premio al rischio il rendimento atteso del titolo sarà: (1+i) = (1-p)(1+i+x) + (p)(0)
In cui il lato sinistro corrisponde al rendimento del titolo privo di rischio, mentre il lato destro il rendimento del
titolo rischioso, che con probabilità (1 -p) rende (1 +i+x) e con probabilità p rende 0
Premio al rischio: x = (1 + i)p/(1-p)
2. Grado di avversione al rischio il rischio rende gli obbligazionisti riluttanti a detenere il titolo, il premio al
rischio è ciò che compensa la loro avversione al rischio e tanto più essa sarà alta, tanto più sarà alto il premio al
rischio.
IL RUOLO DEGLI INTERMEDIARI FINANZIARI
Finora abbiamo considerato il finanziamento diretto, ovvero il debitore che prende a prestito direttamente dal
creditore, in realtà questo avviene spesso attraverso intermediari finanziari (banche o agenzie private) che ricevono
fondi dai risparmiatori per poi prestarli ad altri (finanziamento indiretto) gli intermediari sviluppano una
conoscenza specifica dei debitori e possono adeguare le caratteristiche dei prestiti ai loro bisogni essi prendono e
danno a prestito richiedendo un tasso di interesse sui prestiti elargiti maggiore rispetto a quello pagato per prendere a
prestito.
Es. banca con 80 di passività, 100 di attività e 20 di capitale
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La scelta della leva finanziaria.
Quota di capitale sugli impieghi (capital ratio): rapporto tra il capitale e l’attività di un’azienda
Leva finanziaria (leverage ratio): rapporto tra le attività e il capitale di un’impresa
Nel decidere quale leva finanziaria adottare, la banca deve valutare due fattori:
1. Una maggiore leva finanziaria implica un più elevato tasso di profitto atteso.
Es. rendimento atteso attività 5%, rendimento atteso passività 4% profitto atteso banca: 100x5% - 80x4% = 1,8
Dato che gli azionisti hanno investito 20 nella banca, il profitto atteso per unità di capitale investito è 1,8/20 = 9%
Supponiamo ora che gli azionisti investano nella banca solo 10 e prendano a prestito gli altri 90. La quota di capitale
sugli impieghi è ora 10/100 = 10% e la sua leva finanziaria è uguale a 10. Il profitto atteso dalla banca è uguale a
100x5% - 90x4% = 1,4 Il profitto atteso per unità di capitale è 1,4/10 = 14% (più alto).
Aumentando la sua leva finanziaria e diminuendo il capitale investito dagli azionisti, la banca è in grado di
aumentare i profitti atteso per unità di capitale.
2. Una maggiore leva finanziaria implica un maggiore rischio di fallimento.
Una maggiore leva finanziaria implica anche un rischio più elevato che il valore delle attività diventi minore di quello
delle passività, che a sua volta implica un maggior rischio di insolvenza.
Es. il valore dell’attivo della banca può scendere fino a 80 , ma se la leva finanziaria fosse pari a 10 , qualora il valore
dell’attivo dovesse scendere al di sotto di 90, la banca diventerebbe insolvente.
La banca deve scegliere una leva finanziaria che bilanci questi due fattori. Una leva finanziaria troppo bassa
implica troppo poco profitto, mentre una leva finanziaria troppo alta si traduce in un rischio troppo elevato di
bancarotta.
Leva finanziaria e prestiti
Supponiamo che la banca abbia stabilito la leva finanziaria ottimale: se il valore dell’attivo diminuisce da 100 a 90
(es. un creditore diventa insolvente). Il capitale della banca ora è 90-80 = 10, la sua leva finanziaria passa da 5 a 9 la
banca è ancora solvente, ma più rischiosa di prima.
La banca potrebbe aumentare il capitale cercando degli azionisti oppure potrebbe ridurre la dimensione del suo
bilancio. Ad esempio, se può riscuotere anticipatamente parte dei prestiti che aveva concesso in precedenza di 40
riducendo così l’attivo d 90 a 50, per poi usare questi 40 per pagare parte delle passività che passano da 80 a 40, la
leva finanziaria sarà 50/100 = 5 cioè uguale al suo valore originale, ma con una drastica riduzione dei prestiti
concessi.
Supponiamo ora che la riduzione nell’attivo della banca sia ancora maggiore (da 100 a 70)a questo punto la banca
diventerà insolvente e fallirà
Liquidità
Se gli investitori hanno dubbi sul valore dell’attivo di una banca e credano che il valore dell’attivo sia diminuito, la
leva finanziaria può produrre effetti disartrosi:
Quando gli investitori dubitano del valore dell’attivo di una banca (a torto o a ragione) si riappropriano dei loro
fondi , tuttavia questo crea seri problemi alla banca che si trova nella condizione di dover rimborsare gli investitori e
non può né richiamare i prestiti concessi, né vendere questi prestiti ad un'altra banca (l’altra banca fatica a valutare il
valore esatto di questi prestiti dato che non dispone di tutte le informazioni sul debitore di cui dispone la banca
originale).
Più è complicato valutare il valore dell’attivo della banca, più è probabile che la banca sia incapace di vendere le
proprie attività o sia costretta a farlo a prezzi di svendita ( fire-sale prices) cioè a prezzi molto inferiori al vero valore
delle attività.
Queste diminuzioni nell’attivo complicano ulteriormente la situazione della banca, infatti con la diminuzione del
valore dell’attivo è probabile che la banca diventi insolvente e questo aumenta il desiderio degli investitori di
prelevare i propri fondi dalla banca, obbligandola ad ulteriori svendite peggiorando ulteriormente la situazione
Questo problema diventa ancora più grave se gli investitori possono prelevare i propri fondi senza preavviso,
questo
è il caso dei depositi di conto corrente (depositi a vista). Il fatto che l’attivo delle banche è principalmente composto
da prestiti e che il suo passivo sia composto da depositi di conto corrente, rende le banche particolarmente esposte
alle corse agli sportelli che causano l’insolvenza delle banche. Le BC hanno adottato una serie di misure per evitarle.
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Minore è la liquidità delle attività (maggiore è la difficoltà nel venderle) maggiore è il rischio di svendite e quindi
che la banca diventi insolvente e che finisca in bancarotta.
Maggiore è la liquidità delle passività (maggiore è la facilità con cui gli investitori possono prelevare senza
preavviso), maggiore è il rischio di svendite e che la banca diventi insolvente e fallisca
GUARDARE BOX PAG 162 SULLA CORSA AGLI SPORTELLI
IL MODELLO IS-LM ESTESO
Finora nel modello IS-LM abbiamo considerato un solo tasso di interesse, quello nominale, stabilito dalla BC che
determinava le decisioni di spesa e appariva sia nella relazione IS che in quella LM.
Ora dobbiamo distinguere tra il tasso di interesse reale r e quello nominale i, inoltre dobbiamo distinguere tra il tasso
di interesse deciso dalla BC e i tassi di interesse a cui i debitori possono prendere a prestito
Da I = I (Y, i) si passa a I = I (Y, r + x) dove r + x è il tasso sui prestiti (x è il premio al rischio che coloro che
danno a prestito richiedono [crescente nelle probabilità di fallimento del debitore e del grado di avversione al rischio
dei creditori]).
Ipotesi:
La banca centrale controlla i (che tra l’altro, in un mondo a prezzi fissi, è uguale a r)
Il livello-obiettivo per r (il tasso di policy) scelto dalla banca centrale è r = r
Gli investimenti, e quindi la domanda aggregata, dipendono dal tasso sui prestiti, r + x,
Sulla base di queste ipotesi, il modello IS-LM diviene:
CURVA IS: Y = C(Y-T) + I(Y, i- e + x) + G Y = C(Y-T) + I(Y, r + x) + G
CURVA LM: r = r i = i (dato che i prezzi sono fissi)
N.B. La banca centrale non controlla direttamente r, ma i. Per dato i atteso, scegliendo il
valore del tasso di interesse nominale, può determinare r. La domanda di beni dipende da r,
quindi la Banca Centrale ha riguardo nella scelta del tasso i.
La relazione LM rimane invariata, infatti la BC continua a stabilire il tasso di interesse nominale. La relazione IS varia
in quanto abbiamo aggiunto:
L’inflazione attesa e riflette il fatto che le decisioni di spesa dipendono dal tasso di interesse reale r = i - e
piuttosto che da quello nominale.
Il premio per il rischio x riflette l’avversione al rischio dei creditori, la capacità dei debitori di ripagare il
prestito e il variare del livello dei prestiti concessi dagli intermediari finanziari.
Ora il tasso di interesse che entra nella relazione LM (i), ovvero il tasso di policy, non è più quello che riguarda la
relazione IS (r + x), ovvero il tasso sui prestiti. La banca centrale sceglie il tasso di policy reale r, ma il tasso che
determina le decisioni di spesa è il tasso reale sui prestiti r + x che non dipende solo dal tasso di policy, ma anche dal
premio per il rischio.
Shock finanziari e politica economica
I problemi nel sistema finanziario possono condurre ad una recessione: se x aumenta la curva IS si sposta verso
sinistra fissato il tasso di policy r, il tasso sui prestiti r +x aumenta provocando una contrazione della domanda e una
riduzione della produzione.
Politica fiscale: potrebbe spostare la curva IS verso destra attraverso un aumento della spesa pubblica o una riduzione
delle imposte, tuttavia questo potrebbe portare ad un significativo aumento del disavanzo di bilancio.
Politica monetaria: in risposta ad un aumento di x, la BC deve ridurre r in modo tale da lasciare r + x (il tasso
rilevante per le decisioni di spesa) invariato.
Lo Zero Lower Bound pone delle limitazioni al valore che può assumere il tasso di interesse nominale.
Dato lo Zero Lower Bound sul tasso di interesse nominale, il minor tasso di interesse reale che la BC può raggiungere
è dato da: r = 1 - e = 0 - e = - e.
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Se l’inflazione attesa è sufficientemente elevata ( es. 5%), allora un tasso nominale nullo implica un tasso reale (-5%)
sufficiente a controbilanciare x, tuttavia, se l’inflazione attesa è bassa o persino negativa, il minor tasso reale che la
BC può raggiungere potrebbe non essere sufficiente a controbilanciare un aumento di x.
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IL MERCATO DEL LAVORO
Tra i costi a cui le imprese guardano per fissare i prezzi dei beni che producono vi sono i salari, determinati nel
mercato del lavoro. L’analisi condotta sarà di medio-lungo periodo, determinata (principalmente) dall’offerta, in cui i
prezzi non sono costanti.
I prezzi sono stabiliti dalle imprese perché hanno potere di mercato guardando ai costi di produzione. Tra i costi
hanno importanza i costi del lavoro, ossia i salari.
Disoccupazione = chi non ha il lavoro, ma lo sta cercando. Gli occupati e i disoccupati costituiscono la forza lavoro. Il
tasso di disoccupazione u è il rapporto tra disoccupati e forze di lavoro.
LA DISOCCUPAZIONE
Occupati (N)
Disoccupati (U): non hanno un lavoro, ma lo stanno cercando
Forza Lavoro (L): L = N + U somma degli occupati e disoccupati.
Tasso di disoccupazione (u): u = U/L
Tasso di partecipazione (p) rapporto tra forza lavoro e popolazione in età lavorativa indice più affidabile
dell’andamento del mercato del lavoro in un paese poiché include i lavoratori scoraggiati nel quadro generale.
Un tasso di occupazione elevato può riflettere due condizioni molto diverse: un mercato del lavoro attivo (tanti
licenziamenti ma tante assunzioni) o un mercato del lavoro sclerotico (statico, poche assunzioni e pochi
licenziamenti), per questo è importante considerare anche la durata media dell’occupazione.
In seguito ad un calo nella produzione le imprese possono o ridurre le assunzioni (la probabilità che i disoccupati
trovino lavoro diminuiscono) o licenziare i lavoratori (maggiore rischio per i lavoratori di rimanere disoccupati) il
risultato di una recessione è che è più probabile che i lavoratori occupati perdano il posto e meno probabile che i
lavoratori disoccupati trovino lavoro, c’è quindi un aumento nella durata media della disoccupazione.
DETERMINAZIONE DEI SALARI
I salari possono essere stabiliti attraverso contrattazioni collettive (tra aziende e sindacati) oppure attraverso
contrattazioni bilaterali tra il lavoratore e l’azienda.
Tra imprese e lavoratori viene contrattato un salario nominale W. Nel decidere se e quanto lavorare, i lavoratori
guardano tuttavia al salario reale W/P (non soffrono di illusione monetaria).
Il salario percepito dai lavoratori eccede il loro salario di riserva (= salario che li rende indifferenti tra lavorare ed
essere disoccupati) in un grafico che rappresenta l’equilibrio nel mercato del lavoro secondo l’approccio
neoclassico, non siamo sulla curva di offerta di lavoro, ma al di sopra di essa.
Il salario reale dipende dalle condizioni del mercato del lavoro quanto più è basso il tasso di disoccupazione,
tanto sono maggiori i salari: u W
I lavoratori hanno un potere contrattuale, che dipende dalla “natura del lavoro” e dalle skills del singolo
lavoratore, e che comunque è tanto maggiore quanto minore è u (tasso di disoccupazione).
In generale il potere contrattuale di un lavoratore dipende da:
1. Costo che, in caso di dimissioni, l’azienda dovrebbe sostenere per sostituirlo dipende dalla specializzazione
del lavoratore e dalla natura del lavoro
2. Difficoltà che il lavoratore incontrerebbe nel trovare un altro lavoroinfluenzato non solo dalle capacità del
lavoratore, ma anche dalle condizioni del mercato del lavoro.
Salari di efficienza
Prescindendo dalla forza contrattuale dei lavoratori, le imprese potrebbero decidere di pagare un salario superiore a
quello di riserva le imprese vogliono che i lavoratori siano produttivi e un salario elevato può essere una leva per
raggiungere tale obbiettivo. Le imprese, nel caso di lavori specializzati che richiedono un certo periodo di tempo per
essere appresi, vogliono incentivare i propri lavoratori a rimanere e a non cambiare lavoro.
Se i lavoratori percepiscono un salario pari al salario di riserva, essi saranno indifferenti tra rimanere e andarsene e il
turnover sarà molto elevato. Un salario maggiore garantisce un minor turnover ed una maggiore produttività
I salari di efficienza variano a seconda di due fattori principali:
1. Il tipo di lavoro i lavori che richiedono impegno da parte dei lavoratori affinché ci sia qualità saranno pagati di
più rispetto ai lavori di routine
2. Condizioni del mercato del lavoro un ridotto tasso di disoccupazione rende più conveniente per i lavoratori
dare le dimissioni, le imprese dunque, per ridurre il turnover, dovranno aumentare i salari man mano che il tasso di
disoccupazione scende.
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DETERMINAZIONE DEI PREZZI
I prezzi fissati dalle imprese dipendono dai costi e i costi dipendono dalla natura della funzione di produzione (la
relazione tra i prezzi dei fattori produttivi impiegati nella produzione e la quantità di prodotto ottenuto.)
Funzione di produzione: Y = AN Questo implica che la produttività del lavoro
(Y/N) sia costante e pari ad A
Supponendo che A sia costante e pari a 1:
Se fossimo in concorrenze perfetta la funzione di produzione diventa Y = W (quindi il costo di realizzare un’unità in
più è uguale al costo di impiegare un lavoratore in più e quindi ad un salario W).
Tuttavia la maggior parte dei mercati non sono perfettamente concorrenziali e le imprese caricano un prezzo superiore
al costo marginale e quindi l’equazione del salari diventa P = (1 + m)W
Dove m è il rincaro dei prezzi sul costo di produzione, indicato con il termine inglese markup
Il mark-up m è tanto maggiore, quanto maggiore è il potere di mercato delle imprese.
EQUAZIONE DEI SALARI (WS)
Ordinate: W/P salario reale
Ascisse: offerta e domanda di lavoro Ns, Nd
La curva di offerta di lavoro è lineare e positiva. Quella di domanda di lavoro è inclinata negativamente: per
minimizzare i costi, le imprese domandano lavoro finché il salario eguaglia il valore marginale prodotto dallo stesso
lavoratore.
Le imprese domandano tanto meno lavoro quanto maggiore è il salario reale, mentre i lavoratori offrono tanto più
lavoro quando maggiore è il salario reale. L’intersezione tra le due curve è il punto di equilibrio di piena occupazione
(no disoccupazione): tutti coloro che sono disposti a lavorare a quel determinato salario reale stanno lavorando.
Se il salario reale fosse superiore a quello compatibile con punto di equilibrio, ci sarebbe un eccesso di offerta di
lavoro e viceversa.
Se i lavoratori hanno un potere di mercato (potere contrattuale, skills, sindacati ecc.).
La curva di offerta di lavoro che si sposta più a sinistra il lavoro diventa più costoso, (i lavoratori chiedono un
salario maggiore) Le imprese riducono le assunzioni e ciò conduce a prezzi più elevati,
A causa dell’aumento dei prezzi, per dato W, le imprese sono disposte a pagare un salario reale W/P minore ai
lavoratori dunque la curva di domanda di lavoro si sposta verso il basso (a sinistra).
Il numero di occupati perciò si riduce, in quanto per dato salario reale, nel secondo equilibrio (intersezione tra le curve
spostate) diminuirà il numero di lavoratori disposti ad accettare quel salario, perciò aumenterà la disoccupazione e
diminuirà l’occupazione.
Data l’ipotesi che i salari nominali dipendano dal livello effettivo dei prezzi P e non dal
livello atteso dei prezzi Pe, allora l’equzione che descrive la determinazione dei salari
diventa W = PF(u,z).
Dividendo entrambi i membri per il livello effettivo dei prezzi otteniamo l’equazione
dei salari =F (u,z) Il salario reale dipende negativamente dal tasso di disoccupazione
(meno occupazione meno potere contrattuale da parte dei lavoratori).
Rappresentazione grafica: ascisse tasso di disoccupazione, ordinate salario reale curva decrescente contrassegnata
con WS (Wage Setting): quanto maggiore è il tasso di disoccupazione, tanto minore sarà il salario reale.
Il salario nominale aggregato W dipende da tre fattori:
1- Livello atteso dei prezzi Pe
Il salario nominale (concordato tra lavoratori e imprese) è, a parità di tutto il resto, tanto maggiore quanto maggiore è
il livello atteso dei prezzi. Ciò perché
I lavoratori non soffrono di illusione monetaria i lavoratori non guardano al salario che ricevono W, ma al
salario che ricevono relativamente al prezzo dei beni che acquistano W/P, i lavoratori guardano al potere
d’acquisto del salario nominale [salario reale], perciò se un domani i prezzi saranno maggiori, richiedono un
salario maggiore per poter acquistare la stessa quantità di beni).
Alle imprese non interessa il salario che pagano W, ma il salario che pagano in termini del prezzo della
produzione venduta W/P
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I salari inoltre sono fissati in termini nominali, e nel momento in cui vengono fissati il livello dei prezzi a cui fare
riferimento non è ancora noto, per questo i salari dipendono dal livello atteso dei prezzi P e e non dal livello effettivo dei
prezzi P.
2-Tasso di disoccupazione u
Il salario nominale aggregato W (e quindi quello reale W/P) dipende negativamente da u: minore è il tasso di
disoccupazione u, maggiore sarà il salario W.
u = U/L = L-N / L = 1 – (N/L)
3- Atri fattori z
z misura della rigidità del lavoro alla riduzione di z, il mercato diventa più flessibile (meno rigido).
Per convenzione z è definita in modo tale che un suo aumento provochi un incremento nel salario.
Rappresenta tutte le altre variabili che determinano W (es: livello indennità disoccupazione, salario minimo,
regolamentazioni antitrust, regolamentazioni su licenziamenti e assunzioni ecc.)
EQUAZIONE DEI PREZZI (PS)
Questa equazione ci dice che il salario reale fissato dalle imprese è una
funzione delle decisioni di prezzoUn aumento del markup fa aumentare i
prezzi a parità di salari, facendo in tal modo diminuire il salario reale.
La PS dà il salario che le imprese possono permettersi di/sono disposte a pagare data la produttività del lavoro e le
condizioni del mercato dei beni (che influenzano il mark-up)
Se A aumenta, ogni lavoratore produce di più, e le imprese possono corrispondere un salario reale più elevato.
Se m aumenta, il salario reale che le imprese possono corrispondere si riduce.
L’equazione dei prezzi graficamente è rappresentata da una retta orizzontale PS (Price Settings). Il salario reale
derivante dalla determinazione dei prezzi 1/(1 + m) non dipende dal tasso di disoccupazione
EQUILIBRIO DEL MERCATO DEL LAVORO
Equilibrio nel mercato del lavoro richiede P = Pe [se così non fosse, i lavoratori avrebbero un
incentivo, nel periodo successivo, a richiedere adeguamenti salariali in grado di garantire loro il
raggiungimento del loro salario reale “obiettivo”]
Il fatto che le aspettative siano corrette (P = P e) è realistico nel medio-lungo periodo, ma nel
breve periodo, è possibile che P Pe.
Quando P = Pe:
In equilibrio nel mercato del lavoro, il salario reale implicato dal processo di
determinazione dei salari deve essere uguale al salario reale implicato dal
processo di fissazione dei prezzi il tasso di disoccupazione u prende il nome
di tasso naturale di disoccupazione un (o meglio strutturale).
Il tasso naturale di disoccupazione dipende da m e da z:
Se z aumenta, ad esempio a causa di un aumento dei sussidi di disoccupazione, il salario reale scelto nelle
contrattazioni a parità di tasso di disoccupazione aumenta, la WS si sposta verso l’alto l’economia si muove
lungo la curva dei prezzi PS e la disoccupazione “naturale” di equilibrio aumenta
Se m aumenta il salario reale si riduce e la l’equazione dei prezzi PS di sposta verso il basso l’economia si
muove lungo l’equazione dei salari WS e il tasso di disoccupazione aumenta.
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LIVELLO NATURALE DI OUTPUT (YN)
Livello di produzione in corrispondenza del quale la disoccupazione è al suo livello naturale (ossia u 0 u n).
Ci muoviamo verso un modello in cui sono possibili deviazioni di breve periodo (deviazioni cicliche) da u n. Per
cambiare il livello di produzione Y n tendenzialmente di medio-lungo periodo è necessario agire su u n. La relazione fra
un e Yn viene dalla definizione di tasso di disoccupazione naturale.
Negli USA la WS si è collocata più a sinistra rispetto a quella europea: la posizione della WS riflette
la rigidità del mercato del lavoro (z).
Come risultato di una WS più a sinistra, il tasso di disoccupazione naturale è stabilmente più basso
di quello europeo. Inoltre, il grado di concorrenza che ha caratterizzato il mercato dei beni
americano sarebbe stato maggiore di quello europeo: maggiore concorrenza negli USA, m più basso
e quindi PS si è collocata al di sopra di quella europea.
Il modello tradizionalmente studiato trascura l’impatto che le forze da parte della domanda possono
avere anche nel determinare la produzione di lungo periodo. Una delle ragioni per cui in Europa
abbiamo avuto tassi di disoccupazione elevati rispetto agli USA ha a che fare con le politiche
monetarie e fiscali relativamente restrittive perseguite almeno dall’introduzione dell’euro in avanti,
ma forse anche prima. Infatti, politiche monetarie restrittive portano a una bassa domanda e
aumento della disoccupazione, meno investimenti da parte delle imprese e tagli alla ricerca e
sviluppo.
Nel breve periodo: se m = 0, la WS si sposta a sinistra e la PS giace più
in alto in equilibrio u=0
-
-
-
-
IL BREVE PERIODO – INFORMAZIONE INCOMPLETA
Supponiamo che le imprese si siano trovate di fronte a una
maggiore domanda di beni. Per soddisfarla, devono produrre di più,
e quindi impiegare un numero maggiore di lavoratori.
Per attirare i lavoratori addizionali di cui necessitano, le imprese
offrono un salario nominale W maggiore di quello prevalente prima
dell’aumento della domanda.
Ovviamente, trasferiscono questi maggiori costi del lavoro nei
prezzi, e anche P aumenterà, diciamo sino a P’> P
I lavoratori si rendono conto dell’aumento del salario nominale loro
offerto, ma non del fatto che anche il livello generale dei prezzi è
aumentato (continuano ad aspettarsi P e =P <P’). Offrono perciò più lavoro, l’occupazione aumenta e la
disoccupazione si riduce.
Dal momento che l’espressione generale della WS è
e che ora (Pe/P) < 1, la WS si sposterà a sinistra a WS’, e dal punto E n si andrà al punto E’.
L’occupazione aumenterà (la disoccupazione si ridurrà).
Due modi equivalenti di interpretare lo spostamento in basso della WS:
1. Adesso ci sono più lavoratori disposti ad accettare un impiego ad ogni dato salario reale
2. Lo stesso numero di lavoratori è ora disposto a lavorare ad un salario reale “effettivo” inferiore.
La WS non resterà comunque a lungo a WS’. Prima o poi i lavoratori si renderanno conto dell’aumento del livello
generale dei prezzi, e del fatto che stanno lavorando ad un salario reale inferiore a quello che pensavano di percepire.
Quando le aspettative sono riviste, e Pe portato a P’, la WS tornerà alla sua posizione originaria, e l’occupazione e la
disoccupazione ai loro livelli naturali.
Le deviazioni di N e u dai loro livelli naturali sono da attribuire al fatto che per un po’ i lavoratori scambiano
variazioni dei salari nominali per variazioni dei salari reali, cui rispondono variando l’offerta di lavoro. Queste
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deviazioni sono però temporanee, un fenomeno di breve periodo. Nel medio periodo occupazione e disoccupazione
sono sempre ai loro livelli “naturali”.
LA CURVA DI PHILIPS
La curva di Philips è nata da una relazione inversa tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione, questa relazione
negativa la si ritrova in tutti i paesi fino agli anni ’60 dagli anni 70 in avanti si trasforma in una relazione tra
variazione di tasso di inflazione e tasso di disoccupazione.
La curva di Philips è un’implicazione del modello WS-PS
Dal modo in cui le imprese fissano i prezzi, come riassunto dalla PS Pt = (1+m)Wt
Il W che scaturisce dal processo di contrattazione salariale riassunto dalla WS èWt = Pet F(ut,z),
Sostituendo il W risultante dalla WS (ultima equazione) nel membro di destra della PS (prima equazione):
Pt =Pet(1+m) F(ut,z)
N.B. in questo modello il livello atteso dei prezzi è diverso dal livello effettivo dei prezzi
Un aumento del livello atteso dei prezzi conduce ad un aumento nei salari nominali, che a sua volta porta le imprese
ad aumentare i prezzi. Un aumento del tasso di disoccupazione porta ad una riduzione dei salari nominali, che a sua
volta porta le imprese a diminuire i prezzi.
Ipotizziamo la seguente forma funzionale per F: F(ut, z) = 1 – ut + z
Sostituendo quest’ultima formula alla formula precedente P t =P et(1+m)(1- ut +z)
[: sensibilità del salario al tasso di disoccupazione]
Questo ci da la relazione tra il livello dei prezzi, il livello atteso dei prezzi e il tasso di disoccupazione.
Questa equazione ci dice che maggiore è il tasso di
disoccupazione oggi, minore è il livello dei prezzi che
prevarrà nel mercato dei beni (+ disoccupazione ,
salari bassi- meno consumi- meno produzione –
riduzione prezzi)
Quindi se aumenta z aumenta il salario w, il livello
generale dei prezzi Pt aumenta
Se m aumenta P aumenta maggiore è il potere di
mercato delle imprese maggiore è il prezzo che esse
applicano
u (da WS) W (da PS) P
z W P
m P
La curva di Philips è tuttavia una relazione tra livello dei prezzi e tasso di inflazione, quindi ora troviamo la relazione
tra l’inflazione, l’inflazione attesa e il livello dei prezzi:
Dividendo entrambi i membri per Pt-1 e notando che Pt/Pt-1 = 1 +et
Allora 1 + t = (1 + et)(1+m)(1-ut +z) Se si riduce ut, deve essere maggiore il tasso di inflazione
m Pt per dato Pt-1, πt
πte: per dato Pt-1, Pte W (da WS) da PS Pt per dato Pt-1, πt
Effetti descritti dall’equazione:
1. Un aumento dell’inflazione attesa te porta ad un aumento dell’inflazione effettiva t un
e
aumento del livello atteso dei prezzi P et porta ad un aumento del livello effettivo dei prezzi P. Se
m/z
chi fissa i salari si aspetta un livello dei prezzi maggiore, richiederà un salario maggiore
u
determinando di conseguenza un aumento effettivo dei prezzi.
Dato il livello dei prezzi del periodo precedente, un maggior livello dei prezzi nel periodo
corrente significa un maggior tasso di crescita a livello dei prezzi rispetto allo scorso periodo (inflazione
maggiore)
dato il livello dei prezzi dello scorso periodo, prezzi attesi più elevati significano un maggior tasso di crescita
del livello atteso dei prezzi rispetto allo scorso periodo (inflazione attesa maggiore)
Una maggiore inflazione attesa comporta un’inflazione effettiva più elevata
2. Data l’inflazione attesa te, un aumento del markup scelto dalle imprese o un aumento dei fattori che influiscono
sulla determinazione dei salari z, porta ad un aumento dell’inflazione effettiva t
dall’equazione P t =P et(1+m)(1- ut +z): dato il livello atteso dei prezzi un aumento di m o di z fa aumentare il
livello dei prezzi quindi data l’inflazione attesa, un aumento di m o di z porta ad un aumento dell’inflazione.
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3. Data l’inflazione attesa te, un aumento del tasso di disoccupazione u porta ad una riduzione dell’inflazione
dato il livello atteso dei prezzi, un aumento del tasso di disoccupazione u porta ad un minor salario nominale che a
sua volta determina un minor livello dei prezzi data l’inflazione attesa, un aumento del tasso di disoccupazione
u porta ad una riduzione dell’inflazione
CURVA DI PHILIPS ORIGINALE E CURVA DI PHILIPS CORRETTA PER LE ASPETTATIVE
Curva di Philips originale: assumiamo che l’inflazione fluttui di anno in
anno intorno ad un certo valore π assumiamo inoltre che l’inflazione non sia
persistente così che l’inflazione di quest’anno non sia un buon indicatore
dell’inflazione dell’anno prossimo ha senso dunque assumere che, in fase
di determinazione salariale, qualunque sia l’inflazione dell’anno scorso, che
πet = π, allora l’equazione 1b diventa πt = π + (m + z) -ut
Osserviamo quindi che:
Quando la disoccupazione è elevata, l’inflazione è bassa (persino negativa a
ut > un πt < 0 ; Y < Yn P
ut < un πt > 0 P
volte)
Quando la disoccupazione è bassa, l’inflazione è positiva
c’era quindi un apparente trade-off tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione
Curva di Philips corretta per le aspettative: dagli anni ’70 la relazione tra tasso di disoccupazione e tasso di
inflazione venne meno, questo perché:
1) il tasso di inflazione divenne persistente
2) il tasso di inflazione dell’anno precedente diventò un buon indice dell’inflazione dell’anno successivo
Le aspettative generalmente si formano secondo la seguente relazione: πet = (1 - θ) π + θ πt -1
[θ: effetto del tasso di inflazione dell’anno passato su quello corrente]
Sostituendo quest’ultima funzione a πet nell’equazione di Philips otteniamo: πt = (1 - θ) π + θ πt -1+ (m + z) -ut
1) θ = 0 otteniamo la curva di Philips originaria e quindi una relazione tra il tasso di inflazione e il tasso di
disoccupazione πt = π + (m + z) -ut fintanto che l’inflazione era ridotta e non persistente era ragionevole che
si ignorasse l’inflazione passata e si assumesse il livello di inflazione costante
2) θ positivo il tasso di inflazione non dipende solo dal tasso di inflazione, ma anche dal tasso di inflazione dell’anno
precedente πt = (1 - θ) π + θ πt -1+ (m + z) -ut quando l’inflazione è diventata più persistente i lavoratori e le
imprese hanno iniziato a modificare il modo di formare le proprie aspettative, hanno iniziato ad assumere che, se
l’inflazione era elevata l’anno scorso lo sarà anche il prossimo
L’inflazione attesa dipende da π con peso (1- θ) e in parte dall’inflazione effettiva dello scorso anno πt -1 con peso θ
Quanto maggiore è θ, tanto più l’inflazione passata spinge i lavoratori e le imprese a rivedere le proprie
aspettative sull’inflazione futura (quindi ciò che è accaduto dal 1970 in poi è un progressivo aumento di θ)
3) θ = 1 l’equazione precedente diventa πt – πt-1 = (m + z) -ut Curva di Philips corretta per le aspettative
il tasso di disoccupazione non influenza il tasso
di inflazione, ma la variazione del tasso di
inflazione una disoccupazione elevata comporta
un’inflazione decrescente e viceversa
Quando c’è tanta disoccupazione e si produce meno del livello naturale, π diminuisce.
Se invece c’è poca disoccupazione e si produce più del livello naturale, l’inflazione tende ad aumentare ( π).
DATA LA CURVA DI PHILLIPS ORIGINARIA, COME POSSO RIDURRE IL TASSO DI INFLAZIONE (Π)?
Politica monetaria restrittiva induce una flessione dei salari, che le imprese traducono in minori prezzi di
vendita (modo tradizionale e costoso di ridurre l’inflazione).
Indurre gli individui ad attendersi meno inflazione.
Il fatto che l’inflazione si sia ridotta significativamente in Europa negli anni ’80 deriva dal mix di queste due
soluzioni. Con la decisione di aderire al sistema monetario europeo, tutti i paesi seguirono la stessa politica monetaria
ed economica del paese centrale europeo (Germania), in cui il tasso di inflazione era sistematicamente basso.
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Se gli individui si aspettano prezzi minori oggi, da WS si avranno minori salari (i lavoratori saranno disposti ad
accettare un minor aumento di salario, in quanto si aspetta una diminuzione dei prezzi), e da PS prezzi minori, che
vuol dire inflazione minore.
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CURVA DI PHILIPS E TASSO NATURALE DI DISOCCUPAZIONE
La curva di Philips originaria implicava l’assenza del tasso naturale di disoccupazione infatti la curva originaria
implicava il trade off tra disoccupazione e inflazione.
In seguito, venne affermato che, anche se il governo avesse tentato di mantenere un livello basso di disoccupazione
accettando una maggiore inflazione, il trade-off alla fine sarebbe scomparso e il tasso di disoccupazione non sarebbe
sceso al di sotto di un certo livello, detto tasso naturale di disoccupazione (un).
Def: il tasso naturale di disoccupazione è quel tasso in corrispondenza del quale il livello effettivo dei prezzi è uguale
al livello atteso
Def: il tasso naturale di disoccupazione è quel tasso in corrispondenza del quale l’inflazione effettiva è uguale al
quella attesa. π = πe
Di conseguenza, dato che π = πe πt = πe+ (m + z) -ut diventa 0 = (m + z) - ut ut = (m + z) un = (m+z)/
Quanto più elevato è il markup, o quanto più elevati sono i fattori che influiscono sui salari z, tanto è
maggiore il tasso di disoccupazione.
Riscriviamo πt = πe+ (m + z) -ut come πt - π e = - (ut - )
Sostituiamo
Otteniamo πt – πet = - (ut – un) / πt – πt-1 = - (ut – un)
Questa equazione ci permette di pensare alla curva di Philips in modo diverso: come ad una relazione tra tasso
effettivo di disoccupazione ut, tasso naturale di disoccupazione un e la variazione del tasso di inflazione πt – πt-1
la variazione dell’inflazione dipende dalla differenza tra tasso effettivi e naturale di disoccupazione.
Maggiore è lo scostamento (differenza) tra tasso di disoccupazione effettivo e tasso naturale, maggiore è la
variazione del tasso di inflazione.
Quando il tasso effettivo di disoccupazione è inferiore al tasso naturale, l’inflazione
ut < un πt > πt-1
aumenta
ut > un πt < πt-1
Quando il tasso effettivo di disoccupazione eccede il tasso naturale, l’inflazione
diminuisce
Il tasso di disoccupazione naturale è il tasso di disoccupazione che mantiene costante l’inflazione, per questo
motivo è chiamato il tasso di disoccupazione non inflazionistico o NAIRU (non accelerating inflation rate of
unemployment)
Le Banche Centrali guardano a ciò che accade all’inflazione: se accelera siamo al di sopra del livello di output
naturale e la disoccupazione è al di sotto del livello naturale, perciò è ragionevole mettere in atto una politica
restrittiva.
Variazioni del tasso naturale di disoccupazione nel tempoNel derivare tale equazione t - t-1 =+ (m + z) – u t abbiamo
trattato m e z come costanti ma in realtà queste variabili variano, facendo variare anche il trasso di disoccupazione.
Tali variazioni sono difficili da misurare in quanto noi possiamo osservare solo il tasso effettivo e non quello naturale.
Confrontando i tassi medi di disoccupazione nel corso dei decenni abbiamo notato che negli Stati Uniti il tasso
naturale è cambiato molto meno rispetto all’Europa, tuttavia è ben lontano dall’essere costante. Si è visto che nel 2007
negli Usa l’inflazione è stata costante: ciò evidenzia che il tasso effettivo era vicino a quello naturale.
Quindi, le determinanti del tasso naturale di disoccupazione sono molte e conoscere il loro specifico ruolo e trarre
suggerimenti per la politica economica non è semplice.
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ASPETTATIVE, INDICIZZAZIONE SALARIALE, E POLITICA ECONOMICA
Inflazione elevata e curva di PhillipsLa relazione tra disoccupazione e inflazione tende a cambiare al variare del
livello e della persistenza dell’inflazione: quando il tasso di inflazione si alza, l’inflazione risulta più variabile, i
lavoratori e le imprese sono più riluttanti a firmare contratti di lavoro che fissano i salari nominali per un lungo
periodo poiché se l’inflazione risultasse più alta i salari reali scenderebbero e se risultasse più bassa le imprese
rischierebbero di fallire (per pagare salari reali troppi alti), per questo si ricorre all’indicizzazione.
Torniamo alla È
perciò particolarmente importante capire quando
πet = πt (o, se preferite, Pet = Pt) Ci sono due possibilità:
1)I lavoratori siano capaci di prevedere
perfettamente
il
livello dei prezzi (non molto plausibile, a meno
che π non sia stata
costante per un periodo relativamente lungo)
2)Indicizzazione
salariale:
I
salari
sono
aggiornati
automaticamente
all’inflazione e questo provoca una risposta più
forte dell’inflazione alla disoccupazione.
[ = porzione di salari indicizzata]
1) Se tutti i salari nominali sono indicizzati = 1 W varierà automaticamente al variare del livello dei prezzi (P t
comparirà al posto di Pet nella WS, e quindi nella Curva di Phillips). πet = πt, u = un, Y= Yn la curva di Philips
è verticale e la politica monetaria è neutrale anche nel breve periodo
Ricordate (Cap.7) che a spiegare deviazioni dell’output dal livello naturale sono errori di sovra o sottostima del
livello dei prezzi (e quindi del salario reale) da parte dei lavoratori. In caso di indicizzazione completa, questi
“errori” non vengono mai osservati, non perché i lavoratori siano onniscienti, ma perché i loro salari nominali
variano automaticamente al variare dei prezzi.
2) λ = 0, torniamo al caso di assenza di indicizzazione
3) 0 < λ < 1 solo una frazione λ dei salari è indicizzata, mentre la frazione (1- λ) continua, come prima, a riflettere
aspettative di inflazione basate sul tasso di inflazione osservato nel periodo precedente.
In tal caso, la curva di Philips diviene
N.B. Maggiore è λ, più “ripida” è la Curva di Phillips [e, perciò, la politica monetaria influenzerà molto i prezzi e
poco l’output].
L’indicizzazione dei salari aumenta l’effetto della disoccupazione sull’inflazione
Senza indicizzazione salariale una minor disoccupazione fa aumentare i salari, determinando un aumento dei
prezzi. Dato che i salari non rispondo direttamente ai prezzi, nel corso dell’anno non c’è un ulteriore aumento dei
prezzi
In presenza di indicizzazione salariale un aumento dei prezzi porta ad un aumento dei salari nel corso dell’anno,
che a sua volta provoca un ulteriore aumento dei prezzi e così via.
Se e quando λ si avvicina ad 1 allora possono verificarsi ampie variazioni dell’inflazione associate a variazioni
quasi nulle della disoccupazione.
N.B. Agire sulle aspettative è un modo non costoso per ridurre l’inflazione; poi bisogna comportarsi in modo coerente.
Deflazione e curva di Phillips Durante la Grande Depressione vi era un elevato tasso di disoccupazione, cosa che
avrebbe dovuto portare a una forte deflazione ma ciò non avvenne: l’inflazione era alta.
Infatti, quando un’economia comincia a sperimentare una deflazione la curva di Phillips non vale più poiché:
1) I lavoratori sono riluttanti ad accettare le riduzioni dei propri salari nominali (è più facile accettare riduzioni del
salario reale date dall’aumento dell’inflazione).
2) C’è stato un cambiamento nel modo in cui vengono formate le aspettative, cioè una riduzione di , la quale
comporterebbe il ritorno ad una relazione diretta fra inflazione e tasso di disoccupazione: ciò spiegherebbe perché
un’elevata disoccupazione ha portato a un’inflazione semplicemente più bassa, anziché ridurla costantemente.
Quindi, la curva di Phillips (modificata) può scomparire e indebolirsi quando l’economia è vicina a un’inflazione nulla
o addirittura negativa.
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IL MODELLO IS-LM-PC
Ricorda modello IS-LM "esteso":
la cui rappresentazione grafica, in un piano in cui r è
posto sull’asse delle ordinate è, nel caso standard:
Breve periodo: La produzione dipende dalla domanda,
La domanda è data da consumo + investimento + spesa pubblica
Consumo dipende dal reddito disponibile
Investimento dipende dalla produzione e dal tasso reale sui prestiti (tasso di policy r + premio al rischio x)
Spesa pubblica esogena (non dipende dalle variabili del modello)
Ricorda la Curva di Phillips (PC, acronimo di "Phillips curve" in inglese):
quando la disoccupazione è al di sotto del suo livello naturale, l’inflazione è
maggiore delle aspettative e viceversa.
Ora dobbiamo riscrivere la curva di Philips in termini di produzione:
dato che u = U/L = (L-N)/L =1-N/L N = L(1-u)
dato che N = Y Y = L(1-u) [Yn = L(1-un)] [Yn: livello di produzione
potenziale/ livello naturale di produzione] Y -Yn = - L(u-un)
La differenza tra Y e Yn prende il nome di output gap:
Quando il tasso di disoccupazione è uguale al suo livello naturale la produzione è al suo livello potenziale e
l’output gap è nullo
Quando il tasso di disoccupazione è maggiore del suo livello naturale, la produzione è inferiore al suo livello
potenziale e l’output gap è negativo
Quando il tasso di disoccupazione è minore del suo livello naturale, la produzione è superiore del suo livello
potenziale e l’output gap è positivo.
Sostituendo (u – un) nella curva di Philips otteniamo π – πe = /L (Y -Yn)
In questo modello assumiamo che πe = πt-1, quindi π – πt-1 = /L (Y -Yn)
Curva PC: π – πt-1 = (/L) (Y -Yn)
Quando la produzione è superiore al suo livello potenziale, (output gap positivo), l’inflazione
aumentaLa relazione positiva tra inflazione e produzione si traduce in una curva PC
inclinata positivamente
La produzione è misurata sull’asse delle ascisse mentre la variazione dell’inflazione su quello
delle ordinate.
Quando la produzione è pari al suo livello potenziale (output gap nullo) la variazione
dell’inflazione è nulla per questo motivo la curva di Philips interseca l’asse orizzontale nel
punto in cui la produzione è al suo livello potenziale
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LA DINAMICA DI AGGIUSTAMENTO E L’EQUILIBRIO DI MEDIO PERIODO
Combinando le tre equazioni precedenti, si ottiene il modello IS-LM-PC.
Che ha la seguente rappresentazione
grafica:
In corrispondenza dell’equilibrio di medio periodo, in cui cioè:
La produzione è al livello naturale (Y = Yn, e quindi u = un)
Il tasso di interesse reale è al livello naturale (r = rn)
L’inflazione è costante (π – π-1 = 0)
Coerentemente con la nostra analisi nel mercato del lavoro, nel modello IS-LM-PC,
Nel breve periodo, l’inflazione, la disoccupazione e la produzione variano
Nel medio periodo output e occupazione sono sempre ai livelli “naturali”
Se inizialmente la produzione è al di sopra del suo livello naturale e l’inflazione aumenta, la BC aumenterà il
tasso di policy per riportare la produzione al livello potenziale ed eliminare la pressione sull’inflazione.
L’aumento del tasso di policy fa spostare l’economia lungo la IS (da A ad A’) La produzione diminuisce
una riduzione nella produzione fa spostare l’economia lungo la curva PC (da A a A’)
in A’ c’è equilibrio di medio periodo, il tasso di policy è al suo livello naturale r n e la produzione è al suo livello
potenziale Yn l’inflazione rimane costante.
Il modello consente perciò di distinguere tra effetti di breve ed effetti di medio periodo delle politiche economiche e di
altri shock che colpiscono l’economia. Consente inoltre un’analisi degli shock dal lato dell’offerta che sono diventati
importanti particolarmente dagli anni ‘70 del secolo scorso in avanti.
L’economia si trova in un equilibrio di medio periodo e resterebbe in tale situazione se non accadesse qualcosa cioè un
aumento della spesa del governo in beni e servizi. Il secondo grafico ci dice che l’inflazione aumenta: se Y aumenta vi
è una riduzione del tasso di disoccupazione; se a parità di tutto il resto il tasso di disoccupazione si riduce, il salario
aumenta e le imprese trasferiscono tali maggiori salari in maggiori prezzi e di conseguenza l’inflazione aumenta.
Quindi, qui la risposta delle imprese a un aumento della domanda è un aumento dei prezzi.
Il tasso di interesse reale naturale (o di Wicksell)
Il valore rn di r associato al livello naturale di produzione, Y n. Più precisamente, rn è il
valore del tasso di interesse reale per cui domanda e offerta di beni sono uguali in
equilibrio di medio periodo, definito implicitamente dall’equazione seguente:
graficamente, determinato nel grafico
seguente (IS-LM-PC): ordinata del punto sulla IS avente ascissa Y n.
N.B. La BC vuole mantenere il tasso di variazione dell’inflazione costante (non l’inflazione)
La BC, per mantenere Y =Yn potrebbe immediatamente aumentare il tasso di policy r n in modo tale che l’equilibrio
venga raggiunto senza ritardi, tuttavia la BC non sa esattamente quale sia il livello di produzione naturale o il tasso di
Wicksell, né sa quanto la produzione attuale è lontana da tale livello, inoltre l’economia ci mette un po' di tempo per
reagire alle decisioni della BC. Durante il processo di aggiustamento la produzione è costantemente al di sopra del
livello potenziale e così l’inflazione aumenta costantemente quando l’economia raggiunge il punto A’ l’inflazione è
più elevata di quanto non fosse in A se la BC volesse mantenere costante il livello di inflazione, l’espansione
iniziale di un’economia dovrebbe essere seguita da una recessione
Una rivisitazione del ruolo delle aspettative: Invece che assumere che l’inflazione che gli individui si attendono sia
pari all’inflazione dell’anno passato, assumiamo che gli individui si aspettino che l’inflazione sia uguale ad un certo
valore costante π, indipendentemente dal valore dell’inflazione passata, allora la curva PC diventa: π – π = /L (Y
-Yn), dunque ora un outgap positivo produce un maggior tasso di inflazione (invece che un tasso di inflazione
crescente)
Se l’economia si trova nel punto A in corrispondenza del livello di produzione Y, dato che Y>Y n π – π>0
La BC aumenta il tasso di policy per riportare Y =Yn e l’economia si muove lungo la IS dal punto A al punto A’
quando l’economia raggiunge A’ il policy rate è uguale a r n la produzione è tornata al suo livello potenziale e
l’inflazione torna ad essere π.
La differenza rispetto al caso in cui l’inflazione attesa era pari all’inflazione dell’anno precedente è che:
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Per tornare a Y=Yn non è necessario che la BC aumenti il tasso di policy oltre r n finché le aspettative non
rimangono ancorate non è necessario che la BC compensi una fase di espansione con una fase di recessione.
Lo zero lower bound e la spirale deflazionistica
Abbiamo visto che se la produzione è troppo elevata, la BC aumenta il tasso di policy fino a riportarla al suo livello
naturale. Se invece l’economia è in recessione e la produzione è inferiore rispetto al suo livello potenziale, l’inflazione
è in diminuzione la BC dovrebbe ridurre il tasso di policy r in modo tale che la produzione ritorni al suo livello
potenziale, tuttavia la BC è limitata dallo zero lower bound, in quanto il tasso di policy necessario per riportare la
produzione al suo livello naturale potrebbe essere negativo.
Se vi è un forte shock della domanda in cui A diminuisce molto; la IS si sposta verso il basso. È giustificato un
intervento di politica monetaria per riportare Y al livello naturale. La BC fino a dove dovrebbe ridurre il tasso di
interesse naturale? Dovrebbe spostare la LM verso il basso fino a che non interseca la nuova IS in corrispondenza di
Yn, in questo modo si raggiunge l’equilibrio di medio periodo, tuttavia la BC non è in grado di abbassare troppo il
tasso di interesse reale poiché, essendo r = i- π e. La BC deve ridurre i per ridurre r ma, essendoci un limite inferiore
per i, anche r non può scendere al di sotto di 0
Esempio tasso di inflazione iniziale pari a 0, a causa dello zero lower bound la BC non può portare il tasso di policy
nominale i al di sotto dello zero e, in presenza di inflazione nulla questi implica un tasso di policy reale minimo pari
allo 0% Se la BC può ridurre il tasso di policy reale solo fino allo 0% in corrispondenza di un livello di produzione
Y’ <Yn l’inflazione continua a ridursi questo da inizio alla spirale deflazionistica (trappola deflazionistica).
Dato che abbiamo assunto che le aspettative di inflazione si formano sulla base
dell’inflazione dell’anno precedente: un output gap negativo comporta un’inflazione in
diminuzione. Se inizialmente l’inflazione fosse stata zero, sarebbe diventata negativa
così che un’inflazione nulla si tramuta in deflazione anche se il tasso di policy
nominale rimane pari a zero, il tasso di policy reale aumenta portando ad una minore
domanda e ad una minore produzione.
La deflazione e la ridotta produzione si alimentano reciprocamente, dunque nel caso di una spirale deflazionistica,
l’economia, invece che convergere all’equilibrio di medio periodo, l’economia si allontana da esso la produzione è
in costante riduzione e la deflazione diviene sempre più significativa
Il tasso di inflazione nell’equilibrio di medio periodo
Nel medio periodo, l’inflazione è costante, diciamo al livello π*. Cosa determina π*?
In equilibrio di medio periodo, tutti i mercati sono in equilibrio, quello della moneta incluso = L(rn + π*, Yn)
Dato che il membro di destra dell’equazione precedente è costante, in equilibrio di medio periodo, dovrà esserlo anche
quello di sinistra il tasso a cui cresce il denominatore, π*, dovrà essere uguale al tasso a cui viene fatta crescere la
grandezza al numeratore, la quantità nominale di moneta.
Nota: In realtà, il lower bound per il tasso nominale si è scoperto non essere 0 ma -0,75 si parla quindi di effective
lower bound. Un tasso di interesse nominale negativo significa che qualcuno sta prestando denaro con la promessa
che se ne riceverà meno domani. La ragione per cui ciò è possibile è le banche rischiano di fallire mentre i titoli di
stato sono più sicuri, anche se hanno un rendimento negativo. Infatti, chi si può permettere tassi negativi sono
imprenditori di fondi estremamente affidabili.
Nota 2: Oggi il tasso di interesse reale è molto basso. Ciò potrebbe esser dovuto a una riduzione del tasso di interesse
reale naturale, dovuto per esempio a uno spostamento della IS a sinistra (attribuibile a cause demografiche), associata
a un non fare niente da parte delle banche centrali.
POLITICA FISCALE E SHOCK DAL LATO DELLA DOMANDA
Politica fiscale restrittiva: supponiamo che nel breve periodo l’equilibrio sia nel punto A, in
cui Y = Yn il tasso di policy è pari a rn e l’inflazione è stabile.
Il governo tuttavia decide di ridurre il proprio disavanzo di bilancio attraverso aumento delle
imposte T.
La curva IS si sposta verso sinistra e nel nuovo equilibrio (A’) , dato il tasso di policy, la
produzione si riduce da Yn a Y’ e l’inflazione comincia a diminuire e sia il consumo che
l’investimento si riducono.
Consideriamo ora la dinamica di aggiustamento del medio periodo: la BC, dato che la
produzione è troppo bassa e che l’inflazione sta diminuendo, ridurrà il tasso di policy.
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La curva LM si sposta verso il basso e l’economia si muove verso il basso lungo la IS’ fino a giungere al nuovo
equilibrio A’’ in corrispondenza del quale Y’’=Yn
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L’economia inoltre si muove lungo la curva PC fino a che Y’’=Y n in corrispondenza di A’’ la produzione è al suo
livello potenziale e l’inflazione è nuovamente stabile, ma il tasso di policy necessario per mantenere la produzione al
suo potenziale è minore e pari a r’n. in corrispondenza di questo equilibrio A’’, rispetto ad A:
Il reddito è lo stesso, ma le imposte sono aumentate: il consumo si è ridotto (ma più alto del breve periodo)
La produzione è la stessa, ma il tasso di policy si è ridotto investimenti sono aumentati. (nel breve periodo si sono ridotti)
La riduzione del consumo è controbilanciata da un aumento dell’investimento, che lascia la domanda invariata.
N.B. Lo stesso ragionamento si applica nel caso di un aumento del risparmio privato che contribuisce ad una riduzione
nell’investimento nel breve periodo, ma un aumento dell’investimento nel medio periodo (paradosso del risparmio)
Politica fiscale espansiva: shock favorevole domanda, c0,
etc. la composizione della domanda nel nuovo equilibrio
dipende da tipo di shock che ha disturbato l’equilibrio
iniziale.
Il compito della BC è stabilizzare l’economia ed evitare che
il tasso di inflazione cresca nel tempo. Deve riportare l’economia in corrispondenza di un equilibrio di medio periodo.
La produzione è sempre Yn (livello naturale di produzione che viene dal modello WS-PS). La BC dovrà aumentare
progressivamente il tasso di interesse reale, aumentando il tasso di interesse nominale (con una politica monetaria
restrittiva). Nota: La BC procede per tentativi.
nel breve periodo: passando da 1 a 1’ la domanda aggregata di beni e servizi aumenta (della stessa misura
dell’offerta), il consumo aumenta, l’investimento aumenta e G aumenta
nel medio-lungo periodo: passando da 1 a 2 la produzione e il consumo non variano, G aumenta e l’investimento
si riduce (della stessa misura di cui è aumentato G). Spiazzamento o crowing out: La maggiore spesa pubblica che
si fa largo nel medio periodo ai danni dell’investimento che implica che si debba ricorrere in modo indesiderabile
alla politica fiscale espansiva.
1- La politica fiscale è neutrale nel medio periodo?
Nel breve periodo la produzione non è influenzata dalla scelta del governo di G soprassegnato (o di T); tuttavia, ciò
non significa che la politica fiscale non abbia effetti nel medio periodo.
La politica fiscale non è neutrale nel medio periodo, fa variare:
il tasso di interesse reale
la composizione della domanda aggregata (ma non il suo livello complessivo), e quindi l’investimento
non fa variare il livello naturale di produzione.
l’offerta di beni non varia ma aumenta la domanda di beni. Esiste un nuovo r n di equilibrio dove domanda e offerta
di beni si eguagliano.
Nel medio periodo nel mercato dei beni l’offerta è Y n, La domanda di beni è una curva con pendenza negativa poiché
dipende negativamente dal tasso reale (riflette l’ipotesi circa la funzione d’investimento che dipende negativamente
dal tasso sui prestiti).
1- Si può parlare di neutralità della moneta?
Se M aumenta, la curva di domanda di beni non varia; per dati G, Y n e T, un’espansione monetaria non fa variare né
l’offerta di medio periodo né la domanda o il tasso di interesse reale di equilibrio: nel medio periodo la politica
monetaria è neutrale e lo stimolo della politica monetaria sull’economia è solo temporaneo. La politica monetaria
deve essere usata quando si deve evitare una recessione: solo in risposta a shock avversi all’economia (Solo per
reagire a spostamenti della IS) e non in modo spontaneo poiché si porterebbe dietro un costo.
La politica monetaria influisce nel medio periodo solo sui prezzi, non fa variare il livello naturale della produzione, la
composizione della domanda aggregata, l’offerta e la domanda di medio periodo, né il tasso di interesse reale di
equilibrio di medio periodo. (Variazioni del tasso a cui la moneta viene fatta crescere si riflettono unicamente in
variazioni dell’inflazione -> M/P= L(r + π,Y)
Nel medio periodo dobbiamo sempre essere in corrispondenza di un’intersezione di IS-LM che dà luogo a un livello
naturale di output al quale è associato il tasso di interesse naturale, cioè l’r che rende l’offerta di beni.
Le BC devono comportarsi in modo tale da favorire il raggiungimento di tale equilibrio di medio periodo per
convergere al tasso rn’. Scostamenti di Y da Yn possono prodursi ma sono tipicamente transitori e sono associati a
variazioni del tasso di inflazione. Il ruolo delle BC è favorire il rientro della produzione a livello naturale ogni volta
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che ci sia uno discostamento e non guidare in modo autonomo l’economia per portare la produzione ad un livello più
alto.
N.B. Le uniche politiche che nel medio periodo influiscono su u n (su Yn) sono politiche dell’offerta (es. modifico m o z)
LO SHOCK PETROLIFERO- SHOCK DAL LATO DELL’OFFERTA
Finora abbiamo guardato a shock della domanda che spostavano la IS e spostavano l’equilibrio di medio periodo di
partenza spostandolo al di sopra o al di sotto del livello di produzione naturale. Studieremo ora shock dal lato
dell’offerta. Alcune variazioni tra cui ∆m, ∆z, o ∆p oil (variazioni prezzo del petrolio), come sappiamo dalla nostra
analisi del modello WS-PS, provocano variazioni di un, e perciò di Yn.
Esempio: Un aumento della rigidità nel mercato del lavoro causato da una nuova legislazione e rende più difficile
licenziare i lavoratori, fa spostare a destra la WS e porta il livello di produzione naturale a ridursi.
Tali variazioni fanno inoltre spostare la PC, verso destra nel caso di shock favorevoli, verso sinistra se si tratta di
shock avversi.
Analizziamo ora gli effetti di breve e medio periodo degli aumenti del prezzo del petrolio:
Problema: il prezzo del petrolio non appare nel modello IS-LM-PC poiché abbiamo ipotizzato una
produzione realizzata solo dal fattore produttivo lavoro.
Uno shock dell’offerta provoca spostamenti della PS:
La PS è derivata dall’equazione P = (1+m) W; se m aumenta per dato W, le imprese aumenteranno P, il prezzo unitario
dei beni prodotti. Il prezzo dell’energia (e quindi del petrolio) dovrebbe essere inserito nel modello nel modo
seguente: le imprese oltre al lavoro usano anche energia per la loro produzione; i loro costi unitari variabili, oltre al
prezzo del lavoro W dovrebbero tenere conto anche del prezzo dei prodotti energetici . Le imprese trasferiranno i
maggiori costi di produzione in maggiori costi di vendita, per dato W (a parità di salario corrisposto ai lavoratori). Dal
punto di vista qualitativo quando varia per dati salari, è lo stesso che avviene quando varia il markup: l’aumento del
prezzo del petrolio lo si può studiare allo stesso modo di come si studia un aumento del markup dati i salari, un
aumento del prezzo del petrolio aumenta il costo di produzione spingendo le imprese ad aumentare i prezzi per
mantenere lo stesso tasso di profitto è come aumentare il markup.
Gli effetti sul tasso naturale di disoccupazione:
Assumiamo che l’aumento del prezzo del petrolio sia permanente.
Una maggiore disoccupazione riduce i salari e la relazione di determinazione dei prezzi è data da
W/P =1/(1+m).
L’equilibrio iniziale è dato da A e il tasso di disoccupazione è al suo livello naturale u n un
aumento del prezzo del petrolio (come un aumento del markup) provoca una uno spostamento
verso il basso della PS Maggiore è il markup, minore è il salario reale, l’equilibrio si sposta in A’
in cui il salario reale è minore e il tasso naturale di disoccupazione è più elevato [dato che le imprese devono pagare
di più per il petrolio, il salario che possono permettersi è minore e convincere i lavoratori ad accettare un salario più
basso richiede un aumento della disoccupazione]
L’aumento del tasso naturale di disoccupazione conduce ad una riduzione del livello naturale di occupazione e, dato
che abbiamo assunto che un’unità aggiuntiva di lavoro richiede un lavoratore aggiuntivo, la riduzione del tasso
naturale di occupazione porta ad una pari riduzione della produzione potenziale.
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Tornando ora al modello IS-LM-PC:
Equilibrio iniziale A produzione al livello potenziale Yn, inflazione stabile e tasso di policy pari a r n.
Equilibrio di breve periodo A’Aumento del prezzo del petrolio, il livello potenziale della produzione
si riduce a Yn’, la curva PC si sposta verso l’alto La produzione è superiore al livello potenziale
Y>Yn’ e l’inflazione aumenta.
Equilibrio medio periodo A’’ La BC, per stabilizzare l’inflazione aumenta il tasso di policy
l’economia si sposta verso l’alto lungo la IS da A’ ad A’’ e si sposta verso il basso lungo la curva PC’
da A’ ad A’’ Mentre la produzione diminuisce, l’inflazione continua ad aumentare sebbene aumenti
sempre meno fino a che non ritorna stabile.
Poiché la produzione potenziale è più bassa, l’aumento del prezzo del petrolio si è tradotto in un livello
permanentemente più basso della produzione con un livello più alto di inflazione stagflazione.
Def: Stagflazione: situazione caratterizzata dalla compresenza di stagnazione (riduzione del livello di produzione
naturale) ed inflazione, tipicamente associata a shock avversi dal lato dell’offerta.
Quindi, la conseguenza di uno shock dal lato dell’offerta è la stagflazione: si ritorna ad un equilibrio di medio periodo
anche accettando livelli di produzione più bassi.
Essendoci meno output, c’è anche meno domanda aggregata di beni e servizi Z.
All’interno di una domanda minore di quanto fosse inizialmente, G è invariato, il consumo C (per la riduzione del
reddito) e l’investimento I si sono ridotti (per la riduzione di Y e per l’aumento del tasso di interesse).
Ogni scostamento del livello di produzione rispetto al livello naturale si traduce in una deviazione dell’inflazione
oggi rispetto al livello di inflazione ieri.
Negli anni ’70 si insistette a mantenere il livello di produzione a quello che era il vecchio livello naturale (e quindi
mantenere fissa LM): in questo modo si stava mantenendo in modo forzato l’economia ad un livello di output alto ma
ciò comportò un’inflazione crescente. Le BC presero atto al fatto che ci si doveva rassegnare a un livello di
produzione più basso di quello precedente.
Si può intervenire con le politiche dell’offerta che riportino il tasso di disoccupazione al livello più basso che
prevaleva prima e al livello di produzione naturale più elevato, per esempio spostando la WS verso sinistra.
Quindi, l’aumento dell’inflazione può essere dovuto a cause da domanda
(aumento della domanda e spostamento di IS verso destra) ma anche a
shock dal lato dell’offerta. Un’inflazione persistente non può che essere
dovuta a cause da domanda: la causa è monetaria, cioè un’eccessiva
creazione di moneta (politica eccessivamente espansiva), infatti, non può
essere il governo che continua a spostare a destra la IS poiché c’è un limite
poiché il disavanzo potrebbe aumentare in modo eccessivo e lo stato
fallirebbe. C’è una correlazione unitaria fra tasso di inflazione e tasso a cui
viene fatta crescere l’offerta di moneta.
Conclusioni:
1- Gli effetti di shock o di cambiamenti nella politica economica sono diversi nel medio e breve periodo
2- L’economia è costantemente colpita da shock che hanno effetti dinamici sulla produzione, definiti meccanismo di
propagazione. Le fluttuazioni della produzione o ciclo economico (cioè i movimenti della produzione attorno al
suo trend) sono i risultati di tali shock e dei loro effetti dinamici sulla produzione.
Esempi: le due recessioni statunitensi degli anni ’70 sono state dovute all’aumento del prezzo del petrolio, quella
di inizio anni ’80 a una drastica contrazione dell’offerta di moneta, quella di inizio anni ’90 a un crollo delle
aspettative dei consumatori, quella del 2001 a una riduzione dell’investimento; la crisi del 2009 è stata dovuta a
problemi nel mercato immobiliare che hanno generato uno shock finanziario.
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Secondo parziale
MERCATI FINANZIARI E ASPETTATIVE
Finora abbiamo considerato solo due attività finanziarie (titoli a un anno e moneta), adesso consideriamo titoli con
maturità diverse e le azioni.
PREZZO DEI TITOLI E CURVA DEI RENDIMENTI:
I titoli differiscono per rischio di insolvenza (che per ora trascuriamo) e per maturità ( scadenza, periodo lungo
cui un titolo promette di effettuare pagamenti al possessore).
Ad ogni titolo è associato un rendimento alla scadenza è una sorta di tasso di interesse annuale che il titolo paga
nel corso della sua vita. (non va confuso con altri tipi di rendimento, come il tasso cedola, il valore facciale etc.)
I rendimenti dei titoli che hanno maturità inferiore o uguale ad un anno sono detti tassi di interesse a breve termine,
mentre quelli con scadenza superiore sono detti tassi di interesse a lungo termine.
La curva dei rendimenti (Yield curve) è la rappresentazione grafica della relazione tra rendimenti e maturità in un
dato giorno, essa:
Ha sulle ascisse la maturità dei titoli e sulle ordinate il rendimento.
Ci da indicazioni sulle aspettative mediamente nutrite dai partecipanti ai mercati finanziari circa l’andamento
futuro dei tassi a breve termine
È uno strumento utilizzato per prevedere recessioni o espansioni economiche es. durante una recessione
notiamo un appiattimento della curva che diventa negativa
Le proprietà della curva dei rendimenti derivano dalla relazione che intercorre tra tassi a lungo termine e tassi a breve
termine:
ix,z è il rendimento alla scadenza di un titolo con maturità a x anni al tempo z
Questa equazione indica che il rendimento alla scadenza dei titoli a lungo temine (a n anni) è approssimativamente
uguale alla media dei rendimenti corrente e futuri attesi dei titoli a breve temine (1 anno) il fatto che il
rendimento alla scadenza dei titoli a lungo termine in equilibrio è approssimativamente la media dei tassi di
rendimento a breve termine spiega perché quando la curva dei rendimenti è inclinata negativamente c’è
recessione.
PREZZO DEI TITOLI COME VALORE ATTUALE:
Supponiamo che, al tempo t, esistano solo due tipi di titoli, uno annuale e uno biennale, entrambi di puro sconto (e
quindi non ci sono pagamenti intermedi es. cedole):
1. Titoli annuali, ciascuno dei quali promette €100 nel tempo (t + 1) il suo prezzo €P1t in t deve essere pari al
valore attuale di un pagamento di €100 l’anno prossimo e il suo tasso di interesse nominale a un anno è i 1t. breve
termine
2. Titoli biennali ciascuno dei quali promette €100 a (t + 2) e ha prezzo € P 2t a t che deve essere uguale al valore
attuale di €100 tra due anni lungo termine.
Già sappiamo che: € P1 t=
€ 100
1+i 1 t
Dove i1t è il tasso di rendimento alla scadenza del titolo a 1 anno (stiamo
attualizzando il prezzo del titolo) N.B. €P1t è inversamente proporzionale a i1t.
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ARBITRAGGIO E PREZZO DEI TITOLI
Ipotizzando che gli investitori non sono interessati al rischio, devono essere indifferenti tra i due tipi di titoli i titoli
ad un anno e i titoli a due anni devono offrire lo stesso valore atteso, in quanto solo a parità di rendimento atteso gli
investitori finanziari saranno disposti a detenere sia titoli annuali, che titoli biennali.
Arbitraggio: condizione secondo la quale i rendimenti di due attività devono essere uguali.
Il prezzo oggi di un titolo biennale deve essere pari al valore
attuale del prezzo atteso del titolo l’anno prossimo.
Così come il prezzo oggi di un titolo annuale dipende dal tasso
corrente a un anno, il prezzo di un titolo annuale l’anno prossimo
dipende dal tasso di interesse a un anno l’anno prossimo (e quindi
oggi dipende dal suo valore atteso)
Il rendimento atteso del titolo a 2 anni è dato dal rapporto tra il valore atteso del prezzo del titolo annuale al tempo
t+1 e il rendimento atteso del titolo annuale.
La condizione di non arbitraggio è utile per determinare il prezzo di una qualsiasi attività finanziaria.
e
Risolvendo per €P2t la condizione di arbitraggio si ottiene
€ P1 t +1
€ P2 t =
1+i1 t
Dato che €P1t = €100/ (1 + i1t) allora €Pe1t + 1 = €100/ (1 + ie1t)
1+i
1+i
e
Allora sostituendo si ottiene che € (¿¿ 1 t)(¿ ¿ 1 t+1 )
¿
€ 100
P2 t = ¿
cosicché €P2t varia inversamente a i1t e i e1t + 1
Dove i1t è il tasso di interesse ad un anno di quest’anno e i e1t+1 è il tasso di interesse ad un anno atteso nei mercati
finanziari per l’anno prossimo.
Relazione tra arbitraggio e valore attuale: l’arbitraggio tra titoli con maturità diverse implica che i prezzi dei titoli
siano uguali al valore attuale dei pagamenti promessi da questi titoli.
Dunque, l’arbitraggio implica che il prezzo di un titolo biennale sia pari al valore attuale del pagamento promesso dal
titolo tra due anni.
RENDIMENTO DEI TITOLI
Def: Il rendimento alla scadenza di un titolo a n anni è il tasso di interesse costante che eguaglia il prezzo del titolo
oggi al valore attuale dei pagamenti futuri da esso promessi, quindi:
Per un titolo annuale è semplicemente i1t
Per un titolo biennale, è definito implicitamente come quell’i2t che soddisfa
€ P2 t =
Per un titolo a n anni è definito implicitamente come quell’ int che soddisfa.
€ P nt =
€ 100
2
(1 +i 2t )
€ 100
(1 +i nt )n
RELAZIONE TRA TASSI A BREVE E A LUNGO TERMINE:
Eguagliando l’espressione per €P2t che risulta dalla condizione di arbitraggio con quella che discende dalla definizione
di tasso di rendimento alla scadenza i2t si ottiene la relazione esatta fra il tasso a due anni e il due tassi annuali
(1 + i2t)2 = (1 + i1t)(1 + ie1t+1)
Per ie1t+1 e i2t piccoli un’approssimazione a questa equazione fornisce la seguente : i2t ½ (i1t + ie1t+1)
questa equazione suggerisce che il tasso di interesse a due anni è approssimativamente una media del tasso corrente
a un anno e del tasso atteso a un anno che prevarrà l’anno prossimo.
Generalizzando al caso di un titolo a n anni int 1/n (i1t + ie1t+1+ … + ie1t+n-1)
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Se vale la condizione di arbitraggio un individuo è indifferente tra assicurarsi una somma tramite l’acquisto di titoli a
breve o lungo termine Questa relazione consente di stimare le aspettative del mercato circa i livelli futuri dei tassi a
breve in quanto, dato che conosciamo i1t e €P2t e quindi possiamo calcolare i2t da €P2t = €100 /(1 + i2t)2
Allora, usando i2r ½ (i1t + ie1t+1) possiamo calcolare ie1t+1 2i2t – i1t ovvero le aspettative del mercato circa il
livello futuro dei tassi a breve termine
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L’INCLINAZIONE DELLA CURVA DEI RENDIMENTI
La curva dei rendimenti mette in relazione i rendimenti a scadenza dei titoli con maturità diversa.
(ascisse: maturità, ordinate i1t)
L’inclinazione della curva dei rendimenti dipende da i2t ½ (i1t + ie1t+1) sottraendo al membro di sinistra e al
membro di destra i1t e semplificando i1t a destra, allora si ottiene che i2t – i1t = ½(ie1t+1 – i1t)
Una curva dei rendimenti piatta (i2t = i1t) indica che i mercati si attendono tassi a breve costanti (ie1t+1 = i1t)
Una curva dei rendimenti positivamente inclinata (i2t > i1t) indica che i mercati si attendono tassi a breve in
aumento (ie1,t+1 > i1t)
Una curva dei rendimenti negativamente inclinata (i2t < i1t) indica che i mercati si attendono tassi a breve in
riduzione (ie1,t+1 < i1t)
INCLINAZIONE DELLA CURVA DEI RENDIMENTI NELLA REALTÀ: IL RUOLO DEL RISCHIO
Nella realtà se le aspettative sono costanti, la curva dei rendimenti è lievemente inclinata positivamente, se le
aspettative sono crescenti è fortemente inclinata positivamente, mentre se è decrescente la curva dei rendimenti è
piatta o inclinata negativamente, dunque anche una curva dei rendimenti piatta può essere un indice di una recessione.
I titoli a 2 anni sono più rischiosi infatti, comprando oggi un titolo ad un anno, domani si ricevono €100 con certezza,
mentre acquistando un titolo a due anni, lo si potrà rivendere, sempre domani, ad un prezzo €P e1,t+1 che al tempo t non
è noto con certezza
Gli investitori, nella realtà, sono avversi al rischio, e perciò richiederanno un premio al rischio x per investire in titoli a
due anni e al principio di non arbitraggio dobbiamo aggiungere x, dunque il rendimento dei titoli a due anni deve
€ Pe1 ,t +1
eccedere di x rispetto al rendimento dei titoli ad un anno 1+i 1t + x=
€ P2 t
e
Da cui si ottiene
€ P2 t =
€ P1 , t+1
1+i1 t + x
ovvero che il prezzo di un titolo a due anni è pari al valore attuale del prezzo
atteso tra un anno da un titolo ad un anno , dove il tasso di sconto incorpora il premio per il rischio
di conseguenza
€ P2 t =
€ 100
e
(1+i 1 t )(1+i1 t +1 + x)
e quindi (1 + i2t)2=(1+i1t)(1 + ie1t+1+x), che è
approssimativamente pari a i2t ½ (i1t + ie1t+1+x)
Dunque, se x > 0 (come avviene in realtà in quanto gli individui sono avversi al rischio):
Anche se i mercati si attendono tassi a breve costanti (ie1t+1 = i1t ) la curva dei rendimenti sarà inclinata
positivamente (i2t = i1t + x i2t > i1t )Una (modesta) inclinazione positiva della curva dei rendimenti è quindi una
situazione normale in presenza di avversione al rischio
Se i mercati si attendono tassi a breve in aumento, la curva dei rendimenti sarà inclinata positivamente e più
ripida rispetto al caso in cui gli individui sono neutrali al rischio
Se i mercati si attendono tassi a breve in riduzione la curva dei rendimenti può essere piatta o negativa anche
una curva di rendimenti piatta può essere un indice di una recessione
Sulle ordinate c’è la differenza tra rendimento a scadenza ti un titolo a lungo termine
(10 anni) e uno a breve termine (1 anno) e sulle ascisse gli anni, le barre grigie sono gli
anni di recessione posto che ogni qual volta che la linea blu (misura della pendenza
della circa dei rendimenti) sta sopra lo 0 allora la curva dei rendimenti ha inclinazione
positiva, quando va sotto di zero è negativa e quando è pari a zero è piatta tutte le
recessioni attraversate dall’economia statunitense sono state precedute da un inversione dell’inclinazione della
curva dei rendimenti, che era piatta, poi si è appiattita ed infine è diventata negativa.
L’inversione dell’inclinazione della curva dei rendimenti significa che la gente inizia ad attendersi domani dei tassi più
bassi rispetto a quelli di oggi e questo provoca l’ingresso in recessione in quanto se gli individui si aspettano che
domani ci sarà uni shock avverso della domanda, si sposta a sinistra la IS, la gente si attente che BC riduca i tassi di
interesse spostando la LM verso il basso in modo tale che l’inflazione torni costante la politica monetaria espansiva
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è associata quindi all’inizio di una recessione. La curva dei rendimenti inverte la pendenza solo se gli individui si
attendono che domani la BC abbassi i tassi di interesse.
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IL PREZZO DELLE AZIONI E IL MERCATO AZIONARIO
N.B. Siamo in ipotesi di prezzi costanti (l’inflazione è costante, il tasso di interesse nominale e reale coincidono etc.)
I governi si finanziano attraverso i titoli, mentre le imprese, oltre che a ricorrere a finanziamenti interni (con i propri
utili), esterni (prestiti bancari) e finanziamenti con debito (obbligazioni o prestiti), ricorrono al finanziamento tramite
prestito azionarioè ottenuto attraverso l’emissione di azioni, che, invece di pagare un importo predeterminato,
pagano i dividendi (€D) di ammontare deciso discrezionalmente dalla società.
I dividendi sono detratti dagli utili di bilancio e quindi sono inferiori agli utili stessi in quanto la società riserva parte
degli utili all’autofinanziamento.
Le determinanti economiche delle quotazioni che prevalgono nel mercato azionario: i prezzi delle azioni €Q sono
molto variabili e fluttuano notevolmente e in modo imprevedibile (non seguono nessuna teoria).
PREZZO DELLE AZIONI COME VALORE ATTUALE
Al tempo t, il prezzo delle azioni €Q t è il valore attuale dei dividendi
attesi in futuro.
La presenza di x è causata dal fatto che in realtà gli individui sono
avversi al rischio e che investire in azioni è più rischioso che investire
in titoli, i quali sono privi di rischio
N.B. Stiamo considerando il prezzo ex cedola, ovvero il prezzo dell’azione subito dopo il pagamento del dividendo
del periodo corrente, se non ha pagato i dividendi è necessario aggiungere i dividendi del tempo t (adesso) e quindi
1+i
e
(¿¿ 1 t +x )(1+ i1 t +1 +x)+…
diventa €Qt = €Dt +
€ D et +1 € Det +2
+ ¿
1+i 1t + x
Valore fondamentale dell’azione, ovvero ciò che un individuo deve pagare per un’azione dato il prezzo atteso dei
dividendi, il livello corrente dei tassi a breve e quello futuro atteso per i tassi a lungo.
Il valore fondamentale dell’azione deriva dalla condizione di non arbitraggio tra titoli annuali e azioni: l’equilibrio
richiede quindi che il rendimento atteso di un’azione per un anno debba essere uguale al rendimento di un titolo ad un
anno più il premio per il rischio azionario
L’arbitraggio comporta che il prezzo dell’azione oggi debba essere uguale al valore attuale della somma del dividendo
atteso e del prezzo l’anno prossimo. Inoltre, l’anno prossimo, gli investitori dovranno ancora scegliere se investire in
azioni o in titoli annuali e quindi l’anno prossimo dovrà ancora valere la condizione di non arbitraggio
e
1 + i1t + x =
e
€ Dt +1 +€ Q t+1
€ Qt
e
e
€ D t +2
e
€ Dt +1
€ Qt +1
+
1+i 1 t + x 1+i 1 t +x
€Qt =
€Qet+1 =
e
€ Q t +2
+
e
e
1+i 1 t +1+ x 1+i 1 t +1+ x
Il prezzo atteso per l’anno prossimo è il valore attuale, calcolato l’anno prossimo, della somma del dividendo atteso e
del prezzo dell’azione tra due anni, quindi sostituendo all’equazione il prezzo atteso €Q te si ottiene
1+ i
1+ i
(¿¿ 1 t+x )(1+i e1t +1 + x )
€ Qe
€Qt =
(¿¿ 1 t+x )(1+ i1e t +1 +x)+ ¿ t +2
€ Det +1 € D et +2
+
¿
1+i 1 t + x
Prezzo reale e prezzo nominale: Questa equazione esprime il prezzo nominale di un’azione come il valore attuale dei
dividendi nominali, scontati utilizzando tassi di interesse nominali, se riscriviamo l’equazione considerando il tasso di
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interesse reale invece di quello nominale (e togliamo il simbolo € prima di Q e D) allora possiamo ottenere il prezzo
reale dell’azione come valore attuale dei dividendi reali, scontati utilizzando tassi di interesse reali.
Il valore fondamentale dell’azione €Qt aumenta quando
I tassi a breve correnti o attesi si riducono matematicamente perché il denominatore si riduce,
I dividendi futuri attesi aumentano
Si aumenta la propensione al rischio degli individui e quindi se si riduce il premio per il rischio azionario x
€Det+1 = D(Yt+1) è una funzione del PIL reale se l’economia è in recessione, le società iniziano a tagliare i
dividendi e viceversa se l’economia è in espansione, dunque il valore dei dividenti futuri dipendono da variabili
macroeconomiche.
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IL MERCATO AZIONARIO E L’ATTIVITÀ ECONOMICA
Le fluttuazioni del prezzo delle azioni sono imprevedibili se i più credessero che il prezzo di un’azione salirà del
20% nell’anno successivo, possedere tale azione sarebbe molto più conveniente che detenere titoli a breve termine. La
domanda di quell’azione e quindi il suo prezzo oggi aumenterebbero fino al punto in cui il rendimento atteso
dell’azione non fosse di nuovo pari a quello delle altre attività finanziarie l’aspettativa di un maggiore prezzo
futuro di un’azione farebbe aumentare il prezzo corrente di tale azione.
L’andamento del prezzo delle azioni non può essere previsto, ma sono il risultato di nuove informazioni, tuttavia si
possono fare delle previsioni ipotetiche osservando variazioni nella politica monetaria della BC o variazioni del
consumo autonomo.
POLITICA MONETARIA E IL MERCATO AZIONARIO
Supponiamo che la banca centrale decide di attuare una politica monetaria espansiva, riducendo il tasso di interesse e
quindi provocando uno spostamento verso il basso della LM, se il mercato ha pienamente anticipato tale politica,
un’effettiva politica monetaria espansiva non produce alcun effetto, i dividendi futuri attesi e gli interessi futuri attesi
rimangono uguali e i prezzi delle azioni rimangono gli stessi.
Se la manovra da parte della BC è, almeno in parte, inattesa, il prezzo delle azioni aumenterà, in quanto:
1. Si riduce il tasso di interesse per qualche tempo
2. Aumenta il reddito futuro atteso Yet+1 che fa aumentare i dividendi attesi
3. Una aspettativa di riduzione del tasso che fa aumentare il valore attuale di ogni sequenza di valori attesi
Quindi solo provvedimenti e annunci da parte della BC inaspettati producono effetti reali, se variazioni dei tassi da
parte della BC sono attesi e convalidano quello che gli individui si aspettano, gli effettivi provvedimenti non
producono effetti (perché i cambiamenti avvengono prima che tali provvedimenti vengano applicati) questo spiega
perché i prezzi delle azioni sono così variabili e il loro andamento è imprevedibile. I prezzi delle azioni dipendono
dalle aspettative sul futuro, che sono molto imprevedibili.
POLITICA FISCALE E IL MERCATO AZIONARIO
Se gli individui si aspettano una riduzione della spesa pubblica domani G et+1 dunque la IS nel periodo t+1 si sposta a
sinistra e il reddito disponibile si riduce, le imprese vendono meno e quindi saranno a parità di tutto il resto, in grado
di distribuire dividendi più bassi e questo riduce D et+1, si riduce la domanda di azioni e si riduce il prezzo delle
azioni annunci o percezioni di una politica fiscale restrittiva influenzano oggi, immediatamente l’economia in
quanto gli individui variano le loro aspettative sul futuro e questo influenza nel presente il mercato azionario.
SPESA PER I CONSUMI E IL MERCATO AZIONARIO
Consideriamo uno spostamento inatteso della IS verso destra, derivante, ad esempio, da un aumento della spesa per i
consumi maggiore del previsto la produzione di equilibrio aumenta, tuttavia non si può stabilire a prescindere come
varierà il prezzo delle azioni, in quanto esso dipende dal comportamento che avrà la BC in seguito a questa variazione.
Se il mercato si aspetta che la BC non reagisca e che mantenga il tasso invariato, la produzione aumenterà
considerevolmente e il prezzo delle azioni aumenterà poiché:
La produzione attesa Yet+1 è più elevata
Il tasso di interesse non varia
Se la BC si preoccupa di un’espansione economica troppo forte e delle conseguenze sull’inflazione e su un livello
produzione superiore al suo livello naturale, allora potrebbe alzare i tassi di interesse conducendo una politica
monetaria restrittiva che controbilanci lo spostamento verso destra della IS e che mantenga il livello di produzione al
suo livello naturale il mercato azionario scenderebbe senza dubbio in quanto:
Non c’è alcuna variazione dei profitti attesi
Il tasso di interesse è più elevato
Variazioni del prezzo delle azioni dipendono da:
1) Aspettative iniziali del mercato
2) Fonte dello shock
3) Aspettative del mercato sulla risposta della BC alla variazione della produzione
Variazioni le aspettative (cambia il prezzo delle azioni) è perché cambiano le informazioni a disposizione degli
individui che non erano alla loro portata prima.
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PREZZI AZIONARI, RISCHIO E BOLLE SPECULATIVE
Abbiamo finora supposto che il premio al rischio x fosse costante, ma non è così, esso può cambiare inaspettatamente
a causa di un aumento dell’incertezza, ed influenzare così il prezzo delle azioni.
Ci sono dei casi in cui ci sono deviazioni del valore fondamentale delle azioni, ma le azioni possono essere
sopravvalutate o sottovalutate. La sopravalutazione del prezzo di un’azione prende il nome di bolla speculativa, in
questi casi gli individui sono disposti a pagare di più per un’azioneè una condizione precaria destinata a finire con
un tracollo finanziario o con una costante discesa.
Le bolle speculative possono derivare da errori nelle aspettative degli individui, anche se la conduzione di arbitraggio
è rispettata e gli individui sono considerati razionali.
La BC è l’unica che può far rientrare una bolla con una politica monetaria restrittiva, che fa male al mercato azionario
e fa ritornare al livello giusto i prezzi delle azioni altrimenti le bolle si autoalimentano e i prezzi continuano ad
aumentare.
Nella realtà la BC non interviene perché è difficile capire ex-ante quando siamo in presenza do una bolla, si può
capire solo ex-post quando la bolla scoppia.
Non tutte le deviazioni del valore di un’attività finanziaria dal suo valore fondamentale sono causate da bolle
razionali, in quanto molti investitori, di fatto, non si comportano in modo razionale se gli investitori formano le
proprie aspettative sui rendimenti futuri sulla base dei rendimenti passati, il prezzo di un’azione può aumentare solo
perché è aumentato in passato ondate di ottimismo ingiustificato.
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ASPETTATIVE, CONSUMO, INVESTIMENTO E POLITICHE ECONOMICHE
Ci sono due periodi: il presente t e il futuro t + 1, gli individui massimizzano la seguente funzione di utilità, crescente
e concava nei suoi due argomenti U = U( Ct, Ct+1)
Se l’individuo ha accesso ad un mercato dei capitali (mercato del credito) in cui possono prendere e dare a prestito al
tasso di interesse reale r il consumo può essere maggiore del reddito disponibile
Al tempo t gli individui scelgono una sequenza di consumo oggi C t e di consumo domani Ct+1 in modo da
massimizzare la loro utilità sotto i seguenti vincoli di bilancio:
(Yt -Tt) = Ct + S [t]
(Yet+1 −¿ Tet+1) + (1+ r) S= Ct+1 [t+1]
Dove S è il risparmio (positivo o negativo) realizzato al tempo t, non c’è S t+1 perché l’uso ottimale delle risorse nel
secondo periodo t + 1 è il consumo in quanto stiamo considerando solo t e t +1, non stiamo considerando t +2, dunque
gli individui in t + 1 non guardano al futuro.
Questi due vincoli si aggregano in un singolo vincolo di bilancio intertemporale Ct +
Ct +1
(1+r )
= (Yt −¿ Tt) +
Y et+1 −T et +1
(1+ r)
e
N.B. il membro di destra (Yt −¿ Tt) +
e
(Y t +1−T t +1)
prende il nome di ricchezza umana al tempo t, dunque la
(1+r )
funzione del consumo diventa Ct = C[(ricchezza umana)t] [la ricchezza umana è il valore attuale del reddito
disponibile dell’individuo]
Le aspettative influenzano il consumo in due modi:
1) In via diretta tramite la ricchezza umana: per misurare la propria ricchezza umana i consumatori devono
formulare le proprie aspettative in termini di reddito, tassi di interesse reale e imposte futuri attesi
2) In via indiretta tramite la ricchezza non umana: ovvero azioni, obbligazioni e attività immobiliari. Infatti, ad
esempio, il prezzo delle azioni dipende dal livello futuro atteso dei dividendi e dei tassi di interesse.
Ricchezza totale (= ricchezza umana + ricchezza non umana)
Anche se la ricchezza umana di cui il consumo è funzione dipende da r, ignoreremo la dipendenza di C t dal tasso di
interesse, mentre lo considereremo funzione crescente del reddito disponibile corrente e futuro
atteso
Un modo equivalente di scrivere il vincolo di bilancio è (1+ r) [(Yt −¿ Tt) −¿ Ct]= [Ct+1 - (Yet+1 −¿ Tet+1)]
che individua la relazione tra il consumo di oggi con quello di domani.
Se oggi consumo meno (più) del mio reddito disponibile corrente, domani potrò consumare di più (meno) del mio
reddito disponibile futuro.
Grazie alla possibilità di dare/prendere a prestito, il profilo temporale del consumo è svincolato da quello del
reddito disponibile.
Un modo ulteriore di scrivere il vincolo a disegnare il vincolo nel piano è:
(Ct, Ct+1) è: Ct+1 = [(1+r)( Yt −¿ Tt)+ (Yet+1 −¿ Tet+1)]- (1+ r) Ct
Siamo perciò pervenuti al seguente problema di scelta intertemporale del consumo:
U = U(Ct, Ct+1)
Ct+1 = [(1+ r)( Yt −¿ Tt)+ (Yet+1 −¿ Tet+1)]- (1+ r) Ct
Nel piano, la rappresentazione grafica del vincolo di bilancio è una retta con:
pendenza negativa pari a −¿ (1+ r)
intercetta verticale pari a (1+ r)(Y t −¿ Tt) + (Yet+1 −¿ Tet+1)
{
e
intercetta orizzontale pari a (Yt
−¿ Tt) +
e
(Y t +1−T t +1)
(1+r )
cioè la
ricchezza umana dell’individuo al tempo t
Per trovare la sequenza ottimale fra consumo corrente e consumo futuro bisogna trovare il punto in cui il vincolo di
bilancio è tangente ad una curva di indifferenza: la soluzione del problema di massimizzazione appena specificato è
data dal punto E.
Il vincolo di bilancio necessariamente deve passare per il punto A, con ascissa (Y t-Tt) e ordinata (Yet+1 -Tet+1).
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Nel punto A l’individuo sta realizzando un risparmio negativo S<0, quindi sta prendendo a prestito, nel punto E
l’individuo sta realizzando S=0, mentre nel punto B l’individuo sta dando a prestito (per esempio depositando del
denaro in banca) con un S>0. Considereremo inizialmente di avere a che fare con un individuo che sta massimizzando
la sua utilità consumando in ognuno dei due periodi esattamente il suo reddito disponibile.
Variazioni del consumo corrente dovute a variazioni del reddito disponibile corrente
Esempio: Le curve di indifferenza restano immutate, quello che cambia è il vincolo di bilancio intertemporale.
Supponiamo che r = 0, WFIt = 0, e che la funzione di utilità sia U(C t, Ct+1)=lnCt + lnCt + 1 che gli individui
massimizzano perciò sotto il vincolo C t + Ct+1=(Yt-Tt) + (Yet+1 -Tet+1). Abbiamo ipotizzato che il consumatore scelga C t
= Ct+1. Sostituendo nel vincolo e risolvendo, Ct =
(Y t −T t )+(Y et +1−T et +1)
. Supponiamo che inizialmente sia (Yt2
Tt) = (Yet+1 -Tet+1), allora il consumo sarà pari a Ct = (Yt-Tt) = (Yet+1 -Tet+1).
1. Se vi è una variazione (transitoria) del reddito disponibile corrente si ha Δ (Yt-Tt)>0 e Δ (Yet+1 -Tet+1)=0
→ il vincolo di bilancio si sposta parallelamente a destra poiché è aumentata la ricchezza umana
dell’individuo. Se il consumo corrente e quello futuro è in beni normali (quando aumenta il reddito, l’individuo ne
consuma di più) sia consumo corrente sia quello futuro aumenteranno e la tangenza con la nuova curva di
indifferenza si colloca nel segmento che giace lungo il nuovo vincolo di bilancio. L’entità dello spostamento del
vincolo di bilancio è pari all’entità dell’aumento del reddito disponibile.
2. Se invece a parità di reddito disponibile corrente, varia il reddito futuro atteso io mi attendo domani un aumento
del reddito futuro, Δ (Yt-Tt)=0 e Δ (Yet+1 -Tet+1)>0 → il vincolo di bilancio si sposta parallelamente a
destra: se i beni di consumo sono normali, la nuova tangenza sta in un punto in cui sia il consumo corrente che il
consumo futuro dell’individuo aumenteranno l’individuo oggi ha lo stesso reddito, si potrebbe pensare quindi
che il consumo oggi rimane invariato e aumenta solo nel futuro, tuttavia la combinazione ottimale consiste
nell’aumento del consumo attuale (della stessa misura di cui aumento il consumo futuro) e quindi prendo a
prestito sapendo che in futuro aumenterà il mio reddito disponibile e potrò ripagare il prestito shock
favorevole consumption smoothing ciò può avvenire grazie alla presenza di un mercato del credito.
3. Se si ha una variazione permanente del reddito, cioè una variazione sia del reddito disponibile corrente, sia di
quello futuro Δ (Yt-Tt)= Δ (Yet+1 -Tet+1)>0 la ricchezza umana aumenta di più in quanto aumenta sia il
reddito oggi che quello di domani il vincolo di bilancio si sposta parallelamente a destra più di prima: si ha un
aumento del consumo corrente maggiore di quello osservato nel caso 1. Tale aumento del consumo corrente
cattura la sensibilità del consumo che abbiamo definito propensione marginale al consumo: cioè di quanto varia il
consumo oggi in risposta ad una variazione del reddito disponibile corrente.
La propensione marginale al consumo (pmc) rispetto a variazioni del reddito corrente dipende dalla natura di queste
variazioni. In particolare, essa è:
elevata, prossima a 1, quando queste variazioni sono permanenti, o comunque percepite come tali;
bassa, circa 0.5, quando queste variazioni sono transitorie.
Quindi, il consumo corrente di un individuo dipende dalla posizione del vincolo di bilancio, la quale a sua volta
dipende dal valore della ricchezza umana dell’individuo. Il consumo corrente è una funzione crescente della ricchezza
umana.
Se l’individuo avesse posseduto, al tempo t, ricchezza finanziaria e immobiliare, anche detta ricchezza non umana,
pari a WFIt, il vincolo intertemporale sarebbe stato C t +
Ct +1
=
1+r
(Y te+1−T te+1)
1+r
+ WFIt
Infatti, se l’individuo disponesse anche di ricchezza finanziaria immobiliare WFI, allora l’intercetta orizzontale del
vincolo di bilancio oltre alla ricchezza umana, include anche il valore iniziale della ricchezza finanziaria immobiliare.
Se tale ricchezza finanziaria immobiliare aumenta, il vincolo di bilancio si sposta a destra e il consumo corrente e
futuro aumentano.
Definendo ricchezza totale (= ricchezza umana + ricchezza non umana) il membro di destra dell’equazione
precedente, si perviene alla seguente forma generale della funzione del consumo con WFI > 0: Ct = C[(ricchezza
totale)t].
L’interdipendenza tra consumo e aspettative genera due conseguenze sulla relazione tra consumo e reddito:
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1) Il consumo reagisce a variazioni del reddito corrente in modo meno che proporzionale infatti, gli individui
decidono quanto consumare sulla base del reddito corrente, ma anche del reddito futuro atteso, dunque se si riduce
il reddito corrente degli individui e l’economia sta attraversando una fase di recessione, gli individui sanno che le
recessioni solitamente durano circa un trimestre e ridurranno il proprio consumo in modo meno proporzionale
rispetto alla riduzione del loro reddito corrente (si aspettano che il reddito futuro atteso sia più alto), se invece gli
individui si aspettano una riduzione del consumo permanente, allora essi ridurranno il proprio consumo in maniera
proporzionale alla riduzione del proprio reddito.
2) Il consumo può variare anche se non varia il reddito corrente se il reddito corrente non varia, ma variano le
aspettative sul reddito futuro, ad esempio nel caso in cui viene eletto un leader politico carismatico che promette
un aumento dei redditi futuri, allora gli individui, aspettandosi redditi futuri più elevati, aumentano il proprio
consumo. Aspettative di una bassa crescita del reddito portano i consumatori a limitare il loro consumo attuale.
VINCOLI DI LIQUIDITÀ
Empiricamente, il consumo è più sensibile al reddito corrente, anche a sue variazioni transitorie, di quanto previsto
dalla teoria esposta sin qui. Tra le possibili spiegazioni:
1. Consumatori meno lungimiranti di quanto questa teoria suppone;
2. Esistenza di vincoli di liquidità un esempio di questo tipo di ulteriori vincoli cui può essere soggetta la scelta
del programma di consumi di almeno alcuni individui è C t ≤ (Yt – Tt) ad alcuni individui è preclusa la
possibilità di prendere a prestito, per cui essi possono al più consumare il loro reddito
disponibile corrente
Questo rende questi soggetti più sensibili a variazioni del reddito disponibile un aumento
transitorio del reddito corrente può, se il vincolo continua ad essere stringente, tradursi in
un aumento di pari ammontare del consumo corrente
Un aumento atteso del reddito futuro può non causare alcuna variazione del consumo
corrente, se il consumatore è soggetto a vincoli di liquidità
Queste considerazioni conducono alla seguente funzione del consumo Ct = C [(ricchezza totale)t, (Yt-Tt)]
INVESTIMENTI E ASPETTATIVE
Le decisioni di investimento, così come le decisioni di consumo, dipendono, oltre che dal tasso di interesse e alle
vendite correnti, anche da altri fattori tra cui le aspettative sul futuro. Un’impresa, per calcolare la convenienza di un
investimento deve calcolare il valore attuale dei profitti che si aspetta di ottenere dal bene di investimento e
confrontarlo con il costo di acquisito di tale bene. Se il valore attuale eccede il costo conviene investire, altrimenti non
conviene investire.
A seguito di un aumento di r diventa più conveniente risparmiare e quindi si ricuce il consumo corrente, ma può
avvenire anche al contrario. La dipendenza della domanda aggregata al tasso di interesse deve essere catturata quindi
non dal consumo ma dall’investimento (empiricamente la reazione del consumo a variazioni di r è inferiore rispetto
alla variazione causata nell’investimento).
Ora la funzione di investimento dipende anche dal tasso reale atteso e al reddito disponibile
Quanto maggiore è il valore attuale, tanto maggiore è l’incentivo alle aziende ad investire è necessario capire le
determinati dei profitti derivanti dall’acquisito di un bene di investimento
Deprezzamento per calcolare il valore attuale dei profitti attesi è necessario stimare la durata della vita utile del
macchinario. Assumiamo che un macchinario perda la sua utilità ad un tasso δ ogni anno un macchinario nuovo,
vale quest’anno (1 – δ) macchinari l’anno prossimo e (1- δ) 2 l’anno dopo ancora.
[ δ = tasso di deprezzamento del capitale: mura quanta efficacia viene persa dal macchinario di anno in anno]
Supponiamo che, se acquistato al tempo t, il macchinario:
Possa essere impiegato, e inizi a generare prodotti, a partire dal tempo t + 1 in quanto per essere installato ed
iniziare a produrre occorre del tempo.
I profitti che genera il macchinario sono indicati con Π e i profitti attesi del macchinario Π et+1
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1+r
(¿¿ t )
Il valore attuale nell’anno t dei prodotti attesi per l’anno t+1 è V(Πet) =
Π et +1
¿
Si deprezzi ad un tasso δ (0, 1) per periodo a causa del deprezzamento, solo (1- δ) del macchinario
acquistato nel tempo t rimarrà nell’anno t+2per essere mantenuti in efficienza ci devono essere dei costi,
proporzionali al tasso di deprezzamento del capitale per cui i profitti attesi sono uguali a (1- δ) Πet+1
1+r
e
(¿¿ t)(1+r t+1 )
e
E il valore attuale dei profitti attesi è pari a V(Π t) =
e
(1−δ ) Π t +1
¿
Lo stesso ragionamento deve essere fatto per gli anni successivi, dunque da queste ipotesi segue che V(Π et) può
1+r
1+r
e
(¿ ¿t )(1+r t +1)+…
essere scritto come segue: V(Πet) =
(1−δ) Π et +1
(¿¿ t)+
¿
e
Π t +1
¿
Dove Πet = profitti attesi per unità di capitale (per macchinario) in termini reali.
Funzione di investimento It=I[V(Πet)] l’investimento dipende positivamente dal valore attuale dei profitti futuri
(per unità di capitale) Quanto più elevati sono i profitti correnti o atteso e quanto più piccolo è il tasso di interesse
reale corrente o atteso, tanto maggiore sarà il livello di investimento.
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ASPETTATIVE E POLITICHE ECONOMICHE
Questo modello biperiodale (modello intertemporale semplificato a solo due periodi) ci servirà per comprendere gli
effetti di una politica monetaria espansiva solo nel presente ma non nel futuro e gli effetti dell’annuncio che la BC
domani aumenterà i tassi di interesse.
Le aspettative incidono sulle decisioni correnti, sia direttamente, che attraverso il prezzo delle attività finanziarie:
Un aumento del reddito da lavoro reale al netto delle imposte corrente e futuro attero e/o una riduzione dei tassi di
interesse correnti e futuri attesi produce un aumento della ricchezza umana (il valore attuale scontato atteso del
reddito reale da lavoro al netto delle imposte) che a sua volta conduce ad un aumento del consumo.
Un aumento dei dividendi reali correnti e futuri attesi e/o una riduzione nel livello corrente e futuro atteso dei tassi
di interesse reale produce un aumento del prezzo delle azioni, che conduce ad un aumento della ricchezza non
umana e a sua volta un aumento dei livelli di consumo.
Una riduzione dei tassi di interesse nominali correnti e futuri attesi conduce ad un aumento del prezzo delle
obbligazioni che produce ad un aumento della ricchezza non umana e quindi del consumo.
Un aumento del livello corrente e futuro atteso dei profitti reali al netto delle imposte e/o una riduzione dei tassi di
interesse reali correnti e futuri attesi fa aumentare il valore atteso dei profitti reali e quindi aumenta
l’investimento.
Ipotesi:
Solo due periodi: presente e futuro
X = valore corrente della generica variabile generica X e X’= valore futuro della generica variabile X
I prezzi sono costanti t= et+1 = 0 r = i
Ignoreremo il premio al rischio r cosicché il tasso sui prestiti e tasso reale r coincidono
Gli individui hanno aspettative razionali fanno un uso efficiente di tutte le informazioni disponibili
Disegneremo un modello IS-LM che comprende due grafici:
1. Uno in cui figurano le curve per il periodo futuro IS’ e LM’ la loro intersezione dà la coppia reddito futuro –
tasso di interesse futuro di equilibrio
2. Uno in cui figurano le curve per il periodo corrente IS LM la loro intersezione dà la coppia reddito corrente –
tasso di interesse corrente di equilibrio
La IS varia in quanto il consumo non dipende solo dal reddito corrente e l’investimento non dipende solo dal livello di
produzione e dal tasso di interesse reale correnti
Il futuro: La IS per il futuro comprende solo variabili contemporanee (X’), visto che questo è l’ultimo periodo (non
figurano i valori arresi delle variabili in periodi successivi)
Spesa privata aggregata: A(Y, T, r) = C (Y-T) + I(Y, r + x)
1. È una funzione crescente del reddito Y: un maggior reddito (maggiore produzione) fa aumentare il consumo e
l’investimento.
2. È una funzione decrescente delle imposte T: un maggior livello delle imposte implica un minor livello di consumo
3. È una funzione decrescente del tasso di policy reale r: un maggior tasso di policy reale riduce l’investimento
Il periodo corrente: Ora la IS deve comprendere anche le aspettative sul periodo futuro, in particolare la spesa
privata:
1. Aumenta se aumenta Y o Y’e
2. Si riduce se aumenta T e T’e
3. Si riduce se aumenta r o r’e
La LM riflette il fatto che la domanda di moneta è influenzata solo da variabili temporanee
La nuova curva IS è inclinata negativamente in quanto una riduzione del tasso di policy reale corrente conduce ad un
aumento della produzione, tuttavia la IS è molto più inclinata della IS che avevamo disegnato considerando solo il
presente a parità di condizioni, un decremento nel livello del tasso di policy corrente, genera un piccolo effetto
sulla produzione di equilibrio.
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L’effetto di una riduzione del tasso di interesse dipende dall’ampiezza di due effetti:
Una riduzione del tasso di policy reale corrente, a parità di aspettative circa il suo livello futuro atteso, non
produrrà un effetto rilevante sulla spesa privata una variazione del solo valore corrente del tasso di interesse
reale non genera un’ampia variazione nei valori attuali e quindi non produce un effetto rilevante sulla spesa
Il moltiplicatore è probabilmente piccolo dipenda dall’ampiezza dell’effetto che una variazione nel reddito
(produzione) corrente esercita sul livello di spesa. Tuttavia, è improbabile che un cambiamento nel reddito
corrente a parità di aspettative circa il futuro, produca un effetto consistente sulla spesa.
Quando non ci si aspetta che variazioni del reddito non perdurino, l’effetto sul consumo e sull’investimento è
limitato.
I fattori che possono dare luogo a spostamenti della IS sono:
1- Variazioni di Y e r oggi
2- Variazioni di G e di T oggi o nel futuro
3- Una riduzione del valore atteso del tasso di interesse r’e (un suo
aumento fa spostare la IS verso destra) l’investimento
aumenta, perché aumenta il valore attuale di ogni dato flusso dei
valori attesi (perché stimato considerando che il consumo
indipendente da r, se no varierebbe anche il consumo)
4- Un aumento del valore atteso del reddito atteso nel futuro Y’e che fa aumentare la ricchezza umana di un
individuo e quindi gli individui fin da adesso consumano di più (consumption smoothing) quando aumenta il
reddito futuro atteso, oggi, a parità di r le imprese avranno un incentivo ad investire perché aumenta il valore
attuale dei profitti attesi da un investimento e quindi aumentano gli investimenti oggi, inoltre per ogni r oggi il
consumo di oggi aumenta.
Politica monetaria momentaneamente espansiva. M > 0 M’ = 0
Si parte sempre dal grafico del periodo futuro perché oggi gli individui basano le proprie scelte su quello che si
aspettano del futuro. (in questo caso M > 0 non provoca cambiamenti nel futuro)
Oggi un aumento dell’offerta di moneta fa spostare la LM verso il basso, quindi il tasso di interesse reale scelto dalla
BC è inferiore uno shock di politica monetaria limitato nel presente produce gli stessi effetti che produce in un
modello statico.
La curva dei rendimenti: ci sono solo titoli ad 1 anno e titoli a 2 anni, i tassi a breve su questi tioli, che inizialmente
abbiamo ipotizzato essere costanti e uguali tra di loro, allora il tasso a lunga (che è la media dei due tassi a breve)
sarà uguale al valore comune che i tassi a breve assumono nei due periodi inizialmente la curva dei rendimenti è
piatta.
Quando la BC abbassa oggi i tassi, la nuova curva dei rendimenti congiungerà il rendimento a breve oggi dei titoli ad
1 anno, ovvero il nuovo tasso scelto dalla BC (inferiore a quello precedente) con la media tra il nuovo tasso corrente e
il tasso a breve futuro che è invariato (tale media sarà superiore al valore del nuovo tasso a breve, ma inferiore del
tasso che vigeva prima della politica della BC) dunque la nuova curva dei rendimenti sarà inclinata positivamente,
ma sarà al di sotto della curva dei rendimenti precedente.
Il nuovo tasso a lunga sarà ½ r
Se la banca centrale annuncia oggi una politica monetaria espansiva in futuro M = 0
M’ > 0
Si deve iniziare dal secondo grafico, quello relativo al futuro. La LM’ si sposta verso il basso e l’equilibrio si sposta
in corrispondenza di un punto in cui il tasso è interiore e il reddito di equilibrio aumenta
Gli individui guardano al periodo futuro e sulla base di ciò che accade domani, rivedono le scelte sul presente.
A parità di tutto il resto, Per via dell’aumento del reddito futuro atteso, aumenterà oggi sia il consumo che
l’investimento, e per via della riduzione del tasso di interesse, l’investimento aumenta ulteriormente oggi quindi la
IS del periodo corrente si sposta verso destra.
Cambiamenti nella curva dei rendimenti inizialmente la curva dei rendimenti è piatta r 1 = r2 tassi a breve uguali
ai tassi a lunga. In seguito, un espansone monetaria i tassi a breve non cambiano mentre i tassi a lunga si riducono
metà della riduzione del tasso a breve atteso nel futuro perciò la curva dei rendimenti sarà inclinata negativamente
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La BC sa che non può influire sul livello naturale di produzione, se annuncia una riduzione dei tassi futuri, sta
annunciando che reputa opportuna una politica espansiva per contrastare uno shock avverso atteso in futuro.
Politica monetaria è permanentemente espansiva M = M’ > 0
Nel periodo futuro la LM’ si sposta verso il basso, nel nuovo equilibrio. Il tasso di interesse è inferiore e il reddito di
equilibrio è superiore.
Nel periodo corrente, oggi la LM si sposta verso il basso a causa della decisione della BC di condurre anche nel
presente una politica fiscale espansiva, ma si sposta anche verso destra la IS a causa del fatto che gli individui si
aspettano un aumento del reddito futuro dovuto al fatto che la BC condurrà una politica monetaria espansiva anche nel
futuro, dunque gli individui consumeranno di più e le imprese investiranno di più (gli investimenti aumentano sia
perché aumenta la produzione, sia perché si riducono i tassi di interesse) in corrispondenza del nuovo equilibrio il
tasso si è ridotto e la produzione è aumentata più di quanto aumenterebbe se la politica monetaria espansiva fosse solo
temporanea.
Impatto sulla curva dei rendimenti inizialmente è piatta, in seguito all’espansione monetaria permanente la curva
dei rendimenti si sposta parallelamente verso il basso della stessa misura di cui si riducono i tassi a breve (i tassi a
breve vengono ridotti della stessa misura in entrambi i periodi) e la curva dei rendimenti continua ad essere piatta.
Politica fiscale permanentemente restrittiva T = T’ > 0
Nel futuro la IS’ si sposta verso sinistra e in corrispondenza del nuovo equilibrio il tasso di interesse rimane lo
stesso e la produzione si riduce.
Nel periodo corrente:
1. L’aumento oggi delle imposte fa ridurre, a parità di reddito, il reddito disponibile, quindi si riduce il consumo,
2. A causa dell’aumento delle imposte futuro, a parità di reddito futuro, si riducono le aspettative sul reddito
disponibile futuro e ciò porta ad una riduzione del consumo.
3. La riduzione del reddito di equilibrio futuro comporta un ulteriore riduzione del consumo ed una riduzione
dell’investimento e le imprese decidono di investire di meno (nel futuro ci sarà meno reddito, meno domanda
e quindi meno profitti) una stretta fiscale permanente fa spostare IS verso sinistra e l’economia entra in
recessione.
Se un individuo può dare e prendere a prestito, varierà la propria scelta di consumo solo se varia la sua ricchezza
totale: per una ricollocazione delle imposte la ricchezza potrebbe non variare
Se la politica fiscale permanentemente restrittiva è accompagnata da una politica monetaria espansiva nel futuro, per
evitare la recessione futura nel futuro la LM’ si sposta verso il basso e il tasso si riduce, nulla si può dire sul reddito
di equilibrio in quanto una sua riduzione o aumento dipende dall’entità delle due politiche (può aumentare, diminuire
o restare invariata)
Nel periodo corrente gli individui si aspettano tassi a breve domani più bassi, questo tende a stimolare oggi la
domanda di investimenti e a spostare la IS verso destra, dunque lo spostamento della IS non è più univoco, la IS
complessivamente potrebbe portarsi a destra a causa della riduzione del tasso di interesse o a sinistra a causa di un
aumento delle imposte, oppure le due manovre potrebbero compensarsi e non produrre alcun effetto sulla IS oggi
Dato che l’economia è oggi (e sarà in futuro) in una situazione di Z.L.B la BC non può fare nulla per evitare una
recessione futura è irrealizzabile la politica espansiva della BC che impedisce al reddito futuro di non variare e che
stimola la domanda di investimenti oggi.
Gli effetti di una politica monetaria dipendono in modo cruciale dal suo effetto sulle aspettative:
Se un’espansione monetaria spinge gli investitori a finanziari, le imprese ed i consumatori a rivedere le proprie
aspettative circa i tassi di interesse reali e la produzione futura, allora gli effetti di tale politica sulla produzione
potrebbero essere grandi
Se le aspettative rimangono invariate gli effetti dell’espansione monetaria saranno limitati (data la ripidità della
IS infatti una riduzione del tasso di interesse provoca un aumento minimo della produzione)
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L’ECONOMIA APERTA: IL MERCATO DEI BENI
La bilancia dei pagamenti Registra tutte le transazioni commerciali e finanziarie dei residenti di un paese con i
residenti del resto del mondo che hanno luogo in un arco di tempo (tipicamente l’anno. Comprende due conti
principali:
1) Il conto corrente: (anche detto partite correnti), in cui vengono contabilizzate le transazioni aventi ad oggetto
beni, servizi, redditi (da lavoro, da capitale) e trasferimenti unilaterali. Le vendite all’estero di beni e servizi e i
redditi dei lavoratori italiani all’estero sono registrate con segno +, gli acquisti dall’estero e le rimesse che i
lavoratori stranieri mandano a nel oro paese con segno –
Delle varie transazioni registrate nel conto corrente consideriamo esclusivamente quelle che originano
dall’interscambio di beni e servizi, in particolare ignoreremo redditi e trasferimenti.
Identificheremo perciò il saldo del conto corrente con la differenza tra esportazioni ed importazioni, ovvero le
esportazioni nette NX (net export) saldo conto corrente = X – IM = NX
Disavanzi del conto corrente rilevanti sono preoccupanti, il motivo si capisce guardando il conto finanziario.
2) Il conto finanziario (movimento di capitale) Le esportazioni e le importazioni non sono l’unica fonte di
pagamenti da e verso il mondo, i residenti ricevono redditi da investimento dalle attività finanziarie estere che
possiedono e i cittadini residenti all’esteri ricevono redditi da investimento dalle attività finanziarie domestiche
incluse nel proprio portafoglio. Nel conto finanziario vengono registrate le attività finanziarie, un saldo positivo
(negativo) indica acquisizioni nette di attività (passività) sull’estero e le attività nazionali all’estero sono
aumentate (ridotte). Le voci principali del conto finanziario sono:
- Investimenti di portafoglio
- Investimenti diretti
- Variazioni di riserve ufficiali (∆RU), ossia delle attività/passività sull’estero della Banca Centrale
Quello che capita a questi due conti è correlato: un segno positivo in un conto si accompagna ad un segno positivo
sull’altro conto. Conto corrente in attivo: paese che sta dando a prestito al resto del mondo, conto corrente in passivo:
paese che sta prendendo a prestito dal resto del mondo disavanzi persistenti sono pericolosi: se un paese continua a
prendere a prestito da altri paesi ci possono essere dei problemi e delle ripercussioni sull’economia mondiale.
Una possibile misura del grado di apertura dell’economia di un Paese è osservare i livelli delle esportazioni
La prima grandezza a cui guardare è il prezzo relativo dei prezzi prodotti all’interno di un paese e del prezzo relativo
dei prodotti all’esterno del paese. Se il prezzo relativo dei beni prodotti domesticamente è elevato (più elevato di
quello estero) allora le esportazioni calano. In un’economia aperta parte dei beni che produce uno stato sono esportati,
e parte dei prodotti acquistati sono prodotti all’estero.
La scelta tra beni nazionali e beni esteri è compiuta considerando:
1) livello generale dei prezzi nazionali P: è il deflatore del PIL, che è per definizione l’indice dei prezzi dei beni e
dei servizi finali prodotti in un’economia.
2) livello generale dei prezzi all’estero P*: prezzo di beni o servizi prodotti all’estero (l’asterisco d’ora in poi
denoterà una grandezza relativa ad un paese estero) è il deflatore del PIL del paese estero.
3) tasso di cambio nominale E: numero di unità di valuta estera necessarie per acquistare una unità di valuta
nazionale. I prezzi domestici e i prezzi esteri sono espressi in valute diverse, quindi E è necessario.
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TASSO DI CAMBIO NOMINALE (E)
Def 1: il tasso di cambio nominale è il prezzo della moneta nazionale in termini della moneta estera.
Es. E€/$ numero di dollari per euro definizione che useremo d’ora in avanti.
Def 2: il tasso di cambio nominale numero di unità di valuta nazionale necessarie per acquistare una unità di valuta
estera (e quindi come prezzo della moneta estera in termini di moneta nazionale).
Es. E€/$ numero di euro per dollaro.
Sono due definizioni sono strettamente correlate tra di loro E€/$ = 1/ E$/€
Il mercato dei cambi mondiale è enorme, è il mercato più grande ed è sempre aperto quindi è difficile che le Banche
Centrali riescano ad influenzarlo per più di un breve periodo.
Ci sono due principali regimi del tasso di cambio:
Cambi flessibili il tasso di cambio è lasciato libero di variare in risposta a variazioni della domanda e
dell’offerta di valuta nel mercato dei cambi.
Cambi fissi la BC interviene, acquistando o vendendo valuta, nel mercato dei cambi per mantenere E ad un
livello prefissato E
Attualmente in Europa, così come in tutti i paesi avanzati, siamo in un regime di cambi flessibili.
Variazioni del tasso di cambio nominale
E nel regime dei cambi flessibili prende il nome di apprezzamento e nel regime dei cambi fissi rivalutazione
Aumenta il prezzo della moneta nazionale in termini di moneta estera: ci vogliono più dollari per comprare euro,
l’euro è più forte.
E nel regime dei cambi flessibili prende il nome di deprezzamento e nel regime dei cambi fissi svalutazione Si
riduce il prezzo della moneta nazionale in termini di moneta estera: ci vogliono meno dollari per comprare euro,
l’euro è più debole.
Nel caso di cambi fissi le rivalutazioni e le svalutazioni sono decisioni delle BC sulla scelta di un nuovo E la scelta
di una nuova parità e di rivalutare il cambio.
TASSO DI CAMBIO REALE (ε)
La decisione se acquistare beni domestici o beni esteri (e quindi il saldo
delle esportazioni nette) non dipende però dal valore di E, ma piuttosto
dal livello assunto da un altro concetto di tasso di cambio reale
Il tasso di cambio reale è ottenuto moltiplicando il livello dei prezzi
nazionali per il tasso di cambio nominale e poi dividendo per il livello
dei prezzi esteri.
Al numeratore e al denominatore ho quindi il prezzo nella stessa valuta (quella straniera) e quindi il prezzo relativo dei
beni nazionali in termini di beni esteri.
N.B. Il tasso di cambio reale è un numero indice: il suo livello è arbitrario e quindi non informativo poiché i deflatori
del PIL usati per costruire il tasso di cambio reale sono essi stessi dei numeri indice. Per avere un valore informativo è
necessario calcolare il tasso di variazione del tasso di cambio reale.
Variazioni del tasso di cambio reale in regime di cambi flessibile
ε apprezzamento reale è un aumento del prezzo relativo dei beni nazionali in termini di beni esteri e
determina una perdita di competitività, può essere dovuto ad un apprezzamento nominale, ma anche a aumenti nei
prezzi domestici P o riduzioni dei prezzi esteri P*
ε deprezzamento reale che determina un aumento di competitività, può essere dovuto ad un deprezzamento
nominale, ma anche a riduzioni dei prezzi domestici P o aumenti dei prezzi esteri P*
È possibile avere un apprezzamento reale senza un apprezzamento nominale e viceversa, anche se a dominare le
variazioni di ε nel tempo sono state le variazioni del cambio nominale E, ε ed E si muovono prevalentemente insieme
il rapporto P/P* è rimasto costante nel tempo.
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Dai tassi di cambio bilaterali ai tassi di cambio multilaterali:
Infine, come nel caso del tasso di cambio nominale, oltre al tasso di cambio reale bilaterale appena visto, dato che un
paese commercia con più di un altro paese, può essere calcolato un tasso di cambio reale multilaterale, o effettivo,
ovvero il tasso di cambio tra più di due paesi.
Ad esempio, commercio tra Eurozona e Regno unito: con il tasso di cambio reale effettivo assegniamo a ciascun paese
un peso che tenga conto non solo di quanto l’Eurozona commercia con questo paese, ma anche di quanto questo paese
compete con l’Eurozona negli altri paesi.
Le quantità esportate da una nazione sono una funzione di ε e di Y*: X = X(ε, Y*)
Quando ε le quantità esportate ad una nazione si riducono X gli individui di un paese esterno hanno meno
incentivi ad aumentare la loro domanda di beni del nostro paese. A parità di reddito, un apprezzamento si traduce
in una riduzione delle esportazioni (i nostri beni sono relativamente più cari di quelli esteri)
Quando Y* in un’economia aperta, parte della domanda estera aggiuntiva si traduce in una maggiore domanda
di beni esportati. X
Le quantità importate di una nazione sono una funzione di ε e di Y: IM = IM(ε, Y)
Quando ε le quantità importate da una nazione aumentano IM gli individui hanno un incentivo ad aumentare
la loro domanda all’estero e a ridurre la loro domanda di beni domestiche. A parità di reddito, un apprezzamento si
traduce in un aumento delle importazioniun aumento del tasso di cambio reale significa che aumenta il prezzo
dei beni nazionali in termini di beni esteri, quindi i beni esteri costano relativamente meno dei beni nazionali e
questo porta ad un aumento delle importazioni.
Quando Y IM in un’economia chiusa tutta la domanda aggiuntiva che consegue l’aumento del reddito si riversa
sui beni prodotti domesticamente, ma in un’economia aperta, parte della domanda aggiuntiva si riversa su beni
importati
CONDIZIONE DI EQUILIBRIO NEL MERCATO DEI BENI
In un’economia chiusa era Y= C + G + I che in termini nominali diventa €Y= €C + €G + €I ovvero PY= PC + PG +
PI
In un’economia aperta è necessario aggiungere le esportazioni e ridurre le importazioni.
Il valore delle importazioni deve essere convertito in euro, dunque IM deve essere moltiplicato per 1/ε, trasformando
così il valore delle importazioni da dollari in euro.
1/ε : prezzo relativo dei beni esteri in termini di beni nazionali.
Condizione di equilibrio in un’economia aperta Y= C + I+ G + X – P*/EP ∙ IM = C + I + G + X – 1/ε
∙ IM
N.B. ε = EP/P* (cosicché un aumento di ε implica una perdita di
competitività, mentre una sua riduzione fa aumentare rende la
competitività prezzo della produzione nazionale).
r I Y Un aumento del tasso di interesse reale genera una riduzione della spesa per gli investimenti e una
riduzione della domanda di beni nazionali che, attraverso il moltiplicatore, porta alla riduzione della produzione
ε X NX Y Un aumento del tasso di cambio reale porta ad uno spostamento della domanda in favore dei beni
esteri e quindi un calo delle esportazioni nette, questo fa diminuire la domanda di beni nazionali e quindi,
attraverso l’effetto del moltiplicatore fa ridurre la produzione.
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Determinazione grafica dell’equilibrio:
Il grafico necessario per determinare l’equilibrio in un’economia aperta è una derivazione della croce Keynesiana
Asse X: produzione Asse Y: Domanda Z
Offerta dei beni: retta con pendenza positiva
Per derivare graficamente l’equilibrio nel mercato dei beni è utile considerare 3 curve:
1) Domanda nazionale di beni (DD) C+G+I ed è la stessa curva che
avevamo in un’economia chiusa
2) Domanda interna di beni (AA) C+I+G - 1/ε ∙ IM è una curva al di sotto della
DD ed è più piatta della DD infatti un aumento del reddito fa aumentare di meno la
domanda interna di beni rispetto al caso di un economia chiusa in quanto parte della
domanda aggiuntiva è destinata a beni esteri perché le quantità importate
dipendono positivamente dal reddito (produzione) più Y è alto, più sono elevate le
importazioni.
3) Domanda di beni nazionali (ZZ) C + I + G + X – 1/ε ∙ IM è parallela alla AA
e giace sopra la AA in quanto aggiunge le importazioni non cambia inclinazione per le
esportazioni la domanda dipendono dal reddito estero Y* e il reddito nazionale Y non influenza le esportazioni. La ZZ
è inclinata positivamente con pendenza minore di 1.
YTB valore critico del reddito quando Y = YTB la DD e la ZZ si intersecano Il conto corrente è in pareggio, le
esportazioni nette devono quindi essere nulle e X – 1/ε ∙ IM deve essere pari a zero.
Segno delle esportazioni nette è dato dalla distanza verticale tra ZZ e DD se la ZZ è al di sopra della DD le
importazioni nette sono positive, se la ZZ è al di sotto della DD le importazioni nette sono negative e c’è un disavanzo
nell’interscambio tra nazioni e questo disavanzo aumenta all’aumentare di Y in quanto all’aumentare di Y non
aumenta
Questo grafico ci da informazioni sulle esportazioni nette per ogni livello di produzione.
Su un secondo grafico, possiamo rappresentare la retta che rappresenta le esportazioni nette ha una pendenza negativa,
interseca l’asse delle ascisse in corrispondenza di Y TB se il reddito è Y= Y0 < YTB le esportazioni nette hanno un
segno positivo e quindi c’è avanzo commerciale, mentre se Y > YTB le esportazioni nette hanno segno negativo e
quindi c’è disavanzo commerciale.
Se Y* aumenta per ogni dato Y le esportazioni nette aumentano, nel grafico inferiore la retta delle esportazioni nette si
sposta verso l’alto.
Il grafico ci consente sia di determinare il segno di NX, ma anche di determinare graficamente il reddito di
equilibrio: si guarda tra la retta a 45° (offerta di beni) e la ZZ.
Se la DD e la ZZ si intersecano al di sopra dell’intersezione tra ZZ e la retta a 45° il reddito attuale sarà maggiore
del reddito di equilibrio e quindi mi troverò in presenza di uno stato in avanzo commerciale.
Se la ZZ giace al di sopra della DD e quindi se la DD e la ZZ si intersecano al di sotto dell’intersezione tra la ZZ e
la retta a 45°, YEQ<YTB e saremo in una situazione di disavanzo di bilancio
Se ZZ DD e la retta a 45° si intersecano nello stesso punto le esportazioni nette sonio pari a zero e abbiamo
YEQ=YTB assumiamo questa come condizione iniziale di equilibrio.
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UNA POLITICA FISCALE ESPANSIVA
Un paese si trova in equilibrio con un saldo nullo delle esportazioni nette.
Se aumenta la spesa pubblica sia la ZZ che la DD si spostano verso l’alto della stessa misura di cui aumenta G e
quindi continueranno ad intersecarsi per lo stesso livello di reddito Y, quindi Y TB non cambia, nel grafico di sotto non
succede nulla, in quanto le importazioni nette non dipendono da G e quindi continueranno ad intersecare per lo stesso
livello di reddito YTB.
Una politica fiscale espansiva:
Fa aumentare il reddito di equilibrio YEQ l’incremento del reddito disponibile è maggiore di G a causa del
moltiplicatore, ma il reddito aumenta meno che in un’economia chiusa perché il moltiplicatore il moltiplicatore è
più piccolo e parte dell’aumento della domanda si riversa su beni prodotti all’estero. (tanto più la ZZ sarà piatta
tanto più è piccolo il moltiplicatore e quindi tanto meno sarà forte l’aumento del reddito di equilibrio)
Fa ridurre le esportazioni nette NX in quanto l ‘aumento di Y EQ fa aumentare le importazioni.
Consideriamo un economia chiusa, a parità di stimolo fiscale, la curva di domanda rilevante sarebbe la DD che si
sposta verso l’alto e nel nuovo equilibrio in un economia chiusa sarebbe la nuova intersezione tra la DD’ e la retta a
45° in un economia chiusa la politica fiscale ha più effetti che in un economia aperta in quanto parte di un aumento
della domanda ricade su beni prodotti all’estero e quindi aumentano sia il reddito domestico, che il reddito estero,
questo effetto sarà tanto più forte tanto più sensibili al reddito sono le importazioni e quindi quanto più un paese è
aperto alle importazioni.
Le esportazioni e le importazioni dovrebbero dipendere anche dal tasso di cambio reale ε, ma in questo caso lo
consideriamo costante e pari a 1.
Reddito di equilibrio: Y= C + G + I + X – 1/ε IM
Y= c0+c1(Y-T) +G + I + d1Y – d2i + x1Y* - q1Y
Dove x1 e q1 sono rispettivamente la sensibilità delle importazioni e delle esportazioni reddito a variazioni del reddito.
YEQ= c0-c1T +G + I– d2i + x1Y* / [1- (c1 + d1) + q1]
Dove [1- (c1 + d1) + q1] è il moltiplicatore di economia aperta e (c1 + d1)<1
N.B. [1- (c1 + d1) + q1] < (1-c1) quindi un aumento del reddito fa aumentare di meno la domanda di beni di consumo e
di beni di investimento in quanto parte dell’aumento della domanda ricade su beni esteri e va ad aumentare le
importazioni di una frazione q1,
A seguito di uno stimolo fiscale, tanto più q1 è grande tanto meno aumenterà il reddito di equilibrio.
Le esportazioni nette inizialmente sono NX= x1Y* -q1YEQ, in seguito ad un aumento del reddito di equilibrio, le
importazioni aumentano quindi le esportazioni nette variano di NX= -q1YEQ
Un’economia che tende ad importare molto e quindi ha un q 1 molto alto, dovrà applicare un’economia molto
espansiva (che produce effetti negativi sul disavanzo pubblico) per produrre degli effetti significativi. Tanto più
un’economia è piccola, tanto più importa: quanto più un’economia è aperta, tanto minore sarà l’effetto di una politica
fiscale espansiva e tanto maggiore sarà l’effetto negativo sulla bilancia commerciale.
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UN AUMENTO DELLA DOMANDA ESTERA Y*
L’economia statunitense entra in espansione, quindi il reddito statunitense aumenta.
L’aumento di Y* comporta un aumento della domanda estera, parte della quale si riversa su i beni nazionali, dunque
assistiamo ad un aumento delle esportazioni domestiche X.
L’unica retta che si sposta nel grafico superiore è la ZZ che si sposta parallelamente verso l’alto di X.
La DD non varia in quanto Y* non influenza direttamente né il consumo, né l’investimento, né la spesa pubblica.
Il nuovo reddito di equilibrio, dato dall’intersezione tra ZZ’ e retta a 45°, aumenta le esportazioni nette aumentano
in quanto la distanza verticale tra la ZZ e la DD è positiva e questo disturbo fa aumentare il reddito di equilibrio e
migliorare le esportazioni nette del paese.
Nel grafico in basso la NX quando Y* aumenta, per ogni Y esporteremo di più e quindi si sposta parallelamente verso
destra e il livello di reddito critico aumenterà Y’ TB in corrispondenza del punto in cui nel grafico di sopra si
intersecano la ZZ e la DD.
Apparentemente c’è un’ambiguità sull’effetto sulle esportazioni nette, in quanto se aumenta il reddito estero e le
importazioni nette aumentano, allora aumenta anche il reddito domestico, che porta ad un aumento delle
importazioni le esportazioni nette aumentano meno di quando aumenterebbero se Y non aumentasse, ma in ogni
caso l’effetto positivo prevale e NX aumenta.
YEQ = x1Y*/ [1- (c1 + d1) + q1] > 0
NX= x1Y* -q1YEQ = x1Y - q1 * x1Y*/ [1- (c1 + d1) + q1] NX = x1Y* {1- (c1 + d1)/ [1- (c1 + d1) + q1]}
In cui sia x1Y* che{1- (c1 + d1)/ [1- (c1 + d1) + q1 ]} sono positivi positivo e quindi l’effetto complessivo sulle
esportazioni nette è positivo l’espansione di un paese estero traina l’economia di un altro paese: effetto locomotiva
GIOCHI STRATEGICI TRA PAESI
Paesi cercano di evitare di incorrere in disavanzi commerciali, soprattutto se ampi e protratti nel tempo ( crescita
dell’indebitamento con l’estero)
I paesi che subiscono fasi di rallentamento/recessione economica dovrebbero coordinare le loro politiche fiscali,
espandendo contemporaneamente se tutti i paesi fanno si mettono d’accordo per fare ricorso ad una politica fiscale
espansiva, aumenterebbe sia il reddito domestico che quello estero senza aumentare il disavanzo commerciale.
L’aumento del reddito estero finisce per far aumentare il reddito domestico, il quale aumenta anche a causa della
politica fiscale espansiva domestica questo fa si che l’effetto sulle esportazioni nette sia trascurabile
Ciascun paese ha però un incentivo a rinnegare la promessa di partecipare all’espansione coordinata della politica
fiscale
i paesi sono incentivati a non aumentare G in quanto se gli altri paesi aumentano G c’è comunque un effetto
positivo sul reddito. I
l risultato è che nessun paese aumenta G, nessuno espande e la ripresa è affidata ad un aumento della domanda estera,
piuttosto che essere accelerata da uno stimolo a quella interna c’è il rischio che queste economie finiscano in un
equilibrio sub-ottimale free riding: dilemma del prigioniero.
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DEPREZZAMENTO ε
Corrisponde ad un aumento della competitività, tuttavia una riduzione di ε non necessariamente aumenta le
esportazioni nette nel breve termine
LA CONDIZIONE DI MARSHALL-LERNER:
In un sistema di cambi flessibili, la causa di un
deprezzamento ε non è chiara. Le esportazioni nette:
Effetto quantità 1: ε fa aumentare la competitività in quanto fa ridurre il prezzo dei beni domestici rispetto a
quelli esteri e quindi aumentano le quantità esportare X NX
Effetto quantità 2: Le importazioni si riducono in quanto il prezzo dei beni esteri è relativamente superiore del
prezzo dei beni domestici IM NX
Effetto prezzo: Se ε allora 1/ ε aumenta e quindi le esportazioni nette tendono a peggiorare1/ ε IM/ε NX
aumenta il prezzo dei beni esteri in termini di beni nazionali, rendendo più costoso importare la stessa quantità
di beni IM
Se questo effetto prevale sui primi due, allora un deprezzamento reale finisce per essere associata ad un
peggioramento delle esportazioni nette.
Se ε è dovuto a E e quindi ad un deprezzamento nominale, in € i beni prodotti all’estero costeranno di più e
quindi si riducono le esportazioni nette per date quantità esportate ed importate un deprezzamento reale
L’effetto di variazioni di ε su NX dipende dalla sensibilità di X e IM a ε
Tanto più le importazioni e le esportazioni sono sensibili a ε tanto più l’effetto quantità è elevato e prevale
sull’effetto prezzo e NX aumenta. C’è un miglioramento del saldo dei conti di un paese verso l’estero.
Se le importazioni e le importazioni fossero insensibili a ε allora prevale l’effetto prezzo e NX si riduce
Se la condizione di Marshall-Lerner è verificata, i primi due effetti prevalgono sul terzo e quindi
Quindi posso scrivere le esportazioni nette come una funzione che dipende negativamente dal tasso di
cambio reale ε. L’effetto sul grafico è che la ZZ si sposta verso l’alto.
Se la condizione di Marshall-Lerner è verificata ε NX per ogni dato livello di Y
Il miglioramento di NX dovuto al deprezzamento del cambio avrà gli stessi effetti di un miglioramento di NX causato
da Y* già esaminato, in particolare YEQ e NX.
Se vale la condizione di Marshall-Lerner e l’economia non viene colpita da altri shock,
nel lungo periodo le importazioni nette aumentano, tuttavia a causa della lenta reazione
delle quantità importate ed esportate ad una variazione del prezzo relativo ε, e per via
del fatto che le quantità esportate ed importate oggi possono essere state decise nel
passato, nel breve periodo è possibile che un deprezzamento peggiori, anziché
migliorare, la bilancia commerciale curva J
Nel breve periodo la condizione di Marshall-Lerner non vale e si può assistere ad una riduzione delle importazioni
nette. Inizialmente le importazioni nette sono nulle, in seguito si riducono e nel corso del tempo iniziano ad
aumentare, tornano a zero e poi continua a crescere.
N.B. Nel seguito, supporremo che la condizione di Marshall-Lerner sia sempre verificata.
N.B. Gli effetti di un deprezzamento reale sono molto simili a quelli di un aumento della produzione estera
Gli effetti di un deprezzamento reale:
Finora abbiamo considerato gli effetti diretti di un deprezzamento sulla bilancia commerciale e quindi gli effetti di un
deprezzamento a parità di produzione sia nazionale che estera, tuttavia un deprezzamento e un aumento delle
esportazioni nette, fa variare anche la produzione nazionale e questo influenza ulteriormente le esportazioni nette.
Il deprezzamento provoca un aumento della domanda, sia esterna che interna, dei beni nazionali. Questo a sua volta
genera un aumento della produzione e un miglioramento della bilancia commerciale.
Tuttavia, un deprezzamento rende i beni esteri relativamente più costosi quindi dato il loro reddito, gli individui, che
ora spendono di più per acquistare beni esteri, vedono ridotto il loro tenore di vita.
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COMBINAZIONI DI POLITICHE FISCALI E DI CAMBIO
Nella misura in cui i governi si preoccupano sia del livello di produzione che della bilancia commerciale, essi devono
usare la politica fiscale insieme alla politica del tasso di cambio.
La politica fiscale e la politica di cambio sono gli strumenti a disposizione del governo per variare Y o NXavere due
strumenti e non uno è meglio perché in un’economia aperta ci sono due obbiettivi, uno in termini di reddito e l’altro
in termini di esportazioni nette. Per centrare n obbiettivi sono necessari n strumenti.
1- Le autorità vogliono aumentare sia Y che NX:
Si può usare solo uno strumento: la politica di cambio in quanto se si
riesce a generare un deprezzamento reale sia il reddito di equilibrio che le
importazioni nette aumentano senza aumentare il disavanzo pubblico.
Tuttavia, il deprezzamento potrebbe non riuscire a generare un incremento
sufficiente della produzione e a eliminare il disavanzo commerciale e
quindi il governo potrebbe avere bisogno di accompagnare il
deprezzamento con una politica fiscale espansiva.
2- Le autorità vogliono aumentare NX e ridurre Y:
Applicano un deprezzamento del cambio reale che fa aumentare sia NX che Y, ma applicano una politica fiscale
restrittiva che riduce Y più di quanto sia aumentata a causa del deprezzamento.
3- Le autorità vogliono aumentare NX e mantenere invariato Y:
Un deprezzamento del cambio reale comporta uno spostamento sia della ZZ che della NX (grafico in basso) verso
l’alto e nel nuovo equilibrio sono aumentate sia NX che Y.
Se ad un deprezzamento del cambio reale si accompagna una politica fiscale restrittiva la ZZ si risposta a sinistra in
corrispondenza del livello di produzione iniziale e l’effetto sul reddito viene bilanciato complessivamente il reddito
di equilibrio non varia e la bilancia commerciale migliora.
RISPARMIO, INVESTIMENTO E SALDO COMMERCIALE:
La condizione di equilibrio nel mercato dei beni in un’economia aperta può essere scritta anche in termini di
risparmio:
1. Condizione di equilibrio: Y= C + G + I + X – 1/ε IM
2. Sottraiamo C+T da entrambe le parti Y-C -T = G + I + X – 1/ε IM -T
3. Sottraiamo G da entrambe le parti Y- C -T - G = I + X – 1/ε IM-T SPRIV+SPUBB=I+NX
Un avanzo commerciale corrisponde ad un eccesso del risparmio sull’investimento
Un disavanzo commerciale corrisponde ad un eccesso dell’investimento sul risparmio
Un paese che ha un saldo nelle esportazioni nette NX positivo è un paese che produce più di quanto domandino i
consumatori nazionali e ha un avanzo nel conto finanziario e quindi siamo creditori nei confronti del resto del mondo
(sta dando a prestito al resto del mondo e ha attività finanziarie nei confronti dei paesi esteri)
Un paese che ha un saldo nelle esportazioni nette NX negativo è un paese che produce meno di quanto domandino i
consumatori nazionali e ha un disavanzo nel conto finanziario l’eccesso delle esportazioni sulle imortazioni implica
un indebitamento nei confronti del resto del mondo.
Spriv = I – Spubb +NX in un’economia chiusa il risparmio privato può essere impiegato o per finanziare
l’investimento o va a gravare sul risparmio pubblico, in un’economia aperta può anche essere impiegato per dare a
prestito all’estero.
I deve essere necessariamente accompagnato da S e/o NX
(G-T) deve necessariamente essere accompagnato da Spriv, I e/o NX
I e/o NX twin deficits
ε agisce su NX influenzando Y e quindi S e I, tuttavia NX non richiede necessariamente una ε
Se la condizione di Marshall-Lerner è verificata, un deprezzamento genera un aumento della produzione e un
miglioramento della bilancia commerciale in realtà un deprezzamento incide sul risparmio e sull’investimento
attraverso la domanda di beni nazionali e attraverso un aumento della produzione. Una produzione più elevata fa
aumentare il risparmio rispetto all’investimento o, equivalentemente fa ridurre il disavanzo commerciale.
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Un paese con un alto tasso di risparmio, pubblico e privato, deve avere un elevato tasso di investimento o un
significativo avanzo commerciale.
N.B. Poiché siamo nel breve periodo, possiamo fare un’ipotesi di prezzi costanti P = P* = 1 ε = E r = i
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I MERCATI FINANAZIARI IN UN ECONOMIA APERTA
In un’economia aperta gli individui possono scegliere tra attività domestiche ed estere, questa scelta è compiuta
confrontando il rendimento, espresso in una valuta comune, che deriva da ciascuna delle due alternative (non stiamo
contando il rischio e neanche i costi di transazione) se non ci fosse una parità tra i rendimenti esteri e nazionali, gli
individui non sarebbero disposti a detenerli entrambi, ma solo uno o l’altro.
Ricorrendo al principio di arbitraggio l’equilibrio si stabilirà in corrispondenza di una situazione in cui questi due
rendimenti sono uguali, in particolare, la condizione di arbitraggio è verificata quando vale la condizione di parità
1+i
(scoperta) dei tassi di interesse:
Et
Eet +1
1+i t=¿
(¿ ¿ t ¿ )
it : tasso di interesse domestico
i*t: tasso di interesse estero
Et: tasso di cambio nominale corrente
Eet+1: tasso di cambio nominale futuro atteso
La presenza di E è dovuta al fatto che per poter acquistare titoli stranieri è necessario prima di tutto scambiare la
valuta nazionale con quella estera e viceversa.
Quando si acquistano titoli esteri ci sono due componenti del rendimento connessi a questa scelta: tasso di interesse
estero e tasso di cambio (si può guadagnare anche sul cambio di valuta).
Quando si acquistano titoli domestici il rendimento deriva solo dal tasso di interesse.
La condizione di parità dei tassi di interesse stabilisce che il rendimento di titoli nazionali e quello di titoli esteri deve
essere pari se i titoli esteri rendono di più di quelli nazionali a causa del fatto che la valuta nazionale vale di meno di
quella estera, allora gli individui non sarebbero incentivati ad acquistare titoli domestici, ma solo titoli esteri i
mercati garantiscono in breve tempo la restaurazione della condizione di parità dei tassi di interesse.
Un aumento del tasso di interesse interno provoca un aumento del tasso di cambio
Un aumento del tasso di interesse esterno provoca una riduzione del tasso di cambio
Un aumento del tasso di cambio atteso porta ad un aumento del tasso di cambio corrente
e
Se i tassi di interesse non sono troppo elevati, questa funzione può essere approssimata con
E t +1+ E t
i t=i −
Et
¿
t
L’arbitraggio fa si che il tasso di interesse interno sia approssimativamente uguale al tasso di interesse estero meno
il tasso di apprezzamento/deprezzamento atteso della moneta estera
e
Quindi
E t +1+ E t
= tasso di apprezzamento atteso della moneta nazionale
Et
= tasso di deprezzamento della moneta estera
Se vale la condizione di parità scoperta dei tassi di interesse e se il tasso di interesse interno è inferiore rispetto a
quello estero allora significa che gli investitori si aspettano un apprezzamento dell’euro rispetto alla valuta estera e per
questo gli investitori detengono titoli domestici nonostante il loro rendimento sia inferiore a quello estero a meno
che i mercati valutari non si aspettino un forte deprezzamento o apprezzamento, allora i tassi di interesse nazionali ed
esteri si muovono insieme
Es. se it=3% e i*t=10% gli individui sono indifferenti tra titoli domestici ed esteri solo se
E et +1+E t
= 7%, ovvero
Et
solo se la moneta nazionale è attesa apprezzarsi (la moneta estera è attesa deprezzarsi) del 7%
Le funzioni trovate possono essere usate per calcolare le aspettative del mercato circa il valore futuro del tasso di
e
cambio, dalla prima funzione deriva : Et +1
1+ i
1+ i
(¿¿ t )
¿
(¿¿ t )
¿
¿ Et ¿
e dalla seconda funzione deriva Eet+1 = (1+ i*t -it)Et
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Parità coperta dei tassi di interesse il valore del tasso di cambio nominale (tasso a pronti E et+1) in t +1 non è certa,
ma c’è un modo che i mercati finanziari hanno per eliminare questa incertezza impiegare il tasso di cambio a
termine (F: forward), due parti si accordano sul tasso di cambio che domani verrà applicato tra le due valute, questo
tasso di cambio è solitamente diverso dal tasso a pronti (E) che effettivamente si verificherà, dunque questi contratti a
termini hanno un costo perché la controparte si sta accolla il rischio che non corro più io. E (atteso) ed F nel tempo
hanno un andamento molto simile.
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Esempio: Inizialmente siamo in una condizione in cui i=i* e E= E*= Eet+1 titoli italiani ed esteri garantiscono lo
stesso rendimento atteso. Supponiamo ora che gli investitori si aspettano che in futuro il tasso di cambio
Eet+1aumenterà del 10%, questo rende i titoli italiani più convenienti in quanto, anche se i= i*, fra un anno gli individui
si aspettano che i titoli esteri valgano in futuro il 10% in meno in termini di euro, di conseguenza il rendimento dei
titoli esteri si sarà ridotto del 10%.
Gli investitori quindi nel tempo corrente scambiano, con il tasso di cambio attuale (non aumentato) valuta estera in
euro in modo tale da comprare titoli italiani. La vendita della valuta estera in cambio degli euro genera un
apprezzamento dell’euro pari al 10%. Ora E = E e quindi il rendimento atteso dei titoli italiani sarà nuovamente uguale
al rendimento dei titoli esteri.
Esempio 2: inizialmente ci sono titoli italiani e titoli giapponesi con i=i*= 2%
La BC aumenta i tassi di interesse al 5%, ora i>i* e quindi è più conveniente acquistare titoli italiani.
Gli investitori venderanno yen per comprare euro e questo porta ad un apprezzamento dell’euro (del 3%)
Se gli investitori non cambiano le proprie aspettative sul tasso di cambio, allora quanto maggiore sarà
l’apprezzamento dell’euro oggi, tanto maggiore sarà il deprezzamento atteso domani. Quando l’euro sarà apprezzato
del 3% domani gli investitori si aspettano un deprezzamento pari al 3% l’anno seguente lo yen l’anno seguente si
apprezza del 3% rispetto all’euro il rendimento atteso degli yen in futuro è del 2% + 3% = 5% il mercato dei
cambi torna in equilibrio.
CAMBI FLESSIBILI:
Se la BC sceglie il tasso di interesse il modello comprende tre equazioni:
IS: Y = C(Y – T) +I(Y,i) + G + NX (Y,Y*, ε) il segno negative della ε è dovuto al fatto che stiamo assumendo vera
la condizione di Marshall- Lerner
LM: i=i
UIP: 1 +
1+i
(¿ ¿ ❑¿ ) E❑
e
E
i=¿
Visto che i prezzi sono fissi e normalizzati a 1 P = P* =1 , allora il cambio nominale e il cambio reale coincidono ε= E,
1+i
quindi potremmo riscrivere la IS con E al posto di ε (dove E ha sempre segno negativo)
Et
e
Et +1
1+i t=¿
(¿ ¿ t ¿ )
E = Ee(1+i)/(1+i*) se si riduce i* tutti vogliono valuta estera, E aumenta e l’euro si apprezza, …
Y = C(Y – T) +I(Y,i) + G + NX (Y,Y*, E) Y = C(Y – T) +I(Y,i) + G + NX (Y,Y*, Ee(1+i)/(1+i*) ) in questo
modo teniamo conto nella IS della condizione di parità dei tassi di interesse, in
questo modo la UIP è inclusa della IS e quindi il sistema di tre equazioni in tre
incognite diventa un sistema di due equazioni in due incognite.
La IS continua ad avere una pendenza negativa una riduzione di i riduce la domanda in due modi:
Direttamente: i si riduce I aumenta, Z aumenta quindi Y aumenta
Indirettamente: una riduzione del tasso di interesse fa deprezzare il tasso di cambio nominale, quindi i beni
domestici sono relativamente meno costosi dei beni esteri e quindi aumentano le esportazioni nette NX la
domanda Z aumenta e quindi la produzione aumenta .
Nel caso di un’economia aperta la IS si sposta a destra se Y* aumenta, i* aumenta (diventano più allettanti i titoli
esteri, gli individui convertono euro in dollari e questo farà deprezzare l’euro e rende più forte il dollaro, di
conseguenza aumenta la domanda estera e le esportazioni nette) e Ee diminuisce (se la gente si aspetta un
deprezzamento della valuta domani, oggi si riduce il cambio nominale, aumentano oggi le esportazioni nette)
Il secondo grafico rappresenta la UIP e ha equazione
i = {[(1+i*)E]/Ee} -1
È inclinata positivamente E è direttamente proporzionale
ai
Si sposta a destra se aumenta Ee
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Passa sempre per il punto (E = Ee, i = i*)
questo perché se E = Ee allora la condizione di parità dei tassi di interessi impone che i = i* se E = Ee il tasso di
apprezzamento è nullo e quindi necessariamente il tasso di rendimento estero e domestico devono essere uguali
Questa curva è superflua nel regime dei cambi flessibili, ma fondamentale nel regime dei cambi fissi.
UNA POLITICA MONETARIA ESPANSIVA
La BC riduce il tasso di interesse domestico, la LM si abbassa e aumenta il reddito di
equilibrio la IS non varia e la UIP permette di vedere cosa accade al tasso di cambio
nominale, che si riduce.
In un regime di cambi flessibili, una politica monetaria espansiva fa aumentare Y e conduce ad un deprezzamento del
cambio E (la BC non interviene per riportare E al livello iniziale perché siamo in un regime di cambi flessibili)
Il cambio si deprezza perché, secondo la parità dei tassi di interesse inizialmente si era indifferenti tra i due titoli, ora
che i titoli domestici rendono di meno, un individuo cerca di passare dai titoli domestici a quelli esteri, vendono euro
comprano dollari, l’euro si deprezza e il dollaro si apprezza e questo fa riportare in equilibrio i due tassi di interesse.
Effetto sulle esportazioni nette NX
Il deprezzamento del cambio (Marshall-Lerner) fa aumentare le esportazioni e riduce le importazioni e quindi
l’effetto sulla bilancia commerciale è positivo, per dato valore delle atre determinanti. E NX
Tuttavia, le altre determinanti non sono date, in particolare Y aumenta, quindi aumentano le importazioni e le
esportazioni nette peggiorano. Y NX
UNA POLITICA FISCALE ESPANSIVA
Se la BC non interviene la IS si sposta a destra in quanto un’espansione
fiscale conduce ad un aumento del consumo, la produzione aumenta e
questo genera un aumento anche negli investimenti [I=I(Y,i)], tuttavia le
esportazioni nette si riducono in quanto la competitività prezzo è invariata
ma Y aumenta e quindi aumentano le importazioni e quindi le esportazioni
nette si riducono, i conti con l’estero peggiorano.
Se la BC interviene deve aumentare la domanda di moneta, per mantenere
costante il tasso di inflazione deve aumentare il tasso di interesse, in cambi
flessibili, se la BC interviene aumentando il tasso di interesse, la LM si
sposta verso il basso e un’espansione fiscale conduce a:
Un apprezzamento del cambio in quanto ad un aumento di i consegue un aumento di E, l’equilibrio sulla UIP si
porta più in alto a destra
Un peggioramento delle esportazioni nette la BC limita l’impatto dell’aumento di Y, ma complessivamente Y
aumenta e quindi le importazioni aumentano, inoltre un aumento del tasso di interesse fa aumentare il tasso di
cambio e quindi diminuire le esportazioni le esportazioni nette peggiorano.
L’effetto sugli investimenti è ambiguo in quanto esso aumenta a causa di un aumento della produzione, ma si
riduce a causa di un aumento del tasso di interesse
CAMBI FISSI
La BC intende mantenere il valore del cambio tra moneta domestica (€) e moneta estera ($) fisso a E= E il livello del
cambio E è anche detto parità.
N.B. cambi fissi non significa che i tassi di cambio non variano mai, ma che le variazioni sono decise dalla BC e non
subiscono le variazioni giornaliere che subiscono i cambi flessibili.
Fissi e credibili: a BC fa in modo che la parità E = E sia rispettata e la gente crede ed è convinta che la BC centri il
suo obbiettivo e quindi si attende anche domani che il cambio sia fisso E = E =Ee
La UIP implica che, se la parità è credibile, cosicché E = E =Ee allora deve necessariamente essere i = i* ( anche se
così non fosse, ci sarebbero delle forze che in breve tempo riporterebbero i due tassi uguali)
La BC ha strumenti per mantener fede alla dichiarazione di mantenere fissi i cambi attraverso interventi nel mercato
dei cambi: la BC compra e vende valuta estera ogni qual volte che E si discosta da E.
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Acquista valuta estera con valuta nazionale ogni qual volta che l’euro tende ad
apprezzarsi (se E > E) le riserve ufficiali (RU) detenute dalla BC aumentano Nel
bilancio della BC le riserve ufficiali (RU) detenute dalla BC aumento e il circolante
(CI) aumenta di conseguenza aumenta la base monetaria (H) e quindi l’offerta di moneta domestica.
Vende valuta estera con valuta nazionale / acquista euro ogni qual volta che l’euro tende a deprezzarsi (se E<
E)la BC ritira euro e cede dollari quindi le riserve ufficiali si riducono e l’offerta di moneta si riduce.
N.B. Riserve ufficiali (RU): ammontare complessivo di valuta estera detenuta dalla BC.
POLITICA MONETARIA IN CAMBI FISSI
La discussione precedente implica che, in cambi fissi, la banca centrale non può scegliere i a piacimento, ma deve
sceglierlo in modo che risulti compatibile con E = E
Es. se gli individui si attendono che il cambio verrà mantenuto a E = E anche in futuro, cosicché Ee = E, la banca
centrale non potrà fare altro che porre i = i*
Attività della BC titoli, riserve di valuta estera
Passività della BC base monetaria
La BC cerca di stimolare l’economia aumentando l’offerta di moneta e quindi riducendo il tasso di interesse attraverso
un’operazione di acquisto nel mercato aperto di ammontare pari a B (O.M.A.). La BC acquista titoli, il circolante
aumenta e per data domanda di moneta si riduce il tasso di interesse la base monetaria aumenta di B, la quantità
di titoli nell’attivo della BC è aumentata di B.
La riduzione del tasso di interesse al di sotto del tasso estero indurrà gli individui a passare dai titoli domestici ai titoli
esteri che renderanno di più gli individui comprano dollari e nel mercato dei cambi la domanda di dollari eccede la
domanda di euro e quindi E si riduce.
Dato che la BC vuole mantenere E = E allora deve intervenire nel mercato dei cambi acquistando euro e cedendo
dollari, (la base monetaria si riduce di B e le riserve di valuta estera si riducono di B) la BC continua a vendere
dollari e acquistando euro finché i non ritorna al livello iniziale l’offerta della moneta è rimasta inalterata, ma la BC
avrà più attività domestiche e meno attività estere
Le passività della BC e quindi la base monetaria non variano e non varia il livello delle attività della BC che però
cambiano composizione in quanto la BC detiene più titoli nazionali e meno valuta estera.
In ipotesi di cambi fissi e di perfetta mobilità dei capitali, il tasso di interesse interno deve essere uguale al tasso di
interesse estero. i=i* il paese in questione non ha più il controllo del proprio tasso di interesse, che dipende
unicamente da quello estero.
In cambi fissi la politica monetaria non può essere applicata per perseguire obbiettivi interni e la BC non può
utilizzare variazioni di i per perseguire obiettivi in termini di Y la decisione di mantenere il cambio fisso implica
l’impossibilità di utilizzare la politica monetaria come strumento di politica economica.
Controlli sui movimenti di capitali: limitano la possibilità degli investitori di acquistare titoli esteri, in questo caso le
politiche monetarie possono essere attuate e, anche se tale paese abbassa il tasso di interesse, gli investitori
continueranno ad investire sui titoli domestici
Se il paese che sta tenendo il cambio fisso limita la possibilità dei suoi residenti di acquistare titoli esteri, allora i può
deviare da i* senza che E diverga da E.
Se ci vuole del tempo prima che gli investitori passino da titoli domestici a titoli esteri gli individui per un po' di
tempo sono impossibilitati ad acquistare titoli esteri e quindi la BC potrà ridurre i tassi, tuttavia con il passare del
tempo gli individui inizieranno a comprare valuta estera nel mercato dei cambi, questo genera un deprezzamento della
valuta nazionale e quindi la BC deve reagire vendendo valuta estera e comprando valuta nazionale in modo da
annullare l’effetto dell’ O.M.A. la differenza rispetto al caso di perfetta mobilità sta nel fatto che la BC è in grado
di ridurre i tassi per un certo periodo di tempo (in condizione di perfetta mobilità la condizione di parità dei tassi torna
a valere in pochissimo tempo).
Se gli individui sono impossibilitati per legge a vendere titoli, la politica monetaria potrà essere attuata dallo Stato,
e anche se siamo in ipotesi di imperfetta mobilità l’effetto sarà: aumento della base monetaria, si riduzione del tasso di
interesse nazionale, aumento dei titoli nazionali detenuti dalla BC e riduzione (limitata) delle riserve di valuta estera.
POLITICA FISCALE IN CAMBI FISSI
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Consideriamo una politica fiscale espansiva, in particolare un aumento della spesa pubblica G a partire da una
situazione in cui i=i*
Se ipotizziamo che la BC non vari il tasso di interesse, gli effetti sono gli stessi del caso di cambi flessibili.
Nel caso in cui una politica fiscale espansiva minacci di provocare un aumento dell’inflazione, a differenza del caso
dei cambi flessibili (se il tasso è superiore allo Zero Lower Bound), la BC non ha più a sua disposizione la possibilità
di aumentare i per riportare la produzione al livello naturale.
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L’ECONOMIA APERTA (III): REGIMI DI CAMBIO
IL MEDIO PERIODO
Nel medio periodo, la differenza tra i due regimi di cambio si annullanel medio periodo l’economia raggiunge lo
stesso livello di cambio reale e lo stesso livello di produzione sia che operi in un sistema di cambi flessibili, sia che
operi in un sistema di cambi fissi.
Dato che = EP/P*, il tasso di cambio reale può variare solo se varia E (nel breve periodo, dato che P =P* questo può
essere fatto solo dai paesi con regimi di cambio flessibili) oppure se varia P rispetto a P* (possibile anche in cambi
fissi)
La relazione IS in un sistema di cambi fissi: Y = Y(
É P
P¿
É P
, G, T, i* -e, Y*) La domanda dipende:
P¿
Negativamente dal tasso di cambio reale
un maggior tasso di cambio reale implica una minore
domanda di beni nazionali e quindi un minore livello di produzione
Positivamente galla spesa pubblica G e negativamente dalle imposte T
Negativamente da i = i* - e
Positivamente dalla produzione estera Y* attraverso l’effetto sulle esportazioni
Equilibrio di breve periodo Consideriamo un’economia in cui il tasso di cambio reale E è troppo elevato e quindi
la bilancia commerciale è in disavanzo e la produzione è al di sotto del suo livello naturale.
Nel regime di tassi di cambio flessibili la BC potrebbe abbassare il tasso di interesse causando un deprezzamento
nominale che genera un deprezzamento reale e quindi un miglioramento della bilancia commerciale e un aumento
della produzione.
In un regime di tassi di cambio fissi questa politica non può essere attuata, quindi nel breve periodo il disavanzo
commerciale persiste e l’economia rimane in recessione,
Nel breve periodo un tasso di cambio nominale fisso comporta un tasso di cambio reale fisso.
Equilibrio di medio periodo Consideriamo la curva di Philips: - e= (/L)(Y-Yn) quando la produzione è al di
sotto del suo livello potenziale il tasso di inflazione è inferiore alle aspettative.
´ = (/L)(Y-Yn)
Consideriamo il caso in cui l’inflazione non sia persistente e quindi - ❑
Ipotizziamo che: se la produzione fosse al livello naturale, i tassi di inflazione nazionale ed esteri sarebbero uguali e
´
´ se sia l’economia nazionale che quella estera producono al livello naturale, i tassi
pari a ❑
= *= ❑
di inflazione sarebbero gli stessi i= i* , i livelli dei prezzi relativi rimarrebbero costanti e rimarrebbe costante anche il
tasso di cambio reale.
Dato che stiamo considerando una situazione in cui la produzione è al di sotto del livello naturale, allora l’inflazione
nazionale è minore di quanto non lo sarebbe se Y= Y n l’inflazione nazionale è inferiore all’inflazione estera <
*
il livello dei prezzi nazionali aumenta più lentamente che nell’economia estera.
Di conseguenza, dato che il tasso di cambio nominale è fisso, il tasso di cambio reale si riduce in quanto si riduce
P/P* le esportazioni nette aumentano nel corso del tempo e con esse la produzione.
´ e
Nel medio periodo la produzione ritorna al suo livello potenziale e l’inflazione interna torna ad essere pari a ❑
a quella estera il tasso di cambio reale rimane costante
Nel medio periodo un tasso di cambio nominale fisso è compatibile con un aggiustamento del tasso di cambio
reale. L’aggiustamento è raggiunto attraverso variazioni del livello dei prezzi nel corso del tempo.
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SVALUTAZIONI E ATTACCHI SPECULATIVI IN CAMBI FISSI
1. Una svalutazione
In un paese operante in regime di cambi fissi la BC non può variare M e i ma può ricorrere alla politica di cambio,
implementando una svalutazione di E. In particolare, la parità viene portata da E a E ’ < E . La nuova
parità è credibile e gli individui si aspettano che questo nuovo tasso di cambio venga mantenuto in futuro, e portano
E e a E e’= E ’ < E e.
La UIP si sposta verso sinistra in un punto in cui i* è invariato ed E è minore.
La IS si sposta a destra, poiché i beni domestici sono stati resi più competitivi, c’è più domanda e quindi aumenta la
produzione Y I , C.
Le riserve ufficiali aumentano RUpoiché la BC deve vendere valuta domestica e acquistare valuta estera in modo che
i resti uguale a i*. L’impatto sulle esportazioni nette è positivo NX, nonostante il reddito aumenti. Infatti, guardando
solo al mercato dei beni si conclude che Y varia, varia anche M che potrebbe far variare i e tale variazione potrebbe
retroagire sul mercato die beni; ciò è vero in generale tranne nel caso studiato poiché la retroazione non si osserva dato
che la BC si fa carico di mantenere costante il tasso di interesse.
Quindi, supponendo di essere in un paese con cambi fissi, reddito basso, abbia poche riserve ufficiali e un disavanzo
consistente nei conti con l’estero; tale paese può risolvere questi problemi decidendo di operare una svalutazione.
Il fatto che la svalutazione sia uno strumento potente, rappresenta l’elemento di debolezza in un sistema di cambi fissi
poiché quando un paese è nella situazione descritta, tutti si aspettano una svalutazione nel tasso di cambio e
l’emergere di tali aspettative si porta dietro effetti sgradevoli.
2. Aspettative di una svalutazione imminente (vedi eserciziario Cap. 5, Domanda 18)
Considerate un paese in cambi fissi, con E = E = E e. Per qualche motivo, gli individui iniziano ad attendersi
una svalutazione imminente, cosa che implica che il valore futuro atteso del cambio passa da E e a un E e’ <
E e= E .
Il cambio E non è più credibile (gli individui si aspettano una svalutazione, nonostante la BC non l’abbia annunciata).
La UIP si sposta a sinistra, il nuovo equilibrio cui l’economia perviene a seguito di questa riduzione di E e
implica che la curva che rappresenta la parità passi per un punto in cui i* è invariato ma E e si è ridotto
La IS rimane invariata poiché il tasso di cambio corrente E non varia (competitività non varia) la produzione rimane
invariata.
Una svalutazione attesa della valuta nazionale porta il rendimento atteso dei titoli esteri al di sopra di quello dei titoli
domestici. La BC, per evitare che il tasso di cambio si deprezzi, dovrà portare il tasso di interesse domestico al di
sopra del tasso di interesse estero di una misura pari alla svalutazione attesa della valuta nazionale. i >i* i = i* +
Eet+1
Un aumento del tasso di interesse fa spostare la LM verso l’alto e la produzione si riduce.
Se la BC non intervenisse le vendite di valuta nazionale in cambio di valuta estera sarebbero tali da causare un
deprezzamento la BC deve comprare valuta nazionale utilizzando valuta estera sul mercato dei cambi, perdendo
molto delle sue riserve di valuta estera.
Conclusione: Se siamo in un paese che ha un reddito basso, una svalutazione aumenta la produzione e migliora la
bilancia commerciale dato che la svalutazione migliora la situazione gli individui iniziano ad attendersi una
svalutazione futura e questo provoca ad una riduzione della produzione e ad un peggioramento della situazione le
riserve ufficiali si riducono e i tassi di interesse domestici continuano a crescere: il paese si trova costretto a ad
abbandonare il regime di cambi fissi.
Alla fine, la BC deve aumentare il tasso di interesse in modo tale da soddisfare it = i* -
E et +1−Et
oppure convalidare
Et
le aspettative e svalutare, la prima opzione ha effetti devastanti sulla produzione e sulla domanda e ha senso solo se.
1) La probabilità percepita di una svalutazione è piccola, quindi la BC deve aumentare di poco i tassi di interesse
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2) Il governo crede che gli investitori si convinceranno presto che non ci sarà alcuna svalutazione e accetteranno
riduzioni del tasso di interesse.
Altrimenti l’unica opzione è svalutare La svalutazione quindi può avvenire anche se l’aspettativa iniziale di una
svalutazione era del tutto infondata.
FLUTTUAZIONI DEL CAMBIO IN CAMBI FLESSIBILI
In realtà i tassi di cambio si muovono spesso, anche in assenza di variazioni del tasso di interesse, l’ampiezza
dell’effetto della riduzione del tasso di interesse non è facile da prevedere e questo rende difficile raggiungere un
obbiettivo prefissato dalla politica monetaria.
Risolvendo per Et la versione non approssimata della parità dei tassi di interesse, si ottiene:
1+i∗¿t
Et =
1+it
¿
Eet+1 il tasso di cambio dipende anche dal tasso di cambio atteso nel futuro E et+1, per il quale a sua volta
1+i
1+i
¿e
vale dalla condizione di parità dei tassi di interesse, E et+1 = (¿ ¿ t+ 1 ) Eet+2
(¿ ¿ t+1e )
¿
¿
i∗¿t
¿e
1+¿ (1+i ¿e
t+1 )...(1+i t +n )
è possibile scrivere Et come segue: Et=
Eet+n+1
¿
e
e
(1+i t )(1+i t+1 )...(1+i t +n )
¿
Implicazioni:
1) Il cambio corrente dipende dai tassi a breve, interni ed esteri, correnti e futuri attesi e dal tasso di cambio che gli
individui si attendono prevarrà nel lungo periodo → il tasso di cambio oggi Et dipende dalle aspettative nutrite
dagli individui circa il livello dei tassi a breve correnti e futuri attesi, interni ed esteri nutrite dagli individui:
aspettative molto variabili, che spiegano quindi la volatilità del tasso di cambio nominale
Qualunque fattore che faccia variare i tassi di interesse interni o esterni, correnti o futuri attesi tra t e t + n, farà
cambiare il tasso di cambio corrente.
Es. dato il tasso di interesse estero, un aumento del tasso di interesse interno, corrente o futuro atteso, porta ad un
aumento di Et, cioè ad un apprezzamento
2) Il tasso di cambio che ci si attende prevalga nel medio-lungo periodo E et+n+1 è il valore di E per il quale il conto
corrente è in pareggio nel medio-lungo periodo (NX=0), in quanto i paesi non possono prendere né dare a prestito
per sempre notizie che influenzino le previsioni sull’evoluzione futura del saldo del conto corrente faranno
variare il cambio futuro atteso Eet+n+1, e con esso Et.
L’annuncio di un disavanzo commerciale più grande del previsto potrebbe indurre gli investitori a concludere che
a un certo punto servirà un deprezzamento per ristabilire il pareggio del saldo commerciale Eet+n diminuisce,
facendo a sua volta diminuire Et
Qualunque fattore faccia cambiare il tasso di cambio futuro atteso E et+n influenza il tasso corrente Et
se ci si aspetta che il tasso di interesse interno ed esterno siano gli stessi tra t e t+n la relazione si riduce a
Et= Eet+n e l’effetto di una qualunque variazione del tasso di cambio futuro atteso è una relazione 1 a 1.
Dato che il tasso di cambio corrente si muove con ogni mutamento delle aspettative, il tasso di cambio sarà volatile,
ovvero si muoverà frequentemente e significativamente.
Se inizialmente Eet+n =1 e i tassi di interesse interni ed esterni, correnti e futuri attesi sono uguali e pari a 5%, il tasso di
cambio corrente è dato da Et=
(1.05)n
1=¿
(1.05)n
1 se il tasso di interesse corrente interno si riduce al 3%, ma ci si aspetta
che il tasso si abbassi solo un anno e gli n-1 tasso di interesse futuri attesi non variano, allora il tasso di cambio
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(1.03)(1.05)n−1
=0.98 , se invece i mercati si aspettano una riduzione del
corrente diminuisce solo del 2% E =
(1.05)n
(1.03)5 (1.05)n −5
tasso per 5 anni, allora il tasso di cambio corrente si riduce del 10% E =
= 0.9.
(1.05)n
t
t
Se invece gli investitori hanno anticipato una riduzione dei tassi di interesse, ma la variazione effettiva dei tassi di
interesse è più piccola di quella attesa, essi rivedranno verso l’alto le loro aspettative sui tassi di interesse nominali
futuri attesi, portando ad un apprezzamento, invece che ad un deprezzamento della moneta.
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Vantaggi e svantaggi di cambi fissi e cambi flessibili
1. Volatilità: i cambi flessibili sono tassi di cambio molto volatili, cioè variano anche per motivi non
necessariamente
legati ai fondamentali; questo è ritenuto uno svantaggio dei cambi flessibili poiché un tasso di cambio volatile è molto
incerto. Gli individui sono avversi al rischio e un tasso di cambio volatile è molto rischioso poiché è difficile
prevedere il suo andamento. Ciò potrebbe indurre le imprese a concentrarsi più sui mercati domestici e poco su quelli
esteri. Tuttavia, dagli anni Novanta a oggi non si è osservata un’effettiva riduzione degli investimenti all’estero.
I cambi fissi eliminano questa volatilità, e favoriscono il commercio e gli investimenti esteri. Tuttavia, bisogna tener
conto dell’estrema volatilità osservata quando un regime di cambi fissi giunge al suo termine.
2. Squilibri delle esportazioni nette e variazioni di ε Squilibri, soprattutto se ampi, nell’interscambio
commerciale
possono richiedere una variazione del cambio reale.
In cambi fissi, questo richiede una variazione di tutti i prezzi (entrando in recessione, tramite un’operazione
restrittiva); in cambi flessibili, l’aggiustamento del cambio reale può avvenire, molto più rapidamente, tramite una
variazione del cambio nominale.
3. Simmetria: Il sistema di cambi flessibili è un sistema simmetrico. Anche un sistema di cambi fissi potrebbe essere
simmetrico secondo una cooperazione fra paesi, ma ciò non accade mai; tale mancanza di simmetria a volte è voluta, a
volta dipende dallo squilibrio fra forze dei paesi dell’area → possono nascere tensioni fra i paesi.
4. Perdita possibilità di usare la politica monetaria In cambi flessibili, è possibile utilizzare la politica monetaria
per minimizzare l’impatto sul reddito di alcuni shock esterni. Consideriamo gli effetti di una riduzione del reddito
estero Y*: la IS si sposta a sinistra e si ha un nuovo equilibrio. In un paese di cambi flessibili la BC potrebbe attenuare
l’impatto adottando una politica monetaria espansiva, mentre in un paese in regime di cambi fissi la politica monetaria
non può essere usata per influenzare l’attività economica.
Tuttavia, c’è un vantaggio che compensa la perdita dell’efficacia della politica monetaria. Consideriamo un paese
avverso all’inflazione (anche sacrificando la possibilità di avere un tasso di disoccupazione più basso); per gli altri
paesi, aderire a cambi fissi con questo paese, fa maturare aspettative degli individui basse e consente una convergenza
del tasso di inflazione bassi e coincidenti con quelli prevalenti nel paese centrale. Quindi, essere in regime di cambi
fissi può aiutare a conseguire una riduzione del tasso di inflazione in modo meno costoso e più veloce. Vi è un paese
che assume il ruolo di paese centrale (la Germania per l’Europa): se l’obiettivo del paese centrale e quelli degli altri
paesi convergono, tutto funziona. Quindi, il regime di cambi fissi funziona molto bene quando i paesi sono nella stessa
situazione ed hanno necessità delle stesse politiche economiche. Lo stesso problema resta anche nell’unione
monetaria, dove può esistere un’unica politica monetaria (one size fits all) → se vi è asimmetria fra paesi, per
esempio uno solo è in recessione l’unione monetaria potrebbe creare diversi problemi.
Ciò aiuta a spiegare fenomeni quale la dollarizzazione, il ricorso a currency boards, e anche l’esperienza del Sistema
monetario europeo tra il 1979 e i primi anni Novanta, come pure la decisione di introdurre l’Euro (anche se rimane
fondamentale la domanda se l’Europa era, e sia tutt’ora un’area monetaria ottimale.)
In generale i cambi flessibili sono preferibili, con due eccezioni:
1) Quando un gruppo di paesi è già integrato dal punto di vista economico (quando siamo in presenza di un’area
valutaria ottimale) è conveniente una moneta unica, in particolare, siamo in un’area valutaria ottimale se:
Se i paesi sperimentano gli stessi shock sceglierebbero comunque la stessa politica monetaria.
Se i paesi hanno shock diversi, devono avere un’elevata mobilità dei fattori. Es. se i lavoratori fossero disposti
a spostarsi dai paesi che vanno male a quelli che vale bene, i paesi si aggiusterebbero in seguito ad uno shock.
Se in un paese il tasso di disoccupazione è alto e i lavoratori si spostano in un paese in cui il tasso di
disoccupazione è basso, allora nel primo paese si riduce il tasso di disoccupazione, mentre nel secondo
aumenta, quindi lo shock rientra.
N.B. Quando i prezzi sono quotati nella stessa valuta, è più facile per i consumatori confrontare i prezzi E quindi
la concorrenza tra le imprese aumenta, a beneficio dei consumatori
2) Quando non ci si può fidare che la BC faccia una politica monetaria responsabile in un sistema di cambi flessibili,
la soluzione potrebbe essere un currency block o la dollarizzazione, ovvero fissare il tasso di cambio.
È fondamentale che il paese convinca gli investitori che il cambio fisso rimarrà fisso anche nel futuro fissare il tasso
di cambio deve far parte di un pacchetto macroeconomico più ampio fissare il cambio, continuando ad avere un forte
disavanzo di bilancio porterà gli investitori ad attendersi una svalutazione futura.
Una forma estrema di parità fissa è la dollarizzazione: si sostituisce la valuta nazionale con una estera (dollaro).
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Una forma meno estrema è il currency board: la BC è pronta a cambiare valuta estera in cambio di valuta locale
al tasso di cambio ufficiale, inoltre, non può condurre operazioni di mercato aperto (non può comprare né vendere
titoli)
DEBITO PUBBLICO E POLITICA FISCALE:
LA RELAZIONE TRA DISAVANZO DI BILANCIO E DEBITO PUBBLICO:
Il disavanzo pubblico è la differenza fra uscite ed entrate nel settore pubblico
Disavanzo di bilancio nell’anno t in termini reali: disavanzo t = rBt-1 + Gt - Tt
Bt-1 debito pubblico alla fine dell’anno t-1, cioè all’inizio dell’anno t
r tasso di interesse reale che consideriamo costante
rBt-1 interessi reali corrisposti sui titoli pubblici in circolazione misura la spesa per interessi in termini reali,
cioè non si considera la spesa effettiva per interessi, (che si calcola con il tasso di interesse nominale), ma il
prodotto del tasso di interesse reale per il debito esistente, in questo modo otteniamo il disavanzo corretto per
l’inflazione: sono parte delle uscite che non dipendono dal periodo corrente.
Gt spesa pubblica in beni e servizi dell’anno t
Ttimposte al netto dei trasferimenti
Si finanzia il debito pubblico emettendo titoli di stato e vendendoli al settore privato, non cambia nulla a livello di
offerta di moneta. Se invece il governo vende i titoli alla BC, l’offerta di moneta aumenta: è il finanziamento con
moneta del disavanzo pubblico. Questa seconda opzione è vietata.
Quindi, tutto il disavanzo viene finanziato emettendo titoli del debito pubblico venduti al settore privato dell’economia
→ per dato disavanzo complessivo esiste solo un modo di finanziare l’eccesso delle spese sulle entrate, cioè
emettere debito; tale debito aggiuntivo andrà ad incrementare il debito pubblico complessivo in circolazione.
La variazione del debito pubblico nel corso dell’anno t deve essere uguale al disavanzo nell’anno t
Bt – Bt-1 = disavanzot
Se il governo decide di incorrere in un disavanzo, il debito pubblico aumenta perché il governo prende a prestito
per finanziare la parte di spesa pubblica che eccede le entrate fiscali. Se il governo registra un avanzo , il debito
pubblico diminuisce poiché il governo utilizza l’avanzo di bilancio per ripagare parte del debito esistente.
Vincolo di bilancio del governo in termini reali: Bt – Bt-1 = rBt-1 + Gt - Tt = rBt-1 + Dt
Il vincolo di bilancio del governo mette in relazione la variazione del debito pubblico con il livello del debito pubblico
all’inizio del periodo (che determina il pagamento per interessi sul debito) e con la spesa pubblica e le imposte
raccolte nel periodo corrente. Si scompone il disavanzo in:
1. Spesa per interessi sul debito esistente rBt-1
2. Disavanzo (avanzo) primario Dt = Gt - Tt
3. Variazione del debito pubblico Bt – Bt-1
Il vincolo di bilancio in termini reali dà informazioni sulle determinanti della dinamica dello stock di debito in termini
reali. In particolare,
Dt = 0 l’equazione diventa Bt = (1+ r) Bt-1 → risolvendo per r si vede che questo è proprio il tasso di crescita di
B: r è il tasso a cui lo stock di titoli di debito pubblico B cresce nel tempo, in presenza di un disavanzo primario
nullo
D > 0, B crescerà a un tasso maggiore di r
D < 0, B crescerà a un tasso minore di r
Tuttavia, per concludere se il debito è o meno troppo elevato e la sua dinamica preoccupante, e se quindi siano
giustificate misure volte a stabilizzarne l’andamento nel tempo, come diremo più avanti non è sufficiente guardare al
suo livello.
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ANDAMENTO DEL RAPPORTO DEBITO/PIL
Come anticipato più sopra, per concludere se il debito è o meno troppo elevato, e quindi se siano giustificate misure
volte a stabilizzarne l’andamento nel tempo, non è sufficiente guardare al suo livello. Piuttosto, è necessario
confrontare questo livello con Y, ossia con
Una misura della dimensione dell’economia;
Una misura della possibilità del Governo di ripagare il debito: maggiore è il reddito di una nazione, più questa può
alzare le tasse per finanziare il debito.
Per farlo, scriviamo il vincolo di bilancio di governo in termini di variabili espresse in rapporto al PIL,
scriviamo il vincolo di bilancio di governo in termini di variabili espresse in rapporto al PIL,
bt
≡
Bt
, bt1 ≡
Yt
Gt −T t
.
Yt
Bt −1
, dt ≡
Y t−1
In particolare, dividiamo entrambi i membri per Yt; moltiplichiamo il primo termine al membro di destra per
Y t−1
Y t−1
;
indichiamo con gt
≡
Y t−Y t −1
Y t −1
il tasso di crescita del PIL.
Così facendo, si perviene all’equazione che descrive la dinamica del rapporto debito/PIL b → bt = (1 + r – gt)bt-1 +
dt ovvero, supponendo che g e d siano costanti, bt = (1+ r – g)bt-1 + d. bt – bt1 = (r-g) bt1 + dt
Bt Bt −1
B
G −T t
−
=( r−g ) t−1 + t
Y t Y t−1
Y t−1
Yt
Questa equazione ci dice che la variazione del rapporto debito/PIL è uguale alla somma di due termini:
1) La differenza tra il tasso di interesse reale e il tasso di crescita del PIL, moltiplicato per il rapporto del debito/PIL
esistente alla fine del periodo precedente
2) Il rapporto tra il disavanzo primario e il PIL
Confrontiamo l’equazione che descrive l’andamento del rapporto debito/PIL con quella che descrive l’evoluzione del
debito La differenza è data dalla presenza di (r-g) nella prima equazione rispetto a r nella seconda equazione.
Se il disavanzo primario è nullo G t – Tt = 0, il livello del debito B aumenta ad un tasso uguale al tasso di interesse
reale. Ma se il PIL cresce, il rapporto debito/PIL crescerà più lentamente crescerà ad un tasso pari al tasso di
interesse reale meno il tasso di crescita del PIL (r – g). (decresce, se r – g < 0).
Quest’equazione implica che l’aumento del rapporto debito/PIL sarà maggiore quando:
Il tasso di interesse reale è maggiore
Il tasso di crescita del PIL è minore
Il livello iniziale del rapporto debito/PIL è maggiore
Il rapporto tra disavanzo primario e PIL è maggiore
Per l’analisi dell’evoluzione del rapporto debito/PIL, è utile introdurre la seguente definizione: rapporto debito/PIL
di stato stazionario è quel valore costante di b, che chiameremo b , tale che bt = bt-1 = b per ogni t.
Da bt = (1+ r – g)bt-1 + d otteniamo,
b =
d
. La discussione di questa equazione ci aiuterà a comprendere
g−r
cosa può fare un governo per stabilizzare il rapporto debito/Pil. Il vincolo di bilancio o la retta debito/Pil mostra la
dinamica nel tempo del rapporto debito/Pil.
L’equazione può essere scritta anche come bt – bt-1 = (r – g) bt-1 + d che mostra che l’aumento del secondo membro
porta ad un aumento del primo, dove:
dl’intercetta della retta
1+r –g l’inclinazione della retta.
Il rapporto debito/PIL che si osserva oggi (b1) è l’ordinata, mentre l’ascissa è il rapporto debito/PIL ieri (b 0).
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Caso 1: Disavanzo primario d > 0, r < g
Tasso di interesse reale inferiore al tasso di crescita dell’economia.
La pendenza della retta (1+r-g) è inferiore a quella della retta a 45°
Il rapporto debito/PIL decresce nel tempo, fino a raggiungere il punto di rapporto
debito/PIL di stato stazionario = b
in cui il rapporto debito/PIL assumerà lo
stesso valore periodo dopo periodo.
b
d
g−r
=
> 0 qualunque sia il debito iniziale ereditato dal passato, pur
essendoci un disavanzo primario d > 0, il rapporto debito/Pil decresce nel tempo
e converge sempre a b > 0, il governo riesce a finanziarsi a tassi relativamente bassi e lo stato stazionario è stabile,
in quanto si converge a b indipendentemente dalla situazione iniziale b0.
La dinamica del debito pubblico è quindi sostenibile, e non tende ad esplodere. Anche se il rapporto debito/PIL è
crescente, converge verso b . b aumenta, ma ad un tasso decrescente.
Vi sono due forze (r-g negativa; d positiva) che spingono il rapporto debito/PIL in direzioni opposte. La direzione
effettiva del rapporto debito/PIL è determinata da b 0 ereditato dal passato b converge a quel punto in cui la tendenza
di b di aumentare a causa di d>0 è esattamente controbilanciata dalla tendenza di b di diminuire a causa di r < g
Per b0 piccolo, d ha il sopravvento tra le due forze e il rapporto debito/PIL tende a crescere nel tempo. Viceversa, per
b0 grande, prevale r-g e il rapporto debito/PIL tende a diminuire.
La stabilizzazione debito non richiede che vengano generati avanzi primari. Il governo riesce a finanziarsi a tassi
relativamente bassi, inferiori al tasso di crescita dell’economia, indipendente da b 0: la dinamica del debito/Pil è
sostenibile.
Caso 2: disavanzo primario d > 0 r > g
b
=
d
g−r
<0
Nell’equazione, per ogni t il membro di destra è positivo.
La pendenza della retta debito/PIL è maggiore della retta a 45°.
Qualunque sia il rapporto debito/Pil ereditato dal passato, il rapporto debito/PIL tende
all’infinito, crescendo ad un tasso che è tanto maggiore quanto è grande la discrepanza
tra r e g. Il rapporto debito/Pil non è sostenibile, esplode.
L’intersezione fra il raggio a 45° e la retta debito/Pil avviene per un valore di b negativo al quale non si arriva mai,
neanche se b0 fosse pari a zero Anche se il paese partisse da un debito primario corrente nullo, si verificherebbe una
continua crescita del rapporto debito/PIL in quanto, per finanziare il disavanzo primario bisognerà indebitarsi,
portando il rapporto debito/PIL futuro a crescere.
Caso 3- avanzo primario d < 0 r > g (caso Italia)
b=
d
g−r
>0
La pendenza della retta debito/PIL è maggiore di 1, quindi più ripida della retta di
45° e la intersecherà per un valore positivo ( b > 0 positivo).
Al netto degli esborsi per interessi, il governo incassa più di quanto spenda.
Il rapporto debito/PIL aumenta (a causa di r > g) o diminuisce (a causa di d > 0) a
seconda che prevalga r-g o d, la forza che prevale viene determinata da b 0,
b0 < b Se si parte da poco debito ereditato dal passato, minore di b , il
rapporto debito/PIL tende a ridursi nel tempo e viceversa. Lo stato stazionario non
è stabile, non si converge mai verso quel punto.
Se b0 = b il rapporto debito/PIL si troverà già nel punto di stato stazionario,
altrimenti non convergerà mai verso esso, ma il debito/PIL non tenderà mai ad
esplodere: le dinamiche di b sono instabili.
Se b0> b la: b tende ad aumentare nel tempo.
Lo stato stazionario non è stabile: non si converge a b a prescindere dal rapporto debito/Pil ereditato nel passato.
Anzi, lo si raggiunge solo se si parte dallo stesso valore b .
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Combinando i casi 2 e 3 concludiamo che generando un avanzo primario d < 0 di dimensioni adeguate è possibile
stabilizzare qualunque livello di b, pur in presenza di un r > g.
Un governo che eredita b0 > b potrebbe trasformare il caso 2 nel quale si trova in un caso 3, trasformando il
disavanzo primario in un avanzo primario di dimensione opportuna.
Il governo deve essere disposto a ridurre d sufficientemente da controbilanciare la tendenza del rapporto debito/Pil ad
aumentare per via del fatto che d fosse molto maggiore di zero: si trasforma il b 0 ereditato dal passato in uno stato
stazionario; si tratta di trasformare un disavanzo primario in un avanzo primario.
Tuttavia, generalmente, l’avanzo primario che è necessario generare è troppo grande
della portata del governo.
Contrariamente a quanto abbia ipotizzato, il tasso di interesse r a cui il governo riesce
finanziarsi non è costante ma è una funzione crescente del rapporto debito/Pil b.
Caso 4- avanzo primario: d < 0, r < g
L’ intercetta d negativa e pendenza < 1: b negativo. Il rapporto debito/PIL tende al
punto di stato stazionario, che è negativo. Sia d<0 che r < g fanno diminuire b.
Il settore pubblico vanterà, in stato stazionario, un credito nei confronti del settore
privato. Caso più favorevole. Si converge sempre a b < 0
Problemi derivanti da debito elevato e crescente
r è una funzione crescente di b man mano che b cresce nel tempo, la retta debito/PIL diventa sempre più inclunara,
facendo aumentare anche r e ciò fa aumentare ulteriormente b.
Un aumento della percezione rischiosità fa aumentare r si crea un circolo vizioso: per ↑ r e ↑ del
disavanzo si ha ↑ b: e un ulteriore aumento r
Aumenta la riduzione di d richiesta per stabilizzare b ridurre d sarebbe troppo costoso. Il governo può essere
incentivato a percorrere le altre due strade che consentono di ridurre b:
- ripudio del debito: in genere, in questo caso l’esito finale è una crisi finanziaria
Molti dei titoli del debito pubblico sono in mano alle banche: il ripudio totale o parziale del debito comporta delle
perdite per le banche. La crisi finanziaria del debito pubblico può trasformarsi in una crisi dell’economia reale in
quanto le banche assumono atteggiamenti più prudenti e danno meno a prestito alle imprese.
- ricorrere al finanziamento monetario (vendita titoli alla banca centrale) – tipicamente, l’esito finale è in questo
caso un’inflazione elevata e crescente, se non l’iperinflazione
Episodi rientro debito elevato
1) Germania anni ’20 debito elevato dopo Prima Guerra mondiale instabilità politica e disavanzi del governo di Weimar
monetizzazione, e iperinflazione tedesca (tasso mensile di inflazione 322% nel 1922)
2) Gran Bretagna primo dopoguerra nel 1919, b=130% stabilità politica → misure di austerità fiscale e monetaria
avanzi primari, che consentirono un (lento, finché r>g) rientro del debito
3) Usa secondo dopoguerra b > 100% misure di aggiustamento fiscale, + g >> r → rapido rientro
4) Italia max b = 121.5% nel 1994. Origini:
riforme anni ‘70 (sanità, istruzione, previdenza) non accompagnate da ↑ T
forti disavanzi primari (dal 4.3% del 1970 a valori superiori al 10%)
relativa stabilità b: r basso, < g, grazie anche a controlli valutari e monetizzazione
dal 1981: “divorzio” /fine monetizzazione, + ulteriore espansione G (per previdenza, dipendenti settore pubblico)
svolta 1992: trattato Maastricht, svalutazione. lira nel 1992 ↓ G (prev. sociale, dip. pubblici) e ↑ T: per la prima volta,
avanzo primario ≅ 2% Pil nel 1992
Nel 2009 negli Stati Uniti scoppia una bolla immobiliare, si riduce la ricchezza degli individui WFI e la IS si sposta a sinistra: vi è
una recessione. Nel nuovo equilibrio si ha un Y minore e il tasso reale non può essere ridotto poiché si è allo zero lower bound: vi
è una flessione permanente del reddito.
Ciò ha un impatto anche in Italia: la riduzione del reddito estero porta a meno esportazioni nette e a una riduzione di Y. Anche le
istituzioni finanziarie europee hanno risentito di tale crisi: vi è una forte riduzione delle attività per le aziende di credito
statunitensi e di quelle europee: si riduce l’offerta di credito anche in Europa. Anche la IS in Europa si sposta a sinistra e si entra
in recessione. Di conseguenza, vi è un aumento del rapporto debito/Pil. Gli Stati Uniti riescono ad uscire dalla recessione.
L’Europa entra nuovamente in recessione nel 2011-2012; nel 2009 si è scoperto che la Grecia aveva un disavanzo molto maggiore
di quanto aveva dichiarato. Ciò terrorizzò i detentori dei titoli del debito pubblico greco fra cui banche tedesche e francesi; questo
problema venne affrontato con grande ritardo: comportava degli aiuti ad un paese comportatosi in modo poco disciplinato dal
punto di vista fiscale. La Grecia venne lasciata fallire: dichiara default e ciò sconcerta gli investitori. I titoli greci erano considerati
rischiosi tanto quanto quelli della Germania: le aspettative sulla rischiosità dei titoli cambiano. Vi è stata una sottovalutazione del
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rischio, evidenziata dal fatto che r fossero uguali in tutti i paesi dell’euro. Dopo la crisi greca i tassi sui titoli di stato cominciano a
variare da paese a paese, a seconda della grandezza del rapporto debito/Pil.
Venne suggerita austerità che aggravò ulteriormente il problema della dinamica del rapporto debito/Pil. Le cose cambiarono a
seguito di un discorso di Draghi nel settembre del 2012 che assicurò che l’euro sarebbe stato garantito e sarebbe sopravvissuto.
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