Aphra Behn (1640?-1689) Aphra Behn, poetessa e autrice di teatro e di romanzi, vissuta in piena Restaurazione inglese, è una voce assolutamente singolare nel panorama letterario dell'epoca in cui visse, nonché l'autrice più prolifica e famosa del suo tempo, ad eccezione del poeta John Dryden. Behn può essere anche considerata come una delle iniziatrici del romanzo inglese, in una forma più o meno simile a quello settecentesco seppure con le dovute differenze. Nessuna autrice del suo tempo si dimostrò tanto versatile e tanto aperta alle nuove correnti di pensiero come lei lo era stata. Gran parte della vita di Behn è avvolta tuttavia nel mistero. Con molta probabilità proveniva dall’ East Kent e fu educata in un convento di fede cattolica. Senz’ alcun dubbio, però, Aphra Behn ebbe modo di vivere una serie di esperienze che la resero una donna di mondo. Ad esempio, durante la ‘trade war’ che scoppiò nel 1665, Behn si recò in missione ai ‘Low Countries’ in qualità di spia per il re Carlo II. Successivamente, data la necessità di guadagnare per vivere, nel 1670 compose le sue prime opere teatrali. La prima commedia The forced marriage ("Il matrimonio imposto") viene rappresentata al Duke's Theatre riscuotendo un immediato successo. Aphra è la prima donna inglese che scrive per denaro, guadagnandosi l'appellativo di "poetessa prostituta" proprio perché vende il suo ingegno anziché il suo corpo. Ella stessa dirà di scrivere "per il pane" ma anche per la gloria, "per la mia parte mascolina, per il poeta che c'è in me". A Londra Behn fiorì nel mondo cosmpolita del teatro e della corte, fu sempre al passo con le correnti di pensiero più innovative e prese parte ai dibattiti pubblici contro i Whigs. Nel 1682, fu arrestata sotto l’accusa di ‘abusive reflections’ nei confronti del figlio illegittimo del re, il Duca di Monmouth. Tra le opere pubblicate successivamente, le più importanti dal punto di vista della storia del romanzo furono ‘Love letters between a Noblemen and His sisters’ 1684 e ’ Oronooko, or the Royal slave’ 1688. Quando nel 1689 morì, fu sepolta nella Westminster Abbey. Singolari sono le parole a lei rivolte da Virginia Woolf che dice ‘All women together ought to let flowers fall upon the grave of Aphra Behn for it was she who earned them the right to speak their minds’. ‘Love letters between a Noblemen and His sisters’ 1684 rappresenta un’opera fondamentale per l’evoluzione del romanzo in quanto si tratta di: - una delle prime forme di romanzo epistolare - opera dotata di verosimiglianza del racconto - Un romanzo a CHIAVE, ovvero di un romanzo che descrive le vicende politiche e sociali di un paese ambientandole in un altro, in modo da mascherarle sotto una facciata di finzione: nell’opera di A.B. si parla della guerra civile tra cattolici e protestanti –Cromwell e Ironsidesma tali eventi vengono ambientati nella Francia degli ugonotti, e soprattutto Filandro viene inserito in una congiura che vuole la deposizione e morte del re(Aphra Behn era una REALISTA LEALISTA, sostenitrice della monarchia Stuart) - Espressione del desiderio femminile carnale e sessuale (di Silvia nei confronti di Filandro) MA ciò che allontana Aphra Behn dal vero e proprio romanzo settecentesco, è il suo essere ancora legata a INTRECCI fortemente TRADIZIONALI: quest’opera nasce come traduzione e riscrittura di un’opera francese ‘Les lettres portugaises ’ in cui una suora racconta del suo amore irrealizzabile (tema molto tipico, tradizionale). Ulteriori elementi DISTINTIVI rispetto al romanzo settecentesco sono: - Struttura derivante dal romanzo greco (rif. Le etiopiche di Eliodoro) - Costanti narrative tipiche del genere della tragedia e del romance: Tema del CONFLITTO tra amore e dovere, amore e ragion di Stato, la vendetta, le lacrime (viene narrata la storia di un amore contrastato tra Silvia e Filandro) - I suoi personaggi provengono dalla società ARISTOCRATICA, e i nomi utilizzati sono perlopiù evocativi (personaggi tipizzati) - Linguaggio fortemente RETORICO, ricercato: Uso di artifici retorici tipici della Commedia della Restaurazione: ampio usa della deprecation, figura di stile che implica il lamento dell’innamorata (diverso dallo stile medio, dal ‘plain style’ che avrebbe caratterizzato il romanzo del ‘700 e di tutto l’800.) Altra opera di grande rilievo dell’autrice è il romanzo ‘Oronooko, or the Royal slave’ 1688, che tratta della vicenda di un principe africano fatto schiavo e che rappresenta uno dei primi romanzi sul tema dello schiavismo raccontato dal punto di vista delle vittime. In quest’opera, dal tono drammatico e ancora fortemente legata alla tradizione precedente, ritroviamo un personaggio nobile e aristocratico, anche nel suo modo di esprimersi, che incarna un codice di comportamento, fondato sui principi di fedeltà e onore, proprio degli indigeni e dei nobili Africani. Coraggioso e di buon cuore, Oronooko dà prova della sua nobiltà anche attraverso il suo ardente e costante amore nei confronti di Imoinda, Alla fine Oronooko vedrà i suoi stessi valori e le sue più profonde virtù rivolgersi contro di lui. In quest’opera, infatti, ogni termine può improvvisamente trasformarsi nel suo opposto: friend-foe, tenderness-brutality, savagery- civilization. Al di là della tragica conclusione, la storia di Oronooko ha senz’alcun dubbio aiutato a sensibilizzare il pubblico di lettori nei confronti dell’atroce destino di tutte le vittime del brutale traffico di essere umani e dell’imperialismo inglese. Dal punto di vista stilistisco, Aphra Behn fa uso di un linguaggio forbito, ricco di aggettivi e di immagini molto evocative. Non troviamo la pluridiscorsività tipica del nascente romanzo. In sintesi, Aphra Behn ebbe modo, attraverso le sue opere, di dimostrare la propria temerarietà nel condannare l’ipocrisia della sua società, nel parlare apertamente di tematiche religiose, scientifiche e filosofiche, ma soprattutto nel parlare in qualità di DONNA. In numerose sue opere, dalla poesia ai romanzi, Aphra Behn diede voce ai desideri sessuali delle donne (come nel caso di Silvia che nella lettera n7 parla non solo del suo amore per Filandro ma anche del desiderio carnale, fisico nei confronti dell’amato) e al loro bisogno di amare ‘upon the honest square’. DA LEGGERE Oroonoko p. 1033-1035 e 1077 Pag. 1033-1035Epistle Dedicatory: To the Right Honorable the Lord Maitland Oroonoko si apre con una ‘epistle dedicatory’, ovvero una lettera di dedica rivolta a Lord Maitland, gentiluomo scozzese sostenitore di James II. Attraverso tale dedica, Aphra Behn rivela già alcuni principi fondamentali della sua scrittura. L’autrice comincia affermando che il mondo è diventato sempre più pedante e critico in merito alle dediche; pertanto ella dovrà scegliere con grande cautela un mecenate il cui spirito e il cui valore meritino per davvero ‘tutto ciò che si è capaci di dire in una simile occasione’. Aggiunge poi che è a causa del non saper pensare in maniera corretta e ragionevole che gli uomini tendono a avere un’opinione sbagliata delle dediche, in quanto in realtà ogni grande uomo ha qualcosa che lo rende degno di essere elogiato. Segue poi un paragone tra la figura del pittore, autore di ritratti e quella del poeta. Secondo Aphra Behn, un poeta è un pittore che attinge alla vita per illustrarla, ma a suo modo: i poeti ritraggono ‘ the nobler part, the soul and mind’ e ‘the pictures of the pen shall outlast those of the pencil’’. Facendo riferimento a ‘the admirable accomplishments of a man so great, and so young’ , è possibile che l’autrice alluda al suo personaggio Oroonoko. Behn dimostra anche di sostenere l’idea di ricorrere ad una molteplicità di risorse per incrementare il proprio sapere. Rivolgendosi a Lord Maitland, Behn loda la sua curiosità “Like the industrious Bee, from every Flower you return Laden with the precious Dew”. Behn continua l’elogio del suo Lord, di cui esalta lo spirito raffinato, la generosità, l’ospitalità, l’ingegno e l’ammirevole condotta. Passa poi a presentare la sua opera, che viene definita come una ‘true story’, una storia vera di un uomo coraggioso e valoroso che purtroppo andò incontro ad una fine misera e senza gloria. La scrittrice, sin dalle prime pagine dell’opera, tiene a sottolineare di aver conosciuto in prima persona ‘The Royal Slave’, e di aver provveduto a far sì che quanto detto fosse autentico, ma lascia poi libertà al critico lettore di giudicare da sè. ( What I have mentioned I have taken care should be truth, let the critical reader judge as he pleases’) . Ammette poi che la storia, in alcuni punti, può sembrare ‘romantic’, ovvero simile alle narrazioni di fantasia tipiche del romance, ma aggiunge che occorre tener conto che ‘these countries do, in all things, so far differ from ours that they produce unconceivable wonders’ e pertanto non c’è da stupirsi se appaiano così strani e bizzarri. L’autrice conclude affermando che sarà semplicemente il valore del personaggio a rendere l’opera degna d’onore. P.1077 In questo passo viene descritta l’uccisione di Imoinda per mano dello stesso Oroonoko, il quale aveve pianificato prima l’assassinio della sua amata, poi la vendetta contro i suoi nemici e infine il suicidio. Tuttavia, la vita del corpo ormai morto della sua amata, trasformò tutto il suo dolore in estrema e furiosa rabbia, quella stessa rabbia che gli impedì di uccidersi prima di aver portato a termine il suo piano, prima di aver soddisfatto la sete di disperata vendetta. Oroonoko pianse e si distese a fianco al corpo di Imoinda, dove restò inerme per 8 giorni. Tanto profondo e dilaniante era il suo dolore da rendere vano ogni suo tentativo di alzarsi da quel terreno sul quale aveva compiuto il suo triste sacrificio. Da questo passo emerge quello che è il tipico stile di Aphra Behn, ovvero l’uso di un linguaggio retorico ricco di aggettivi, di immagini fortemente evocative e suggestive; uno stile che ben si addice ad un’opera che è ancora legata a personaggi della nobiltà aristocratica e a motivi tradizionali come quello della vendetta, della morte dell’eroe, delle lacrime e del dolore straziante, delle forte passioni e dell’onore. Jonathan Swift (1667-1745) Considerato uno dei più grandi autori di prosa satirica della letteratura inglese, Jonathan Swift nacque a Dublino figlio di genitori inglesi stabilitisi in Irlanda. Tuttavia, pochi mesi prima della sua nascita, il padre venne a mancare e la madre fece ritorno in Inghilterra, lasciando Jonathan in custodia di uno zio a Dublino. Quest’ultimo aiutò Jonathan nel portare a termine i suoi studi presso delle eccellenti istituzioni come la Kilkenny School e poi il Trinity College. A causa del clima di agitazione conseguente all’abdicazione di James II e all’invasione dell’Irlanda, Swift si trasferì in Inghilttera, dove tra il 1689 e il 1699 visse come membro della famiglia di Sir. William Temple. Durante questi anni, Swift lesse molto e, anche se non del tutto convinto ed entusiasta, decise di intraprendere la carriera ecclesiastica. Contemporaneamente scoprì il suo talento di SCRITTORE SATIRICO. Nel 1704 furono pubblicati A Tale of a Tub e The Battle of the Books, due potenti e pungenti satire contro l’istruzione e la religione. Tornato in Irlanda, Swift si dedicò principalmente alla vita politica e religiosa, due ambiti che allora erano strettamente correlati fra loro, e alla stesura di opere in prose realizzate, generalmente, per promuovere una causa specifica. In qualità di ‘clergyman’ e di sostenitore della Chiesa anglicana, Swift si mostrò ostile verso tutto ciò che sembrasse minacciarla: si schierò contro deisti, cattolici, Non-conformists o anche i sostenitori del patito dei Whigs. Accolto dai Tories, Swift divenne il più brillante giornalista politica del tempo e scrisse, oltre a numerosi articoli per ‘The Examiner’,( il giornale dei Tories), anche lunghi pamphlets a sostegno di importanti politiche, come ad esempio lo scritto a favore della Pace di Utrecht (1713). In Irlanda, fu riconosciuto non solo come efficiente amministratore ecclesiastico della St. Patrick Cathedral ma nel 1724 anche come leader della RESISTENZA IRLANDESE all’oppressione inglese. Sotto lo pseudonimo di ‘M.B. Drapier’ pubblicò una serie di lettere (Lettere al drappiere) che crearono anche dei disagi all’autore per via del loro carattere fortemente polemico, ma che riscossero subito grande successo e gli valsero la nomina di national hero e di difensore della libertà. I suoi ultimi anni furono meno felici. Swift soffriva di quella che oggi definiremo ‘Ménière disease’, una malattia che colpisce l’orecchio interno. A partire dal 1739, a causa delle precarie condizioni di salute fu sciolto dai suoi incarichi e la sua vita sociale andò scemando. Tuttavia, la cupezza di questi ultimi anni non può oscurare quella che è stata la sua vita precedente, piena di energia e senso dell’umore. Swift è anche noto per aver stretto delle salde amicizie nel corso della sua vita con numerosi uomini distinti del tempo, tra i quali Alexander Pope e Lord Oxford. Swift ebbe anche delle complesse e passionali relazioni con donne, in particolare con Ester Johnson, che lui chiamò Stella nelle sue lettere e poesie, (The Journal to Stella, 1766). Nonostante i suoi continui interventi nelle questioni pubbliche, Swift è stato definito un misantropo e la celebre opera Gulliver’s Travels 1726 è stata difatti considerata come espressione di feroce misantropia. Si tratta di un romanzo che coniuga fantasia e satira e attraverso un resoconto dei viaggi intrapresi presso particolari popoli, l’autore, sotto lo pseudonimo di Lemuel Gulliver, muove una critica all’assurdità delle convenzioni sociali e al comportamento umano. In realtà , Swift, seppur si autoproclamò un misantropo, non intendeva con ciò dichiarare il suo odio nei confronti dell’umanità, quanto piuttosto il suo antagonismo verso quella corrente ottimistica di pensiero fondata sulla convinzione della bontà della natura umana. Swift era invece profondamente convinto che l’umana natura fosse permanentemente imperfetta, viziata e dell’impossibilità di agire fin quando l’uomo non avesse riconosciuto i propri limiti morali ed intellettuali. Senz’alcun dubbio Swift dimostrò di essere un maestro della scrittura in prosa, autore di uno stile concreto, asciutto e chiaro e talvolta infuso di diversi toni e manierismi. Un amore per la schiettezza anima anche i suoi poemi che, privi di amore romantico e lontani dal convenzionale linguaggio poetico, sono ispirati perlopiù a scopi satirici e alla volontà di turbare e istigare il lettore piuttosto che divertirlo. Gulliver’s Travels: I viaggi di Gulliver è il capolavoro dello scrittore irlandese Jonathan Swift (16671745), uno dei massimi autori satirici in lingua inglese. Il libro, pubblicato inizialmente anonimo nel 1726 1, racconta le disavventure per mare di un medico di bordo, Lemuel Gulliver, che incontra esseri e popolazioni fantastiche su isole immaginarie. Nonostante l’opera sia piena di allusioni a eventi del tempo, appare ancora attuale e veritiera poiché poggia su tematiche quali gli sbagli umani e le difettose istituzioni politiche, economiche e sociali da essi create. In quest’opera, Swift adotta un antico espediente satirico: il viaggio immaginario. Lemuel Gulliver, il narratore e protagonista dell’opera, un uomo pieno di risorse, allegro, leale, ben educato, rappresenta dunque nel complesso, un rispettabile e dignitoso esempio di umanità, con il quale il lettore può facilmente identificarsi. Il romanzo si compone di quattro parti, una per ciascun viaggio intrapreso dal protagonista verso ‘several remote nations of the world’, l’inglese Lemuel Gulliver, un medico che prende la via del mare quando la sua attività a terra fallisce. La storia si svolge tra il 1699 e il 1715, è narrata in prima persona, spesso imitando a fini ironici e sarcastici lo stile freddo e distaccato dei resoconti ufficiali di viaggio. ‘several remote nations of the world’. Nel primo, Gulliver fa naufragio e approda nell’impero dei Lilliput, creature alte poco meno di 6 pollici, che lo hanno prontamente legato a terra. Qui Gulliver è accolto in modo molto cordiale: i lillipuziani lo conducono in città, gli offrono ospitalità e lo sfamano. Gulliver ha anche un incontro con l’imperatore di Lilliput, che decide di usarlo come arma contro l’isola di Blefuscu, abitata dagli acerrimi nemici dei Lillipuziani. I due popoli sono divisi soprattutto da una controversia: da quale estremità spaccare esattamente un uovo. Gulliver all’inizio acconsente, ma a causa degli intrighi di corte fra i “tacchi alti” e i “tacchi bassi” - altro elemento di satira contro le futili divisioni dei lillipuziani e degli uomini veri (è possibile leggere un’allusione alle aspre contrapposizioni tra i Whig e i Tories nel Parlamento inglese, così come la disputa sulle uova rimanda alla guerra di religione tra Cattolici e Anglicani; l’ipocrita corte dei lillipuziani è invece ispirata a quella di Giorgio I (1660-1727)- Gulliver perde il favore della corte. Egli viene dichiarato traditore e condannato a morte, ma riesce a fuggire su una barca abbandonata e, nel tentativo di raggiungere la terra dei Blefuscu viene raccolto da una nave e riportato a casa. Man mano che si va avanti, noi lettori abbiamo modo di riconoscere la nostra somiglianza a queste creature, soprattutto nella sproporzione tra la naturale eleganza e graziosità e le distruttive passioni senza limiti. Il secondo viaggio (1706-1710) risulta in qualche modo opposto e speculare al primo: Gulliver si imbarca nuovamente ma, dopo una tempesta, il protagonista è abbandonato su un’isola mentre i compagni cercano viveri e acqua. Qui Gulliver incontra dei giganti, i Brobdingnag, governati da un principe illuminato che incarna la saggezza morale e politica. Qui un gigantesco contadino di quasi 22 metri lo raccoglie tra l’erba e lo tiene come un piccolo animale domestico. Un giorno lo cede alla regina che lo usa per fare divertire la corte. Gulliver ha poi l’occasione di discutere con l’imperatore dei giganti delle condizioni in cui versa l’Europa, ed è messo a tacere dalle domande stesse del re che gli rivelano la differenza tra ciò che l’Inghilterra è e ciò che dovrebbe essere. La permanenza tra i Brobdingnag si rivela, tuttavia, molto sgradevole, in particolare a causa della loro ripugnanza (ogni particolare ed odore fisico è infatti ingigantito) e dello stile di vita umiliante che è costretto a condurre (Ad un certo punto, Gulliver divento il bambolotto con cui si diverte una bimba di nove anni.) Gli animali, poi, sono un autentico pericolo per lui (ha un incontro quasi fatale con delle enormi vespe), ma sarà proprio un animale a salvarlo involontariamente. Infatti, durante una gita con la coppia reale, la gabbietta in cui è tenuto viene afferrata da un’aquila e poi fatta cadere in mare. Grazie a questa circostanza Gulliver riesce a mettersi in salvo e a tornare ancora una volta dalla moglie e dai figli. La terza parte differisce dalle precedenti, ciascuna delle quali descrive un’unica e distinta società che sfida il senso della stessa umanità del protagonista che si trova di fronte a creature profondamente diverse da lui, quantomeno dal punto di vista fisico. Nella terza parte, invece, Gulliver visita più paesi: Laputa, Balninarbi, Glubbdubdrib, Luggnagg a Giappone, i cui abitanti sembrano normali essere umani. Ciò fornisce a Swift l’occasione per schernire e scimmiottare vari bersagli, come alcuni esperimenti assurdi e ragionamenti assai improbabili relativi alla scienza, politica ed economia o idee comunemente accettate in merito alla storia e alla felicità umana. Gran parte di questo viaggio rispecchia la vita culturale e politica sotto l’amministrazione del primo ministro Sir Robert Walpole. Durante il quarto e ultimo viaggio (1710-1715) Gulliver si trova di nuovo alle prese con una disgrazia marittima: l’ammutinamento del suo equipaggio. Arriva così fortunosamente nella terra popolata dagli Houyhnhnms, cavalli dotati di raziocinio, e dai loro servitori, gli Yahoo, che sono esseri umani nell’aspetto ma abbruttiti nel corpo e nello spirito, inclini esclusivamente ad appettiti e passioni. Gulliver fa presto amicizia con i cortesi ed evolutissimi Houyhnhnms, impara la loro lingua e spiega loro la Costituzione inglese. La società degli Houyhnhnms si basa sui principi della più pura razionalità: essi non hanno religione e non conoscono dolore per la morte, la loro struttura sociale è basata sulla famiglia con due figli di ambo i sessi e nella loro lingua non ci sono termini per definire i sentimenti, la falsità, l’ipocrisia. Gulliver, disgustato dagli Yahoo così simili a lui, chiede di essere ammesso tra questi cavalli sapienti. Tuttavia gli Houyhnhnms, temendo che la natura malvagia di Gulliver possa prima o poi manifestarsi, lo bandiscono. Addolorato ma rassegnato, Gulliver si costruisce una canoa e, presa la via del mare, viene raccolto da una nave portoghese. Benché il capitano lo tratti assai bene, Gulliver considera ormai tutti gli esseri umani come dei disgustosi Yahoo. Tornato a casa, non sopporta più la presenza di moglie e figli, tanto ne è disgustato 5. Ormai pazzo, Gulliver troverà pace solo nella stalla, dove trascorrerà le proprie giornate parlando con i cavalli. I viaggi di Gulliver è un romanzo organizzato secondo una struttura molto semplice, che si ripete analogamente per quattro volte, una per ogni viaggio. In ciascuna delle quattro parti assistiamo all’ingresso del protagonista in una società e un mondo fantastici e sconosciuti, a cui segue la descrizione dei tentativi (sempre comici e fallimentari) di adattamento al nuovo ambiente, dalla cui analisi far trasparire la critica salace alle istituzioni e ai costumi del mondo reale. Swift sembra essere molto chiaro: in ogni caso il risultato si rivela essere fallimentare. A prima vista, ciò si spiega con la struttura stessa di queste società: i Lillipuziani, per quanto generosi, hanno un’indole da guerrafondai e sono profondamente divisi al loro interno da odi e meschinità, che si manifestano in particolar modo nell’ambiente di corte. Né le cose vanno meglio con i giganti Brobdingnag: la vita presso di loro è evidentemente impossibile per Gulliver, poiché elevano al cubo tutti i difetti umani (anche quelli di natura fisica), trattando per giunta il protagonista come un oggetto di divertimento. Anche le risorse dell’intelletto sono messe in ridicolo attraverso la rappresentazione della città di Laputa: non solo gli studi qui condotti sono del tutto insensati, ma gli scienziati che qui vivono opprimono pure altre popolazioni che vivono sulla terraferma. Ma è l’episodio degli Houyhnhnms il più interessante da questo punto di vista, perché la loro comunità è certamente quella in cui Gulliver si inserisce meglio ed è l’unica in cui egli vorrebbe rimanere. Tuttavia, questi cavalli non hanno una precisa identità individuale, ma tendono ad identificarsi nel gruppo, ed escludono Gulliver proprio perché “diverso” e “altro” rispetto a loro, esattamente come fanno con gli Yahoo. La ricerca di un mondo utopico da contrapporre ai vizi e ai difetti dell’Europa si rivela quindi un insuccesso su tutta la linea, poiché la satira corrosiva dell’autore non risparmia niente e nessuno: tanto più emergono i difetti e le ipocrisie degli uomini a confronto con quanto più si capisce che anche i regni fantastici visitati da Gulliver non sono affatto dei Paradisi in Terra. Swift, attraverso quest’opera, mette in discussione ‘our perceptions of meaning’, in quanto in Gulliver’s Travels, raramente le cose sembrano quello che sono. Un’ IRONIA, provocante e corrosiva, sottosta a quasi ogni parola del testo, così da spingere il lettore a guardare oltre la superficie della realtà. L’opera, nel suo livello più profondo, non ci offre una soluzione, bensì una domanda: Che cos’è l’essere umano? What is a human being? A letter from Captain Gulliver to His Cousin Sympson Questa lettera è datata 1727, scritta da Gulliver a Sympson. Gulliver è furioso per le edizioni del suo libro di Sympson, e protesta contro le modifiche apportate da Sympson alla sua storia, in particolare l'aggiunta di un passo che elogia la regina inglese (sebbene Gulliver dica di rispettare la regina, insiste che non l'avrebbe mai elogiata agli Houyhnhnhnm). Si lamenta anche che Sympson ha confuso i dettagli del suo viaggio in mare. Definisce il libro diffamatorio. Ha ricevuto molti abusi per il libro e tutti dubitano della verità del racconto.Questa lettera introduce il tema della prospettiva. Anche se Sympson ha appena espresso la sua edizione del testo, Gulliver è furioso con le sue modifiche. Accusando Sympson di falsificazione e diffamazione, questa lettera non solo mette in discussione la verità della lettera di Sympson, ma implica anche che il testo a venire (così come è stato curato da Sympson) è esso stesso in qualche modo falso, e quindi implica anche che almeno una parte della narrazione è vera - perché mai Gulliver dovrebbe essere arrabbiato per le "falsificazioni" di Sympson se la storia di Gulliver non fosse vera? In tutta la lettera, Gulliver si riferisce agli esseri umani come agli yahoo e lamenta il mondo perverso in cui gli houyhnhnm degenerati sono schiavizzati dagli yahoo. Sebbene Gulliver riconosca di essere anch'egli uno "yahoo", osserva di essere stato elevato dalla sua educazione tra gli "houyhnhnhnm", anche se una parte di quella raffinatezza ha cominciato ad erodersi durante il suo tempo trascorso tra "la vostra specie... in particolare quella della mia famiglia". Allo stesso tempo, i nomi folli utilizzati da Gulliver per le cose e il suo insistente prendere distanza dagli esseri umani ("la vostra specie") suggeriscono che potrebbe non essere del tutto sano di mente mentre scrive la lettera. La sua pretesa di verità è sminuita da una prospettiva potenzialmente folle? The Publisher to the Reader Richard Sympson presenta il libro come documenti lasciatigli dal suo amico Lemuel Gulliver, che secondo Sympson era originario dell'Oxfordshire e che in seguito aveva vissuto a Redriff, anche se attualmente si è ritirato a Nottinghamshire per sfuggire alla folla di visitatori che aveva ricevuto a Redriff. Sympson garantisce "un'aria di verità" sul contenuto del testo e attesta l'onestà di Gulliver, osservando che i suoi concittadini spesso sottolineavano la verità di qualcosa dicendo "era come se il signor Gulliver l'avesse pronunciata". Sympson spiega che sta pubblicando una versione edita per l'intrattenimento della gente. I suoi interventi sono consistiti nel ritagliare passaggi sui viaggi in mare e sulle informazioni geografiche, che secondo lui andrebbero al di sopra della comprensione del lettore comune, come vanno al di sopra della sua. La lettera preliminare di Sympson è una delle tante tattiche di Swift per far sembrare il libro un "vero" racconto di viaggio piuttosto che un racconto di finzione. La lettera non solo si riferisce a Gulliver come a una persona reale, ma garantisce anche la sua onestà (e, per estensione, la veridicità del resoconto successivo). La lettera difende anche la vaghezza del libro sui fatti geografici. Il lettore presumerebbe molto probabilmente che non ci siano dati di fatto, perché i viaggi sono solo fantasie. Eppure questa lettera sostiene che i fatti esistono e sono stati omessi solo per risparmiare al lettore la noia di leggerli. Chapter 1 Gulliver racconta la sua nascita in circostanze modeste e il suo background di chirurgo e poi di chirurgo navale. Tuttavia, non ha mai guadagnato molto perché non si sentiva a suo agio a imbrogliare la gente, come altri chirurghi. Una delle navi su cui stava lavorando era naufragata ed era l'unico sopravvissuto, nuotando verso la salvezza su una spiaggia dove era svenuto per esaurimento. La descrizione del suo passato prende le distanze dalla società corrotta e ingannevole dell'Inghilterra e gli dà un vantaggio morale. Forse non era un membro della società finanziariamente di successo, ma era molto più ricco di virtù dei suoi colleghi bugiardi. Quando Gulliver si sveglia, si ritrova legato a terra e circondato da una folla di persone alte sei pollici (i lillipuziani) che parlano una lingua che non capisce. Sebbene sia tentato di afferrarne e schiacciarne manciate, Gulliver si trattiene ricordandosi di aver fatto loro "una promessa d'onore" con il suo "comportamento sottomesso". Le piccole persone fasciano le ferite che Gulliver ha riportato con le loro frecce. Questa scena introduce il tema del potere morale contro il potere fisico. I lillipuziani hanno esercitato il potere fisico contro Gulliver legandolo a terra e sparandogli. Tuttavia, quando Gulliver resiste all'impulso di combattere con il potere fisico e sceglie invece di negoziare ragionevolmente, i lillipuziani rispondono in modo gentile. Cominciano a guarire le ferite fisiche che loro stessi hanno inferto. Mentre Gulliver dorme, i lillipuziani lo trasportano su una grande carrozza che hanno fatto costruire appositamente nelle poche ore trascorse dall'apparizione di Gulliver (Gulliver loda la loro ingegnosa matematica e ingegneria), e iniziano un viaggio verso l'imperatore lillipuziano. All'arrivo, viene incatenato a un tempio fuori uso (la più grande struttura del regno) dove alloggerà. L'imperatore e migliaia di persone lo vedono. Le sue corde sono tagliate in modo che possa stare in piedi e muoversi mentre è ancora vincolato dalle sue catene. Tutti sono sbalorditi dalle sue dimensioni. I lillipuziani sono ovviamente degli ingegneri pratici e di talento, come dice Gulliver, poiché sono stati in grado di inventare e costruire un'enorme carrozza in poche ore. L'immagine di Gulliver in piedi sottolinea la differenza tra la sua prospettiva e quella dei lillipuziani. Per lui, lui è normale e loro sono minuscoli. Dalla prospettiva dei lillipuziani, invece, sono loro ad essere normali e lui è un gigante. Frances Burney (1752-1840) Devota figlia di Charles Burney, noto compositore, Frances crebbe in una famiglia numerosa che le offrì ampie possibilità di studiare e di integrarsi discretamente nella vita sociale. Il suo primo romanzo, Evelina, or the Young Lady’s Entrance into the World (1778) fu scritto in segreto e pubblicato anonimamente. Ciononostante alcuni lettori, riconoscendone l’autorialità, ben presto iniziarono a cantare le lodi della giovane scrittrice. L’opera, sotto forma di romanzo epistolare, racconta la storia di una donna che, dopo aver vissuto a lungo in una situazione di isolamento, impara a districarsi nelle piaghe della società e a conquistare l’amore di un nobile gentiluomo. Un secondo romanzo Cecilia (1782) ne confermò la fama. La sua vita familiare era, tuttavia, infelice. Dopo la morte della madre, Frances incontrò non poche difficoltà nel rapportarsi con la sua matrigna e proprio per accontentare il padre, nel 1786, decise di accettare l’incarico di dama di compagnia alla corte, dove però l’etichetta paralizzante e la mancanza di indipendenza la tormentarono per i seguenti cinque anni, fino alle dimissioni. A 41 anni sposò un emigrato francese, General Alexandre-Gabriel-Jean-Baptiste d’ Arlbay, con il quale trovò la propria serenità. Nel 1796 compose anche un ulteriore novel, intitolato Camilla , a cui corrispose un cospicuo guadagno. Dopo aver raggiunto il marito in Francia, nel 1802, a causa delle guerre napoleoniche fu impedito loro di tornare in Inghilterra per 10 anni; il dolore di un outsider è difatti il tema che domina l’ultimo romanzo The Wanderer, or Female Difficulties 1814. In realtà Burney non smise mai di scrivere come testimoniato dalle pagine di diario e dalle numerose lettere pubblicate dopo la sua morte. Burney, attraverso le sue opere, ci ha offerto un quadro della sua vita, in particolare di ciò che ella considerava la sua famiglia, i suoi amici e sè stessa. Anche nelle sue pagine più informali è possibile riconoscere le sue doti e quelli che potremmo definire i tratti distintivi della sua narrativa: un talento per il personaggio attraente, un orecchio predisposto al dialogo, un senso dell’umore caustico e pungente e un ritmo repentino che trasporta il lettore da un momento all’altro della storia. Il suo tema preferito era l’imbarazzo ‘embarassment’ . Nonostante il rispetto delle buone maniere e del decoro, Burney osserva il mondo e le sue istituzioni con gli occhi di un OUTSIDER, consapevole dei profondi divari tra il dire e il fare. Lei si prese la libertà di scrivere con completa onestà, fingendo che nessuno avrebbe poi letto quanto da lei scritto. E invece i suoi pensieri privati ed intimi sono riportati sulla pagina così fedelmente che, alla fine, ogni lettore può arrivare a condividerli. Thomas Gray (1716-1771) Considerato tra i più grandi intellettuali europei, Thomas Gray si impose come una delle personalità poetiche più eminenti e amate del XVIII secolo. Nato a Londra, Thomas Gray fu l’unico di 12 figli a sopravvivere. A soli 8 anni Gray lasciò casa per studiare ad Eton dove strinse delle profonde amicizie con Richard West, Thomas Ashton e Horace Walpole, figlio del primo ministro inglese. Dopo 4 anni a Cambridge, Gray partì per il Grand Tour insieme a Walpole. La morte dell’amico intimo West nel 1742 segnò un duro colpo per Gray, come testimoniato anche dai suoi versi, in gran parte impregnati del ricordo dell’amico defunto. Gray trascorse il resto della sua vita a Cambridge, proseguendo i suoi studi e dedicandosi alla scrittura di meravigliose lettere e poemi. Gray non era quasi mai facilmente soddisfatto delle sue opere, egli rivedeva e correggeva costantemente i suoi poemi. Dato che egli riteneva che ‘ the language of the age is never the language of poetry’ spesso utilizza nella sua poesia un linguaggio arcaico e la struttura sintattica tipica del latino. Tra le opere principali da lui realizzate, ricordiamo le due odi pindariche ‘The Progress of Poesy’ 1754 e ‘The Bard’1757, le quali mostrano la sua eccellente istruzione e il suo amore per la natura e il sublime. Ma è sicuramente con la pubblicazione dell’ ‘Elegy Written in a Country Churchyard’ 1751 che Gray consacrò la propria fama come poeta. L’immediato successo di questa poesia, composta probabilmente per ricordare l’amico defunto Richard West, contribuì anche ad affermare il genere della cosiddetta ’poesia sepolcrale’, il cui tema privilegiato è la meditazione sulla morte e il cui tono prevalente è quello della commiserazione nostalgico-malinconica per il tempo che scorre inesorabile e per le persone amate che non ci sono più. Proprio la predominanza della malinconia avvicina questo poema alla sensibilità romantica. L’Elegy si apre sulla contemplazione di un piccolo cimitero di campagna al crepuscolo probabilmente quello di Stoke Poges, nel Buckinghamshire - che porta Gray a riflettere sui morti che vi sono sepolti (vv. 1-12). Gray, nella calma del giorno che muore, ascolta il verso di un gufo, che introduce alla tematica sepolcrale, proiettata sullo sfondo di una campagna silenziosa e inviolata. TRADUZIONE: La campana della sera batte il rintocco del giorno che finisce (che muore) La mandria che muggisce si stende lentamente sul prato Il contadino procede a passo stanco il suo cammino verso casa E lascia il mondo all’oscurità e a me. Ora svanisce il luccicante paesaggio alla vista E tutta l’aria mantiene una solenne fissità (tranquillità) Tranne dove vola ronzando lo scarabeo E sonnolenti campanacci cullano i greggi lontani; Eccetto quella (dove) dalla lontana torre coperta d’edera Il melanconico gufo si lamenta con la luna di chi, vagando vicino al suo segreto nido, molesta il suo antico e solitario regno. Sotto quei robusti olmi, quell’ombra del tasso Dove il terreno si solleva in cumuli marcescenti Ognuno giace nella sua angusta tomba per sempre I rozzi (non istruiti) antenati del villaggio dormono Nei versi successivi (vv. 13-28) il poeta focalizza, attraverso le tombe, il significato della morte per la gente semplice (v. 16: “the rude forefathers”) che abita quel borgo rurale in comunione con la Natura. Al contrario, le stanze seguenti descrivono per opposizione la vita in terra dei ricchi e dei potenti (vv. 29-44): tutti il loro potere sarà vanificato dalla morte: La brezza (che trasporta) l’odore d’incenso del Mattino, La cinguettante rondine dal capanno costruito con paglia, Lo stridulo chicchirichì del gallo, o l’echeggiante corno (tromba), Non li sveglierà più dal loro umile letto. Per loro il brillante (rovente) focolare non brucerà più. Né affaccendata donna di casa accudirà alle faccende serali: Né i bambini correranno a balbettare il ritorno del loro padre (lett. signore), Né si arrampicheranno sulle sue ginocchia per spartirsi il desiderato (lett. invidiato)bacio. Spesso il raccolto cedeva alla loro falce, Il loro aratro spesso ha rotto la cocciuta terra; Come conducevano allegramente la loro muta per i campi! Come si piegavano i boschi sotto il loro forte colpo! Non permettiamo che l’Ambizione derida il loro umile lavoro, le loro domestiche gioie, e il destino (li) oscuri; Né la Grandezza (le persone ricche e potenti) oda con sorriso sprezzante Le brevi e semplici storie dei poveri. Il vanto della nobiltà, la pompa (sfarzo) del potere, E tutta quella bellezza, tutto quello che la ricchezza diede mai, Aspetta ugualmente l’inevitabile ora. I sentieri della gloria non portano che alla tomba. Tutti i beni terreni (la nobiltà, il potere, la bellezza esteriore, i beni accumulati) sono dunque inutili e illusori. Il tema della sostanziale uguaglianza degli uomini è riaffermato anche poco più avanti (vv. 45-76), dove Gray sviluppa il ragionamento per cui molti degli ignoti sepolti nel cimitero campestre davanti ai suoi occhi avrebbero potuto diventare famosi, nel bene o nel male, se non fossero stati limitati dalle circostanze di una nascita in un ambiente povero e sottosviluppato. Il concetto, senz’altro innovativo per un intellettuale dell’epoca, apre la seconda parte dell’Elegia, dove Gray sviluppa in particolar modo gli aspetti sentimentali e patetici del sepolcro: la contemplazione delle umili e grezze tombe dei contadini del borgo (vv. 77-92) suggerisce al poeta l’immagine che il morto chiede a chi è di passaggio almeno una lacrima o un sospiro per il suo destino. L’affetto per il defunto trova nella tomba un punto di riferimento ideale, mentre da essa si alza la voce della Natura. Gray aggiunge poi (vv. 93-116) la vicenda di un uomo dalla testa canuta (v. 97: “some hoaryheaded swain”) che prima di morire era solito vagare per quelle terre e che può essere inteso come una controfigura del poeta stesso. Né tu, tu orgoglioso, non dare a questi la colpa, Se il memoriale sulla loro tomba non mostra trofei, là dove* attraverso la lunga navata e le volte decorate, L’inno sonoro gonfia la nota di elogio ( a Dio.) * si riferisce all’interno di una chiesa dove si trovano le tombe di persone importanti Può un’urna decorata o un busto espressivo Riportare nella sua dimora (corpo) il respiro fuggente? (anima) Può l’Onore richiamare (in vita) la polvere silenziosa, o l’Adulazione addolcire il cupo, freddo orecchio della morte? Forse in questo luogo abbandonato giace Qualche cuore* una volta pregno di fuoco celestiale Mani, che lo scettro dell’impero avrebbero potuto reggere, oppure svegliare l’estasi della lira vivente. *Uno di questi umili campagnoli nel cimitero avrebbe potuto diventare un imperatore, o un grande musicista, se gli fosse stata data l’opportunità Ma la Conoscenza dinanzi ai loro occhi la sua ampia pagina Ricca dei tesori del tempo mai si aprì; Fredda Penuria represse la loro nobile furia, E gelò il geniale flusso dell’anima (flusso d’idee). Ben più di una gemma del più puro raggio sereno, possiedono le oscure e inesplorate caverne dell’oceano; molti fiori nascono per sbocciare non visti, e disperdono il loro profumo nell’aria deserta. Un qualche Hampden di campagna, che con animo coraggioso si oppose al piccolo tiranno dei suoi campi, un qualche muto e inglorioso Milton qui potrebbe giacere, un qualche Cromwell innocente del sangue del suo paese. Di suscitare l’applauso del senato in ascolto, di disprezzare le minacce del dolore e della rovina, di spandere la ricchezza su una terra ridente, e di leggere la loro storia negli occhi di una nazione. La sorte negò loro; né limitò solo le loro crescenti virtù, ma confinò i loro crimini (la sorte) impedì di farsi strada attraverso il delitto fino al trono, e di chiudere le porte della misericordia sull’umanità. Di nascondere i penosi spasimi della verità di cui erano consapevoli, di smorzare i rossori di un’innocente vergogna, o di ammucchiare sull’altare del Lusso e dell’Orgoglio, l’incenso acceso alla fiamma della poesia. Lontano dall’ignobile lotta della pazza folla, I loro sobri desideri non hanno mai imparato a disperdersi; Lungo la fredda, appartata valle della vita, Mantennero il corso silenzioso della loro esistenza. Tuttavia per proteggere dalle ingiurie persino queste ossa, qualche fragile monumento ancora eretto vicino, adornato con versi incolti e di sculture senza forma, implora al passante il tributo di un sospiro. I loro nomi, anni, scritti da una Musa illetterata, prendono il posto della fama e dell’elegia; e sparge molti versetti biblici che insegnano al rustico moralista come morire. Chi, preda del muto oblio, ha mai rinunciato a questa piacevole e angosciante esistenza ha lasciato i caldi confini del lieto giorno, senza lanciare uno sguardo di desiderio dietro di sé? Sul seno appassionato l’anima morente si confina. Qualche pia lacrima chiede l’occhio che si spegne. Anche dalla tomba piange la voce della Natura perfino nelle nostre ceneri vivono i loro soliti fuochi. Quanto a te, che ti preoccupi dei morti non onorati, Narra in questi versi la loro storia innocente; Se per caso, guidato da solitaria contemplazione, qualche spirito a te affine indagherà sul tuo destino, Forse qualche canuto pastore potrà dire: ”noi spesso lo abbiamo visto all’alba che smuoveva con rapidi passi la rugiada per incontrare il sole sugli alti prati. Là ai piedi di quel faggio ondeggiante che intreccia così in alto le sue vecchie fantastiche radici, soleva passare il pomeriggio disteso e malinconico, a meditare vicino al ruscello che gorgoglia. Proprio accanto a quel bosco,ora sorridendo quasi beffardo, Egli soleva errare balbettando le sue capricciose fantasie, Ora chinandosi mesto e pallido come un desolato, o oppresso dagli affanni o contrariato da un amore senza speranza. Una mattina non lo vidi più sulla solita collina, lungo la landa o vicino al suo albero preferito; Un altro venne; tuttavia non vicino al ruscello, né sul prato né nel bosco egli era. Il mattino dopo con canti funebri in triste rito, lo vedemmo portare lentamente lungo il sentiero della chiesa. Avvicinati e leggi (perché tu sai leggere) l’epitaffio, scolpito nella pietra ai piedi del vecchio rogo. THE EPITAPH Qui posa la sua testa sul grembo della terra un giovane alla fortuna e alla fama ignota. La bella scienza non arrise mai alla sua umile nascita, e la malinconia lo segnò per sempre per sé. Grande fu la sua generosità e la sua anima sincera, Il cielo inviò una ricompensa con pari generosità: egli diede alla miseria tutto ciò che aveva, una lacrima, E ottenne dal cielo (tutto ciò che egli desiderava) un amico. Non cercare di scoprire oltre i suoi meriti o trarre le sue fragilità dalla loro spaventosa dimora (là essi riposano come in tremante speranza) sul petto di suo padre e del suo Dio”. L’Elegia si chiude con un Epitaffio di tre stanze (vv. 117-128) che descrive la tomba del poeta, sulla quale il narratore sta meditando. Qui si spiega che il poeta era giovane e sconosciuto (v. 118: “a youth to fortune and to fame unknown”), afflitto dalla malinconia ma dall’animo buono e sincero, che ha trovato nella morte un amico. Nonostante le tematiche di stampo pre-romantico, lo stile di Gray è sicuramente molto classico e trae molti spunti dalla tradizione. Nonostante il titolo, la forma non è propriamente quella dell’elegia (che identifica un componimento in distici di tematica triste o malinconica e magari commemora un affetto caro) ma piuttosto quella dell’ode. Del modello dell’elegia si riprende allora, più che la struttura, il concetto della riflessione sulla morte e sul significato della condizione umana. L’Elegia scritta in un cimitero campestre è composta in heroic quatrains, ovvero quartine in pentametro giambico 5 a rima alternata ABAB.
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