Introduzione L'economia influenza la nostra vita quotidiana; infatti, riceviamo continuamente informazioni su temi economici a livello locale, nazionale e internazionale. Molti pensano che l'economia si occupi del denaro e ciò è in parte vero. Effettivamente, l'economia ha molto a che fare con il denaro. Tuttavia, sebbene il denaro svolga un ruolo importante nella nostra vita, l'economia è più di un mero studio della moneta. Tra i temi tipicamente economici troviamo: - la produzione di beni e servizi: quanto viene prodotto nell'economia; quanto producono le singole imprese; con quali tecniche di produzione e con quanti addetti, ecc. - il consumo di beni e servizi: quanto viene consumato dalla popolazione; in quale quantità viene acquistato un determinato bene; quali persone in particolare scelgono di acquistarlo, ecc. 1.1.Il problema della scarsità Il problema è che i desideri umani sono praticamente illimitati, mentre i mezzi per soddisfare tali desideri non lo sono. a livello mondiale, ad esempio, è possibile produrre solo una determinata quantità di beni e servizi poiché la quantità di risorse a disposizione è limitata. Tali risorse, chiamate anche fattori di produzione, sono di tre tipi: - risorse umane: lavoro. La forza lavoro è limitata sia nel numero sia nelle abilità; risorse naturali: terra e materie prime. La superficie mondiale è limitata, così come le materie prime; risorse derivate: capitale. il capitale consiste in tutti i fattori produttivi che sono stati a loro volta prodotti. Questa è la ragione della scarsità: mentre i desideri umani sono praticamente illimitati, le risorse disponibili per soddisfare tali desideri non lo sono. È, poi, evidente che non tutti soffrono del problema della scarsità nella stessa misura. 1.2.Domanda e offerta L'economia studia i fenomeni del consumo e della produzione e tali fenomeni generano la domanda e l'offerta. La domanda è collegata ai desideri. Se beni e servizi fossero gratuiti, le persone domanderebbero tutto ciò che vogliono. L'offerta, invece, è limitata, in quanto è collegata alle risorse. Ehi dato il problema della scarsità, la domanda potenziale eccederà l'offerta potenziale. La società dovrà, quindi, trovare il modo di risolvere questo problema, cercando di rendere domanda e offerta reciprocamente compatibili. 2. Come si suddivide la materia? – Che cosa si intende per microeconomia e macroeconomia? L'economia si suddivide in microeconomia e macroeconomia. La microeconomia si occupa dei singoli individui che operano nel sistema economico: il singolo consumatore, il singolo produttore, ma anche il singolo mercato. Essa studia, quindi, la domanda e l'offerta per particolari beni o servizi: per le automobili, il pane, le mele, gli abiti, ecc. La macroeconomia si occupa dell'intero sistema economico, che coincide con il sistema-paese: l'Italia, la Francia o la Germania intesi come sistema economici, costituiscono, quindi, l'oggetto di studio della macroeconomia. Al centro dello studio della macroeconomia vi sono la domanda aggregata e l'offerta aggregata. Con la domanda aggregata intendiamo la spesa totale realizzata nell'economia da tutti gli operatori messi insieme: sia dalle famiglie per acquistare beni di consumo, sia dalle imprese per acquistare beni capitali. Con offerta aggregata intendiamo il valore dell'intera produzione di beni e servizi che l'economia ha a disposizione. 2.1.Microeconomia La scarsità delle risorse induce a compiere scelte dolorose. ogni società si trova ad operare tre tipi di scelte: - Quali beni e servizi devono essere prodotti e in quali quantità? Come devono essere prodotti tali beni? Per chi devono essere prodotti tali beni? Le scelte comportano anche rinunce. Quanto più cibo acquistate, tanto minore sarà il denaro che potrete spendere nell'acquisto di altri beni. In altre parole, qualsiasi scelta comporta la rinuncia alle altre alternative possibili. La rinuncia alla migliore alternativa possibile prende il nome di costoopportunità. Se un'azienda agricola può produrre 1000 tonnellate di grano o alternativamente 2000 tonnellate di orzo, allora il costo-opportunità di una tonnellata di grano è pari a due tonnellate di orzo. Gli economisti ricorrono spesso al concetto di scelta razionale. Si tratta di considerare tutti i costi e i benefici di una data attività e di scegliere quella che permetta di massimizzare i benefici, minimizzando, al contempo, i costi. Immaginate di essere al supermercato e di voler acquistare una bottiglia di vino. Preferireste spendere molto per un ottimo vino o ne comprereste uno più economico? Per fare una scelta razionale dovrete considerare tutti i costi e i benefici di ciascuna alternativa. Il vino di qualità vi potrà dare maggiore soddisfazione, ma ha un elevato costoopportunità: poiché è costoso, vi costringerà a sacrificare il consumo di altri beni. Se optate per il vino economico, invece, avrete una minore soddisfazione, ma avrete più denaro per comprare altre cose: il suo costo-opportunità è inferiore. Una decisione razionale, quindi, comporta la scelta, tra le alternative disponibili, di quella che dà il maggior beneficio rispetto al costo. In economia si è soliti dire che le scelte razionali comportano il confronto tra costi marginali e benefici marginali, ovvero, rispettivamente, la variazione di costi e benefici dovuti a fare una certa attività in quantità leggermente superiore o leggermente inferiore a un dato livello. Le informazioni sono, poi, molto importante ai fini del processo decisionale. Siamo pieni di informazioni intorno a noi ed è per questo che spesso, il problema, non consiste nella loro carenza, ma nel fatto che sono troppe e che bisogna capire quali siano affidabili e quali utili e selezionarle in modo appropriato. La microeconomia non studia soltanto le scelte, ma anche le loro conseguenze. In alcune circostanze, le scelte porteranno a un'allocazione efficiente delle risorse di un paese; in altri casi, invece, possono portare a una serie di problemi sociali quali inefficienze, sprechi e disuguaglianze. 2.2. Macroeconomia La macroeconomia studia la determinazione della produzione e quindi del reddito nazionale e il suo andamento nel tempo. Si occupa, quindi, dei problemi della recessione, della disoccupazione, dell'inflazione e delle politiche adottate dal governo per far fronte a questi problemi. Le difficoltà macroeconomiche sono strettamente legate all'equilibrio tra domanda aggregata e offerta aggregata. Una domanda aggregata troppo bassa rispetto all'offerta aggregata può dar luogo a recessione e disoccupazione. Una recessione è data dalla riduzione del valore della produzione di beni e servizi nel tempo. Non tutte le recessioni sono uguali: contano la durata e la profondità di una recessione. Dai tagli alla produzione derivano una minor domanda di lavoro e, quindi, la crescita della disoccupazione. Se la domanda aggregata è troppo elevata rispetto all'offerta aggregata, ci saranno molto probabilmente inflazione e un deficit nella bilancia commerciale. L'inflazione consiste in un aumento generalizzato del livello dei prezzi; Il deficit di bilancia commerciale è dovuto all'eccesso del valore delle importazioni su quello delle esportazioni. Inoltre, con l'aumento dell'inflazione, ci sarà una perdita di competitività del paese sui mercati mondiali che ridurrà le esportazioni e produrrà, quindi, il deficit nella bilancia commerciale. La politica macroeconomica del governo cerca di influire sulle condizioni per il raggiungimento dell'equilibrio tra domanda aggregata e offerta aggregata. Essa si caratterizza come politica della domanda. Una politica dell'offerta, invece, influenza direttamente il livello di produzione cercando, ad esempio, di aumentare gli incentivi dei lavoratori a produrre o a migliorare la produzione attraverso l'innovazione. Le politiche macroeconomiche possono anche essere usate per promuovere la futura crescita economica. Nonostante la crescita economica sia uno dei principali obiettivi dei governi, non è detto, però, che garantisca livelli crescenti del benessere sociale. La crescita economica può avere una serie di implicazioni sociali negative, ad esempio sull'equilibrio degli ecosistemi del nostro pianeta. Un esempio significativo è dato dal concetto di sviluppo economico sostenibile: si riconosce in tal modo l'importanza di tener conto dell'impatto dello sviluppo economico e della crescita sull'ambiente. 3. Modellare le relaziono economiche – L’analisi grafica come strumento per illustrare le questioni economiche L'analisi e le rappresentazioni grafiche costituiscono esempi di modello economico. I modelli sono una semplificazione della realtà finalizzata a studiare le relazioni tra variabili economiche. Ad esempio, un modello può illustrare il collegamento tra domanda e prezzo, mostrando come varia la domanda al variare del prezzo: potremmo aspettarci che, se il prezzo di un bene aumenta, la quantità domandata si riduca. 3.1. La frontiera delle possibilità produttive Esaminiamo la frontiera delle possibilità produttive.Si immagini che un ipotetico paese destini tutte le sue risorse produttive (terra, lavoro e capitale), alla produzione di due soli beni, cibo e vestiario. Il paese, destinando tutte le sue risorse alla produzione di cibo, potrebbe ottenere 8 milioni di unità, ma in questo caso non produrrebbe alcun capo di vestiario. Alternativamente, producendo, poniamo, 7 milioni di unità di cibo, potrebbe avere abbastanza risorse produttive a disposizione per produrre 2,2 milioni di unità di vestiario. All'estremo opposto, il nostro paese potrebbe produrre 7 milioni di capi di vestiario, non destinando alcuna risorsa alla produzione di cibo. 3.1.1. La frontiera delle possibilità produttive e la microeconomia Grazie alla frontiera delle possibilità roduttive siamo in grado di illustrare i concetti microeconomici di scelta e costo-opportunità. Nel caso in cui il paese considerato scegliesse di produrre più capi di vestiario, dovrebbe sacrificare la produzione di alcune unità di cibo. Tale sacrificio è il costo-opportunità della produzione di maggiori unità di vestiario. La frontiera delle possibilità produttive illustra anche il concetto di costo-opportunità crescente. Infatti, se un paese vuole continuare a produrre quantità ulteriori di un bene deve sacrificare un ammontare sempre crescente dell'altro bene. Questo accade perché i diversi fattori di produzione hanno diverse proprietà: i lavoratori non sono tutti uguali; terra di un dato luogo del paese è differente da quella di un altro; le materie prime sono le une diverse dalle altre, ecc. Nel nostro esempio, quindi, la produzione di quantità sempre maggiori di capi di vestiario implicherà un costo marginale crescente: quantità sempre maggiori di cibo dovranno essere sacrificate per ogni unità addizionale di capi di vestiario. 3.1.2. La frontiera delle possibilità produttive e la macroeconomia Non c'è alcuna garanzia che le risorse siano pienamente impiegate, né che esse siano usate nel modo più efficiente possibile. Il nostro paese potrebbe quindi trovarsi in un punto all'interno della frontiera delle possibilità produttive, piuttosto che proprio sulla frontiera produttiva. È, quindi, possibile che l'economia produca una quantità di entrambi i beni inferiore a quella che sarebbe in grado di produrre. Ciò può accadere perché alcune risorse non vengono utilizzate o perché non vengono impiegati i metodi di produzione più efficienti, o per entrambi i motivi. Se il paese utilizzasse pienamente le proprie risorse, quindi, potrebbe produrre cibo e/o vestiti in maggiore quantità. Quello che ci interessa, non è tanto la combinazione di beni prodotta nel paese quanto il fatto che la quantità totale ottenuta sia quella massima possibile. quando l'economia si muove verso la piena occupazione, le risorse produttive diventano più scarse e quindi, più preziose. Inoltre, è probabile che, nel lungo periodo, le possibilità produttive di un paese aumentino. 3.2.Il flusso circolare del reddito Il processo di soddisfazione dei bisogni umani coinvolge produttori e consumatori. I consumatori di beni e servizi sono le famiglie, mentre i produttori di beni e servizi sono le imprese. Le imprese e le famiglie sono, quindi, legate tra loro da una relazione reciproca di domanda e offerta. Nel processo, ha luogo tutta una serie di scambi. in un'economia monetaria, le imprese scambiano beni e servizi contro moneta. L'interazione tra acquirenti e venditori avviene sul mercato, sia in forma tradizionale che attraverso un mercato elettronico. Le imprese e le famiglie, inoltre, si incontrano sul mercato dei fattori della produzione. In questo caso i ruoli di domanda e offerta sono invertiti. le imprese domandano l'uso dei fattori produttivi detenuti dalle famiglie (lavoro, terra e capitale); le famiglie forniscono rifrattori e così, I servizi del lavoro e degli altri fattori vengono offerti alle imprese, mi cambio di moneta (sotto forma di salari, rendite e interessi). Si origina, quindi, un flusso circolare del reddito. Le famiglie ottengono redditi dalle imprese e le imprese conseguono ricavi grazie alle famiglie e la moneta circola. Anche questo dramma di flusso ci aiuta a spiegare la distinzione tra microeconomia e macroeconomia: La microeconomia si occupa della composizione del flusso circolare: quale combinazione di beni costituisce il flusso; come vengono utilizzati i vari fattori per ottenere tale combinazione; a chi vengono pagati salari, rendite e interessi. La macroeconomia si occupa dell'ammontare totale del flusso e delle cause della sua espansione o contrazione. 4. I sistemi economici - quali sono le differenze nell'organizzazione delle economie dei vari paesi? Tutte le economie devono affrontare il problema della scarsità. Esse però si differenziano quanto al modo adottato per risolverlo. Una differenza importante è costituita dal grado di controllo pubblico sull'attività economica. Ad un estremo troviamo l'economia totalmente pianificata, dove tutte le decisioni economiche sono prese dallo stato; all'estremo opposto, troviamo, invece, la libera economia di mercato, in cui non c'è alcun intervento pubblico diretto nelle attività economiche. Le decisioni economiche vengono prese principalmente dal settore privato; le famiglie decidono principalmente quanto lavoro offrire e quali beni consumare e in che quantità; le imprese decidono principalmente che cosa produrre e in che quantità. I sistemi economici dei diversi paesi, nei fatti, non sono economie né esclusivamente pianificate né esclusivamente di mercato, ma sono costituite da una combinazione di elementi che caratterizzano sia le une sia le altre. È, quindi, il grado di intervento pubblico nell'economia che distingue i diversi sistemi economici. 4.1.L'economia pianificata L'economia pianificata si realizza in un sistema economico socialista o comunista, dove terra e capitale sono di proprietà collettiva. Lo stato pianifica l'allocazione delle risorse a tre livelli: 1. Pianifica l'allocazione delle risorse innanzitutto tra consumo attuale e investimento per il futuro. Sacrificando parte del consumo attuale a favore degli investimenti è possibile aumentare il tasso di crescita dell'economia. 2. A livello microeconomico il governo pianifica l’output di ciascuna impresa e industria, le tecniche usate il lavoro e le altre risorse necessarie alla produzione. Per assicurarsi che gli input necessari siano disponibili, lo stato dovrà effettuare un'analisi input-output. Tutte le industrie sono considerate sia come utilizzatori di input di altre industrie, sia come produttori di output per i consumatori o per altre industrie. Ad esempio, l'industria dell'acciaio usa gli input delle industrie metallurgiche e produce output per le industrie automobilistiche e meccaniche. 3. Infine, lo stato pianifica la distribuzione dell'output tra i consumatori in base ai suoi obiettivi. esso può distribuire i beni in base al suo giudizio sui bisogni delle persone; oppure può favorire chi produce di più. lo stato può distribuire beni e servizi, Ehi oppure può decidere di distribuire redditi monetari e consentire agli individui di decidere come spenderli. 4.1.1. Vantaggi e svantaggi delle economie pianificate Nei casi storici di sistemi economici pianificati lo stato aveva una visione globale dell'economia e di conseguenza poteva dirigere le risorse nazionali in base agli specifici obiettivi del paese. La destinazione di ingenti risorse verso gli investimenti produttivi generava elevati tassi di crescita e il reddito nazionale poteva essere distribuito più equamente ed in base ai bisogni individuali. Tuttavia, un'economia pianificata, poteva raggiungere i propri obiettivi specifici soltanto a costi sociali ed economici considerevoli, per le seguenti ragioni: - Quanto più estesa e articolata è l'economia, tanto più impegnativo è il compito di raccogliere e utilizzare le informazioni necessarie alla pianificazione, e, quindi tanto più complessa sarà la definizione del piano. - In assenza di un sistema di prezzi o nel caso in cui questi vengano fissati dallo stato, la pianificazione può comportare un uso inefficiente delle risorse. - È difficile definire incentivi appropriati per incoraggiare i lavoratori e i dirigenti di azienda ad essere più produttivi senza compromettere la qualità della produzione. Ad esempio, se vengono dati premi in base alla quantità prodotta, un'impresa sarà incentivata ad aumentare la produzione a scapito della qualità del prodotto. - Il controllo pubblico sull' allocazione delle risorse comporta una notevole riduzione della libertà individuale. - Lo stato deve imporre i piani anche nel caso in cui siano impopolari. - Se la produzione viene pianificata ma i consumatori sono liberi di spendere i loro redditi monetari come vogliono, potrebbero sorgere problemi nel caso in cui essi desiderino un cambiamento: se vogliono acquistare maggiori quantità di un certo bene, ci sarà scarsità di offerta; e invece vogliono ridurre i loro consumi, ci sarà un eccesso di offerta. 4.2. L’economia di mercato 4.2.1. Libere scelte individuali L'economia di mercato si realizza in un sistema capitalistico, dove fattori produttivi importanti come terra e capitale sono di proprietà privata. le decisioni economiche sono prese dalle famiglie e dalle imprese. Le imprese cercano per lo più di massimizzare il proprio profitto; le famiglie cercano, in quanto consumatori, di trarre la maggior soddisfazione possibile dai loro acquisti e, come lavoratori, di massimizzare i propri salari al netto del costo monetario e umano che occorre sostenere per svolgere un determinato lavoro. Si ipotizza, inoltre, che siano libere di compiere le proprie scelte: i consumatori sono liberi di decidere cosa comprare con i loro redditi; i lavoratori sono liberi di scegliere dove e quanto lavorare; le imprese sono libere di scegliere cosa vendere. 4.2.2. Il meccanismo dei prezzi Per quanto riguarda i prezzi, questi, aumentano in situazioni di scarsità e diminuiscono in situazioni di abbondanza. sei consumatori desiderano una maggiore quantità di un bene, la domanda è superiore all'offerta. La scarsità che ne deriva causerà un aumento del prezzo, il quale agirà come incentivo per i produttori, che incrementeranno la produzione. Allo stesso tempo tale aumento di prezzo scoraggerà dall'acquistare il bene. I prezzi continueranno a crescere finché la scarsità sarà eliminata. Se, invece, i consumatori domandano una minore quantità di un bene, l'offerta eccede la domanda. Il surplus Ehi che ne deriva provocherà un calo del prezzo. Ciò costituirà un dissentivo per i produttori, che reagiranno riducendo la produzione. Allo stesso tempo, il calo di prezzo incoraggerà i consumatori a comprare di più. Il prezzo continuerà a diminuire finché il surplus sarà annullato. Questo prezzo, in corrispondenza del quale la domanda è uguale all'offerta, è detto prezzo di equilibrio. con il termine “equilibrio” intendiamo un punto di stabilità: punto nel quale nessun operatore ha l'incentivo a cambiare scelta. La stessa logica può essere applicata al mercato dei fattori. Se la domanda di un particolare tipo di lavoro eccede la sua offerta, la scarsità relativa provoca un aumento del salario. Tale aumento nel salario determina una riduzione della domanda dell'imprese e incoraggia più lavoratori a cercare un posto in cui svolgere quel tipo di lavoro. I salari continueranno ad aumentare fino a quando la domanda e l'offerta di quel tipo di lavoro saranno uguali. Gli effetti su domanda e offerta di una variazione del prezzo illustrano una caratteristica molto importante del funzionamento dell'economia: gli individui reagiscono agli incentivi. È importante, dunque, che gli incentivi siano appropriati e abbiano l'effetto desiderato. 4.2.3. L'effetto di variazioni della domanda e dell'offerta in tutti i casi di variazione della domanda e dell'offerta, le variazioni dei prezzi agiscono sia come segnali sia come incentivi. Una variazione della domanda. Un aumento della domanda è segnalato da un incremento del prezzo. Questo agisce come incentivo per le imprese a produrre una quantità maggiore del bene: l'offerta aumenta. Di fatto, l'aumento del prezzo segnala che i consumatori vogliono destinare più risorse a questo bene a scapito di altri. Contemporaneamente, l'aumento del prezzo disincentiva alcuni consumatori a domandare ulteriori quantità del bene. Un calo della domanda è segnalato da una diminuzione del prezzo. Questo agisce come incentivo per le imprese a ridurre la produzione del bene: l’offerta diminuisce. Contemporaneamente la riduzione del prezzo incoraggia i consumatori a domandare ulteriori quantità del bene. Una variazione dell’offerta. Un aumento dell'offerta e segnalato da una riduzione del prezzo. questo agisce come incentivo per i consumatori ad acquistare di più: la quantità domandata aumenta. Un calo dell'offerta è invece segnalato da un incremento del prezzo che incentiva i consumatori a comprare di meno: la quantità domandata diminuisce. L'aumento del prezzo incoraggia le imprese a produrre di più. 4.2.4. L'interdipendenza dei mercati Un aumento della domanda di un bene ne farà aumentare il prezzo e quindi produrlo diventerà più redditizio. Le imprese reagiranno aumentandone l'offerta. Per fare ciò occorrono più input, per cui la domanda di input aumenterà, facendone aumentare il prezzo. I mercati dei beni influenzano dunque i mercati dei fattori. Un aumento del prezzo di un bene incentiverà i consumatori a domandare beni sostituti, facendone quindi aumentare il prezzo, il che, a sua volta, indurrà i produttori ad aumentare l'offerta dei beni sostituti. 4.2.5. Mercati concorrenziali I mercati sono caratterizzati da un elevato numero di imprese in competizione tra di loro. Una situazione in cui i consumatori e i produttori sono troppo piccoli per poter influenzare il prezzo di mercato con le proprie decisioni, è nota come concorrenza perfetta. I consumatori devono accettare i prezzi come dati. Per le imprese “concorrenza perfetta” significa che i produttori sono troppo piccoli e non sono in grado di aumentare i prezzi a causa della forte concorrenza da parte delle altre imprese. È evidente che nel mondo reale molte imprese hanno il potere di fissare i prezzi, anche se ciò non significa che possano chiedere il prezzo che vogliono poiché devono comunque tenere in considerazione la domanda complessiva dei consumatori e i prezzi dei loro concorrenti. Eppure, molte imprese hanno un certo grado di libertà nella scelta del prezzo, ovvero, hanno un certo potere di mercato. 4.3.L'economia mista Un sistema economico si definisce “misto” se contiene sia elementi di libero mercato sia di controllo pubblico. Gran parte dei sistemi economici odierni possono essere descritti come misti. Il grado e i tipi di intervento pubblico variano da paese a paese e da governo a governo all'interno di ciascuna nazione. Evidenziamo quattro ragioni economiche che giustificano un intervento pubblico e che possono essere utilizzate come modello di analisi circa gli effetti di tale intervento. - - - - Funzione allocativa: in primo luogo un governo può decidere di intervenire per influenzare la locazione delle risorse. Può, ad esempio, voler incidere sui livelli di consumo e produzione sovvenzionando l'istruzione obbligatoria, nella convinzione che se non lo facesse la formazione sarebbe privilegio per pochi. Funzione redistributiva: in secondo luogo il governo può influenzare la distribuzione delle risorse e, di conseguenza, la distribuzione del reddito, della ricchezza e del benessere. La fornitura di beni pubblici come biblioteche o parchi può essere un modo per garantire a tutti i pari accesso alle risorse scarse della società. Funzione di regolamentazione: in terzo luogo il governo può decidere di regolare il comportamento di consumatori e produttori attraverso l'implementazione di obblighi normativi, quali, ad esempio, la corretta etichettatura dei prodotti. Funzione macroeconomica: infine il governo può intervenire per ridurre la volatilità macroeconomica e promuovere la crescita. Capitolo 1 – Mercati, domanda e offerta 1.1. La relazione tra domanda e prezzo Quando il prezzo di un bene aumenta, la quantità domandata diminuisce. Questa funzione è nota come “legge della domanda” e si fonda su due elementi: 1. In seguito ad un aumento di prezzo, gli individui non potranno più permettersi di comprare la stessa quantità di quel bene e questo li spingerà a rivedere le proprie decisioni di domanda: in relazione al cosiddetto effetto di reddito; 2. Poiché quel bene ora sarà relativamente più costoso, gli individui decideranno di sostituirlo con altri beni alternativi, in relazione al cosiddetto effetto di sostituzione. Analogamente, quando il prezzo di un bene diminuisce, la quantità domandata, di solito, aumenta. L'ampiezza dell'effetto di reddito dipende in buona parte dalla quota di reddito che il consumatore destina all'acquisto di quel bene. Quanto maggiore è la quota di reddito spesa in quel bene, tanto maggiore sarà l'impatto di un aumento del prezzo sul reddito reale del consumatore e tanto maggiore sarà la riduzione della quantità domandata. L'ampiezza dell'effetto di sostituzione dipende principalmente dal numero dei beni sostituti e dal loro grado di sostituibilità. 1.2. La curva di domanda La funzione di domanda può essere rappresentata graficamente da una curva di domanda inversa. Il prezzo non è il solo elemento che determina la quantità domandata di un bene ma è influenzata anche da altri fattori. - Gusti - quanto più desiderabile è il bene agli occhi dei consumatori, tanto maggiore sarà la domanda. I gusti sono influenzati dalla pubblicità, dalla moda, dall'esperienza passata, ecc. - Numero e prezzo dei beni sostituti - Quanto maggiore è il prezzo dei beni sostituti, tanto maggiore sarà la domanda di un particolare bene. Ad esempio, la domanda di caffè dipenderà dal prezzo del tè: se il prezzo del tè aumenta, aumenterà, di conseguenza, la domanda di caffè. - Numero e prezzo dei beni complementari - sono “complementari” i beni che si consumano insieme: es. automobili e benzina. Di conseguenza, quanto più alto è il prezzo di un bene complementare, tanto minore sarà la domanda di entrambi i beni. - Reddito - al crescere del reddito personale, aumenterà anche la domanda di molti beni. Tali beni sono chiamati “beni normali”. - Distribuzione del reddito - se a livello nazionale vi fosse una redistribuzione del reddito dagli individui poveri a quelli più ricchi, la domanda di beni di lusso aumenterebbe. Allo stesso tempo, quando i poveri diventano ancora più poveri, potrebbero domandare una maggiore quantità di beni inferiori. - Aspettative di variazioni future dei prezzi - se le persone pensano che i prezzi di un determinato bene aumenteranno, potrebbero domandarne di più prima di tale aumento. 2. Offerta 2.1. Offerta e prezzo Quando il prezzo di un bene aumenta, aumenta anche la quantità offerta. Tale relazione è fondata su tre elementi: 1. Quando le imprese aumentano la loro offerta, i costi cresceranno sempre più rapidamente. Solo se cresce il prezzo varrà la pena di aumentare la produzione, incorrendo in questi costi più elevati. Prendiamo in esempio le aziende manifatturiere, in cui oltre un certo livello di produzione, il costo del lavoro straordinario e quello dello sfruttamento dei macchinari al massimo della loro capacità, provocheranno un rapido aumento dei costi. Se un aumento dell'output provoca un incremento dei costi di produzione, i produttori saranno disposti a offrire un'ulteriore quantità di prodotto solo a prezzo più elevato; 2. Quanto maggiore il prezzo di un bene, tanto più redditizia sarà la sua produzione. Le imprese, di conseguenza, saranno incentivate ad aumentare l'offerta; 3. Con il passare del tempo, se il prezzo di un bene rimane alto, nuovi produttori saranno indotti entrare nel mercato per iniziare la produzione, facendo aumentare l'offerta totale. Come la domanda, anche l'offerta non è determinata solo dal prezzo. Tra le altre determinanti dell'offerta troviamo: 1. I costi di produzione - quanto maggiori sono i costi di produzione, tanto minore sarà il profitto in corrispondenza di ogni dato prezzo. Tra le principali ragioni della variazione dei costi riscontriamo: - la variazione del prezzo degli input: i costi di produzione aumentano in relazione al crescere dei salari, delle rendite, dei prezzi delle materie prime, ecc; - il cambiamento della tecnologia: i progressi tecnologici possono alterare notevolmente i costi di produzione; - i cambiamenti organizzativi: la riorganizzazione della produzione può consentire risparmi di costo in molte imprese; - la politica fiscale e la politica industriale del governo: i costi diminuiscono in presenza di sussidi e aumentano a causa delle imposte. 2. La redditività di prodotti alternativi - se alcuni prodotti alternativi diventano più redditizi, i produttori ridurranno la produzione del bene considerato a loro favore. 3. La redditività dei prodotti congiunti – talvolta, la produzione di un bene dà luogo anche alla produzione di ulteriori beni; si parla, in tal caso, riprodotti congiunti. Un esempio può essere dato dalla raffinazione del petrolio, in seguito alla quale si ottengono non solo benzina, ma anche gasolio e altro combustibile. 4. Natura, shock stocastici e altri eventi imprevedibili - in questa categoria includiamo il maltempo e le malattie che colpiscono i raccolti agricoli, gli incendi, gli allagamenti, i terremoti, ecc., quindi, tutti quegli eventi che non possono essere controllati né previsti. 5. Gli obiettivi dei produttori - un'impresa che massimizza il profitto offrirà una quantità di bene diversa rispetto a un'impresa con obiettivi diversi. 6. Aspettative di variazioni al futuro dei prezzi - se i produttori si aspettano un aumento del prezzo, potrebbero temporaneamente ridurre l'offerta per aumentare le scorte e vendere il prodotto a un prezzo più elevato in futuro, o, allo stesso tempo potrebbero pianificare un aumento della produzione. 7. Il numero dei fornitori – Con l’entrata di nuove imprese nel mercato, è probabile che l'offerta aumenti. 4.L’economia di mercato 4.1. Vantaggi di un’economia di mercato Il fatto che un'economia di mercato funzioni automaticamente è uno dei suoi maggiori vantaggi. L'economia può rispondere velocemente a variazioni delle condizioni di domanda e di offerta. quando i mercati sono altamente competitivi, nessuno detiene un grande potere di mercato. La concorrenza tra imprese mantiene bassi i prezzi e agisce come incentivo all'efficienza. Gli individui che seguono il proprio interesse attraverso scambi in mercati concorrenziali contribuiscono a minimizzare il problema fondamentale della scarsità, incentivando un uso efficiente delle risorse dell'economia nel rispetto dei desideri dei consumatori. 4.2. Problemi di un’economia di mercato Tuttavia, evidenziamo quali sono i principali problemi di un'economia di mercato: 1. Innanzitutto, la concorrenza tra imprese è spesso limitata; poche grandi imprese possono dominare il mercato e praticare prezzi elevati per ottenere maggiori profitti. Di conseguenza, coloro che hanno potere guadagneranno a scapito altrui. 2. Alcune imprese nel processo produttivo producono anche effetti diretti negativi che danneggiano alcune famiglie. Ad esempio, un'impresa chimica, nel produrre, poniamo, vernici, può inquinare l'aria danneggiando la salute di chi abita lì vicino. 3. Non tutti i beni sono privati, ma ci sono anche i beni pubblici; vale a dire, beni in cui non c'è rivalità tra i consumatori e ne c'è escludibilità. Un parco pubblico, ad esempio, può essere frequentato contemporaneamente da più cittadini senza che si diano fastidio e, nessun cittadino ha il diritto di escludere un altro dal frequentare il parco. Proprio per queste caratteristiche dei beni pubblici, nessuna impresa privata for-profit vorrebbe intervenire nell'offrire questo tipo di beni alla società. Nessuno vorrebbe, ad esempio, offrire alla città un parco pubblico con un alto costo di realizzo quando poi non si paga per entrare e quindi non si può realizzare alcun ricavo. Le imprese for-profit, quindi, non vorranno impegnarsi per offrire alla società beni pubblici e dovranno pensarci lo stato o gli enti pubblici. 4. Un'economia di mercato può generare instabilità macroeconomiche: periodi di recessione con disoccupazione elevata e calo della produzione, alternati a periodi di recupero dell'attività produttiva e prezzi in crescita. 5. Infine, un'obiezione di natura morale ritiene che l'economia di mercato, incoraggiando il perseguimento dell'interesse individuale, possa indurre egoismo, avidità, materialismo, ecc. 4.3.L’economia mista A causa dei problemi inerenti sia al libero mercato che all'economia pianificata, le economie del mondo sono una combinazione dei due sistemi e vengono definite “economie miste”. Nelle economie miste, il governo può influire: - sui prezzi relativi dei beni e degli input, introducendo imposte o sussidi o attraverso controlli diretti dei prezzi; - sui redditi relativi, attraverso le imposte sul reddito, i trasferimenti o i controlli diretti sui salari, profitti, rendite, ecc; -sulla struttura della produzione del consumo, attraverso le leggi (ad es. sancendo l'illegalità di alcune produzioni), attraverso la fornitura diretta di alcuni beni e servizi (es. istruzione e difesa). Lo stato può, inoltre, influire sui problemi macroeconomici della disoccupazione, dell'inflazione o della scarsa crescita attraverso le imposte e la spesa pubblica, la determinazione dei tassi di interesse e il controllo diretto dei prezzi, dei redditi e del tasso di cambio. 5. L'economia comportamentale L'approccio economico tradizionale parte dal presupposto che gli individui si comportino in modo pienamente razionale nei processi decisionali. Tuttavia, basta poco per individuare dei comportamenti che non sembrano affatto essere razionali. Quando un individuo tende a comprare qualcosa semplicemente perché tanti altri individui la acquistano ciò è spiegato dall'economia comportamentale, la quale, abbandona l'ipotesi di razionalità piena dell'analisi economica tradizionale e osserva il modo in cui le persone si comportano realmente. Tale teoria riconosce che gli individui vivono emozioni e impulsi, che possono tradursi in errori e distorsioni nel momento in cui devono prendere delle decisioni economiche. 5.2. Le ragioni di scelte non pienamente razionali da parte del consumatore Nei modelli tradizionali di scelta del consumatore, gli individui, trovandosi a dover scegliere tra diversi beni, mirano a massimizzare la propria utilità senza avere alcun riguardo alle circostanze in cui tali scelte sono compiute. Tuttavia, nella vita reale, ti osserva che il contesto è molto importante. in genere, ritiene che avere la possibilità di scelta sia positivo; tuttavia, alle volte, gli articoli da scegliere possono essere troppi. Il rischio che si corre è quello di non prendere buone decisioni, ossia quelle che massimizzano la propria utilità. La varietà può confondere e ostacolare il processo decisionale. In base all'analisi economica tradizionale, se ci si ritrovasse a decidere il modello di auto da acquistare, la scelta potrebbe dipendere da una serie di fattori: innanzitutto, il reddito, lo stile di guida, la preferenza personale, il prezzo, ecc. Tuttavia, ci si può anche lasciare influenzare da altri fattori, per esempio dal tipo di auto che guida una persona di nostra conoscenza, volendola equiparare, o magari superare. In generale, non si è semplicemente interessati alla scelta della propria auto ma alla scelta relativa, rispetto a persone influenti sulla nostra vita. L'essere influenzati dalle decisioni di acquisto delle altre persone e compiere delle scelte relative, infatti a causa della razionalità limitata può portare ad un comportamento definito gregario. Alcune volte, quella di acquistare un prodotto desiderato da altri può essere una buona abitudine, perché potrebbe trattarsi di persone maggiormente informate rispetto a noi; ma dietro questo comportamento si può nascondere un pericolo: alcuni, infatti, potrebbero stare acquistando quel bene solo perché altri lo hanno già acquistato e ciò genera una reazione a catena. Ma le mode sono passeggere, e un bene pagato molto caro perchè di moda potrebbe presto valere molto meno perchè non più di moda. Tornando alla definizione di decisione razionale, per un consumatore è razionale compiere una determinata attività se il beneficio marginale supera il costo marginale. Tuttavia, nella vita di ogni giorno gli individui commettono spesso degli errori nel proprio processo decisionale. Un esempio è rappresentato dal non ignorare i costi irrecuperabili, ossia quei costi già sostenuti in passato. Immaginiamo di star leggendo un libro e di non trovarlo interessante; in questo caso, sarebbe meglio lasciar perdere. Molte persone, infatti, ritengono che avendo acquistato il libro debbano leggerlo per forza e questo non è un comportamento razionale. Qualunque sia stato il prezzo del libro, bisogna tenere in considerazione il valore della migliore alternativa a cui si sta rinunciando, ad esempio, andare al cinema. Il valore monetario della seconda alternativa, prende il nome di “costo-opportunità” della prima alternativa. Sceglieremo, quindi, di leggere il libro solo se il beneficio che si pensa di trarre da tale attività supera il costo-opportunità. Capitolo 2 – Domanda individuale e domanda di mercato 1. Economia e scelta razionale Per studiare il comportamento degli individui, l'analisi microeconomica non si sofferma sulle loro azioni, ma sulle conseguenze di tali azioni. Il comportamento degli individui viene descritto in un'ottica definita “consequenzialista”. Secondo tale ottica si considera la scelta tra diverse azioni soltanto come una scelta tra le loro conseguenze economiche. Il comportamento del consumatore è descritto dalla scelta tra varie alternative e cioè tra le dotazioni di cui è in grado di disporre a seconda dei piani di acquisto che realizza. Dunque, un consumatore che abbia un comportamento razionale sceglierà quell'alternativa di acquisto che rende massima la sua soddisfazione. L'analisi microeconomica e il problema del consumatore possono, quindi, essere descritti come un'applicazione ai problemi economici della teoria della scelta razionale in un'ottica consequenzialista. Questo approccio può essere interpretato in due modi: positivo o descrittivo e normativo o prescrittivo. Secondo l'interpretazione positiva o descrittiva la nostra teoria vale solo se l’agente economico considerato è perfettamente razionale e non consente di rappresentare e analizzare comportamenti irrazionali; In alternativa, possiamo dare alla teoria un'interpretazione prescrittiva e affermare, ad esempio, che le conclusioni alle quali arriva la teoria del consumatore ci dicono come si dovrebbe comportare un consumatore che abbia come unico obiettivo la massimizzazione della soddisfazione. 2. L'insieme delle alternative e il vincolo di bilancio L'insieme delle alternative tra le quali il consumatore sceglie è costituito dall'insieme di beni e servizi a sua disposizione. Tale insieme è necessariamente finito sia nel numero delle componenti, che è un dato dipendente dalla natura e dallo stato delle conoscenze tecnologiche, sia nella loro quantità, che dipende, invece, dalla dotazione di risorse naturali. L'insieme delle alternative a disposizione del consumatore è finito sia nel caso in cui egli si trovi in condizioni di completa autarchia e isolamento e cioè non possa avere alcuna relazione economica con altri agenti; sia nel caso in cui egli possa invece scambiare con altri agenti o vendere e acquistare beni sul mercato. Nel primo caso il numero e la quantità di beni a disposizione del consumatore dipenderanno dalla dotazione di risorse di cui egli sia in grado di appropriarsi; nel caso in cui, il consumatore possa acquistare o vendere sul mercato, le alternative a sua disposizione dipenderanno dalla dotazione iniziale di risorse possedute o dal suo reddito, oltre che dalle caratteristiche del mercato in cui si trova. Partiamo dal caso più semplice consideriamo un insieme di alternative al quale appartengono quantità diverse di due soli beni. Ciascuna alternativa a disposizione del consumatore è costituita da una particolare combinazione di due beni, che, normalmente, prende il nome di “paniere”. Ad esempio, se i due beni a disposizione del consumatore sono latte e libri, i panieri a disposizione del consumatore potrebbero essere quelli costituiti da 1 litro di latte e 1 libro (paniere A), da 2 litri di latte e 3 libri (paniere B), da 3 litri di latte e nessun libro (paniere C). Il problema della scelta di consumo di latte e libri potrebbe essere molto più articolato e prevedere più di tre alternative a disposizione del consumatore. Notiamo però un'importante differenza tra i due beni presi in esame: mentre quantità di libri diverse da quelle considerate corrispondono a numeri interi, le alternative a disposizione per il latte sono molto più numerose, dal momento che includono anche infinite frazioni di litro (possiamo avere 4 litri e mezzo di latte, 3,2 litri, ecc.). Distinguiamo, dunque, tra beni indivisibili, come i libri, e beni divisibili, come tutti quelli che sono in genere misurati con misure di peso o capacità. Consideriamo la rappresentazione grafica dei vincoli fisici ed economici cui è soggetto l'insieme dei panieri a disposizione del consumatore. I vincoli fisici sono determinati direttamente dalla dotazione delle risorse, mentre quelli economici dipendono non solo dall'entità di tale dotazione ma anche dal mercato, vale a dire dalle possibilità del consumatore di scambiare con altri agenti economici. Un esempio di vincolo fisico all'insieme dei panieri a disposizione del consumatore con il quale ciascuno di noi si confronta quotidianamente è quello dato dal tempo a disposizione. Se si considera un insieme di beni composto da ore di tempo libero e litri di latte consumabili in un giorno, è ovvio che la quantità di ore di tempo libero non potrà eccedere le 24. Accanto a quelli fisici ci sono poi i vincoli economici al consumo individuale. Il consumatore potrà consumare solo quanto già possiede o è in grado di acquistare dato quanto già possiede, cioè dato il suo reddito. Consideriamo, ad esempio, il caso in cui un consumatore abbia un reddito di 10€ e abbia una dotazione costituita esclusivamente da latte e pasta. I prezzi di mercato di latte e pasta, sui quali il consumatore non può influire, sono rispettivamente di 1€ al litro e 0,5€ al chilo. Se il consumatore decide di consumare solo latte, ne ottiene 10 litri; se sceglie di domandare solo pasta, ne otterrà 20 chili; se sceglie di dividere equamente le sue disponibilità di reddito tra i due beni, avrà 5 litri di latte e 10 chili di pasta e così via. Con il termine “vincolo di bilancio” si intende l'insieme delle possibilità di scelta del consumatore, limitato sulla base della quantità di moneta a sua disposizione o del suo reddito. Presuppone, quindi, che la persona abbia un reddito a disposizione, da spendere per acquistare beni e servizi. Il vincolo di bilancio può essere rappresentato graficamente su un diagramma cartesiano ma prima è importante ricordare che può essere esclusivamente a due beni, quindi, il consumatore potrà scegliere solo tra due beni x1 e x2 (es. latte e pasta) e che, il reddito ed i prezzi sono costanti. La retta di bilancio, ha pendenza pari al rapporto tra i prezzi dei due beni preso con segno negativo: il rapporto tra i prezzi, ovvero il prezzo relativo del bene 2 rispetto al bene 1, ci dice, per ciascuna variazione unitaria nel consumo di pasta, di quanto deve variare il consumo di latte per mantenere costante la spesa. Il prezzo relativo esprime quante unità del bene 1 posso acquistare rinunciando a un'unità del bene 2. Se il prezzo del bene 2 aumenta, dato il prezzo del bene 1, aumenta anche l'inclinazione del vincolo di bilancio, mentre, se diminuisce, si riduce anche l'inclinazione. L'opposto naturalmente vale per variazioni del prezzo del bene 1 dato il prezzo del bene 2. Notiamo che in seguito a una variazione del prezzo di uno dei due beni la retta di bilancio ruota su se stessa avendo come fulcro l'intercetta con l'asse che misura la quantità del bene il cui prezzo non è cambiato. 3. Preferenze e loro rappresentazione: le curve di indifferenza Soffermiamoci ora su come il consumatore scelga tra le alternative disponibili. La teoria propone almeno due diversi approcci a questo problema. Il primo si basa direttamente sul comportamento del consumatore, imponendo il rispetto di vincoli di coerenza come presupposto della sua razionalità: il consumatore è razionale e quindi non farà scelte incoerenti. Il secondo approccio si basa, invece, sull'analisi delle preferenze del consumatore. Si ipotizza il consumatore abbia obiettivi propri che si riassumono in una relazione di preferenza. Questo secondo approccio ha il limite di avere come oggetto di indagine qualcosa di non osservabile, come gli obiettivi e le preferenze individuali. Partiamo, dunque, considerando una relazione di preferenza che consenta al consumatore di ordinare i panieri di beni a sua disposizione, cioè di dire, per ciascuna coppia di panieri, se ne preferisce uno all'altro o se è indifferente tra i due. (Vedi pag. 78) Per rappresentare in modo adeguato i criteri di scelta di un consumatore razionale, queste relazioni di preferenza devono soddisfare i tre seguenti assiomi: completezza, transitività e monotonicità. Completezza: Innanzitutto si richiede che il consumatore sia in grado di ordinare tutte le alternative a sua disposizione, cioè che per ogni coppia di panieri disponibili A e B o A è debolmente preferito a B, o B è debolmente preferito ad A o entrambe, vale a dire che il consumatore è indifferente tra A e B. Nei fatti, esistono numerose situazioni in cui è difficile poter ordinare le alternative a disposizione. Transitività: Si richiede poi che, se il consumatore considera un'alternativa almeno tanto buona quanto un'altra e quest'ultima almeno tanto buona quanto una terza, allora considererà anche la prima almeno tanto buona quanto la terza. Considerando tre alternative a disposizione A, B e C, se A≥B e B≥C allora anche A≥C. Abbiamo formulato l'assioma di transitività in termini di preferenza debole, tuttavia, completezza e transitività insieme implicano che anche le relazioni di preferenza forte e di indifferenza siano transitive. Questo assioma sostanzialmente impone coerenza alle preferenze del consumatore e una sua violazione implicherebbe preferenze cicliche, per cui A è preferito a B, che è preferito a , che è preferito ad A e così via. Oltre ad essi è utile ipotizzare che le preferenze individuali soddisfano almeno un'altra proprietà, ovvero l'ipotesi di monotonicità. Monotonicità: L'ipotesi di monotonicità richiede che tra due panieri A e B, che contengono la stessa quantità di alcuni beni e una quantità diversa di altri beni, in modo tale che A contiene una quantità maggiore di ciascuno di questi ultimi, il consumatore preferisce sempre A a B. Questa ipotesi implica che il consumatore preferisce avere a disposizione una maggiore quantità di beni. Ad esempio, tra due panieri che contengano ciascuno 20 fragole, ma dei quali il primo contenga 10 grammi e il secondo 50 grammi di panna, se vale l'ipotesi di monotonicità, il consumatore preferirà il secondo. Quindi, maggiore è la quantità disponibile e meglio è. Se valgono completezza, transitività e monotonicità, è abbastanza semplice costruire una rappresentazione grafica delle preferenze del consumatore, che, insieme al vincolo di bilancio, consente di individuarne la scelta ottima di illustrarne il comportamento razionale. (Vedi pag. 80) consideriamo il paniere A (figura 2.9), che contiene ad esempio 4 litri di latte e 3 chili di riso. Data l'ipotesi di monotonicità, tutti i panieri che si trovano a nord-est di A sono preferiti ad A, giacché contengono una quantità maggiore di entrambi i beni. Per la stessa ipotesi sono preferiti ad A anche tutti i panieri che contengono la stessa quantità di uno dei beni e una quantità maggiore dell'altro bene. Ad esempio, i panieri B, con 7 chili di riso e 5 litri di latte, e C, con la stessa quantità di riso di A e 10 litri di latte, sono preferiti ad A. Sempre come conseguenza della monotonicità, A è preferito a tutti i panieri che sono a sud-ovest di A e a tutti quelli che contengono la stessa quantità di uno dei due beni e una quantità minore dell'altro. Tutti gli altri panieri che si trovano nel quadrante non sono ordinabili rispetto ad A, dal momento che contengono una quantità maggiore di uno dei due beni ma una quantità minore dell'altro. se congiungiamo tutti i punti che corrispondono ai panieri che per il consumatore sono indifferenti rispetto ad A, otteniamo una curva di indifferenza. Tale curva sarà decrescente, poiché sia il riso, sia il latte sono “beni”. Una proprietà fondamentale delle curve di indifferenza è che esse non si intersecano mai. 3.4.Saggio marginale di sostituzione La curva di indifferenza ci dice in che misura uno dei beni deve essere rimpiazzato dall'altro affinché il consumatore sia indifferente tra i due panieri. Essa ci dice quale quantità di uno dei beni compensa esattamente il consumatore per la rinuncia a una data quantità dell'altro, mantenendo allo stesso tempo invariato il suo benessere. Dunque, per compensare il consumatore di una qualsiasi riduzione data nella sua dotazione di uno dei due beni dovremo mettere a sua disposizione sempre la stessa quantità dell'altro bene. Due beni per i quali valga questo tipo di relazione sono definiti “perfetti sostituti”. Tuttavia, il cosiddetto caso di curve di indifferenza lineari è molto particolare; Per la maggior parte dei beni, infatti, sembra improbabile che la rinuncia a una certa quantità possa essere compensata sempre da variazioni di ugual misura nella dotazione di un altro bene. Risulta chiaro che le necessità di compensazione aumentano al diminuire della dotazione iniziale, pertanto, quanto più ridotta è la dotazione di un certo bene, tanto più questo diventa prezioso agli occhi del consumatore (per fare un esempio, che possiedo 2 kg di ciliegie, rinunciare ad una è indubbiamente meno oneroso rispetto al caso in cui ne possieda una soltanto). 4. L’ottimo del consumatore L'insieme delle alternative ci dice tra quali panieri il consumatore debba scegliere; le preferenze e la loro rappresentazione attraverso le curve di indifferenza forniscono il criterio di scelta. Il consumatore, avendo a disposizione un determinato reddito, rappresentato dal vincolo di bilancio e con lo scopo di massimizzare il proprio benessere, lo utilizzerà tutto. Abbiamo visto che nella formulazione standard del problema del consumatore, il benessere aumenta se ci spostiamo su curve di indifferenza sempre più lontane dall'origine. Il consumatore cercherà, dunque, di scegliere il paniere a sua disposizione che gli consenta di raggiungere la curva di indifferenza più lontana possibile dall'origine. L'ottimo corrisponderà al punto della retta di bilancio che appartiene contemporaneamente anche alla curva di indifferenza più a nord-est. La curva di indifferenza che passa per il punto di ottimo è tangente alla retta di bilancio, cioè ha in comune con essa solo un punto, quello di ottimo. L'analisi matematica ci insegna che due funzioni tangenti hanno la stessa pendenza nel punto di tangenza. L'inclinazione della retta di bilancio è data dal rapporto costante tra i prezzi dei due beni preso con segno negativo; l'inclinazione delle curve di indifferenza è data dal saggio marginale di sostituzione che varia se ci muoviamo lungo la curva. In corrispondenza dell'ottimo del consumatore, il saggio marginale di sostituzione è uguale al rapporto tra i prezzi. In corrispondenza della scelta ottima del consumatore, saggio marginale di sostituzione e prezzo relativo dei beni, non possono essere diversi tra loro. Quindi, la valutazione soggettiva del consumatore riguardo la desiderabilità dei beni (SMS), non può discostarsi da quella oggettiva del mercato, rappresentata dal prezzo relativo. Infatti, se il SMS eccedesse in valore assoluto il rapporto tra i prezzi, ciò significherebbe che per avere una maggiore quantità del bene 2 il consumatore sarebbe disposto a spendere, in termini del bene 1, più del prezzo del bene 2 prevalente sul mercato. Non c'è, dunque, ragione per cui il consumatore non si approvvigioni sul mercato di una maggiore quantità del bene 2 cedendo il bene 1; dato che il SMS tende a ridursi in valore assoluto man mano che la dotazione del bene 2 aumenta, A un certo punto di questo approvvigionamento SMS e il rapporto tra i prezzi si uguagliano e la condizione viene ad essere soddisfatta. L'altra condizione per l'ottimo del consumatore è che il paniere scelto si trovi al margine superiore dell'insieme delle alternative disponibili e, cioè, sulla retta di bilancio. Dal punto di vista algebrico il problema del consumatore è caratterizzabile come un sistema di due equazioni: la condizione e la retta di bilancio, in due incognite, le quantità scelte dei due beni. L'individuazione del punto di ottimo, corrisponde alla determinazione delle quantità di ciascun bene che il consumatore domanda. La soluzione dipende anche da variabili che sono determinate rispetto al problema del consumatore, come i prezzi di mercato dei due beni e il reddito del consumatore. OTTIMO DEL COSUMATORE: determinare l'ottimo del consumatore significa, semplicemente, vedere quale quantità di due beni un soggetto vuole consumare, date le sue preferenze e i suoi vincoli di reddito. Quindi, la scelta ottima del consumatore ricadrà nel punto in cui la curva di indifferenza è tangente il vincolo di bilancio. Nel rispetto del principio di razionalità, il consumatore effettua le proprie scelte di consumo cercando di raggiungere la curva di indifferenza più esterna possibile, ossia quella che gli consente di ottenere un'utilità maggiore delle proprie scelte. Dal punto di vista matematico, la tangenza della curva di indifferenza con il vincolo di bilancio equivale a dire che nel punto di ottimo devono avere la medesima pendenza. La pendenza della retta di bilancio è data dal rapporto dei prezzi dei beni. Essendo i prezzi dei beni determinati dal mercato (e non dal consumatore), il rapporto dei prezzi è il saggio in base al quale il mercato scambia i due beni. La pendenza lungo la curva di indifferenza, varia, invece, punto per punto. Consiste nel saggio in base al quale il consumatore è disposto a scambiare un bene con l'altro ed è detto “saggio marginale di sostituzione”, abbreviato con la sigla “SMS”. Dal punto di vista analitico la scelta ottima del consumatore consiste in un sistema di due equazioni, la prima individua la condizione di ottimo, mentre la seconda identifica il vincolo di bilancio. 5. Effetti sulla quantità domandata di variazioni del reddito Abbiamo visto che l'ottimo del consumatore dipende dal reddito del consumatore e dai prezzi dei beni. Una variazione del reddito del consumatore si rappresenta con uno spostamento della sua retta di bilancio. In particolare, aumenti di reddito comportano spostamenti verso nord-est della retta, portando all'aumento delle alternative disponibili; mentre, riduzioni di reddito, comportano uno spostamento opposto, verso l'origine, e una riduzione delle alternative disponibili. Se a fronte di variazioni nel reddito i prezzi rimangono costanti, tali spostamenti del vincolo di bilancio saranno paralleli, cioè la sua inclinazione, che corrisponde al prezzo relativo, rimarrà invariata. Ad un aumento del reddito consegue un aumento nella quantità domandata di entrambi i beni: il consumatore, diventato più ricco, può soddisfare i suoi bisogni con quantità maggiori dei due beni. Il fatto che l’incremento di reddito causi aumenti nel consumo dei beni è piuttosto naturale. i beni per i quali vale questo discorso sono detti “beni normali” e costituiscono la maggior parte dei beni tra i quali siamo soliti scegliere. A questa regola piuttosto generale fa eccezione una tipologia di beni, noti come “beni inferiori”. I beni inferiori sono beni per i quali ad un aumento di reddito del consumatore, consegue una riduzione nel consumo. Se determiniamo gli effetti di variazioni del reddito sulle scelte di consumo e congiungiamo tutti i punti di ottimo ottenuti, possiamo costruire una curva che ci dice come variano le quantità domandate del consumatore al variare del suo reddito. Tale curva è nota come sentiero di espansione del reddito (SER). Per i “beni normali” il SER è sempre inclinato positivamente. Possiamo, infine, separare le informazioni contenute nel SER per ciascuno dei due beni e rappresentare l'evoluzione della quantità domandata per ciascun bene al variare del reddito. Tale rappresentazione è nota come “curva di Engel”. La curva di Engel Ehi rappresenta una funzione di domanda del bene “x” al variare del reddito del consumatore, a fronte di prezzi costanti del bene “x” e di tutti gli altri beni. Nel caso di beni normali, tale funzione sarà crescente, giacché al crescere del reddito, cresce anche la domanda di tali beni, mentre nel caso di beni inferiori, essa sarà decrescente. 6. Effetti sulla quantità domandata di variazione dei prezzi Le variazioni dei prezzi dei beni modificano l’insieme delle alternative disponibili, facendo variare il vincolo di bilancio e, dunque, agli effetti di prezzo si accompagnano inevitabilmente effetti di reddito. L'effetto della variazione del prezzo di un dato bene sulla quantità domandata dello stesso bene può essere scomposto in due parti note come “effetto di sostituzione” ed “effetto di reddito”. Tale scomposizione ci consente di distinguere la variazione del comportamento del consumatore, attribuibile alla variazione del prezzo in sé, da quella causata dalla variazione indotta dal reddito disponibile, noto anche come “reddito reale”. Si noti che, all'aumentare del prezzo di un bene, il reddito reale del consumatore si riduce, giacché diminuisce la sua capacità di acquisto del bene considerato. Viceversa, naturalmente, se il prezzo di un bene si riduce, il reddito reale aumenta. La variazione del prezzo di un bene, a parità di prezzo dell'altro bene, comporta una rotazione del vincolo di bilancio. Si avrà una rotazione verso l'esterno in corrispondenza di diminuzioni del prezzo e viceversa, verso l'origine. In entrambi i casi, il reddito reale del consumatore cambia. Se vogliamo isolare il puro effetto della variazione di prezzo, abbiamo due possibilità: considerare cosa avverrebbe alla scelta ottima del consumatore con un rapporto tra i prezzi pari a quello che si realizza dopo la variazione di prezzo, mantenendo però costante il suo livello di soddisfazione; e considerare cosa farebbe il consumatore, una volta mutato il rapporto tra i prezzi, se avesse a disposizione un reddito reale pari a quello che aveva prima della variazione di prezzo. Nella prima alternativa, nota come “compensazione hicksiana”, Dopo aver fatto variare il prezzo, modifichiamo il reddito del consumatore in modo che quest'ultima variazione compensi la prima e quindi, restando sulla stessa curva di indifferenza, valutiamo il puro effetto della variazione di prezzo. Nel secondo caso, noto come “compensazione di Slutsky”, Facciamo invece ruotare il vincolo di bilancio attorno al punto di ottimo originario e determiniamo poi il nuovo ottimo, applicando la condizione di tangenza. In questo modo, la pura variazione di prezzo viene valutata a potere di acquisto costante. L'effetto di sostituzione ha sempre segno negativo; invece, il segno dell’effetto di reddito non può essere determinato in generale ma dipenderà dalla natura del bene il cui prezzo varia. Nel caso di un “bene normale” l'effetto di reddito sarà positivo e quindi, una riduzione del prezzo del bene 2, porterà ad un aumento della domanda del consumatore. nel caso, invece, di “beni inferiori”, l'effetto di reddito sarà negativo. Anche nell'ipotesi di effetto di reddito negativo, il caso più frequente è comunque quello di un effetto complessivo di segno opposto rispetto alla variazione del prezzo per via della prevalenza dell'effetto di sostituzione sull'effetto di reddito. Fanno eccezioni a questa regola i cosiddetti “beni di Giffen”, la cui domanda diminuisce al diminuire del prezzo. affinché un bene sia definito “di Giffen” dovrà essere un bene inferiore. Tuttavia, i beni di Giffen sono un curiosum teorico più che una diffusa tipologia di beni, in quanto, si fa fatica ad immaginarne uno. Come per le variazioni del reddito, anche per le variazioni dei prezzi dei beni si possono costruire relazioni che ci dicono quale sia la scelta ottima del consumatore. La prima che consideriamo è il sentiero di espansione del prezzo (SEP). Il SEP è costituito dall'insieme di punti di ottimo del consumatore al variare del prezzo di uno dei beni. Tuttavia, è bene ricordare che la quantità domandata di un bene dipende anche da altre variabili oltre che al suo prezzo. La funzione di domanda ha un andamento decrescente, cioè, al decrescere del prezzo, la quantità domandata del bene aumenta. Questo vale per tutti i beni e l'unica eccezione sono i beni di Giffen, per i quali la funzione di domanda è invece crescente. Tuttavia, risulta chiaro che esiste anche un effetto incrociato delle variazioni di prezzo, cioè che a variazioni del prezzo di un bene rispondono variazioni anche nella quantità domandata dell'altro bene considerato. Anche per gli effetti di prezzo incrociati c'è una compresenza di effetti di sostituzione e di reddito. Il segno della variazione della quantità domandata di un bene al variare del prezzo di un altro potrà essere sia positivo sia negativo a seconda della relazione di complementarità o sostituibilità che caratterizza i due beni. 7. Domanda di mercato, domanda inversa e surplus dei consumatori 7.1. Domanda di mercato L'insieme delle domande individuali di un certo bene da parte dei consumatori appartenenti a un determinato territorio, individua la domanda di mercato di quel bene. Non esiste un criterio generale per stabilire quale sia il territorio di riferimento per la definizione di un mercato di un determinato bene; certamente un ruolo molto importante è svolto dai costi di trasporto che impediscono di considerare appartenenti allo stesso mercato due consumatori che siano sufficientemente distanti tra loro da rivolgersi a rivenditori diversi. La domanda di mercato può essere ricavata attraverso un processo di aggregazione come somma delle domande individuali di tutti i consumatori, che deve avvenire però allo stesso prezzo. La domanda individuale ci dice per ciascun prezzo di un determinato bene qual è la quantità domandata da parte di ciascun consumatore; la domanda di mercato sintetizza le informazioni contenute in più domande individuali, indicando quale sia la somma delle quantità domandate da tutti i consumatori per ciascun livello del prezzo del bene considerato. 7.2. Funzione di domanda inversa L'interpretazione che abbiamo fin qui considerato della relazione tra la quantità domandata di un bene e il suo prezzo ha evidenziato la prima come variabile dipendente e il secondo come variabile indipendente. La medesima relazione si può però leggere in senso inverso, dando luogo alla rappresentazione della funzione di domanda inversa. L'interpretazione della funzione di domanda inversa ci dice per ogni quantità del bene considerato quale dovrebbe essere il prezzo affinché i consumatori scelgano di domandare tale quantità; ci dà, dunque, una misura della disponibilità a pagare del consumatore per una certa quantità del bene considerato. Parallelamente, la funzione di domanda inversa di mercato ci dice qual è il prezzo che deve prevalere sul mercato affinché sia venduta una certa quantità di bene. 7.3. Surplus dei consumatori La nozione di funzione di domanda inversa ci consente di introdurre più chiaramente un'importante misura di benessere dei consumatori, spesso utilizzata per i confronti tra equilibri o assetti alternativi di un certo mercato, nota come “surplus dei consumatori”. Consideriamo un caso nel quale il surplus dei consumatori ha un'interpretazione immediata: la domanda di mercato di un bene che si consuma solo in quantità discrete, cioè corrispondenti a numeri interi. Beni di questo tipo sono, ad esempio, le automobili. Imponiamo poi l'ulteriore restrizione semplificatrice che ciascun consumatore possa domandare al massimo un'unità del bene in questione. Quindi, ciascun consumatore dovrà scegliere tra non domandare tale bene o domandarne un'unità e sarà indifferente tra le due alternative per un certo livello del prezzo, noto come “prezzo di riserva”. Il prezzo di riserva rappresenta il prezzo massimo che un consumatore è disposto a pagare per avere un'unità di un certo bene. Ciascun consumatore che acquista il bene ad un prezzo inferiore a quello di riserva otterrà un surplus dallo scambio, pari alla differenza tra il proprio prezzo di riserva e il prezzo di mercato. La somma dei surplus individuali di tutti i consumatori è detta “surplus dei consumatori”; Esso è una misura del vantaggio collettivo che i consumatori ottengono dal partecipare al mercato acquistando in esso il bene da loro desiderato. In generale, il surplus del consumatore evidenzia la differenza positiva tra il prezzo che un individuo è disposto a pagare per ricevere un determinato bene e il prezzo di mercato dello stesso bene; sarà, dunque, calcolato come l'area che sta sotto la curva di domanda inversa ed è delimitata dalla curva di domanda stessa e dal prezzo di mercato. Capitolo 3 - Elasticità e aggiustamento dei mercati 1. Elasticità della domanda rispetto al prezzo quando il prezzo di un bene aumenta, la quantità domandata diminuisce. È, quindi, importante conoscere la sensibilità della domanda a un aumento del prezzo. Prendiamo come esempio due beni: benzina e cavolfiori. Nel caso della benzina, un aumento del prezzo probabilmente causerà un lieve calo della domanda: se si vuole continuare ad usare l'automobile, bisognerà, infatti, rassegnarsi a pagare un prezzo più alto per il carburante. Nel caso dei cavolfiori, invece, un aumento del prezzo provoca una drastica riduzione della quantità domandata poiché ci sono verdure alternative tra le quali scegliere. La variazione della domanda dovuta a una variazione del prezzo è chiamata elasticità della domanda (rispetto al prezzo). Questo concetto può essere applicato sia alla funzione di domanda individuale sia quella di mercato. 1.1. Come misurare l'elasticità della domanda Ciò che vogliamo confrontare è l'ampiezza di una variazione della quantità domandata con l'ampiezza di una variazione di prezzo. Poiché prezzo e quantità sono misurati in unità diverse, l'unico modo per effettuare tale confronto è usare variazioni percentuali. in questo modo otteniamo la formula per l'elasticità della domanda al suo prezzo: il rapporto tra la variazione percentuale della quantità domandata e la variazione percentuale del prezzo. 1.2. Come interpretare il valore dell'elasticità L'elasticità è misurata in termini percentuali per due ragioni: - consente confronti tra grandezze qualitativamente diverse, cioè misurate in differenti unità di misure: ad esempio, consente il confronto tra variazioni di quantità e variazioni di prezzo. - rappresenta l'unico modo sensato per decidere quanto grande è una variazione del prezzo o della quantità. Facciamo un esempio semplice: se il prezzo di un bene aumenta di 1€, per valutare se tale aumento è grande o piccolo, dobbiamo conoscere il prezzo iniziale. se il prezzo dei fagioli aumenta di 1€, si tratta di un aumento considerevole; se, invece, il prezzo di una casa aumenta di 1€, si tratta di un aumento trascurabile. In altre parole, è l'aumento percentuale che conta quando si deve valutare l'importanza di una variazione del prezzo. 1.2.2. Il segno (positivo o negativo) Le curve di domanda, di solito, sono inclinate negativamente. Questo significa che le variazioni del prezzo e della quantità vanno in direzioni opposte. Un aumento del prezzo (segno positivo) causerà un calo della quantità domandata (segno negativo). Analogamente, un calo del prezzo provocherà un aumento della quantità domandata. 1.2.3. Il valore Supponiamo che l'elasticità della domanda della benzina sia pari a -0,25, mentre quella del cavolfiore è pari a -3. La domanda della benzina ha un'elasticità minore rispetto a quella del cavolfiore. Dette così, potrebbero sembrarci due affermazioni contraddittorie: -3 è infatti minore di -0,25. Dobbiamo però ricordare che l'elasticità è una grandezza che misura la reazione dei consumatori: nel caso dei cavolfiori un aumento percentuale unitario del prezzo, ad esempio, provoca una riduzione della quantità domandata del 3%; nel caso della benzina, tale riduzione ammonta allo 0.25%, una reazione senza dubbio minore. Dobbiamo, quindi, considerare, il valore assoluto dell'elasticità; quale valore ci dice se la domanda è elastica oppure anelastica. È elastica nel caso in cui una variazione percentuale del prezzo causa una variazione percentuale più che proporzionale della quantità domandata; l'elasticità sarà maggiore di 1. È, invece, anelastica nel caso in cui una variazione percentuale del prezzo causa una variazione percentuale meno che proporzionale della quantità domandata; l'elasticità sarà minore di 1. Con elasticità unitaria, si intende, infine, il caso in cui prezzo e quantità domandata variano nella stessa proporzione; l'elasticità sarà pari a 1. 1.3. Determinanti dell'elasticità della domanda L'elasticità della domanda rispetto al prezzo varia enormemente da un bene all'altro. Sono vari i fattori che determinano l'elasticità della domanda al prezzo. Il numero dei beni sostituti e il loro grado di sostituibilità. È la determinante più importante. Quanto maggiori sono il numero di sostituti di un bene, tanto più questi verranno scelti dai consumatori in caso di un aumento del prezzo del bene considerato e, quindi, tanto maggiore sarà la sua elasticità della domanda al prezzo. Tornando al nostro esempio di benzina e cavolfiori, Il primo avrà una domanda altamente anelastica, in quanto non ci sono sostituti perfetti alla benzina; mentre i cavolfiori avranno una domanda relativamente elastica, in quanto, essi possono essere facilmente sostituiti da molti altri tipi di verdure. La quota di reddito spesa nel bene. Quanto maggiore è la quota di reddito spesa in un determinato bene, tanto maggiore dovrà essere la riduzione del suo consumo all'aumentare del prezzo. Secondo quanto appena detto, il sale avrà un’elasticità della domanda molto bassa. Infatti, poiché spendiamo una frazione trascurabile del reddito nell'acquisto di sale, potremmo permetterci di non ridurne particolarmente il consumo in seguito ad un aumento del prezzo. Al contrario, l'effetto di reddito sarà grande nel caso di aumento del prezzo di un'importante voce di spesa. Ad esempio, se aumentano i tassi di interesse sui mutui, le persone dovranno rivedere in misura sostanziale la loro domanda, a favore di abitazioni più piccole ed economiche. L'orizzonte temporale. Quando il prezzo aumenta, l'aggiustamento delle scelte di consumo richiede tempo, Quanto maggiore è il lasso di tempo a cui la domanda si riferisce, tanto più essa sarà elastica. Proponiamo l'esempio del petrolio: Tra il dicembre 1973 e il giugno 1974 il prezzo del greggio quadruplicò, causando aumenti dei prezzi dei prodotti derivati. Nei mesi successivi, ci fu solo una modesta riduzione del consumo di prodotti derivati dal petrolio: la domanda era altamente anelastica perché le persone volevano continuare ad usare l'automobile e a riscaldare le proprie case. Tuttavia, al persistere di prezzi del petrolio elevati, vennero inventate automobili dai consumi ridotti e analogamente molti scelsero sistemi di riscaldamento a gas o a carbone. La domanda relativa a un periodo più lungo, quindi, è molto più elastica. 2. Elasticità della domanda e spesa totale La spesa totale per l'acquisto di un bene è semplicemente data dal prezzo per la quantità acquistata. 2.1. Domanda elastica All'aumentare del prezzo, la quantità domandata diminuisce, e viceversa. Quando la domanda è elastica, la quantità domandata varia rispetto al prezzo. Quindi la riduzione della quantità prevale rispetto all'incremento del prezzo sulla spesa totale. In altre parole, la spesa totale varia nella stessa direzione della quantità. Quando la domanda è elastica un aumento del prezzo comporterà un calo della spesa totale per consumi e quindi, una riduzione del ricavo totale delle imprese. Al contrario, in seguito al calo del prezzo, i consumatori spenderanno di più e le imprese vedranno aumentare i propri ricavi. 2.2. Domanda anelastica Quando la domanda è anelastica, succede il contrario. Il prezzo varia relativamente più della quantità, per cui ha un effetto maggiore sulla spesa totale per consumi. La spesa totale del consumatore varia nella stessa direzione del prezzo. In questo caso, il ricavo delle imprese aumenterà se il prezzo aumenta, oppure diminuirà se il prezzo diminuisce. 2.3. Casi particolari Distinguiamo poi tre tipologie di domanda: una domanda perfettamente anelastica; una domanda perfettamente elastica e una domanda ad elasticità unitaria. La domanda perfettamente anelastica è rappresentata da una retta verticale. Indipendentemente dal prezzo, la quantità domandata rimane la stessa. È quindi evidente che, quanto maggiore è il prezzo, quanto più elevata sarà la spesa. La domanda perfettamente elastica è rappresentata da una retta orizzontale. In questo caso, quanto maggiore è la quantità offerta dalla singola impresa, tanto maggiore sarà il suo ricavo. La domanda ad elasticità unitaria si ha nel caso in cui il prezzo e la quantità variano esattamente nella stessa proporzione. Ogni aumento del prezzo è perfettamente compensato da una riduzione della quantità, motivo per il quale la spesa rimarrà invariata. 3. Elasticità dell'offerta rispetto al prezzo Quando il prezzo cambia, non ci sarà soltanto una variazione della quantità domandata, ma anche una variazione della quantità offerta. È interessante sapere quanto sia sensibile la quantità offerta a variazioni del prezzo. La misura che usiamo è l'elasticità dell'offerta rispetto al prezzo. L'effetto su prezzo e quantità di uno spostamento della curva di domanda dipende dall'elasticità della funzione di offerta rispetto al prezzo. L’elasticità dell'offerta al prezzo è definita come il rapporto tra la variazione percentuale della quantità offerta e la variazione percentuale del prezzo. 3.1. Determinanti dell'elasticità dell'offerta Quanto minore è il costo sostenuto per produrre un'unità aggiuntiva di output, tanto più le imprese saranno incentivate a produrre in seguito ad un aumento del prezzo: l'offerta sarà più elastica. L'offerta è elastica se le imprese possono reperire quantità aggiuntive di materie prime, se possono convertire facilmente la produzione e se possono evitare il ricorso al lavoro straordinario. Se tutte queste condizioni sono soddisfatte, i costi subiscono solo un leggero aumento in seguito ad un aumento della produzione e l'offerta è relativamente elastica. 3.1.2. Orizzonte temporale Distinguiamo tre tipologie di orizzonte temporale: - Brevissimo periodo: Nel brevissimo periodo difficilmente le imprese riusciranno ad aumentare subito l'offerta; l'offerta in questo caso è altamente anelastica. - Breve periodo: Nel breve periodo, dopo un dato periodo di tempo, alcuni input possono essere aumentati (ad. es. le materie prime), mentre altri rimarranno fissi (ad. es. i macchinari); L'offerta può aumentare in una certa misura. - Lungo periodo: Nel lungo periodo, ci sarà abbastanza tempo affinché tutti gli input possano essere aumentati e nuove imprese possano entrare nell'industria; l'offerta sarà, quindi, più elastica. 4. Altre elasticità Finora abbiamo considerato la sensibilità della domanda e dell'offerta rispetto al prezzo dello stesso bene. Ma il prezzo costituisce solo una delle determinanti della domanda e dell'offerta. In teoria, potremmo considerare la sensibilità della domanda e dell'offerta a variazioni di una qualsiasi delle loro determinanti e, quindi, calcolare diverse elasticità della domanda e dell'offerta. L'elasticità misura la reazione di una variabile (es. la domanda) alla variazione di un'altra (es. il prezzo) in termini percentuali. si tratta di un concetto fondamentale per comprendere il funzionamento dei mercati. Quanto più elastiche sono le variabili, tanto più reattivi sono gli individui in risposta alle mutate circostanze. Tuttavia, sono solo altre due le elasticità particolarmente utili, entrambe riferite alla domanda. 4.1. Elasticità della domanda rispetto al reddito: L'elasticità della domanda rispetto al reddito misura la sensibilità della domanda rispetto al reddito dei consumatori ed è definita come il rapporto tra la variazione percentuale della domanda e la variazione percentuale del reddito. La principale determinante dell'elasticità della domanda al reddito è il grado di necessità del bene. In un paese industrializzato, la domanda di beni di lusso aumenta rapidamente al crescere del reddito dei consumatori, mentre la domanda di beni di prima necessità, cresce solo in misura scarsa. In altre parole, beni come le automobili e le vacanze all'estero hanno un'elevata elasticità della domanda rispetto al reddito, mentre beni come le patate hanno una bassa elasticità della domanda rispetto al reddito. In entrambi i casi, tuttavia, tale elasticità assume valore positivo, come è per tutti i beni normali. La domanda di alcuni beni, invece, diminuisce all'aumentare del reddito. Si tratta dei cosiddetti “beni inferiori”. La margarina, ad esempio, è un bene inferiore; quando le persone guadagnano di più, acquistano il burro. A differenza dei beni normali, l'elasticità della domanda dei beni inferiori rispetto al reddito è negativa. L'elasticità della domanda rispetto al reddito è un concetto importante per le imprese che devono considerare la dimensione futura del mercato dei loro prodotti. 4.2. Elasticità incrociata della domanda L'elasticità incrociata della domanda è una misura della sensibilità della domanda di un bene al prezzo di un altro bene. Ci permette di prevedere la variazione nella domanda del primo bene all'aumentare del prezzo del secondo bene. Ad esempio, se Coca-Cola fosse a conoscenza dell'elasticità incrociata della domanda della Coca-Cola al prezzo della Pepsi potrebbe prevedere l'effetto sulle sue vendite di variazioni del prezzo di quest'ultima. L'elasticità della domanda di un bene rispetto al prezzo di un altro bene è data dal rapporto tra la variazione percentuale della domanda del bene 1 e la variazione percentuale del prezzo del bene 2. Se il bene 2 è un sostituto del bene 1, la domanda del bene 2 aumenta all'aumentare del prezzo del bene 1. Ad esempio, la domanda di carne di maiale aumenta al crescere del prezzo del manzo. In questo caso, l'elasticità incrociata è positiva. Se il bene 2 è complementare al bene 1, invece, la domanda dell'uno diminuisce all'aumentare del prezzo dell'altro. L’elasticità incrociata della domanda in questo caso è negativa. La determinante principale dell'elasticità incrociata della domanda è il grado di sostituibilità o di complementarità tra i due beni. Quanto maggiore è tale grado, tanto maggiore sarà l'effetto sulla domanda del primo bene di una variazione del prezzo del bene sostituto o complemento, quindi tanto maggiore sarà l'elasticità incrociata. 5. I mercati e l'aggiustamento nel tempo Le elasticità rispetto al prezzo della domanda e dell'offerta sono diverse a seconda dell'unità di tempo considerata. La ragione è che ai produttori e ai consumatori serve tempo per rispondere a variazioni del prezzo. Nel lungo periodo la risposta della quantità offerta è maggiore che nel breve periodo, e anche la quantità domandata è maggiore che nel breve periodo. 5.2. Aspettative sui prezzi e speculazione In una situazione di domanda e offerta instabili, i prezzi cambiano continuamente. La variabilità dei prezzi condiziona il comportamento sia di acquirenti che di venditori. Se, ad esempio, a dicembre pensate di acquistare un cappotto nuovo, potreste decidere di aspettare i saldi di gennaio. Se invece, a gennaio, trovate una giacca estiva in saldo, potreste decidere di acquistarla subito e non aspettare l'estate nel timore che i prezzi aumenteranno. Quindi, un'aspettativa di aumento dei prezzi indurrà le persone a comprare subito, mentre, un'aspettativa di riduzione dei prezzi, le indurrà a posticipare i loro acquisti. Il contrario accade ai venditori. Se pensate di vendere la vostra casa in un momento in cui i prezzi stanno scendendo, vorrete concludere la vendita il più presto possibile. Se, invece, i prezzi stanno salendo, aspetterete il più a lungo possibile per spuntare il prezzo più alto. Quindi, un’aspettativa di riduzione dei prezzi indurrà le persone a vendere subito; mentre, un'aspettativa di aumento dei prezzi, le indurrà ad aspettare. Questo comportamento è chiamato “speculazione”. La speculazione è spesso fondata sull'andamento corrente dei prezzi. Se i prezzi stanno aumentando, gli individui dovranno cercare di capire se sono vicini al massimo e quindi in procinto di scendere, oppure se continueranno ad aumentare. Dopo aver fatto una previsione, agiranno di conseguenza. La speculazione, quindi, influenza la domanda e l'offerta che, a loro volta, influenzano il prezzo. La speculazione è un fenomeno comune in molti mercati. Essa ha un effetto molto importante: infatti, tende ad autoavverarsi. In altre parole, gli speculatori tendono a realizzare proprio l'effetto sui prezzi che essi stessi hanno previsto. Ad esempio, se gli speculatori sono convinti che il prezzo di alcune azioni stia per aumentare, ne compreranno di più e in questo modo ne faranno aumentare il prezzo. La loro “profezia” si è autoavverata. La speculazione può ridurre le fluttuazioni dei prezzi oppure può aggravarle: può essere stabilizzante o destabilizzante. 5.2.1. Speculazione stabilizzante La speculazione avrà effetti stabilizzanti sulle fluttuazioni dei prezzi quando i venditori e/o gli acquirenti sono convinti che la variazione di prezzo sia solo temporanea. Un buon esempio di speculazione stabilizzante è rappresentato dai mercati dei prodotti singoli. Prendiamo il caso del grano. In autunno, dopo la raccolta, se ne ha un'offerta abbondante. Se tutto il grano disponibile venisse messo sul mercato, il prezzo scenderebbe a un livello molto basso, mentre nel corso dell'anno, quando gran parte del grano è già stata venduta e quindi l'offerta è scarsa, il prezzo potrebbe salire a livelli molto alti; in questo caso, gli agricoltori speculano. Dopo la raccolta sanno che il prezzo tenderà a scendere, perciò, conservano gran parte del grano in magazzino. Quanto più il prezzo scende, tanto più grano verrà immagazzinato in attesa di un aumento futuro del prezzo. In questo caso, la decisione di tenere scorte impedisce i crolli del prezzo e, quindi, lo stabilizza. Nel corso dell'anno, quando il prezzo inizia a salire, i venditori attingeranno grano dalle scorte per metterlo sul mercato. Quanto più il prezzo aumenta, tanto più grano verrà messo sul mercato. Ma questo aumento dell'offerta stabilizzerà il prezzo impedendo che aumenti troppo. 5.2.2. Speculazione destabilizzante La speculazione tenderà ad avere, invece, effetti destabilizzanti sulle fluttuazioni di prezzo quando i venditori e/o gli acquirenti sono convinti che una variazione del prezzo sarà seguita da variazioni dello stesso segno. Nel mercato delle abitazioni, la speculazione è spesso destabilizzante. Supponiamo che, dopo un lungo periodo di prezzi relativamente stabili o decrescenti, i prezzi delle case iniziano a salire, ad esempio, in seguito a un aumento della domanda dovuto a un calo dei tassi di interesse sui mutui o alla ripresa dell'economia. Si potrebbe credere che l'aumento dei prezzi segnali una ripresa del mercato immobiliare e che questi continueranno ad aumentare. I potenziali acquirenti cercheranno di comprare il più presto possibile, prima di un ulteriore aumento dei prezzi. Questo aumento della domanda causerà aumenti di prezzo ancora più elevati. 5.2.3. Vendite allo scoperto Una forma di speculazione è la pratica delle vendite allo scoperto in Borsa. Si verifica quando alcuni individui cercano di trarre vantaggio da una diminuzione attesa dei prezzi azionari o dei tassi di cambio vendendo azioni o valuta. In pratica, se gli investitori vogliono trarre vantaggio da una riduzione attesa del prezzo di una determinata azione, possono prenderla in prestito da un operatore di borsa che la possiede, con l'accordo di restituirla in una data specifica e dietro il pagamento di una commissione. Nel frattempo, questi investitori vendono le azioni sul mercato al prezzo corrente e sperano che il prezzo diminuisca. In questo momento sono “allo scoperto” (non possiedono le azioni, ma devono restituirle). Devono scegliere il momento giusto per ricomprare le azioni in modo da trarre il maggior profitto, prima, ovviamente, del momento fissato per restituire le azioni. In anni recenti, la pratica delle vendite allo scoperto è aumentata e ha contribuito all'instabilità dei mercati. In conclusione, quindi, in alcune circostanze, l'azione degli speculatori può ridurre al minimo le fluttuazioni di prezzo (speculazione stabilizzante). Ciò è più probabile quando i mercati sono relativamente stabili; in altre circostanze, invece, la speculazione può amplificare le fluttuazioni di prezzo e ciò è più probabile in periodi di forte incertezza. 5.3. Convivere con incertezza e rischio Se si aspettano variazioni di prezzo, gli acquirenti e i venditori cercheranno di anticiparle. Purtroppo, in molte occasioni, nessuno può sapere con certezza a quali saranno tali variazioni. Prendiamo il caso delle azioni. Se ci si aspetta che il prezzo di alcune azioni aumenti in modo considerevole, si potrebbe decidere di acquistarne alcune per rivenderle dopo l'aumento del prezzo. Tuttavia, tale aumento non può essere previsto con sicurezza. Il prezzo, infatti, potrebbe anche diminuire. Acquistare azioni, quindi, equivale a fare una scommessa. Le scommesse possono essere di due tipi: un primo tipo è quello in cui si conoscono le probabilità oggettive del verificarsi degli esiti sperati. Ad esempio, se scommettiamo sul lancio di una moneta, agiamo in condizioni di rischio, sappiamo che la probabilità di vincere è del 50%. C’è rischio quando la probabilità di un risultato è nota. Il rischio in sé è una misura della variabilità di un risultato. C’è, invece, incertezza, quando la probabilità di un risultato non è facilmente determinabile. Rischio e incertezza pervadono l'intera vita economica e vengono continuamente prese decisioni il cui esito non può essere noto con certezza. Le scorte come modo di ridurre l'incertezza: un modo semplice di ridurre il problema dell'incertezza è dato dalle scorte. Ad esempio, gli agricoltori, quando seminano il grano in primavera, non sono sicuri del prezzo che prevarrà sul mercato al momento del raccolto. Possono immagazzinare il grano e aspettare il prezzo che ritengono giusto per vendere: accumulano scorte quando il prezzo è basso in attesa che aumenti di nuovo o se al momento del raccolto il prezzo del grano è alto, possono decidere di vendere subito. I future e i mercati a termine: in un mercato a termine il venditore e l'acquirente fissano un prezzo per la consegna futura di un bene o di uno strumento finanziario. Ad esempio, il nostro agricoltore potrebbe accordarsi oggi su un prezzo per la consegna di una determinata quantità di grano tra sei mesi. Questo prezzo viene detto “a termine”. A prescindere da ciò che accadrà al prezzo a pronti (il prezzo che prevale sul mercato), il prezzo di vendita sarà quello concordato. Le assicurazioni: l'assicurazione è una forma di protezione dal rischio. Ad esempio, se state rischiando di perdere il posto di lavoro, se potete subire un danno, potete proteggervi da tali rischi stipulando una idonea polizza assicurativa. Un'impresa di assicurazione è in grado di accollarsi il rischio dei suoi clienti perché accomuna i rischi. I clienti che si vogliano coprire da uno stesso rischio pagheranno un premio assicurativo e la somma complessivamente raccolta sarà, di solito, sufficiente a coprire i risarcimenti dovuti. Si tratta di un'applicazione della legge dei grandi numeri, per cui maggiore è il numero delle persone assicurate, maggiore è la probabilità di prevedere con ragionevole certezza il risultato complessivo. Per poter accomunare i rischi è necessario che tali rischi siano indipendenti. Se un'impresa di assicurazione ha coperto il rischio di incendio per le proprietà immobiliari di uno stesso rione e l'evento si dovesse realizzare, le richieste di risarcimento danni sarebbero tantissime; ciò accade perché i rischi non sono indipendenti. Se invece ha assicurato più abitazioni distribuite in varie zone della città, allora, il rischio d'incendio di ciascun immobile è indipendente. In generale, gli individui sono avversi al rischio sono disposti a pagare per evitare una situazione rischiosa. 6. Mercati con prezzi controllati Il prezzo di equilibrio potrebbe non rivelarsi un prezzo adeguato dal punto di vista sociale; lo stato, quindi, potrebbe decidere di mantenere i prezzi al di sopra o al di sotto del livello di equilibrio. 6.1. Un prezzo minimo (elevato) Se lo stato fissa un prezzo minimo al di sopra dell'equilibrio, ci sarà un eccesso di offerta e il prezzo non potrà scendere per eliminare tale eccesso. Lo stato fissa un prezzo minimo per varie ragioni: Innanzitutto, per proteggere i redditi dei produttori. Se il settore è soggetto a fluttuazioni dell'offerta e se la domanda non è elastica al prezzo, i prezzi tendono a fluttuare considerevolmente. Prezzi minimi impediscono crolli drastici dei redditi dei produttori. Poi, per creare un surplus, specialmente in periodi di abbondanza, quando possono essere immagazzinati. Infine, nel caso dei salari, i minimi salariali possono essere usati per impedire che i redditi dei lavoratori scendano al di sotto di un certo livello di sussistenza. Un altro problema è che i prezzi elevati possono generare inefficienza. Prezzi elevati possono anche scoraggiare le imprese dal produrre beni sostituti che possono essere ottenuti in modo più efficiente. 6.2. Un prezzo massimo (basso) vo Ehi Se lo stato fissa un prezzo massimo al di sotto dell'equilibrio, ci sarà un eccesso di domanda e il prezzo non potrà aumentare per eliminare tale scarsità di offerta. Lo stato fissa un prezzo massimo, solitamente per ragioni di equità, quindi, per evitare che esso aumenti oltre un certo livello. In tempo di guerra o di carestia, ad esempio, lo stato può fissare i prezzi massimi dei beni essenziali. La scarsità di offerta che ne deriva, tuttavia, può creare alcuni effetti indesiderati. Se lo stato si limita a fissare il prezzo senza intervenire in altro modo, potrebbero verificarsi alcuni problemi, come: - allocazione in base al principio “chi prima arriva, meglio alloggia” che può generare code o liste di attesa gestite dalle imprese. In anni recenti, le riforme economiche hanno abolito tali controlli sui prezzi, riducendo o eliminando le code. - le imprese possono favorire alcuni clienti rispetto ad altri; ad esempio, quelli abituali. Nessuna delle situazioni descritte sembra equa. Alcune persone bisognose potrebbero essere costrette a rinunciare al bene razionato. Potrebbe essere lo stesso stato a gestire un sistema di razionamento. In questo modo, le persone ricevono un certo numero di buoni ciascuno dei beni razionati. Uno dei problemi principali dei prezzi massimi bassi è che incoraggiano la formazione del mercato nero: i consumatori che non riescono ad acquistare abbastanza al prezzo prefissato sul mercato legale sono disposti a pagare prezzi più elevati pur di avere maggiori quantità del bene. Un altro problema è che i prezzi massimi bassi riducono la quantità offerta di un bene già scarso. Per eliminare questi effetti indesiderati, lo stato può incoraggiare l'offerta: attingendo le scorte, producendo direttamente o conducendo sussidi alle imprese. Oppure, può cercare di ridurre la domanda: con la produzione di beni alternativi o controllando il reddito dei cittadini. Capitolo 4 – Produzione, costi, ricavi e profitti La quantità prodotta dalle imprese in corrispondenza di ciascun prezzo dipende in gran parte dal profitto che possono ottenere. Se un'impresa può aumentare i suoi profitti producendo di più, di solito ne approfitterà. un'impresa consegue un profitto quando il guadagno ottenuto dalla vendita dei suoi prodotti supera il costo sostenuto per produrli. Il profitto totale è, quindi, la differenza tra il ricavo totale e il costo totale di produzione. 1. La produzione nel breve periodo Se l'impresa vuole incrementare la produzione in tempi brevi, sarà in grado di aumentare solo la quantità di alcuni input. Ad esempio, può utilizzare più materie prime, più carburante o più lavoro, ma, in ogni caso, dovrà cavarsela con gli impianti e i macchinari esistenti. La distinzione che facciamo qui è tra fattori di produzione fissi e fattori di produzione variabili. Un fattore fisso è un input la cui quantità non può essere variata nel periodo di tempo considerato (es. il capitale). La quantità impiegata di un fattore variabile (es. il lavoro), invece, può variare nel periodo di tempo considerato . La differenza tra fattori fissi e variabili ci consente, poi, di distinguere il breve dal lungo periodo. Il breve periodo è un lasso di tempo sufficientemente breve in cui almeno un fattore di produzione è fisso. Nel breve periodo, la produzione può essere aumentata solo usando più fattori variabili. Ad esempio, se un'impresa di trasporti marittimi volesse trasportare più passeggeri per far fronte ad una maggiore domanda, potrà trasportare più persone sulle navi esistenti, se c'è spazio; oppure, potrà aumentare il numero dei tragitti con la flotta disponibile; ma nel breve periodo non potrà acquistare ulteriori navi, in quanto, non ci sarebbe abbastanza tempo per costruirle. Il lungo periodo è un lasso di tempo sufficientemente lungo perché tutti gli input possano essere variati. Con il tempo necessario, un'impresa può costruire un secondo impianto e installare nuovi macchinari. La durata effettiva del breve periodo non è fissa ma cambia da un’impresa ad un’altra. Se ci vogliono tre anni prima che un'impresa di trasporti ottenga una nave in più, il breve periodo sarà qualunque periodo fino a tre anni e il lungo periodo sarà ogni periodo superiore a tre anni. 1.1.La funzione di produzione La relazione tecnica che lega tra loro input e output è detta “funzione di produzione”. La quantità di output dipende dall'ammontare di risorse impiegate e dal modo in cui sono utilizzate. Quantità maggiori di input permettono di ottenere, di solito, più quantità di output. Se si vuole produrre in modo efficiente, per una data quantità da produrre occorre utilizzare la quantità minima di input. Il caso di funzione di produzione con un unico fattore variabile è abbastanza riduttivo, ma utile per spiegare due importanti concetti. La produttività media del lavoro è definita come il rapporto tra il livello di output e la quantità di input utilizzata per ottenerlo. La produttività marginale, invece, è l'incremento di output che si ottiene variando di un’unità la quantità utilizzata dell’input. 1.2.Legge della produttività marginale decrescente Nel breve periodo la produzione è soggetta alla legge della produttività marginale decrescente, una delle leggi economiche più note. Consideriamo un'azienda agricola. Essa ricorre a due fattori di produzione: supponiamo che la terra sia un fattore fisso, mentre il lavoro è un fattore variabile. Poiché l'offerta di terra è fissa, la produzione in ciascun periodo può essere aumentata solo aumentando il numero dei lavoratori impiegati. La terra non può produrre una quantità indefinitamente crescente di raccolto. A un certo punto, l'incremento di output imputabile a ciascun lavoratore aggiuntivo inizierà a diminuire. Possiamo ora enunciare la legge della produttività marginale decrescente secondo la quale, se si combinano quantità crescenti di un fattore variabile con quantità date di un fattore fisso, a un certo punto ogni unità aggiuntiva del fattore variabile produrrà una quantità aggiuntiva di output sempre inferiore. 2. La produzione nel lungo periodo 2.1. La funzione di produzione nel lungo periodo e le curve di isoquanto Consideriamo ora il caso del lungo periodo in cui i due input sono variabili. A partire da questa funzione, è possibile fissare un livello di output e ottenere tutte le coppie possibili dei due input che permettono di produrre tale quantità. In maniera analoga, questo procedimento può essere ripetuto fissando diversi livelli di output. Le varie curve corrisponderanno a una diversa quantità di output prodotto. Ognuna di queste curve prende il nome di “isoquanto” e raffigura tutte le combinazioni dei due input che permettono di produrre la stessa quantità di output. Prendendo in considerazione una mappa degli isoquanti di produzione, essa mostrerà alcune caratteristiche: - A curve più lontane dall'origine corrispondono livelli di produzione maggiori; - Gli isoquanti sono decrescenti. Infatti, se si aumentassero o diminuissero contemporaneamente entrambi gli input e la quantità prodotta aumenterebbe o diminuirebbe rispettivamente, si andrebbe su un diverso isoquanto. Per mantenere lo stesso livello di output, a una diminuzione della quantità utilizzata di lavoro deve corrispondere un aumento di quella di capitale e viceversa; -Per lo stesso motivo è impossibile che due isoquanti si intersechino; - Gli isoquanti sono curve convesse; riducendo il lavoro di un'unità a partire da una dotazione abbondante, la quantità di capitale che bisogna aggiungere per lasciare invariata la quantità di output è minore di quella che bisognerebbe aggiungere quando si sottrae un'unità di lavoro a partire da una dotazione più bassa. Il saggio tecnico di sostituzione ci dice di quanto deve aumentare il capitale nel caso di una riduzione unitaria di lavoro se si vuole mantenere costante la produzione di output. 2.2. La scala di produzione Nel lungo periodo, tutti i fattori di produzione sono variabili. L'impresa ha il tempo di costruire un nuovo impianto, di installare nuove macchine e in generale di combinare i suoi input in qualsiasi proporzione e quantità. Se un'impresa raddoppiasse tutti gli input potremmo distinguere tre situazioni: 1. Rendimenti costanti di scala. È il caso in cui un dato aumento percentuale di tutti gli input produce lo stesso incremento percentuale di output; 2. Rendimenti crescenti di scala. È il caso in cui un dato aumento percentuale degli input produce un aumento più che proporzionale dell'output; 3. Rendimenti decrescenti di scala. È il caso in cui un dato aumento percentuale degli input produce un aumento meno che proporzionale di output. L’espressione “di scala” significa che tutti gli input aumentano nella stessa proporzione. I rendimenti decrescenti di scala sono diversi dalla produttività marginale decrescente. 3. I costi nel breve periodo Il minimo costo che bisogna sostenere per produrre un certo livello di output dipenderà dalla quantità di input usati e dal prezzo che l'impresa deve pagare per acquistarli. Inoltre, i costi di produzione dipendono anche dalla produttività fattori: quanto maggiore è tale produttività, tanto minore è la quantità di input necessaria per produrre un dato livello di output e quindi, tanto minori sono i costi di produzione; questi ultimi dipendono anche dai prezzi dei fattori produttivi: quanto maggiore è il prezzo, tanto maggiori saranno i costi di produzione. Nel breve periodo, i costi sostenuti per acquistare i fattori fissi non variano con l'output prodotto. La rendita sulla terra, ad esempio, è un costo fisso, e non dipende dalla quantità prodotta. Il costo totale dei fattori variabili, tuttavia, varia con l'output. Il costo delle materie prime è un costo variabile; quanto più si produce, tanta più quantità di materie prime viene utilizzata, quindi, tanto maggiore sarà il costo ad esse relativo. Il costo totale di produzione è, dunque, la somma di costi variabili e costi fissi. 3.1.Costo medio e marginale Oltre ai costi totali, vi sono altre due categorie di costo importanti per la nostra analisi: il costo medio e il costo marginale. Il costo medio è il costo per unità di produzione. Quindi, se produrre 100 unità di un prodotto costa 2.000 €, il costo medio sarà 20€ per unità. Come il costo totale, anche il costo medio può essere, a sua volta, diviso in due componenti: fissa e variabile. In altre parole, il costo medio è uguale alla somma tra costo fisso medio e costo variabile medio. Il costo marginale è, invece, l'incremento di costo che si sostiene per produrre un'unità in più. Si noti che tutti costi marginali sono variabili, poiché, per definizione, non ci sono costi fissi aggiuntivi quando la produzione aumenta. 4. I costi nel lungo periodo 4.1. la combinazione ottima degli input Utilizzando quanto appreso sulla funzione di produzione e su quella di costo possiamo illustrare il problema della scelta da parte del produttore della combinazione ottima dei fattori produttivi. Ci limiteremo al caso di due soli input variabili, lavoro e capitale in un'ottica di lungo periodo. In precedenza, abbiamo visto come la funzione di produzione possa essere rappresentata nel piano attraverso una mappa di isoquanti. Allo stesso modo, anche la funzione di costo totale può essere rappresentata graficamente nello stesso spazio. Tale curva è denominata “retta di isoconto”. La sua pendenza è data dal rapporto tra i costi unitari di due fattori e l'intercetta con gli assi rappresenta la quantità di fattore che è possibile acquistare a quel dato costo se si decide di acquistare solo quell’input e di fare a meno dell'altro. Ad ogni livello di costo dato corrisponde una diversa linea di isocosto. Quanto maggiore è il costo totale sostenuto dall'impresa, tanto più lontana dall'origine sarà la corrispondente retta di isocosto. Nel punto di tangenza le pendenze dell’isoquanto e dell’isocosto sono uguali. Quindi, il criterio di scelta della combinazione ottima degli input, dato il livello di output, è dato dall'uguaglianza tra le produttività marginali ponderate E l'impresa non potrà fare meglio di così. 4.2. Economie di scala Il concetto di rendimenti crescenti è strettamente connesso a quello di economie di scala. Un'impresa gode di economie di scala se i costi medi di produzione diminuiscono all'aumentare della quantità prodotta. In presenza di rendimenti crescenti di scala, il costo totale aumenta meno che proporzionalmente rispetto alla quantità prodotta. Ma ciò implica che il costo medio di produzione, decresce all'aumentare della produzione. Quindi, se ci sono rendimenti crescenti di scala, esistono economie di scala. Non sono solo fattori tecnologici, tuttavia, a dar luogo a economie di scala. Diverse sono le ragioni per cui si manifestano le economie di scala: - Specializzazione e divisione del lavoro. La specializzazione e la divisione del lavoro riducono l'addestramento necessario e consentono ai lavoratori di diventare molto efficienti nelle loro mansioni, specialmente nel lungo periodo; inoltre, le imprese possono assumere lavoratori e dirigenti con conoscenze specifiche in alcuni settori. - Indivisibilità. Alcuni input hanno dimensioni prestabilite e sono indivisibili. L'esempio più ovvio è dato dai macchinari. Consideriamo una mietitrice che consenta di raccogliere più prodotti. Una piccola impresa agricola non potrà sfruttarla a pieno, poiché risulterà conveniente solo per aziende agricole relativamente grandi. Il problema dell'indivisibilità si complica quando diverse macchine, ciascuna delle quali è parte del processo produttivo, hanno dimensioni diverse. Ad esempio, se per la produzione occorrono due tipi di macchine (una che produce e l'altra che confeziona e, la prima produce 6 unità al giorno, mentre la seconda ne confeziona 4), allora per utilizzare pienamente la capacità produttiva delle macchine si dovranno produrre almeno 12 unità al giorno. - Il principio del contenitore. Qualsiasi bene capitale usato come contenitore sarà tanto meno costoso per unità di prodotto quanto maggiore è la sua dimensione. Ciò dipende dalla relazione tra il volume del contenitore e la sua superficie. Il costo di un container, ad esempio, dipende in gran parte dai materiali utilizzati per costruirlo e quindi dalla sua superficie. L’output prodotto dipende invece in gran parte dal suo volume. Quanto più grande è il container, tanto maggiore è il rapporto tra il suo volume e la sua superficie. - Maggiore efficienza dei grandi macchinari. I grandi macchinari possono essere più efficienti nel senso che possono produrre una quantità maggiore di output per un dato ammontare di input. Inoltre, una macchina grande potrebbe usare le materie prime in modo più efficiente. - Prodotti congiunti. La produzione su larga scala potrebbe generare prodotti di scarto in quantità sufficiente da ottenere alcuni prodotti congiunti. - Produzione a stadi successivi. Un’industria di grandi dimensioni può essere in grado di eseguire molte fasi produttive al suo interno. Ciò permette di risparmiare tempo e di ridurre il costo di trasferire i prodotti semifiniti da un'azienda a un'altra. Ad esempio, una cartiera di grandi dimensioni può essere in grado di trasformare gli alberi in cartone e poi il cartone in scatole in sequenza continua. Finora abbiamo considerato esempi di economie di scala a livello di impianto produttivo. Ci sono altre economie di scala associate alle dimensioni di impresa, ad esempio un'impresa con molti impianti. - Economie di organizzazione. In un'impresa di grandi dimensioni, ciascun impianto può specializzarsi in funzioni diverse. Spesso, inoltre, dopo una fusione tra due imprese, è possibile risparmiare razionalizzando le loro attività. - Incidenza dei costi comuni. Ci sono alcuni tipi di spesa che soddisfano il criterio di economicità solo quando l'impresa è grande, come le spese in ricerca e sviluppo: solo un'impresa di grandi dimensioni potrà permettersi di costruire un laboratorio di ricerca. Si tratta di un altro esempio di indivisibilità, ma questa volta a livello di impresa. - Economie finanziarie. Le imprese di grandi dimensioni possono ottenere finanziamenti a tassi di interesse inferiori rispetto alle imprese più piccole. Possono ottenere alcuni input a prezzi più convenienti acquistandone in quantità elevata. - Economie di varietà (o di scopo). Spesso un'impresa è di grandi dimensioni perché produce una vasta gamma di prodotti. Di conseguenza, potrebbe accadere che ogni singolo prodotto sia realizzato ad un costo minore rispetto a quello sostenuto da un'impresa monoprodotto. Il motivo per cui si manifestano queste economie di varietà è dato dal fatto che è possibile suddividere i costi comuni e le economie finanziarie e di organizzazione tra i vari prodotti. Ad esempio, un'impresa che produce lettori CD, registratori DVD, televisori, ecc., può trarre beneficio da un marketing congiunto, dalla condivisione dei costi di distribuzione e dalla produzione congiunta dei vari prodotti. 4.3. Diseconomie di scala Quando le imprese superano una certa dimensione, i costi unitari potrebbero però anche aumentare. Queste diseconomie di scala possono essere dovute a varie ragioni: - All'aumentare delle dimensioni e della complessità dell'impresa, in quanto potrebbero sorgere problemi gestionali di coordinamento; - I lavoratori possono sentirsi alienati se il loro lavoro è noioso e ripetitivo. La scarsa motivazione sul lavoro è spesso alla base di una qualità del lavoro scadente; - Le relazioni industriali, vale a dire, le relazioni tra i datori di lavoro e i lavoratori, possono peggiorare a causa delle relazioni interpersonali tra diverse categorie di lavoratori; - La produzione a catena e le complesse interdipendenze della produzione di massa possono essere destabilizzanti per l'intera impresa. Un'impresa, quindi, gode di economie di scala oppure soffre di diseconomie di scala a seconda delle particolari condizioni tecnologiche, di mercato organizzative nelle quali opera. 4.4. La dimensione dell’industria Quando la dimensione di un'industria, vale a dire l'insieme delle imprese che producono lo stesso bene, aumenta, possono sorgere economie esterne di scala per le imprese che ne fanno parte. Ciò significa che un'impresa beneficia della dimensione dell'intera industria. Ci riferiamo qui all'infrastruttura dell'industria: le strutture, i servizi di supporto, le abilità e l'esperienza condivisa dalle imprese che ne fanno parte. Le imprese di una particolare industria potrebbero anche sperimentare diseconomie esterne di scala, Ad esempio, quando un'industria cresce di dimensioni, potrebbero scarseggiare specifiche materie prime o manodopera. 4.5. I costi medi di lungo periodo Poiché nel lungo periodo non ci sono fattori fissi, non ci sono neppure costi fissi. Ad esempio, l'impresa può affittare più terra per espandere la produzione e la rendita, pertanto, aumenterà con l'output. Le curve di costo medio di lungo periodo possono avere varie forme. Spesso si ipotizza che all'aumentare della dimensione di un'impresa ci siano inizialmente economie di scala. Dopo un certo punto, tuttavia, tutte le economie di scala vengono sfruttate e la curva diventa una retta orizzontale. Poi, l'impresa diventerà talmente grande che inizieranno a manifestarsi diseconomie di scala. A questo punto, le economie di scala vengono compensate dai nuovi problemi gestionali connessi alla dimensione di impresa che fanno lievitare i costi. Ipotesi dietro la costruzione della curva di costo medio di lungo periodo: Sono tre le ipotesi chiave sottostanti la costruzione della curva di costo medio di lungo periodo. 1. I prezzi dei fattori sono dati. Se i prezzi cambiano, di conseguenza le curve di costo sia di lungo periodo sia di breve periodo si sposteranno. I prezzi dei fattori, tuttavia, possono essere differenti per livelli diversi di output. Ad esempio, una delle possibili fonti di economie di scala è data dalla capacità delle imprese di ottenere sconti per grandi forniture di materie prime. 2. Lo stato della tecnologia e la qualità dei fattori sono dati. L'ipotesi è che questi elementi possano cambiare solo nel lunghissimo periodo. Se un'impresa riesce a ottenere economie di scala e perché è stata in grado di sfruttare la tecnologia esistente. 3. L'impresa sceglie per ogni livello di output la combinazione di fattori che minimizza i costi. Questa ipotesi implica che le imprese operino in modo efficiente, vale a dire che esse scelgano il modo meno costoso per produrre ogni determinato livello di output. 4.8. Una ripartizione temporale più precisa Abbiamo distinto tra breve e lungo periodo, ma adesso introduciamo altri due periodi di diversa lunghezza: il brevissimo e il lunghissimo periodo. - Brevissimo periodo: tutti i fattori sono fissi. La produzione è fissa. Di giorno in giorno un'impresa può non essere in grado di variare la produzione. Ad esempio, quando un fioraio ha già acquistato i fiori per un'intera giornata, non può variare la quantità di fiori messi in vendita in quel giorno. Nel brevissimo periodo, tutto ciò che un produttore può fare è vendere un prodotto già disponibile. - Breve periodo: almeno un fattore è offerto in quantità fissa. L'impresa può produrre di più, ma così facendo subirà la legge della produttività marginale decrescente. - Lungo periodo: tutti i fattori sono variabili; sono di una data qualità. l'impresa può presentare rendimenti di scala costanti, crescenti o decrescenti. - Lunghissimo periodo: non solo tutti i fattori sono variabili, ma la loro qualità, e quindi la loro produttività, può essere cambiata. La produttività del lavoro può aumentare grazie alla formazione, all'addestramento e all'esperienza. Quanto lungo sia effettivamente il lunghissimo periodo dipende da impresa a impresa, dal tempo necessario per approntare nuove tecniche, nuove abilità e nuove procedure. È importante rendersi conto che le decisioni relative ai diversi periodi di tempo possono essere assunte nello stesso momento. Le imprese non prendono decisioni di breve periodo nel breve periodo e decisioni di lungo periodo nel lungo periodo. Ad esempio, supponiamo che un'impresa osservi un aumento della domanda e sia convinta che tale aumento durerà anche in futuro. Essa decide di aumentare la produzione e nello stesso giorno prende le seguenti quattro decisioni: 1. Brevissimo periodo. Poiché si rende conto che non potrà aumentare la produzione per qualche giorno, informa la sua clientela che dovrà attendere. Nel frattempo, potrebbe alzare i prezzi. 2. Breve periodo. Negozia con la forza lavoro per introdurre lavoro straordinario il più presto possibile. Ordina ulteriori materie prime ai fornitori. 3. Lungo periodo. Inizia a programmare la costruzione di un nuovo impianto. 4. Lunghissimo periodo. Istituisce un programma di ricerca e sviluppo e/o formazione nel tentativo di aumentare la produttività. Principalmente, è al breve e lungo periodo che stiamo maggiormente interessati, in quanto, nel brevissimo periodo all'impresa rimane molto poco da fare, mentre nel lunghissimo periodo, pur volendo aumentare la produttività dei fattori, l'impresa non sarà in grado di prendere decisioni precise. 5. Ricavi Abbiamo definito il profitto totale dell'impresa come la differenza tra i suoi ricavi totali e i suoi costi totali di produzione. Distinguiamo il ricavo totale, il ricavo medio e il ricavo marginale, Il ricavo totale è dato dalle entrate che l'impresa ottiene in un certo periodo di tempo in seguito alla vendita di una data quantità di prodotto. (Ad esempio, se un'impresa vende 1000 unità al mese al prezzo di 5€ l'una, allora il suo ricavo mensile sarà di 5.000€). Il ricavo medio è l'ammontare che l'impresa ottiene per un'unità venduta. (Quindi, se un'impresa ottiene 5.000 € dalla vendita di 1000 unità, otterrà 5€ per ogni unità). L’unica eccezione ci sarà solo nel caso in cui i prodotti vengano venduti a prezzi differenti. Il ricavo marginale è l'incremento di ricavo ottenuto dalla vendita di un'unità aggiuntiva di output in un dato periodo di tempo. (Quindi, se un’impresa vende 20 unità in più in un mese rispetto a quanto non si aspettasse di vendere, ricavando 100€ in più, ottiene 5€ per ogni unità aggiuntiva venduta). Il loro andamento dipende dalle condizioni di mercato in cui l'impresa opera. Esaminiamo ora due situazioni, che corrispondono rispettivamente al caso della concorrenza perfetta e del monopolio. 5.2. I ricavi dell’impresa quando il prezzo è dato - Ricavo medio. Se un'impresa è molto piccola rispetto alle dimensioni del mercato, dovrà accettare come un dato il prezzo di mercato determinato dall'interazione tra domanda e offerta. Essa sarà, dunque, price-taker. Date le grandi dimensioni dell’impresa, qualunque variazione del suo output non è in grado di influenzare il prezzo di mercato. A questo prezzo, l’impresa fronteggia dunque una curva di domanda orizzontale. - Ricavo marginale. Nel caso di una curva di domanda orizzontale il ricavo marginale è uguale al ricavo medio, in quanto, la vendita di un'unità aggiuntiva a un prezzo costante non farà che aggiungere quell’ammontare al ricavo totalw. - Ricavo totale. Poiché il prezzo è costante rispetto alla quantità venduta dalla singola impresa, il suo ricavo totale aumenta in modo lineare. 5.3. I ricavi dell'impresa quando riesce a influenzare il prezzo Le funzioni di ricavo avranno forme diverse quando il prezzo varia al variare dell'output dell'impresa, come succede in monopolio. Se un'impresa ha una quota di mercato relativamente grande, fronteggerà una curva di domanda decrescente. Ciò significa che se l'impresa intende vendere di più, deve accettare una riduzione del prezzo. Volendo ottenere un aumento del prezzo, deve accettare una riduzione della quantità venduta. - Ricavo medio. Ricordiamo che il ricavo medio uguaglia il prezzo, se le diverse unità di prodotto vengono vendute tutte allo stesso prezzo. Nel caso in cui quest'ultimo debba essere ridotto per incrementare le vendite, anche il ricavo medio diminuirà all'aumentare dell'output. - Ricavo marginale. Quando un'impresa ha una curva di domanda decrescente, il ricavo marginale è inferiore al ricavo medio e può anche essere negativo. Se l'impresa vuole vendere di più in un certo periodo di tempo, deve abbassare il prezzo. Il prezzo andrà ridotto su tutte le unità di prodotto e non solo sulle unità che si spera di vendere. Quindi il ricavo marginale è dato dal prezzo al quale viene venduta l'ultima unità di prodotto al netto della perdita dovuta alla riduzione del prezzo sulle unità che si sarebbero potute vendere a un prezzo maggiore. Assumiamo che il prezzo corrente sia 7€. A questo prezzo vengono vendute due unità. L'impresa ora desidera vendere un'unità in più, per cui decide di ridurre il prezzo a 6€. In questo modo ottiene 6€ dalla vendita della terza unità, ma perde 2€ sulle unità che avrebbe potuto vendere a un prezzo pari a 7€. Il suo guadagno netto è quindi pari a 4€. Questo è il ricavo marginale. C'è, dunque, una relazione tra ricavo marginale dell'elasticità della domanda. Ricordiamo che se la domanda è elastica, una riduzione del prezzo provoca un aumento più che proporzionale della quantità domandata e quindi un incremento dei ricavi. il ricavo marginale quindi è positivo. Se invece la domanda è anelastica, una riduzione del prezzo provoca un aumento meno che proporzionale delle vendite e in questo caso il ricavo marginale è negativo. - Ricavo totale. Il ricavo totale è dato dal prezzo per la quantità. A differenza del caso di un'impresa price-taker, la curva è una curva dapprima crescente e poi decrescente, in quanto, quando il ricavo marginale diventa negativo, il ricavo totale diminuisce. 6. Massimizzazione del profitto Possiamo ora unire costi e ricavi per determinare l'output in corrispondenza del quale il profitto è massimo, e trovare anche a quanto ammonta tale profitto. ci sono due modi per arrivarci. Il primo e più semplice consiste nell'utilizzare le curve di costo e ricavo totale. Il secondo invece passa attraverso le curve di costo e di ricavo medio e marginale. L'analisi marginalista, molto applicata in microeconomia, segue questa seconda via. Percorreremo entrambe le strade concentrandoci sul breve periodo. 6.2.1. Fase 1: usiamo le curve marginali per determinare l'output che massimizza il profitto. Fase 2: usiamo le curve medie per misurare l'ammontare del profitto C'è una regola molto semplice per massimizzare il profitto: quando il profitto è massimo il ricavo marginale è uguale al costo marginale per un output pari a 3. Il profitto è massimo in questo caso, in quanto, se così non fosse, nel caso di livelli di output inferiori a 3, il ricavo marginale eccederebbe rispetto al costo marginale. Ciò significherebbe che la produzione di ulteriori unità contribuirebbe più all'aumento dei ricavi che non all'aumento dei costi. per livelli di output superiori a 3, invece, il costo marginale eccederebbe il ricavo marginale. Il profitto, dunque, è massimo quando la produzione è pari a 3. Se non potete aggiungere nulla ad un totale, allora quel totale deve essere già massimo. Una volta trovato il livello di output che massimizza il profitto, usiamo le curve medie per misurare l'ammontare del profitto massimo. 6.3. Il significato di profitto Una componente del costo è data dal costo-opportunità della gestione dell'impresa che deve sostenere il proprietario, che è pari al rendimento minimo che egli deve ottenere dal capitale investito nell'impresa affinché non decida di chiudere. Al pari di salari e rendite, si tratta di un costo che deve essere coperto per continuare a dedicarsi all'attività imprenditoriale. Questo costoopportunità è talvolta chiamato “profitto normale” ed è incluso tra i costi. È importante che, in primo luogo, chi intraprende un'attività imprenditoriale investe dei soldi e bisogna quindi considerare gli interessi che si sarebbero potuti ottenere in qualsiasi investimento privo di rischio. Nessuno intraprenderebbe un'attività se non si aspettasse almeno questo rendimento. In secondo luogo, occorre considerare che qualsiasi attività imprenditoriale non è priva di rischio e che una seconda componente è data da un premio per il rischio. Il premio per il rischio varia a seconda del tipo di attività; in quelle con esiti abbastanza prevedibili, come la vendita al dettaglio di alimenti, è relativamente basso; mentre, quando i risultati hanno un livello di incertezza elevato, come l'attività estrattiva, tale premio è relativamente alto. Nel caso in cui si verifichi l'eccesso del profitto sul profitto normale, questo prenderà il nome di extraprofitto. 6.3.4. Produrre o non produrre? - Il breve periodo. I costi fissi, se sono irrecuperabili, vengono sostenuti anche se l'impresa non produce affatto. Quindi, l'impresa continuerà a produrre a condizione che sia in grado di coprire almeno i suoi costi variabili. Se non può coprire i costi variabili, dovrà chiudere. - Il lungo periodo. Nel lungo periodo tutti i costi sono variabili. Quindi, se l'impresa non può coprire i suoi costi medi di lungo periodo, chiuderà. La condizione minima di sopravvivenza dell'impresa nel lungo periodo è, quindi, che il prezzo sia uguale al costo medio. 7. Limiti della teoria tradizionale Abbiamo visto alcune situazioni in cui i consumatori possono assumere comportamenti non pienamente razionali, compiendo scelte che non massimizzano la propria utilità. Ciò può accadere anche alle imprese per almeno due ragioni: la complessità e l'incertezza dell'ambiente in cui le imprese operano e gli eventuali obiettivi che mirano a raggiungere, diversi dalla massimizzazione del profitto. 7.1. Una spiegazione delle scelte non pienamente razionali Le imprese operano in un ambiente estremamente complesso non conoscendo, ad esempio, esattamente la natura della domanda e della curva dei ricavi marginali. Esse sono in grado di determinare per ogni livello dei prezzi il corrispondente ammontare delle vendite; non sono, però, sempre in grado di valutare quanto vari la domanda a seguito di una variazione unitaria del prezzo di vendita. Inoltre, è rilevante il fatto che le imprese operano in un ambiente in continua evoluzione, con spostamenti delle curve di costo e di ricavo. I manager, quindi, possono ricorrere a regole in piriche e scorciatoie mentali per prendere le loro decisioni. Un criterio di scelta è quello del costo medio o prezzo di mark-up, che consiste, semplicemente, nel fissare un prezzo aggiungendo ai costi medi una percentuale che consenta di avvicinarsi il più possibile alla massimizzazione del profitto. 7.1.2. Obiettivi alternativi La teoria di impresa tradizionale parte dal presupposto che sia il proprietario a decidere quanto produrre e a quale prezzo, al fine di massimizzare il profitto. Tuttavia, spesso, proprietà e controllo sono funzioni separate, soprattutto nelle grandi imprese, Nelle società per azioni, in particolare, i proprietari sono gli azionisti, che mirano alla massimizzazione dei profitti al fine di accrescere i propri dividendi e il valore delle azioni. Questi, però, eleggono il consiglio di amministrazione che, a sua volta, nomina i manager, figure professionali che non sempre hanno come obiettivo principale la massimizzazione del profitto dell'impresa. Essi possono essere, ad esempio, interessati ad ottenere un salario più elevato, ad avere un maggior prestigio, a lavorare in condizioni migliori, ecc. I manager hanno il compito di garantire sufficienti profitti al fine di soddisfare gli azionisti ma ciò è ben diverso dal dover massimizzare i profitti. La più nota teoria di impresa alternativa a quella tradizionale è forse la teoria della massimizzazione dei ricavi, secondo cui il successo dei manager e in particolare dei direttori commerciali è misurato in base all’ammontare delle vendite. Il fatturato è un indicatore dello Stato di salute di un'impresa. Vediamo, poi, che il salario dei manager, il prestigio e il potere possono essere direttamente legati ai ricavi delle vendite, in tale modo, la massimizzazione delle vendite può essere un obiettivo prioritario rispetto alla massimizzazione del profitto. Nel caso di un'impresa che mira a massimizzare i ricavi di vendita anziché i profitti, questa produrrà una quantità maggiore di output fino a quando la variazione dei ricavi totali dovuta alla vendita di un’unità aggiuntiva di output non è pari a 0. Ciò accade perché il responsabile delle vendite continuerà a produrre unità addizionali di bene fino a quando questo incremento consente un aumento del ricavo totale. 7.1.3. Asimmetria informativa e problema del principale-agente Le imprese assumono risorse umane con particolari conoscenze e competenze per eseguire determinati compiti. I lavoratori possono essere visti come “agenti” dei propri datori di lavoro. Questo dà origine al noto problema del principale-agente, in base al quale risulta difficile per il principale stabilire se gli agenti si stiano comportando nel loro interesse. L’imprenditore non può essere sempre certo che i manager e gli altri componenti dello staff stiano perseguendo l'obiettivo della massimizzazione del profitto. Cercare di massimizzare ogni obiettivo può essere rischioso. Ad esempio, se un'impresa cerca di massimizzare la sua quota di mercato con pubblicità aggressive può scatenare una severa risposta da parte dei suoi rivali. Il risultato potrebbe essere la sua uscita dal mercato. Da tempo gli economisti hanno individuato nell'eccesso di ottimismo un tratto comune a molte persone. Capitolo 5 – Forme di mercato Un'impresa in un ambito fortemente competitivo si comporterà in modo piuttosto diverso rispetto a un'impresa che non subisce alcuna concorrenza. In particolare, un'impresa che fronteggia la concorrenza di molte altre imprese sarà costretta a mantenere bassi i prezzi e a essere il più efficiente possibile per sopravvivere. Anche se un'impresa avesse solo uno o due concorrenti, la competizione potrebbe essere intensa. Le imprese dovrebbero spendere molte energie per produrre in modo più efficiente o per sviluppare prodotti migliori. Le imprese senza concorrenza, invece, possono avere un notevole potere nel fissare i prezzi; a farne le spese saranno ovviamente i consumatori, costretti a pagare prezzi elevati. 1. Il grado di concorrenza Distinguiamo le forme di mercato in base al grado di concorrenza che si determina tra le imprese; possiamo individuare quattro forme di mercato fondamentali: concorrenza perfetta, concorrenza monopolistica, oligopolio e monopolio. Ad un estremo, quello del massimo grado di concorrenza tra le imprese, c’è la concorrenza perfetta, caratterizzata da un numero molto elevato di imprese che competono tra loro. Ciascuna impresa è così piccola rispetto all'intera industria che non ha alcun potere di influenzare il prezzo. Essa è price-taker. All'altro estremo c'è il monopolio, nel quale opera una sola impresa che non subisce alcuna concorrenza da parte di altre imprese. Situazioni intermedie sono date dalla concorrenza monopolistica, nella quale diverse imprese non sono protette da barriere all'entrata e dall’oligopolio, caratterizzato da un numero ridotto di imprese protette da barriere all’entrata. Per distinguere in dettaglio queste quattro forme di mercato, consideriamo: Il grado di libertà con cui nuove imprese possono entrare nell'industria e il grado di controllo sul prezzo da parte delle imprese. Ovviamente le imprese si comporteranno in modo radicalmente diverso l'una dall'altra ed è per questa ragione che la politica pubblica nei confronti delle imprese preferisce concentrarsi sulla condotta delle singole imprese anziché semplicemente sulla struttura di mercato all'interno della quale esse operano. Ad esempio, l'interazione tra imprese può influenzare lo sviluppo di nuovi prodotti e può incoraggiare o scoraggiare l'ingresso di nuove imprese nell'industria. Inoltre, è importante sottolineare che le imprese multiprodotto operano in più strutture di mercato. A titolo di esempio, consideriamo, il caso Microsoft. I suoi browser Internet Explorer e Edge competono con rivali di successo come Chrome e Firefox e, di conseguenza Microsoft ha poco potere di mercato nel campo di browser. i suoi prodotti Office, invece, hanno una quota di mercato molto più grande e dominano i mercati dei programmi di videoscrittura, delle presentazioni e dei fogli di calcolo. 2. Concorrenza perfetta La teoria della concorrenza perfetta illustra una forma di mercato estrema: le imprese sono completamente sottoposte alle forze di mercato; non hanno alcun potere di influenzare il prezzo del prodotto che è determinato dall'interazione della domanda e dell'offerta di mercato. 2.1. Le ipotesi della concorrenza perfetta Il modello della concorrenza perfetta si basa su quattro ipotesi fondamentali. 1. Esiste un numero molto elevato di imprese nell'industria. Di conseguenza, la singola impresa produce una quota trascurabile dell'offerta totale. 2. Tutte le imprese producono un prodotto identico, quindi il prodotto è omogeneo. 3. Acquirenti e venditori hanno una conoscenza perfetta del mercato. 4. Esiste completa libertà di entrata e di uscita nell'industria da parte di nuove imprese. Le imprese già operative non sono, quindi, in grado di impedire ad altre imprese di entrare nell'industria. Le prime tre ipotesi, se valgono congiuntamente, implicano che nessuno può influire sul prezzo di mercato. Il mercato delle patate può essere un esempio. Un coltivatore di patate deve subire la concorrenza di un numero talmente elevato di coltivatori che non può influenzare il prezzo di mercato; c'è libertà di entrata per tutti quelli che vogliono iniziare a coltivare patate e ciascun coltivatore produce un prodotto virtualmente identico a quello di ciascun altro concorrente. 2.2.L'equilibrio di breve periodo dell'impresa Nel breve periodo ipotizziamo che il numero di imprese nell'industria non possa aumentare. La curva di offerta di breve periodo dell’impresa, per quantità prodotte strettamente positive, coincide con il tratto crescente della sua curva di costo marginale perché la curva di offerta mostra quanto output verrà offerto in corrispondenza di ciascun prezzo: mette il prezzo in relazione con la quantità. La curva di costo marginale mette la quantità in relazione con il costo marginale. In concorrenza perfetta, la curva di offerta di un'impresa dipende dall'andamento dei suoi costi di produzione. Ciò ci permette di capire perché la curva di offerta di un’impresa è crescente. Dal momento che il costo marginale aumenta al crescere dell'output, sarà necessario un prezzo più elevato per indurre l'impresa ad aumentare il suo output. 2.3.L’equilibrio di lungo periodo dell'impresa Nel lungo periodo, se le imprese già operative ottengono extraprofitti, nuove imprese saranno attirate nell’industria. L’effetto dell’entrata di nuove imprese e/o dell’espansione delle imprese esistenti è comunque un aumento dell’offerta dell’industria. La curva di offerta dell'industria si sposterà verso destra in seguito all'entrata di nuove imprese. Ciò a sua volta provoca una riduzione del prezzo. L'offerta continuerà ad aumentare e il prezzo a diminuire, finché le imprese non otterranno soltanto profitti normali. Ciò si verifica quando il prezzo diminuisce fino al punto in cui la curva di domanda dell'impresa è tangente al punto di minimo della sua curva di costo medio di lungo periodo. 2.4.Incompatibilità tra concorrenza perfetta ed economie di scala La concorrenza perfetta e rara nel mondo reale. Una delle ragioni più importanti è data dalle economie di scala. In molte industrie le imprese devono essere sufficientemente grandi per poter sfruttare le potenziali economie di scala; ma la concorrenza perfetta implica l'esistenza di molte imprese, che devono necessariamente essere piccole per poter beneficiare di economie di scala. Quando una piccola impresa si espande e riesce a fruire di economie di scala può godere di costi medi di produzione più bassi e quindi è in grado di praticare prezzi inferiori a quelli delle imprese più piccole, costringendole ad uscire dal mercato. in tal modo la concorrenza perfetta viene meno. 2.5. La concorrenza perfetta è un bene per i consumatori? Si sostiene, generalmente, che la concorrenza perfetta sia un bene e che dovrebbe esserci maggiore concorrenza all'interno delle industrie e dei mercati. Tra le principali argomentazioni a favore della concorrenza perfetta troviamo: - il prezzo è uguale al costo marginale; infatti, solo quando prezzo e costo marginale sono uguali il livello di produzione è quello giusto. Se il prezzo fosse maggiore del costo marginale, il mercato darebbe alla produzione di unità aggiuntive del bene un valore superiore di quanto non costi produrle, si dovrebbe, quindi, produrne di più. Viceversa, se il prezzo fosse minore del costo marginale, il mercato attribuirebbe un valore inferiore alle unità aggiuntive del bene di quanto non costi produrle e, ovviamente, si dovrebbe produrre di meno. - il fatto che le imprese producano al costo medio minimo e che ottengano solo profitti normali mantiene i prezzi al livello più basso possibile. -la concorrenza perfetta implica la sopravvivenza dei migliori. Le imprese inefficienti dovranno, infatti, lasciare il mercato. tutto ciò incoraggia le imprese ad essere il più efficienti possibile. 3. Monopolio Si ha monopolio quando c'è una sola impresa nell'industria. Tuttavia, non è sempre chiaro quando un'industria debba essere classificata come monopolistica. Dipende, innanzitutto, dall'ampiezza scelta per la definizione dell'industria stessa. Ad esempio, un'impresa tessile può avere il monopolio su alcuni tipi di tessuto ma non su tutti i tessuti in generale, così, come un'impresa di trasporti ferroviari può avere il monopolio sui servizi ferroviari tra due città, ma non nel trasporto pubblico su quella tratta in generale. 3.2.Barriere all’entrata Affinché un'impresa riesca a mantenere una posizione monopolistica nel tempo, ci devono essere barriere all'entrata sufficientemente elevate. Esse possono assumere forme diverse. Economie di scala. Se il costo medio del monopolista, a causa dell'esistenza di notevoli economie di scala, si riduce all'aumentare della sua offerta, è possibile che non più di un produttore sia in grado di rimanere nell'industria facendo profitto. Questo caso è noto come “monopolio naturale”. Tale situazione si verifica con maggiore probabilità quando il mercato servito è di piccole dimensioni. Ad esempio, due imprese di trasporto in competizione tra loro possono valutare che non convenga servire la stessa tratta, mentre una sola impresa potrebbe farlo con profitto servendo l'intera domanda. -Economie di rete. Si hanno quando gli acquirenti traggono un beneficio tanto maggiore quanto più ampia è la rete di utenti a cui possono partecipare. Ad esempio, il valore dell'uso di un cellulare è maggiore se è possibile chiamare numeri di tutta Europa, piuttosto che solo telefoni italiani. Altri esempi di economia di rete sono le reti autostradali o quelle informatiche. -Economie di varietà o di scopo. È probabile che un'impresa che realizza una vasta gamma di prodotti abbia un costo medio di produzione inferiore a quello dei potenziali entranti. Ad esempio, una grande azienda farmaceutica, che produce una vasta gamma di farmaci, può suddividere tra i suoi prodotti i costi di ricerca e sviluppo, di marketing, di magazzino e di trasporto e diventare più aggressiva, rendendo più difficile la sopravvivenza per l'entrante. -Differenziazione del prodotto e fedeltà alla marca. Se un'impresa produce un prodotto chiaramente differenziato da quelli esistenti e il consumatore associa quel prodotto a una marca, sarà molto difficile per una nuova impresa entrare in quel mercato. Nel 1895 l'americano Gillette inventò il rasoio di sicurezza; ancora oggi, è frequente sentir chiamare indistintamente tutti i rasoi Gillette; oppure chiamare le penne a sfera “Biro”; segno inequivocabile della lunga durata della reputazione di un marchio per i consumatori. -Costi inferiori per un'impresa esistente. Un monopolista che avrà sviluppato competenze nel campo della produzione e del marketing sarà probabilmente a conoscenza delle tecniche di produzione più efficienti e dei fornitori più affidabili. È quindi probabile che operi con costi più bassi rispetto a un potenziale entrante. Vediamo ora altri esempi di barriere all'entrata, basate sulla minaccia del monopolista nei confronti del potenziale entrante. -Proprietà o controllo di importanti fattori di produzione e delle reti di vendita. Un'impresa che controlla l'offerta di input cruciali (ad. es. in quanto proprietaria dell'unico fornitore di qualche componente) può non metterli a disposizione dei potenziali concorrenti. Analogamente, se un’impresa controlla tutte le reti di vendita possibili, può impedire ai potenziali entranti di avere accesso ai consumatori. -Protezione legale. La posizione monopolistica dell'impresa può essere protetta da varie forme di licenze e dazi doganali e altre restrizioni agli scambi. -Fusioni e acquisizioni. Il monopolista può lanciare un'offerta di acquisto sull’entrante, scoraggiandone, in tal modo, l'entrata. -Tattiche aggressive. Un monopolista può sostenere perdite più a lungo di un nuovo entrante, per cui puoi iniziare una guerra di prezzo, lanciare massicce campagne pubblicitarie, offrire servizi esclusivi alla clientela, ecc. 3.3.Prezzo e output di equilibrio Poiché per definizione c'è una sola impresa sul mercato, la curva di domanda dell'impresa coincide con la curva di domanda dell'industria. La domanda in monopolio tende ad essere meno elastica a ogni livello di prezzo. Se il monopolista aumenta il prezzo, i consumatori non hanno alternative: o comprano a un prezzo maggiore, o rinunciano al prodotto. Quindi, a differenza dell'impresa che opera in concorrenza perfetta, l'impresa monopolistica è in grado di influenzare il prezzo. Tuttavia, sarà sempre vincolata dalla curva di domanda: un aumento del prezzo ridurrà la quantità domandata. L'elasticità effettiva dipende, poi, dal grado di sostituibilità del prodotto, considerato con i prodotti forniti da altre industrie. 3.4. Monopolio, concorrenza perfetta e benessere sociale Abbiamo capito, quindi, che un monopolista sceglie un livello di output e un prezzo del tutto diversi da quelli che si determinano in un'industria perfettamente concorrenziale. - Confronto sul prezzo e sull’output nel breve periodo. Per ciascuna impresa che opera nell'industria, il ricavo marginale è uguale al prezzo. I consumatori, quindi, preferiscono la concorrenza perfetta al monopolio, dato che acquisteranno più prodotto a un prezzo più basso e quindi il loro surplus sarà più alto. - Prezzo e output nel lungo periodo. In concorrenza perfetta, la libertà di entrata erode l'extraprofitto e costringe le imprese a produrre nel punto di minimo della loro curva. Ciò permette di mantenere bassi i prezzi nel lungo periodo. Il monopolista non è costretto a operare nel punto di minimo della curva di costo medio. Ciò implica che, in monopolio, anche i prezzi di lungo periodo saranno più elevati di quelli in concorrenza perfetta e la quantità scambiata sarà inferiore. Ne risulta che i consumatori preferiranno la concorrenza perfetta, mentre per le imprese sarà più vantaggioso il monopolio. - Costi in regime di monopolio. Nel lungo periodo un'impresa che operi in condizioni di concorrenza perfetta, per sopravvivere deve usare le tecniche più efficienti e sviluppare nuove tecnologie. Il monopolista, invece, protetto dalle barriere all'entrata, può ottenere profitti anche se non usa le tecniche produttive più efficienti. Per questa ragione, i costi di produzione potrebbero essere maggiori in monopolio che non in concorrenza perfetta. D'altra parte, in monopolio è possibile raggiungere notevoli economie di scala. Il risultato è un costo marginale inferiore a quello di un'impresa che opera in concorrenza perfetta, il monopolio potrebbe anche produrre un output maggiore a un prezzo inferiore. Un'altra ragione che potrebbe permettere a un monopolista di operare a costi inferiori è che egli ha la possibilità di impiegare gli extraprofitti in ricerca e sviluppo e in nuovi investimenti. Nonostante l'impresa monopolistica non abbia rivali sul mercato dei beni, un monopolio con costi bassi e gestito in modo inefficiente potrebbe essere acquisito da un'altra impresa, la concorrenza per il controllo dell'impresa costringe, a suo modo, un'impresa monopolistica all'efficienza. - Innovazione e nuovi prodotti. La promessa di extraprofitti potrebbe incoraggiare lo sviluppo di nuove industrie monopolistiche che producano nuovi prodotti. 3.5.Concorrenza potenziale o potenziale monopolio? La teoria dei mercati contendibili. La teoria dei mercati contenibili, sostiene che ciò che influenza in modo cruciale la determinazione del prezzo e della quantità nel lungo periodo non è solo la forma di mercato effettiva ma anche l'esistenza di una minaccia di concorrenza. Se un monopolio è protetto da barriere all'entrata, allora sarà in grado di ottenere extraprofitti anche nel lungo periodo senza timore di concorrenza. Ma se invece, in assenza di barriere all'entrata, nuove imprese avessero la possibilità di entrare nel mercato e fare concorrenza al monopolista, il mercato diventerebbe contenibile. la minaccia di concorrenza ha, quindi, un effetto simile alla concorrenza perfetta. Consideriamo, ad esempio, un'impresa di catering cui venga dato il permesso di gestire le mense di un'azienda. Essa ha il monopolio dell'offerta di cibo ai lavoratori dell'azienda, ma se inizia a praticare prezzi elevati o a fornire un servizio scadente, l'azienda potrebbe offrire la gestione della mensa a un'altra impresa. Questa mirata costringerà l'impresa a praticare prezzi ragionevoli e a fornire un buon servizio. 3.5.2. Mercati perfettamente contenibili Un mercato è “perfettamente contenibile” quando i costi di entrata e di uscita da parte di potenziali rivali sono nulli e quindi, l'entrata potrà avvenire molto rapidamente. In questi casi, nuove imprese entreranno nel mercato, facendo scendere il profitto del monopolista al suo livello normale. La sola minaccia di un'evenienza di questo tipo, assicura che l'impresa già operante sul mercato, mantenga bassi i prezzi e produca in maniera efficiente. Se l'impresa monopolistica non si comportasse in questo modo, allora si avrebbe l'entrata di nuove imprese e la concorrenza da potenziale diventerebbe effettiva. 3.5.4. L'importanza dell'uscita senza costi Per rendere operativa una nuova impresa sono necessarie ingenti spese in impianti e macchinari. Una volta che il capitale monetario è stato impegnato, esso diventa un costo fisso. Se quest'ultimo non è superiore a quello dell'impresa già operativa, allora l'entrante potrebbe vincere la battaglia. In caso di insuccesso, l'entrante incontrerà notevoli problemi nel caso in cui il capitale investito non possa essere trasferito ad altri usi. in questi casi i costi fissi prendono il nome di “costi fissi irrecuperabili”. L'impresa che si vede costretta ad uscire dal mercato si ritrova con un capitale strumentale che non può essere utilizzato altrimenti. Questo potrebbe scoraggiarla dall'entrare, consentendo all'impresa già operativa di ottenere extraprofitti. Se, invece, il capitale strumentale può essere trasferito da un settore all'altro, i costi di uscita saranno molto più bassi e i rischi molto inferiori. La possibilità di uscire senza sostenere i costi incoraggia nuove imprese a entrare in un'industria, consapevoli che, in caso di insuccesso, potranno trasferire il loro capitale altrove. 4. Concorrenza monopolistica Pochissimi mercati, in pratica, possono essere classificati come perfettamente concorrenziali o come puri monopoli. La maggior parte delle imprese compete con altre imprese, spesso in maniera piuttosto aggressiva, senza essere necessariamente price-takers. La maggior parte dei mercati si colloca, quindi, in posizione intermedia rispetto agli estremi del monopolio e della concorrenza perfetta: nel Regno della concorrenza imperfetta. 4.1. Le ipotesi della concorrenza monopolistica il modello della concorrenza monopolistica, dovuto a Chamberlin, si basa su tre ipotesi: - Esiste un numero piuttosto elevato di imprese. Di conseguenza, ciascuna di esse ha una quota piccola di mercato e le sue azioni non influenzeranno le imprese concorrenti in modo rilevante. Ciò significa che non c'è interazione strategica tra le imprese e ciascuna di loro non deve preoccuparsi delle azioni delle sue concorrenti. - C’è libertà di entrata nell'industria. Se un'impresa volesse iniziare a operare nel mercato, sarebbe libera di farlo. - A differenza della concorrenza perfetta, tuttavia, ciascuna impresa produce un prodotto o fornisce un servizio differenziato rispetto ai concorrenti. Di conseguenza, essa può aumentare il prezzo senza perdere tutta la domanda. I distributori di benzina, i parrucchieri e le edicole possono essere esempi di imprese che operano in concorrenza monopolistica. In una città, possono esserci molte edicole, ma ce ne sarà solo una in una determinata strada. in un certo senso, ciascuna opera come un monopolio locale: La gente potrebbe essere disposta a pagare prezzi più elevati per non essere costretta ad andare più lontano per un certo acquisto. 4.3. Concorrenza non di prezzo L'impresa che opera in concorrenza monopolistica deve decidere anche su altre variabili, oltre che sul prezzo e l’output, ad esempio, la varietà di prodotto o la pubblicità. La concorrenza non di prezzo è caratterizzata da due dimensioni: sviluppo del prodotto e pubblicità. Lo scopo principale dello sviluppo del prodotto è offrire un bene che si venda con facilità, quindi, un prodotto dalla domanda alta. Nel caso di imprese che forniscono servizi, lo sviluppo del prodotto consiste nel tentativo di fornire un servizio che sia migliore di quello dei concorrenti. Lo scopo principale della pubblicità è la vendita del prodotto. Tale scopo può essere raggiunto tentando deliberatamente di persuaderli ad acquistarlo. Tuttavia lo sviluppo del prodotto e la pubblicità, oltre a aumentare la domanda per l'impresa e i ricavi, generano anche maggiori costi. 5. Oligopolio Si ha oligopolio quando poche imprese offrono un determinato prodotto. Ci sono, però, grandi differenze tra i diversi tipi di oligopolio esistenti. Le imprese possono produrre un prodotto praticamente identico (es. zucchero, benzina), oppure prodotti differenziati (es. automobili, sigarette). Gran parte della concorrenza oligopolistica, in caso di beni differenziati si gioca sulle variabili di marketing. A differenza delle imprese in concorrenza monopolistica, in oligopolio ci sono barriere all'entrata, simili a quelli che proteggono il monopolista dalla concorrenza potenziale. in alcuni casi l'entrata è relativamente facile, in altri è praticamente impossibile. 5.1. La caratteristica principale dell’oligopolio: l’interdipendenza strategica tra le imprese Poiché in oligopolio operano poche imprese, ciascuna dovrà tener conto delle altre. Ciò significa che esse sono strategicamente indipendenti: il profitto di ciascuna impresa non solo dipende dalle proprie scelte ma anche da quelle altrui. Se un'impresa, ad esempio, cambia il prezzo o le caratteristiche del suo prodotto, le vendite delle imprese concorrenti ne saranno influenzate in modo significativo. le altre imprese potranno reagire modificando a loro volta il prezzo, le caratteristiche dei loro prodotti, la pubblicità, ecc. Gli oligopolisti possono essere mossi da due esigenze contrastanti: Da un lato, eliminare l'interdipendenza strategica con i rivali, concludendo con questi ultimi al fine di massimizzare il profitto congiunto, comportandosi come monopolisti; dall'altro lato, competere con i rivali per conquistare maggiori quote di mercato e conseguire profitti più elevati. Talvolta le imprese colludono e altre volte no. Ci soffermeremo prima sull'oligopolio collusivo e successivamente sull'oligopolio non collusivo. 5.3. Oligopolio collusivo Quando le imprese oligopolistiche colludono, possono accordarsi sui prezzi, sulle spese in pubblicità, sulle quote di mercato, ecc. 5.3.1. Cartello Un accordo formale di collusione è noto come “cartello”. Il cartello massimizza i profitti congiunti dei partecipanti; se partecipano al cartello tutte le imprese dell'industria, allora è come se queste, insieme, costituissero un monopolio. Uno degli esempi più famosi di cartello è quello dell’OPEC, voi formato dai più importanti paesi produttori di petrolio. La principale politica perseguita dall’OPEC è quella di evitare un'eccessiva riduzione del prezzo del petrolio. Il cartello deve, quindi, fissare un determinato prezzo. Essendosi accordate sul prezzo praticato dal cartello, le imprese possono competere tra loro attraverso una concorrenza non di prezzo per ottenere la maggior quota di mercato possibile. Alternativamente, i membri del cartello possono accordarsi per dividersi il mercato. Ad ogni impresa si può, così, assegnare una determinata quota. In molti paesi i cartelli sono illegali, essendo considerati mezzi per aumentare i prezzi e i profitti dei partecipanti a scapito del pubblico interesse. Quando i cartelli sono vietati, le imprese cercano di tenere i loro accordi segreti. In alternativa, le imprese possono colludere tacitamente piuttosto che esplicitamente, mantenendo il proprio prezzo in linea con quello delle altre imprese. In tal modo esse evitano di scatenare guerre di prezzo o campagne pubblicitarie particolarmente aggressive. 5.3.2. Collusione tacita Una forma di collusione tacita si ha quando le imprese fissano lo stesso prezzo del leader, che, molto spesso, coincide con l’impresa che domina l’industria. In tal caso si ha una “leadership di prezzo dell'impresa dominante”. Alternativamente, il leader di prezzo può semplicemente essere l'impresa che è emersa nel corso del tempo come la più affidabile da seguire. Questa pratica prende il nome di “leadership di prezzo dell'impresa barometro”. Vediamo più in dettaglio questi due casi: - Leadership di prezzo dell'impresa dominante. La scelta del prezzo per l'impresa leader dipende dalle sue ipotesi sulle reazioni delle altre imprese alle variazioni del suo prezzo. Il leader ipotizza di mantenere una quota costante di mercato e massimizza i suoi profitti uguagliando il ricavo marginale al costo marginale. - Leadership di prezzo dell'impresa barometro. Una pratica del genere può essere seguita da un'impresa barometro. Nonostante quest'ultima non domini l'industria, il suo prezzo sarà seguito dalle altre imprese. In pratica, qualsiasi impresa potrebbe prendere l'iniziativa di alzare il prezzo. Se le altre imprese aspettano semplicemente che qualcun'altra prenda l'iniziativa, la seguiranno rapidamente. 5.3.3. Fattori che favoriscono la collusione È più probabile che vi sia collusione quando le imprese possono identificarsi chiaramente a vicenda e quando hanno fiducia l'una nell'altra. Sarà più facile che le imprese collaudano se sussistono alcune condizioni, come ad esempio: - se ci sono poche imprese che si conoscono a vicenda; -se non ci sono segreti riguardo a costi e tecniche di produzione; -se le imprese hanno tecniche di produzione e costi medi simili; -se le imprese producono beni simili e possono facilmente accordarsi sul prezzo ecc….. 5.3.4. La rottura dell'accordo Anche se c'è collusione, ci sarà sempre la tentazione di “tradire”, riducendo il prezzo o vendendo oltre la quota di mercato assegnata. Il pericolo, in questo caso, è rappresentato dalla vendetta delle altre imprese del cartello e da una conseguente guerra di prezzo. Nel considerare l'opportunità di rompere un accordo collusivo, è fondamentale chiedersi se sia possibile vincere un'ipotetica guerra di prezzo. Negli ultimi anni la legislazione antitrust ha recepito la cosiddetta politica di clemenza, secondo la quale, la prima impresa che si autoaccusa di aver partecipato a un cartello e collabora con l'autorità antitrust, ha il beneficio di non dover pagare alcuna sanzione per quello che ha fatto. 5.4. Oligopolio non collusivo – Il modello di Cournot Anche se non c'è collusione, quando le imprese oligopolistiche decidono la loro strategia simultaneamente a quella dei propri rivali, dovrebbero formulare la congettura un ragionevole sulla strategia che verrà scelta dai concorrenti. a questo scopo, le imprese dovranno utilizzare al meglio le informazioni a loro disposizione. In base alla congettura più ragionevole sulla strategia adottata dai rivali, ciascuna impresa selezionerà la sua strategia ottimale, cioè quella che le consente di ottenere il massimo profitto. Il primo modello di oligopolio non collusivo è stato formulato dal francese Cournot nel 1838 ed è, pertanto, noto come “modello di Cournot”. Si consideri il semplice caso di due imprese che producono un bene identico: supponiamo che esse debbano scegliere simultaneamente la quantità di prodotto da offrire. Sulla base delle loro scelte, il banditore (cioè un'autorità che gestisce il mercato), individuerà il prezzo di equilibrio, vale a dire quello che uguaglia l'offerta dell'industria alla domanda del mercato. I profitti dell'industria duopolistica sono inferiori rispetto al caso di monopolio o di cartello. Infatti, il prezzo nel duopolio di Cournot è più basso di quello di monopolio. Nel duopolio di Cournot si vende comunque con margine di profitto positivo: le imprese conseguono un profitto positivo, ben superiore a quello normale ottenibile in concorrenza perfetta nel lungo periodo. 5.4.2. Il modello di Bertrand Un'ipotesi alternativa è che le imprese concorrano sul prezzo e non sulla quantità da offrire. Questa ipotesi è stata studiata dal francese Bertrand nel 1883. Anche Bertrand ha considerato un semplice caso di duopolio, ma le conclusioni da lui raggiunte sono più generali e valgono per qualunque numero di imprese maggiore di due. Se un'impresa praticasse un prezzo superiore al costo marginale dovrebbe aspettarsi che la rivale pratichi un prezzo leggermente più basso del suo, in modo da poter catturare l'intera domanda di mercato. Infatti, i consumatori, dato che il prodotto è identico, desiderano quello che costa meno. Per evitare di perdere tutta la clientela, l'impresa considerata decide di diventare più aggressiva, riducendo il prezzo praticato. La rivale, attendendosi che l'altra impresa fissi questo prezzo, troverà conveniente scegliere lo stesso prezzo. Le imprese, quindi, si ripartiscono il mercato ma non realizzano alcun extraprofitto come avviene in concorrenza perfetta. Equilibrio di Nash: L’esito di equilibrio sia nel modello di Cournot, sia in quelo di Bertrand, non coincide con quello che massimizza i profitti dell'industria. Tuttavia, in assenza di un accordo collusivo credibile, il risultato è quello migliore possibile. Esso rappresenta un equilibrio di Nash, in cui nessuna singola impresa, cambiando strategia unilateralmente, può migliorare il proprio profitto. 5.4.3. La curva di domanda a gomito Nel 1939 fu sviluppato in modo indipendente uno stesso modello di oligopolio non collusivo sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna. Tale modello cerca di spiegare perché, anche in assenza di collusione, i prezzi rimangono spesso stabili. Esso si fonda su due ipotesi: 1. Se un oligopolista riduce il prezzo, i suoi rivali si sentiranno costretti a fare altrettanto, per non perdere i clienti; 2. Se invece un oligopolista aumenta il prezzo, i suoi rivali non lo seguiranno, perché a quel prezzo potranno ora catturare almeno parte della clientela di chi ha aumentato il prezzo Sulla base di queste ipotesi, ciascun oligopolista fronteggerà una curva di domanda a gomito, con un punto angoloso in corrispondenza del prezzo prevalente. Un aumento del prezzo provoca una notevole diminuzione delle vendite, poiché i consumatori si rivolgeranno alle imprese che praticano prezzi inferiori. 5.5. L’oligopolio e i consumatori Se gli oligopolisti colludono e massimizzano i profitti dell'industria, agiscono di fatto come un monopolio. L'oligopolio può essere più svantaggioso del monopolio sotto due punti di vista: Innanzitutto, dato che le imprese oligopoliste sono più piccole di quelle monopoliste, le economie di scala in oligopolio non contro bilanciano gli effetti dovuti al potere di mercato delle imprese in misura pari a quanto accade in monopolio; in secondo luogo, gli oligopolisti ricorrono alla pubblicità più di un monopolista. Sotto altri punti di vista, l'oligopolio è vantaggioso per la società rispetto alle varie forme di mercato. Innanzitutto, gli oligopolisti, come i monopolisti, possono usare parte dell'oro extra profitto per investire in ricerca e sviluppo, ma a differenza dei monopolisti essi avranno un incentivo effettivo a farlo. Inoltre, la concorrenza non di prezzo, attraverso la differenziazione del prodotto, consente una maggiore scelta ai consumatori. 6. La teoria dei giochi Come abbiamo visto, il comportamento di un'impresa che opera in oligopolio non collusivo dipende, innanzitutto, dalle congetture dell'impresa riguardo le strategie delle altre imprese e poi dalla sua disponibilità a rischiare. gli economisti usano la teoria dei giochi per studiare l'interazione strategica tra più soggetti; attraverso l'applicazione del famoso concetto dell'equilibrio di Nash è poi possibile individuare la strategia migliore per ciascuna impresa. 6.1. Giochi semplici con strategie dominanti Il caso più semplice è quello di due sole imprese identiche che devono scegliere tra due prezzi alternativi. Assumiamo che entrambe le imprese (X e Y) fissino il prezzo a 2€e ottengano un profitto di 10 milioni, per un totale profitto di 20 milioni. Assumiamo ora che entrambe decidano di ridurre il prezzo a 1,80€. Nel prendere questa decisione, devono tener conto della reazione della rivale e delle sue conseguenze. Nel nostro esempio ci sono solo due reazioni possibili da parte della rivale: abbassare il prezzo a 1,80€ o tenerlo a livello iniziale. Se l’impresa X tenesse il suo prezzo a 2€, l’impresa Y potrebbe abbassarlo a 1,80€. I profitti di X scendono a 5 milioni e quelli di Y aumentano a 12 milioni. Se invece X riduce il prezzo a 1,80€, i profitti di X scenderebbero, ma a 8 milioni, che sarebbero anche i profitti di Y. In questo caso quindi, se X fa bene i suoi conti, abbasserà il prezzo a 1,80€. Questa politica di adottare la strategia che dà il più elevato esito minimo è nota come “maximin”. Seguendo tale strategia, l’impresa sceglierà l’alternativa che massimizza il suo potenziale profitto minimo. Alternativamente, l’impresa può essere particolarmente ottimista e ipotizzare che il proprio rivale reagisca nel modo più favorevole. In questo caso essa selezionerà la strategia che le garantisce il più alto profitto possibile. X sceglierà ancora la riduzione del prezzo, sperando stavolta che Y non riduca anch’essa il prezzo. In tal caso X otterrà il massimo profitto possibile, 12 milioni. Tale strategia è nota come “maximax”. In questo gioco sia maximin che maximax, conducono allo stesso esito (cioè, ridurre il prezzo): esso evidenzia strategie dominanti. Dato, quindi, che sia X sia Y vorranno ridurre il prezzo, finiranno con l’ottenere un profitto inferiore rispetto a quello che avrebbero ottenuto mantenendo il prezzo a livello iniziale. Quindi, sarebbe stato profittevole per entrambe le imprese colludere invece che dar luogo a una guerra di prezzo. L'equilibrio di un gioco in cui non vi è collusione è noto come “equilibrio di Nash”. 6.2. Giochi più complessi senza strategie dominanti Si può pensare a giochi più complessi quando ci si riferisce a più di due imprese, a molte strategie alternative di prezzo e varie forme di concorrenza. In tali casi, l'attitudine prudente (maximin) può suggerire una politica diversa dall'attitudine ottimista (maximax) (ad es. tagliare significativamente il prezzo). In situazioni complesse e mutevoli, le imprese possono cambiare strategia alla luce delle mutate circostanze. Talvolta, le imprese possono farsi una concorrenza spietata e poi rendersi conto che nessuna ne uscirà vincente. e se potrebbero allora accordarsi per alzare congiuntamente i prezzi e ridurre la pubblicità, poi tornarsi a fare concorrenza. In breve, il comportamento di alcuni oligopolisti può cambiare radicalmente nel tempo. 7. Discriminazione di prezzo Finora abbiamo ipotizzato che un’impresa venda il suo output a un solo prezzo uniforme. Talvolta, però, le imprese possono decidere di praticare la discriminazione di prezzo, vendendo il prodotto a prezzi diversi sul mercato. Seguendo la classificazione di Pigou, esistono tre tipi diversi di discriminazione di prezzo. - Discriminazione di primo grado. È la discriminazione perfetta: per ogni unità di bene venduta viene applicato al consumatore esattamente il prezzo che è disposto a pagare. In questo modo il produttore può appropriarsi dell'intero surplus del consumatore. - Discriminazione di secondo grado. Ai consumatori vengono applicati prezzi diversi a seconda dei quantitativi acquistati di bene. Un esempio è dato dagli sconti fatti a coloro che acquistano grandi quantità di una certa merce. - Discriminazione di terzo grado. In questo caso gli acquirenti possono essere identificati per una loro caratteristica esogena osservabile (es. la nazionalità) prima dello scambio. In questo modo i consumatori vengono raggruppati in due o più segmenti, a ciascuno dei quali può essere praticato un prezzo diverso. La realtà economica è piena di esempi di questo tipo: dagli sconti al cinema o ai musei per gli anziani e gli studenti, agli sconti in libreria per i professori. 7.1. Condizioni necessarie per l’applicabilità della discriminazione di prezzo Un'impresa riesce spesso ad aumentare i suoi profitti se può ricorrere alla discriminazione di prezzo. Affinché sia possibile applicare la discriminazione di prezzo, devono essere soddisfatte due condizioni. Innanzitutto, l'impresa deve essere in grado di fissare il prezzo e quindi, non deve essere price-taker. E poi, non ci deve essere possibilità di arbitraggio. i consumatori che hanno acquistato a un prezzo inferiore non devono essere in grado di rivendere il prodotto a chi potrebbe comprarlo solo a prezzo più alto. Tra i principali vantaggi della discriminazione di prezzo evidenziamo che il fatto che possa far aumentare i ricavi dell'impresa per qualsiasi quantità venduta. Inoltre, grazie ad essa, l’impresa è in grado di costringere alcuni concorrenti a uscire dal mercato. Ovviamente, alcuni ne trarranno beneficio e altri ne saranno svantaggiati. i consumatori che pagano il prezzo più elevato, probabilmente, penseranno che la discriminazione di prezzo non è equa nei loro confronti; al contrario, i consumatori che spuntano i prezzi migliori riescono ad acquistare un bene che altrimenti non potrebbero permettersi. Capitolo 7 – Problematiche macroeconomiche Come abbiamo visto, la microeconomia si occupa di singoli individui, mercati o istituzioni. la macroeconomia, invece, ha una prospettiva più ampia studia l'economia nel suo complesso. Analizzeremo ancora la domanda e l'offerta: si tratta ora, rispettivamente, della spesa e della produzione totali dell'economia, che chiamiamo anche “domanda aggregata” e offerta aggregata”. In particolare, ci concentreremo su 5 temi fondamentali: Il primo è il valore del prodotto dell'economia; il secondo tema è costituito dall'impiego delle risorse umane; il terzo è costituito dall'inflazione; il quarto riguarda il sistema finanziario; infine, il quinto tema è costituito dalle relazioni economiche di un paese con gli altri paesi del mondo. 1. Obiettivi macroeconomici I temi affrontati nello studio della macroeconomia si collegano alle decisioni individuali di famiglie e imprese, che, danno luogo, rispettivamente, alla domanda aggregata e al prodotto interno lordo. Uno studioso di macroeconomia adotterà, quindi, una prospettiva più ampia rispetto a un microeconomista: analizzerà gruppi o interi settori dell'economia e non il singolo individuo; si focalizzerà su tutte le famiglie, tutte le imprese dell'economia e l'intero settore pubblico. 1.1. La crescita economica La crescita economica viene misurata come il tasso percentuale di crescita del prodotto interno lordo (PIL) di un’economia calcolato in termini reali da un periodo all'altro. Tale periodo può essere l'anno, e abbiamo, in tal caso, il tasso annuale di crescita dell'economia, o anche i trimestri. Quando questo tasso è positivo, l'economia cresce; quando è nelle vicinanze dello zero, l'economia rimane stazionaria; quando, infine, il tasso è negativo, l'economia sta affrontando una fase di recessione dell'attività economica. Il governo cerca di raggiungere un alto tasso di crescita economica nel lungo periodo: in altre parole, una crescita persistente negli anni che non sia solo un fenomeno temporaneo. L’obiettivo è, quindi, una crescita elevata e stabile. 1.2.La disoccupazione L’instabilità delle economie si riflette anche sul tasso di disoccupazione. I governi cercano di assicurare che il tasso di disoccupazione sia il più basso possibile, non solo per il bene dei lavoratori, ma anche perché la disoccupazione rappresenta uno spreco di risorse umane e i sussidi di disoccupazione costituiscono un costo rilevante per il bilancio pubblico. 1.3.L’inflazione Con “inflazione” si intende un aumento generalizzato dei prezzi dell’economia. La politica del governo è volta a mantenere l’inflazione bassa e stabile, soprattutto perché in un contesto di questo tipo sarà più facile per gli operatori prendere decisioni. Mentre negli ultimi anni, il tasso di inflazione ha assunto valori bassi, negli anni Settanta, nel nostro paese, esso ha raggiunto valori a doppia cifra. Nella maggior parte dei paesi industrializzati, la banca centrale fissa un particolare livello obiettivo per il tasso di inflazione: nell’Unione Europea tale livello è pari al 2%. La Banca centrale europea aggiusta il tasso di interesse in modo da raggiungere questo obiettivo di inflazione. 1.4.La bilancia dei pagamenti e le relazioni economiche internazionali La situazione macroeconomica di un paese non dipende solo dalle condizioni interne ma anche dalle relazioni economiche con gli altri paesi. Queste relazioni economiche cambiano a seconda dell'evoluzione dell'economia globale e dell'ordine mondiale. La bilancia dei pagamenti di un paese registra tutte le transazioni avvenute in un dato periodo tra i residenti del paese e il resto del mondo. Queste transazioni, sul piano finanziario, danno luogo ad attività o passività. Le attività includono le entrate ottenute da altri paesi: per esportazioni, per investimenti, ecc. Le passività, invece, includono i pagamenti effettuati in altri paesi: per le importazioni, per gli investimenti diretti all'estero, ecc. Le attività della bilancia dei pagamenti danno luogo all’entrata di valuta estera. Le passività danno luogo all’uscito di valuta estera. Se un paese spende più valuta estera di quanto non ne ricava, delle due l’una: o si genera un disavanzo della bilancia dei pagamenti, oppure il tasso di cambio diminuisce. Entrambe le situazioni possono rappresentare un problema. Esaminiamo questi due effetti: - Deficit della bilancia dei pagamenti. La disponibilità di valuta estera si è ridotta. L’autorità centrale dovrà, pertanto, coprire tale riduzione o prendendo a prestito dall’estero o attingendo dalle riserve della banca centrale. In ogni caso, ciò costituisce un problema: se si preferisce la prima soluzione, infatti, il debito estero aumenta; se si preferisce la seconda, le riserve si riducono. - Diminuzione del tasso di cambio. Il tasso di cambio è il “prezzo” al quale una moneta viene scambiata con un’altra. Se non si fa nulla per correggere il disavanzo della bilancia dei pagamenti, allora il tasso di cambio varia sul mercato. Inoltre, le fluttuazioni continue del tasso di cambio causano incertezza e possono danneggiare il commercio internazionale e la crescita. 1.5.La stabilità finanziaria dell’economia Il sistema finanziario è parte integrante delle moderne economie. La crescente importanza del sistema finanziario nella vita quotidiana e nelle economie è nota come “finanziarizzazione dell’economia”. Un indicatore della finanziarizzazione dell'economia è la misura in cui molti di noi oggi interagiscono con le istituzioni finanziarie e fanno uso di prodotti finanziari. La finanziarizzazione tende ad essere frequentemente associata ai livelli di indebitamento di famiglie, imprese e organizzazioni verso le istituzioni finanziarie. È importante per i governi assicurare la stabilità del sistema finanziario. La crisi, ad esempio, ha mostrato come la cattiva situazione finanziaria delle istituzioni finanziarie possa avere pesanti ripercussioni sul settore economico e produrre, quindi, anche una profonda crisi economica. Ad esempio, l'unione monetaria europea ha sfiorato la crisi di credibilità nel 2010-2012, dopo il caso Grecia in cui venne a galla che il governo greco aveva trovato il modo di nascondere agli investitori internazionali la sua vera situazione di bilancio. ci volle tutta la credibilità della banca centrale europea del 2012 e del suo presidente di allora, che dimostrò estrema determinazione nel salvare l'euro per evitare di arrivare alla rottura dell'unione monetaria europea. 1.6.La Politica macroeconomica del governo Per raggiungere gli obiettivi di una crescita economica alta e sostenibile, bassa disoccupazione, bassa inflazione ed equilibrio della bilancia dei pagamenti, lo stato può tentare di controllare alcune variabili intermedie. queste includono i tassi di interesse, l'offerta di moneta, la spesa pubblica, ecc. Purtroppo, però, il raggiungimento di uno di questi obiettivi può confliggere con il raggiungimento di un altro obiettivo. In questo caso, sarà il governo a scegliere. 2. Il flusso circolare del reddito Purtroppo, il perseguimento di uno dei quattro obiettivi può compromettere il raggiungimento di almeno uno degli altri. Ad esempio, i tentativi di aumentare il tasso di crescita attraverso tagli fiscali, possono generare una maggiore inflazione. È, pertanto, importante capire la relazione tra i quattro obiettivi. Un modo in cui gli obiettivi sono legati tra loro è attraverso la relazione con la domanda aggregata. Quest'ultima rappresenta la spesa totale per l'acquisto di beni e servizi effettuata da un'economia in un dato periodo e si compone di quattro elementi: consumo delle famiglie, investimenti delle imprese, spesa pubblica, ad esempio in sanità, istruzione e trasporti ed esportazioni. Le imprese producono beni e servizi e, per farlo, domandano lavoro e altri fattori produttivi offerti dalle famiglie. Le famiglie consumano beni e servizi e offrono lavoro e altri fattori della produzione. Occorre, però, fare una precisazione; non bisogna confondere i concetti di moneta e reddito. La moneta è una grandezza stock: in ogni dato periodo vi è una determinata quantità di moneta in circolazione nell'economia. Il reddito è una grandezza flusso ed è misurato in un intervallo di tempo, sia un mese o un anno. 2.1.Il flusso ristretto, le immissioni e i prelievi 2.1.1. Il flusso ristretto Le imprese pagano alle famiglie salari e stipendi, interessi e rendite. Questi pagamenti sono il corrispettivo dei servizi dei fattori produttivi forniti dalle famiglie. Quindi, la moneta circola dalle imprese alle famiglie sotto forma di retribuzioni dei fattori produttivi. Le famiglie, a loro volta, pagano alle imprese il valore dei beni e dei servizi acquistati. C'è, dunque un flusso circolare di pagamenti dalle imprese alle famiglie e viceversa. Se le famiglie spendono tutti i loro redditi per l'acquisto di beni e servizi, se le imprese pagano lo stesso ammontare che ricavano dalle vendite alle famiglie in retribuzioni dei fattori e se la velocità di circolazione della moneta è costante, la moneta circolerà sempre alla stessa velocità e i redditi non cambieranno. In realtà, non è tutto così semplice. Non tutto il reddito passa attraverso il flusso ristretto: ci sono prelievi dal flusso ristretto, così come ci sono immissioni in tale flusso. 2.1.2. Prelievi Distinguiamo tre modalità di prelievo principali, attraverso le quali il resto dei redditi ricevuti dalle famiglie uscirà dal flusso ristretto. - Risparmio netto. Il risparmio è il reddito che le famiglie decidono di non spendere oggi ma di conservare in vista del consumo futuro. I risparmi, solitamente, vengono depositati presso istituzioni finanziarie, come le banche. La moneta, quindi, circola dalle famiglie alle banche. Tuttavia, dobbiamo misurare il flusso netto dalle famiglie al settore bancario, sottraendo dal risparmio i pagamenti effettuati dalle famiglie alle banche nel periodo considerato in virtù di prestiti e mutui ottenuti. In tal modo otteniamo il risparmio netto. - Imposte nette. Quando le persone pagano le imposte tolgono denaro dal flusso ristretto, così come avviene per il risparmio. Alcune imposte, come le imposte sul reddito e i contributi per la previdenza sociale, vengono sottratte direttamente dai redditi delle famiglie; altre imposte, come l'iva e le accise, sono calcolate in proporzione alla spesa per i consumi. Tuttavia, quando le famiglie ricevono pagamenti dallo stato, quali sussidi di disoccupazione, pensioni, ecc., la moneta circola nella direzione opposta. Tali pagamenti equivalgono a imposte negative e prendono il nome di “trasferimenti”. - Importazioni. Non tutto il consumo è relativo a beni prodotti internamente. Le famiglie, così come le imprese e il settore pubblico, acquistano beni e servizi importati. In questo caso, anche se inizialmente la moneta spesa in tali beni va ai distributori interni, prima o poi uscirà almeno in parte dal paese. Le importazioni costituiscono il terzo tipo di prelievo dal flusso ristretto del reddito, destinato al resto del mondo. 2.1.3. Le immissioni Solo parte della domanda dei prodotti delle imprese deriva dalla spesa in consumi. il resto proviene da fonti esterne al flusso ristretto del reddito. Queste componenti aggiuntive della domanda aggregata sono note come “immissioni”. - Investimenti. Ci si riferisce alla spesa delle imprese per acquisire impianti e macchinari o semplicemente per costruire scorte di prodotti finiti: - Spesa pubblica. La spesa della pubblica amministrazione in beni e servizi prodotti internamente costituisce un'immissione. Esempi di spesa pubblica sono dati dalla costruzione di strade, ospedali e scuole. - Esportazioni. Quando i non residenti acquistano beni e servizi dalla nostra economia immettono moneta nel flusso ristretto del reddito. 2.2.La relazione tra immissioni e prelievi Un'economia è in equilibrio quando le decisioni di prelievo coincidono con le decisioni di immissione. Esistono legami indiretti tra risparmio e investimento, imposte e spesa pubblica, impostazioni ed esportazioni, che passano rispettivamente attraverso le istituzioni finanziarie, il governo centrale o gli enti locali e l'estero. Per un certo periodo di tempo, le banche possono finanziare gli investimenti per un ammontare superiore o inferiore a quanto raccolgono; i governi possono spendere più o meno di quanto ricevono sotto forma di imposte e le esportazioni possono essere superiori o inferiori alle importazioni. Un punto importante è che le decisioni di risparmio e di investimento sono prese da individui diversi, che possono decidere di risparmiare o di investire una quantità diversa di risorse; Così come, la domanda di importazioni può essere diversa da quella di esportazioni. Quindi, le immissioni programmate possono non uguagliare i prelievi programmati. 2.3.Il flusso circolare del reddito e i quattro obiettivi macroeconomici Se le missioni eccedono i prelievi, il livello di spesa aumenta. questa spesa aggiuntiva fa aumentare le vendite delle imprese e quindi le incentiva a produrre di più. La produzione totale dell'economia, così, aumenterà. In altre parole, il reddito nazionale aumenterà. Tra i principali effetti dell'aumento della domanda aggregata, riscontriamo, quindi, una crescita economica; la diminuzione della disoccupazione, in quanto le imprese assumeranno più lavoratori; un aumento dell'inflazione, dato che, quanto maggiore è l'aumento della domanda aggregata, tanto più esse avranno difficoltà a soddisfare gli ordini e, quindi, ricorreranno all'aumento dei prezzi e, infine. La bilancia dei pagamenti tenderà ad andare in deficit. L'aumento della domanda genera più importazioni; quindi, le importazioni tenderanno ad aumentare le esportazioni a diminuire. Il caso di immissioni inferiori ai prelievi dà luogo all'esatto contrario di quanto appena detto. Quando, invece, le immissioni non uguagliano i prelievi, si crea uno stato di disequilibrio, da cui inizia un processo di aggiustamento che riporta l'economia in una situazione di equilibrio nella quale le immissioni uguagliano i prelievi. 2.5.Il reddito di un’economia Partiamo dal concetto di prodotto o reddito di un'economia. Quest'ultima può essere individuata secondo il criterio della territorialità, per cui vi fanno parte tutti gli individui residenti in un particolare territorio. In tal caso si ottiene il prodotto interno lordo (PIL). Alternativamente, seguendo il criterio della nazionalità, si può calcolare il prodotto nazionale lordo (PNL). Dunque, se prendiamo l'Italia come economia di riferimento, il prodotto dello straniero che risiede e lavora in Italia rientrerà nel PIL ma non nel PNL. Il prodotto dell'economia è dato dal valore di tutti i beni e servizi finali prodotti dall'economia considerata, in un dato periodo di tempo. Si noti che l'unità di misura monetaria rappresenta l'unica unità di conto comune. Inoltre, solo i prodotti finali vanno presi in considerazione nel misurare il prodotto dell'economia, al fine di evitare il doppio conteggio di un dato valore. (Se, ad, esempio, consideriamo l'esempio del pane, è chiaro che, per produrlo, è necessario passare e dallo stadio del grano, a quello della farina, per poi arrivare al fine del terzo stadio in cui il pane viene venduto a 1 € al chilogrammo, vale a dire al valore dell'unico bene finale prodotto). Un procedimento alternativo per calcolare il prodotto dell'economia è dato dal metodo del valore aggiunto. Preso uno stadio di produzione di un certo bene, per “valore aggiunto” intendiamo la differenza del valore del bene tra la fine e l'inizio dello stadio produttivo considerato. Nell'esempio precedente il valore aggiunto del primo stadio e di 0,25; quello del secondo è pari a 0,45; e, infine, quello del terzo è uguale a 0,30; totale = 1. Dal momento che il prodotto dell'economia è misurato in valore, una sua variazione può essere dovuta sia a variazioni di prezzo sia a variazioni della quantità prodotta. Sarebbe desiderabile poter distinguere le variazioni di prodotto dovute a variazioni di prezzo da quelle dovute a variazioni di quantità. Un metodo semplice per realizzare questa scomposizione è dato dal calcolo del prodotto di un'economia a prezzi costanti, invece che a prezzi correnti. Per misurare il prodotto a prezzi costanti, si sceglie un anno base e si prende il corrispondente vettore dei prezzi che viene utilizzato per calcolare il valore delle quantità prodotte dei diversi beni nei diversi periodi considerati. In tal caso, le variazioni del prodotto dell'economia possono essere dovute solo a variazioni di quantità. 3. Crescita economica e andamento ciclico 3.1. La differenza tra crescita effettiva e crescita potenziale Prima di esaminare le cause della crescita economica, è necessario distinguere tra crescita economica effettiva e potenziale. La crescita effettiva viene misurata dal tasso di crescita percentuale annuo del reddito nazionale in termini reali: il tasso di crescita della produzione effettiva. Quando c'è inflazione dobbiamo considerare con cautela eventuali aumenti del prodotto nazionale, del consumo, dei salari, ecc. Se il tasso di crescita del PIL è pari al 5% in termini monetari ma l'inflazione è stata del 3%, la crescita reale del PIL ammonta solo al 2%, ovvero, la differenza tra i due valori percentuali precedenti. La crescita potenziale viene misurata dal tasso di crescita massimo a cui l'economia può crescere. È l'incremento percentuale annuo della capacità produttiva dell'economia. Tra i principali fattori che contribuiscono alla crescita potenziale riscontriamo l'aumento delle risorse e l'aumento dell'efficienza con cui sono impiegate tali risorse. Il prodotto potenziale è il livello di output realizzato quando l'economia opera impiegando tutta la propria capacità produttiva a un livello normale. Il prodotto potenziale, quindi, è di poco inferiore al prodotto di piena occupazione, il massimo che le imprese possono realizzare sfruttando i fattori produttivi. La differenza tra prodotto effettivo e prodotto potenziale è detta “output gap”. Se il prodotto effettivo è maggiore di quello potenziale, l’output gap è positivo: l'economia sta operando a un regime superiore a quello della normale capacità; nel caso di output gap negativo l'economia impiega la propria capacità produttiva al di sotto del livello normale. Se il tasso di crescita effettivo è minore del tasso di crescita potenziale ci sarà un aumento della capacità produttiva inutilizzata e un aumento della disoccupazione. Per colmare tale divario, il tasso di crescita effettivo dovrebbe essere maggiore del tasso di crescita potenziale. Nel breve periodo la crescita effettiva può aumentare grazie a un uso più efficiente delle risorse, con l'aumento della produttività dei fattori. Tuttavia, affinché la crescita effettiva possa essere sostenuta per un certo numero di anni deve esserci un aumento anche del prodotto potenziale. 3.2. La crescita economica nelle fasi del ciclo economico Nonostante la crescita del prodotto potenziale vari in una certa misura nel corso degli anni, essa tenderà comunque a essere molto più stabile della crescita del prodotto effettivo. La crescita effettiva, al contrario, tende a fluttuare. Questo ciclo di espansioni e recessioni è noto come “ciclo economico”. Le fasi del ciclo economico sono quattro: - La ripresa. In questa fase, un'economia stagnante inizia a riprendersi e si verifica una crescita della produzione effettiva. - L’espansione. Durante questa fase c'è una rapida crescita economica. - Il rallentamento. Al culmine dell'espansione (boom) la crescita rallenta o inizia a ridursi. - La recessione. Durante questa fase la crescita è nulla o persino negativa. L'andamento del prodotto nazionale effettivo viene rappresentato da una curva regolare e continua nel tempo. In pratica, però, i cicli economici sono molto irregolari per quanto riguarda la durata delle fasi e la loro dimensione. Alcuni boom, hanno, infatti, vita breve; altri sono molto più lunghi. Allo stesso modo alcune recessioni sono brevi e altre durano a lungo ma nonostante l'irregolarità delle fluttuazioni è ancora possibile individuare chiaramente i cicli. 3.2.2. Le cause della crescita effettiva Le determinanti principali delle variazioni del tasso di crescita effettivo nel breve periodo sono rappresentate da variazioni nella crescita della domanda aggregata. Un rapido aumento della domanda aggregata genera eccesso di domanda e incentiva le imprese ad aumentare la produzione. Allo stesso modo, un calo della domanda aggregata farà aumentare le scorte delle imprese in modo indesiderato, inducendole a ridurre la produzione. Nel breve periodo, quindi, la domanda aggregata e la produzione effettiva si muovono nella stessa direzione. Un boom è associato a un rapido aumento della domanda aggregata; una recessione, al contrario, viene associata con una riduzione della domanda aggregata. Nel lungo periodo, invece, due sono le determinanti della crescita effettiva, ovvero, la crescita della domanda aggregata la crescita del prodotto potenziale. 3.3. La crescita potenziale Per quanto riguarda la crescita potenziale, due sono le principali determinanti del prodotto potenziale: le risorse disponibili la loro produttività 3.3.1. Aumento delle risorse - Capitale. Il prodotto di un'economia dipende dal suo stock di capitale. Un aumento di questo stock fa aumentare la produzione. In generale, quanto maggiore è il tasso di investimento, tanto più veloce è l'incremento dello stock di capitale. Nel lungo periodo, gli individui devono rinunciare a parte del consumo per far sì che le risorse vengano investite nell'acquisto di beni capitali. - Lavoro. Se c'è un aumento della popolazione attiva, di conseguenza, ci sarà un aumento del prodotto potenziale. Questo aumento della popolazione attiva può essere dovuto a un più elevato tasso di partecipazione e, quindi, una maggiore proporzione della popolazione totale occupata. Alternativamente, un aumento della popolazione attiva può essere dovuto a un aumento della popolazione totale. in questo caso, però, potrebbe anche determinarsi un problema. Se un aumento della popolazione totale non ha come conseguenza un incremento della quota di popolazione attiva, l'output pro-capite potrebbe non aumentare. - Terra e altre materie prime. In questo caso, le opportunità per generare crescita sono limitate, in quanto, la terra è disponibile in quantità fissa. La scoperta da parte di un paese, di nuove materie prime, genererà solo crescita di breve periodo. Quando il tasso di estrazione raggiunge il massimo, non si registrerà più alcuna crescita. La produzione rimarrà stabile al nuovo livello più elevato, fino all'esaurimento della nuova materia prima. - Il problema della produttività marginale decrescente. Se aumenta l'offerta di un solo fattore produttivo mentre gli altri rimangono fissi, si manifesta la legge della produttività marginale decrescente relativa al fattore variabile. Poi, c'è il problema dell'ambiente. Se l'incremento di lavoro e capitale porta a un uso più intensivo di terra e risorse naturali, la conseguente crescita dell'output potrebbe essere non sostenibile da un punto di vista ambientale. La soluzione è data da uno spostamento della curva della produttività marginale, dovuto al progresso tecnologico. 3.4. Le politiche a favore della crescita Lo stato può contribuire ad aumentare il tasso di crescita economica attraverso due strategie: politiche della domanda e politiche dell'offerta. Le prime cercano di generare una domanda aggregata sufficiente ad assicurare che le imprese desiderino investire e che il prodotto potenziale venga effettivamente raggiunto. Le seconde cercano di aumentare l'offerta aggregata favorendo l'incremento del prodotto potenziale. Vi sono poi altre strategie, alcune più orientate al mercato, altre più interventiste. 4. Disoccupazione La disoccupazione tende ad avere un andamento fluttuante che ricalca il ciclo economico in senso inverso. Durante le recessioni essa tende ad aumentare, mente negli anni di boom, tende a diminuire. La disoccupazione può essere espressa in numero di persone disoccupate o in percentuale sulla forza lavoro totale. La definizione più comune usata dagli economisti per il numero dei disoccupati è le persone in età lavorativa che sono senza lavoro, ma che vorrebbero lavorare agli attuali salari e stipendi di mercato. Se il numero è espresso in percentuale, esso rappresenta la frazione dei disoccupati rispetto al totale della forza lavoro. La forza lavoro viene definita come le persone occupate più le persone disoccupate. Tuttavia, per comprendere meglio l'andamento del mercato del lavoro, al tasso di disoccupazione dobbiamo affiancare il tasso di partecipazione, che è dato dal rapporto tra la forza lavoro ed il totale della popolazione in età da lavoro. 4.2. Disoccupazione e mercato del lavoro Le cause della disoccupazione possono essere raggruppate in due grandi categorie: quelle che danno luogo alla disoccupazione di equilibrio e quelle che danno luogo alla disoccupazione di disequilibrio. Il salario reale medio dell'economia, vale a dire il salario espresso in termini del suo potere di acquisto, si ottiene dividendo il salario medio percepito per il livello dei prezzi. La curva di offerta di lavoro mostra il numero di lavoratori disposti ad accettare un lavoro per un dato salario. La curva di domanda di lavoro e decrescente, dato che quanto maggiore è il salario, tanto più le imprese cercheranno di risparmiare sul numero dei lavoratori. Il mercato del lavoro è in equilibrio quando domanda e offerta di lavoro sono uguali. Se il salario fosse superiore, il mercato sarebbe in disequilibrio, ci sarebbe, quindi, un eccesso di offerta di lavoro. In questo caso si ha disoccupazione di disequilibrio. Affinché ci sia disoccupazione di disequilibrio, devono valere due condizioni: l'offerta di lavoro deve essere maggiore della domanda di lavoro e deve esserci rigidità dei salari. La disoccupazione di equilibrio è, invece, rappresentata da quel numero di lavoratori che cercano lavoro ma che non desiderano accettare un lavoro ai salari disponibili. 4.3. Tipi di disoccupazione di disequilibrio Distinguiamo diverse possibili cause della disoccupazione di disequilibrio: innanzitutto, la disoccupazione da salario reale, la quale, si verifica quando i sindacati usano il loro potere monopolistico per ottenere salari superiori al livello di equilibrio di lungo periodo di concorrenza perfetta. Il problema della disoccupazione dovuta al salario reale potrebbe essere risolto da una riduzione del salario. Sarà comunque molto difficile convincere i sindacati a non contrattare salari più elevati. i sindacati possono ancora esercitare con successo la loro influenza e ottenere l'aumento dei salari in alcune industrie, ma il loro potere è andato declinando. Non solo i mercati del lavoro sono diventati più flessibili ma numerose imprese devono anche affrontare la concorrenza proveniente da altri paesi emergenti. Poi, la disoccupazione da carenza di domanda, che è associata alle recessioni economiche. Quando un'economia entra in recessione, la domanda di beni si riduce. Quanto più grave è la recessione, tanto più alta sarà la disoccupazione da carenza di domanda. Potremmo chiederci perché, allora, in presenza di un eccesso di offerta di lavoro, non si verifica una riduzione dei salari reali capaci di eliminarla, la ragione sta in due motivi: i salari di efficienza e i modelli insider-outsider. - Salari di efficienza. Secondo questa teoria i salari assolvono due funzioni: la prima è quella tradizionale di equilibrare la domanda e l'offerta di lavoro; la seconda quella di motivare i lavoratori. Se, con un eccesso di offerta di lavoro, i salari reali diminuissero, i lavoratori potrebbero perdere la loro motivazione e lavorare con meno impegno; se, d'altro canto, le imprese mantenessero elevati i salari, ci sarebbero anche dei vantaggi: una forza lavoro ben motivata e una maggiore probabilità di attrarre lavoro altamente qualificato. Un salario reale più alto, quindi, si può rivelare redditizio per l'impresa. - Modelli insider-outsider. Se coloro che già hanno un lavoro (i cosiddetti insiders) sono iscritti a un sindacato, mentre quelli che non lavorano (gli outsiders) non lo sono, allora non può esistere alcun meccanismo attraverso il quale l'eccesso di offerta di lavoro può provocare una diminuzione del salario reale eliminando così la disoccupazione da carenza di domanda. La riduzione del salario reale potrebbe, quindi, non risolvere il problema della disoccupazione da carenza di domanda, anzi potrebbe aggravarlo. 4.4. Disoccupazione di equilibrio (o naturale) Anche in una situazione di equilibrio macroeconomico generale, in cui la domanda di lavoro è uguale all'offerta di lavoro dell'intera economia, a livello microeconomico domanda e offerta potrebbero non coincidere su diversi mercati. Potrebbero, quindi, esserci posti di lavoro in eccesso in alcuni settori dell'economia e disoccupazione in altri. In questo caso si ha disoccupazione di equilibrio e ne esistono vari tipi. 4.4.1. Disoccupazione frizionale Si ha disoccupazione frizionale quando le persone che lasciano un impiego, volontariamente o involontariamente, rimangono disoccupate, in cerca di un nuovo impiego. Non è detto che riescano a ottenere il primo lavoro, così come essi stessi potrebbero non accettare il primo lavoro che gli viene offerto. Il problema qui è l'informazione imperfetta. I datori di lavoro non sono perfettamente informati circa la forza lavoro disponibile; i lavoratori, a loro volta, non sono perfettamente informati dei posti di lavoro disponibili. Entrambi devono quindi cercare; i datori di lavoro cercano i lavoratori migliori, i lavoratori cercano impieghi soddisfacenti. un rimedio evidente alla disoccupazione frizionale è una migliore informazione sul mercato del lavoro. 4.4.2. Disoccupazione strutturale Si ha disoccupazione strutturale quando la struttura dell'economia cambia; in alcuni settori l'occupazione può aumentare e in altri diminuire per almeno due ragioni principali: una variazione strutturale della domanda e una variazione nella tecnologia. - Variazione della domanda: alcune industrie registrano una diminuzione della domanda per i loro prodotti. Ciò può essere dovuto a un cambiamento nei gusti dei consumatori o anche ad esempio a causa della concorrenza di altre industrie. - Variazione dei metodi di produzione (disoccupazione tecnologica): nuove tecniche produttive spesso permettono di ottenere lo stesso livello di prodotto impiegando meno lavoratori. Se la produzione non aumenta a sufficienza per assorbire l'eccedenza di lavoratori si genera un tipo di disoccupazione definita “disoccupazione tecnologica”. Il livello di disoccupazione strutturale dipende principalmente da tre fattori: - il grado di concentrazione regionale dell'industria. Quanto più le industrie sono concentrate in alcune regioni, tanto maggiore sarà il livello di disoccupazione strutturale in caso di declino; - la velocità di variazione della domanda e dell'offerta nell'economia. Quanto più alto è il tasso di progresso tecnologico o la variazione dei gusti dei consumatori, tanto maggiore sarà la proporzione di disoccupati. -l'immobilità del lavoro. Quanto meno i lavoratori sono in grado o propensi di spostarsi per trovare un nuovo impiego, tanto maggiore sarà il livello di disoccupazione strutturale. Si ha, infine, disoccupazione stagionale quando la domanda per alcuni tipi di lavoro fluttua nel corso dell'anno. Questo problema è particolarmente importante nel turismo: ad esempio tanti alberghi nelle località marine, sono di solito chiusi nel periodo invernale. 5. Domanda e offerta aggregata Prima di esaminare le cause dell'inflazione dobbiamo evidenziare che il livello dei prezzi nell'economia è determinato dall'interazione tra domanda e offerta aggregata. 5.1. Curva di domanda aggregata La domanda aggregata è data dal livello totale di spesa per l'acquisto di prodotti nazionali: spesa dei consumatori, del settore pubblico, delle imprese, ecc. La curva di domanda aggregata mostra, quindi, quanta produzione nazionale viene domandata per ogni livello di prezzo. Tale curva è decrescente per tre ragioni principali: 1. Effetto di sostituzione internazionale. se i prezzi aumentano, si avrà un incentivo a comprare meno prodotti nazionali e più prodotti esteri. Il paese, di conseguenza, esporterà anche meno prodotti all’estero. Quindi, le importazioni aumentano e le esportazioni diminuiscono. 2. Effetto di sostituzione intertemporale. Quando i prezzi aumentano, a parità di quantità domandata, gli individui hanno bisogno di più denaro per i loro acquisti. Alcuni acquisti verranno rinviati a tempi migliori, soprattutto quelli di beni durevoli. 3. Effetto dei saldi reali. Se i prezzi aumentano, il potere di acquisto degli individui si riduce. Per compensare questo effetto, essi potrebbero decidere di risparmiare di più e spendere meno. 5.2. Curva di offerta aggregata La curva di offerta aggregata mostra la quantità di beni e servizi che le imprese sono disponibili a offrire per ogni dato livello di prezzo a parità di altre condizioni. Le principali variabili che teniamo costanti disegnando la curva di offerta aggregata sono i saggi di salario, i prezzi degli altri input, la tecnologia, ecc., Stiamo quindi analizzando la curva di offerta di breve periodo. Ipotizziamo che i salari e i prezzi degli altri input siano costanti perché spesso i salari sono determinati attraverso un processo di contrattazione collettiva: una volta trovato l'accordo, essi rimarranno al livello fissato per alcuni anni. Anche in assenza di contrattazione collettiva le imprese che offrono beni capitali non aumentano i prezzi immediatamente quando vi è un aumento della domanda e, viceversa, non li riducono quando vi è una sua riduzione. 6. Inflazione con il termine “inflazione” indichiamo un aumento del livello generale dei prezzi; mentre, con il termine “deflazione” ci riferiamo ad una diminuzione del livello dei prezzi. Il tasso di inflazione misura l'aumento percentuale annuo del livello medio dei prezzi al dettaglio. Se il tasso di inflazione è negativo, allora i prezzi sono calati. L’ISTAT pubblica ogni mese un indice dei prezzi al consumo e il tasso di inflazione viene calcolato come la percentuale di incremento dell'indice rispetto ai 12 mesi precedenti. Una misura più completa del tasso di inflazione è data dal tasso di variazione dei prezzi di tutti i beni e servizi prodotti internamente. L'indice di prezzo usato in questo caso è noto come “deflatore del PIL”. Distinguiamo diverse tipologie di inflazione: L'inflazione da domanda è causata da aumenti continui della domanda aggregata. Le imprese risponderanno all'aumento della domanda aggregata in parte alzando i prezzi e in parte aumentando la produzione. L'eventuale aumento dei prezzi dipende da quanto aumentano i costi all'aumentare della produzione. L'inflazione da domanda è tipicamente associata ad una ripresa economica. L'inflazione da costi è, invece, associata a continui aumenti dei costi necessari per produrre una data quantità di prodotto. Gli spostamenti si verificano quando i costi di produzione aumentano indipendentemente dalla domanda aggregata. Se le imprese registrano un aumento dei costi, risponderanno in parte aumentando i prezzi e in parte riducendo la produzione. Si noti che l'effetto dell'inflazione da costi su produzione e occupazione sarà opposto rispetto a quello dovuto all'inflazione da domanda. Con inflazione da domanda, la produzione e, quindi, l'occupazione tendono a crescere. con inflazione da costi, invece, la produzione e l'occupazione tendono a ridursi. L'inflazione da domanda e l'inflazione da costi possono anche presentarsi contemporaneamente, Allorché aumenti dei salari e dei prezzi vengono causati da una crescita della domanda aggregata e da cause indipendenti che fanno aumentare i costi. Nel prendere le loro decisioni, i lavoratori e le imprese tengono conto del tasso di inflazione atteso. Si immagini che un sindacato e un datore di lavoro stiano negoziando un aumento salariale. Si assuma che entrambi si aspettino un tasso di inflazione del 5%. Il sindacato vorrebbe ottenere un aumento salariale superiore al 5%, mentre il datore di lavoro vorrebbe concedere un aumento inferiore al 5%. L'aumento salariale effettivo sarà, quindi, intorno al 5%. 6.2. Inflazione e tasso di interesse Considerando il tasso di inflazione, possiamo distinguere tra tasso di interesse nominale e tasso di interesse reale. Il tasso di interesse nominale e il tasso di interesse in termini monetari. Se prendo in prestito 1€ e fra un anno devo restituirne 1,1, allora il tasso di interesse è pari al 10%. Se, però, il tasso di inflazione durante l'anno è stato pari al 5%, il tasso di interesse reale effettivo è inferiore al 10% e con gli 1,1€ che restituisco posso comprare meno beni perché il prezzo è aumentato. Il tasso di interesse reale è il tasso di interesse misurato in termini di beni che posso acquistare. Capitolo 8 - La determinazione del reddito nazionale 1. Dibattito sul funzionamento del mercato Nel corso degli anni Trenta tra gli economisti ebbe inizio un acceso dibattito relativo al funzionamento del mercato: da un lato i liberisti con la loro visione ottimista sulle capacità del mercato di allocare efficientemente le risorse; dall’altro i keynesiani, che esprimevano una posizione molto più scettica. mentre i liberisti davano per scontata la validità della legge di Say, i keynesiani ritenevano valido il principio della domanda effettiva. 1.1. La legge di Say Secondo la legge di Say l'offerta aggregata crea da sé la propria domanda. Un eccesso di offerta può essere eliminato con una riduzione di prezzo. Se c'è sufficiente flessibilità nei prezzi, dunque, la legge di Say funziona. La flessibilità dei prezzi è assicurata solo se tutti i mercati esistenti sono perfettamente concorrenziali. Osserviamo quali sono le condizioni fondamentali affinché la legge di Say sia valida, considerando una semplice economia di baratto e poi un'economia monetaria. 1.1.1. La legge di Say in un’economia di baratto Un'economia di baratto si caratterizza per il fatto che l'offerta di un dato bene è contestualmente domanda di un altro bene. Il pastore che offre latte in cambio di scarpe, domanda scarpe nello stesso momento in cui offre latte. Lo scambio tra due soggetti relativo a due beni avviene a un prezzo relativo concordato. Dunque, se in aggregato vi è un eccesso di offerta di latte, c’è contestualmente eccesso di domanda di scarpe. Una riduzione del prezzo relativo del latte rispetto alle scarpe è sufficiente a eliminare lo squilibrio su entrambi i mercati. La legge di Say viene, quindi, realizzata. 1.1.2. La legge di Say in un’economia monetaria In un'economia monetaria ciascun individuo nel domandare un certo bene non offre un altro bene ma offre moneta. Se l'individuo tesaurizza la moneta, cioè la trattiene presso di sé senza utilizzarla per domandare qualche altro prodotto, si realizza nell'economia un eccesso di offerta di beni che non è eliminabile anche in presenza della piena flessibilità dei prezzi. In un'economia monetaria, l'ipotesi di concorrenza perfetta su tutti i mercati non è più sufficiente a realizzare la legge di Say. Dobbiamo aggiungere anche l'assenza di tesaurizzazione della moneta: In un'economia monetaria, in cui tutti i mercati sono perfettamente concorrenziali e non c’è tesaurizzazione della moneta, vale la legge di Say. 1.2. Il principio della domanda effettiva I keynesiani sostengono che, dal momento in cui i mercati non sono perfettamente concorrenziali, la legge di Say non è valida. Secondo il loro punto di vista l'ipotesi di mercato dei beni di concorrenza imperfetta è più coerente con la realtà economica, in quanto, le imprese, variando la quantità prodotta, possono influire sul prezzo di mercato. Una seconda importante ipotesi keynesiana è che le imprese abbiano convenienza a tenere i prezzi fissi a un dato livello. In sintesi, le due ipotesi fondamentali da cui prende le mosse l'analisi macroeconomica keynesiana, sono: 1. il mercato dei beni e in concorrenza imperfetta; 2. le imprese tengono i prezzi fissi. Una riduzione della domanda aggregata, a qualunque livello dei prezzi, porta a una riduzione del prodotto di equilibrio dell'economia. Questo risultato viene sintetizzato dal principio della domanda effettiva: è la domanda aggregata a determinare il livello di prodotto dell'economia. Secondo questo principio, l'offerta aggregata si adegua ai livelli di reddito stabiliti dalla domanda. 2.La funzione del consumo Oltre al principio della domanda effettiva, una seconda importante innovazione teorica di Keynes in materia di mercato dei beni riguarda la funzione del consumo. La principale variabile determinante del consumo di un'economia è, per Keynes, rappresentata dall’output totale prodotto dall’economia. Secondo i liberisti il tasso di interesse è il principale parametro che influenza il costo del denaro e quindi, una sua riduzione stimola le famiglie ad aumentare i consumi. Keynes ha una visione differente: le famiglie decidono quanto consumare sulla base del proprio reddito corrente. Il rapporto incrementale tra consumo e reddito è chiamato propensione marginale al consumo. La propensione marginale al consumo ci dice quanta parte di un incremento unitario di reddito viene consumata. È ragionevole assumere che solo una parte dell'incremento unitario verrà destinata al consumo e che la parte rimanente sia risparmiata. Oltre alla propensione marginale al consumo, definiamo la propensione media al consumo, la quale si riferisce alla parte di reddito che viene consumata. 3. Il moltiplicatore Keynesiano Il modello macroeconomico di impostazione keynesiana relativo ad un'economia chiusa si basa sul principio della domanda effettiva e sulla funzione keynesiana del consumo. Si ipotizza che il mercato della moneta sia indipendente rispetto al mercato dei beni; pertanto, l'economia è divisa in due sottoinsiemi indipendenti: da un lato il mercato dei beni che determina il prodotto dell'economia e le altre variabili reali; dall'altro il mercato della moneta che determina il tasso di interesse. Il reddito di equilibrio viene ottenuto, poi, dal prodotto di due termini: il coefficiente, che chiamiamo il moltiplicatore keynesiano e la domanda aggregata esogena. Secondo il principio del moltiplicatore keynesiano dopo un livello di domanda aggregata esogena, il livello del reddito di equilibrio risulta più che proporzionale nella misura stabilita dal coefficiente a patto che vi siano sufficienti risorse produttive inutilizzate. Il principio del moltiplicatore può essere enunciato sulle variazioni piuttosto che sui livelli. Dunque, una variazione di domanda aggregata esogena determina una variazione del reddito di equilibrio più che proporzionale, a patto che vi siano sufficienti e risorse produttive inutilizzate. Per capire questa moltiplicazione del reddito supponiamo che venga deciso un aumento della spesa pubblica per costruire un nuovo ponte; si dovranno acquistare materiali e beni e assumere nuovi lavoratori. I nuovi lavoratori assunti dalle imprese per costruire il nuovo ponte beneficeranno di un aumento di reddito che in parte decideranno di spendere per acquistare beni di consumo. L'aumento di domanda per questi ultimi beni causerà nuovo aumento di reddito per quei lavoratori che verranno assunti per produrli; questi ultimi spenderanno parte del loro nuovo reddito in beni di consumo, ma questo vorrà dire aumento di reddito per qualcun altro nell'economia, e così via. Successive fasi di interazione con feedback tra reddito e consumo danno luogo alla moltiplicazione del reddito. Seguendo l'impostazione keynesiana, un'economia può ben trovarsi in un equilibrio di sottooccupazione. L'economia non raggiunge spontaneamente la piena occupazione, per insufficienza della domanda. Il settore pubblico ha, conseguentemente, un ruolo importante: spingere l'economia a occupare interamente le risorse produttive disponibili, sostenendo la domanda aggregata esogena. In tal modo, per via del principio del moltiplicatore, si determina un aumento più che proporzionale del reddito dell'economia. Concludiamo, quindi, affermando che l'economia non riesce a occupare spontaneamente tutte le risorse produttive disponibili, a causa dell'insufficienza della domanda e che lo stato ha un ruolo importante nel sostenere la domanda aggregata esogena e, quindi, mediante il principio del moltiplicatore, nello spingere l'economia a occupare più risorse produttive. 4. L’effetto della tassazione sul moltiplicatore Finora abbiamo considerato un'economia in cui è assente qualsiasi tipo di imposizione fiscale; se invece inseriamo la tassazione nel nostro modello, due fattori sono fondamentali: il tipo di tassazione e i vincoli eventualmente presenti al bilancio della pubblica amministrazione. Relativamente al tipo di tassazione, ne evidenziamo solo uno; la tassazione in somma fissa, secondo cui il livello di tassazione dell'economia è deciso esogenamente e, quindi, è indipendente dal livello di reddito. Possiamo, poi, accennare ad altre due forme di tassazione: la tassazione proporzionale e la tassazione progressiva. In un regime di tassazione proporzionale si fissa un’aliquota in proporzione alla quale vengono tassati i redditi (un'aliquota pari al 10%, ad esempio, implica che su ogni 1.000€ di reddito, 100 siano versati all'erario). In un regime di tassazione progressiva, che è quello stabilito dalla nostra Costituzione, vengono determinati diversi scaglioni di reddito, per ognuno dei quali viene fissata un'aliquota diversa, maggiore per livelli di reddito maggiori. Relativamente al bilancio della pubblica amministrazione, consideriamo due casi: 1. Che vi sia obbligo del bilancio in pareggio tra tassazione e spesa pubblica; 2. Che non vi sia tale obbligo e, quindi, che vi siano situazioni di avanzo o di disavanzo pubblico. In presenza di tassazione, le famiglie, decideranno i propri consumi sulla base del reddito disponibile. 5. Prezzi variabili 5.1. Lo scarto inflazionistico Se al livello di pieno impiego la domanda eccede l'offerta si determina un problema di eccesso di domanda che non potrà essere risolto. La produzione effettiva non può eccedere quella potenziale. Si determina così uno scarto inflazionistico; secondo Keynes si tratta di una pressione che genera l’aumento dei prezzi. Per eliminare questa inflazione, lo scarto inflazionistico dovrà essere colmato, riducendo la domanda. 5.2. Disoccupazione e inflazione contemporaneamente È possibile eliminare la sotto-occupazione delle risorse sostenendo opportunatamente la domanda, ma nel momento in cui viene raggiunta la piena occupazione delle risorse, un ulteriore aumento della produzione si riflette in un incremento dei prezzi: si genera, così, uno scarto inflazionistico. Ciò implica che possono generarsi inflazione o disoccupazione, ma non tutti e due contemporaneamente, anche se la realtà è ben diversa. Di fatto, la disoccupazione e l'inflazione non sono causate esclusivamente da eccessi di domanda e di offerta: vi sono, ad esempio, inflazione dei costi e inflazione da aspettative, così come, disoccupazione frizionale e disoccupazione strutturale. Quindi, anche se lo stato potesse controllare il reddito nazionale in modo da portare l'economia al livello di piena occupazione, non riuscirebbe ad eliminare tutta l'inflazione e tutta la disoccupazione. In secondo luogo, non tutte le imprese operano allo stesso livello di attività. Un aumento della domanda aggregata, quindi, può generare sia una riduzione della disoccupazione sia un aumento dei prezzi: alcune imprese, infatti, potrebbero reagire aumentando la produzione e altre aumentando i prezzi; altre ancora potrebbero fare entrambe le cose. Analogamente, nei mercati del lavoro, un aumento della domanda potrebbe dare luogo contemporaneamente a salari maggiori e a minore disoccupazione. Quando la produzione è lontana dalla piena occupazione, incrementi di produzione provocano aumenti contenuti dei prezzi; avvicinandosi al pieno impiego i prezzi aumentano sempre più. 5.3. La curva di Phillips La curva di Phillips descrive una relazione tra inflazione e disoccupazione. Tale relazione può essere rappresentata graficamente ponendo il tasso di inflazione sull'asse verticale e il tasso di disoccupazione sull'asse orizzontale. Si tratta di una curva decrescente e convessa. La curva che meglio approssima le osservazioni statistiche è nota come curva di Phillips. Essa descrive una relazione inversa tra inflazione e disoccupazione. Quando la domanda aggregata aumenta, Ehi l'inflazione aumenta e la disoccupazione diminuisce; c'è, quindi, uno spostamento della curva di Phillips verso l’alto; quando, invece, la domanda aggregata diminuisce, c’è uno spostamento verso il basso. Un aumento della domanda aggregata è soddisfatto dall'offerta di lavoro in eccesso senza bisogno di aumentare i salari e, di conseguenza, i prezzi. Ma quando il lavoro inizia a scarseggiare, per le imprese diventa sempre più difficile trovare lavoratori e il potere di mercato dei sindacati aumenta. Ne consegue che le imprese devono pagare salari più elevati. Dal 1966 circa, la curva di Phillip è sembrata non essere più in grado di spiegare la relazione tra inflazione e disoccupazione. Infatti, nei paesi del mondo industrializzati, a tassi di disoccupazione crescenti si accompagnava un'inflazione più elevata. 6. L’analisi keynesiana delle fluttuazioni cicliche I keynesiani attribuiscono la responsabilità delle fluttuazioni nella produzione e nella disoccupazione alle fluttuazioni della domanda aggregata. I keynesiani, cercano, poi, di spiegare il motivo delle fluttuazioni della domanda aggregata e suggeriscono appropriate politiche di stabilizzazione, sostenendo che un'economia più stabile favorisce un ambiente migliore per gli investimenti e la crescita sia delle imprese che dell'economia nel suo complesso. 6.1. Instabilità degli investimenti: l'acceleratore Uno dei fattori principali che contribuiscono alle fasi alterne del ciclo economico è l'instabilità degli investimenti. In recessione non vengono più effettuati investimenti in nuovi impianti e macchinari. Quando, invece, un'economia inizia a riprendersi dalla recessione, gli investimenti aumentano rapidamente. Quando la crescita dell'economia rallenta, però, gli investimenti possono diminuire drasticamente. Il punto cruciale è che gli investimenti non dipendono tanto dal livello del reddito nazionale e dalla domanda di beni di consumo, quanto invece dal loro tasso di crescita, effettivo ed atteso. La ragione è che gli investimenti dipendono da quanto la domanda è aumentata e dal suo andamento futuro atteso, non dal suo livello attuale. Variazioni degli investimenti tendono ad essere molto più accentuate di quelle del reddito nazionale: questa considerazione rappresenta la proposizione centrale della teoria dell'acceleratore. 6.2. Variazioni delle scorte Le imprese hanno scorte di prodotti finiti. L'entità di queste scorte tende a variare nel corso del ciclo economico; tali variazioni delle scorte, a loro volta, contribuiscono alle variazioni della produzione. Si immagini un'economia che sta uscendo da una recessione. All'inizio, le imprese sono prudenti nell'aumentare la produzione in quanto dovrebbero impiegare più lavoratori o aumentare gli investimenti. Di conseguenza, le imprese rispondono prevalentemente con la riduzione delle scorte piuttosto che con aumenti della produzione. Per questo motivo, la ripresa dopo una recessione può mostrarsi piuttosto lenta. Tuttavia, se la ripresa continua, le imprese inizieranno ad avere più fiducia e vorranno aumentare la produzione. Le scorte nei magazzini verranno considerate insufficienti e questo darà un'ulteriore spinta all'aumento dell'attività produttiva. Questa forte crescita dell'output, darà un nuovo impulso alla domanda aggregata. Una volta che le scorte sono state ripristinate, la crescita dell'output rallenterà per adeguarsi alla crescita della domanda. Questo rallentamento della produzione contribuirà alla fine della fase espansiva del ciclo economico. 6.3. Determinanti dell’andamento del ciclo economico Espansioni e recessioni persistono nel tempo per due motivi principali: innanzitutto a causa di ritardi, infatti, ci vuole molto tempo perché le variazioni di prelievi e di immissioni nel flusso circolare del reddito si riflettano in variazioni del reddito nazionale, della produzione e dell'occupazione; un altro motivo è rappresentato dall'effetto cumulativo; infatti, quando l'economia inizia a riprendersi, le aspettative sono maggiormente improntate all'ottimismo; analogamente, in recessione si diffonde il pessimismo. L'effetto è cumulativo. I keynesiani sostengono che il governo dovrebbe tentare di ridurre le fluttuazioni cicliche ricorrendo a politiche attive di stabilizzazione. Un'economia più stabile, offrirà un contesto migliore per gli investimenti di lungo periodo e maggiori investimenti consentiranno una crescita più rapida della produzione effettiva. Capitolo 9 – La moneta e il sistema finanziario 1. Significato e funzioni della moneta La moneta è qualcosa di più dell'insieme di banconote e monete metalliche. La componente principale dell'offerta di moneta è rappresentata dai depositi in conto corrente presso le banche e le altre istituzioni finanziarie. Solo una piccola parte di questi depositi viene detenuta dalle banche sotto forma di contante, mentre gran parte di essi appare come partita contabile nelle passività bancarie. In ogni dato momento, viene ritirata solo una frazione dei depositi totali di una banca e gli istituti finanziari cercano sempre di assicurare la capacità di soddisfare la domanda dei depositanti. Le probabilità che una banca sia a corto di contanti sono estremamente basse. Va anche considerato che una buona parte delle transazioni non viene regolata in contanti. Tramite l'uso di carte di credito, carte di debito, bonifici, assegni, ecc., la moneta viene trasferita dal conto corrente dell'acquirente a quello del venditore, senza bisogno di prelevarla in contante. Distinguiamo varie funzioni della moneta; la principale delle quali è quella di mezzo di scambio nella compravendita di beni, servizi e attività finanziarie. Essa però funge anche da riserva di valore e unità di conto. 1.1.1. La moneta come mezzo di scambio La complessità di una moderna economia industrializzata rende il baratto impraticabile. È indispensabile un mezzo di scambio accettato da tutti non solo come mezzo di pagamento per l'acquisto di beni e servizi finali, ma anche per remunerare i fattori produttivi, ad esempio il lavoro. Per fungere da mezzo di scambio, la moneta deve avere alcune caratteristiche fisiche: deve essere abbastanza leggera da poter venire trasportata facilmente, deve poter essere espressa in tagli diversi, grandi e piccoli, e non deve essere facile da riprodurre. Inoltre, deve poter essere trasferita indirettamente e immaterialmente attraverso qualche meccanismo accettabile. Ad esempio, la moneta sotto forma di registrazioni contabili nei conti bancari può essere trasferita da un conto all'altro. 1.1.2. La moneta come unità di conto La moneta è anche l'unica unità di conto comune e disponibile per esprimere il valore di beni, servizi e misurare patrimoni personali o i redditi delle diverse economie. 1.1.3. La moneta come riserva di valore Le famiglie e le imprese hanno bisogno di un mezzo che permetta loro di spendere il frutto del loro lavoro. Dato che nessuno vuole spendere il proprio patrimonio tutto e subito, le famiglie e le imprese devono poter conservare la propria ricchezza nel tempo. La moneta è un mezzo che permette di conservare la ricchezza nel caso in cui i prezzi rimangano stabili, in quanto il suo potere di acquisto, a queste condizioni, rimane immutato. 1.2. Che cosa deve essere considerato moneta? Purtroppo, non c'è un confine netto tra ciò che è moneta e ciò che non lo è. Esistono diverse definizioni di moneta, dalla più restrittiva alla più espansiva. Il circolante (le banconote e la moneta metallica) evidentemente considerato moneta, in quanto assolve a tutte le funzioni della moneta. Riteniamo moneta tutto ciò che viene comunemente accettato come mezzo di pagamento per acquistare beni e/o servizi. 2.Il sistema finanziario 2.1. Il ruolo chiave delle banche nel sistema finanziario Le banche hanno un ruolo assolutamente cruciale nel sistema finanziario. Le banche più importanti per il funzionamento dell'economia sono le banche commerciali, che si rivolgono sia alle famiglie che alle imprese senza alcun limite minimo delle operazioni svolte. In Italia abbiamo istituti di grandi dimensioni come Intesa Sanpaolo, Unicredit e UBI banca. Essi sono specializzati nella concessione di servizi al grande pubblico ed operano attraverso filiali. L'altra categoria di banche è quella delle banche di affari, di cui la più importante in Italia è Mediobanca. Esse agiscono come procuratori di affari, organizzando, ad esempio, linee di credito a favore delle imprese clienti. Inoltre, forniscono assistenza alle imprese nelle operazioni finanziarie. Le banche di affari sono note anche come banche specializzate nella vendita all'ingrosso in quanto svolgono operazioni di grande importo, che esclude la gran parte delle famiglie. I prestiti erogati possono essere a breve termine e a lungo termine. Entrambi i tipi di banche operano nel campo dei depositi e prestiti e hanno nei loro conti attività e passività. 2.1.1. Passività I depositi dei clienti presso le banche e le altre istituzioni finanziarie rappresentano passività per queste istituzioni. Ciò significa semplicemente che i clienti hanno il diritto di riavere tali depositi ogni qualvolta lo desiderino e che le banche hanno il dovere di restituirli in ogni momento. Distinguiamo quattro tipi principali di strumenti di raccolta del risparmio: depositi a vista, depositi vincolanti, certificati di deposito e pronti contro termine. -Depositi a vista. Sono depositi a vista tutti i depositi che possono essere prelevati dal cliente in ogni momento senza penale. Il tipo più comune di deposito a vista è il deposito in conto corrente presso le banche. I depositanti ricevono un libretto di assegni e carte elettroniche di pagamento che permettono non solo di prelevare contanti, ma anche di spendere direttamente il proprio denaro per l'acquisto di beni senza dover far uso di contanti. Una caratteristica importante dei conti correnti è che le banche concedono ai loro clienti crediti fino a un certo ammontare prestabilito, il cosiddetto fido. - Depositi vincolati. I depositi vincolati sono rimborsabili, ma solo a una certa scadenza. Tuttavia, essi fruttano un tasso di interesse maggiore di quello pagato sui depositi a vista. Tali conti non danno diritto all'emissione di libretti di assegni bancari né di carte di credito e non consentono scoperti sul conto. - Certificati di deposito. I certificati di deposito sono emessi dalle banche a favore dei loro clienti per depositi di un certo importo vincolati fino a una certa scadenza fissa. Anch'essi permettono di beneficiare di un tasso di interesse più elevato. - Pronti contro termine. Se le banche hanno carenza temporanea di liquidità, possono vendere parte delle loro attività finanziarie ad altre banche o alla banca centrale e poi ricomprarle a una data concordata. Questi accordi di compravendita sono una forma di prestito, con cui la banca prende in prestito per un certo periodo di tempo, di solito molto breve, una determinata somma usando le sue attività finanziarie a garanzia. 2.1.1. Attività Le attività finanziarie delle banche sono date dai loro crediti nei confronti di terzi. Ci sono tre categorie principali di attività. - Circolante e conto presso la banca centrale. Le banche hanno bisogno di detenere parte delle proprie attività in contanti per soddisfare le richieste quotidiane dei loro clienti. In più, esse mantengono “saldi operativi” presso la banca centrale, che svolgono la funzione di conti correnti delle banche e vengono utilizzati per esigenze di compensazione, nonché per prelevare denaro contante a richiesta. Le banche, infine, devono mantenere riserve di liquidità presso la banca centrale; esse non fruttano interesse e da esse non è possibile prelevare. Si tratta della cosiddetta riserva obbligatoria. I contanti e i saldi attivi presso la banca centrale costituiscono solo una piccola frazione delle attività delle banche. Gran parte sono sotto forma di prestiti, i quali possono essere distinti in prestiti a breve e a lungo termine. 1. I prestiti a breve termine possono aumentare la forma di prestiti monetari, fidi o pronti contro termine. Il mercato in cui vengono trattati è detto mercato monetario. I prestiti monetari sono concessi principalmente ad altre istituzioni finanziarie. Il tasso di interesse di riferimento dei prestiti interbancari è noto come “LIBOR” e ha un'influenza notevole sugli altri tassi praticati dalle banche. Il valore del LIBOR cambierà a seconda della lunghezza del prestito. All'aumentare della durata del prestito, aumenta il tasso LIBOR. I prestiti pronti contro termini sono accordi di riacquisto. Quando viene stipulato un accordo di vendita e riacquisto, l'istituzione finanziaria che acquista le attività sta concedendo un prestito a breve termine. L'altra parte acconsente a riacquistare le attività a una data prefissata. - Prestiti a lungo termine. Consistono soprattutto di prestiti a clienti, siano essi famiglie o imprese. Possono essere di tre tipi: a scadenza fissa (ripagabili in rete in un certo numero di anni); scoperti (di solito a scadenza imprecisata) e mutui (di solito dai 10 ai 25 anni). Le banche realizzano anche investimenti, ad esempio in titoli del debito pubblico: il governo vende titoli che ogni anno rendono un certo interesse. 2.2. Reddittività, liquidità e adeguatezza del capitale I parametri principali dell'attività bancaria sono la redditività e la liquidità; ad essi si è aggiunta anche l'adeguatezza del capitale. - Reddittività. I profitti si ottengono prestando moneta a un tasso di interesse maggiore del tasso pagato e imponendo commissioni per i servizi finanziari forniti. La redditività di una banca si misura guardando, ad esempio, al profitto medio ottenuto per denaro raccolto o per valore dell'attivo. - Liquidità. Il grado di liquidità di un'attività viene misurato dalla facilità con cui essa può essere convertita in moneta senza sostenere costi. Il denaro contante, per definizione, è perfettamente liquido. Alcune attività, come la moneta prestata ad altre istituzioni finanziarie, sono altamente liquide: queste attività possono essere convertite in contanti con una certa facilità. Il solo problema a questo riguardo è rappresentato dalla fiducia sulla capacità della banca. Altre attività, come i titoli azionari o obbligazionari, possono essere convertite in denaro contante con la vendita sui mercati; c’è però il rischio di una perdita, dal momento che il loro prezzo ha un andamento fluttuante. Tali attività, di conseguenza, non sono liquide come quelle viste in precedenza. Anche altre attività sono ancora meno liquide: i mutui ipotecari vengono recuperati dalla banca con il pagamento delle rate. Sui depositi in conto corrente le banche devono essere sempre in grado di consentire alla propria clientela il prelievo del suo denaro. Ciò vale a dire che le banche devono mantenere una quantità sufficiente di attività liquide. - Adeguatezza del capitale. Le banche devono avere capitale sufficiente per poter soddisfare tutte le richieste di contante dei propri clienti e per poter coprire le perdite in cui potrebbero incorrere se coloro a cui hanno concesso un prestito non riescono a ripagare i propri debiti. L'adeguatezza del capitale è una misura del capitale detenuto dalla banca in cui le attività sono ponderate sulla base del loro grado di rischio; quanto più rischiosa è un'attività, tanto maggiore è la quantità di capitale che la banca dovrebbe detenere. La misura dell'adeguatezza del capitale è data dal “CAR”, rapporto di adeguatezza del capitale. Quanto maggiore è il fattore di rischio medio che caratterizza le attività delle banche, quanto più elevato è il valore delle sue attività ponderate per il rischio e tanto minore diventa il CAR. 2.2.1. L'equilibrio tra redditività e liquidità Gli obiettivi di redditività e liquidità tendono a essere in conflitto tra loro. In generale, quanto più liquida è un'attività, tanto meno essa è redditizia, e viceversa: i prestiti personali e commerciali sono redditizi per le banche, ma altamente i liquidi e anche più rischiosi; il contante è perfettamente liquido e anche non rischioso, ma non dà luogo a profitti. per questo le istituzioni finanziarie preferiscono tenere attività con vari gradi di liquidità e di redditività. Per ragioni di redditività, le banche desiderano prendere a prestito “a breve” e prestare “a lungo”. La differenza nella scadenza media dei prestiti e dei depositi e nota come “maturity gap”. In termini generali, quanto maggiore è questo gap, tanto più elevata è la redditività. Per ragioni di liquidità, tuttavia, le banche vorranno avere un gap relativamente limitato. Il rapporto tra attività liquide e attività totali prende il nome di tasto di liquidità. Se il tasso di liquidità è troppo alto, i profitti saranno scarsi; se, invece, è troppo basso, aumenta il rischio di non essere in grado di soddisfare la domanda dei clienti: evenienza assolutamente da evitare perché provocherebbe una possibile bancarotta. Le istituzioni finanziarie devono quindi fissare un tasso di liquidità ottimale; né troppo alto né troppo basso. 2.2.2. Il mercato secondario e la cartolarizzazione Abbiamo visto che uno dei modi in cui le istituzioni finanziarie possono conciliare i due obiettivi contrastanti della liquidità e della redditività è detenere una combinazione di attività liquide e illiquide. Un altro è dato dal mercato secondario delle attività. Si ricorre a questo mercato quando si decide di vendere un'attività prima della sua scadenza. Ciò consente alle banche di colmare il maturity gap per fini di liquidità, ma di mantenerlo per fini di redditività. I certificati di deposito sono un buon esempio di attività che può essere venduta su un mercato secondario. Tali certificati sono emessi per un periodo di tempo prefissato a un tasso di interesse concordato. I certificati di deposito, così, sono passività in liquide per le banche, grazie alla loro emissione possono aumentare la proporzione di attività illiquide senza avere un maturity gap pericolosamente elevato. Un altro esempio di pratica bancaria sviluppatasi di recente attraverso il mercato secondario è quello della cartolarizzazione delle attività, ad esempio, dei mutui. A fronte di mutui concessi non ancora estinti, vengono emessi dei titoli al fine di rivendere i mutui stessi prima della scadenza. Questi titoli possono essere venduti a un intermediario, detto “società veicolo”. A sua volta, la società veicolo finanzia l'acquisto di queste attività mediante l'emissione di titoli che vengono acquistati dagli investitori. Tali titoli sono detti “Collateralised Debt Obligation”. Tuttavia, tali titoli possono essere estremamente rischiosi. L'effetto del mercato secondario è, da un lato, di ridurre il tasso di liquidità con cui le banche pensano di dover operare e, dall’altro, di aumentare il maturity gap. Tuttavia, la pratica del mercato secondario presenta anche alcuni rischi. Se tutte le banche individualmente pensano di poter operare con un tasso di liquidità inferiore, l'intero sistema bancario sarà meno liquido. Ciò può condurre a un'eccessiva espansione delle attività illiquide in tempi di espansione economica. Inoltre, se una banca fallisce, vi è il rischio di un effetto domino sulle banche che hanno acquistato le sue attività. 2.3. La banca centrale La banca centrale assolve due compiti vitali nell'economia. Il primo è costituito dall'esercizio della vigilanza sul sistema bancario: controllare che le banche e le altre istituzioni finanziarie operino in modo efficiente e stabile. Il secondo è provvedere all'offerta di moneta e condurre la politica monetaria. Mentre in passato in molti paesi industrializzati c'era un legame stretto tra banca centrale e governo, più recentemente si è affermato in Europa il modello tedesco di indipendenza della banca centrale dal governo. Su questo principio di indipendenza è stata istituita anche la Banca centrale europea (BCE). La BCE Stabilisce la politica monetaria per i paesi membri dell'unione monetaria europea e determina la struttura dei tassi di interesse comune per questi paesi. La tendenza ormai diffusa è quella di avere banche centrali sempre più indipendenti. Tante sono le attività svolte dalla Banca centrale, e qui le elenchiamo brevemente. - EMETTE BANCONOTE: La banca centrale ha il monopolio nell'emissione di banconote e di moneta metallica. L'ammontare emesso dipende dal tipo di politica monetaria che si vuole perseguire. Si dovrà comunque tener conto del comportamento dell'economia riguardo alla domanda di moneta. La banca centrale europea provvede a produrre banconote e moneta metallica in euro avvalendosi della collaborazione delle banche centrali nazionali, che formano il sistema europeo delle banche centrali, le quali, a loro volta, si avvalgono della collaborazione delle rispettive zecche nazionali. -AGISCE COME BANCA: Per il governo. Essa può finanziare la spesa pubblica emettendo moneta attraverso i conti di tesoreria del Tesoro presso la Banca centrale. Questo canale è, però, precluso nel caso dell'Unione europea, dove vige l'indipendenza tra la banca centrale e il governo. Per le banche. Tutte le banche autorizzate hanno conti operativi presso la banca centrale. I saldi di questi conti vengono usati a scopo di compensazione per le operazioni del mercato interbancario e rappresentano un canale per immettere moneta nell'economia. Per le banche centrali estere. La banca centrale tiene in deposito valuta di banche centrali estere come parte delle proprie riserve ufficiali, allo scopo di intervenire per influenzare l'andamento dei cambi. -È AGENTE DEL TESORO NELL’EMISSIONE DI TITOLI DEL DEBITO PUBBLICO: Ogni volta che il governo registra un disavanzo bilancio deve finanziarsi o con emissione di moneta o prendendo a prestito. La banca centrale, anche se indipendente dai governi, collabora alle emissioni di titoli del debito pubblico nazionale attraverso la banca centrale nazionale. -FORNISCE LA LIQUIDITÀ NECESSARIA ALLE BANCHE: La banca centrale cerca di assicurarsi che ci sia sempre un'offerta di liquidità che soddisfi la domanda da parte dei clienti delle banche, svolgendo funzione di prestatore di ultima istanza. -VIGILA ATTIVITÀ DELLE BANCHE E DELLE ALTRE ISTITUZIONI FINANZIARIE: La banca centrale consiglia le banche circa le modalità della propria gestione interna e svolge su di esse attività di ispezione, imponendo loro di mantenere un adeguato tasso di liquidità (la cosiddetta vigilanza prudenziale). -ATTUA LA POLITICA MONETARIA E DEL TASSO DI CAMBIO: Politica monetaria. Attraverso una gestione accurata dell'emissione e dell'acquisto di titoli del Tesoro e dei pronti contro termine, la banca centrale può influenzare i tassi di interesse e la quantità offerta di moneta. Politica del tasso di cambio. La banca centrale gestisce le riserve valutarie intervenendo sui mercati e influenzando l'andamento dei tassi di cambio. 3. L’offerta di moneta Per capire che cos'è incluso nella moneta, dobbiamo distinguere tra base monetaria e stock di moneta. La base monetaria è formata dal circolante (banconote e monete metalliche). È anche nota come “base monetaria in senso stretto” per distinguerla dall'offerta di base monetaria in senso ampio, che include anche i depositi in controcorrente. La base monetaria è un indicatore molto insoddisfacente dell'offerta effettiva di moneta, in quanto esclude la più importante fonte di liquidità, ovvero, i depositi bancari. In passato esistevano diverse misure della moneta, ciascuna delle quali includeva una diversa combinazione di questi conti. In molti paesi la misura più comune dell'offerta di moneta è la moneta in senso ampio, che include tutti i tipi di depositi. Per capire come l'offerta di moneta aumenta e diminuisce è necessario capire come si comportano le banche nella raccolta dei depositi. Esse applicano una copertura a riserva solo parziale dei depositi, reimpiegando buona parte dei depositi raccolti e dando, così, vita al fenomeno della moltiplicazione della moneta. 3.1. La moltiplicazione della moneta Per illustrare il processo di moltiplicazione dei mezzi monetari nella sua forma più semplice, assumiamo che le banche abbiano solo un tipo di passività (i depositi), e due tipi di attività (conti di tesoreria con la banca centrale e crediti verso i clienti). Le banche vogliono raggiungere un alto livello di redditività, mantenendo al tempo stesso una liquidità sufficiente. Assumiamo che debbano assicurare un adeguato livello di liquidità presso la banca centrale pari al 10% delle loro attività, quindi, la banca opera con un tasso di liquidità del 10%; il restante 90% sarà concesso in credito. Questo effetto è noto come “moltiplicatore della moneta” e, rappresenta, quindi, il rapporto tra l'offerta di moneta e la base monetaria; consentendo di legare la base monetaria della banca centrale con la quantità di moneta legale, detenuta sia sotto forma di circolante, che di depositi bancari. Ad esempio, con un coefficiente di riserva obbligatoria di 10%, il moltiplicatore monetario è pari a 10. Un aumento iniziale dei depositi di 10 miliardi fa aumentare i depositi e, quindi, la moneta di 100 miliardi. Quindi, il moltiplicatore della moneta è l'inverso del coefficiente di riserva obbligatoria. 4. LA DOMANDA DI MONETA Con l'espressione “domanda di moneta” ci riferiamo a quanta moneta un'economia desidera detenere, invece di spenderla nell'acquisto di beni, servizi, o di attività finanziarie. Si è soliti distinguere tre moventi, individuati da Keynes, che spingono gli individui a domandare moneta. - Il movente transnazionale. In quanto mezzo di scambio, la moneta è necessaria per effettuare transazioni. Gli individui ricevono redditi monetari solo a dati intervalli di tempo, ad esempio, mensilmente, mentre vogliono spendere tali redditi in modo continuo. - Il movente precauzionale. Poiché possono verificarsi circostanze impreviste, è una buona idea tenere moneta propria in più a disposizione, per precauzione. Anche le imprese detengono moneta a scopo precauzionale per far fronte all'incertezza circa le riscossioni dei crediti e il pagamento dei debiti. - Il movente speculativo. Se si mantiene parte della propria ricchezza in un conto in banca, si ottiene un tasso di interesse molto basso, ma non si va incontro al rischio di perdite sul valore dell'attività. Investendo, ad esempio, in azioni o obbligazioni, si ha un rendimento maggiore, ma si corre anche il rischio che il prezzo di tali titoli diminuisca e quindi, si possa subire una perdita. La moneta svolge, dunque, il ruolo di riserva di valore. 4.1.1. Saldo monetario attivo La moneta tenuta per movente transnazionale e precauzionale è nota come “saldo monetario attivo”, in quanto detenuta come mezzo di scambio. Tra le principali determinanti del saldo attivo distinguiamo: 1. Il livello del reddito nazionale, in quanto, maggiore è il reddito nazionale, maggiore sarà il valore degli acquisti e quindi, più elevata è la domanda di moneta. 2. La frequenza con cui si percepiscono i redditi dell'economia, dato che, quanto minore è tale frequenza, tanto maggiore sarà la quantità di moneta di cui si avrà bisogno a scopo transnazionale. 3. Il tasso di interesse, in quanto, con tassi di interesse maggiori, gli individui saranno incoraggiati a rischiare riducendo il saldo monetario attivo, per impiegarlo in attività finanziarie meno liquide ma che fruttano un interesse più elevato. 5. Equilibrio 5.1. L’equilibrio sul mercato della moneta Ci sarà equilibrio sul mercato della moneta quando la domanda di moneta è uguale all'offerta di moneta. L'equilibrio viene raggiunto attraverso variazioni del tasso di interesse. Se il tasso di interesse fosse superiore, gli individui aprirebbero troppa moneta rispetto a quella domandata e, quindi, la utilizzerebbero per acquistare obbligazioni, con un conseguente aumento del loro prezzo. Tale prezzo, però, è correlato inversamente al tasso di interesse. In tal modo, un prezzo maggiore delle obbligazioni corrisponderà a un loro minore tasso di rendimento. In seguito a diminuzioni del tasso di interesse, si avrà, invece, una riduzione dell'offerta di moneta e un aumento della domanda di moneta. Il tasso di interesse continuerà a diminuire fino a raggiungere l'equilibrio. Analogamente, se il tasso di interesse fosse inferiore, gli individui domanderebbero più moneta rispetto a quella che già hanno. 5.2. Il collegamento tra mercato della moneta e mercato dei beni Un aumento dell'offerta di moneta provoca un aumento della domanda aggregata che, a sua volta, determina la crescita del reddito nazionale. Vi sono due canali attraverso i quali l'aumento dell'offerta di moneta provoca un incremento della domanda: il primo attraverso variazioni del tasso di interesse e il secondo attraverso variazioni del tasso di cambio. IL MECCANISMO DI TRASMISSIONE DEL TASSO DI INTERESSE: Analizziamo il meccanismo di trasmissione che opera attraverso il tasso di interesse: 1. L'aumento dell'offerta di moneta porta a un eccesso di moneta; ciò provocherà un calo del tasso di interesse di equilibrio. Il tasso di interesse di equilibrio è dato dall'intersezione della curva di domanda di moneta con la nuova curva di offerta. 2. Questa diminuzione del tasso di interesse incoraggia le imprese a investire, essendo, ovviamente, conveniente e allo stesso tempo, incoraggia i consumatori a spendere. 3. L'effetto di queste variazioni nelle immissioni e nei prelievi è un aumento della domanda aggregata. IL MECCANISMO DI TRASMISSIONE DEL TASSO DI CAMBIO: I tassi di cambio vengono determinati dall'interazione tra domanda e offerta di valute. Se l'offerta di euro eccede la domanda di euro, il tasso di cambio diminuisce, quindi, l'euro si deprezza rispetto alle altre valute. Al contrario, se la domanda di euro è superiore all'offerta, il tasso di cambio dell'euro aumenta. In un regime di cambi flessibili, variazioni dell'offerta di moneta influiscono sulla domanda e sull'offerta di valuta e, quindi, anche sui tassi di cambio. Capitolo 10 – La politica economica Gli strumenti di cui si avvale la politica fiscale per influenzare la domanda aggregata di beni sono la spesa pubblica e l'imposizione fiscale. Una politica fiscale espansiva consiste in un aumento della spesa pubblica o in una riduzione delle imposte; il suo effetto è aumentare la domanda aggregata e dare luogo a un incremento del reddito nazionale. Una politica fiscale restrittiva, al contrario, consiste in una riduzione della spesa pubblica e in un aumento delle imposte. Formulando una determinata politica fiscale, un governo può influenzare il livello della domanda aggregata. Vari sono i motivi per cui vorrebbe farlo: In primo luogo, potrebbe voler evitare disequilibri rilevanti nell'economia: una politica fiscale espansiva può essere usata per prevenire una grave recessione. Analogamente, una politica fiscale restrittiva può essere usata per prevenire un'inflazione eccessiva. In secondo luogo, potrebbe voler ridurre le fluttuazioni dovute al ciclo economico. 1.1. Avanzi e disavanzi Per mettere in atto una politica fiscale espansiva sono necessari un aumento della spesa pubblica e una riduzione delle imposte, con un conseguente aumento del disavanzo o una contrazione dell'avanzo del bilancio pubblico. Si ha un disavanzo di bilancio quando in un periodo la spesa pubblica eccede le entrate fiscali al netto dei trasferimenti. Si ha, invece, un avanzo nel caso in cui le entrate fiscali superano la spesa pubblica. L'ammontare del disavanzo rappresenta il cosiddetto fabbisogno finanziario del settore pubblico. Dobbiamo, poi, effettuare un'importante distinzione: il disavanzo primario è la differenza tra spesa pubblica e tasse, mentre il disavanzo totale è dato dal disavanzo primario più il pagamento degli interessi. Analogamente, l'avanzo primario si riferisce alla differenza fra spesa pubblica ed entrate al netto del costo del debito pubblico, misurando la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato. 1.2. L’uso della politica fiscale in una certa misura, la spesa pubblica e le imposte fungono da stabilizzatori automatici dell'economia. Con gli stabilizzatori automatici non si possono evitare completamente le fluttuazioni, ma è possibile attenuarne l'ampiezza. Lo stato può decidere di variare il livello della spesa pubblica o le aliquote d’imposta. Questa pratica prende il nome di politica fiscale discrezionale. L'aumento della spesa pubblica in beni e servizi genererà un aumento del reddito nazionale, mentre, la riduzione delle imposte avrà un effetto minore sul reddito nazionale. L'efficacia della politica fiscale dipende da un insieme di fattori, che riguardano, ad esempio, - la precisione delle previsioni, infatti, quanto più precise sono le previsioni relative all'effetto sulla domanda aggregata di una politica fiscale, tanto più il governo sarà in grado di intervenire velocemente; -la misura in cui variazioni della spesa pubblica e delle imposte influenzano i prelievi e le immissioni del flusso circolare del reddito; -la scansione temporale degli effetti; è necessario, infatti, prevedere quando avranno luogo e quanto dureranno gli effetti della politica fiscale; -la misura in cui la politica fiscale ha effetti collaterali indesiderati; ecc. 1.4. Problemi di dimensione Prima di fissare un nuovo livello di spesa pubblica o di imposte, è necessario calcolare l'effetto di tali variazioni sul reddito nazionale, sull'occupazione e sull'inflazione. Le previsioni, tuttavia, sono spesso inaffidabili per una serie di ragioni. - Previsione degli effetti di variazioni della spesa pubblica: Un aumento della spesa pubblica pari a x euro può far aumentare le immissioni in misura inferiore a x euro. Ciò può accadere se l'aumento della spesa pubblica sostituisce in parte la spesa privata. Ad esempio, un aumento della spesa pubblica in istruzione potrebbe dissuadere i genitori dal far studiare i figli presso le scuole private. Quando l'aumento totale del flusso circolare del reddito è inferiore all'aumento della spesa pubblica vuol dire che è rilevante il fenomeno noto come “effetto spiazzamento”. -Previsione degli effetti di variazioni delle imposte: Una riduzione delle imposte, facendo aumentare il reddito reale disponibile delle famiglie, determina un incremento della spesa ma anche del risparmio. -Previsione dell'effetto sul reddito nazionale: Anche se il governo potesse prevedere l'effetto netto iniziale sui prelievi e sulle immissioni del flusso circolare del reddito, l'effetto finale sul reddito nazionale sarà difficile da prevedere, innanzitutto perché la dimensione del moltiplicatore può essere difficile da stimare e in secondo luogo perché gli investimenti indotti dall'acceleratore sono altrettanto difficili da stimare. La scarsità di investimenti indurrà, probabilmente, il fallimento della ripresa, riducendo l'efficacia dell'espansione fiscale. Il problema è, quindi, prevedere la reazione delle imprese a una variazione di politica fiscale. 1.5. Il problema del “timing” La politica fiscale può avere effetti ritardati nel tempo. Prima che il governo sia disposto a intraprendere un'azione deve riconoscere la natura del problema e studiarlo e questo non può essere immediato. Per pianificare deliberare una modifica delle imposte della spesa pubblica ci vuole tempo. Inoltre, occorrerà dell'altro tempo prima che gli effetti della misura approvata si manifestino nell'economia. Se i tempi diventano lunghi, la politica fiscale può anche essere meno utile di quanto programmato. Politiche fiscali espansive attuate per curare una recessione, in caso di ritardi, comincerebbero a produrre effetti solo a ripresa iniziata. In questo caso, sarebbero inappropriate e potrebbero peggiorare le pressioni inflazionistiche. Analogamente, politiche restrittive attuate per impedire espansioni eccessive potrebbero avere effetto solo quando l'economia sta entrando nella fase recessiva e in tal caso, esse, peggiorerebbero la recessione. 1.6. Effetti collaterali della politica fiscale L'obiettivo della politica fiscale è il controllo della domanda aggregata di beni. Tuttavia, possono verificarsi effetti collaterali poco desiderabili. - Inflazione da costi. Se l'inflazione aumenta, il governo può aumentare la pressione fiscale. Anche se ciò provoca una riduzione della domanda aggregata, un aumento delle imposte sui consumi e sul reddito delle imprese verrà, almeno in parte, scaricato sui consumatori, sottoforma di prezzi più elevati. - Benessere e giustizia distributiva. L'attuazione della politica fiscale può entrare in conflitto con vari programmi sociali. Il governo può voler introdurre tagli nella spesa pubblica per ridurre l'inflazione. I tagli si ripercuotono sulle persone relativamente svantaggiate, quelle che più dipendono dai beni pubblici. - Incentivi. Un aumento delle tasse sul lavoro potrebbe costituire un disincentivo all'impegno individuale. Gli individui possono sostituire il tempo libero al lavoro; potrebbe, però, accadere anche l'effetto opposto: di fronte a una maggiore pressione fiscale, gli individui potrebbero sentire la necessità di lavorare di più, per mantenere inalterato il proprio tenore di vita. Un'alternativa alla politica fiscale è la politica monetaria. Questa include misure che influiscono sull'offerta di moneta e sui tassi di interesse. 2. Politica monetaria Fino alla fine degli anni Sessanta, gli anni in cui maggiore era l'influenza dei keynesiani, la politica fiscale era considerata il migliore strumento per controllare l'economia, mentre la politica monetaria veniva utilizzata per evitare fluttuazioni eccessive del tasso di interesse. Tuttavia, negli anni Settanta, si determinò un'importante svolta. Il ritorno al successo della posizione liberista, (di cui il monetarismo costituisce la visione più radicale), si accompagnò a un crescente interesse per la moneta. Ulteriori fattori di crisi della visione keynesiana possono essere individuati nel fallimento nello spiegare l'insuccesso della curva di Phillips, infatti all'inizio degli anni 70, sia l’inflazione che la disoccupazione erano notevolmente aumentate; in un interesse crescente a livello accademico nei confronti dell'economia monetaria; e nell’ascesa della destra radicale a livello politico tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80. Nei primi anni 80 l'influenza della scuola monetaria raggiunse il suo apice. In molti Stati di tutto il mondo il controllo dell'inflazione divenne il principale obiettivo macroeconomico nel breve termine. Per raggiungerlo vennero messe in atto politiche monetarie severe che prevedevano la fissazione di un livello obiettivo (target) la crescita dell'offerta di moneta. Tuttavia, raggiungere il target previsto per l'aumento dell'offerta di moneta si era dimostrato piuttosto difficile. Il controllo dell'inflazione è rimasto un obiettivo primario per la politica monetaria e in anni recenti molte banche centrali hanno adottato politiche finalizzate a mantenere il tasso di inflazione entro un livello prefissato. La Banca centrale europea, divenuta operativa nel 1999, è indipendente dai governi degli Stati che hanno aderito all'unione monetaria ma anche dagli altri organi comunitari. Anche per la BCE lo scopo principale della politica monetaria è non superare un target per il tasso di inflazione, che è del 2%. La BCE, però, adotta una strategia di monetary targeting: utilizza come obiettivo intermedio il tasso di crescita dello stock di moneta, fissandone un valore pari al 2%. La politica monetaria va innanzitutto considerata nel suo ruolo nel breve termine, vale a dire realizzare come obiettivo il mantenimento entro un target prefissato del tasso di inflazione dell'offerta di moneta, cercando di stabilizzare le fluttuazioni del ciclo economico. Inoltre, generalmente, si vorrà evitare un aumento eccessivo dell'offerta di moneta nel lungo periodo: se l'offerta di moneta cresce troppo rapidamente, è probabile che l'inflazione sia elevata; mentre, nel caso in cui cresca in modo insufficiente è probabile che vi sia scarsità di credito e si verifichi una recessione. 2.1.1. Liquidità delle banche Tra le fonti principali della crescita della moneta evidenziamo che le banche scelgono di operare con un basso tasso di liquidità e ricorrono al prestito da parte del settore pubblico finanziario. La banca centrale può imporre un coefficiente di riserva minimo obbligatorio alle banche, che sia superiore a quello con cui essi decidono autonomamente di operare. L'effetto di un coefficiente di riserva minimo è evitare che le banche scelgano di abbassare eccessivamente il loro tasso di liquidità, creando in questo modo maggiore credito. Uno dei principali problemi di queste restrizioni è che le banche possono trovare un modo per aggirarle. Negli ultimi tempi, ad esempio, con le cartolarizzazioni, le banche avevano ridotto il loro tasso di liquidità. 2.1.2. Disavanzi pubblici L'effetto del fabbisogno finanziario del governo dovuto a disavanzi pubblici sull'offerta di moneta dipende dalle modalità con cui viene finanziato il deficit. Se è finanziato con operazioni di mercato aperto in cui la banca centrale acquista titoli dal sistema bancario, allora l'offerta di moneta aumenta. Se, invece, viene finanziato con aumento del debito attraverso nuove emissioni di titoli del debito pubblico collocati presso il settore privato, allora non vi è aumento dell'offerta di moneta. Se non c'è aumento dell'offerta di moneta, tuttavia, l'aumento della domanda di credito da parte del governo spiazzerà il credito al settore privato. Questo fenomeno è noto come effetto di spiazzamento degli investimenti del settore privato. Se il governo desidera ridurre la crescita della moneta e allo stesso tempo evitare lo spiazzamento, dovrà ridurre il suo fabbisogno finanziario. È, però, difficile, realizzare questa operazione se non si riduce anche la spesa pubblica. I tagli alla spesa pubblica sono impopolari e, inoltre, gran parte della spesa pubblica non può essere ridotta facilmente. Di conseguenza, il governo può essere costretto a non approvare nuovi stanziamenti, causando una riduzione degli investimenti pubblici in strade, case, scuole, ecc, con il risultato un notevole danno per l'economia. 2.2. Le misure di politica monetaria di breve periodo L'inflazione potrebbe essere lontana dall'obiettivo prefissato; oppure la banca centrale potrebbe voler cambiare gli obiettivi della sua politica. In questi casi vari sono gli strumenti utilizzabili, i quali, possono essere raggruppati in tre categorie di intervento; a) controllo dell'offerta di moneta; b) controllo dei tassi di interesse; c) razionamento del credito. Le politiche di razionamento del credito sono state oggi abbandonate dalla maggior parte degli Stati perché ostacolano la concorrenza e impediscono alle banche efficienti di espandersi. 2.3. Strumenti di controllo dell'offerta di moneta Sono quattro le operazioni che la banca centrale può adottare per controllare l'offerta di moneta; esse hanno una caratteristica importante in comune: comportano una variazione della liquidità del sistema bancario. - Operazioni di mercato aperto. È lo strumento più utilizzato e consiste in vendite o acquisti di titoli del debito pubblico da parte della banca centrale sul mercato. Le operazioni di mercato aperto non avvengono necessariamente in seguito a variazioni del fabbisogno finanziario del governo e possono essere meglio comprese nel contesto di un fabbisogno dato. Se la banca centrale vuole ridurre l'offerta di moneta, vende titoli sul mercato e chi li acquista dovrà pagare con moneta. - Prestiti alle banche da parte della banca centrale. In molti paesi la banca centrale è disposta a fornire moneta aggiuntiva alle banche. Controllando lo stock di moneta che è disponibile a concedere a tassi bassi, la banca centrale controlla le attività liquide delle banche e, di conseguenza, può contrarre l'offerta di moneta. O, al contrario, aumentare la liquidità concedendo più prestiti alle banche e a condizioni più vantaggiose. Il tasso “refi” applicato dalla banca centrale europea è, da questo punto di vista, il tasso di riferimento nell'unione monetaria europea e da vario tempo è stato fissato a zero. - Aumento della scadenza dei titoli del debito pubblico. La banca centrale può anche cercare di modificare il tasso di liquidità delle banche allungando la scadenza dei titoli del debito pubblico dei loro portafogli. Il saldo del sistema bancario con la banca centrale non cambia ma le banche si troveranno a detenere titoli del debito pubblico a più lunga scadenza e il grado di liquidità dei loro portafogli si ridurrà. - Riserva obbligatoria. Le banche sono obbligate a depositare una percentuale della loro raccolta in un conto vincolato presso la banca centrale. Tale deposito serve a costituire la cosiddetta riserva obbligatoria. Essa rappresenta un ammontare di denaro congelato che non può essere utilizzato senza il consenso della banca centrale. Tali i fondi sono, quindi, illiquidi. 2.4. Strumenti di controllo dei tassi di interesse Oggi l'approccio più comune di politica monetaria consiste nel controllare direttamente i tassi di interesse. La banca centrale annuncia una modifica nei tassi di interesse e la realizza mediante variazioni del tasso refi. Vediamo questa operazione più in dettaglio: supponiamo che la banca centrale voglia aumentare i tassi di interesse. In generale, la banca centrale cerca di sottrarre quanta più liquidità possibile alle banche commerciali. Questo accade automaticamente ogni giorno quando i pagamenti di imposte da parte dei clienti eccedono l'ammontare ricevuto dalle banche come spesa pubblica. Questo eccesso viene prelevato dalle banche e finisce sul conto del governo presso la banca centrale. Questo controllo sulla liquidità del sistema bancario può, quindi, essere usato come strumento per provocare variazioni dei tassi di interesse. I tassi di interesse rappresentano lo strumento preferito per controllare la massa monetaria ma la loro gestione presenta alcune difficoltà. I problemi si concentrano sulla natura della funzione della domanda di credito. Se la domanda di credito è anelastica relativamente al tasso di interesse, ogni tentativo di ridurla richiederà forti aumenti del tasso di interesse. Il problema sarà ancora più grave se la domanda di credito aumenta notevolmente. Elevati tassi di interesse possono infatti provocare alcuni problemi; ad esempio, possono scoraggiare l'investimento privato; sono politicamente impopolari; causano un generale aumento dei costi, ecc. Purtroppo la curva di domanda di moneta può spostarsi improvvisamente. La ragione principale è data dalle aspettative degli individui e dalla speculazione. È molto difficile per la banca centrale vedere in quale direzione si muoveranno le aspettative, in quanto, queste, dipendono dagli eventi politici internazionali e da eventi imprevedibili. Se la curva di domanda non è stabile, e se è anelastica, allora sarà molto difficile attuare politiche monetarie efficaci. Inoltre, la banca centrale dovrà attuare aggiustamenti frequenti e rilevanti dei tassi di interesse. Se la domanda di moneta è instabile e anelastica, è possibile che siano necessarie variazioni consistenti del tasso di interesse per determinare la variazione desiderata nella domanda aggregata di beni. Il ruolo della banca centrale europea: La Banca centrale europea, con sede a Francoforte, ha il compito di attuare la politica monetaria di quei paesi dell’Unione Europea che hanno aderito all’euro, ovvero 19 paesi su 27. Le banche centrali dei singoli paesi non sono, ovviamente, state abolite. Esse sono incaricate della produzione e della distribuzione degli euro, dell'attuazione della politica della banca centrale europea in merito ai mercati monetari e finanziari locali e svolgono incarichi di vigilanza sulle banche medio-piccole operanti sul proprio mercato locale. Il sistema comprendente la BCE e le banche centrali nazionali va sotto il nome di sistema europeo delle banche centrali. I due organi più importanti della BCE sono il Consiglio direttivo e il Comitato esecutivo. Il consiglio direttivo è formato dai membri del comitato esecutivo e dai governatori delle banche centrali di ciascun paese dell'Eurozona. Il ruolo del consiglio direttivo consiste nel decidere gli obiettivi principali della politica monetaria e vigilare sui risultati prodotti dalla politica stessa. Il consiglio direttivo è, dunque, il principale organo deliberante della BCE. Il comitato esecutivo è composto dal presidente della BCE, dal vicepresidente e da altri quattro membri. Il compito primario della BCE è di garantire la stabilità dei prezzi nell'Eurozona. L’obiettivo è un tasso di inflazione inferiore al 2%. La politica monetaria della BCE, inoltre, prevede un approccio a due pilastri per la stabilità dei prezzi. I due pilastri consistono in un'analisi degli sviluppi monetari e in un'analisi degli sviluppi economici. La BCE tenta di utilizzare i tassi di interesse al fine di mantenere la stabilità dei prezzi nell'Eurozona. La BCE fissa un rapporto minimo di riserva per depositi per le banche dell'eurozona, la cosiddetta riserva obbligatoria. Questo rapporto ha l'obiettivo di impedire prestiti eccessivi e di prevenire il bisogno di chiedere tali prestiti alla banca centrale o ad altre istituzioni finanziarie. Il rapporto minimo di riserva obbligatoria venne fissato al 2% , poi il coefficiente fu ridotto, nel 2012, all’1%, nel tentativo di stimolare il prestito bancario. La BCE è una delle banche centrali più indipendenti al mondo. Nonostante il suo presidente possa essere convocato davanti al Parlamento europeo, tale assemblea elettiva non ha alcun potere per influenzare le azioni della BCE. 3.La politica economica che agisce sulla domanda aggregata: discrezionalità o regole fisse? Dunque, sia la politica fiscale che la politica monetaria possono essere utilizzate per influenzare la domanda aggregata di beni. Essendo ormai, gli economisti, d'accordo sul fatto che tutti e due le suddette politiche possono essere efficaci e che, la soluzione migliore è data da una combinazione delle due, il dibattito macroeconomico si è spostato sulle modalità con cui si esercitano tali politiche. L'esempio di una regola fissa può essere quello del target per l'inflazione stabilito dalla banca centrale europea al 2%. Mentre i keynesiani sono più favorevoli alla politica discrezionale, monetaristi e liberisti sono favorevoli alle regole fisse. 4.Le politiche pubbliche dal lato dell'offerta su imprese e industrie Le politiche dal lato dell'offerta vengono raggruppate in due tipologie generali: politiche orientate al mercato e politiche interventiste. Le politiche orientate al mercato si focalizzano su metodi per liberare il mercato, come ad esempio, incoraggiare l'impresa privata e la concorrenza. Le politiche interventiste si focalizzano, invece, sui mezzi per contrastare i fallimenti del libero mercato e riguardano, ad esempio, la spesa pubblica per le infrastrutture, la formazione dei lavoratori e il sostegno finanziario per gli investimenti. Alcune politiche dal lato dell'offerta possono, però, congiungere elementi di entrambi i tipi, ad esempio, fornendo sostegno finanziario attraverso l'uso di sgravi fiscali. Tali politiche vengono definite come “la terza via” delle politiche dal lato dell'offerta. Il succo di queste politiche consiste nell'incoraggiare e premiare l'impresa e l'iniziativa individuale, e ridurre il ruolo del governo. Capitolo 11 – Il modello IS-LM 1. Il mercato dei beni e il ruolo del tasso di interesse Il tasso di interesse è una variabile economica molto importante che influenza la determinazione dell'equilibrio nei tre principali mercati che costituiscono il sistema macroeconomico nazionale e cioè il mercato dei beni, quello della moneta e quello delle obbligazioni. La rilevanza del tasso di interesse nel determinare il livello degli investimenti è tale che anche le imprese che dispongono di una quantità di denaro sufficiente a finanziare con mezzi propri gli investimenti, utilizzano il tasso di interesse come variabile di riferimento. In questo caso, dunque, il tasso di interesse, pur non rappresentando il vero e proprio costo dell'investimento, rappresenta un costo-opportunità per le imprese che devono decidere come utilizzare il proprio denaro tra due impieghi alternativi. È, inoltre, necessario, distinguere fra tasso di interesse reale e tasso di interesse nominale. Il tasso di interesse reale è uguale alla differenza fra tasso di interesse nominale e tasso di inflazione atteso. Tuttavia, ipotizzeremo che i prezzi siano costanti e uguali a 1 e, conseguentemente, porremo il tasso di inflazione uguale a 0. È, dunque, evidente che tanto più alto sarà il tasso di interesse, tanto più alto sarà il costo dell'investimento, e tanto meno le imprese saranno propense a realizzare tali investimenti. Dato che gli investimenti sono una componente della domanda aggregata, l'equilibrio sul mercato dei beni diviene, dunque, dipendente dal tasso di interesse. Abbiamo visto come, mentre l'offerta di moneta viene determinata dalla banca centrale, la domanda di moneta, che è espressione delle scelte degli operatori, dipende in gran parte dal reddito e in parte dal tasso di interesse. ancora una volta, il tasso di interesse rappresenta il costo-opportunità per i risparmiatori di tenere moneta in forma liquida. Maggiore è il tasso di interesse e meno propensi saranno i risparmiatori a detenere la propria ricchezza in forma liquida, in quanto, più elevati saranno gli interessi a cui essi devono rinunciare. Dunque, il raggiungimento dell'equilibrio sul mercato della moneta dipenderà, oltre che dal livello del reddito nazionale, anche dal tasso di interesse. La moneta che non viene detenuta dagli operatori in forma liquida verrà da questi impiegata in attività finanziarie meno liquide. Il vantaggio di detenere tali attività è la redditività; gli svantaggi, invece, sono due: il primo è la relativa illiquidità (cioè la loro non immediata trasformabilità in potere di acquisto spendibile per acquistare beni e servizi); il secondo consiste nell'incertezza relativa al valore di tali attività finanziarie e quindi, nel rischio assunto da chi decide di detenerle. Le attività finanziarie, che nomineremo genericamente “obbligazioni”, dopo la loro emissione vengono vendute e comprate in un mercato, ipotizzato di concorrenza perfetta, in cui l'equilibrio fra domanda e offerta è assicurato da mutamenti del prezzo. Gli operatori tenderanno, dunque, a comprare obbligazioni quando il loro prezzo sarà considerato basso e a vendere obbligazioni quando il loro prezzo sarà considerato alto. Ccome nel mercato dei beni, anche nel mercato delle attività finanziarie il mezzo di transizione è costituito dalla moneta e, dunque, ogni qualvolta un operatore compra un titolo cede moneta, mentre ogni qualvolta vende un titolo, domanda moneta. Le obbligazioni sono contraddistinte da quattro parametri fondamentali: il valore nominale, l'interesse nominale, il tasso di interesse effettivo e il prezzo (o quotazione). Il valore nominale è la somma di denaro che il soggetto che emette l'obbligazione si impegna a restituire alla scadenza della stessa. L'interesse nominale è quella somma che viene fissata dal soggetto che emette l'obbligazione al momento dell'emissione, per remunerare il creditore dopo un certo periodo di tempo. La quotazione dell'obbligazione è il prezzo espresso dal mercato. Per rappresentare in maniera sintetica l'equilibrio esistente su questi tre mercati è necessario utilizzare un risultato centrale della teoria economica noto come “legge di Walras” e un apparato analitico denominato “modello IS-LM”. Il termina IS-LM deriva dalle abbreviazioni delle condizioni di equilibrio sul mercato dei beni (I = S: investimento uguale a risparmio) e della moneta (L = M: liquidità, o domanda di moneta, uguale a offerta di moneta). 2. Il mercato dei beni e la curva IS Il mercato dei beni è caratterizzato da una struttura imperfettamente concorrenziale, prezzi fissi e aggiustamenti all'equilibrio realizzati tramite variazioni di quantità. Tali aggiustamenti, saranno generalmente lenti e graduali. Dal momento che vale il principio della domanda effettiva, è la domanda a stabilire il livello di attività economica, mentre l'offerta si adegua ad essa. L'IS-LM è uno dei modelli più utilizzati nell'insegnamento della macroeconomia. Il modello venne sviluppato nel 1937 dall'economista britannico John Hicks come strumento per sintetizzare la teoria di John Maynard Keynes. È necessario tenere presente che questo modello si riferisce al breve periodo, cioè ad un periodo sufficientemente breve da non permettere variazioni significative della popolazione attiva e del livello dei prezzi. Il modello, come facilmente intuibile dal nome, è composto da due curve: la curva IS e la curva LM. La curva IS La curva Investment-Saving (Investimento-Risparmio), in breve IS, rappresenta l'insieme dei punti nei quali il mercato dei beni è in equilibrio, ossia la produzione di beni è uguale alla domanda. Possiamo scrivere l’equazione (IS) Y = C + I (r) + G dove Y rappresenta la produzione dell'economia, C il consumo, I l'investimento e G la spesa del governo; r è il tasso d’interesse. Una delle assunzioni su cui si basa questo modello, infatti, è che tutto il risparmio, pubblico e privato, sia investito: in altre parole, il risparmio è uguale all'investimento. Rappresentiamo la curva IS in un piano, in cui poniamo in ascissa la produzione Y e in ordinata il tasso r d’interesse. Fondamentale per rappresentare la curva IS è chiarire la relazione fra investimento e produzione. L'investimento I dipende in maniera inversamente proporzionale dal tasso di interesse: maggiore è il costo di prendere in prestito il denaro, minore sarà l'investimento effettuato e quindi minore sarà la produzione. Difatti, r rappresenta il costo del denaro. Siccome lungo questa curva il mercato dei beni è in equilibrio, la sua equazione deve sempre essere soddisfatta. Per fare un esempio, ad un aumento della spesa pubblica dovrà corrispondere un aumento della produzione. Nel caso di produzione in eccesso, il mercato dei beni non sarebbe in equilibrio, in quanto la produzione supererebbe la domanda. Un aumento del tasso di interesse farà sì che per rendere denaro in prestito, diventi più costoso. 3. Il mercato della moneta e la curva LM Si assume che il mercato delle attività finanziarie (obbligazioni) sia perfettamente concorrenziale, caratterizzato da una miriade di individui che operano sia dal lato della domanda che dell'offerta. I prezzi delle obbligazioni risultano, quindi, pienamente flessibili e permettono, attraverso variazioni, aggiustamenti verso l'equilibrio praticamente istantanei. La curva LM Passiamo ora alla seconda metà del modello, la curva Liquidity-Money (ovvero Liquidità-Moneta), abbreviata in LM. Così come la curva IS rappresenta tutti i punti di equilibrio sul mercato dei beni, la curva LM rappresenta tutti i punti di equilibrio sul mercato finanziario, ovvero i punti in cui la domanda di moneta è uguale all'offerta di moneta: (LM) M = L(r, Y) dove M rappresenta l'offerta di moneta e L una funzione che descrive la domanda di liquidità, in funzione del tasso di interesse r e della produzione Y. L'idea alla base della curva LM è che la domanda di moneta sia direttamente proporzionale alla produzione (ad esempio, se si è più ricchi e si vuole fare più acquisti è necessario avere più contante per pagare). Il tasso d'interesse, come già detto in precedenza, rappresenta il costo della moneta. L'offerta di moneta è mantenuta ad un certo livello dalla banca centrale. Analogamente a quanto detto per la curva IS, un aumento dell'offerta di moneta porterà la curva LM a spostarsi verso destra (viceversa, una riduzione dell'offerta di moneta sposterà la curva verso sinistra). L'intersezione fra la curva IS e la curva LM rappresenta il punto di equilibrio dell'economia nel suo insieme, essendo in equilibrio sia i mercati dei beni che i mercati finanziari. Il modello IS-LM ci permette di mostrare facilmente le conseguenze nel breve periodo di alcune politiche economiche. 4. Equilibrio e disequilibrio macroeconomico La legge di Walras ci consente di affermare che, in un'economia composta da tre mercati, se due di essi sono in equilibrio, allora anche il terzo lo sarà necessariamente. Dunque, condizione necessaria e sufficiente perché vi sia equilibrio in tutti i mercati della nostra economia è che ci sia una combinazione di reddito e tasso di interesse tale per cui i mercati dei beni e della moneta siano simultaneamente in equilibrio. Anche in questo caso è possibile utilizzare sia il metodo grafico sia quello analitico. Dal punto di vista analitico, individuare l'equilibrio significa trovare la soluzione simultanea di due equazioni, le cui incognite sono il tasso di interesse e la produzione dell'economia. Ora vi sono due tipi distinti di politica economica che possono influire sulla determinazione del reddito di equilibrio e cioè: la politica fiscale, che opera attraverso variazioni della spesa pubblica e la politica monetaria, che opera attraverso variazioni dell'offerta di moneta. Per individuare graficamente l'equilibrio macroeconomico dobbiamo trovare un punto nel piano che appartenga sia alla retta IS, sia alla retta LM. In altre parole, dobbiamo trovare il punto di intersezione tra le due curve. Tale punto, insieme alle funzioni IS e LM ci permette di individuare quattro regioni caratterizzate dall’essere contemporaneamente in disequilibrio, sia sul mercato dei beni che su quello della moneta. Appurata l'esistenza dell'equilibrio macroeconomico, dobbiamo provarne la stabilità, cioè la capacità del sistema economico di tendere spontaneamente verso l'equilibrio. Esaminiamo, allora, quali sono le forze che assicurano questo movimento spontaneo del sistema verso l'equilibrio. Il reddito offerto aumenta quando c'è eccesso di domanda di beni e diminuisce quando c'è eccesso di offerta di beni attraverso le reazioni delle imprese alle variazioni delle scorte. Il tasso di interesse aumenta quando c'è eccesso di domanda di moneta e diminuisce quando c'è eccesso di offerta di moneta. La spiegazione di questo fenomeno è un po’ più articolata. Quando c'è eccesso di domanda di moneta, tale eccesso deve essere soddisfatto attraverso una vendita di obbligazioni. Sul mercato delle obbligazioni si creerà, dunque, un eccesso di offerta. Al contrario, quando c'è eccesso di offerta di moneta, tale eccesso verrà impiegato nell'acquisto di obbligazioni. Su tale mercato si creerà, quindi, un eccesso di domanda che farà salire il prezzo. Riflettendo sulle quattro ragioni specificate e sulle due leggi di movimento che governano reddito e tasso di interesse, è facile vedere che in qualunque punto del piano si trovi l'economia, essa tenderà spontaneamente a raggiungere l'equilibrio individuato dall'intersezione delle curve IS e LM. L'equilibrio macroeconomico individuato dall'intersezione della IS e della LM, può, tuttavia, non coincidere con la piena occupazione dei fattori produttivi. Per questo motivo è possibile, allora, che l'operatore pubblico intervenga attraverso appropriate politiche economiche che spostano l'equilibrio al fine di raggiungere l'obiettivo di reddito richiesto, avvicinandosi alla piena occupazione della forza lavoro. 5. Politiche fiscali e monetarie 5.1. Politiche fiscali ed effetto spiazzamento Attraverso la politica fiscale, il governo agisce sulla domanda aggregata di beni. L'aumento di una qualsiasi componente esogena della domanda aggregata sposta la curva IS parallelamente a sé stessa, verso destra. ma né il consumo di sussistenza né la componente autonoma degli investimenti possono essere modificati dall'operatore pubblico. È invece prerogativa propria dell'operatore pubblico stabilire l'entità della spesa pubblica. L'effetto spiazzamento è un fenomeno economico in base al quale il soddisfacimento della domanda pubblica implica la riduzione del soddisfacimento della domanda privata. Ad esempio, l'aumento della spesa pubblica provoca la riduzione della spesa privata; ciò accade, in particolar modo, in una situazione di piena utilizzazione delle risorse, ma può comunque presentarsi anche in un equilibrio di non piena occupazione. Esaminiamo la catena di eventi determinati da una politica fiscale espansiva. Siccome la spesa pubblica è una componente della domanda aggregata di beni, cresce questa domanda aggregata. Di conseguenza, per raggiungere l'equilibrio sul mercato dei beni, deve crescere anche il reddito offerto ma un aumento di reddito fa crescere la domanda di moneta a scopo transnazionale e precauzionale. La maggior domanda di liquidità, deve venir soddisfatta dagli operatori attraverso la vendita di obbligazioni. Sul mercato delle obbligazioni si crea, dunque, un eccesso di offerta che determina la diminuzione delle quotazioni e l'innalzamento del tasso di interesse. Ma, nel momento in cui gli investimenti sono inversamente legati al tasso di interesse, ciò provoca una diminuzione della domanda aggregata di beni e del reddito di equilibrio. L'effetto spiazzamento produce, dunque, una diminuzione dell'effetto moltiplicativo generato da un aumento della domanda aggregata esogena. L'effetto spiazzamento sarà tanto maggiore quanto più la curva IS è piatta e quanto più la LM è inclinata. Al contrario, tanto più inclinata è la IS e tanto più piatta è la LM, tanto più l'effetto spiazzamento è piccolo e la politica fiscale è efficace. 5.2. Politiche monetarie e trappola della liquidità Occupiamoci ora delle politiche che agiscono sul mercato della moneta. Abbiamo visto che nella LM esiste una sola variabile esogena, cioè, l'offerta di moneta. Proprio l'offerta di moneta costituisce la variabile su cui agisce la banca centrale. Abbiamo anche visto come un aumento dell'offerta di moneta determini uno spostamento verso destra della LM. Tale spostamento è deciso dalla banca centrale e può essere attuato attraverso quattro strumenti: l'aumento della base monetaria, la riduzione del tasso di sconto, la riduzione del coefficiente di riserva obbligatoria o le operazioni di mercato aperto di acquisto di titoli. In questo caso non importa tanto quale strumento verrà utilizzato quanto il tipo di politica monetaria che verrà perseguito: se espansiva o restrittiva. 5.3. Coordinamento della politica monetaria e fiscale Nel momento in cui l'aumento del reddito produce una crescita della domanda di moneta, questa viene soddisfatta da un aumento dell'offerta di moneta. In questo modo non vi è incremento del tasso di interesse dovuto alla vendita di obbligazioni e, quindi, non c'è effetto negativo sugli investimenti privati e sul livello del reddito di equilibrio. L'effetto spiazzamento viene, dunque, neutralizzato con una politica monetaria espansiva definita “accomodante”. Esiste però un caso in cui la politica monetaria è uno strumento totalmente inefficace nel determinare il reddito di equilibrio in un sistema economico. tale caso è denominato da Keynes “trappola della liquidità” Questo nome designa una situazione in cui il tasso di interesse è pari a 0 e gli operatori sono disposti a detenere in forma liquida qualsiasi quantità di moneta venga offerta. in tal caso non resta che utilizzare la politica fiscale, data l'inesistenza dell'effetto spiazzamento. 6. Keynesiani e monetaristi: il ruolo dello stato nell’economia Attraverso il modello IS-LM è possibile rappresentare, sia pure con notevoli semplificazioni, due concezioni della macroeconomia che costituiscono le due posizioni estreme del dibattito macroeconomico: quelle keynesiana e quella monetarista (o liberista). 6.1. La visione keynesiana Il modello keynesiano trova una sua raffigurazione all'interno dello schema IS-LM allorché gli investimenti siano relativamente insensibili al tasso di interesse e l'economia si trovi nel caso di trappola della liquidità. In questo caso la politica monetaria è totalmente inefficace e l'unica possibilità di intervento sul reddito equilibrio è attraverso una politica fiscale che influisca sulla domanda aggregata di beni. È anche evidente che gli spostamenti della curva IS esercitano, attraverso l'effetto del moltiplicatore, tutto il loro effetto sul reddito di equilibrio. Ciò equivale a dire che la politica fiscale è massimamente efficace. Secondo la visione keynesiana, dunque, lo strumento principe di intervento dell'operatore pubblico nell'economia è rappresentato dalla politica fiscale. Tale politica può anche essere usata per ridurre le fluttuazioni cicliche che caratterizzano l'evoluzione dei sistemi economici, a patto che siano prevedibili. 6.2. La visione monetarista il caso opposto e quella monetarista (o liberista) in cui si assume che la domanda di moneta sia totalmente insensibile al tasso di interesse, mentre gli investimenti siano molto sensibili al tasso di interesse. In questo caso, la politica fiscale è totalmente inefficace, mentre, ogni variazione dell'offerta di moneta ha il massimo effetto sul reddito, ammesso che questo non sia già al livello di piena occupazione. In una situazione di questo tipo, qualsiasi spostamento della IS non produce alcun mutamento del reddito di equilibrio ma solo del tasso di interesse. In particolare, ogni manovra fiscale espansiva provocherà soltanto l'innalzamento del tasso di interesse. In questo caso si può, dunque, parlare di un effetto spiazzamento completo. Per i monetaristi l'unica possibilità per ottenere una variazione della domanda aggregata di beni è attraverso un aumento dell'offerta di moneta. Ma, valendo la legge di Say, l'economia si trova sempre nelle vicinanze della piena occupazione e, quindi, un aumento della domanda aggregata genererebbe soltanto un aumento dei prezzi. ECONOMIA INTERNAZIONALE Capitolo 12 – Il commercio internazionale e la globalizzazione Il commercio internazionale può generare benefici in tutti i paesi che vi partecipano. Il libero scambio, tuttavia, può creare problemi in alcuni paesi. Per questo molti sono favorevoli a forme di protezionismo: i lavoratori del tessile in Italia, ad esempio, possono sentirsi minacciati dalle importazioni di prodotti tessili a basso costo provenienti dall'Asia. Un passo verso la liberalizzazione del commercio è stato compiuto negli ultimi anni con accordi regionali firmati da un numero circoscritto di paesi. Alcuni esempi sono dati dall'Unione europea e dal North American Free Trade Agreement (NAFTA) 1. L'interdipendenza globale Oggi viviamo in un mondo caratterizzato da forti interdipendenze. La solidità economica di un paese e le politiche economiche in esso attuate hanno un'importante influenza sulle economie degli altri paesi. A loro volta, i problemi che si manifestano in una parte del globo, quindi, si diffondono come un contagio alle altre parti. A livello economico, sono due i principali canali attraverso cui questo processo di globalizzazione influenza le singole economie. Il primo è rappresentato dal commercio e il secondo dai mercati finanziari. 1.1. L'interdipendenza derivante dal commercio Finché le nazioni commerciano le une con le altre, le politiche economiche di un paese avranno conseguenze su tutti quelli con cui intrattiene rapporti di scambio. Quanto più un'economia è aperta tanto più sarà vulnerabile a variazioni nel livello di attività economica nel resto del mondo. Questo problema è particolarmente acuto se uno stato dipende pesantemente dagli scambi che intrattiene con un altro stato. 1.2. L'interdipendenza finanziaria Se il commercio internazionale è aumentato in modo rapido negli ultimi trent'anni, i flussi finanziari internazionali sono aumentati ancora più rapidamente. Ogni giorno migliaia di miliardi di dollari di attività finanziarie sono scambiati nelle borse internazionali. Molte di queste transazioni sono rappresentate da flussi finanziari a breve termine. Anche questo contribuisce a rendere i paesi maggiormente interdipendenti tra loro. L'interdipendenza finanziaria influisce significativamente non solo sulle istituzioni finanziarie internazionali, ma anche sulle diverse economie nazionali. Anche a causa di tale interdipendenza sa sono necessarie risposte globali. 1.3. Una risposta globale di politica economica A causa delle interdipendenze legate agli scambi commerciali e finanziari, l'economia mondiale è soggetta a fluttuazioni periodiche dell'attività economica. Per questo, i diversi paesi tenderanno a condividere problemi e preoccupazioni in un processo di cooperazione internazionale multilaterale. I paesi si riuniscono in gruppi ristretti come il G8 (il gruppo degli otto), costituito dai più importanti paesi industrializzati (Stati Uniti, Giappone, ehh Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada, a cui nel 1997 si è aggiunta anche la Russia) o, in gruppi più numerosi come il G20, di cui fanno parte, oltre ai paesi che compongono il G8, anche altri paesi industrializzati e le economie emergenti più importanti come Cina, India Brasile, ad esempio. L'interdipendenza globale, inoltre, solleva importanti domande sul ruolo di organizzazioni internazionali, quali il Fondo monetario internazionale (FMI) e l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). L’obiettivo del FMI è promuovere la crescita globale e la stabilità, aiutare i paesi che attraversano difficoltà economiche e sostenere le economie in via di sviluppo. Il ruolo dell’OMC incoraggiare la liberalizzazione degli scambi. 2. I vantaggi del libero scambio Più del 50% delle esportazioni mondiali di beni è assegnato a 10 paesi. Nel 2020 i tre maggiori esportatori sono stati nell'ordine: Cina, Stati Uniti e Germania. 2.2. La specializzazione come fondamento del commercio Le imprese si specializzano nella produzione di determinati beni in modo da sfruttare i vantaggi che derivano dalle economie di scala, dalle abilità manageriali e dall'incremento della produttività e delle abilità dei lavoratori. La specializzazione consente alle imprese di trarre benefici dalla loro particolare localizzazione o dalla proprietà di un particolare bene capitale o di un'altra attività di cui dispongono. Con i flussi di cassa in entrata dovuti alle vendite, le imprese acquistano da altre imprese i beni intermedi necessari per il processo produttivo e assumono la manodopera di cui hanno bisogno. Anche i paesi si specializzano; ciascuno produce alcuni beni in quantità maggiore di quella che consuma e tale eccedenza viene esportata. I ricavi delle esportazioni vengono utilizzati anche per acquisire beni prodotti all'estero la cui produzione interna non è sufficiente a soddisfare la domanda. ogni paese deve specializzarsi nella produzione dei beni per i quali ha un vantaggio comparato. 2.2.1. La legge dei vantaggi comparati i paesi hanno diverse dotazioni di fattori produttivi, ad esempio, diversa densità di popolazione, diverse abilità dei lavoratori, clima diverso, materie prime diverse, ecc. Ogni paese, quindi, differisce dagli altri per la capacità di produrre e offrire i diversi beni. Ciò equivale a dire che, il costo di produzione di una determinata quantità di un bene varia da un paese all'altro. Alla base del commercio internazionale ci sono proprio queste differenze nei costi-opportunità. A questo punto è bene distinguere tra vantaggio assoluto e vantaggio comparato. 2.2.2. Vantaggio assoluto Un paese ha un vantaggio assoluto nella produzione di un bene rispetto ad un altro paese quando può produrlo utilizzando meno risorse di quest'ultimo. Se In Italia si può produrre vino con meno risorse di quelle che occorrono al Regno Unito e se nel Regno Unito è possibile produrre gin con meno risorse di quelle che occorrono all'Italia, allora, si dice che quest'ultima ha un vantaggio assoluto nella produzione di vino, mentre il Regno Unito ha un vantaggio assoluto nella produzione di gin. i costi complessivi di produzione, per qualsiasi quantità prodotta, vengono minimizzati se ogni paese si specializza nella produzione del bene per cui ha il vantaggio assoluto, scambiando in seguito tale prodotto con l'altro paese. Così entrambi i paesi traggono un beneficio dallo scambio. 2.2.3. Vantaggio comparato Tuttavia, il commercio tra due paesi può essere vantaggioso anche se uno dei due produce tutti i beni impiegando meno risorse dell'altro, a condizione che l'efficienza relativa con cui i beni possono essere prodotti sia diversa. Consideriamo un paese industrializzato che è in assoluto più efficiente di uno in via di sviluppo nella produzione sia di grano sia di stoffa. Nonostante il paese industrializzato abbia un vantaggio assoluto nella produzione di entrambi i beni, il paese in via di sviluppo ha un vantaggio comparato nella produzione di grano, mentre, quello industrializzato ha un vantaggio comparato nella produzione di stoffa. Ciò è dovuto al fatto che nel paese in via di sviluppo il grano è relativamente meno costoso in termini di stoffa di quanto non lo sia nel paese industrializzato: infatti, solo 1 metro di stoffa deve essere sacrificato per produrre 2 chili di grano; mentre, nel paese industrializzato, si deve rinunciare alla produzione di 8 metri di stoffa per ottenere 4 chili di grano. In altre parole, il costo-opportunità della stoffa è quattro volte più grande nel paese in via di sviluppo che in quello industrializzato. D'altro canto, la produzione di stoffa è relativamente più economica nel paese industrializzato. Quindi, il costo-opportunità della stoffa in termini di grano nel paese in via di sviluppo è pari a quattro volte quello del paese industrializzato. Se i paesi vogliono trarre benefici dal commercio internazionale, è opportuno che ciascuno esporti il bene per cui ha un vantaggio comparato e importi quello per cui ha uno svantaggio comparato. Possiamo, dunque, formulare la legge dei vantaggi comparati, secondo la quale, se in due paesi i costi-opportunità della produzione di due beni sono diversi, allora entrambi possono trarre benefici dal reciproco scambio se ciascuno si specializza nella produzione del bene il cui costo-opportunità è minore rispetto all'altro paese. 2.3. I benefici del commercio dovuti ai vantaggi comparati Probabilmente i prezzi dei due beni rifletteranno il loro costo-opportunità. A meno che non vi siano mercati estremamente imperfetti. Il rapporto di scambio effettivo dipende dal prezzo relativo di grano e stoffa che si determina dopo lo scambio. A loro volta i prezzi di grano e stoffa dipendono dalla domanda e dall'offerta totale dei due beni. Potrebbe accadere che il rapporto di scambio effettivo sia più vicino a quello di un paese piuttosto che a quello dell'altro; ciò ci suggerisce che i benefici del commercio internazionale non sono necessariamente uguali nei due paesi. Limiti alla specializzazione produttiva: È probabile che i paesi si trovino a fronteggiare costi-opportunità crescenti per raggiungere un'estrema specializzazione produttiva. All'aumentare del grado di specializzazione nella produzione di un particolare bene, si dovrà ricorrere a risorse sempre meno adatte alla produzione di quel bene, risorse che potrebbero essere utilizzate in modo più proficuo nella produzione di altri beni. Quindi, se si decide di continuare a produrre il bene in questione, si dovranno sacrificare quantità crescenti di altri beni. Ad esempio, se un paese si specializza sempre di più nella produzione di grano, alla fine dovrà utilizzare un tipo di terra che è poco adatto alla sua coltivazione. Questi costi crescenti all'aumentare del grado di specializzazione conducono alla scomparsa del vantaggio comparato iniziale. Quando si raggiunge questa situazione non c'è più ragione di specializzarsi. 2.4. Altri vantaggi del commercio internazionale - Costi medi decrescenti. Anche se inizialmente tra due paesi non ci sono differenze di costi comparati, sarà proficuo per entrambi specializzarsi nella produzione di un bene, e poi effettuare lo scambio. Non appena compaiono le economie di scala, emergono anche le differenze nei costi comparati e quindi, ciascun paese godrà di un vantaggio comparato nel settore in cui si è specializzato. -Differenze nella domanda. Anche in assenza di diversi costi-opportunità e di economie di scala, il commercio internazionale può portare vantaggi ad entrambi i paesi. Se gli abitanti del paese A preferiscono la carne di manzo a quella di agnello, e quelli del paese B preferiscono l'agnello al manzo; invece di specializzarsi nella produzione di un solo bene, potrebbe essere meglio produrre tutti e due i tipi di carne ed esportare quella che piace meno per importare quella che piace di più. -Aumento della concorrenza. Se un paese è aperto al commercio con l'estero, la concorrenza dei prodotti importati stimola una maggiore efficienza delle imprese domestiche. Questo aumento di concorrenza può impedire a monopolisti e oligopolisti di praticare prezzi elevati; può stimolare un maggiore in investimento in ricerca e sviluppo; può incrementare la varietà dei beni disponibili, ecc. -Il commercio internazionale come motore della crescita. È probabile che in un'economia mondiale in crescita, la domanda per le esportazioni di un paese aumenti nel tempo. Ciò fornirà uno stimolo alla crescita del paese esportatore. -Vantaggi non economici. Possono esserci anche vantaggi politici, sociali e culturali associati alla creazione e allo sviluppo di legami commerciali tra paesi. 3.Gli argomenti contro il commercio internazionale: il protezionismo Tuttavia, osserviamo che, spesso, alcuni paesi creano delle barriere al commercio internazionale; questo perché il commercio da luogo anche a costi e non solo a benefici. I possibili strumenti per limitare gli scambi internazionali sono: - tariffe doganali; - restrizioni alla quantità importabile di determinati beni; - concessione di sussidi alla produzione nazionale di alcuni beni; - una regolamentazione amministrativa finalizzata a ostacolare le nostre importazioni. In alternativa, gli Stati possono agevolare le imprese nazionali concedendo loro sussidi alle esportazioni, dando, quindi, loro la possibilità di praticare dumping. Esso consiste nel vendere i propri beni a un prezzo estremamente basso sui mercati internazionali, facendo leva sul sussidio percepito. 3.1. Gli argomenti a favore delle restrizioni al commercio - Il problema delle industrie nascenti. Ogni paese può avere settori di produzione relativamente nuovi che, se sviluppati, potrebbero rappresentare un vantaggio comparato. Ciò può verificarsi con maggiore facilità nei paesi in via di sviluppo. Queste industrie sono ancora troppo piccole per poter sfruttare le economie di scala; i lavoratori sono ancora relativamente inesperti; vi è carenza di strutture, ecc. Se non ci fossero misure di protezione, queste industrie nascenti potrebbero non sopravvivere alla concorrenza estera. Le misure di protezione, invece, consentono alle industrie di recente costituzione di espandersi e diventare più efficienti. - Ridurre la necessità di beni dal potenziale dinamico limitato. Tradizionalmente molti paesi in via di sviluppo sono esportatori di beni primari. Tuttavia, la domanda mondiale di tali generi è anelastica rispetto al reddito, per cui cresce piuttosto lentamente. In tali casi, il commercio internazionale non costituisce un motore per la crescita. Al contrario, se induce le economie nazionali a mantenere la specializzazione nella produzione di beni primari, può impedire lo sviluppo di industrie manifatturiere. - Prevenire il dumping e altre pratiche scorrette nel commercio internazionale. Un paese può sostenere il dumping delle proprie imprese sussidiando le loro esportazioni. In questa situazione si potrebbe trarre beneficio dall'imposizione di tariffe da parte degli importatori che controbilanciano i sussidi alle esportazioni. Inoltre, si può sostenere che un paese ha il diritto di difendersi dalle restrizioni poste da altri paesi alle proprie esportazioni. Nel breve periodo è probabile che entrambi i paesi siano penalizzati da un simile atteggiamento protezionistico a causa della contrazione degli scambi. - Prevenire la formazione di un monopolio straniero. La concorrenza estera può fare uscire dal mercato i produttori interni. In questo modo, l'impresa straniera, una volta diventata monopolista, potrebbe praticare prezzi molto elevati. Il problema può essere affrontato o restringendo le importazioni o concedendo sussidi ai produttori nazionali. - Difendersi dal rischio di fluttuazioni sui mercati. Un'economia con un grado di specializzazione elevata è particolarmente soggetta alle fluttuazioni del mercato mondiale. - Ridurre l'influenza del commercio sui gusti dei consumatori. Le multinazionali, mediante la pubblicità e altre forme di promozione, possono influenzare i gusti dei consumatori; di conseguenza, alcune restrizioni al libero scambio possono essere giustificate se finalizzate alla riduzione di questa sovranità del produttore. - Evitare le importazioni di beni nocivi. Un paese può decidere di bandire o limitare l'importazione di particolari beni, quali droga, materiale pornografico o animali esotici. - Correggere le esternalità. Il prezzo dei beni scambiati tende a riflettere i costi privati. In realtà, i beni importati ed esportati potrebbero dare luogo ad alcune esternalità. L'estrazione di alcuni minerali destinati alle esportazioni potrebbe danneggiare seriamente la salute dei minatori; la produzione di prodotti chimici potrebbe causare inquinamento e così via. 3.2. I problemi legati al protezionismo Le politiche protezionistiche provocano un innalzamento dei prezzi e una restrizione della scelta dei beni disponibili. Ma, oltre a questi costi diretti, pongono anche altri problemi. Alcuni sono una diretta conseguenza del protezionismo, altri sono legati alla reazione degli altri paesi alle misure messe in atto. - Protezionismo come “second best”. Molti degli argomenti a favore del protezionismo ricalcano quelli a favore dell'intervento pubblico nell'economia. Tuttavia, non è detto che il protezionismo rappresenti il modo migliore di intervenire, dal momento che ha effetti collaterali indesiderati. Può esistere una forma più diretta di intervento che non dà origine a effetti collaterali negativi; in tal caso il protezionismo si presenta come una soluzione di second best. ad esempio, l'uso di tariffe per proteggere industrie vecchie e inefficienti dalla concorrenza internazionale da un lato può servire a evitare un'elevata disoccupazione ma dall'altro costringerà i consumatori a pagare prezzi elevati. Una soluzione migliore potrebbe essere concedere sussidi per agevolare la conversione dei lavoratori e degli investimenti delle industrie obsolete, in modo da renderle nuovamente efficienti. - Ritorsioni. Se gli Stati Uniti imponessero restrizioni sui beni, ipotizziamo, dell'Unione Europea, questa potrebbe rispondere con restrizioni nei confronti dei beni statunitensi. Una escalation nell’uso di tariffe e barriere può condurre a una guerra commerciale, in cui i paesi coinvolti riducono al massimo le loro importazioni. Alla fine, tutti ci perdono. - Il protezionismo può consentire ad alcune imprese di rimanere inefficienti. Le misure protezionistiche, eliminando o riducendo la concorrenza estera, possono non incentivare le imprese a ridurre i costi. Le politiche protezionistiche non devono avere un impatto eccessivo né di lunga durata. - Burocrazia. Se si vuole evitare un eccessivo protezionismo nei confronti delle imprese, occorre valutare con cura ogni singolo caso. Ciò può dar luogo a elevati costi amministrativi. Inoltre, può condurre a casi di corruzione di funzionari pubblici da parte delle imprese. 4. Il sistema commerciale mondiale e l’OMC Dopo il crollo della borsa di Wall Street nel 1929, si aprì un periodo di recessione a livello mondiale, noto come “grande depressione”. In molti paesi le esportazioni subirono una radicale diminuzione e si ebbero seri problemi di equilibrio della bilancia dei pagamenti, nonché una drastica riduzione delle attività economiche. Per risolvere questi problemi, molti paesi decisero di ridurre le importazioni attraverso l'uso di quote e tariffe. La conseguenza fu un'ulteriore riduzione delle esportazioni negli altri paesi, che risposero adottando, a loro volta, politiche protezioniste. Il risultato della depressione e del protezionismo fu una cospicua riduzione del commercio mondiale. Tale riduzione del commercio mondiale indusse una perdita di benessere a livello globale di notevoli dimensioni. Dopo la Seconda guerra mondiale, la maggior parte dei paesi decise di ridurre le barriere al commercio internazionale per poter trarre vantaggio da politiche di libero scambio. L'unico effetto di tali politiche, però, era stato quello di scatenare guerre commerciali con il risultato che, alla fine, stavano tutti peggio. Nel 1947, 23 paesi siglarono l'Accordo generale sulle tariffe e sul commercio, noto come “GATT” (General Agreement on Tariffs and Trade). Da esso è poi nata nel 1995 l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC, nota anche come WTO, World Trade Organization), che oggi conta su 164 paesi membri, tra i quali si svolge circa il 98% degli scambi mondiali. Lo scopo del GATT e, oggi, quello dell’OMC, è promuovere e liberalizzare il commercio internazionale. Ma, mentre il GATT si concentrava solo sullo scambio di beni, l’OMC e gli accordi conclusi nell’ambito dei suoi negoziati riguardano anche il commercio di servizi, di invenzioni e di progetti industriali. 4.1. Le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio L’OMC richiede ai suoi membri di applicare alcuni principi nel commercio internazionale, tra i quali evidenziamo: - non discriminazione. Secondo il principio della non discriminazione, qualsiasi concessione che un paese fa ad un altro paese membro deve essere garantita anche a tutti gli altri aderenti. La sola eccezione è costituita dalle aree di libero scambio e dalle unioni doganali. In questo caso, ai paesi partecipanti è permesso eliminare i dazi nei confronti degli altri paesi partecipanti, mantenendoli, invece, verso il resto del mondo; -reciprocità. Ogni paese che ottiene una riduzione tariffaria da un altro paese, dovrà, a sua volta, ridurre le proprie tariffe in modo analogo; -divieto generale di ricorso alle quote; -concorrenza leale. Se contro un determinato paese vengono decise barriere commerciali ingiuste, l’OMC può imporre sanzioni a quel paese, secondo il principio che non è concesso intraprendere azioni ritorsive senza aver ottenuto una preventiva autorizzazione; -tariffe vincolate. ai paesi non è concesso aumentare i dazi esistenti unilateralmente senza una preventiva negoziazione con i propri partner commerciali. L’OMC ha il potere di imporre sanzioni ai paesi che violano l'accordo: è l'organizzazione mondiale del commercio a comporre eventuali vertenze tra Stati membri e, se un paese continua a imporre restrizioni agli scambi, agli altri stati sarà consentito di mettere in atto ritorsioni. 5. Gli accordi di libero scambio Sembra che l'economia mondiale sia sempre più caratterizzata dalla presenza di raggruppamenti di paesi effettuati mediante accordi commerciali: una regione europea con centro nell'Unione europea, una regione asiatica con al centro il Giappone e la Cina, una nordamericana con centro negli Stati Uniti. Tali accordi costituiscono esempi di accordi commerciali preferenziali, che prevedono restrizioni agli scambi con il resto del mondo. All'interno di queste aree, naturalmente, viene incentivato il libero scambio. Ciò può rappresentare un serio ostacolo alla possibilità di crescere e svilupparsi di molte economie in via di sviluppo, che hanno bisogno di avere contatti commerciali con i paesi più ricchi. 5.1. Tipi di accordi commerciali Questi tipi di accordo possono assumere tre forme diverse: aree di libero scambio, unioni doganali e mercati comuni. - Si ha un’area di libero scambio quando i paesi membri eliminano le tariffe e le quote nell’ambito dei rapporti commerciali reciproci, mantenendo le restrizioni di ogni membro nei confronti dei paesi non membri. - Un’unione doganale funziona come un’area di libero scambio con l’aggiunta che i paesi membri stabiliscono una tariffa esterna comune sui prodotti dei paesi non membri. - Si ha un mercato comune quando nei paesi membri vi è un solo mercato per ogni bene e servizio. Come nel caso delle unioni doganali, non vi sono quote né tariffe tra i paesi membri e vi sono quote e tariffe comuni nei confronti degli altri paesi. Tuttavia, un mercato comune va ben oltre e ha determinate caratteristiche: 1. Un sistema fiscale comune – Un mercato comune perfetto (definito anche “unione economica”) comporta aliquote d’imposta uguali in ogni paese membro. 2. Un sistema comune di leggi e regolamenti che governano la produzione, l’occupazione e il commercio – In un mercato comune perfetto c’è un solo insieme di norme in materia: di caratteristiche dei prodotti; di sicurezza e igiene sul lavoro; di assunzione e di licenziamento dei lavoratori. 3. Libera circolazione dei lavoratori, dei capitali, dei materiali e di beni e servizi – In un mercato comune perfetto c’è assenza totale di controlli alle frontiere tra i paesi membri, vige la libertà per i lavoratori di lavorare in qualsiasi paese membro e per le imprese di estendere le proprie attività. 4. L’assenza di un “trattamento di favore” nei confronti delle industrie nazionali da parte del settore pubblico – Il settore pubblico è un grande acquirente di beni e servizi; in un mercato comune perfetto esso deve acquistare dalle imprese che offrono il miglior contatto senza favorire necessariamente quelle del suo paese. 5. Una moneta comune può essere adottata nell’ambito di un mercato comune. 6. Politiche macroeconomiche comuni - In un'unione economica vi è un'unica politica macroeconomica e quindi vi è l'abolizione di politiche fiscali e monetarie nazionali. 5.2. Gli effetti diretti di un'unione doganale La costituzione di un'unione doganale (o di un'area di libero scambio) esercita un impatto sui flussi commerciali internazionali di un paese. In particolare distinguiamo la creazione di commercio e la diversione di commercio. Si può avere creazione di commercio perché la domanda di un bene da parte dei consumatori viene ora soddisfatta da un produttore con bassi costi piuttosto che da uno con costi elevati. I consumatori non dovranno più pagare prezzi elevati per acquistare beni domestici per i quali il loro paese presenta uno svantaggio, ma potranno acquisire quelli provenienti dagli altri paesi membri a un prezzo più basso. Si ha diversione di commercio quando il consumo di un determinato bene viene soddisfatto da un produttore di un paese membro dell'unione con alti costi, piuttosto che da un produttore di un paese esterno all'unione con bassi costi. 5.3. Gli effetti di lungo periodo di un'unione doganale Nel lungo periodo vi possono essere altri costi e benefici dovuti all'adesione a un'unione doganale. tra i principali vantaggi di lungo periodo vediamo che: - L'aumento delle dimensioni del mercato può consentire alle imprese di un determinato paese di sfruttare le economie di scala (interne). -Economie di scala esterne. L'aumento del commercio può indurre un miglioramento delle infrastrutture dei paesi membri (strade e ferrovie migliori, servizi migliori, ecc.) -Il maggiore potere contrattuale dei paesi aderenti all'unione doganale può consentire ai paesi membri di aggiudicarsi migliori condizioni di scambio. -L'aumento della concorrenza tra i paesi membri dell'unione induce a una maggiore efficienza. -L'integrazione può incoraggiare una rapida diffusione della tecnologia. Tuttavia, possono sorgere anche svantaggi di lungo periodo: - È possibile che, all'interno dell'unione doganale, le risorse si spostino da un determinato paese verso un altro paese membro più efficiente. Ciò potrebbe rappresentare un problema rilevante in un mercato comune in cui vi sia libera circolazione di persone e capitali, in quanto, alcuni paesi potrebbero trasformarsi in zone depresse; -Se l'integrazione incoraggia una maggiore cooperazione tra le imprese degli Stati membri, allora può anche incoraggiare una maggiore collusione, contribuendo a mantenere i prezzi elevati. -Diseconomie di scala - la costituzione di un'unione può indurre la formazione di imprese molto grandi, che possono divenire burocratiche e inefficienti. -I costi amministrativi dell'unione doganale possono essere elevati. 6. L’Unione Europea La Comunità economica europea (CEE) è stata istituita con il Trattato di Roma del 1957 ed è divenuta operativa a partire dal 1 gennaio 1958. I sei paesi originariamente membri della CEE, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi Germania occidentale, avevano già effettuato i primi passi verso l'integrazione con la formazione della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA) nel 1952, con la quale era stata rimossa ogni restrizione al commercio del carbone e dell'acciaio tra i sei paesi. Lo scopo era quello di sfruttare le economie di scala e consentire un'effettiva concorrenza dei paesi europei con gli Stati Uniti e gli altri paesi produttori non europei. Inoltre, si voleva evitare il ripetersi di un altro conflitto mondiale e ci si augurava che, agendo insieme, i paesi europei avrebbero costituito una forza politica ed economica antagonista alle altre potenze. All’inizio la CEE era solamente un'area di libero scambio limitata ai soli beni; a metà degli anni Sessanta si istituì un'unione doganale, ma lo scopo finale rimaneva l'istituzione di un mercato comune. Nel 1973 Regno Unito, Danimarca Irlanda si unirono alla Comunità europea. La Grecia vi entrò nel 1981; Spagna e Portogallo nel 1986; mentre, Svezia, Austria e Finlandia vi aderirono nel 1995, seguito della fine dell'unione sovietica, hanno aderito altri 10 nuovi stati, dopo un lungo periodo di transizione politica ed economica: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Ehi con l'ingresso della Bulgaria e della Romania nel 2007, l'Unione Europea (il nome che ha assunto la CEE dopo la firma del trattato di Maastricht nel febbraio 1992) conta oggi 27 paesi membri, in quanto, l'entrata della Croazia nel 2013, è stata controbilanciata dall'uscita della Gran Bretagna nel 2016. 6.1. Da unione doganale a mercato comune L'Unione europea è un'unione doganale dagli anni Sessanta. Ha tariffe esterne comuni e nessuna tariffa interna. Per molti anni vi sono state, e vi sono tuttora, alcune politiche economiche comuni. -Politica agricola comune (PAC) - L'Unione ha generalmente fissato prezzi minimi garantiti elevati per alcuni prodotti agricoli come cereali, riso, latte, zucchero, ecc. Per poter vendere la produzione agricola europea a prezzi elevati, è stato necessario imporre dazi doganali variabili esterni in modo da innalzare il prezzo dei beni di importazione. La sostenibilità di prezzi elevati tramite dazi doganali esterni rimane una politica protezionista a favore degli agricoltori europei. -Politica regionale - La politica regionale dell'Unione europea prevede finanziamenti sulla base della bontà dei progetti di sviluppo regionale presentati all'Unione europea dalle regioni europee. Vengono privilegiate quelle regioni che hanno un PIL pro capite sotto il 75% della media del PIL pro capite dell'intera Unione europea. -Politica della concorrenza - L'Unione interviene attraverso la Commissione a tutela della concorrenza sui mercati europei, sia nei confronti delle imprese degli Stati membri. L'articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea vieta le intese tra imprese che riducano la concorrenza e ostacolino il libero scambio tra i paesi membri, in primis i cartelli. La comunità degli anni ‘70 e ‘80 era ancora lontana dall'essere un mercato comune, infatti, esistevano molte barriere non tariffarie. La commissione Delors, entrata in carica nel 1985, ha avviato con l'Atto unico europeo del 1986 un impegnativo sforzo per il completamento del mercato comune europeo e, alla fine degli anni 90, si può dire che tale obiettivo sia stato raggiunto. 6.2. Costi e benefici di un mercato comune È difficile quantificare i costi e i benefici di un mercato comune, dal momento che molti di essi si manifestano nel lungo periodo. Tuttavia, è pur sempre possibile identificare i tipi di costi e benefici che ne risultano. Tra i benefici riscontriamo: - Creazione di commercio - Costi e prezzi si riducono a causa della legge dei vantaggi comparati e della più elevata concorrenza sul mercato comune europeo; -Riduzione dei costi diretti dovuti all'eliminazione delle barriere doganali - Ci riferiamo alla riduzione dei costi amministrativi, alla fine delle code alle frontiere e all'abolizione dei regolamenti tecnici. -Economie di scala - dal momento in cui ora il mercato di riferimento delle imprese è costituito dall'intera Europa, molte potranno avere una dimensione tale da permettere loro lo sfruttamento delle economie di scala. Allo stesso tempo l'intero mercato europeo è sufficientemente grande da garantire una elevata concorrenza; -Maggiore concorrenza - la maggiore concorrenza tra le imprese ha condotto a costi inferiori, prezzi più bassi e una maggiore gamma di prodotti disponibili per i consumatori. Nel lungo periodo, l'aumento della concorrenza può, inoltre, stimolare una maggiore innovazione e un maggiore flusso di informazioni tecniche. L'istituzione del mercato comune non è stata esaltata unanimemente come un grande successo dell'Unione europea. I suoi critici ritengono che la rimozione delle barriere commerciali interne abbia inasprito i problemi di disuguaglianza e rafforzato il potere di mercato di chi già lo deteneva. Soprattutto in relazione al fatto che una trasformazione economica radicale risulta essere molto costosa ed alle ripercussioni negative che potrebbero subire zone periferiche, diventando ancora più depresse con la creazione di un mercato comune europeo che tende, ovviamente, ad attirare capitali e lavoro dalle zone periferiche al centro dell'Unione. Capitolo 13 – Bilancia dei pagamenti e tassi di cambio 1. Bilancia dei pagamenti La bilancia dei pagamenti di un paese registra i flussi di moneta tra i residenti in quel paese e il resto del mondo. Le entrate di moneta dall'estero vengono considerate come crediti e vengono inserite in contabilità con il segno positivo. Le uscite di moneta dal paese vengono considerate come debiti e sono registrate con il segno negativo. Il conto della bilancia dei pagamenti si divide in tre parti fondamentali: il conto delle partite correnti, il conto capitale e il conto finanziario. Ciascuna di esse è, poi, suddivisa in ulteriori parti. 1.1. Il contro delle partite correnti Il conto delle partite correnti registra i pagamenti per le importazioni e le esportazioni di beni e servizi, nonché i redditi e i trasferimenti netti di moneta in entrata e in uscita da un paese. Esso si divide in quattro parti: 1. Il conto delle partite visibili - Esso registra le importazioni e le esportazioni di beni fisici. Le esportazioni determinano un afflusso di moneta nel nostro paese e, perciò, un credito. Le importazioni, invece, determinano un deflusso di moneta nel nostro paese e, pertanto, un debito. Il saldo dei debiti e dei crediti è detto “saldo della bilancia delle partite visibili”. Si ha un “avanzo” quando il valore delle esportazioni eccede quello relativo alle importazioni. Si ha un “disavanzo” quando il valore delle importazioni eccede quello delle esportazioni. 2. Il conto delle partite invisibili - registra le importazioni e le esportazioni di servizi, ad esempio, i trasporti, il turismo, le assicurazioni, ecc. Il saldo è noto come “saldo della bilancia delle partite invisibili o bilancia dei servizi”. Il saldo complessivo dei conti relativi ai beni e ai servizi rappresenta il saldo della bilancia commerciale. In equilibrio, le immissioni devono essere uguali ai prelievi. Quindi, un prelievo netto della bilancia commerciale deve essere controbilanciato da un'immissione netta da qualche altra parte. 3. Flussi di reddito netti - Sono costituiti da salari, interessi e profitti che fluiscono dentro e fuori dal paese. 4. Trasferimenti unilaterali netti - Includono i contributi dello Stato all’UE e ad altre organizzazioni internazionali. I trasferimenti in uscita dal paese costituiscono debiti; quelli in entrata (ad es. i soldi per una borsa di studio mandati dalla Grecia a uno studente greco che studia nel nostro paese) rappresentano una voce di credito. Il saldo delle partite correnti è dato dalla somma delle quattro categorie viste sopra. Si ha un surplus di parte corrente quando i crediti sono maggiori dei debiti. Si verifica un pareggio quando i crediti sono uguali ai debiti e un disavanzo quando i debiti sono maggiori dei crediti. 1.2.Il conto dei movimenti di capitale Il conto dei movimenti di capitale registra i flussi di fondi, verso il nostro paese (crediti) e verso l'estero (debiti), collegati all’acquisto o alla vendita di beni capitali e i trasferimenti in conto capitale effettuati da soggetti pubblici o privati. 1.3. Il conto dei movimenti finanziari il conto dei movimenti finanziari registra i flussi di capitale investito o depositato presso banche e altre istituzioni finanziarie in entrata e in uscita dal paese. In questo conto entrano i flussi monetari concessi con la compravendita di attività finanziarie. Esso è composto da tre principali sezioni: 1. Investimenti (diretti o di portafoglio) - Comprendono prevalentemente investimenti a lungo termine e sono divisi in: - Investimenti diretti: se un'impresa straniera investe denaro in una delle sue filiali o in un'impresa affiliata che ha sede nel nostro paese, si avrà un flusso di denaro al momento dell'investimento e, di conseguenza, una voce di credito. Qualsiasi investimento effettuato da un'impresa con sede nel nostro paese in paesi esteri costituisce, invece, un flusso in uscita e, quindi, una voce di debito. - Investimenti di portafoglio: rappresentano variazioni nel possesso di titoli finanziari, quali, ad esempio, azioni e obbligazioni. In questo modo, se un residente nel nostro paese compra azioni di un'impresa straniera, si avrà un flusso in uscita e, quindi, una voce di debito. 2. Altri flussi finanziari -Consistono in vari tipi di movimenti monetari di breve periodo tra il nostro paese e il resto del mondo. I depositi da parte dei residenti all'estero nelle nostre banche entrano come crediti; i depositi all'estero da parte dei nostri residenti entrano come debiti. I flussi monetari di breve periodo sono per lo più costituiti da spostamenti di somme di denaro per trarre vantaggio dai differenziali nei tassi di interesse e nei tassi di cambio. 3. Variazioni delle riserve monetarie - Tutti i paesi hanno riserve di valuta estera e di oro presso la propria banca centrale. Quest'ultima vende parte delle riserve per acquistare valuta nazionale sul mercato internazionale e sostenere il proprio tasso di cambio. La diminuzione delle riserve rappresenta un credito nel conto della bilancia dei pagamenti: attingere dalle riserve comporta un flusso in entrata nella bilancia dei pagamenti. Al contrario, la banca centrale può utilizzare un avanzo in uno dei conti della bilancia dei pagamenti per aumentare le riserve. Il saldo della bilancia dei pagamenti si ottiene sommando i saldi di tutti i conti visti fin qui: quando i crediti eguagliano i debiti avremo un pareggio nel saldo. Occorre notare, tuttavia, che sono possibili errori nella raccolta e nella compilazione dei conti. Pertanto, è molto facile non avere un pareggio nel saldo. La causa principale degli errori risiede nel fatto che i dati sono ottenuti da uno svariato numero di fonti e che l'operazione di raccolta di dati avviene con ritardi e omissioni. 2. Tassi di cambio Il tasso di cambio rappresenta il rapporto con cui due monete vengono scambiate sul mercato delle valute. Se volete andare all'estero, avrete bisogno di convertire la vostra moneta nazionale con quella del paese in cui vi recate. A tal fine si ricorre a una banca, che effettuerà l'operazione in base al tasso di cambio di quel giorno. Lo stesso vale per i turisti stranieri non dell'Eurozona che vogliono venire a trascorrere le vacanze nel nostro paese. I tassi di cambio delle principali valute mondiali vengono calcolati e pubblicati quotidianamente; essi, infatti, variano costantemente di minuto in minuto. Il mercato, grazie a un sistema computerizzato, farà in modo che domanda e offerta per ciascuna valuta coincidano. Per farlo, devono aggiustare il prezzo delle valute a seconda delle variazioni nella domanda e nell'offerta. Nei tassi di cambio non vi sono solo fluttuazioni quotidiane, ma anche variazioni di lungo periodo. Se vogliamo analizzare l'andamento del tasso di cambio di una particolare valuta, ci scontriamo con un'apparente difficoltà: il tasso di cambio può aumentare rispetto a certe monete (valute deboli) e diminuire rispetto ad altre (valute forti). Pertanto, per dedurre il suo andamento complessivo, è opportuno guardare a una media ponderata dei suoi tassi di cambio rispetto a tutte le altre valute, nota come tasso di cambio multilaterale. 2.1. La determinazione del tasso di cambio sui mercati In un regime di cambi flessibili, il tasso di cambio viene determinato dalle interazioni tra domanda e offerta. È questo il tasso di cambio flessibile. Per semplicità, supponiamo che esistano solo l'Unione europea e gli Stati Uniti. Quando gli importatori della prima vogliono comprare beni dal secondo, essi offrono euro per ottenere dollari. Tanto più il tasso di cambio dollaro/euro è elevato, tanti più dollari riceveranno in cambio di un certo ammontare di euro. Ciò vuol dire che l'euro si apprezza nei confronti del dollaro. Supponiamo, ad esempio che 1€ = 1$ e dopo 1€ = 1,2$, la spesa di 100$ equivale nel primo caso a 100€ e nel secondo caso a solo 83,3€. Allo stesso modo, quando i residenti statunitensi vogliono acquistare beni europei o vogliono investire in Europa, devono acquistare euro. Essi domandano euro, vendendo dollari sul mercato delle valute. Quanto più il tasso di cambio dollaro/euro è basso, tanto più conveniente sarà per loro ottenere beni e titoli europei. Il tasso di cambio di equilibrio è quello per cui domanda e offerta di euro sono uguali. Il processo tramite cui viene raggiunto l'equilibrio è molto rapido. I tassi di cambio variano continuamente in modo da uguagliare domanda e offerta. Inoltre, le banche devono osservare attentamente cosa fanno le banche rivali: i tassi di cambio devono essere perfettamente allineati altrimenti i clienti potrebbero recarsi a cambiare valuta nelle banche che offrono le condizioni migliori. 2.2. Spostamenti delle curve di domanda e di offerta di valuta Qualsiasi spostamento delle curve di domanda o di offerta provocherà variazioni del tasso di cambio. Una diminuzione del tasso di cambio è definita “deprezzamento dell'euro nei confronti del dollaro", ovvero, un “apprezzamento del dollaro nei confronti dell'euro”, visto che ci vorranno meno dollari per avere in cambio un euro. Tra le principali cause per cui una valuta può subire un deprezzamento evidenziamo: - Una diminuzione del tasso di interesse nazionale - In questo caso i tassi di interesse del paese considerato potrebbero essere meno competitivi per i risparmiatori di quelli prevalenti all'estero. È probabile che un numero maggiore di residenti scelga di portare il proprio denaro all'estero e questo farà aumentare la domanda per la valuta, e, di conseguenza, aumenterà l’offerta della nostra valuta. - Un tasso di inflazione nazionale maggiore rispetto a quello dei paesi stranieri - In questo caso le esportazioni del nostro paese diventano meno competitive e la domanda di valuta nazionale diminuisce. Contemporaneamente, le importazioni diventano più a buon mercato per i nostri residenti e l'offerta di valuta nazionale aumenta. - Un aumento del reddito nazionale rispetto ai redditi stranieri -Se il reddito nazionale aumenta, la domanda di importazioni e, di conseguenza, l'offerta di valuta nazionale, aumenta. Se il reddito degli altri paesi diminuisce, la loro domanda di importazioni, diminuisce a sua volta. - Migliori prospettive di investimento all'estero - Se le prospettive per gli investimenti appaiono migliori all'estero, ancora una volta, la domanda di valuta nazionale diminuisce e l'offerta aumenta. - Speculazione sul cambio – Se gli speculatori sulle valute pensano che la nostra valuta sia sul punto di deprezzarsi, essi la venderanno prima che il tasso di cambio effettivamente diminuisca. In questo caso, però, l’offerta di valuta nazionale aumenta e, quindi, la nostra valuta si deprezza definitivamente. 3. Tassi di cambio e bilancia dei pagamenti 3.1. Tassi di cambio e bilancia dei pagamenti senza intervento della banca centrale Se vige un regime di cambi flessibili, la bilancia dei pagamenti raggiunge automaticamente il pareggio. Infatti, il lato dei crediti della bilancia dei pagamenti rappresenta la domanda di valuta nazionale. Ad esempio, quando dall'estero si acquistano beni esportati dal nostro paese, l'estero domanda valuta nazionale per pagare questi acquisti. Il lato dei debiti rappresenta l'offerta di valuta nazionale. Ad esempio, quando i residenti del nostro paese acquistano beni prodotti all'estero, gli importatori domandano valuta estera per pagarli. Pertanto, offrono valuta nazionale. Un tasso di cambio flessibile garantisce in equilibrio l'uguaglianza tra domanda e offerta di valuta nazionale. Un disavanzo nella bilancia commerciale viene controbilanciato per un esatto ammontare da un avanzo nei conti capitale e finanziario, o viceversa. 3.2. Tassi di cambio e bilancia dei pagamenti con intervento della banca centrale La banca centrale potrebbe voler influenzare il tasso di cambio della propria valuta. Potrebbe voler evitare fluttuazioni eccessive nel breve periodo oppure potrebbe avere un obiettivo di stabilizzazione del cambio nel lungo periodo. 3.2.1. Riduzione delle fluttuazioni di breve periodo Uno spostamento di breve periodo della domanda e dell'offerta di euro comporta un nuovo livello del tasso di cambio, che può essere al di sopra o al di sotto di quello di lungo periodo. - L’uso delle riserve. - La banca centrale può vendere oro e riserve in valuta estera per comprare valuta nazionale. In questo modo riesce a influenzare la domanda e l'offerta di valuta. - Prestiti esteri. - È possibile negoziare un prestito in valuta estera da altri governi o da istituti internazionali. - Aumento dei tassi di interesse. - Se la banca centrale aumenta i tassi di interesse, induce gli investitori esteri a depositare valuta nel nostro paese e scoraggia i residenti dall’ esportare denaro all'estero. Pertanto, la domanda di valuta nazionale aumenta e la sua offerta diminuisce. 3.2.2. Mantenimento di un tasso di cambio target nel lungo periodo La banca centrale potrebbe anche decidere di mantenere fisso il tasso di cambio per un certo periodo, ad un livello target predeterminato. Tra gli strumenti fondamentali affinché tale obiettivo possa essere raggiunto, riscontriamo, politiche restrittive, politiche dal lato dell'offerta e controlli sulle importazioni. 4. Regime di cambi fissi e regime di cambi flessibili 4.1. Vantaggi di un regime di cambi fissi Interviste e questionari rivelano che la maggior parte degli uomini di affari preferisce un regime di cambi fissi. Tra le motivazioni alla base di tale preferenza troviamo: - Certezza: con tassi di cambio fissi, il commercio internazionale e gli investimenti all'estero diventano molto meno rischiosi. - Speculazione ridotta ai minimi termini: se il cambio è assolutamente fisso non c'è motivo per speculare. Da quando i tassi di cambio tra le valute dei paesi dell'Eurozona sono fissi (1999), non si è più assistito ad attacchi speculativi nei confronti di una valuta. - Inattuabilità di politiche macroeconomiche irresponsabili: se un governo espandesse deliberatamente e in modo eccessivo la domanda aggregata di beni, il disavanzo della bilancia dei pagamenti che ne deriva costringerebbe a una restrizione della domanda. I cambi fissi costringono gli Stati a mantenere il tasso di inflazione in linea con quello degli altri paesi. 4.2. Svantaggi di un regime di cambi fissi Si può avere un disavanzo della bilancia dei pagamenti anche quando l'economia non è troppo surriscaldata. Ad esempio, può esserci un calo della domanda di esportazioni da un paese a causa di uno shock esogeno o a causa di un aumento della concorrenza estera. Se vogliamo evitare politiche protezionistiche, e se le politiche dell'offerta danno i loro frutti solo nel lungo periodo, allora il governo sarà costretto ad alzare i tassi di interesse, ma tale manovra può comportare due effetti negativi: - l'aumento dei tassi di interesse può scoraggiare gli investimenti a lungo termine in quanto ne aumenta il costo del finanziamento. Ciò fa diminuire i profitti di lungo periodo delle imprese. - l'aumento dei tassi di interesse ha un effetto deflazionistico sull'economia, rendendo più caro il denaro e, quindi, causando una riduzione sia della domanda di consumi sia di quella di investimenti. L'effetto finale potrebbe essere una recessione con tassi di disoccupazione crescenti. Dall'altra parte, però, ci sarà un miglioramento della bilancia dei pagamenti e la recessione provocherà un calo nella domanda di importazioni. Il problema con tassi di cambio fissi è che la politica economica interna è completamente assoggettata alla necessità di mantenere in pareggio la bilancia dei pagamenti. Ogni tentativo di combattere la disoccupazione conduce a un disavanzo della bilancia dei pagamenti costringendo i governi a una nuova stretta. -Politiche restrittive che conducono a una recessione mondiale - Se i paesi in disavanzo effettuassero politiche economiche restrittive e quelli in avanzo conducessero politiche economiche espansive, non ci sarebbero compensi a livello mondiale. Tuttavia, alcuni paesi potrebbero voler conseguire un avanzo nella bilancia dei pagamenti, per aumentare le proprie riserve. Ehi si tratta della politica denominata “beggar thy neighbour”, ovvero una politica che per produrre vantaggi al paese che la applica, svantaggia i paesi partner. -Problemi di liquidità internazionale - Per espandere il commercio internazionale ci deve essere un'adeguata liquidità internazionale. ogni paese deve accrescere le proprie riserve per poter assicurare il mantenimento di un tasso di cambio fisso nei periodi di squilibrio. Tuttavia, non deve esserci un'eccessiva liquidità internazionale, altrimenti la domanda in eccesso potrebbe causare un aumento dell'inflazione a livello mondiale. -Incapacità di aggiustamento in seguito a eventuali shock - Con prezzi e salari rigidi non esiste un meccanismo per affrontare gli squilibri improvvisi di bilancia dei pagamenti, come, ad esempio, quelli dovuti ad un rapido aumento del prezzo del petrolio. Nel breve periodo i paesi avranno bisogno di ingenti riserve per sostenere le proprie valute; nel lungo periodo, i paesi possono trovarsi costretti a ricorrere a manovre deflazionistiche, e, quindi, ad entrare in un periodo di recessione. -Speculazione - Se gli investitori ritengono che un dato tasso di cambio non possa essere mantenuto nel tempo, vi saranno massicci attacchi speculativi. 4.3. Vantaggi di un regime di cambi flessibili I vantaggi di un regime di cambi flessibili sono, in gran parte, dati dagli svantaggi di un regime di cambi fissi. -Correzione automatica: il governo lascia che il tasso di cambio si muova liberamente fino al suo livello di equilibrio. -Assenza di problemi di liquidità internazionale e di gestione delle riserve: ogni valuta può essere oggetto di scambio al tasso di cambio prevalente sul mercato in un determinato momento. -Indipendenza dagli eventi legati alle altre economie: in un regime di cambi flessibili un paese non deve accettare un elevato tasso di inflazione internazionale e può essere protetto dagli shock e dalle fluttuazioni delle altre economie. - I governi sono liberi di scegliere le proprie politiche economiche: con cambi flessibili il governo può decidere il livello della domanda interna che ritiene più opportuno. Analogamente, la banca centrale può fissare un tasso di interesse che le permetta di conseguire i suoi obiettivi interni. 4.4. Svantaggi di un regime di cambi flessibili Un regime di cambi flessibili presenta, tuttavia, anche seri inconvenienti, tra questi riscontriamo: - Tassi di cambio instabili – tanto meno elastiche sono la domanda e l'offerta di valuta, tanto maggiore è la variazione del tasso di cambio necessaria a ripristinare l'equilibrio in seguito a variazioni della domanda e dell'offerta di valuta. Nel lungo periodo, le curve di domande di offerta di valuta sono piuttosto elastiche, mentre, nel breve periodo, la domanda per importazioni e quella per esportazioni risultano meno elastiche. - Speculazione - L'instabilità di breve periodo può essere attenuata dalla speculazione stabilizzante. -Incertezza sul commercio e sugli investimenti – L’incertezza causata dalle fluttuazioni delle valute può scoraggiare il commercio internazionale e gli investimenti. Il problema può essere circoscritto facendo ricorso al mercato dei cambi a termine. In esso chi scambia con l'estero concorda con una banca oggi il tasso di cambio relativo a un'operazione che avverrà in futuro. In questo modo è possibile pianificare futuri acquisti e vendite di merce di importazione e di esportazione a un tasso di cambio predeterminato. - Mancanza di disciplina da parte dell'economia nazionale – Alcuni paesi possono mettere in atto politiche inflazionistiche per conseguire vantaggi di breve periodo. Tuttavia, ciò produce effetti indesiderati nel lungo periodo, perché in futuro il governo sarà costretto a mettere in atto manovre restrittive. 5. Le origini dell'euro Sin dal 1944 sono stati numerosi i tentativi di istituire accordi sul tasso di cambio. Il primo fu quello di Woods che diede luogo a un sistema monetario internazionale che durò fino al 1971. L'unica moneta convertibile in oro rimaneva il dollaro, al rapporto di cambio ufficiale di 35$ per un’oncia d'oro. Tale situazione portò alla fine del sistema nel 1971 con la famosa dichiarazione di incontrovertibilità del dollaro in oro da parte del presidente americano Nixon. Ci furono numerosi tentativi di ricostruire il sistema monetario internazionale che però fallirono. Solamente nel 1979 i paesi della CEE decisero di istituire un sistema monetario europeo circoscritto ai paesi membri. 5.1. Il sistema monetario europeo (SME) Lo SME fu istituito nel Marzo 1979; tra i suoi membri c’erano i paesi della Comunità economica europea con una rilevante eccezione: il Regno Unito, che scelse di non aderire. Vi entrò solo nel 1990 per poi uscirne, definitivamente, nel 1992. Ma anche la storia della partecipazione degli altri paesi membri della comunità è stata piuttosto tormentata. La Spagna decise di aderire nel 1989 e il Portogallo nel 1992. Nel settembre 1992, in seguito a violenti attacchi speculativi, oltre al Regno unito, anche l'Italia fu costretta a lasciare lo SME, per rientrarvi solo nel settembre del 1996. 5.1.2. Lo SME in pratica In un sistema di cambi fissi i paesi partecipanti dovrebbero coordinare le proprie politiche economiche per evitare eccessivi scostamenti dalla parità ed evitare rilevanti svalutazioni o rivalutazioni. Le loro economie dovrebbero essere convergenti. - Lo SME negli anni Ottanta. - Nei primi anni ‘80, i tassi di inflazione di Francia e Italia erano sempre più elevati di quello tedesco; di conseguenza, spesso, venivano decisi riallineamenti tra le valute, ovvero, cambi nella parità centrale volti a svalutare la lira italiana o anche il Franco francese nei confronti del Marco tedesco. - Crisi dello SME. - In tutto il triennio 1990-92, si affermò un diffuso ottimismo: era opinione comune che la convergenza delle politiche economiche avrebbe potuto continuare anche in uno SME allargato. L'economia tedesca faceva da ancora, in virtù della sua storia di stabilità monetaria con bassa inflazione e di potenza industriale con grande capacità di esportazione. Ma Non tutto era così tranquillo e sereno. Il terremoto politico che si ebbe alla fine degli anni 80 con la crisi dell'Unione Sovietica aveva aperto le porte alla riunificazione tedesca. Allo stesso tempo il Regno Unito registrava un enorme disavanzo nella sua bilancia dei pagamenti e si vedeva così obbligato ad alzare il tasso di interesse per proteggere la sterlina. Anche il Franco francese e la lira italiana erano considerati sopravvalutati e si manifestarono i primi segni di timore che il loro tasso di cambio non ce la facesse più a rimanere entro la banda di oscillazione dello SME. Per farcela, anche Francia e Italia avrebbero dovuto aumentare i tassi di interesse, ma farlo in un'epoca di recessione era difficile e gravoso. Contemporaneamente, anche l'economia americana stava entrando in una fase recessiva, che portò come diretta conseguenza a un taglio del tasso di interesse statunitense. L'apice della crisi si ebbe a settembre, dopo che gli Stati Uniti avevano ulteriormente abbassato i loro tassi di interesse. La lira fu la prima a essere svalutata. Due giorni dopo, in quello che fu definito il mercoledì nero (16 settembre), Italia e Regno Unito dovettero sospendere la loro partecipazione allo SME: la lira e la sterlina erano, così, nuovamente libere di fluttuare. Dopo un periodo di calma, le turbolenze si manifestarono nuovamente nell’estate del 1993. L'economia francese stava entrando in una fase di recessione e partirono gli attacchi speculativi. Nel tentativo di salvare lo SME, i ministri delle Finanze dei paesi dell'Unione europea decisero di adottare una banda di oscillazione delle parità ben più ampia. In questo modo fu possibile svalutare il Franco francese e la corona danese rispetto al Marco tedesco, senza distruggere lo SME. 5.2. Il trattato di Maastricht e la strada verso la moneta unica Nello stesso anno della crisi dello SME, il 1992, i paesi membri dell'Unione europea avevano firmato il nuovo trattato a Maastricht, in cui si impegnavano a istituire tra di loro un'unione monetaria, ovvero, a dotarsi di un'unica moneta comune. Il Trattato di Maastricht definiva in termini giuridici tutti i dettagli del percorso verso la moneta unica. Una delle prime mosse è stata la creazione ufficiale dell'Istituto monetario europeo (IME), il cui ruolo era coordinare le politiche monetarie dei paesi membri e incoraggiare una maggiore cooperazione tra le banche centrali dei paesi membri. Per poter adottare la moneta unica era necessario che le economie degli Stati membri mostrassero un elevato livello di convergenza; così, furono stabiliti i 5 requisiti di ammissione all'unione monetaria: 1. Il differenziale di inflazione tra un paese dell'Unione europea e la media dei tre paesi più virtuosi sull'inflazione non può superare l’1,5%. 2. Il differenziale dei tassi nominali di interesse sui titoli pubblici di lungo periodo di un paese non può superare il 2% rispetto alla media dei tre paesi dell'Unione europea con gli stessi tassi d'interesse più bassi. 3. Il deficit del bilancio pubblico non può superare il 3% del PIL. 4. Il debito pubblico non può essere superiore al 60% del PIL. 5. La valuta di un paese candidato deve aver dato prova di stabilità, rimanendo entro la banda ordinaria di oscillazione dello SME per almeno due anni. Allo stesso tempo, è stato creato il Sistema Europeo di banche centrali (SEBC), formato dalla banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali dei paesi membri. La BCE è indipendente sia dai singoli governi nazionali, sia dalle istituzioni politiche dell’UE. 6. L'unione monetaria europea 6.1. La nascita dell’euro Il 3 maggio 1998 il Consiglio Ecofin ammise all'unione monetaria, 11 dei 15 paesi membri dell'Unione europea. Il Regno Unito, la Danimarca e la Svezia decisero di rimanere fuori, mentre la Grecia non rispettava il requisito del disavanzo pubblico. Tutti gli altri 11 paesi avevano soddisfatto i criteri relativi al tasso di interesse e al tasso di inflazione. Furono, però, espresse alcune perplessità in merito al soddisfacimento degli altri tre criteri: 1. Tassi di cambio – Né la Finlandia, né l'Italia, erano rimasti nello SME per due anni consecutivi, mentre la sterlina irlandese era stata rivalutata nel 1998. Ciononostante, è stato ritenuto che questi paesi fossero abbastanza vicini ai parametri di riferimento. 2. Disavanzi pubblici - Tutti gli 11 paesi ammessi sono riusciti a soddisfare questo criterio, ma alcuni di loro hanno raggiunto un rapporto disavanzo/PIL del 3% o inferiore solo dopo aver imposto alcune misure straordinarie. 3. Debito pubblico - Solo in quattro paesi il debito pubblico non superava il 60% del PIL (Francia, Finlandia, Lussemburgo e Regno Unito). Tuttavia, il Trattato di Maastricht permetteva agli Stati membri di oltrepassare tale valore a patto che il debito si stesse riducendo. L'euro è stato introdotto il 1 gennaio 1999, ma le banconote e le monete non sono entrate in uso fino al 1 gennaio 2002. In Italia, il 1 luglio 2002 la lira è andata fuori corso legale ed è stata ritirata. 6.2.1. Vantaggi di un’unione monetaria - Eliminazione dei costi di transazione sulle valute. - Con monete nazionali distinte, bisogna sostenere dei costi ogni volta che si desideri cambiare una valuta in un'altra; - Aumento della trasparenza sui prezzi. - una moneta unica non solo elimina il bisogno di convertire una valuta in un'altra, ma implica una maggiore trasparenza nei prezzi e, quindi, un aumento della concorrenza; - Eliminazione dell'incertezza nel tasso di cambio. – Anche in un sistema con bande di oscillazione ristrette come lo SME, le variazioni di cambio sono sempre possibili. Come ha mostrato la crisi del 1992, ciò lascia spazio ad attacchi speculativi. L'eliminazione di questa incertezza ha incoraggiato il commercio tra i paesi dell'Eurozona e, inoltre, ha incoraggiato gli investimenti all'estero nei vari paesi membri. L'incertezza che ha investito gli scambi tra questi paesi e l'eurozona avrebbe potuto essere evitata se essi avessero adottato la moneta unica; -Aumento degli investimenti. - È probabile che gli investimenti nell'Eurozona aumentino, attratti da un mercato unico, in cui è stato eliminato il rischio di cambio. I paesi europei che non partecipano all'unione monetaria, al contrario, potrebbero sperimentare una diminuzione degli investimenti provenienti dall'estero. -Minori tassi di inflazione e di interesse. - Una politica monetaria unica dovrebbe dar luogo a una convergenza nei tassi di inflazione. L'azione della banca centrale europea ha garantito un tasso di inflazione medio più basso nei paesi dell'Eurozona. Questo, a sua volta, ha convinto i mercati che l'euro è una moneta forte e ciò ha stimolato gli investimenti nei paesi dell'Eurozona. 6.2.2. Opposizione all'unione monetaria L'unione monetaria è stata tuttavia, duramente contrastata da alcuni gruppi, tra i principali motivi evidenziamo: -Difficoltà nel formulare un'unica politica monetaria e del tasso di cambio. - Si sostiene che il fatto di non poter condurre una politica monetaria nazionale e l'assenza di un cambio nazionale, potrebbero causare problemi seri a un paese la cui economia non abbia raggiunto la piena convergenza rispetto agli altri paesi dell'Unione. Con monete distinte, tali paesi potrebbero svalutare il proprio tasso di cambio o perseguire una politica monetaria espansiva. Con una moneta unica, invece, corrono il rischio di diventare regioni depresse con disoccupazione crescente. I sostenitori dell'unione monetaria europea, rispondono, a loro volta, che è meglio combattere il problema dell’elevata inflazione con l'aumento della concorrenza, piuttosto che alimentarla mantenendo le monete nazionali. - Shock asimmetrici. – Un altro problema per i paesi che adottano la moneta unica si può presentare nel momento in cui si verifica uno shock che colpisce in modo asimmetrico i vari paesi dell'Unione, (i cosiddetti shock asimmetrici). Ad esempio, un'improvvisa variazione del prezzo del petrolio influirebbe su un paese esportatore in modo diverso da altri paesi che sono importatori. Le divergenze tra le varie economie, spesso, derivano dalla mancata armonizzazione delle politiche di gestione della domanda nei vari paesi e scomparirebbe qualora anche le politiche fiscali fossero decise a livello europeo. Inoltre, la maggior parte degli shock che colpiscono le economie al giorno d'oggi a carattere globale, quindi, provocano effetti simili nei vari paesi.
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