EDUCAZIONE DEGLI ADULTI Scienze filosofiche e dell’educazione – educatore sociale A.A. 2023/2024 PROFILO INTRODUTTIVO DELL’EDUCATORE PROFESSIONALE SOCIO -PEDAGOGICO E L’EDA: La professione dell’educatore professionale e l’EdA sono stati decretati tramite il profilo normativo L.205/2017 comma 594 – “l’educatore professionale socio-pedagogico e il pedagogista operano nell’ambito educativo, formativo e pedagogico, in rapporto a qualsiasi attività svolta in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita in una prospettiva di crescita personale e sociale […] ni confronti si persone di ogni età [..].” Fu la prima legge che richiede la laurea per fare l’educatore; parliamo quindi della legge Iori: legge di bilancio che nel comma 594 disciplina la laurea per l’educatore socio pedagogico; per la prima volta viene specificato che l’educatore non lavora solo con i bambini. La legge 145/2018 comma 517 tratta principalmente dell’educazione degli adulti, includendo, sotto questa, definizione, aspetti molto vari come attività formali, non formali e informali; varie fasi della vita e di persone di ogni età. Interviene anche in vari ambiti quali educativo e formativo, scolastico, socioassistenziale, sociosanitario, genitorialità e famiglia, culturale, giudiziario, ambientale, sportivo e motorio e dell’integrazione e della cooperazione internazionale. Ciò che caratterizza l’educatore sono la riflessività e l’imperfezione – parliamo dunque di educatore imperfetto e di un professionista riflessivo che riflette nell’azione educativa nel mentre la sta svolgendo, e non solo prima di svolgerla e subito dopo averla compiuta. RIFLESSIVITÀ: “Il professionista riflessivo” – Donald A. Schon, 1983, è il punto di riferimento per la peculiarità dell’educatore e in generale a tutte le professioni che fanno perno alla riflessività come caratteristica peculiare. Cerca di dare dei fondamenti a quella che è la pratica professionale, su quali metodi può appoggiare e come esercitare la riflessività quando si svolge una professione. Nella figura del professionista riflessivo troviamo alcuni punti cardini che li legano: • • • Epistemologia della pratica professionale: conoscenza fondata e affidabile scientifica, alla quale siamo arrivati applicando un metodo rigoroso e dimostrabile. Messa in relazione con la scienza. Dipendenza vs. perdita di fiducia: tutti noi siamo dipendenti dai professionisti, ma alo stesso tempo abbiamo progressivamente perso fiducia nella loro figura professionale; margini di timore e sfiducia nel modo in cui il professionista svolgerà il suo lavoro. No fiducia totale. In particolare, ci sono delle Professioni ad alto grado di incertezza, complessità, instabilità, unicità: sono quelle che lavorano una professione incerta. L’educazione è una di queste, dove i risultati si vedono e si sviluppano negli anni successivi e non nel momento immediato; sono a lungo termine e non sono misurabili, molto spesso l’educatore stesso non vede neanche i suoi risultati, in tal modo è così più esposto a situazioni di frustrazione. Oltre a ciò, è esposto anche a conflitti di valori che cambiano nel corso del tempo, i professionisti stessi possono avere differenze di carattere valoriale, nonostante si riconoscano nello stesso ambiente culturale. Per la stessa professione ci possono essere delle visioni diverse, e a complicare la situazione c’è il fatto che la professione educativa ed altre soffrono di una situazione di pluralismo professionale: divisioni e visioni contrastanti del professionista e della sua pratica professionale; il fatto che ci siano più modi di essere un educatore destabilizza chi ne fruisce. QUALE PUÒ ESSERE LA VIA DI USCITA DI QUESTE COMPLESSITÀ? Quella più coerente è di esercitare la sua professione come esercizio artistico: se non ci sono protocolli rigida da applicare, c’è unicità di interlocutori e ci è richiesto di essere particolarmente creativi nell’esercitare la nostra professione. Nel caso dell’educatore lo spazio per la nostra creatività è molto più ampio, con formazione e autoformazione continua. Se per l’educatore non ci può essere un modello di razionalità tecnica – un professionista applica tecniche per arrivare ai risultati che si vogliono ottenere; “l’attività professionale consiste nella soluzione strumentale di problemi di resa rigorosa dall’applicazione di teorie e tecniche a base scientifica.”. “Epistemologia positivistica”: prende come riferimento il Positivismo, periodo storico a cavallo tra la fine dell’‘800 e gli inizi del ‘900 a cui si dava grandissima fiducia e credenza nelle scienze e tecniche per risolvere i nostri problemi. Se un educatore è legato ad una epistemologia positivista, e poi si rende conto che sulla pratica le cose non vanno così si ritrova nella situazione secondo cui i fenomeni con cui ha a che fare vengono tagliati fuori. L’educatore ha a che fare con situazioni con veri e propri grovigli sempre diversi e sempre in evoluzione. In questo caso l’educatore si trova in balia di un dilemma, ovvero, di fronte a situazioni complesse l’educatore può decidere di allontanare le cose che non può controllare, o può entrare in contatto con quella complessità e svolgere in maniera artistica il proprio lavoro. COME SI AFFRONTA QUESTO DILEMMA: (da D. A. Schon, il professionista riflessivo, 1983) 1- “Esercita il suo mestiere in aree meno impegnative e confidarsi in una pratica professionale più limitata.” 2- “Ritagliare la situazione pratica al fine di renderla adeguata alla competenza professionale.; diventando così selettivamente disattenti a dati ricadenti al di fuori delle loro categorie o tentare di forzare la situazione in una maniera che si presti all’uso delle tecniche disponibili. “ 3- “Trattare i modelli formali come sondaggi o metafore utili solo come fonti di nuove prospettive in situazioni complesse e di gestire in modo dialettico le tensioni tra le convergenze teoriche e divergenze pratiche.” → è un professionista che mette la sua formazione al servizio del contesto in cui si trova. Cerca di rendere dialettico il rapporto con le due contraddizioni ed esercita il suo pensiero creativo. Possiamo prendere come esempio il collage, quindi prendere le cose a disposizione e ricombinarle in un quadro che prima non c’era ed era totalmente diverso, più adatto allo scopo e alla situazione in cui l’educatore si trova. L’educatore creativo è chiamato ad esercitare una grande riflessività sulla pratica perché deve essere sempre presente a sé stesso. Deve sempre avere un monitoraggio continuo, ovvero la riflessività – essere lì mentre si sta svolgendo l’azione, riflettendo. Questo essere sempre attenti comporta mettere costantemente in discussione quelli che sono i suoi saperi; osserva e percepisce dei fenomeni chiari e intuisce delle cose di una determinata situazione: questi aspetti devono essere esplicitati e messi insieme a ciò che l’educatore intende attuare e fare. Dal punto di vista etimologico teoria significa vedere con gli occhi della mente; il professionista riflessivo fa interagire continuamente teoria e realtà. Non tiene separati i fini dai mezzi ma li definisce in modo interattivo e coerente per una situazione problematica. Come ci si deve formare per diventare il professionista riflessivo? Attraverso la formazione continua nell’ambito di comunità pratiche – interscambio con altri professionisti riflessivi; questo lavorare con gli altri dovrebbe essere qualcosa di costitutivo. Appartenere ad una comunità di pratica si intende condividere una visione di mondo. Un educatore professionale riflessivo ha maturato e continua a maturare nel corso del tempo uno sguardo sul mondo che la riflessività ci ha costruito. La riflessività ci struttura come persone e cambia il nostro modo di vedere le cose IMPERFEZIONE: “L’educatore imperfetto – senso e complessità del lavoro educatore – Carocci, 2003 (2008)”; L’imperfezione dell’educatore: “è una debolezza essenziale e salutare, che rappresenta anche al sua paradossale e intrinseca forza se interpretata come una costante apertura di possibilità, una ricerca ininterrotta sul senso dell’agire educativo, una costante messa in discussione del proprio orizzonte di finalità delle esperienze di vita, degli obiettivi, dell’universo dei soggetti ritenuti destinatari e /o cocostruttori dell’azione educativo”. Tutto ciò restituisce il senso che si è imperfetti e che si coglie la propria imperfezione perché si è coscienti della propria pratica. Teoria e prassi sono tenute insieme dall’esercizio della riflessività. Se non venissero tenute insieme avremmo due atteggiamenti estremizzati – caos e logos, pratica e teoria diventano due elementi che interagiscono l’uno con l’altro e farle comunicare tra di loro. L’educatore professionale la incarna e la porta avanti con un atteggiamento riflessivo. EDUCAZIONE, FORMAZIONE ED APPRENDIMENTO PERMANENTE: 1. Apprendimento: 1.1. Lifelong learning – per tutto il Corso della vita 1.2. Life wide learning – permanenza sincronica, stesso momento e spazi diversi 1.3. Lifedeep learning – dimensione esistenziale della profondità della vita di una persona. 2. Educazione: 2.1. Educazione degli adulti – adulti che si educano 2.2. Educazione per gli adulti – si pensa a situazioni da destinare a soggetti adulti 2.3. Educazione in età adulta – si pensa a come educare l’adulto 3. Formazione: 3.1. Formazione continua – non si interrompe mai 3.2. Formazione ricorrente – qualcosa che si interrompe e poi riprende, continuità con pause APPRENDIMENTO PERMANENTE: Dal latino apprendhere – prendere, afferrare, impossessarsi con la mente e di imparare comportando il trattenere, il fare proprio l’oggetto di apprendimento che prima non si possedeva. Azione mediante cui un soggetto acquisisce una serie di nozioni e di comportamenti, di conoscenze ed abitudini più o meno complesse. DOVE C’È EDUCAZIONE C’È APPRENDIMENTO. – quando educo c’è sempre il momento di apprendimento, ma non è sempre vero il contrario, dato che l’educazione sviluppa apprendimenti secondo fini stabiliti e non indiscriminatamente. Dove c’è apprendimento c’è educazione se vengono rispettati i fini ultimi. Un apprendimento superficiale è molto debole dal punto di vista del trattenere l’oggetto appreso: l’apprendimento profondo o radicato rimane saldamente impresso nella mente e nella conoscenza. L’apprendimento inizia ad essere significativo e a lavorare solo quando metto in atto ciò che ho appreso (axiologico o assiologico ha a che fare con i valori). Dal punto di vista valoriale educativo la finalità non ce la poniamo. Aggettivazioni molto diffuse quando si parla di apprendimento nel contesto a cui dobbiamo fare riferimento: 1. Lifelong learning: (dimensione principale) apprendimento per tutta la vita – dimensione verticale diacronica – “da zero a 99 anni”. 2. Lifewide learning: apprendimento in tutti I contesti della vita – dimensione orizzontale sincronica; quando pensiamo a bambini e adolescenti li collochiamo nell’ambito della scuola e della famiglia generalmente; per gli adulti, invece, tutti i luoghi di vita diventano luoghi di apprendimento e formazione – formazione informale e non formale. 3. Lifedeep learning: apprendimento in profondità – dimensione della trasformazione esistenziale toccando in profondità le dimensioni della vita dell’individuo. L’apprendimento, anche se avviene in un ambito molto specifico, tende a trasformare qualcosa dentro di noi cambiandoci. In lingua inglese come lingua internazionale abbiamo: o o Education – riferibile per lo più alle attività formali, pianificate, scolastiche o comunque in qualche modo istituzionali; Learning – più capillare, più personale ed appropriato per riferirsi anche alle occasioni non formali e informali di formazione, al di fuori della scuola e lungo tutta la vita dell’individuo. Più neutro e finalizzabile in altri modi e contesti. FORMAZIONE PERMANENTE: Dal greco “phorein” (portare), che si ritrova nel latino “fero” con il senso di portamento, sembiante, forma. Acquisizione da parte di un soggetto di abilità, comportamenti, saperi – portare con sé qualcosa che ci dà una forma e ci porta; aver fatto proprio gli apprendimenti che ci hanno plasmati. La parola formazione è correlata specificatamente a formazioni professionali in quanto specifiche e dettagliate tanto da formare l’individuo. Mentre la formazione persegue finalità più direttamente correlate ai contenuti specifici che veicola e alla qualità dell’apprendimento acquisito (esempio formazione professionale), l’educazione si serve di tali contenuti per perseguire finalità che superano e travalicano tali specificità, puntando a strategie trasferibili e trasversali e sempre animate da finalità miglioristiche e ideali. Aggettivazioni abbinate alla formazione nell’educazione degli adulti: • • Formazione continua: facciamo riferimento alla formazione professionale – attraverso il lavoro provvede a sé stesso o alla famiglia, e partecipa alla vita sociale. Ciò fa dell’adulto una persona impegnata nella società che permette di poter introdurre le loro conoscenze e la loro formazione professionale. Nella società contemporanea l’adulto ha necessità e bisogno di formarmi continuamente nel mondo del lavoro, Formazione ricorrente: può prevedere dei momenti i cui si mette in pausa il proprio lavoro, ci si forma e poi si rientra nel proprio lavoro – ad esempio anno sabbatico, master di un anno per delle innovazioni per un medico, corso di inglese ecc. Oppure quando si perde il lavoro e si è in una condizione di disoccupazione, per incrementare le possibilità di essere assunti con una nuova formazione riqualificata. EDUCAZIONE PERMANENTE: 1. Il significato basilare dell’educazione deriva dal verbo latino educare – allevare, nutrire, curare (figure genitoriali e di riferimento). 2. Dal latino edocere – insegnare, istruire, ammaestrare (comunità organizzata politicamente con una struttura educativa – scuole, percorsi, insegnanti ecc.). 3. Dal verbo latino educere (ex-ducere) – trarre fuori, estrarre, far uscire. Non basta tirare fuori le nozioni, ma devo avere un fine a sé collegato. Il filosofo Socrate, pratica l’arte della maieutica attraverso il dialogo con i suoi discepoli – facendo riferimento dal punto di vista metaforico al lavoro di levatrice (ostetrica) della madre. Così il filosofo educatore sul piano delle idee deve capire quando stimolarlo accuratamente per tirare fuori la sua conoscenza, stimolando il ragionamento affinché arrivi da solo alla corretta conoscenza. Un altro esempio può essere Aristotele con il suo concetto di potenza atto. Questo terzo livello considera l’individuo come detentore di conoscenze che devono essere portate all’atto. La parte in comune “Ed” – dente: il prefisso “ed- “: indica cibo che va ben masticato, e non semplicemente inghiottito. Quando ci sono tutte e tre questi livelli allora l’educazione ha buone chance di lavorare al meglio, quando non è così ci troviamo in uno stato di povertà dell’educazione. DEFINIZIONE E SPIEGAZIONE PEDAGOGICA GENERALE DI “EDUCAZIONE” NEL DIZIONARIO DI TEMA PEDAGOGICO: L’educazione è un processo razionale (l’educazione privilegia quella distinzione che ci differenzia dagli animali, ad un livello superiore. Una prova di ciò può essere l’uso del nostro linguaggio altamente simboli, convenzionale, riuscendo a dare un significato complesso alla realtà. Si punta sulla razionalità per poter gestire tutti gli aspetti che compongono il nostro essere, diventando la chiave di valorizzazione della persona.) e quindi sempre intenzionale (sempre in movimento e sempre in divenire), che si attua in un ben determinato contesto fisco-sociale – realtà tangibile e dalla quale è condizionato nel bene (condizioni che promuovono l’educazione – benessere, pace ecc.) e nel male (dove non c’è volontà politica e condizioni di serenità e di pace di fondo), nel rapporto tra due o più esseri viventi attraverso atti ed interventi comunicativo-espressivi – non ci si educa mai da soli, si è sempre almeno in due, negli adulti quando si auto educano compiono un dialogo con il proprio sé; quando facciamo questo cerchiamo di vedere le cose da punti di vista diversi, anche se siamo solo noi – (educazione e relazione educativa indicano al stessa cosa) tesi alla loro trasformazione migliorativa e quindi al costante affinamento della loro razionalità. il linguaggio cardine dell’educazione è il linguaggio alfabetico e simbolico, perché attiva l’intelligenza in modo più significativo, stimolandola alla percezione di tutte le realtà possibili da esaminare; oltre a ciò, posso costruirmi e immaginarmi i concetti sulla base di metafore e di immaginazione. Tale rapporto trasmette il patrimonio culturale e le strategie mentali per cercare di trasformarlo tramite una sua rielaborazione, puntando a mettere tutti gli individui in condizione di ricercare razionalmente ciò che vale la pena sia vissuto a livello individuale e collettivo, nella prospettiva del permanente miglioramento della qualità della vita – finalità dell’educazione. Quando c’è solo la trasmissione ci troviamo di fronte ad una società oppressa, dove i principi devono essere sempre gli stessi. L’educazione punta al meglio, ma devono esserci degli obiettivi universamente validi e condivisibili da tutti; i veri fini educativi sono equamente distribuiti. Processo, relazione, qualità della vita e trasmissione e trasformazione – insieme, sono i quattro punti cardini dell’educazione. MEMORANDUM SULL’ISTRUZIONE E LA FORMAZIONE PERMANENTE – DOCUMENTO DI LAVORO DEI SERVIZI DELLA COMMISSIONE DELLE COMUNITÀ EUROPEE , BRUXELLES, 20/10/2000 – SEC 2000 1832: SI DISTINGUONO TRE DIVERSE CATEGORIE FONDAMENTALI DI APPRENDIMENTO FINALIZZATO : • • • Apprendimento formale: che si svolge negli istituti di istruzione e di formazione e porta all’ottenimento di diplomi e di qualifiche riconosciute. Apprendimento non formale: che si svolge al di fuori delle principali strutture di istruzione e di formazione e, di solito, non porta a certificati ufficiali. L’apprendimento non formale è dispensato sul luogo di lavoro o nel quadro di attività di organizzazioni o gruppi della società civile (associazioni giovanili, sindacati, partiti politici). Può essere fornito anche da organizzazioni o servizi istituiti a complemento dei sistemi formali. – sono tutte quelle attività educative dove non c’è la presenza di attestati o titoli conseguiti. Apprendimento informale: è il corollario naturale della vita quotidiana, contrariamente all’apprendimento formale e non formale, esso non è necessariamente intenzionale e può non essere riconosciuto, a volte dallo stesso interessato, come apporto alle sue conoscenze e competenze. POLISEMIA E AMBIGUITÀ: 1. Prassi: educazione in età adulta – livello “intuitivo-empirico”: tutto quello che succede dal momento in cui sono diventato adulto; c’è un primo livello intuitivo ed empirico più o meno razionalizzata, più o meno eteronoma, più o meno spontaneistica che ha una sua storia, sue regole, suoi presupposti, sue circostanze facilitanti e ostacolanti, suoi spazi, suoi contenuti, metodi ecc. Prassi che non di rado si è posta al servizio di determinate esigenze sociali, economiche, politiche – un qualcosa che accade, apprendimento, tutto ciò che l’adulto fa, subisce, riceve, subisce, sperimenta ecc. in modo tale da “imparare” qualcosa. 2. Teoria: educazione per gli adulti – livello “razionale politico”: un costrutto teorico, un progetto, che organizza al meglio quella prassi o, meglio, teorie di vario stampo: politiche, economiche, sociologiche, psicologiche ecc. che intendono organizzare al meglio quella prassi e finalizzarla funzionalmente a determinati scopi contingenti – un qualcosa che si fa accadere in vista di obiettivi circoscritti, attività di formazione e di conformazione. 3. Teoria/prassi della ricerca educativa: educazione permanente – livello scientifico: fa capo alla scienza dell’educazione dalla quale trae i suoi presupposti e le sue necessità logiche e al cui sviluppo, progresso, chiarimento, approfondimento contribuisce. Il senso più corretto di educazione degli adulti, anche se esiste come disciplina a sé stante, è quello di attività scientifica della scienza dell’educazione – un settore di ricerca, un modo di essere dell’educazione, un qualcosa che si persegue in vista di finalità universalistiche e miglioristiche; in questo senso l’educazione degli adulti influenza tutta l’educazione. L’educazione non cambia, rimane sempre la stessa, come le finalità; cambiano semplicemente i modi di applicarla. DUE POSIZIONI IN CONTRASTO NELL’EDUCAZIONE DEGLI ADULTI: a. Scienza autonoma a sé stante: oggetto di ricerca= il soggetto adulto. o Pedagogia: dal greco pais-paidòs (bambino) + agein (condurre) – educazione del bambino. o Andragogia: dal greco anèr-andros (uomo) + agein (condurre) – educazione degli adulti. o Geragogia: dal greco géron-ontos (anziano, vecchio) + agein (condurre). – educazione degli anziani. b. Una pista di ricerca della scienza dell’educazione: oggetto di ricerca=l’educazione. Con una dimensione-teorica-speculativa-interpretativa-progettuale e una dimensione storica-fenomenicapratica-didattica-sperimentale. ASPETTI FONDAMENTALI NELL’EDUCAZIONE DEGLI ADULTI: In educazione degli adulti la specificazione “adulti” non sta a significare l’oggetto di ricerca, ma a sottolineare una situazione esistenziale e concettuale specifica. Si tratta solo di denunziare l’intenzione di puntare i riflettori su questa dimensione per ragioni di tipo metodologico a livello euristico – di ricerca, ed ermeneutico – di interpretazione. In altri termini, si tratta di individuare un momento e una situazione particolare dell’educazione – quella che coinvolge l’adultità e tutto quello che ne consegue, per meglio comprendere il significato e la portata dell’educazione stessa come” universale”. Le conoscenze che maturiamo nell’ambito dell’educazione degli adulti, riflettendo sulle sue questioni peculiari, devono essere utili, sia per l’educazione degli adulti sia per l’educazione nel suo complesso. PROBLEMI DI SISTEMATIZZAZIONE EPISTEMOLOGICA: Fino agli anni Ottanta del Novecento la maggior parte degli studi in questo ambito seguivano per lo più tre linee guida: 1. Rimarcare la diversità – rispetto agli altri luoghi in cui si svolge la formazione dell’individuo; 2. Messa in luce di bisogni urgenti – considerare la relazione formativa con adulti un oggetto di studio prevalentemente orientato a mostrare i bisogni urgenti (alfabeto, titolo di studio, aumento di professionalità ecc.). 3. Stabilire un’equazione deterministica – di immediata sequenzialità causa-effetto tra azione educativa e azione di responsabilizzazione (coscientizzazione) politica, tra associarsi di adulti e valenze emancipative. Secondo Duccio Demetrio, aver sostenuto che l’educazione degli adulti era “altra cosa” rispetto ad altri canali formativi e che i bisogni adulti sono sempre specifici, finì con il separare i discorsi sugli adulti e sulla loro educabilità da più in generale dibattito scientifico che agitava il mondo dell’educazione. Il problema della distinzione è un problema cruciale nel fare ricerca – ma distinguere non è separare né giustapporre. In ambito universitario nel passaggio dalla Pedagogia alle Scienze dell’Educazione, alla fine degli anni Novanta, dopo il nuovo ordinamento viene inserito il tirocinio, i 4 anni a ciclo unico rimangono e vengono inserite materie ed esami più specifiche ed etichettate rispetto alle generali di pedagogia, sociologia e psicologia, prevedendo quattro obiettivi: 1. Volontà di superare il riduttivismo dell’etimologia della parola “pedagogia” – fanciullo/azione concreta – gli studi sull’educazione non hanno solo a che fare con il bambino; 2. Volontà di superare la dipendenza dalla filosofia – pedagogia come branca applicativa del pensiero filosofico – solo di recente viene identificata la figura dell’educazione e della pedagogia (che si occupa più della pate pratica), distaccata dalla filosofia (che si occupa di aspetti teorici); 3. Volontà di superare una visione monolitica (unica) del sapere educativo in favore di una visione di insieme complesso di tematiche – non più pedagogia senza aggettivazione, ma più aggettivi e discipline collegate tra di loro che studiano l’educazione in riferimento a tematiche diverse. 4. Volontà di esplicitare l’approccio (scientifico) e l’oggetto (educazione) con l’espressione “scienze dell’educazione”. Con questo passaggio dalla pedagogia alle scienze dell’educazione abbiamo assistito alla moltiplicazione di presunte scienze: • • • Aggettivare la parola “pedagogia” o specificare con un genitivo: sociale, interculturale, speciale, comparata, olistica ecc. per il primo caso della pedagogia; della marginalità, della famiglia, del gioco, del lavoro, della scuola, del tempo libero ecc. per scienze dell’educazione. Completare con la specificazione dell’“educazione” il nome di altre scienze già esistenti: psicologia dell’educazione, sociologia dell’educazione medicina dell’educazione, economia dell’educazione ecc. Utilizzare le “varie” educazioni come nomi di discipline: educazione degli adulti, educazione ambientale, educazione alimentare, educazione interculturale ecc. ARTICOLARE NON È, E NON DEVE ESSERE, FRAMMENTARE IL SENSO E LE FINALITÀ DELL’EDUCAZIONE. L’EDUCAZIONE IN SENSO SCIENTIFICO È IL PROCESSO DI PORTATA TENDENZIALMENTE UNIVERSALE . ARTICOLARE IL PROBLEMA EDUCATIVO SIGNIFICA DARE UNA SPECIFICITÀ AD UNA SITUAZIONE MOLTO COMPLESSA MA CHE SAPPIAMO CHE È UNITARIA . IDENTITÀ DELL’ADULTO: Il momento più alto dell’adultità e di relativa stabilizzazione presenta il momento massimo della vita. Le tre fasi della vita classiche sono: • • • Infanzia e adolescenza – ascendente: fase di sviluppo e di educazione per eccellenza essendo nella fase di spinta; l’infanzia chiede accudimento (crescita, trasformazione e educazione); Adultità – momento apicale della stabilità: (stabilità, produttività) – periodo comprensivo di almeno 40-50 anni della nostra vita; Senilità – fase di discendenza (involuzione senile): abbiamo bisogno di essere destinatari di interventi e non coloro che li applicano (declino, involuzione, improduttività, assistenza). I ruoli sociali di genere dalla gioventù all’età adulta, per esempio per gli uomini, la leva militare obbligatoria era il passaggio di rito per l’adultità; per la donna invece, era assumere il ruolo di moglie e madre. Il matrimonio segna questa cesura tra la generazione adulta sullo sfondo e la nuova coppia di adulti che avanza, acquisendo il nuovo status di adulti. Oggi, diversamente dagli anni 50, il matrimonio non è più un rito di passaggio per diventare adulti. Le immagini dell’adultità al giorno odierno comportano la presenza anche della donna nell’ambito lavorativo. Gli anziani sono molto più dinamici ed attivi nonostante gli evidenti segni di invecchiamento, che si mescolano a gestualità tipicamente giovanili. Quella curva vista in precedenza, quindi, non è più adeguata alla nostra quotidianità odierna. Piuttosto, possiamo fare riferimento a queste fasi della vita con delle metafore, dove non c’è una linearità, ma ci sono degli avanzamenti, cambiamenti, rallentamenti, deviazioni ecc. della vita – ad esempio delle scale che non hanno piani, spirali, radici ecc. Sono venuti meno inoltre, come segni di transizione, i matrimoni, la leva militare obbligatoria, il diventare genitori ecc., hanno reso la nostra vita sociale più fluida da un lato, ma più confusa dall’altro, per il fatto che ì, venendo meno queste obbligazioni, ci troviamo in difficoltà. Il lato positivo è il margine di scelta e di libertà anche dal punto di vista sociale. Da un lato, quindi, ci sono delle prerogative di scelta e di formazione, dall’altro il carico di insicurezza e precarietà. A tal proposito, ci sono delle parole che confermano questo concetto e questa diversità tra ieri ed oggi: • • • • • Adolescenza e adultità sono fasi della vita distinte, ma da qualche anno, adultescenza, viene considerata come una fase vera e propria fondendo le due fasi. “Antropolescenza”: antropos = uomo, lescenza=desinenza parola adolescenza. (G. Avanzini, educazione-formazione: linguaggi e griglie concettuali, 2003). “Maturescenza”: fase in cui si sta ancora maturando “Adultescenza”: magari è già adulto, ma mantiene delle caratteristiche dell’adolescenza. “Emerging adulthood “– 19-29 anni: adultità emergente e rinegoziazione continua – ci si sta facendo adulti avendo caratteristiche tipiche dell’adultità che convivono con alcune dell’adolescenza, conquistando i tratti adulti e che non ha ancora raggiunto del tutto. C’è la tensione ad organizzare la propria personalità in direzione di una maggiore stabilità; rinegoziazione delle relazioni personali con la famiglia d’origine e con il partner; progressiva transizione verso il ondo del lavoro. In questo periodo di vita è presente il sentimento di sentirsi in mezzo tra una situazione di sicurezza e precarietà ci accompagna anche nell’età adulta. In questa fase emergente c’è l’esplorazione identitaria (mi sto conoscendo alla prova della vita in questa fascia di età); c’è un senso delle possibilità (dove i giochi un tempo erano fatti, ora a prescindere da ciò che hai fatto in passato, c’è ancora la possibilità di cambiare; self-focus e la stabilizzazione su sé stessi, sulla propria autorealizzazione, ma questo senso di incertezza crea instabilità e di ambivalenza. Il traguardo determinante di snodo significativo che ci si pone al giorno d’oggi è il “traguardo dei 30” – quando nel passato il traguardo erano i 18 anni. RITI DI PASSAGGIO: Arnold Van Gennep (1873-1957 – “I riti di passaggio”, 1909) aveva compiuto una ricognizione dei principali riti di passaggio che segnavano in maniera inequivocabile i passaggi verso la vita adulta nelle varie culture, generalmente erano tre: la separazione – fase preliminare; la transizione – fase liminale; reintegrazione – fase post-liminale. Questa ritualità funziona ancora nelle comunità che mantengono tradizioni storiche occidentali, riprendendo i valori degli anni 50 – leva obbligatoria, matrimonio ecc. QUANDO SONO SCOMPARSI I RITI DI PASSAGGIO? Le cose si assottigliano e si trasformano in modo graduale, ma ci sono degli esempi che segnano che si sta andando verso la nuova situazione. Ma nonostante questo ci sono stati degli eventi storici che hanno spaccato di netto con la generazione precedente, fungendo da catalizzatori tra le due “epoche” – vedi ad esempio i moti del 68 (contro il precedente modello autoritario e generazionale, rivendicando il senso di libertà, di emancipazioni, di femminismo ecc. e tutto quello che porta alla liquidità della nostra società). MARCO AIME E I RITI DI PASSAGGIO: (VIDEO CONFERENZA REGISTRATA) Il termine età è un termine indicativo, per noi occidentali è legato ad un numero – età anagrafica che ha senso solo in una società dove esiste una struttura istituzionale che ci registra. In passato e altrove non è così (ad esempio in molti villaggi dell’Africa): ci si basava su eventi particolari con nomi che ricordasse in che anno più o meno è successo. Il dato anagrafico non ci dice quale è la nostra età biologica, che non sempre coincide con l’età anagrafica. La suddivisione della prima, seconda e terza età dipende molto dagli eventi sociali nell’epoca in cui stiamo vivendo; a ciò si aggiunge un’età sociale: ogni società ha decretato dei momenti in cui cambia lo status dell’individuo e diventiamo adulti – ad esempio negli anni 50 si poteva andare in guerra a 18 anni ma non poter ancora votare (21). Diventare adulti significava avere dei diritti e dei doveri, siamo diventati responsabili delle nostre azioni e veniamo recepiti come adulti responsabili. Con l’età anagrafica che usa termini formali, associamo dei termini informali e imprecise: la definizione di terminologie come bambini/ragazzi – quando non si è più bambini e quando ragazzi? L’età è un concetto che subisce l’ombra della storia trasformandosi: un tratto che accomuna quasi tutte le società è che ci sono alcuni momenti della vita che sono considerati importanti e vanno ritualizzati. Il passaggio è considerato fondamentale all’interno della struttura sociale, spettacolarizzandolo; parliamo quindi di riti di passaggio. Vandelmenk mette in risalto il rito di passaggio nell’età adulta, perché tutti gli individui sono portati a rispettare tutte le regole – a differenza dei bambini. I riti di passaggio hanno uno schema tripartito sempre uguale: possiamo fare riferimento al matrimonio: 1- Uscita: gli individui escono (simbolicamente o metaforicamente) dal contesto (entrano in chiesa con i genitori). 2- Fase liminare: fase di trasformazione in cui avviene il passaggio di status (vengono lasciati sull’altare). 3- Rientro: rientrano nel gruppo con uno status diverso (escono a braccetto come una nuova famiglia). MA CHE FINE HANNO FATTO QUESTI RITI DI PASSAGGIO? IN CHE MISURA NOI NELLA NOSTRA SOCIETÀ NE ABBIAMO DI DEFINITI? • • • • • Prima degli anni 60: c’era una continuità: il rito di passaggio era organizzato dalla società degli adulti – rito istituzionalizzato. Negli anni 60: cambia il riconoscimento sociale (moti dei 68): inizia una rivoluzione che cambia totalmente, creando una divisione netta tra giovani e adulti. La gioventù prima di quel periodo era sempre stata considerata in chiave bellica, ma non erano i protagonisti. Negli anni 70: si distaccano completamente, tramutando una cultura politica (visione femminista, rifiuto del totalitarismo ecc.). Negli anni 80: inizia quello che viene chiamato reflusso: ritorno all’edonismo, privatizzazione e individualizzazione delle esistenze. La crisi progressiva dell’economia ha permesso di cambiare la mentalità dei genitori (giovani degli anni precedenti influenzati), c’è maggiore dialogo e comprensione; c’è la volontà di diplomarsi – significava che a 18 anni entravi nel mondo del lavoro, segnando così la fine dello studente. Oggi: invece, finché sei studente spesso si dipende dai genitori e non si ha ancora quel riconoscimento totale dell’adultità e autonomia, nonostante l’età anagrafica segni che siamo tutti maggiorenni. Il passaggio della formazione non è più uguale per tutti e non è più così netto: questo fa sì che la convivenza delle due generazioni venga allungata. Un altro elemento che ha cambiato il meccanismo organizzativo: in passato l’apprendimento era verticale dagli adulti ai più giovani; la rivoluzione digitale ha scardinato completamente questa gerarchia. Si forma così un apprendimento orizzontale, mettendo tutto sullo stesso piano. Oggi si affiancano altre forme della conoscenza che si affiancano a quelle precedenti, consentendo ai giovani competenze che gli adulti non hanno: ciò crea un altro scompiglio nelle gerarchie generazionali. Oggi i genitori si vestono come i figli: questa socializzazione maggiore tra generazioni ha aspetti positivi ma anche negativi facendo venir meno dei punti di riferimento: i riti di passaggio servivano a dare dei punti di riferimento chiari e definiti. I In mancanza di riti istituzionali, spesso capita che in gruppi giovanili si inventino riti di passaggio, che si volgono solo al loro interno, ma non riconosciuti dagli adulti. Il rito di passaggio ha senso se viene riconosciuto da tutta la società. Ad esempio, la prova di maturità è uno dei pochi riti di passaggio rimasti; quello che viene a mancare è il “dopo rito”: il rito rimane ma è molto depotenziato. La laurea sarebbe un rituale ma non viene presentato come tale: nei campus anglosassoni, la proclamazione viene eseguita tutti insieme, in Italia si sta tra amici e parenti senza persone esterne. Anche dopo la laurea non è così immediato l’ingresso nel mondo del lavoro. Un’esagerata famigliarità tra generazioni non sempre è positiva: la troppa famigliarità può causare una mancanza di riferimento. Un senso di gerarchia ti abituava fin da piccolo all’idea che nel mondo le gerarchie esistono; oggi invece è più vago come concetto. La difficoltà che vivono i giovani d’oggi, se il ruolo sociale prima veniva riconosciuto in modo netto, oggi stentano a riconoscerlo – con la necessità di ricomporre elementi generazionali, chiarendo i ruoli di ognuno. ALCUNE RIFLESSIONI: o o o o o o o o o L’adultità, dal punto di vista anagrafico è una convenzione – stabilita e riconoscibile per la fase adulta. La convenzione è qualcosa che artificialmente corrisponde ad un dato artificiale ma non rispecchia nella realtà. Definirsi adulti solo sull’età anagrafica cela le differenze delle situazioni individuali e non è allineato con i punti di vista che definiscono la nostra adultità. Per i bambini e gli adolescenti la trasgressione, l’irresponsabilità, l’errore sono tollerati, per gli adulti? Finché sei bambino e non hai conquistato del tutto la ragione ti si concedono una serie di comportamenti che nel modo degli adulti non è ammissibile – oggi non è così. Famiglia allargata e allungata: facciamo riferimento a famiglia allargata, in senso orizzontale, con scissioni e ricomposizioni tradizionali di più famiglie. Una caratteristica ulteriore della nostra contemporaneità è La famiglia allungata, invece, collocata sul piano verticale, vivendo più a lungo, permette di non avere uno stacco preciso tra figli e genitori, coesistendo o coabitando in maniera presente. Apprendimento verticale e orizzontale: la rivoluzione digitale ha inciso nel ruolo di valore e di autorevolezza nei rapporti intergenerazionali. Prima gli adulti erano i detentori del sapere, rendendo evidente la scissione con chi non ce l’ha (giovani). Oggi, con l’apprendimento orizzontale, il flusso dell’apprendimento cambia direzione, mettendo e creando delle dipendenze che in passato non esistevano. Somiglianza “estetica” tra generazioni diverse (abbigliamento, gusti musicali, tempo libero, social, chirurgia estetica, tatuaggi ecc.): tempo addietro la distinzione era netta, oggi non è più così. “Dare del tu e chiamare per nome le maestre” “Il rito di passaggio ha un senso se tutta al società lo riconosce come tale” – differenziarmi dall’adulto mi fa capire in che punto sono; mi danno la misura del cammino che io sto facendo. Oggi, alcuni riti di passaggio restano (ad esempio l’esame di maturità, laurea, matrimonio ecc.), ma sono molto depotenziati e manca il “dopo”. Quali “nuovi” riti di passaggio, quali nuove distanze generazionali, oggi, vale la pena costruire? Ne abbiamo bisogno? LA “NASCITA” E L’AFFERMAZIONE DELL’EDA: ALCUNI CONTRIBUTI TEORICI E SITUAZIONI STORICHE: Gli autori e filosofi che andremo ad elencare sono importanti dal punto di vista teorico, ma il tema dell’educazione degli adulti non era al centro dei loro interessi; possiamo affermare però che sono precursori di essa. • Platone (427-347 a.C.) – “Repubblica libro 7” – parla di uomini d’oro: collocazione di uomini filosofi governanti che devono attraversare un percorso formativo fino al cinquantesimo anno di età. Pensa per • • • • • • questa élite ad un percorso formativo che si svolge anche in età adulta e dichiara che ci si può formare per tuta la vita, postulando questa possibilità. Comenio (1592-1670) – pansofia (insegnare tutto a tutti): concezione di educazione inclusiva che si allarga prendendo il genere umano nel suo complesso. Quando formula le fasi delle varie fasce d’età per l’educazione arriva fino al ventiquattresimo anno di età. Locke (1632-1704) – la figura del gentleman: educazione del gentleman è educazione degli adulti in qualche modo, raffinando la propria razionalità fino all’età matura (per Locke, è l’età dell’autodeterminazione). Rousseau (1712-1778) – “Emilio” romanzo sull’educazione: crescita, sviluppo e educazione dalla nascita fino all’età adulta di Emilio, quando sarà chiamato a rientrare in società e svolgere il ruolo di cittadino e di padre, occupandosi delle sue caratteristiche che deve coltivare per svolgere al meglio il suo ruolo sociale. Rivoluzione francese: nei suoi principi il motto cardine si basa su libertà uguaglianza e fraternità. Questi tre principi necessitavano che gli adulti avessero determinate caratteristiche che rendessero tutti fratelli; ciò dà un grande impulso all’alfabetismo generale. Richiamata dalla Rivoluzione francese come principio che richiamava l’individuo da suddito a cittadino, grazie agli strumenti dell’istruzione, formazione, alfabetizzazione ecc. si parla per la prima volta di suffragio universale (senza le donne). I rivoluzionari richiedevano che i funzionari fossero istruiti per andare a votare. Rivoluzione industriale: metà 700: rivoluziona l’intero sistema produttivo economico di una intera società: la forza lavoro delle macchine è qualcosa che richiede capacità di saperle utilizzare e qualificarsi. I lavoratori nelle fabbriche cominciano ad associarsi per rivendicare migliori condizioni lavorative – orari di lavoro più adatti, retribuzioni miglior, condizioni di sicurezza migliori. Nel rivendicare questi diritti, i rivoluzionari puntano moltissimo sull’istruzione – intesa come motore di ascesa sociale che si accompagna all’emancipazione sociale (richiedendo corsi sociali per alfabetizzarsi, che dia loro la possibilità di emanciparsi per la loro condizione di identità umana). Dewey (1859-1952): filosofo dell’educazione in senso stretto: collocato nel periodo storico in cui c’è grande rinnovamento scolastico (muore nello stesso anno della Montessori), della didattica dei metodi, dell’attivismo pedagogico e dell’educazione nuova. Non dedica nessuna sua opera in maniera esplicita all’educazione degli adulti, ma è comprensibile che intende l’educazione come qualcosa che ci accompagna per tutta la vita. Quello che lui afferma per bambini e adolescenti in età scolare lo intende anche per gli adulti. Dewey valorizza moltissimo l’esperienza (elaborata e portata ad un livello intellettuale e non solo operativo) e il vissuto di chi apprende – l’esperienza è tipica dell’individuo adulto che apprende. L’ORIGINE “DANESE” DELL’EDA E IL SUO “CAPOSTIPITE ” SIMBOLICO: NIKOLAI FREDERIK SEVERIN GRUNDTIVG (1783-1872): Egli fu, al tempo stesso, “pastore d’anime, riformatore religioso, uomo politico, letterato, storico, filologo e pedagogista, anche se la sua non è stricto sensu una pedagogia sistematica proprio per la polivalenza degli interessi che hanno alimentato la sua esistenza” (M. L. De Natale, “l’educazione per la vita. N. F.S. Grundtvig, pedagogista e educatore danese, 1980): con questo testo, Maria Luisa De Natale ha voluto mettere insieme la dimensione teorica di Grundtvig con quella pratica. LA SUA STORIA IN SINTESI: Ci troviamo in Danimarca, a cavallo della prima metà dell’800: simbolicamente è il capostipite dell’EdA perché in maniera più sistematica, organica, completa ha messo a punto le caratteristiche fondamentali che l’educazione degli adulti avrebbe dovuto avere. Per Grundtvig l’EdA è il focus principale della sua riflessione, dandosi da fare dal punto di vista pratico. Ciò che sappiamo di lui, è la traduzione tradotti dal danese al francese e dal francese/inglese all’italiano. Si dedica alla traduzione dal danese antico al danese moderno – parlato, delle principali opere della tradizione della Danimarca, per renderli accessibili a tutta la popolazione – traduzione culturale che faccia da collante sociale che è a rischio di essere smembrata (alimentare il senso della “danesità” nella sua gente). Avrà un ruolo attivo in prima persona nell’ambito politico; in quel periodo storico la Danimarca era sottoposta ad una serie di tensioni che la circondavano (punto nevralgico dal punto di vista militare, economico ecc.), formando meccanismi di coesione sociale interna, alimentano un senso di difesa e patriottismo che si accentua nella consapevolezza della compattezza per avere gli atteggiamenti di conquista. Tra il 1829 e il 1831 compì tre viaggi di studio in Inghilterra, dove toccò con mano il fervore di attività – educative, politiche, sociali in senso lato – innescate dalla rivoluzione industriale. Aveva una visione complessiva di quello che stava cambiando nell’Europa all’epoca. LA SUA STORIA IN SINTESI: Ci troviamo in Danimarca, a cavallo della prima metà dell’800: simbolicamente è il capostipite dell’EdA perché in maniera più sistematica, organica, completa ha messo a punto le caratteristiche fondamentali che l’educazione degli adulti avrebbe dovuto avere. Per Grundtvig l’EdA è il focus principale della sua riflessione, dandosi da fare dal punto di vista pratico. Ciò che sappiamo di lui, è la traduzione tradotti dal danese al francese e dal francese/inglese all’italiano. Si dedica alla traduzione dal danese antico al danese moderno – parlato, delle principali opere della tradizione della Danimarca, per renderli accessibili a tutta la popolazione – traduzione culturale che faccia da collante sociale che è a rischio di essere smembrata (alimentare il senso della “danesità” nella sua gente). Avrà un ruolo attivo in prima persona nell’ambito politico; in quel periodo storico la Danimarca era sottoposta ad una serie di tensioni che la circondavano (punto nevralgico dal punto di vista militare, economico ecc.), formando meccanismi di coesione sociale interna, alimentano un senso di difesa e patriottismo che si accentua nella consapevolezza della compattezza per avere gli atteggiamenti di conquista. Tra il 1829 e il 1831 compì tre viaggi di studio in Inghilterra, dove toccò con mano il fervore di attività – educative, politiche, sociali in senso lato – innescate dalla rivoluzione industriale. Aveva una visione complessiva di quello che stava cambiando nell’Europa all’epoca. LA “SUA SCUOLA”: Nel 1838 iniziò a tenere periodiche conferenze al Collegio di Borch di Copenaghen, dove nacque la sua “scuola”: egli si adoperò sollecitando la creazione di una scuola popolare nazionale, aperta a tutti gli adulti e a tutte le classi sociali, ma tramite la parola vivente testimoniò un nuovo modo di fare scuola; dando il via alla nascita di numerose associazioni volte a risvegliare il sentimento nazionale attraverso canti e conferenze. Lo ricordiamo soprattutto per la sua attività pratica: fonderà una scuola popolare nazionale aperta a tutti gli adulti e a tutte le classi sociali. nella seconda metà dell’800 cominciano ad espandersi e a diffondersi anche in maniera molto rapida e significativa su tutto il territorio danese – prime scuole popolari per gli adulti. Immaginò anche un’idea di una grande università popolare scandinava (non limitata alla sola Danimarca) in cui riunire attraverso gli studenti i popoli cui appartengono. Queste idee le porta nelle sedi istituzionali della politica. Nel discorso dell’educazione popolare degli adulti, le dimensioni di Grundtvig convogliano tutte insieme. LA SUA VISIONE DELLA SCUOLA POPOLARE PER GLI ADULTI: Troviamo già l’idea che la via più significativa per l’educazione di un adulto è quella che lascia da parte l’educazione professionale perché punta ad altri aspetti trasversali a tutti gli adulti e sono: “La scuola per la vita’ senza esami, senza preparazione professionale vuole solo svegliare e alimentare l’amore per la patria, insegnare a conoscere la vita, guidare i giovani verso una cultura che porti la ricompensa in sé medesima e che non abiliti ad alcun mezzo per guadagnare pane. La ricompensa di chi si educa è prima di tutto l’arricchimento culturale – educazione come cura di sé che non come moneta da spendere nella vita completa. Nel 1839 Grundtvig ottenne il pastorato di Vartov, e iniziò ad ipotizzare in contemporaneità con le folkehøjskoler (scuole superiori popolari, che cominciarono ad attecchire e a moltiplicarsi rapidamente nella seconda metà dell’Ottocento) una grande Università Scandinava in cui riunire, attraverso gli studenti, i popoli cui appartengono. Nel periodo di fervore rivoluzionario che attraversò la Danimarca a partire dalla morte del re Cristiano VIII nel 1848, Grundtvig iniziò a partecipare attivamente alla vita politica, venne eletto componente dell’Assemblea legislativa e nel 1849, nel 1853 e nel 1855 sedette nella Camera Bassa del Parlamento e nel 1866 nella Camera Alta. Nel 1861 ricevette il titolo onorario di Vescovo, continuando instancabilmente la sua attività di pastore, politico e educatore, argomentando attraverso i suoi sermoni la sua idea di educazione come processo di “risveglio” della personalità e di sviluppo della responsabilità. “La scuola per la vita senza esami, senza preparazione professionale vuole solo svegliare e alimentare l’amore per la patria, insegnare a conoscere la vita, a guidare i giovani verso una cultura che porti la ricompensa in sé medesima e che non abiliti ad alcun mezzo per guadagnare pane. La predominante funzione sociale della folkehøjskoler consiste nel permettere al giovane adulto di inserirsi come responsabile protagonista nella vita della comunità, attraverso un intervento educativo capace di far comprendere l’infinità dei rapporti sociali intercorrenti tra gli uomini, dall’ambito della vita del proprio paese a quella dello Stato, sulla base di quel complesso insieme di tradizioni, di sentimenti e di ideali che caratterizzano il popolo danese” Gli strumenti che l’educazione deve dare agli studenti è un compito che mira a migliorare le capacità di comprensione del contesto, dando una interpretazione critica nei confronti di quello che succede e che altri decidono per noi. ALBERT MANSBRIDGE (1876-1952): LA SUA STORIA: Di umili origini, lasciò adolescente la scuola per lavorare, ma continuò a soddisfare il suo desiderio di formazione da autodidatta, frequentando i corsi supplementari del Kings College di Londra e, successivamente, insegnando a sua volta nei corsi serali su temi di storia industriale ed economia – di stringente attualità per l’adulto. Dopo un po’ si interessano sempre meno, cominciando a voler argomenti che li formi come persone ma che non sono strettamente collegati con la loro professione. LA WEA: Nel 1903 fonda la Workers’ Educational Association (WEA), che svolgeva il suo lavoro educativo in povere stanze affittate nei quartieri periferici delle grandi città, vicino alle fabbriche – attiva ancora oggi; ha sedi in tutto il regno unito ma anche in tutto il Commonwealth. Contesto in queste fabbriche si sviluppano attivamente, dove di fianco si fondano case ed abitazioni degli operai che vanno a lavorare. La WEA, secondo il suo fondatore, doveva diventare un movimento di autoeducazione popolare, realizzando altresì un solido collegamento tra le forze del lavoro e la scienza, e cioè tra sindacati (unione di lavoratori compatti che chiedono migliori condizioni che nasce in questo periodo), cooperative e università. Mansbridge crea una figura di tutorato – intermediario tra studente e docente nelle situazioni più critiche, e una biblioteca per i lavoratori in ogni sede della WEA. Successivamente, Mansbridge, si adoperò per l’organizzazione di filiali della WEA in Australia, Nuova Zelanda e Canada, e fondò altri gruppi di educazione degli adulti (“World Association for Adult Education” (1918), il “Seafarers’ Educational Service” (1919) e il “British Institute of Adult Education” (1921)). COME CONCEPISCE L’EDUCAZIONE E GLI OBIETTIVI DELLA WEA? Secondo Mansbridge, l’educazione deve avere due obiettivi che si intersecano tra di loro: 1. Sviluppo individuale 2. Armonia sociale e dimensione collettiva La concezione di Mansbridge circa l’obiettivo della WEA fu dualistica: avrebbe portato sia allo sviluppo individuale sia all’armonia sociale. Egli considerava fondamentale il collegamento tra le Università e la WEA per contribuire all’inserimento pieno dei lavoratori nella vita politica della comunità. Le funzioni individuali e sociale di Mansbridge sono rimaste il nucleo delle finalità dell’educazione degli adulti pubblicamente espresse. Più in generale, infine, è interessante sottolineare che “Mansbridge definì la conoscenza non nei termini del senso comune di ‘imparare la formula’ o di ‘mera intelligenza’, ma come un processo di ‘digestione interna’, cioè passando attraverso l’esperienza di una persona, in modo da trasformarne la personalità e determinandone la saggezza” e che “a partire dalla sua convinzione religiosa, Mansbridge credeva che lo scopo dell’educazione è quello di aiutare le persone ‘nel potere dello spirito, attraverso la conoscenza e la formazione, per ordinare le cose del mondo per il benessere dell’uomo e la gloria di Dio’”. La sua fede religiosa p un’ascendente molto forte nella sua teorizzazione educativa. USA: TRA OTTOCENTO E NOVECENTO: Negli USA c’erano già delle esigenze specifiche per l’educazione degli adulti: l’opera di alfabetizzazione primaria degli adulti si accompagnò a quella dell’adattamento degli immigrati alla lingua e alla cultura del nuovo ambiente, senza trascurare con i problemi posti da una forte industrializzazione e da una forte crescita urbana, i tempi della fruizione del tempo libero. Educazione degli adulti coma alfabetizzazione civica. Le rivendicazioni che sono state tanto rivendicate vengono accettate e attuate, facendo nascere così il consumismo e il concetto di tempo libero (speso però poi in alcolismo, gioco d’azzardo ecc.). L’educazione degli adulti viene sollecitata ad occuparsi di attività ricreative e formative. LA HULL HOUSE: (luogo dove si può andare e ricevere assistenza anche abitativa), fondata a Chicago nel 1889 da Jane Addams: è il più famoso fra i social settlements che si diffusero negli Stati Uniti dalla seconda metà dell'Ottocento. La Hull House ospitava stabilmente, per periodi più o meno lunghi intellettuali impegnati nella difesa delle classi più deboli della società, offriva a tali classi non solo aiuti concreti e materiali (ad esempio, nursery per accudire i bambini), ma anche l'apporto di molte competenze culturali (corsi di inglese, teatro, musica, lavori artigianali, conferenze di filosofia e di economia) – andò anche Dewey a tenere dei corsi. EDUARD CHRISTIAN LINDEMAN (1885-1953 – USA): LA VITA E LA SUA BIOGRAFIA: Dalla nascita fino ai 21 anni non è stata fatta chiarezza sulla sua vita: Gessner (marito di una delle sue figlie) scrive la prima biografai di Lindeman, nel 1956, tre anni dopo la sua morte; la seconda biografia è trattata da una sua studentessa dell’università del Minnesota, ricalcando gli elementi significativi di quello precedente del 1956; fu pubblicato nel 1958. La terza biografia fu scritta dalla figlia più piccola di Lindeman, pubblicata nel 1991. L’opera della figlia sconfessa le due biografie precedenti: affermando che non sono informazioni esatte e verificate, scrivendo che è andata anche nel paese natale del padre per trovare registri di vita. L’argomento dibattuto è il fatto della sua provenienza: i primi due affermavano che Lindeman era originario della Danimarca, emigrato negli Stati Uniti per cause di possibili faide tra le due famiglie. Rimane orfano molto presto, a nove anni, e non istruito: pare abbia potuto frequentare solo la scuola parrocchiana dove ha ricevuto in modo molto rudimentale le basi. Lavora nei porti, miniere di sale, nei campi, vivendo la sua infanzia e adolescenza come fosse un adulto. A 21 anni si ritrova a lavorare in una fattoria, e per sua fortuna, il suo datore di lavoro si preoccupava dei suoi dipendenti spingendolo ad iscriversi al college nell’ambito agrario – come iscritto con riserva, senza avere un minimo di base di studi; concludendo gli studi dopo la seconda volta che ci aveva provato, diventando professore alla Columbia University. Ciò ci fa riflettere sul fatto che Lindeman ha vissuto le tappe della vita in modo inverso; l’esperienza che ha come ventunenne che entra in formazione per la prima volta è una situazione difficile e non intuitiva: capisce le esigenze dal punto di vista didattico gli servirebbero di più per la sua educazione personale. La figlia di Lindeman; Elisabeth, che scrive la terza biografia, trova il nome del padre come Eduard Christian Lindeman (anziché Edward Lindemann). Afferma che il padre in casa era molto restio a parlare della sua infanzia, non raccontando mai nulla. Nota il fatto che non è un nome danese, ma che i suoi genitori provenivano dalla Germania – significava essere prussiani e non ben visti nel nuovo continente. Non stravolge il suo nome, ma apporta delle correzioni (aggiungendo “Christian” come secondo nome, e aggiustando il cognome da “Lindemann” a “Lindeman”). Scopre inoltre che era rimasto orfano a 17 anni e non a 9 come era stato affermato nelle prime due biografie. dopo i 21 anni, quando Lindeman entra al college, le informazioni delle tre biografie concordano tra di loro. TAPPE FONDAMENTALI DELLA SUA VITA: • • • • • • • • • • 1906 si iscrive al college 1918 diventa professore di sociologia rurale presso un college di impronta cristiana – YMCA (Young Men’s Christian Association), George Williams College – Chicago, Illinois. 1919: professore di sociologia nel North Carolina College for women – Greensboro, North Carolina. 1923/24/25: pendolarismo dal New Jersey a New York – New York school of social work; “The inquiry”, “survey graphic”, “the new republic” 1920-1922-1926: visita la Danimarca tre volte. 1924: Europa 2932: Russia per studiare la propaganda del regime 1945: Germania 1949: India 1950: pensionamento “THE MEANING OF ADULT EDUCATION” – NEW YORK, NEW REPUBLIC, 1926 (LINDEMAN): Secondo Lindeman ci sono delle mancanze che hanno modificato le basi dell’educazione americana. Comincia elogiando la Danimarca di Grundtvig: ha delle caratteristiche ben precise diverse da quelle americane che sono state fondamentali per l’educazione degli adulti e della formazione in generale – l’educazione non deve essere una preparazione alla vita: è riduttivo pensare ciò, l’educazione si deve sempre accompagnare alla vita. Il traguardo dell’alfabetizzazione è solo un trampolino di lancio per andare a ristrutturare i valori della vita: l’EdA non si deve ridurre ad un livello strumentale, ma l’alfabetizzazione deve essere un prerequisito per educazione. “Dopo lunga osservazione si comincia ad intuire che l’educazione degli adulti non ha semplicemente condotto i cittadini dall’analfabetismo all’alfabetizzazione: ha ricostruito l’intera struttura dei valori della vita.” – Lindeman fa riferimento al fatto che già negli anni 20/30 degli anni ‘90, gli Stati Uniti sono in una situazione di progresso piuttosto avanzata rispetto agli altri paesi del mondo, ma essendo già agiati, non presentano una cultura omogenea: “Ci siamo inoltre abituati a un metodo di realizzazione degli obiettivi che è in essenza antitetico rispetto all’intelligenza. all’intelligenza. Noi misuriamo i risultati su base quantitativa. In America potremmo avere un movimento per l’educazione degli adulti in men che non si dica: psicologi della pubblicità e venditori consumati potrebbero metterlo su in cambio di un equo corrispettivo – ogni aspetto può e diventa un business e criticando l’economia americana. Ma ciò che è “messo su” raramente resta su. Il principale pericolo che l’educazione degli adulti deve affrontare è il rischio di essere “americanizzata” prima che ne comprendiamo il significato .” – per contrastare ciò, Lindeman crede che l’unico atto che possiamo adottare è quello di capire l’educazione degli adulti. Solo quando vivi sulla tua pelle l’EdA, riesci a capirne veramente il significato. “L’educazione concepita come preparazione alla vita imbriglia il processo di apprendimento in un circolo vizioso. Giovani educati secondo le idee degli adulti e abituati a pensare all’educazione come a un processo che finisce nel momento in cui inizia la vita reale, non faranno miglior uso dell’intelligenza di quanto non facciano i loro maggiorenti, da cui il sistema è strutturato. Quando i giovani vedono con chiarezza la fallacia di tale modello si verificano brevi momenti di ribellione, ma la pressione della civiltà degli adulti è, ahimè, troppo forte; e alla fine i giovani finiscono per adeguarsi a tale modello, soccombendo alla tradizione dei vecchi – diventando essi stessi vecchi nel pensiero innanzi tempo.” – i giovani crescono abituati a pensare che la vita vera inizia quando finisce l’educazione, ma quando diventeranno adulti si renderanno conto che non è così, creando un circolo vizioso. “In questo circolo vizioso l’educazione diviene non tanto un’impresa gioiosa, quanto piuttosto qualcosa da subire solo perché conduce ad un obiettivo desiderabile.” – pensare al processo formativo vissuto con pesantezza solo per raggiungere i titoli di studio; si tende a vivere l’educazione come qualcosa che si accetta solo per l’obiettivo. “In genere avviene quindi che coloro che hanno “completato” un corso standardizzato di istruzione improvvisamente si volgono a tutt’altro. C’è qualcosa di ridicolo o, meglio, di patetico nella caricatura del laureato che, in tocco e toga, col diploma stretto in mano, grida: “Istruito, perbacco!”. Da allora in poi, assorbito dalle cose della vita, concepirà l’educazione come una seccatura necessaria al successo di un giovane. Quella vita per cui ha sofferto l’afflizione dell’apprendimento si trasformerà per lui in una serie di ottuse, degradanti, noiose capitolazioni al modello stereotipato della sua cerchia. Di lì a una decina d’anni avrà perso ogni contatto con il mondo dell’intelligenza, o, peggio, seguiterà a utilizzare le briciole intellettuali dei suoi giorni universitari, sarà in difficoltà a leggere qualche libro serio e si sarà completamente assuefatto al gergo professionale del suo settore, ostentando derisione per gli “intellettualismi”. In breve, sarà divenuto il tipico adulto che tiene stretti i cordoni della borsa dell’istruzione – essendosi lungo tempo prima fatto scappare di mano il gioco dell’apprendimento”. – ha una visione un po’ pessimista nella concezione del fine del percorso scolastico vigente. “Già si agita una nuova speranza. Da molte parti giunge l’appello a un nuovo tipo di educazione imperniata sul principio fondante che l’educazione è vita – non mera preparazione a una vita futura di tipo ignoto.” – è addirittura illogico pensare di prepararsi ad una vita che non sappiamo come sarà, tagliando fuori l’educazione degli adulti come mera preparazione. È illogico pensare di inseguire una preparazione fissa per qualcosa che è in movimento. “L’intera vita è apprendimento, e in tale ottica l’educazione non può avere un termine. Questa nuova avventura (= avere fiducia per le cose che verranno; fa riferimento ad una dimensione futura) si definisce educazione degli adulti: non perché sia limitata a questi, ma perché sono la maturità, l’età adulta a definirne i termini. Si tratta di un concetto inclusivo. – (specifica il fatto che l’EdA non si riferisce solo agli adulti, ma allude alla dimensione della maturità, che riguarda tutti, pensando all’educazione in generale). Il fatto che i lavoratori manuali della Gran Bretagna (Mansbridge) e i contadini della Danimarca (Grundtvig) abbiano condotto i primi esperimenti da cui noi oggi traiamo ispirazione non implica affatto che l’educazione degli adulti sia destinata unicamente a tali classi. Con ogni probabilità nessuno più del laureato ha bisogno dell’educazione degli adulti, poiché è proprio costui ad avere le idee più dubbie sulla funzione dell’apprendimento .” – la ragione per Lindeman dell’EdA è una ragione logica: non solo gli adulti svantaggiati hanno bisogno di educazione, ma tutti quanti. Il contadino, l’operaio, sanno già che l’apprendimento è uno strumento di emancipazione sociale, reclamano istruzione e educazione perché sentono la necessità. I laureati sono quelli che non si sono trovati nella condizione di capire bene che ruolo ha l’educazione nella vita, passando per inerzia nei passaggi educativi standard. “In secondo luogo, l’educazione concepita come un processo i cui estremi coincidono con la vita stessa si basa su ideali non professionali.” – una buona educazione degli adulti si deve richiamare su visioni non professionali. ELEMENTI IN CONTRASTO CON L’EDA SECONDO LINDEMAN: Gli elementi che Lindeman denuncia come estremamente negativi ed in contrasto con un’EdA che sia fonte di gratificazione, contesta il fatto che il sistema americano relega l’educazione agli anni giovanili e critica una struttura che anziché dare gioia nell’apprendimento fa vivere gli anni di istruzione con malessere. A questa parte critica Lindeman fa seguire una parte costruttiva: quali pilastri dell’EdA devono quindi essere realizzati per ribaltare una struttura di questo tipo? Innanzitutto, il principio fondante di tutta la sua teoria è racchiuso in questa sorta di slogan (punto 1): 1. L’educazione è vita, non preparazione alla vita; 2. Se l’educazione è vita e permea in tutte le situazioni di vita nel corso del tempo, si deve basare su ideali non professionali. Tra il filone professionale e quello esistenziale, sceglie il secondo, attribuendo all’EdA una finalità più ampia della formazione lavorativa. Il lavoro non ha una valenza solo economica, ma deve essere gratificazione e fonte di realizzazione personale; il fatto di lavorare, essere autonomi è un tratto distintivo peculiare qualificante: siamo portati a considerare meno adulto chi non lavora -> per quanto sia importantissimo, se l’educazione riguarda l’intera vita non si può fermare alla professionalità poiché i valori educativi investono la sfera dell’individuo. Lindeman ravvisa due ordini: innanzitutto è necessario avere una formazione specialistica che quindi sostanzialmente permetta di imparare a fare il proprio mestiere; c’è una educazione di livello superiore però, che mira a farti comprendere il significato del tuo lavoro -> una serie di strategie che travalicano il lavoro che fai, evidenziando il tipo di lavoratore che sei. Prima di essere un lavoratore, ed oltre, sei una persona, un cittadino: l’autentica EdA è di ordine superiore rispetto all’educazione professionale. Alienarsi: essere estraniati dal processo lavorativo, divenendo una continua ripetizione non gratificante. Per gli operai è molto più difficile riuscire a dare significato al proprio lavoro: mentre in un sistema artigianale, l’artigiano seguiva tutte le fasi di realizzazione di questo bene (partendo dalla materia grezza fino alla creazione finale), avendo sotto gli occhi l’intero ciclo produttivo. Gli operai non hanno di fronte il processo lavorativo, ma una parte parcellizzata poiché non è possibile ricostruire ciò che avviene prima e dopo, e non può mettere creatività. Ma se anche loro devono vivere una vita permeata di gioia, dovrà essere garantita loro la possibilità di esprimere la loro personalità in maniera più completa -> situazione di compromesso razionale; sa bene che il sistema del lavoro applicativo non può essere ribaltato in tempi brevi ma come può agire l’EdA per dare il suo contributo di gratificazione? Evidentemente non nel lavoro, ma nel tempo libero: gli operai cominciano a rivendicare i loro diritti, come la riduzione dell’orario di lavoro per avere del tempo libero. Il problema del tempo libero per l’EdA è un universo da scoprire: ha questo nome che non lo connota. Come rendo il tempo libero occupato? Innanzitutto, deve essere non solo libero da occupazioni lavorative ma che sia un momento di libertà, e per fare ciò è necessario abbia caratteristiche di quantità (se lavoro 14 ore al giorno, 8 riposo e 2 ore le utilizzo per svolgere le funzioni essenziali della mia vita, quindi, non è tempo di libertà, ma solo liberato dal lavoro; è necessario ampliarlo perché si deve creare un margine di libertà dentro al quale devo avere la possibilità di scegliere attività liberatorie. *) e qualità elevate. *Tempo libero= liberato dal lavoro; tempo di libertà= deve essere garantita la possibilità di poter contare su un momento libero; tempo liberatorio: per la cura dei miei interessi e soddisfazione gratificante. Il consumismo tende a rendere produttivo e-business qualsiasi momento della vita: il nostro tempo libero e di libertà viene popolato da una serie di stimoli che ci inducono a consumare beni e servizi. Questo tempo deve essere anche liberatorio, che non segua il flusso di mercato, ma che ha a disposizione delle attività più autentiche, creative. 3. L’approccio all’educazione degli adulti avverrà per via situazionale, non sulla base di materie: (da quella teoria, quale momento applicato discende?) – a differenza di quanto si fa nei contesti formali di formazione in cui l’offerta formativa (istruzione convenzionale) è regolata sulla base di discipline, materie, corsi, si deve procedere per via situazionale, costruita attorno al bisogno degli studenti. Ogni persona adulta si trova in una situazione specifica rispetto al lavoro, tempo libero, famiglia e quindi questa diversificazione richiede un certo grado di adattamento a delle situazioni concrete. Lindeman si occuperà anche molto della Parent education: tutti gli aspetti della vita vengono portati dentro l’EdA – è una sorta di rivoluzione copernicana (come passaggio dal magistero centrismo al puerocentrismo). Lindeman esplicita che di importanza primaria è il SOGGETTO (via situazionale) a cui deve essere data la precedenza: l’approccio situazionale comporta che il processo di apprendimento è fin da subito operante in un contesto reale e vedremo in seguito come anche chi insegna agli adulti diventa esso stesso un educando; 4. La risorsa più preziosa dell’educazione è l’esperienza di chi apprende - valorizzando l’esperienza – “libro di testo vivente per l’educazione dell’adulto”. Se l’educazione è vita, allo stesso modo vita è educazione. L’adulto ha una maggiore quantità di esperienza e ciò è inequivocabile: quantitativamente l’adulto ha un tratto di vita più lungo di quello di un bambino. Anche il tipo di esperienze che un adulto ha maturato sono qualitativamente diverse rispetto a quelle di un bambino poiché è implicata la sua responsabilità, autonomia, decisioni. Ogni soggetto ha un vissuto di cui deve tener conto delle sue esperienze (cfr. Corso di formazione 24-10). Nell’educazione dei bambini, è normale parlare di tante questioni che però non hanno ancora affrontato ma è l’insegnante che deve anticipare le sue esperienze. Gli insegnanti ci insegnano tante cose di cui non abbiamo mai avuto contezza diretta, ma quando insegniamo agli adulti non posso più pensare che anticipi la realtà. Noi impariamo in base a ciò che facciamo e quindi un’educazione autentica deve tener conto di ciò che pensiamo e ciò che facciamo. La vera esperienza è quella su cui noi abbiamo puntato una riflessione e su cui abbiamo dato un significato. La narrazione autobiografica ci permette di conoscere meglio il sé innescando un processo riflessivo e formativo. L’esperienza è il libro di testo vivente dell’adulto: un contenuto ci deve sempre essere, non si può educare nel nulla, ma anche se sono un educatore professionale che non insegna la materia ma svolge un processo educativo. Il contesto più adeguato è quello del micro-gruppo. (PUNTI MOLTO IMPORTANTI PER L’ESAME – PILASTRI) LA CREATIVITÀ: “L’educazione dell’adulto parte dal presupposto che la scintilla creativa possa essere mantenuta accesa per tutta la vita, e che inoltre possa essere rinfocolata in quegli adulti disposti a devolvere una parte delle loro energie al processo di diventare intelligenti. Ancora una volta si fa necessario proporre definizioni inclusive: se la vita è apprendere, e apprendere è vita, allora la creatività è una possibilità in tutte le sfere di attività ricche di significato. Il verbo “creare” è per troppo tempo rimasto proprietà privata di coloro che si definiscono artisti. Anche la vita è una delle arti creative, in caso contrario il suo ultimo significato sarà la noia. Una vita ben organizzata e adeguatamente espressa merita di essere definita bella quanto una statua ben concepita. L’estetica soffre a causa del suo artificiale isolamento, della sua esclusività. La bellezza non si scopre solo attraverso la contemplazione delle cose belle: la bellezza è fare esperienza. E infatti la contemplazione passiva della bellezza nelle cose o nei termini di concezioni astratte può, come spesso avviene, trasformarsi in un ostacolo al processo di generare una partecipazione all’esperienza creativa. L’esteta invariabilmente degenera al livello dell’impotenza. Senz’altro percepirà la bellezza, ma è raramente in grado di traslare le proprie percezioni sul piano della vita nella sua interezza. Per questi la bellezza non è semplicemente un’esperienza di cui godere, ma rimarrà per sempre una divinità da adorare” La creatività pone l’accento sul tirare fuori aspetti della nostra personalità ed è un aspetto apprezzabile dal pdv educativo ed è uno degli obiettivi. Lindeman dedica molte pagine riguardo il tema ed utilizza L’ESPRESSIONE SCINTILLA CREATIVA: considera la creatività presupposto dell’educazione degli adulti, una dote che tutti possiedono (va contro un senso comune; tendiamo a pensare che la creatività sia una dote associabile a pochi individui, innata, dunque la associamo ad un talento individuale che deriva dal bagaglio genetico). Associamo la creatività a qualcosa di eccentrico, mentre per i bambini siamo più propensi a considerarli tutti creativi: il loro modo di concepire e vedere le cose in termini che a noi sembrano creativi ma che in realtà sono incompleti. I bambini riconducono ciò che vedono alla loro esperienza e tante volte le estraneità vengono considerate creatività quando non lo sono: a noi paiono percezioni inconsuete ma per i bambini non lo sono. La creatività non è la stranezza ed ingenuità che un bambino dimostra e dà significati strampalati (anche perché con la crescita diminuiscono) -> siamo portati a ritenere che tutti i bambini siano creativi. La stessa espressione in bocca ad un bambino suona come creatività, in bocca a qualcuno di più grande sembra ignoranza. Se la creatività non è un potenziale per tutti noi, a cosa serve l’educazione? La creatività è una dotazione di tutti: tutti abbiamo una scintilla creativa (possibilità di essere creativi) che può rimanere accesa tutta la vita o spegnersi. La scintilla diventa fiamma quando viene carburata (tramite l’educazione). CREATIVITÀ : la sua etimologia ha a che fare con il creare, con il produrre qualcosa ed ha a che fare con qualcosa che ha a che fare con la produttività/fecondità. Essere creativi vuol dire anche essere in grado di controllare ciò che si è creato: questo ci fa capire quanta intelligenza e razionalità ci sia nella creatività, che viene sempre supportata da esse. CREATIVI SI NASCE E SI DIVENTA: ci sono delle potenzialità che emergono se il tutto viene coltivato. Si può essere creativi senza essere artisti. Essere creativi significa utilizzare la propria intelligenza: la bellezza non si deve scoprire solo tramite la contemplazione ma la bellezza è fare esperienza. Essere artisti ed avere gusto estetico non è solo apprezzare quel che qualcuno ha definito bello, ma essere coinvolti in quell’apprezzamento. Dobbiamo avvicinare questo discorso della bellezza alla nostra vita quotidiana: bisogna dare un significato, faccio entrare questa esperienza nella mia vita e lo faccio io, esercitando la nostra capacità interpretativa. BINOMIO CREATIVITÀ E INTELIGENZA: Lindeman ci sta dicendo che l’educazione degli adulti serve a farci sentire meglio/gratificati; chi si ferma allo stato di contemplazione passiva considererà la bellezza come una divinità da adorare. Per Lindeman educarsi per tutta la vita significa valorizzare tutte le facoltà collettive: è l’intelligenza creativa che orchestra tutte le altre dimensioni della vita. Il quid distintivo dell’essere umano è la capacità relazionale. Dotazione potenziale: tutti gli individui sono potenzialmente creativi e intelligenti – ognuno può essere artista della propria esistenza. L’invito che pone è di riconoscere la scintilla creativa che tutti hanno e di rinfocolarla durante tutto l’arco dell’esistenza. “La capacità creativa è sempre volta al futuro, anticipatoria, ma il suo sguardo al futuro scaturisce dal piano delle condizioni reali; i suoi “impossibili” sono distillati dai “possibili”. – quando una persona coltiva la sua creatività, è una persona che guarda il mondo con sguardo progettuale – le persone intelligenti sono quelle volte al futuro, perché è in quella dimensione che le cose si sviluppano e si migliorano. La finalità è qualcosa di molto ampio e generale (ad esempio, “sviluppare nell’individuo capacità critiche”). Data l’ampiezza della finalità ci sembra impossibile: tutti i traguardi di sviluppo umano, sono tutti traguardi che paiono impossibili da attingere in maniera piena. Per renderli fattibili e perseguibili, identifichiamo degli obiettivi: finalità a lunga gettata e obiettivi che segnano il cammino in quella direzione – obiettivi come acquisizioni che metto nel breve termine. Buttare in avanti la nostra traiettoria di sviluppo, individuare l’impossibile deve essere un procedimento che vado a distillare in tanti passi possibili: questo è l’atteggiamento creativo; quello che conta è aver ben chiaro il traguardo di riferimento. “La capacità creativa è intrinseca, e appare fortuita solo perché non riusciamo a vedere tutti i rapporti tra colui che crea e i fattori che contribuiscono alla sua creazione. Inoltre, la creatività non dipende tanto dai suoi obiettivi quanto dai suoi mezzi; è il processo creativo, e non l’oggetto creato, a rivestire la suprema importanza.” Lindeman afferma che non è solo il risultato finale che conta ma è il processo che io svolgo per arrivare a quel risultato – “processo educativo”. Non tutti siamo predisposti per temperamento, integrazione organica o per condizioni ambientali a produrre opere d’arte, ma tutti possiamo vivere in maniera artistica. La tradizione classica nell’arte è uno dei molti ostacoli che gli educandi adulti devono superare prima di poter prendere parte ai piaceri culturali in maniera libera e creativa. Niente spegne gli ardori dell’apprezzamento tanto in fretta quanto qualche formalista che ci dica che l’oggetto del nostro apprezzamento è immeritevole e di cattivo gusto [...] Al che il nostro maestro potrà rimandarci agli esemplari da cui il suo gusto deriva, e se per caso si tratta di un professionista nel campo dell’arte, insisterà finché non soccombiamo al conformismo e fingiamo di apprezzare ciò che apprezza lui.” – questo ci deresponsabilizza dalla nostra intelligenza; è il processo, perché mi piace, che significato ha per me ecc. è il significato del continuo ragionare sulle cose che interessano a me. “Ma il piacere dell’apprezzamento non è simulazione, rimando a modelli e schemi altrui, culto imitativo: l’essenza del piacere è l’apprezzamento critico. E apprezzare significa assimilare, appropriarsi, fare proprio. L’apprezzamento è creativo, non passivo. Ma esiste, in effetti, un punto di riferimento fisso per il gusto artistico: ovvero, che chi apprezza prova piacere.” La creatività diventa esercizio della propria intelligenza. “È possibile che le lezioni inizino con lo studio dei problemi economici, ma non appena il processo di apprendimento progredisce un po’ sorge la vaga coscienza che l’uomo non vive di solo pane.” – l’educazione degli adulti prende il via dal problema reale della comprensione delle varie regole, e da lì richiamare le materie e gli esperti per aiutarli a comprendere. Se ci limitiamo solo a questo escludiamo quello che è superfluo: non c’è contraddizione perché magari all’inizio sono questi i problemi che creano il bisogno dell’educazione degli adulti, c’è anche il bisogno di beni superflui – vedi riferimento piramide di Maslow. La vita dal punto di vista educativo è di saper dare dei significati. “L’aspettativa che l’apprendimento debba indicare la strada verso quella che è eufemisticamente definita la “vita più alta” non scompare mai del tutto, nemmeno tra quelle persone particolarmente rigide che desiderano migliorare il mondo senza essere consapevoli della necessità di migliorare innanzitutto se stesse.” Anche nelle persone meno attente e consapevoli c’è questo senso di fondo ad ottenere qualcosa di più in termini qualitativi per sé stessi – non si appiattisce su quello che c’è ma ha uno sguardo prospettico. RIEPILOGO: «Abbiamo già visto che le personalità in evoluzione seguono la via dell’apprendimento nel tentativo di adattarsi a un mondo nel quale la conoscenza conduce al potere (con qualcuno, dimensione collaborativa), il potere all’auto-espressione, alla libertà e alla creatività, la libertà creativa alla godibilità dell’esperienza; un mondo in cui la conoscenza procede inesorabilmente verso la specializzazione.” Quando si attribuisce alla conoscenza un ruolo importante nella nostra vita abbiamo la possibilità di auto esprimere la nostra personalità coltivando la nostra intelligenza e creatività, qualcosa che ci rende liberi, mettendo all’interno anche la godibilità: l’apprendimento deve essere un’esperienza gioiosa che dà benessere. Il progresso nelle varie aree della vita nell’epoca di Lindeman, si rende conto che si va verso la specializzazione: la conoscenza non è più qualcosa di generale, ma qualcosa sempre più settorializzato, perché il progresso svela tanti campi del sapere e si va nell’infinitamente piccolo nello specializzarsi – mantenere allenata la nostra capacità di comprensione generale. “Le considerazioni precedenti concorrono a enfatizzare gli aspetti individuali dell’educazione. Dobbiamo a questo punto ammettere che tali qualità, valorizzate dallo sforzo intellettuale, si fanno significative solo se viste entro contesti sociali. se lo consideriamo come singolo non è significativo alla sua intelligenza, etra in gioco solo sui rapporti tra le persone, è relativa in base al contesto sociale in cui si cala. “L’intelligenza, come la libertà, è relativa, non solo rispetto all’ignoranza o alla schiavitù, ma anche rispetto alla libertà e all’intelligenza di altri esseri umani. L’educazione procede attraverso la comunicazione, e tutte le forme di comunicazione sono prodotti sociali. L’auto-espressione acquisisce significato in rapporto agli altri. Il comportamento appartiene alla sfera dell’individuo, ma la condotta è sociale.” Lindeman sta iniziando a ragionare al plurale, mettendo in relazione sempre il singolo con il contesto e la dimensione collettiva. L’intelligenza è sociale in relazione a cui agisce e induce/stimola negli altri, risposte sempre più intelligenti – per il fatto di interagire ci si migliora tutti insieme. “Da numerose fonti di teoria e pratica sociale giunge il costante appello a far avvicinare le persone, a superare gli individualismi. Tale richiamo è superfluo. Le persone si avvicinano, che lo vogliano o meno. Non hanno alternative.” Tutti i bisogni per essere soddisfatti hanno bisogno degli altri, anche per realizzare glia spetti che riteniamo essere solo nostri. “Qualsiasi bisogno dell’organismo umano di una certa persistenza è prima o poi ricondotto alla sfera collettiva. Le necessità vitali, private dello scopo della collettività, sia per controllo che per mezzi, sfociano in casi di mancato adattamento. Nel mondo moderno l’individualista non solo trova ostacoli al compimento delle proprie normali aspirazioni, ma diviene egli stesso un’inibizione alla realizzazione dei propri scopi». Chi persevera nel voler raggiungere i propri scopi da solo tagliando fuori il ruolo degli altri, va in contro al suo stesso fallimento. “L’educazione degli adulti come movimento si trova di fronte a una sfida pregna di opportunità. Sono sufficienti pochi passi perché gli adulti che si avventurano lungo il cammino dell’intelligenza scoprano che il mero miglioramento di sé è solo un inganno. L’intelligenza stessa è un termine relativo – un termine dotato di ben poco significato se non è utilizzato in rapporto ad altro. Un individuo è più o meno intelligente rispetto agli altri, e le componenti significative della sua intelligenza sono derivate dai processi sociali. La cosiddetta intelligenza innata non è intelligenza reale, ma mera capacità di accumularla o svilupparla. L’intelligenza funzionale è sociale nella sua origine, nei suoi contenuti e nei suoi usi [...] Il comportamento intelligente, ovvero l’intelligenza, è sociale in due sensi: in quanto tiene conto degli altri e in quanto provoca reazioni intelligenti da parte di questi. Se, dunque, gli educandi adulti aspirano a vivere in un ambiente sociale in cui la loro vigilanza intellettuale abbia un ruolo (ovvero trovi realizzazione in termini di potere, espressione creativa, libertà e così via), porranno il medesimo entusiasmo nel miglioramento delle proprie imprese collettive di quanto ne pongono al miglioramento di sé [...] (la collettività è qualcosa che accentua il mio benessere. Quando si agisce per il collettivo si agisce per il benessere individuale – individuale e collettivo non sono in contrasto tra di loro ma stanno assieme.). L’educazione degli adulti diverrà un agente di progresso solo se il suo obiettivo di miglioramento dell’individuo a breve termine si farà compatibile con una politica a lungo termine, sperimentale ma risoluta, di cambiamento dell’ordine sociale. Individui che mutano in continuo responso a funzioni sociali che mutano: questo è lo scopo duplice, seppur unitario, dell’apprendimento degli adulti.” COSA DIFFERENZIA UNA PERSONA EDUCATA DA UNA NON EDUCATA: “La reale distinzione tra persone educate e persone non educate non sta in criteri superficiali come titoli accademici, studio formale o accumulo di fatti; al contrario, spesso accade che l’apprendimento formale conduca a un’erudizione limitata e allontani dalla vita. Le persone educate provano soddisfazione nel portare la conoscenza ad avvalorare l’esperienza, e persino i più informati restano ignoranti se la conoscenza non è un ingrediente attivo della loro vita.” Ciò che fa la differenza non sono gli aspetti esteriori tra chi è educato e chi no. “Ma dire che è necessario “portare la conoscenza ad avvalorare l’esperienza” non è del tutto corretto: piuttosto, è la conoscenza a emergere dall’esperienza. L’intelligenza è la luce che rivela le opportunità educative nell’esperienza. La vita è fare esperienza, e vivere in maniera intelligente è un modo di rendere l’esperienza un’avventura educativa. Essere educati non significa essere informati, ma trovare illuminazione nel vivere informati. (Applicare e implementare continuamente la nostra intelligenza, avendo un atteggiamento inquisitivo senza assorbire solamente le esperienze). I periodi di risveglio intellettuale sono a ragione definiti “illuminismi”, perché è qui che gli amanti della saggezza concentrano la luce dell’apprendimento sull’esperienza, scoprendo così nuovi significati per la vita e nuove ragioni per vivere”. MALCOM S. KNOWLES (1913-1979): Allievo di Lindeman, considerate il padre fondatore dell’andragogia – apprendere le modalità di apprendimento dell’individuo adulto. MODELLO PEDAGOGICO MODELLO ANDRAGOGICO il bisogno di conoscere: i discenti hanno bisogno solo di sapere che devono apprendere quello che insegna loro il docente se vogliono andare avanti ed essere promossi; non necessitano di sapere il bisogno di conoscere: gli adulti avvertono l’esigenza di sapere perché occorra apprendere qualcosa, prima di intraprenderne l’apprendimento come ciò che apprendono si applicherà alla loro vita reale il concetto di sé del discente: il concetto che il docente si fa del discente è quello di una personalità dipendente; perciò, il concetto di sé del discente alla fine diventa quello di una personalità dipendente il ruolo dell’esperienza del discente: il vissuto esperienziale del discente ha poco valore come risorsa per l’apprendimento; l’esperienza che conta è quella del docente, di chi ha redatto il libro di testo, di chi ha prodotto i vari supporti didattici. Perciò, le tecniche di trasmissione dei contenuti costituiscono la spina dorsale della metodologia pedagogica il concetto di sé del discente: gli adulti hanno un concetto di sé come persone responsabili di sé e della loro vita disponibilità ad apprendere: i discenti sono pronti ad apprendere ciò che il docente dice loro che devono apprendere se vogliono andare avanti ed essere promossi orientamento verso l’apprendimento : i discenti hanno un orientamento verso l’apprendimento centrato sulle materie; considerano l’apprendimento come l’acquisizione dei contenuti delle varie discipline. Perciò le esperienze di apprendimento sono organizzate secondo la logica del loro contenuto disponibilità ad apprendere: gli adulti sono disponibili ad apprendere ciò che hanno bisogno di sapere e di saper fare per far fronte efficacemente alle situazioni della loro vita reale motivazione: i discenti sono motivati ad apprendere da moventi esterni (nei bambini voti, approvazione o disapprovazione del docente, pressioni da parte dei genitori) motivazione: nell’adulto risiede prevalentemente in fattori interni, di miglioramento di sé e della propria qualità della vita. Per l’adulto la ricompensa non è qualcosa di esterno ma è già dentro il processo che si sta compiendo. il ruolo dell’esperienza del discente : gli adulti entrano in un’attività di formazione con un’esperienza che è maggiore di quella dei giovani, ma anche di qualità diversa orientamento verso l’apprendimento: per gli adulti non è centrato sulle materie, ma sulla vita reale, a partire dal contesto della loro applicazione alle situazioni dell’esperienza Questi aspetti che nell’adulto sono qualificanti ci dovrebbero indurre a capire come fare l’educazione degli adulti ma anche a rivedere il sistema di educazione precedente di bambini e adolescenti – rendere i discenti partecipi del senso e finalità che stanno imparando. Educazione sempre meno trasmissiva e sempre più vissuta attivamente dalle persone. Per molto tempo l’educazione degli adulti è stata: • • • • Per corso formativo “alto” di élite, per pochi, finalizzato politicamente e/o economicamente per preservare, mantenere, consolidare o raggiungere un determinato assetto sociale. Percorso compensativo di alfabetizzazione primaria: attività di recupero di quanto avrebbe dovuto essere appreso negli ani dell’infanzia e dell’adolescenza Percorso di formazione professionale Percorso di “educazione popolare” on finalità politico-sociali dettate dalle classi dirigenti. Più recentemente, anche nelle visioni più autentiche del passato, l’educazione degli adulti è: • • • Percorso di sviluppo individuale e sociale sul nesso educazione/partecipazione sociale/piacere di apprendere/migliore qualità della vita • affermazione teorica e sperimentazione concreta dell’educazione permanente per “tutti” (cfr. in particolare J. Dewey, A. Mansbridge, E.C. Lindeman) ADULTO IN CHE SENSO? CRITERI, PUNTI DI VISTA, AMBITI DELL’ADULTITÀ: da quale osservatorio porsi per definire o riscontrare l’adultità? Se può essere legittimo considerare l’adultità un approdo (situazione che agisce con traguardi, status che viene consolidato) – che tuttavia non esaurisce la sua dinamicità e continua ad evolversi (molteplici, e tutt’altro che simultanei e coerenti nei loro esiti), sono gli indicatori solitamente utilizzati per decretarne i presupposti. Dal punto di vista educativo è un traguardo non conclusivo ma sempre aperto e dinamico. Presi singolarmente e mantenuti isolati gli uni agli altri, si tratta di indicatori che sanciscono in maniera certa e incontrovertibile da quello specifico punto di vista, l’adultità di una persona. Ognuno di questi ci dice in maniera certa chi è l’adulto da quel punto di vista (es. per legge adulto è chi ah compiuto 18 anni di età). I problemi nascono quando questi problemi li compariamo e li prendiamo singolarmente. A seconda del periodo storico e dell’area sociale in cui mi trovo ci saranno diversi limiti e aspetti riguardo l’adultità: • • • Se si assume un indicatore biologico, sarà la maturità sessuale a segnare il discrimine tra nonadultità, e adultità Se ci si affida allo ius in Civitate positum, sarà la norma in vigore a stabilire il “quando”, congiuntamente al suo contenuto, in termini di diritti e doveri dell’adultità, come avviene negli ordinamenti che prevedono il comportamento di una “maggiore età”. In realtà, vedendo le prerogative attribuire al compimento della maggiore età non copre tutti i “punti principali” dell’adulto – ad esempio, non si può essere eletto come deputato, ma addirittura 40 ecc. ci sono anche delle eccezioni che attribuiscono l’adultità prima dei diciotto anni nell’ambito giuridico. Se si ritiene che la piena indipendenza nel provvedere a sé stessi e ai propri bisogni rivesta un ruolo prioritario, si sarà adulti nel momento in cui tale condizione invera, manifestandosi ad esempio, attraverso l’autonomia abitativa e l’autosussistenza garantite dagli introiti derivanti dal proprio lavoro. DIVERSI PUNTI DI VISTA E CRITERI DI ADULTITÀ: 1. CRITERIO ETIMOLOGICO : 1.1. Adulto: dal latino adultus-adultum – cresciuto, sviluppato; è il participio passato del verbo adolesco-adolescere – crescere, svilupparsi. Letteralmente significa che è cresciuto e sviluppato. 1.2. Adolescente: che sta crescendo, che si sta sviluppando, è il participio presente dello stesso verbo – reclama un tempo futuro per il progressivo compimento della stessa azione del crescere e dello svilupparsi. Con ADULTESCENZA riunisco due fasi che si sono sempre tenute separate – settembre 2014: la parola adultescente entra ufficialmente nel vocabolario della lingua italiana: “sostantivo maschile e femminile; sul modello dell’inglese “adultescent”, 1997; composto di adulto e adolescente – nel linguaggio della sociologia, persona tra i venti e trent’anni (poi modificato) le cui condizioni di vita (studio, lavoro, casa ecc.) e la cui mentalità sono considerate simili a quelle di un adolescente.”. 2. CRITERIO BIOLOGICO : Luigi Pirandello – Pubertà (1926) in L. Pirandello “Novelle per un anno. Il viaggio”, a cura di G. Simioni, Milano, Mondadori, 1977. Ha saputo coglier e la discrasia fra un corpo che cambia e un’emotività che non è necessariamente parallela a questo cambiamento. Pubertà come periodo della vita dove si va a tempistiche diverse – ad esempio “non sei né carne né pesce”. A tal proposito è stata formata la fase dell’adolescenza – invenzione sociale e culturale. Assumendo un punto di vista principalmente biologico, la pubertà che si manifesta con il progressivo mutare di diverse categorie fisiche – a partire dalla comparsa di peli pubici e ascellari, come evidenziato dall’etimo stesso del termine che rimanda al latino “pube(m)” – pelo, pube; “pubere(m)” – chi ha raggiunto l’età per essere fornito di pelo; “pubescente(m)” – mettere i primi peli, divenire adulto. Corrisponde allo sviluppo degli organi genitali e a quegli eventi marcatori quali il menarca e lo spermarca che determinano la maturità sessuale del corpo umano. Il dato biologico si abbina sempre al dato culturale. Attingere all’adultità risponde al ciclo vitale di tutti gli organismi pluricellulari, definito come “la sequenza di stadi che portano dall’adulto di una generazione agli adulti della generazione successiva”. Dal momento in cui un essere vivente si trova nella condizione di poter generare, può essere considerato adulto. L’adolescenza, che sfuma i netti confini biologici tra l’immaturità e la maturità, riconoscendo altresì i segnali fisici e psicologici che preludono alla pubertà in senso stretto, e traghettando il soggetto ad una dimensione adulta ove la dicotomia tra corpo e mente – ma anche tra corpo, mente e società – possa ambire a ricomporsi e armonizzarsi. 3. CRITERIO PSICOLOGICO : tutto ciò che ha a che fare con il grado di adultità da un punto di vista interiore. La psiche adulta si definisce sulla base di alcune significative rappresentazioni: 3.1. L’assunzione del principio di realtà (Freud) – si diventa adulti quando si assume il principio della realtà: per la fase immatura, per lui è quel periodo del piacere ha la meglio nel controllare il nostro approccio nel mondo – ciò che mi dà un riscontro e piacere immediato. Quando lo sostituisco con il principio di realtà, iniziamo ad essere adulti (quando non siamo più egoisti ed egocentrici). Riconoscere questo significa essere maturati dal punto di vista psichico. 3.2. La capacità di amare e di lavorare (Freud) – “l’adulto è colui che esprime la capacità di amare e di lavorare”. Capacità di amare come capacità di uscire da sé stessi e uscire da sé stessi per amare gli altri. Quando u individuo lavora, prestando la propria opera, ottenendone un beneficio per la propria indipendenza e autonomia, sia mettendo in mostra le proprie competenze: per Freud significare rendersi disponibili ad un banco di giudizio pubblico – banco di de centralità di sé stessi. Quando ci sono queste caratteristiche si è sostanzialmente adulti. 3.3. L’armonizzazione tra puer e senex (Carl Gustav Jung): vede all’interno dell’individuo delle tensioni dialettiche contrapposte: il puer il bambino nell’infanzia immaturo, è acerbo, ama che ha tante energie di sviluppo; dall’altra parte il senex, che rappresenta la maturità più piena. Armonizzare dialetticamente l’energia della crescita con la stabilità dell’essere adulti. Per Jung l’adultità è la tensione, qualcosa di dinamico con compartecipazione del puer e del senex. 3.4. La disposizione alla generatività e alla cura (Erik Erikson): lo stadio adulto della vita è quello il cui l’individuo ha la disposizione tra generatività e cura. Generatività non solo come capacità di generare la vita, ma come facoltà creativa – nuova vita, nuove idee, progetti. La fase adulta della vita è la fase più creativa – produttività massima, è una fase altamente movimentata e produttiva. L’adulto è colui che si prende cura degli altri – generazioni discendenti, prestare cura generazioni ascendenti. Dal punto di vista relazionale è tipica dell’adulto; nell’ambito della vita l’adulto è colui che si dovrebbe prendere cura di tutti gli aspetti che circondano la nostra esistenza. 3.5. L’orientamento alla pienezza e all’autorealizzazione (Abraham H. Maslow): la fase adulta della vita è quell’orientamento esistenziale volto a dare significato e pienezza alla nostra vita. Si è adulti e si inizia a fare il bilancio consultivo e preventivo della propria vita. Questo momento di autoriflessione volto a concepirla e viverla al meglio è un atteggiamento tipico dell’adultità, puntando alla nostra realizzazione. 3.6. La tensione alla congruenza, all’empatia e alla vita piena (Carl Rogers): nomina il discorso della pienezza, tensione alla vita piena e congruenza e il tema dell’empatia – capacità di decentrarsi e di provare a sentirsi o immaginare come si può sentire una persona che sta vivendo una situazione diversa dalla nostra – persona che ha una maturità tale di uscire da sé stessa e guardare fuori. 3.7. L’adeguatezza nell’affrontare le transizioni (Daniel Levinson): teorico delle transizioni, punta i suoi studi sui momenti di transizioni lunghe (fino a cinque anni tra una fase e l’altra). L’adulto è colui che è adeguato ad affrontare le transizioni, ha maturato le capacità, sa collocarsi di fronte alla sfida di un cambiamento, attiva le sue risorse e affronta il problema. Maslow, Levinson ed Erikson hanno elaborato le “teorie dello sviluppo umano”: ci sono vari modi di intendere lo sviluppo umano – ad esempio Piaget con la sua teoria degli stadi (fino ai 16/17 anni di età), riconosciuta come una teoria stadiale che sono consecutivi e anche propedeutici uno all’altro; si tratta di un processo irreversibile nel passato. «Secondo le teorie psicologiche cosiddette stadiali, lo sviluppo umano viene considerato come un susseguirsi di stadi (o fasi) distinti tra loro sulla base di una concezione temporale di tipo lineare. Il passaggio da uno stadio all’altro presuppone lo sviluppo di specifiche abilità affettive, relazionali e sociali conseguenti, cosicché l’evolversi delle strutture biologiche e psicologiche segue criteri di continuità e di irreversibilità secondo schemi predefiniti. L’età adulta è stata così fatta corrispondere, per lungo tempo, ad un periodo della vita ben definito, coincidente con la fase di mezzo tra l’infanzia/adolescenza e la vecchiaia, sulla base dei ruoli via via assunti dal soggetto. Adulto è considerato colui che esercita determinate funzioni, dall’autosostentamento economico, di norma con il lavoro, alla procreazione conseguente la costituzione di un nucleo familiare autonomo, mostrando così il pieno raggiungimento di un avvenuto sviluppo fisiologico e psichico caratterizzato da maturità e stabilità – Lo stadio adulto è pertanto considerato l’apice dello sviluppo possibile a partire dal quale si dà avvio ad un’inevitabile fase di declino, fino al termine stesso della vita» Sono tutti psicologi che mettono la trasformazione, evoluzione e creatività che hanno a che fare con il cambiamento e non con la stabilità. L’adulto è cresciuto e sviluppato il suo potenziale ma non in maniera conclusiva – sostengono che è il traguardo della maturità, però non è un traguardo definitivo, ma ha ancora dei margini di apertura e sviluppo. ERICH H. ERIKSON (1902-1994): Al pari di altri psicologi, sostiene che per un verso lo sviluppo psichico segue delle sue fasi naturali con una base genetica – movimento psichico che muove dall’interno e le fasi sono quelle; però, accanto a questo sviluppo che va a moto proprio, ci sono dei fattori ambientali e sociali che incidono molto nella qualità e tempistica di questo sviluppo. È sempre un approccio psicosociale perché la psiche è stimolata o no dal contesto vivente che quel soggetto vive. Il nostro determinarci dipende spesso dalle relazioni che instauriamo. LA TEORIA DI ERIKSON: • • • • • • È UNA TEORIA EPIGENETICA – integrazione costante fra sviluppo biologico (soma), sviluppo psichico (psiche) e sviluppo culturale (ethos). 8 STADI DEL CICLO VITALE: suscettibili a loro volta di modificazioni ADULTO VS. ADULTO: a differenza del bambino non agisce in diretta conseguenza di un impulso primario, ma al fine del raggiungimento di uno scopo prefissato – CAPACITÀ DI AZIONE DI TIPO FUNZIONALE. CRISI EVOLUTIVA e sviluppo di una VIRTÙ: tra una situazione e l’altra nel momento del passaggio si vive sempre una crisi evolutiva (crisi – qualcosa che si rompe ma ti pone davanti più strade e comporta una scelta – momeno di responsabilità). Con questo passaggio da una condizione all’altra, entriamo in crisi evolutiva – momento di rottura che ci serve per evolverci, ma, successivamente ad essa, si sviluppa sempre una virtù – ogni passaggio fa maturare una virtù. GENERATIVITÀ E CREATIVITÀ: si è generativi sai perché si dà la vita, ma anche dal punto di vista della produttività del lavoro – adulto come produttore attivo nella società, e la creatività che si esprime attraverso le idee. Il periodo del maggior fervore creativo è quello dell’adultità, secondo Erikson. CURA DELL’INDIVIDUO: l’individuo adulto apre la sua attenzione ì, propensione alla cura nei confronti di chi è altro da sé. GENERATIVITÀ E CURA COME TRATTI TIPICI DELL’ADULTITÀ. Questa crisi è sempre il frutto della tensione di poli opposti: l’individuo si trova davanti una crisi quando deve scegliere se aprirsi agli altri o chiudersi con sé stesso; si supera la crisi quando si prende la strada della generatività e della cura, diventando adulto e con la virtù – dal punto di vista psichico. La generatività per Erikson allude ad una fase adulta della vita sia apicale che aperta: se io genero tutto è ancora in movimento e modificabili. La vita adulta apre ad ulteriori crisi – che segna l’accettazione ad una nuova fase della vita. Quando si vive l’età adulta non si deve pensare di essere immuni da momenti di crisi e di decisioni: può conoscere ulteriori transizioni e crisi. (vedi divina commedia dante “nel mezzo di cammin di nostra vita/serva oscura ecc.). ABRAHAM H. MASLOW (1908-1970): “PEAK EXPERIENCES”: Piramide die bisogni umani in progressione dei bisogni che vanno da quelli elementari fino, in cima, all’autorealizzazione – pienezza dell’essere delle proprie capacità. DIECI CARATTERISTICHE DELLA “PERSONALITÀ ADULTA SANA”: 1. Percezione della realtà più chiara e più efficace. La chiarezza fa riferimento alla qualità della percezione; se io vedo le cose in modo chiaro posso essere efficace nel compiere le mie azioni. 2. Maggiore disponibilità all’esperienza: Lindeman – l’adulto ha alle spalle un vissuto di esperienza, ma è anche molto aperto e disponibile a fare esperienza, dando un valore aperto e formativo all’esperienza, cercando di farne. 3. Accresciuta integrazione, globalità e unitarietà della persona – l’adulto è maggiormente consapevole della globalità e unitarietà della sua persona. 4. Maggiore spontaneità ed espressività, funzionamento completo, vivacità (espressione riservata principalmente all’infanzia). 5. Un sé reale, un’identità personale salda, autonomia, singolarità – l’adulto sa cosa vuole, ha una percezione reale del proprio sé. 6. Maggiore obiettività, distacco e trascendenza rispetto al sé – l’adulto dovrebbe aver ben chiara la percezione che il mondo non gira intorno ai suoi desideri e alla sua persona, e non dovrebbe confondere il sé con il mondo (come fanno i bambini), un adulto è considerato tale quando esce da questa visione e si colloca come un elemento tra i tanti che tiene conto anche dei bisogno7desideri degli altri. 7. Recupero della creatività. 8. Capacità di fondere concretezza e astrattezza – capacità di contemperare questi due momenti. Piaget, ad esempio, mette nell’ultimo stadio mette la capacità di astrazione – capacità di ragionare sulle cose anche quando non sono percettibili davanti a noi. 9. Struttura democratica del carattere – democratico è usato come aggettivo nel senso di dar conto e peso a tutte le componenti del nostro carattere. 10. Capacità di amare – come in Freud, è qualcosa che appartiene alla personalità adulta. Amare un altro è uscire da sé stessi e donarsi all’altro – considerato un senso di maturità più alto. Ciò che emerge con grande risalto è che la persona adulta autorealizzata è quella persona che supera le contrapposizioni dei dualismi, che tende a dissolverli, in particolare quelli tra egoismo e disinteresse, tra dovere e piacere, tra concretezza ed astrattezza, tra individuo e società, che si contraddistingue per la costante gestione di un paradosso: quello tra l’essere dentro e l’essere fuori la vita e le cose del mondo, in un andirivieni metodologico lucidamente assunto che ne caratterizza le scelte le condotte esistenziali e che ci sembra esprimere un orientamento alla pienezza, come saggezza e volontà nel continuare a perseguire la realizzazione di sé, della sua adultità sempre in fieri. DANIEL LEVINSON (1920-1994): Ha prodotto una teoria articolata relativamente ai passaggi tra una stagione e l’altra ella vita – concetto di transizione. Tra i costrutti della sua teoria troviamo: ▪ ▪ ▪ Costruzione della propria esistenza tra regole sociali e criteri e scelte personali (“il sé è nel mondo, il mondo è nel sé.”). C’è sempre un reciproco adattamento tra le regole sociali e le scelte personali – talvolta prevale una, talvolta l’altra; siamo il frutto di questa combinazione. “Sogno – un vago senso di sé nel mondo adulto”: fa riferimento ai sogni ad occhi aperti. Ogni individuo, fin dalla tenera età, ha un vago senso di sé nel mondo adulto. È sempre presente in noi il senso di diventare adulti (ingenua, confusa, ma sempre presente). Transizioni ed eventi marcatori: per l’età adulta, questi eventi marcatori (regolamentate da condizioni sociali ma anche personali). FASI DEL CICLO VITALE DI LEVINSON (semplificata): 1. 0-22 ANNI – infanzia e adolescenza 2. 23-35/40 ANNI – prima età adulta (energia, ricchezza7contraddizione, tensione, sistemazione e conquista dell’indipendenza. 3. 40-60 ANNI – media età adulta (crisi di mezza età, integrazione delle grandi polarità, valutazione della propria vita). 4. DOPO I 65 ANNI – tarda età adulta. Prevede, come dato medio, un periodo relativamente lungo – all’incirca di cinque anni – di transizione tra una stagione esistenziale e l’altra, una “zona di sovrapposizione” ove avviene, in termini di sviluppo, il distacco dalla stagione precedente e l’ingresso in quella successiva: «Il compito di una transizione evolutiva è di porre fine a un’epoca della vita; accettare le perdite che questa fine comporta; rivedere e valutare il passato (ovvero rivedere il bilancio educativo); decidere quali aspetti del passato conservare e quali rifiutare; considerare i desideri e le possibilità per il futuro. Il soggetto è sospeso tra passato e futuro, e lotta per superare il divario che li separa. Molti aspetti del passato devono essere abbandonati, tagliati fuori dalla propria vita, respinti con rabbia, rifiutati con tristezza o dolore. E c’è molto che può essere usato come base per il futuro. I cambiamenti devono essere intrapresi sia in sé stessi che nel mondo. Questi compiti producono caratteristiche comuni a tutte le transizioni. Sono spesso momenti di crisi, di profondo conflitto interiore, di un sentirsi “in uno stato di vitalità sospesa”. Passare da una parte all’altra della vita l’individuo attraversa operazioni di adattamento – attivazione di risorse, operazioni di adattamento che richiedono molte energie per l’individuo; è sempre lo stesso e paradossalmente è già qualcun altro. Questo adattamento non deve essere eseguito in maniera repentina – accomodamento: momento di transizione in cui si fa convivere il vecchio con il nuovo. Queste transizioni devono essere monitorate e sostenute: sono i momenti in cui c’è più bisogno di accompagnamento educativo, in cui i processi educativi danno strategie per capire cosa sta accadendo e per fronteggiare meglio il futuro – sostengo educativo comune a tutte le transizioni. In quel lasso di tempo si va un bilancio educativo della fase che andremo ad affrontare successivamente: la soglia ci si sosta, non va attraversata subito, ci si consente il tempo di stare dentro la crisi e transizione per far le analisi e le valutazioni. In questo momento valutativo esprimo un giudizio, molto rilevante dal punto di vista educativo, si ha bisogno di un educatore, che ci accompagni in questa nuova fase. Gli eventi marcatori, in questa prospettiva, sono eventi che hanno un impatto considerevole nella vita di una persona, ma non producono in sé e per sé la transizione; piuttosto, sono considerati nella misura in cui richiedono un adattamento alla nuova situazione che pongono innanzi. L’educazione, per essere un accompagnamento nei momenti di transizione, attua un’attività di orientamento: tutti questi momenti sono stati presidiati da un’attività educativa specifica chiamata attività di orientamento (scolastico, formativo, professionale ecc.). nel nostro paese in particolare manca un’attività educativa vera e propria – senso di orientamento come senso di sé e conoscenza di sé stessi, il più possibile in linea con le capacità proprie. Quando passiamo dall’adolescenza all’adultità, pensiamo subito a maturità e a lasciare indietro tutte le cose spensierate. Un altro fondamentale aspetto della visione evolutiva di Levinson è l’importanza del formarsi e del vivere il Sogno di sé (l’autore stesso sottolineava l’opportunità dell’inziale maiuscola, per rimarcarne lo specifico significato da attribuirvi), ovvero l’idea del tipo di individuo e del tipo di vita futura (adulta) che si inizia ad abbozzare, ipotizzare, prefigurare in età giovanile. La sua funzione evolutiva non si riallaccia al sogno di fantasia irrealizzabile, quanto al suo rappresentare, dapprima, un primordiale vago senso di sé nel mondo adulto, che, via via, anche grazie al ruolo di un mentore, si definisce in termini realisticamente perseguibili e si accompagna all’intenzionalità del soggetto (e la sostiene e la orienta) di dare una propria forma alla propria struttura vitale. 4. CRITERIO GIURIDICO : regole che in maniera prescrittiva e vincolante che ci obbligano a rispettarle – siamo vincolate dalle norme vigenti del contesto in cui ci troviamo; laddove da adulti trasgrediamo a queste norme arrivano delle sanzioni di vari tipi. La dimensione della legge interviene anche nel regolamentare l’ingresso nella vita adulta. Il compimento della maggiore età (ovvero, secondo il nostro ordinamento, del diciottesimo anno, secondo quanto previsto dalla L. 8 marzo 1975, n. 39, art. 1) conferisce alla persona, dotata sin dalla nascita della capacità giuridica, la capacità legale di agire (piena, cioè di compiere tutti gli atti per i quali, eccezionalmente, la legge non stabilisca un’età diversa). Prima di questa legge si diventava maggiorenni ai 21 anni di età: ci sono delle differenze tra uno stato e l’altro, ma anche all’interno dello stesso ordinamento. Si afferma una regola, e immediatamente si avanza il fatto che però esistono delle eccezioni. La consuetudine di considerare questa soglia come assoluta, certa e giusta perché stabilita per legge è pre-smentita dalla stessa dottrina: ➢ Trattandosi di una soglia convenzionalmente stabile, essa può mutare nel tempo e nello spazio – frutto di concentrazione di carattere politico, sociale e culturale; ➢ La linea di confine tra minore e maggiore età è netta e indiscriminata, evidenziando una convenzione che non tiene conto delle diversità invidiali, e presumendo che a quell’età tutti abbiano raggiunto il livello necessario di maturità per poter gestire in maniera opportune la capacità legale di agire – si basa sulla presunzione delle persone. ➢ La pienezza delle capacità legale di agire è da intendersi ad esclusione di tutta una serie di eccezioni che, per le quali la legge richiede un’età diversa, inferiore o superiore ai diciotto anni, anticipando o posticipando prerogative che sono ritenute attribuite all’adulto. ECCEZIONI DELLE PIENE CAPACITÀ LEGALI: 1. Diritto di voto: dal punto di vista dell’adultità è un aspetto molto importante; attesta il riconoscimento della persona come una persona che decide, è la differenza tra essere cittadini ed essere sudditi. Si vota quando la legge ti riconosce di essere diventato adulto (18). Fino a settembre 2022, quando si compivano diciotto anni, si poteva votare solo per eleggere i rappresentanti alla Camera dei deputati; alla Camera dei senatori potevi esprimere il tuo voto a partire dal venticinquesimo anno di età. Per quanto riguarda l’elettorato passivo – i candidati votati, il soggetto è suscettibile di essere votato a partire dal compimento dei 25 anni di età per la Camera dei deputati, dei 40 per il Senato e dei 50 anni per la carica di Presidente della Repubblica. 2. Diritto di conoscere le proprie origini biologiche: situazione di una persona adottata; nella vita di questa persona prima o poi si affaccia la necessità e bisogno di saperne di più sulle proprie origini. L’adottato, raggiunta l’età di venticinque anni può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla salute psico-fisica – istanza deve essere presentata al tribunale per il minorenne del luogo di residenza (eccezione alla terza, nonostante non sia più minorenne). Si presume che per affrontare una questione coì densa dal punto di vista emotivo ed essenziale sia meglio avere una maturità interiore. 3. Atti personalissimi: la legge prevede che siano degli atti personali, ma chiama anche atti personalissimi che ancora di più hanno a che fare con la sfera del soggetto. Per questi atti personalissimi ci sono tante eccezioni, ma è fissata la soglia al sedicesimo anno di età: o Contrarre matrimonio – al matrimonio del minore segue la sua emancipazione (concetto cardine dell’adultità), che prevede diverse cautele e limitazioni, in particolare relativamente agli interessi in ambito patrimoniale, poiché il giudizio di idoneità ad una scelta tanto rilevante sul piano esistenziale quale il matrimonio, non è sufficiente perché il legislatore valuti il minore del tutto capace di occuparsi dei propri interessi anche in ambito patrimoniale. Si ritiene che il tribunale dei minori operino con maggiore imparzialità e ad esclusiva tutela del minore – presumendo che i genitori non siano obiettivi per la vita del minore. “I minori di età non possono contrarre il matrimonio. Il tribunale accerta la maturità psicofisica del minore e la fondatezza delle ragioni addotte, sentito il pubblico ministero, i genitori o il tutore, può con decreto emesso in camera di consiglio ammettere per gravi motivi al matrimonio chi abbia compiuto i seduci anni.” Concedere l’emancipazione del minore significa che lo diventano solo in relazione a quell’atto rarissimo. o o Compiere atti giuridici relativi alle opere dell’ingegno da create dal minore: “l’autore (padronanza di un’opera) che abbia compiuto sedici anni di età ha la capacità di compiere tutti gli atti giuridici relativi alle opere da lui create e di esercitare le azioni che ne derivano.” Chiedere personalmente l’intervento di interruzione volontaria di gravidanza e ottenerlo senza il consenso dei genitori, ricorrendo all’autorizzazione del giudice tutelare: “La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna. Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l’interruzione della gravidanza è richiesto l’assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. Tuttavia, nei primi novanta giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela, oppure queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorno dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza” 5. CRITERIO SOCIO-CULTURALE : i criteri visti finora compiono uno sforzo per stabilire degli eventi marcatori (fissi o variabili); il criterio socioculturale, invece, è molto più inafferrabile e confuso, perché è qualcosa che ha a che fare con il clima in cui siamo immersi; mod di essere e di comportarsi che è la nostra consuetudine e non stabilito per legge. Il punto di vista socioculturale non vuole essere preciso, e non ci prova neanche; ha una visione territoriale e variegata, ha a che fare con la nostra mentalità. È un criterio che si affida ad un modo di essere e sentire le cose. Da questo punto di vista, in generale, l’adulto è colui che: ▪ ▪ ▪ ▪ ▪ ▪ Ha concluso l’iter scolastico Provvede autonomamente alla propria sopravvivenza Gode di una autonomia abitativa È entrato nel circuito lavorativo Ha la responsabilità genitoriale “chi si comporta come tale” (→ si ritiene che…/cosa dovrebbe fare comunemente l’adulto...) ecc. 6. CRITERIO EDUCATIVO: educando: soggetto che si sta educando (adulti, anziani, bambini, deficienti – chi ha un deficit cognitivo nel 1929). Dentro questa voce onnicomprensiva c’er aposto anche per il soggetto adulto. “L’educazione si riferisce soltanto... al momento iniziale, così che possa definirsi la pedagogia come la scienza dell’educazione dell’uomo nel periodo di suo sviluppo, oppure essa si riferisce all’uomo in qualunque momento e fase di sua vita?... Se l’educazione si rivolge all’uomo in quanto soggetto cosciente e autocosciente, essa avrà ragione di essere sempre là dove la vita spirituale appaia, pur in gradi e forme diverse, in processo di continua elaborazione e di svolgimento; epperò nell’infante come nel fanciullo, nell’adolescente e nel giovine, nell’uomo e nella donna, nel normale e nel deficiente, purché un qualche barlume di spiritualità vera, cioè attiva e non meccanizzata (sic), vi brilli. E l’educazione, d’altra parte, non ha più ragione né possibilità di essere là dove la vita dello spirito sia spenta o vada spegnendosi nella ripetizione meccanica di atti, nella incoscienza, nella insensibilità: se essa si rivolge essenzialmente all’uomo, l’uomo che si educa non può essere in largo senso che il giovine: quando l’uomo invecchia (e si può invecchiare a venti anni), cessa di essere soggetto di educazione” – G. Marchesini, 1929; dizionario delle scienze pedagogiche. Per quanto possa sembrare un discorso datato, osserviamo l’aspetto sostanziale, eliminando le barriere di carattere anagrafico e cronologico: quando ci si educa si continua ad essere giovani nella nostra trasformazione. Come riportato, a 20 anni non si è vecchi anagraficamente parlando, ma lo si può essere se si è irrigiditi nella propria forma educativa. Dal punto di vista educativo l’adulto è cresciuto, ma non è cresciuto una volta per tutte: l’educazione riconosce lo sviluppo, ma lo considera ancora aperto e in divenire. L’adulto è si maturo, ma anche nella misura in cui è consapevole di essere immaturo: l’adolescente, ad esempio, non ha il grado di riflessività di maturità e non ha la consapevolezza di esserlo. Un soggetto adulto è consapevole sia della sua maturità, però la nostra adultità risiede nella nostra consapevolezza di ciò che ci manca – sapendo che non la raggiungeremo mai del tutto → consapevolezza della nostra maturità e immaturità. Socrate – so di non sapere: principio per l’educazione e identità degli adulti imprescindibile e fondamentale. La consapevolezza di non essere finiti è quella che regge la condizione per cui l’apprendimento è continuo. Ma quali sono le prove che questo principio è vero ed affidabile? Quali sono le prove che l’adulto non è cresciuto in maniera definitiva? Ci sono due prove empiriche: • • L’osservazione di ciò che accade: non smettiamo mai di apprendere e quindi di trasformarci. Gli studi sul funzionamento della nostra mente (psicologia, biologia, neuroscienze): plasticità del cervello umano e del funzionamento – fisicamente e strutturalmente noi siamo predisposti per continuare ad imparare per tutta la vita, geneticamente e per natura definiti. Questi studi ci dicono come le connessioni sinaptiche del nostro cervello siano sempre attivi. o La scientificità del sapere sull’educazione: il passaggio dalla pedagogia alla scienza dell’educazione e, il principio che, se l’educazione (e non il fanciullo) è qualcosa di ideale essa è qualcosa di sempre aperta, in evoluzione; non solo qualcosa che si può raggiungere ma anche e soprattutto qualcosa che si deve perseguire, non solo un risultato ma anche e soprattutto una meta: EDUCAZIONE PERMANENTE. DUCCIO DEMETRIO: “ELOGIO DELL’IMMATURITÀ. POETICA DELL’ETÀ IRRAGIUNGIBILE” – 1998: NELLE PRIME PAGINE DEL LIBRO SI PONE UNA DOMANDA DI FONDO: “L’IMMATURITÀ È UN DIFETTO O UNA VIRTÙ? Di solito, dare dell’immaturo a qualcuno significa volerlo offendere, per sminuirne il ruolo, farlo sentire inadeguato, inferiore e incapace. Immaturità, di solito, è una «brutta parola», usata da adulti che reputano alcuni loro simile indegni di ritenersi tali. – il prefisso IN- è un prefisso negativo. Ma ci può essere un modo positivo per usare il termine immaturità? Gli immaturi per eccellenza li consideriamo immaturi in senso positivo, per la possibilità di crescita, come spinta a conquistare qualcosa. Questa immaturità potrebbe avere un valore educativo molto importante, usando la maturità già acquisita come un trampolino di lancio. Si può essere adulti immaturi senza che tradisca tutti i compiti e responsabilità adulte. Ci sono tre tipi di adulti immaturi che Demetrio individua: 1. Gli immaturi infantili: coloro che si sottraggono a responsabilità e obblighi, non sanno cosa sia l’audacia e incolpano gli altri di ciò che accade a loro. 2. Gli immaturi parassiti: ri rifiutano di crescere e si mantengono dipendenti da altri. 3. Gli immaturi poeti: coloro che attraversano le età della vita nella convinzione di non essere ancora del tutto nati al mondo: essi sono in-maturi, ma questo IN non è provativo, bensì indica la spinta a penetrare progressivamente nella vita matura. Sono colore che accettano di invecchiare, ma che sanno sempre ricominciare. LE PAROLE CHIAVE DELL’ADULTITÀ: Sono concetti tra loro circolarmente interrelati al punto da costituire l’uno il presupposto e l’esito delgi altri. Nel loro insieme, essi sottolineano con forza crescente l’evidenza degli effetti dell’educazione sull’individuo – vale a dire la realizzazione, pur sempre parziale, dello sviluppo delle potenzialità dell’individuo in direzione di una o più piena appropriazione dello svolgersi della propria esistenza e partecipazione sociale. L’innescarsi dello sviluppo progressivo di queste caratteristiche non si lega soltanto all’età, alla capacità riproduttiva, al riconoscimento giuridico sociale, ma dipende in maniera decisiva dall’educazione; dipende dal fatto di aver potuto contare negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, sull’opera della scuola, come occasione intensa e sistematica di educazione. ADULTO = CAMBIAMENTO, MIGLIORAMENTO, SCELTA. Il sé adulto si connota come teatro di cambiamento, in cui sperimentare quella tensione anagogica che connota l’impegno dell’adulto nella ricerca del proprio miglioramento; progettare, accogliere, respingere consapevolmente ed intenzionalmente gli itinerari, le forme, i tempi, i modi e i compagni di viaggio del proprio cambiamento migliorativo. In ottica educativa: • • • Non si diventa adulti per via del semplice trascorrere del tempo, ma nella misura in cui il trascorrere del tempo testimonia un percorso di acquisizione di conoscenze e competenze. Definire l’adulto significa alludere ad uno status, ambire ad una situazione esistenziale ideale che può compiersi solo in parte, ma ciò che muove all’impegno, alla progettualità, allo sforzo e al piacere di continuare a educarci. Si colgono e si rispettano le molteplici ed eterogenee manifestazioni individuali e soggettive dell’essere adulto reale, ma si guarda sempre ad un adulto ideale ad un adulto sognato. EDUCAZIONE= EDUCAZIONE PERMANENTE → EDUCAZIONE DEGLI ADULTI. Finché c’è vita c’è educazione, c’è possibilità di educazione nei suoi tre livelli. 1. Dal verbo educare=allevare, nutrire, curare 2. Dal verbo latino edocere=insegnare, istruire, ammaestrare 3. Dal verbo latino educere=trarre fuori, estrarre, far uscire. In ottica educativa, l’essere umano non approda ad un traguardo certo: non si nasce esseri umani, ma lo si diventa: si investe l’intera vita cercando di diventarlo, purché si abbia un’ideale a cui tendere. ADULTO=SOGGETTO DELL’EDUCAZIONE, con due spinte: a. Spinta esterna: che è maturata negli studi filosofici, psicologici, sociologici, antropologici e medici, ma anche nelle sensibilità letterarie, poetiche, delle arti figurative, cinematografiche e nelle rappresentazioni di tutto ciò che si ritiene che sia o si vorrebbe che fosse l’essere umano adulto. b. Spinta interna: che dalla scienza dell’educazione reclama la legittima e necessaria inclusione dell’adulto in processi di trasformazione educativamente connotati. L’INDIVIDUO ADULTO HA BISOGNO DELL’EDUCAZIONE PIÙ CHE IN QUALSIASI ALTRA FASE DELLA SUA VITA. LE CINQUE PAROLE CHIAVE DELL’IDENTITÀ ADULTA : 1. AUTONOMIA: letteralmente intesa come facoltà di governarsi da sé – si invera in tutti quegli atti in cui il soggetto assume sé stesso a guida del proprio pensare ed agire, incaricandosi in prima persona di tutte le valutazioni delle linee d’azione che decide di intraprendere sulla base delle risorse che può impiegare e procurarsi, dei limiti e degli slanci delle proprie progettualità, dei fondamenti del proprio pensare. E ciò nella consapevolezza che l’“indipendenza” che ne deriva non potrà mai essere svincolo assoluto quanto, piuttosto, assunzione consapevole di vincoli, ovvero sempre più autodeterminati e compartecipati e sempre meno apaticamente e passivamente subiti. Se, dunque, l’autonomia è la libertà, che sottende sempre una capacità, di darsi e di seguire le proprie leggi, allo stesso tempo è anche la necessità che tali leggi, amministrate secondo il principio della razionalità, si raccordino alle autonomie, alle indipendenze e alle libertà altrui, nell’ambito di un contesto comunitario adulto nel suo insieme e nelle sue parti, congiuntamente → assumersi sempre la responsabilità. L’indipendenza che ne deriva significa assunzione. Non possiamo fare a meno della presenza degli altri – non si diventa dipendente da qualcun altro, ma assumo quella mancanza consapevolmente per rafforzare la mia autonomia. Non è non avere vincoli, ma assumere consapevolmente l’apporto che gli altri possono dare alla tua autonomia. L’orizzonte di senso e di azione in cui si inserisce l’autonomia adulta è, quindi, inevitabilmente vasto, nello spazio e nel tempo, complesso e profondo, giacché: «Si tratta di comprendere come lavorano le forze che agiscono nella interiorità delle persone per arrivare al punto di rendersi conto della rete di interdipendenza che sostiene l’esistere nel mondo. Non c’è autonomia senza consapevolezza dei propri limiti e dei propri legami [...]: l’autonomia è la gestione sostenibile delle interdipendenze di ciascuno. Significa percepire le catene di causa ed effetto grazie alle quali le azioni influenzano l’ambiente umano e naturale e alla fine si ripercuotono sulla stessa vita delle persone». – Albarea, La nostalgia del futuro: mantenere l’instabile all’insegna della sostenibilità – 2015. 2. CONSAPEVOLEZZA: letteralmente intesa come cognizione e coscienza – si fonda sul rapporto tra il sé e il sapere, assumendo quest’ultimo in termini assai ampi per quantità, qualità, direzione e portata. Richiede in primo luogo un permanente atto ed esercizio di scandagliata riflessione su se stessi e sul mondo, di partecipazione intenzionalmente assunta nelle relazioni che determinano le condizioni e le traiettorie dell’esistenza, poiché essere consapevoli non significa soltanto e semplicemente conoscere i fatti, le cose, le informazioni ecc. come contesto-sfondo delle azioni, bensì anche e soprattutto come ingredienti attivi dei processi razionali ed emotivi che presiedono alle azioni – nella consapevolezza c’è un rapporto con il sapere stesso, qualificandole in termini di scelte che hanno con-cause e conseguenze plurime, che non sono neutre e circoscritte ma che, tanto nei presupposti che le muovono quanto nelle ripercussioni che ingenerano si configurano come atti pienamente deliberati. La conoscenza su cui si costruisce la consapevolezza, dunque, va rivolta a sé e al mondo, e si declina anche nelle capacità, cognitive ed emotive, del prefigurare esiti e dell’immedesimarsi empaticamente, attraverso una postura di riflessività e meta-riflessiva costante. Si basa tra il soggetto e su quello che sa. 3. INTENZIONALITÀ: letteralmente intesa come partecipazione della volontà nel decidere e compiere un’azione, dal latino intentionem, col significato di tendere verso un fine, includendovi altresì la fatica e lo sforzo del termine greco èntasis – postula, nell’adulto-educando, un interrogarsi e un rispondersi continuo sui suoi desideri e sulle sue ambizioni di cambiamento e di miglioramento esistenziale, sulle relative motivazioni e ragioni e, anche, estendendosi a tutti i ruoli sociali l’adulto che impersona e agisce, un impegno etico-morale laddove si concretizza in azioni, in scelte di vita di cui si ha la responsabilità proprio perché sono state, per l’appunto consapevolmente, volute. È espressione di volontà; per potenziarla l’adulto lo fa interrogandosi e rispondendo di continuo alle cose – è un esercizio continuo per capire se quella scelta è una volontà esplicita di cui io sono consapevole. L’intenzionalità è una caratteristica che fa dell’adulto un individuo con impegno etico e morale. 4. RESPONSABILITÀ: ovvero il rispondere – di sé, delle proprie azioni e nei confronti dell’Altro da sé, si offre, necessariamente, come uno dei fondamentali focus dell’identità adulta, fungendo da dispositivo autoregolatore nell’inevitabile intersecarsi dei comportamenti individuali con quelli collettivi. È un termine ormai logoro ed abusato – in particolare nella locuzione “me ne assumo la responsabilità”, che abbonda frequentemente, con buona dose di vana retorica, in qualsivoglia frangente, della sfera privata o pubblica, in cui l’adulto si trova a giustificare a posteriori un comportamento reputato avventato, irrazionale, egoistico o comunque che confligge con interessi o aspettative altrui. Deve invece essere ricondotto al e riconosciuto nel suo considerevole “peso specifico”, che gli aggettivi che spesso lo accompagnano mettono ben in evidenza. Espressioni quali responsabilità morale, politica, collettiva – solo per ricordarne le aggettivazioni più ricorrenti – rimandano, infatti, l’adulto al banco di prova del proprio e dell’altrui “giudizio” cui sottoporre le scelte e le condotte le cui conseguenze richiedono di essere adeguatamente gestite nel rispetto dell’Altro e delle sue legittime aspirazioni di buona qualità della vita. Essere responsabile vuol dire rispondere agli altri e a sé stessi di ciò che si fa e si dice ecc. è la parola più abusata quando parliamo di adulti: assumersi la responsabilità molto spesso sono solo parole che non si traducono in atti. Gli adulti sono inclini a dire questa frase dopo che si è sviluppato il fatto, ma un adulto è maturo quando si prende la responsabilità anche preventiva. 5. MATURITÀ – l’immaturità è necessaria affinché l’individuo si renda maturo. Sa quello che ha acquisito ma sa quello che gli manca e si migliora. Socrate → sapere è sapere di non sapere. Cartesio → dubbio è la sapienza della persona. Tutte queste cinque caratteristiche consentono all’adulto di essere un educatore, oltre che un educando: un educatore per sé stesso e per gli altri. NON SONO TRAGUARDI RAGGIUNTI E RAGGIUNGIBILI UNA VOLTA PER TUTTE, MA FINALITÀ IDEALI DA PERSEGUIRE. ADULTESCENZA: Con l’adultescenza parliamo di adulti reali e di crisi degli adulti reali: fenomeno che sta iniziando ad avere una portata preoccupante – aduti che sono immaturi (non in positivo) che tendono a nascondersi, tirarsi indietro e regredire in quella spensieratezza e irresponsabilità adolescenziale che segnano un problema eseguito da un adulto. Nel 2014, lo Zingarelli pubblica per la prima volta nel dizionario di lingua italiana, il neologismo ADULTESCENTE (precedentemente era già presente sui vocabolari online) – ibrido tra adulto e adolescente; fa riferimento a quelle persone che sono si adulte (20/30 anni poi modificato), ma hanno delle condizioni di vita e mentalità considerata simile a quella dell’adolescente. Al di là della parola in sé diffusa, ci sono tanti libri che negli anni più recenti, usando espressioni linguistiche diverse, hanno voluto dare il senso del problema dell’adulto adolescente e della crisi dell’adulto: questo problema della crisi della figura adulta circola da tempo e da vari settori. 1997 – adultescent, Oxford University: persona di mezza età tra 35/45 anni. Questa variabilità ci dice che la questione è di rendersi conto che ci collochiamo dal punto di vista anagrafico in una fase di vita inevitabilmente una fase della fase adulta. “persone cui vestiti (scelta di rappresentare chi siamo, quali tratti della nostra personalità vogliamo rendere visibili agli altri; momento di comunicazione agli altri della nostra identità e di rappresentarci) interessi e attività sono associati alla cultura giovanile.” Origine: 1990s – blend of Adult ad adolescent: negli anni 90 si inizia ad usare questa parola mista di adulto e adolescenza; fenomeno quindi già esistente. Ci sono le agenzie di stampa che battono tutte le serie di notizie, troviamo Adnkronos, Roma 12 settembre 2013: ha cercato di dare una definizione con altre sei parole che per la prima volta nel 2014 sono entrate nello Zingarelli: «Un adultescente ‘inzitellito’ (single, zitello) con contratto ‘cocopro’ (contratto collaborazione a progetto: fa riferimento alla precarietà del lavoro, il mio contratto scade quando ho realizzato il progetto per il quale sono stato assunto; durata molto breve), ma che veste ‘bling-bling’ (modo di vestire tipico dei primi rapper americani dei primi anni 90/2000; stile estremamente giovanile e molto appariscente “tamarro e too much”) è affetto da 'ludopatia' ( patologia legata al gioco di azzardo, ma anche dipendenza legata al gioco in sé del telefono), e consuma 'shortini' (shottini). Soggetto molto diffuso in Italia. E si accompagna spesso al 'cocopro', più che un contratto da precario, un vero status sociale...» definizione esagerata ma veritiera sotto molto aspetti: persona senza legami stabili, precarietà nella vita lavorativa tutt’uno con la sua precarietà esistenziale, dipendenze e ludopatico. ADULTESCENZA È UN FENOMENO SOLO CONTEMPORANEO? No, negli anni 80, o anche prima, usavano altre espressioni: in passato questo problema della immaturità adulta era un problema contemplato. Nel passato, l’adulto immaturo era un’eccezione – l’immaturità adulta nel passato era socialmente stigmatizzata, come trasgressione. Più ci avviciniamo al senso dell’adultescenza di oggi, più ci rendiamo conto che viene sempre più considerata come la “nuova normalità” dell’essere adulti. Una delle prime sollecitazioni, al posto di adultescente, pensiamo alla sindrome di Peter Pan – espressione che ha trovato un significato comune anche in chi non ne è esperto. La prima pubblicazione è dei primi anni del 900 (James Mattew Barrie), trasformato poi nel cartone della Disney. Nel 1983, uno psicologo americano pubblica il libro “la sindrome di Peter pan: uomini che non sono mai cresciuti”. In questa rastrelliera di cappelli, troviamo in mezzo il cappello di PeterPan (adulto non completamente cresciuto). Nella versione in italiano “gli uomini che hanno paura di crescere”: chi ha tradotto questo libro ha aggiunto qualcosa all’originale: titolo che ci fa capire che c’è anche una responsabilità individuale dele soggetto di non voler diventare adulto a tutti gli effetti. La sindrome di Peter pan non è mai entrato in un manuale di diagnostica psichiatrica, la usa in senso generico, adottando questo termine, ha voluto affermare che è comunque qualcosa di estremamente grave. Parla del Pete Pan come “vittima”, elencando le caratteristiche: o o o o o Maschio, dai 12 ai 50 anni di età, range talmente ampio che alla fine ammette che non c’è un’età vera e propria. Persone con sorriso accattivante, piacevoli; i più giovani non sono economicamente indipendenti, e vivono ancora con i genitori. Il fatto di essere dipendenti è visto come un elemento di deresponsabilizzazione. Sono indisponibili all’impegno in vista di uno scopo ed obiettivo (fatica, dedizione, tempistiche lunghe ecc.). Solitamente, preferiscono gli amici alla partner, o alla famiglia: hanno la loro vita da adulti ma preferiscono divertirsi e fuggire da quelli che sono gli impegni che li richiamano alle loro responsabilità da adulti. Sono interessati alle feste e al divertimento più che ad ogni altra cosa: il momento del divertimento nell’adulto non ha un posto così predominante. Si forma così un quadro di un possibile adulto che tradisce le proprie responsabilità. Alla fine del libro, si elencano i 7 punti delle manifestazioni della personalità che danno luogo poi ai comportamenti adolescenti: 1. Il Peter Pan soffre di una sorta di paralisi emotiva (egocentrico) e tende ad essere più sensibile rispetto alle proprie emozioni – non ci ragiona troppo e si lascia trasportare dalle sue emozioni. 2. Procrastinazione (rimandare) continuamente i propositi e scopi futuri vaghi e incoerenti – il procrastinare è un atteggiamento tipicamente adolescenziale, senza presa di consapevolezza. 3. Impotenza sociale: incapacità di istaurare veri rapporto con gli altri e con sé stessi. 4. Potere magico del pensiero (pensiero magico): strategia per liberarsi dalle responsabilità. 5. RAPPORTO PROBLEMATICO CON LA MADRE: desiderio di svincolarsi cui si alterna la necessità dell’aiuto materno 6. Rapporto problematico con il padre: idealizzazione della figura paterna e sua irraggiungibilità 7. Problemi sessuali: incapacità di stabilire un rapporto paritario con una donna sicura di sé. Fin qui, abbiamo parlato del MASCHIO nel contesto occidentale (donna vista come più incline alla maturazione anche precoce) come genere più esposto a questo problema di immaturità: nel 1984, un anno dopo, dedica un libro a Wendy: pattumiera e cappello di Peter pan “quando lei smette di fare da madre a lui”: per ogni Peter pan c’è una Wendy, che ha un atteggiamento di immaturità tale a lui, con atteggiamento materno; sembra apparentemente matura, ma si fonda sulla realizzazione della “sindrome della crocerossina”: relazione tossica id lui che ristagna nella sua immaturità, e lei ristagna nella sua dipendenza da lui. Wendy è la “vittima”: si alimenta della stessa immaturità. Sia l’uomo che la donna sono vittime di una immaturità dilagante: si libera da quando si lascia alle spalle l’immaturità. ESPRESSIONI GERGALI E PRECEDENTI AL NEOLOGISMO ADULTESCENTE: ESPRESSIONI GERGALI PIÙ INCISIVE. o o o o o “Gagà”: primi anni 40, uomo adulto farfallone, vive sulle spalle degli altri, si imbuca a scrocco, non ha una postura e sicurezza adulta, facendolo sulle spalle degli altri; “Gagarella”: donna superficiale, inconsistente e volubile. Deriva dal francese, come significato corrisponde al nostro rimbambito – fa riferimento quasi all’anziano rimbambito come fosse giovane. “Vitellone”: riferimento ad un grande budello senza fondo – mangia senza saziarsi mai e quindi si fa mantenere dagli altri. In termini di carne il vitellone è a metà tra il vitello e il bovino. Giovani adulti che dovrebbero avere una stabilità della vita ma che rimanda sempre. • Da vudellone, lemma dialettale abruzzese, con il significato di “grosso budello”, ovvero di persona portata a mangiare molto e, di qui, passato a indicare il figlio che mangia, e quindi vive, a spese e sulle spalle della famiglia d’origine, senza darsi da fare per la propria autonomia di indipendenza. • Federico Fellini, (regista del film i vitelloni) invece, in altra occasione, spiegò che il vitellone è una via di mezzo tra manzo e vitello, termine usato in Romagna per riferirsi a chi “non è più un ragazzino ma non ha un’identità precisa, un ozioso che non sa bene cosa fare di sé” 1953. “Mammone” e “Bamboccione”: Checco Zalone, bamboccione detta da un politico italiano “Kidult”: kid – bambino, adult – adulto. Nasce negli stati uniti, è definito un adulto che ha gusti infantili, puerili, immaturi. giocano sulle emozioni; negozio di bigiotteria. Dal punto di vista sociale siamo indotti a adottare una certa immaturità, anche a livello di economia. Film degli anni 60 quando, l’immagine dell’adulto come assodato era la rappresentazione principale, ma ce ne sono altri che facevano vedere l’immaturità adulta. “il sorpasso”, 1962, come protagonisti Vittorio Gassman (bruno) e Jean-Louis Trintignant (Roberto). Ferragosto, Roma piena estate e capitale deserta, Bruno suona il clacson della sua auto sportiva (rappresenta la sua personalità, chiassosa, fastidiosa), passando a prendere Roberto, che stava studiando. Bruno è padre, non si occupa della sua famiglia, gli interessa divertirsi, si presenta come una persona accattivante: bruno esce da quello che è il canone di adultità e farà una brutta fine. Bruno Cortona dal punto di vista anagrafico è pienamente adulto (e come si scoprirà, anche marito e padre di un’adolescente), ma il suo stile di vita “alla leggera” – fondato su espedienti e sullo sfruttamento del prossimo e volto solo alla cura di sé stesso, dei propri bisogni più immediati e dei piaceri facili – evoca aggettivi tutt’altro che riconducibili alla maturità. Lo si potrebbe definire scanzonato, impertinente, invadente, opportunista, parassita, sfrontato, aggressivo, smaliziato, bugiardo, giocherellone, egocentrico, cinico e ingenuo al tempo stesso, chiassoso e fastidioso come il clacson della sua spider Lancia Aurelia. Bruno non ha impegni né progetti: è “rumoroso” e si stordisce di sé; questo frastuono lo protegge dal pensare veramente alla sua vita in prospettive più ampie e profonde del suo “giorno per giorno, fino a quando schiatti” – per riprendere una sua battuta – e del suo “girare a vuoto” che, a ben vedere, non è movimento, evoluzione, bensì stagnazione in un eterno presente. Il suo è un prendere la vita sempre sulla “corsia di sorpasso”, illudendosi di andare avanti e di potersi lasciare tutto alle spalle senza rimorsi o rimpianti. “la vita secondo Jim”: Jim è un quarantenne, sposato con Cheryl e padre di tre bambini, titolare di un’impresa di costruzioni. Uomo pigro e maschilista; spesso si dimostra immaturo e irresponsabile per la sua età, tanto da passare le sue giornate a oziare, cercando di trovare quanto prima il tempo di dedicarsi alle sue più grandi passioni, ovvero mangiare, sbronzarsi con gli amici, suonare con la sua band, andare alla partita. Proprio questo stile di vita lo porta spesso a cacciarsi in qualche guaio o a combinare qualche misfatto. Qui interviene sempre la moglie Cheryl, che ogni volta deve togliere il marito dai guai, risolve dei suoi problemi, preservare l’equilibrio familiare, dare il buon esempio ai figli e trovare sempre la forza di perdonarlo, nella vana speranza che prima o poi diventi maturo e responsabile. Si comincia a sdoganare questa immaturità adulta tanto che è l’immaturo che ci fa ridere. Immaturità adulta da intendere come un qualcosa non così tanto grave. I tratti di immaturità cominciano a riguardare l’adulto in quanto tale, come in “una mamma per amica” – siamo di fronte ad una rappresentazione dove l’immaturità adulta è considerato un tratto normale dell’essere adulti. “immaturi” serie italiana: visti negato il riconoscimento dell’esame di maturità. Questi personaggi sono verosimili: possono suscitare la nostra immedesimazione, in cui è facile rispecchiarsi, e in cui queste immaturità vengono considerate simpatiche; testimoniano ciò per cui la vita adulta va a velocità diverse. Sono profili identitari che rispecchiano le fragilità, le precarietà, gli stalli dell’adulto contemporaneo, l’assenza di certezze e di stabilità. Il disallineamento o la diversa velocità a cui corrono le diverse esistenze che vivono in una sola: come figli, come genitori, come partner, come professionisti. Testimoniano traguardi dilazionati, mai raggiunti, mantenuti a fatica o veri e propri crolli; un contraddittorio desiderio tra uno stile di vita originale e movimentato e la tranquillità di uno status cosiddetto borghese; una tensione non ancora risolta tra essere, poter essere e dover essere; una forse mai del tutto sanabile dicotomia tra immaturità e maturità, di cui saranno chiamati a dar prova. “mamma o papà?” film sullo smarrimento dell’adulto e la crisi della genitorialità. → adulti genitori che si sperano ma vogliono scaricare sull’altro la custodia dei tre figli. Spot redbull: mamma che si lamenta del figlio di 35 anni che è ancora a casa Spot pubblicitario obos norvegese (agenzia immobiliare): appartamenti per giovani adulti che criticano gli italiani che stanno ancora a casa dei genitori (volontà delle mamme di tenere a casa i figli – protesta di finzione) → vignette molto ingigantite sugli italiani. → ridicolizzazione del maschio adulto italiano: identificazione immaturità tipica adulta vista all’estero. Il mondo della politica ha contribuito a rafforzare il senso dell’immaturità adulta. “non bisogna mai essere troppo choosy (schizzinoso): meglio prendere la prima offerta e non aspettare il posto ideale.” → modo di responsabilizzare la politica sui cittadini – è colpa dei giovani adulti. Bamboccione fa riferimento alla bambola, non ha una sua postura decisa e responsabile: giovane adulto che non fa niente e vive sulle spalle die genitori. Greci e latini padri fondatori della nostra cultura: a MATURITÀ E IMMATURITÀ : Il puer aeternus (Ovidio – la metamorfosi) che alberga in miti greci e latini classici, rimanda ad alcuni motivi principali: vitalità, passione, energia, rinnovamento, piacere. L’essere eternamente giovani corrisponde al mantenimento del vigore, all’indefinita possibilità di rinascere, all’amore come espressione dell’istinto, del godimento e della bellezza. Alcuni di questi evidenziano l’ambiguità di una simile condizione, ovvero la sterilità di chi ancora non è maturo. ADONE “giovane di grande bellezza” (opera greca scultura): insiste contemporaneamente sulla sua precoce ed eccessiva attività sessuale, dovuta alla sua bellezza e alla sua giovinezza; dall’altra sulla sua infecondità: i prodotti del giardino di adone sono frutti destinati a non maturare, perché formatisi prima che nello stelo sia generato il nodo (gony, nodo dello stelo, ma anche con il significato di ginocchio, sede del vigore e della potenza sessuale): essere privo di gony significa, per una pianta, non aver compiuto in modo regolare la crescita ma anche, per uomini e donne, non aver raggiunto quella pienezza che li rende in età da sposarsi e da riprodursi, dando quindi buoni e legittimi frutti. 5 ELEMENTI DI RIFLESSIONE SULL’ADULTESCENZA: 1. Composizione di adult(o) e (adol)escente: L’aspetto più evidente è la crasi tra i due termini adulto e adolescente, tale da far pensare che il neologismo si regga sulla necessità di designare un’entità sì nuova, ma comunque frutto della fusione di entità preesistenti che si ritengono essere nettamente definite; a questo proposito, diviene necessario tentare di stabilire cosa resti dell’adulto, cosa dell’adolescente ma, soprattutto, cosa di inedito si produca in tutte e tre le categorie (adolescenza, adultità, adultescenza). Dobbiamo interrogarci su cosa resta dell’adolescente ma soprattutto di cosa viene fuori. 2. Nel linguaggio della sociologia: si dichiara l’appartenenza al termine allo specifico lessico sociologico, mentre altrove sono rinvenibili riferimenti di carattere psicologico e antropologico – ad esempio non è secondario entrare nel merito di tale questione, poiché a seconda dei casi, consente di porre l’accento su sfaccettature diverse (ma non per questo reciprocamente escludenti), tanto del fenomeno quanto della sua concettualizzazione. E il riferimento alla dimensione educativa? (psicologia, antropologia, modelli educativi diversi e non solo riconducibili alla sociologia) → sguardo multidisciplinare. 3. Tra i 20 e i 30 anni: devono essere considerate la possibilità e la funzionalità di individuare un range cronologico stabile e attendibile dell’adultescenza: come avviene laddove ci si concentra sull’adolescenza e sull’adultità lasciando recedere sullo sfondo “marcatori” databili (menarca/spermarca/compimento della maggiore età ecc.) e concentrandosi su aspetti di carattere più sostanziale (comportamenti/ruoli ecc.). mettere dei paletti cronologici vale molto poco: quello che conta di più nel definire un adultescente sono i comportamenti, mentalità e modo di porsi. 4. Le cui condizioni di vita (studio, lavoro, reddito, casa ecc.): devono essere specificate in modo più preciso ed approfondito le variabili che connotano le condizioni di vita: quali i ruoli della politica, della società (nei suoi aspetti macro così come in quelli micro), dell’economia, dei media, dei modelli educativi, della cultura in senso alto ecc. quanto c’è di responsabilità individuale e di contesto? (è tutta colpa sua o siamo in un contesto che non incoraggia l’inserimento lavorativo dei giovani?). 5. E la cui mentalità: devono essere specificate in modo più preciso ed approfondito le variabili e le caratteristiche che connotano la mentalità (quanto incidono le rappresentazioni?), e il rapporto tra mentalità e comportamento. Ci hanno abituato a considerarla una deviazione, poi l’immaturità è stat sdoganata e legittimata. La definizione di adultescenza si configura ancora semanticamente indeterminata o sfuocata, e può rivestire tutt’al più un carattere orientativo di massima. Si tratta di una parola ombrello che raccoglie in sé una serie di molteplici combinazioni: - Il soggetto non istruito e non qualificato, che sposa stili di vita superficiali e/o materialistici, che segue acriticamente le mode; L soggetto istruito e qualificato, ma ostaggio della precarietà lavorativa Il soggetto realizzato nello svolgimento di una professione, anche di prestigio, ma immaturo e responsabile nelle relazioni interpersonali e sentimentali Il genitore che fatica ad essere un punto di riferimento per i propri figli perché distratto dal soddisfacimento dei propri desideri consumistici o dalle proprie velleità edonistico-egoistiche. L’adultescenza presenta elementi di novità e di contingenza – se non altro per le forme peculiari che sta assumendo nel qui ed ora, e quindi, com’è comprensibile, ancora non ha conosciuto un interesse sistematico e di ampio respiro da parte della ricerca. Adultescenza è solo un fenomeno contemporaneo? No: l’immaturità adulta è sempre esistita, è sempre stata rappresentata ma si contrapponeva ad un dover essere adulto molto definito e molto forte. si: nella misura in cui oggi è sempre meno considerata un’eccezione e sempre più un modo di essere adulti. EDUCAZIONE DEGLI ADULTI CONFERENZE ED INTERVENTI NEL PROGRAMMA D’ESAME A.A. 2023/2024 L’EVOLUZIONE DELL’IDENTITÀ ADULTA E PASSAGGIO D’EPOCA: INTERVENTO CONFERENZA PROF. MATTEO CORNACCHIA (16/10/2023) – “VULNERABILITÀ IN ETÀ ADULTA”: LE DUE CULTURE DELL’EDA: parliamo di due culture nella letteratura dell’adulti: cultura umanistica e scientifica, e cultura funzionalistica delle educazioni degli adulti e legata alla condizione adulta e alla cura di sé. “L’educazione concepita come un processo i cui estremi coincidono con la vira stesso si basa su ideali non professionali. In un mondo di specialisti è inevitabile che ognuno impari il proprio mestiere, e se qualche forma di educazione può essere utile a questo scopo, e a quello ulteriore di aiutare il lavoratore a comprendere il significato del proprio lavoro, sarà necessariamente un’educazione di ordine superiore. A volerla definire in maniera più accurata, l’educazione degli adulti inizia proprio dove laddove finisce la formazione professionale; il suo scopo è dare significato alla vita nella sua interezza”. – Lindeman, 1926. “Sul piano epistemologico si è riscontrata una disparità: da un lato la concezione dell’EdA caratterizza una forte valenza filosofica-valoriale-politica, ma scarsamente dotata di paradigmi tecnico-metodologici riconosciuti e condivisi. Dall’altro una concezione dell’EdA di tipo funzionalista con una conseguente riduzione alla tecnicità dei metodi specializzati per target diversi. “– Alberici, 2011. “I due filoni dell’EdA: il primo ben delineabile appiattito sulla formazione continua in ambito professionale, il secondo, frastagliato e diversificato, è quella dell’EdA attenta alla cura di sé, alla formazione dell’uomo o della donna, della persona ecc.” – Tramma. IL CAMBIO DI PARADIGMA: Quando questo cambiamento di paradigma e la visione dell’adulto stabile e certo non era del tutto veritiera, e quando abbiamo iniziato a considerare l’età adulta con fasi di vulnerabilità e fragilità? C’è stato un periodo più o meno lungo caratterizzato da eventi particolari, che ci fa capire come questo cambio di paradigma sia avvenuto. Esso è caratterizzato da: 1. L’adulto vulnerabile: In età adulta si riscontrano varie forme di vulnerabilità, se non di vero e proprio disagio: 1.1. Dal 95 al 2008, la rivista scientifica “Adultità”, ha rappresentato un punto di riferimento per l’educazione degli adulti – fondata da Duccio Demetrio, trattando temi specifici delle problematiche e disagi dell’età adulta (ad esempio “Erranze”, “Trasgressioni”, “Disagio e relazioni di aiuto” [ curato dal co-curatore Sergio Tramma; prendeva in considerazione le dipendenze, i problemi che gli adulti vivono quando perdono il posto di lavoro e la loro riprogrammazione professionale, fragilità famigliari e altro] ecc.). 2. Tratti adolescenziali in età adulta: l’età adulta comincia ad essere caratterizzata dalla presenza di comportamenti e atteggiamenti tipicamente adolescenziali e le stesse transizioni da una fase all’altra divengono più difficili da riconoscere. 2.1. Già nel 1983, Dan Kiley scriveva della sindrome di Peter Pan, ovvero ciò che caratterizza una persona che non accetta di diventare adulto. Francois Ladame scriveva di eterni adolescenti, passando per il 2016/2018 nel libro di Aime e Charmet di “La fatica di diventare grandi”, trattando il tema della scomparsa dei riti di passaggio – momenti culturali che segnano la fine di un periodo e l’inizio di un altro, molto scanditi e spaccati. Secondo Aime e Charmet, con la loro scomparsa non abbiamo più una definizione delle varie fasi della vita, creando dunque incertezze nella persona. Con l’espressione “famiglia adolescente” si sottolinea come l’adolescenza sia una condizione che viene assorbita da tutti i componenti della famiglia, compresi i genitori – assomigliandosi nei comportamenti e abbigliamento, riducendo l’asimmetria che dovrebbe caratterizzare il processo educativo – pericolose alleanze tra genitori e figli, dove anche i genitori cercano l’approvazione dei figli. 3. Assenze e scomparse: le rappresentazioni degli adulti inizino a metterne in luce soprattutto le fughe e le mancanze rispetto alle finzioni tipicamente ascritte a quella fase di vita – come l’esemplarità e la responsabilità. 3.1. Possiamo fare riferimento a dei testi come “il complesso telematico – genitori e figli dopo il tramonto del padre” di Massimo Recalcati, che fa riferimento al complesso di Edipo, usato spesso per rappresentare il rapporto che si costruisce attraverso il conflitto per la relazione genitore figlio; secondo lui il complesso di Telemaco è il figlio che attendo invano che il padre (Ulisse) torni. Ai giovani d’oggi stanno mancando le testimonianze adulte a cui ispirarsi. In “Diventare adulti – formazione di nuovi modelli per contrastare la scomparsa dell’adulto” di Anna Maria Mariani quasi compie un appello alla ricerca di adulti che ormai non ci sono più. Zagrebelsky in “Senza adulti”, tratta dell’idea dell’adulto assente. Zagrebelsky, essendo costituzionalista, in una fase storica dove stanno venendo meno le regole, si interroga su questa questione, collegando le figure educative che formano e danno queste regole: la funzione degli adulti è anche quella regolativa. ALLE ORIGINI DEL CAMBIAMENTO DI PARADIGMA: LE AMBIVALENZE DEL BOOM ECONOMICO E DI UNA NUOVA CATEGORIA SOCIALE: quando questo cambiamento di paradigma sarebbe avvenuto e quali circostanze storiche lo avrebbero determinato? Fase tra la fine degli anni 50 e la fine dei 70, nell’immaginario collettivo corrisponde al periodo del boom economico. È stata caratterizzata da delle grandi ambiguità, e da tensioni sociali, rapide e improvvise che sono poi sfociate in conflitti sociali – pacifici o molto violente. Dietro queste tensioni c’erano le tensioni tra nord e sud, con primi movimenti politici che cavalcano queste tensioni, ma anche tensioni di tipo generazionale tra giovani e adulti: ciò che la rappresenta meglio è la nascita dei giovani come vera e propria categoria sociologica – moti del 68 ad esempio. C’è chi esalta questa fase come ribellione e contestazione delle autorità, chi invece tende ad avere un approccio più serio in quando qualcosa inizia a rompersi e spezzarsi. I giovani contestavano l’autorità in generale – rappresentata dagli adulti, ma al tempo stesso rivendicavano il diritto di essere loro stessi padroni dei loro destini e scelte, di essere responsabili delle loro volontà, non vincolate da strutture preimpostate autoritarie. Le teorie viste poco fa, fondano le loro radici in questi anni. Possiamo fare riferimento a libri come “Verso una società senza padre” di Mitscherlich (1963), in ambito più vicino a noi troviamo “Il mito dell’adulto” (1971), dove l’adultità inizia ad essere rappresentata come irrealizzabile nella figura preimpostata e già realizzato, un mito dell’adulto che non esiste nella realtà. Per concludere, facciamo riferimento a Jacques Lacan con “Nel nome del padre (evaporazione del padre)” (1968). LA DIFFUSIONE DELLE PEDAGOGIE CRITICHE E RADICALI: le pedagogie critiche e radicali sono caratterizzate da critiche ai modelli educativi dominanti in quella fase storica rappresentati prevalentemente dalla scuola; criticavano il metodo, l’impostazione, l’orientamento austero e distante di una scuola che sembrava concepita dal punto di vista pedagogico, fungeva da strumento di mantenimento e conservazione. Ciò è quello che scatena la protesta dei giovani nel 68, che tendevano a replicare quei modelli culturali ereditati dalle generazioni precedenti in maniera acritica. Le pedagogie critiche radicali sembrano riconoscere questo limite della scuola e dell’educazione educativa. Stiamo parlando di tendenze internazionali e non solo italiane. A tal proposito possiamo fare riferimento a ei testi: “Growing up absurd” di Paul Goodman, parlando dell’assurdità di dover seguire traiettorie di crescita che sono per i giovani, predeterminate da altri, ovvero gli adulti. In “Pedagogia dei progressi” di Paulo Freire, tratta del tema di educazione bancaria e depositaria – non volendo più intendere l’educazione come passiva in cui l’educando si limitava a riceve qualcosa da qualcuno, indicandola come educazione oppressiva non in grado di rispettare le volontà degli educandi. Secondo lui l’educazione dovrebbe essere problematizzante: partendo da problemi reali il percorso di apprendimento sia un cammino svolto assieme tra educatore e educando. Infine, Ivan Illich con “Descolarizzare la società – per una alternativa all’istituzione scolastica”, puntando l’attenzione sulle scuole che stanno assorbendo il principio di istituzionalizzazione, rischiando di commettere dei gravi errori. Facendo ciò significava dare più importanza ai titoli, certificazioni, strutture del processo educativo, perdendo di vista la sostanza delle cose, di una scola sempre meno fedele ai suoi obiettivi originali, e di esserci sempre più concentrata su quegli aspetti istituzionali nelle certificazioni dei percorsi formativi. “LE MODALITÀ DIVENTARE ADULTI OGGI: TEMPI, EVENTI E MODALITÀ DI UNA TRANSIZIONE VULNERABILE” CONFERENZA PROFESSORESSA BIASIN CHIAR A – “VULNERABILITÀ IN ETÀ ADULTA” – (23/10/2023): Oggi, diventare adulti è un passaggio cruciale e complesso che ha implicazioni importanti lungo tutto il corso di vita della persona. È una transizione che appare sempre meno “automatica” rispetto alla “tradizione” del passato, poiché necessita di essere compresa, “significata” e accompagnata in chiave formativa. Non è un risultato, ma un processo. NEET – “Not (engaged) in education, employment or training”: persone che non hanno continuato gli studi. Social media, covid-19, ansia, autostima, autopercezione ecc.; sindrome del ritardo e della famiglia lunga. ADULT-ISH (“adultezza”): Cristina Vanko libro illustrato sull’adultità tramite vignette – come e quanto si scontra la parte dell’essere adolescente e adulti. MARCATORI DELL’ADULTITÀ TRADIZIONALE: • • • • • Finire gli studi Andare a vivere da solo o in coppia – indipendenza abitativa Avere una relazione stabile Essere indipendente economicamente Diventare genitore. Tra i 18 e i 30 c’è una messa in discussione degli indicatori di adultità, c’è un periodo prolungato di esplorazioni, incertezze e cambiamenti. Ciò è caratterizzato da: • • Tra i 18 e 30 anni: giovani adulti (Emerging Adult) nell’età del limbo (in between) nel mezzo tra autonomia e la responsabilità tipiche degli adulti e la dipendenza e l’indecisione tipiche dell’adolescente. Fenomenologia dell’ea presenta tratti inediti e situazioni eterogenee rispetto ai periodi precedenti. Negli anni 50 si è parlato per la prima volta di giovani adulti 820—40 anni) che si distinguevano anche dal punto di vista fisico. Negli anni 60 si sono definiti i post-adolescenti ed oggi gli adulti emergenti che nascono come una nuova fase di vita. Oggigiorno abbiamo bisogno di nuovi indicatori di adultità che ci dicano come stiamo diventando adulti, come questo processo sta andando o come sta arrivando verso la fine. Caratteristiche eterogenee che descrivono una condizione inedita di questa fascia della popolazione: • • • • • • Livelli di educazione e qualificazione più alti delle precedenti; Rapporto con il lavoro fatto di ricerca, cambi e lavori precari; Relazioni amicali e gruppi di riferimento (peers – importante quasi quanto quello degli adolescenti); Carriera professionale ritardata ma focalizzato; Massiccio uso/acquisto delle tecnologie dei social media Grandi consumatori (spese per i viaggi, abbigliamento, ristorazione, tempo libero ecc.). l’indice di consumo è quasi il 300% in più di un cinquantenne. Generazione tra i 20 e 30 anni: i paesi industrializzati e post industrializzati sono caratterizzati da una non universalità di questa generazione. Arnett afferma quattro rivoluzioni tra gli anni 60 e 90: 1. La rivoluzione tecnologica; 2. La rivoluzione sessuale: si sono rotti i legami che c’erano tra sessualità, riproduttività e matrimonio nelle società occidentali. Svincola completamente questo rapporto e rende la sessualità una dimensione indipendente dalle altre due provocando cambiamenti nei maschi e femmine. 3. Rivoluzione femminile: nuove consapevolezze della donna non più legata alla sessualità, riproduttività e matrimonio. 4. Rivoluzione giovanile: giovani come categoria sociale e di consumo. Specificità degli adulti emergenti: • • • • • • Ambivalenze dei tratti identitari ed esplorazione identitaria aperta Inedita dinamica genitori-figli e mutato rapporto con la famiglia di origine (non oppositivo ma vicinanza); Progressione di sviluppo personale e crescita con fasi eterogenee ma continua; Instabilità e cambiamenti piuttosto che stabilità (relazioni, lavoro, mobilità, co-abitazione, partner ecc.); Aumento dell’età delle primipare (età media nel fare un figlio nelle donne); Diffusione forme di convivenza o coabitazione diverse dal matrimonio. La Tanner insieme ad Arnett, affermano che si assista in una sorta di decentramento: tra i 20 e i 30 anni una questione chiave è la ridefinizione delle relazioni: 1- Con genitori (supporto finanziario e logistico), per muoversi verso nuovi impegni – verso di sé e degli altri. 2- Mancanza di linearità nel processo di sviluppo – progressione, regressione nei percorsi di adultità; 3- Processo di “scaffolding” identitario (impalcatura identitaria) attraverso l’identificazione e la gerarchizzazione progressiva degli scopi vitali – da amici e educazione, viaggi a lavoro, famiglia, salute; 4- Interdipendenza di aspetti adolescenziali e di adultità – autonomia, dipendenza, partnership con amici, legami con i genitori, non più maturità collegate. EMERGING ADULTHOOD E NEUROSCIENZE: cambiamento a livello cerebrali fino ai 25 anni a livello di corteccia prefrontale – controllo delle emozioni – intelligenza emotiva; e del cervelletto – funzioni cognitive più raffinate, capacità di auto-riflessione, capacità di organizzazione e pianificazione. C’è maggiore sensibilità verso droghe e stupefacenti vari. Le caratteristiche dell’Emerging Adult è sentirsi in mezzo, esplorazione identitaria come obiettivo principale, senso delle possibilità, self focus – definizione dell’identità ma con tratti negativi (es. egocentrismo), instabilità (lavoro, formazione e relazioni), traguardo dei 30 anni (sentire pressione e ansietà verso questo momento della vita, ambivalenza come ricerca di sé ma anche egocentrismo, bisogno del gruppo ma anche la necessità di stare soli. Tutto ciò sono frutto di consapevolezze dell’essere adulto oggi come qualcosa che si conquista e non si ottiene e basta. Contraddizioni dell’Emerging Adult: eccitazione e interesse per le novità vs. senso d’incertezza e dubbi su di sé; apertura alle possibilità vs. confusione, nuove libertà vs. nuove paure, mobilità vs. rimanere ancora a contatto con le proprie radici. L’Emerging Adult ah anche delle ingiunzioni oppressive. Genitori elicottero: genitori i quali il senso di benessere e soddisfazione dipende dai figli. Non c’è rottura identitaria ma genitori-amici (orizzontalità della relazione famigliare e genitoriale). È necessario oggi più che mai questa nova fase dalla fine dell’adolescenza all’inizio dell’età adulta; l’intreccio di questi tratti è problematico e complesso. Questa teoria di Arnett è stata criticata, in quanto non è necessario introdurre una nuova fase del corso della vita. In conclusione, possiamo affermare che è veramente complesso e problematico il diventare adulti, perché riguarda molte ambivalenze (personalità, modo di pensare, relazioni, aspirazioni, comportamenti, esperienze di vita, atteggiamenti e propensioni. Diventare adulti è una transizione vulnerabile che ci porta a dire ed affermare che ci sono delle nuove sfide pedagogiche. In sintesi, l’educazione degli adulti: Ha caratteristiche specifiche e inedite della fascia d’età 18-30 anni; Eterogeneità (e contraddittorietà) dei tratti caratterizzanti l’adulto e l’adolescente; Limbo/bubble time – in between period: sospensione, indecisione, incertezza, rottura, opzioni e ricerca identitaria, di ruoli e di valore; Transizione dinamica (avanti e indietro) e non stabile anche dal punto di vista dello sviluppo identitario. “DECOSTRUIRE E RICODIFICARE LA TERZA ETÀ IN PROSPETTIVA EDUCATIVA” CONFERENZA PROFESSORESSA ELENA LUPPI – “VULNERABILITÀ IN ETÀ ADULTA” (13/11/2023): CHI SONO GLI ANZIANI: sono una fascia di popolazione molto ampia ed enormemente diversificata: l’età di ciascun individuo che invecchia è data dall’intreccio di cinque dimensioni: 1. L’età cronologica. 2. L’età biologica – grosso impatto sul livello dell’autonomia. 3. L’età personale – autopercezione sul momento della vita raggiunto nel momento dato; si intreccia con l’identità sociale e cambia molto nei contesti. 4. L’età sociale – età pubblica che viene attribuita ad una persona. 5. L’età soggettiva – rappresentata da ciò che rimane costante nel corso della vita della persona, in una dimensione senza tempo. Gli anziani oggi lo capiamo da: • • • • • Le tappe della vecchiaia: età anagrafica, eventi marcatori e ruoli – ad esempio, l’evento marcatore più significativo è la pensione nella nostra cultura, fattori fisici e riduzione della salute e autonomia, relazioni famigliari (sindrome del nido vuoto), ma tutti questi eventi marcatori non determinano l’entrata nella fase dell’anzianità. Possiamo 1.1. Giovani anziani (over 70) che conservano caratteristiche assimilabili a quelli degli adulti – hanno vissuto un paio di eventi marcatori. Possiamo investire molto nelle relazioni inter-relazionali tra generazioni. 1.2. Anziani fragili gli eventi marcatori iniziano ad essere più importanti nella loro vita – devono ridisegnare la loro vita a causa di risorse che vengono meno; su di loro si concentrano tutti gli interventi educativi (possiamo fare molto in termine di sviluppo prossimale per mantenerli). 1.3. Anziani-anziani: ultimo periodo della loro vita e di condizione di dipendenza con l’attivazione di specialisti per mantenere adeguato il livello di vita. Coorti generazionali anziane – confronti tra generazioni diverse: gli anziani che abbiamo incontrato da piccoli non saranno gli stessi che incontreremo al giorno d’oggi. Trasformazioni e dilatazioni nelle “età della vita” – si allunga la vita media e si allunga anche tutte le altre fasi. Differenze di genere – siamo di fronte ad una popolazione molto diversa dalle precedenti di anziani. Le donne hanno superato l’età media della vita degli uomini grazie alla medicalizzazione del parto. Stili di fronteggiamento e assunzione dei ruoli fra impegno e disimpegno: le donne quando si trovano ad affrontare sfide di sviluppo sono più forti nel fronteggiarli. Il nostro modello di welfare si basa sulla separazione dei ruoli, dando scontato una figura che fosse portatrice del reddito (uomo) e una figura deputata alla cura (donna – “lavoro non pagato”). Gli uomini anziani hanno vissuto in funzione del lavoro come principale fonte identitaria, la pensione è un buso nero; le donne sono state attive sia nel lavoro che in altri ambiti, determinando una maggiore capacità di riadattarsi durante la pensione. La terza età è una età in cui le persone son costrette a reinventarsi. Ciò che non è ancora cambiato è la percezione dell’età della vita: LIFESPAN PERSPECTIVE – partendo dall’assunto che l’età della vita non corrisponde all’et attuale delle persone. C’è un andamento dinamico legato ai compiti dello sviluppo, l’arco della vita è un percorso dinamico e la vita è una linea discontinua. Il corso della vita è un percorso dinamico in cui la vita è vista come una linea discontinua; non c’è un periodo della vita che incide più degli altri sullo sviluppo e non c’è un periodo migliore per l’apprendimento. Ci sono esperienze particolarmente significative che possono incidere sulla direzione dello sviluppo, come i momenti di transizione o le sfide individuali. La vita è caratterizzata da eventi marcatori e compiti di sviluppo; lo sviluppo è influenzato da variabili che differiscono da persona a persona. I contributi psicologici allo studio della terza età li troviamo sulle teorie evolutive dell’arco della vita: ➢ Teoria dello sviluppo della personalità – Erikson: ogni fase è caratterizzata da qualcosa; la terza fase è una fase di riepilogo per ricostruire un sé che sia in continuità con tutti i sé precedenti. Le tensioni della vecchiaia sono caratterizzate da contrapposizione di disperazione intesa come conflitto e integrazione di tutte le precedenti fasi della vita. La soluzione finale potrebbe essere la saggezza – estraniamento coinvolto (estraniamento prepara al distacco finale). ➢ Modelli psicosociali dell’invecchiamento: teoria del disimpegno – invecchiamento caratterizzato da un alleggerimento della persona. Contrapposta ad essa c’è la teoria dell’attività che afferma l’attivazione degli anziani anziché del disimpegno. La teoria della selezione-ottimizzazione-compensazione si basa sul trovare delle strategie, rispetto al disimpegno e attività. L’invecchiamento è una questione di strategie, significati e senso delle fasi di vita. ➢ Successful ageing: porta degli stereotipi sull’invecchiamento – un’eccessiva enfasi sul successo può portare a perdere l’idea che il proprio invecchiamento sia lento rispetto ad altri. Importanza delle variabili sociali e personali nel determinare il corso dell’invecchiamento: numerose ricerche mostrano una correlazione inversa tra declino cognitivo e fattori come il titolo di studio, l’accesso a percorsi educativo-formativi, l’occupazione, l’attività cognitiva e fisica e la nutrizione. • Critical gerontology: critica al modello del Successful ageing. L’idea di invecchiamento sano o attivo richiama a standard normativi che svalutano tutti coloro che non li raggiungono. Secondo la critical gerontology, la salute è un mezzo e non un fine – anche una persona con ridotte risorse fisiche, giovane, adulta o anziana, può condurre una vita di qualità. La critical gerontology mette al centro degli studi e dei modelli dell’invecchiamento le donne e gli uomini anziani e i significati che essi attribuiscono alla terza età. Enfasi sulle biografie e valorizzazione delle diversità fra individui in relazione alle molteplici dimensioni che si intrecciano nel definire le identità nell’invecchiamento (genere, etnia, condizione di salute ecc.). prospettiva intersezionale che tiene conto delle numerosissime variabili identitarie che determinano molteplici percorsi di invecchiamento possibile. • Come fano le persone azione a dare senso all’orientamento? E come gli ideali culturali e le realtà politiche per modellare le nostre esperienze educative? GLI STEREOTIPI – I MITI DELL’INVECCHIAMENTO: “miti dell’invecchiamento” sono credenze palesemente false, che veicolano idee sbagliate e dannose, che possono portare le persone a limitare il proprio potenziale e a ridurre il margine delle proprie personalità. Gli autori analizzano i miti sull’invecchiamento, prendendone in esame le misconcezioni, al fine di depotenziarne l’impatto sulle persone. A parte alcune eccezioni, i miti sull’invecchiamento tendono ad essere negativi (antinvecchiamento), piuttosto che positivi (proiezione). Staundinger e Bowen evidenziano che gli stereotipi sull’età anziana possono radicarsi fin dall’infanzia, generando aspettative negative nei confronti degli anziani, nei bambini in età scolare con conseguenze negative sull’ambiente sociale che finisce per rafforzare i comportamenti che interiorizzano lo stereotipo stesso. Gli stereotipi possono tradursi in profezie che si autoavverano. IL MITO DELL’ALZHAIMER: secondo Whitehouse, la malattia dell’Alzheimer rappresentata oggi per la nostra società e medicina in particolare, basato su erronei presupposti che spingono a focalizzarsi sugli aspetti biologici dell’invecchiamento cerebrale. In questa prospettiva si affrontano demenze con risposte farmacologiche, dimenticando tutto ciò che ha a che vedere con la qualità della vita della persona e della dimensione relazionale della cura. L’invecchiamento cerebrale viene considerato da un punto di vista olistico e, in questa direzione, vengono capovolte tutte quelle visioni dell’Alzheimer che impediscono agli individui di mettere in atto strategie di compensazione e fronteggiamento e di adattarsi alla grande sfida dell’invecchiamento. L’INTERVENTO EDUCATIVO COME TERAPIA NON FARMACOLOGICA IN RISPOSTA ALLE FRAGILITÀ E ALLE DEMENZE: Approcci che rispondono ad un cambiamento di paradigma e al superamento delle prospettive adultocentriche per concentrarsi sulla persona, sui suoi bisogni e sulla promozione della qualità della vita nella terza età. • • • • IL MODELLO GENTLE CARE – JONES, 1996: Il modello di Gentle Care è focalizzato su ciascun individuo che invecchia e richiede un'analisi della persona, non solo per quanto riguarda lo stato clinico e patologico, ma anche nella biografia, le caratteristiche personali e il rapporto con il contesto di riferimento. Tale valutazione comprende il riconoscimento di: o Capacità residue o Azioni e routine quotidiane o Azioni e responsabilità dei caregiver o Ruolo degli operatori sanitari o rischi di stress. Questa valutazione porta all'elaborazione di un progetto di cura, basato su obiettivi realistici e sui punti di forza e di debolezza della persona che è oggetto di cura. Il modello riconosce importanza all'ambiente fisico: lo spazio, o spazi, della cura. Il caregiver svolge un ruolo importante sia nella comunicazione sia nella condivisione con gli operatori sanitari. IL MODELLO INCENTRATO SULLA PERSONA – 2015: Il Person-Cantered Care (PCC) è un approccio che sostiene le persone in modo personalizzato, per sviluppare il proprio progetto di vita, coinvolgendole e tenendo conto, oltre che dei loro bisogni, delle preferenze e dei desideri. Trae origine dal riconoscimento della dignità di ogni persona e del suo diritto ad essere responsabile della propria vita. Quando una persona ha bisogno di sostegno, la salute e l'assistenza personale sono essenziali, ma anche ciò che piace alla persona, le sue abitudini e le sue relazioni. Un punto centrale di questo modello è il riconoscimento e il supporto dato alla persona per focalizzarsi su ciò che è veramente importante per lui/lei nel momento presente. IL METODO VALIDATION – FEIL, 2013: Il metodo validation si basa sulla teoria di Erik Erikson sulle fasi della vita e sottolinea la stretta dipendenza tra aspetti biologici, cognitivi e psico-sociali della vita. Questo modello riconosce in ogni azione delle persone anziane, specialmente le più problematiche, un modo per manifestare i bisogni. I punti fondamentali della validation includono: 1) Raccolta di informazioni sull'anziano. 2) Valutazione del livello di disorientamento. 3) Attenzione costante alla persona regolarmente utilizzando tecniche di validazione. BIENTRAITANCE (ANEMS FRANCIA): Raccomandazione sulle buone pratiche dell'Alta Autorità francese per l'assistenza sanitaria. La bientraitance è una cultura condivisa di rispetto dell'individuo e della sua storia, dignità e unicità. Un buon trattamento incorpora il desiderio di mantenere un quadro istituzionale stabile. L'espressione dell'utente è apprezzata. Il buon trattamento è un approccio che risponde ai diritti e alle scelte dell'utente. La cura necessita l'adozione di una cultura di riflessività e rimessa in discussione permanente. La ricerca di un buon trattamento è un processo continuo di adattamento a una data situazione, è infinito. ORIENTAMENTI E METODOLOGIE PER L’EDUCAZIONE NELLA TERZA ETÀ E PER L’EDUCAZIONE INTERGENERAZIONALE: Elementi che caratterizzano i processi di insegnamento e dell’apprendimento in età adulta: 1. 2. 3. Centralità del discendente – valorizzazione del vissuto esperienziale del discente e valorizzazione delle diversità fra i discenti; apprendimento come auto di scoperta il cui discente è attore. Apprendimento basato sull’esperienza – necessità di rendere significativa l’esperienza di apprendimento; necessità di fare riferimento alle esperienze reali per aiutare i discenti a prendere consapevolezza del proprio bisogno di conoscere; apprendimento che si basa sull’agire. Facilitazione dell’apprendimento – il docente come facilitatore di apprendimento; clima di accettazione e sostegno; valorizzazione delle fonti di motivazione intrinseca ad apprendere. I sei pilastri dell’apprendimento degli adulti del modello andragogico di Knowles: 1. 2. 3. 4. 5. 6. Il bisogno di conoscere: prima di lasciarsi coinvolgere in interventi educativi, gli adulti avvertono l’esigenza di sapere perché occorra apprendere qualcosa; Il concetto di sé: gli adulti si sentono responsabili delle loro decisioni, della loro vita e sviluppano un profondo bisogno di essere trattatati dagli altri come persone capaci di gestirsi autonomamente; Il ruolo dell’esperienza: gli adulti entrano in attività di formazione con un loro bagaglio esperienziale pregresso; La disponibilità ad apprendere: sono disponibili ad apprendere ciò che hanno bisogno di sapere e di saper fare, per fare fronte alle situazioni della vita; L’orientamento verso l’apprendimento: l’apprendimento degli adulti è centrato sulla vita reale; La motivazione: sono condotti ad apprendere da pressioni interne. Approccio all’istruzione centrato sullo studente – Rogers, 1969: non possiamo insegnare direttamente a qualcuno, possiamo solo facilitare il suo apprendimento. Una persona apprende in modo significativo solo le cose che percepisce come coinvolte nel mantenimento o nella crescita della struttura del sé. La struttura e l’organizzazione del sé sembrano diventare più rigide in caso di minaccia e sembrano allargare i suoi confini quando è completamente libero da ogni minaccia. L’esperienza che viene percepita come incompatibile con il sé può essere assimilata solo se l’attuale organizzazione del sé rilassata e dilettata abbastanza per includerla. APPROCCI E MODELLI NELL’EDUCAZIONE INTERGENERAZIONALE: Uno degli aspetti pedagogici più ricorrenti nei progetti di educazione intergenerazionale è lo scaffolding, strettamente connesso al costrutto di Zona di Sviluppo Prossimale, ovvero la distanza tra il livello di sviluppo effettivo di chi apprende e quello di sviluppo potenziale che raggiunge grazie alla guida, al sostegno, di una persona più esperta. Le esperienze educative intergenerazionali più frequenti di mentoring e tutoring possono essere interpretate come “una virtuale intersecazione di zone di sviluppo prossimali in cui si vengono a disporre possibili impalcature (scaffolding) che assistono, s9molano, orientano in vario modo” il discente, lasciandogli però spazio alla responsabilizzazione autonoma, in un clima di condivisione e scambio. Impalcature, comunque, rimovibili, poiché l’aiuto di cui il discente ha bisogno in un primo momento, può non essere più necessario successivamente. • • • Perseguire e realizzare un clima di dialogo, in cui le generazioni coinvolte possano sperimentare l’ascolto e l’accettazione reciproca; Promuovere relazioni interpersonali positive e costruttive, perché i discenti, pur di età diversa, si sentano parte di una comunità; Valorizzarne i vissuti, come preconoscenze sulle quali costruire nuove conoscenze; • • • Promuovere i diversi stili cognitivi e le diverse intelligenze che definiscono la multiformità dell’ingegno umano e la pluralità dei talenti; Costruire significati condivisi. Sollecitare processi metacognitivi e auto-riflessivi. LA DIMENSIONE INTERGENERAZIONALE: Il senso dell’invecchiare si costruisce e si ricostruisce, si forgia in un continuo percorso di apertura di possibilità e di costruzione di relazioni di solidarietà fra le generazioni, mantenendo e rinnovando fino alla fine della vita quella tensione alla cura che sola permette di superare i limiti dell’esistenza e le sfide dell’invecchiamento: la capacità di anteporre l’altro a sé. “I CPIA (CENTRI PROVINCIALI PER L’ISTRUZIONE DEGLI ADULTI) – STRUTTURA, FINALITÀ E FUNZIONAMENTO TRA EMERGENZE E NUOVE PROSPETTIVE” CONFERENZA DOTT. FABIO MUZI – “VULNERABILITÀ IN ETÀ ADULTA” (20/11/2023): l’assetto normativo dei CPIA: DPR del 2012 riprende un DPR del 2008 – esistevano percorsi per educazione degli adulti prevedevano: ▪ ▪ ▪ ▪ ▪ Corsi di licenza elementare/primaria Corsi per il diploma di scuola media7secondaria 1 grado Corsi serali istruzione 2 grado Corsi di alfabetizzazione per stranieri (dagli anni 90) Scuola in carcere (a parte, tutti i percorsi precedenti ma non gestiti della scuola – che introducevano solo insegnanti con attestato rilasciato dal Ministero della Giustizia). Con l’assetto del 2012 e 2015 nascono i centri CPIA in ogni provincia: si sviluppa un nuovo assetto organizzativo e un nuovo assetto didattico. NUOVO ASSETTO ORGANIZZATIVO -DIDATTICO: Con i CPIA vengono sistematizzati i diversi percorsi: 1. PERCORSI DI PRIMO LIVELLO – relativi ai vecchi percorsi di scuola media. Si rivolgono a quei cittadini italiani e non che non hanno acquisito un diploma di scuola media inferiore. Con la scelta dei CPIA l’Italia era in ritardo rispetto agli altri paesi europei su questo frangente. La prospettiva era di dotarsi di un percorso di educazione permanente che avesse formazione primaria, secondaria, terziaria per tutte le persone che, per varie ragioni, non abbiano conseguito almeno uno di questi titoli. I CPIA sono stati la prima soluzione a questo quesito, che si distinguevano dai corsi già offerti dalle scuole. 1.1. Primo periodo didattico di primo livello – conseguimento del titolo conclusivo del primo ciclo di istruzione – scuola media 8400 ore + 200 eventuali se l’adulto non possiede certificazione scuola primaria). 1.2. Secondo periodo didattico – acquisizione delle competenze di base connesse all’obbligo di istruzione (70% area istruzione generale previsto dai corrispondenti ordinamenti). 2. PERCORSI DI SECONDO LIVELLO – finalizzai al conseguimento del diploma di istruzione tecnica o professionale, o artistica. Offre la possibilità di prendere il diploma di scuola superiore con tre anni di studio, personalizzandoli. 2.1. Primo periodo didattico: primi due anni della scuola superiore in un unico anno (70% dell’orario ordinamentale – 70% 1 anno – 70% 2 anno) 2.2. Secondo periodo didattico: terzo e quarto anno della scuola superiore in un unico anno 70% dell’orario ordinamentale – 70% 3 anno – 70% 4 anno) 2.3. Terzo periodo didattico: ultimo anno scuola superiore in un unico anno 70% dell’orario ordinamentale – 70% 5 anno). 3. PERCORSI DI APPRENDIMENTO DELLA LINGUA ITALIANA PER GLI STRANIERI – finalizzati al conseguimento di un titolo attestante il raggiungimento di un livello di conoscenza della lingua italiana non inferiore all’A2 (per il permesso di soggiorno), B1 per la cittadinanza (orario complessivo di 200 ore). Ci sono tantissimi studenti stranieri che però sono analfabeti e occorrono molte più ore di formazione. Il 90% degli studenti che frequenta i CPIA sono stranieri, ma ancora ci sono moltissimi italiani che non hanno la licenza media. La popolazione straniera che impara la lingua italiana poi prosegue con gli studi – una volta avuto il B1 in italiano, si iscrivono ai percorsi successivi in quanto, se hanno i diplomi nel loro paese di origine, non sono convalidati nel nostro Paese. 4. Nel nuovo assetto del CPIA il periodo didattico è importante perché viene strutturato per gruppi di livello: l’idea è quella di fa lavorare insieme livelli di studenti omogenei – classi per gruppi di livello, scomposta e ricomposta tenendo conto die livelli di partenza degli studenti. Il 10% de monte ore complessivo viene dedicato ad attività di accoglienza e di orientamento – fondamentali e strategiche che rappresentano un modello specifico del nostro Paese. Si dà molto spazio per definire il PATTO FORMATIVO INDIVIDUALE: rappresenta la storia formativo della persona, costruita dopo aver valutato tutte le esperienze formative che caratterizzano la singola persona, ma si valorizzano molto anche le esperienze non formali (realtà che viviamo nel lavoro – es. attestati) e informali (es. volontariato). Il patto formativo è lo strumento che permette di lavorare sulla singola persona riconoscendone tutta la storia. 4.1. Il riconoscimento dei crediti: riconoscimento dei saperi e delle competenze formali, informali e non formali possedute dall’adulto. 4.2. L’ammissione al periodo didattico 4.3. La definizione della durata del percorso: completabile anche in un numero ridotto di anni 4.4. L’eventuale fruizione a distanza di una quota a parte del percorso: non più del 20% del corrispondente monte ore complessivo. • Come funziona la definizione del patto formativo? Vengono coinvolti tutti i docenti del periodo didattico. Nei CPIA il primo periodo didattico è tutto dedicato all’accoglienza e ai singoli studenti. o Composizione: docenti dei singoli periodi didattici; o Per gli stranieri: eventuale integrazione di mediatori e/o esperti – quando si parla di persone analfabete nel loro paese rende difficile la comunicazione, per cui la figura del mediatore è fondamentale in queste situazioni (ma non così comuni). Di norma, gli insegnanti del CPIA parlano l’inglese o francese. 5. CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE: è previsto il rilascio di apposita certificazione al termine di ciascun periodo didattico o di dover ripetere la formazione precedente. 6. PROGETTAZIONE DEI PERCORSI PER UDA (UNITÀ DI APPRENDIMENTO): insieme autonomamente significativo di conoscenze, abilità e competenze, correlate ai livelli e periodi didattici. Sono erogabili anche a distanza e c’è un riferimento per il riconoscimento dei crediti. ASSETTO AMMINISTRATIVO DEI CPIA: Sostituiscono i vecchi centri territoriali permanenti (CTP – promuovevano percorsi di licenza elementare per italiani analfabeti, o diploma di scuola media), e i corsi serali. I CPIA sono istituzioni scolastiche autonome articolate in reti territoriali – l’elemento cruciale che li caratterizza è che è una scuola che non è assimilabile alle scuole del “mattino”, nonostante alcuni punti in comune). L’AUTONOMIA SCOLASTICA DEI CPIA ha la medesima autonomia attribuita alle istituzioni scolastiche secondo il DPR 275/99; medesimi parametri di dimensionamento, con un proprio dirigente scolastico e un proprio organico. Sono presenti anche gli organi collegiali con specifici adattamenti (siedono gli studenti). ARTICOLAZIONI IN RETI DI SERVIZIO: • • DEFINIZIONE DI UNA RETE TERRITORIALE: costituita con una sede principale del Centro (Unità Amministrativa), sedi associate al Centro (scuole secondarie), punti di erogazione del servizio (altri luoghi dove di svolgono i corsi). Gli istituti secondari superiori che erogano i percorsi di secondo livello stipulano con il CPIA specifici accordi di rete divenendo punti di erogazione del servizio. Tutto l’assetto didattico è del CPIA, ma l’assetto del personale è della scuola superiore di secondo grado. L’ACCORDO DI RETE TERRITORIALE STABILISCE CHE: commissioni comuni per organici ed interventi di accoglienza di orientamento; definizione del Patto di formazione individuale; predisposizione di misure di sistema opportuni tra i percorsi di istruzione realizzati dai centri e quelli realizzati dalle istituzioni scolastiche; collegio docenti comune articolato in sezioni funzionali alla specificità dell’assetto organizzativo e didattico dei centri. PROSPETTIVE DI SVILUPPO PER L’ISTRUZIONE DEGLI ADULTI IN ITALIA: Il piano strategico nazionale per colmare i deficit di competenze di base e qualificazioni – in Italia sono presenti molte lacune (GAP formativi) anche tra la popolazione italiana (ad esempio, non conoscere una seconda lingua comunitaria come l’inglese; la conoscenza della tecnologia – es. SPID; l’analfabetismo di ritorno – mancata acquisizione del diploma, ma anche chi ce li ha non è indenne da questa acquisizione – ha pochissimi strumenti di lettura della realtà). Tutti questi fattori fanno dell’Italia il Paese Europeo con il più basso tasso di istruzione. Il documento approvato in Conferenza Unificata con l’Accordo dell’8 luglio 2021, ai sensi dell’articolo 9 comma 2, del Decreto Legislativo del 28 agosto 1997, n. 281, per il triennio 2020/2022. L’obiettivo per i beneficiari di tali interventi è favorire l’inserimento/reinserimento nel mercato del lavoro; aumentare le possibilità di inserimento e reinserimento nei propri contesti di vita sociale e famigliare. LE RACCOMANDAZIONI EUROPEE: La raccomandazione del Consiglio di Europa sul Programma Nazionale di Riforma per l’Italia, indica alcune direttrici sulle quali viene richiesto al Governo italiano un investimento specifico, in particolare: o o Istruzione e alte competenze sono fondamentali per promuovere una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile. Da qui, la necessità di investimenti per la qualità del sistema di istruzione e di formazione, anche per abbattere il tasso di abbandono scolastico che rimane, in Italia, al di sopra della media UE (sebbene vi siano ampie differenze regionali e territoriali in termini di risultati scolastici); le competenze digitali sono quelle che più possono essere migliorate. Nel nostro Paese, i livelli delle competenze digitali di base sono inferiori alla media dell'UE: solo il 44% delle persone tra i 16 ei 74 anni possiede competenze digitali di base contro il 57% nell'UE. 1. APPRENDIMENTO PERMANENTE DEGLI ADULTI: L'apprendimento in età adulta deve comprendere l'intera gamma delle attività di apprendimento nei percorsi formali, non formali e informali svolti dagli adulti dopo aver portato a termine i percorsi di istruzione e di formazione iniziali. Un sistema di istruzione permanente produce benefici per gli individui stessi, per i datori di lavoro e per la società in senso lato. Tale processo educativo e formativo si interconnette con le politiche economiche, della protezione sociale, dell'innovazione, dell'ambiente e della sicurezza, con significativo – potenziale – impatto sulla diffusione dei valori democratici e sull'esercizio della cittadinanza attiva. L'apprendimento in età adulta assume ancora più importanza nella fase post-pandemica: la pandemia del Covid-19 ha avuto infatti un profondo impatto su milioni di persone nella UE che hanno perso il lavoro o subito significative riduzioni del reddito. Molti cittadini possono acquisire nuove competenze e passare a nuove occupazioni in settori economici diversi. 2. CONTENUTI DEL PIANO : Il piano strategico nazionale per lo sviluppo delle competenze della popolazione adulta si articola in due sezioni: o SEZIONE A: vengono contestualizzati gli interventi da valorizzare e di quelli proposti, si ricostruisce il quadro normativo e programmatico nel quale si iscrivono le direttrici di intervento e, infine, si compie una ricognizione delle Azioni già programmate e indicate nelle schede inviate da MLPS, MIUR, Regioni, UPI e Anci. o SEZIONE B: viene esposta la declinazione in azioni essenziali ed opzionali della strategia di intervento complessiva, evidenziandone i rapporti di coerenza con gli interventi in essere. 2.1. Il problema dell’analfabetismo funzionale: L'Italia ha circa 13 milioni di adulti con un basso livello di istruzione. Il numero complessivo di adulti bisognosi di riqualificazione, tuttavia, può essere superiore se si considerano anche le persone con livelli medio-alti, ma con scarse capacità digitali, di alfabetizzazione e di calcolo. Il concetto di analfabetismo funzionale corrisponde ad insufficienti competenze di alfabetizzazione. Con le competenze di numeracy e di problem solving in ambienti tecnologicamente avanzati, la literacy è una delle tre capacità di elaborazione delle informazioni. Si tratta di persone che riescono con difficoltà a leggere testi brevi su argomenti familiari e ad individuare informazioni specifiche e, soprattutto, non sono in grado di associare testo e informazioni. 2.2. Il ruolo dei CPIA: In questo contesto vanno inquadrati anche i recenti provvedimenti legislativi che hanno ridefinito l'assetto organizzativo e didattico dei Centri provinciali per l'istruzione degli adulti (CPIA), ivi compresi i corsi serali. In particolare, si fa riferimento al Decreto del Presidente della Repubblica del 29 ottobre 2012, n. 263 e alle Linee Guida emanate con il Decreto Interministeriale del 12 marzo 2015. Tali norme hanno posto l'accento sulla centralità dell'adulto nel processo di apprendimento e sulla valorizzazione delle competenze acquisite nelle esperienze di vita e di lavoro, sia in ambito formale, che non formale e informale. I CPIA rappresentano un punto di riferimento stabile istituzionale, strutturato, diffuso per coordinare e realizzare – per quanto di competenza – azioni di accoglienza, orientamento e accompagnamento rivolte alla popolazione adulta, e soprattutto ai gruppi svantaggiati. 2.3. LE RETI TERRITORIALI: programmazione che vede coinvolte organizzazioni diverse che collaborano tra di loro – pluralità di soggetti che devono avere chiaro il proprio ruolo e che abbiano in comune lo stesso obiettivo. L'architettura delle Reti territoriali prevede la partecipazione di servizi pubblici e privati di istruzione, formazione e lavoro presenti sui territori, inclusi i Centri provinciali per l'istruzione degli Adulti (CPIA), Università, agenzie formative e imprese, attraverso rappresentanze datoriali e sindacali, Camere di commercio, Osservatorio nazionale sull’immigrazione e strutture degli enti pubblici di ricerca. Le Regioni italiane, che rappresentano il principale punto di raccordo dei servizi sul territorio per il lavoro e la formazione professionale, affrontano il tema della certificazione e validazione delle competenze all'interno dei propri sistemi, contestualizzando e differenziando strumenti e approcci. 2.4. OBETTIVI TRIENNIO 2021-2023: favorire il rientro degli adulti nei percorsi di istruzione finalizzati ad innalzarne le qualifiche; promuovere la partecipazione degli adulti a corsi finalizzati allo sviluppo e al potenziamento delle competenze linguistiche, digitali, finanziarie e green; promuovere accordi territoriali tra CPIA, CPI e Comuni per favorire il raccordo tra questi soggetti e consentire l'accoglienza, la presa in carico e le possibili azioni di orientamento a favore della popolazione adulta in attesa di una collocazione/ricollocazione lavorativa, anche in una prospettiva di rafforzamento e capacità delle reti territoriali dei servizi di istruzione, formazione, lavoro e inclusione sociale. Lo scopo di tutto ciò è cercare modelli che rendano possibile, fluido e veloce l’acquisizione dei titoli – tempi degli adulti molto diversi da quelli degli studenti normali. “TRACCIARE PERCORSI DI SVILUPPO NARRANDO STORIE: L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE ADULTI.” CONFERENZA PROFESSORESSA GINA CHIANESE – “VULNERABILITÀ IN ETÀ ADULTA” (28/11/2023):