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Nietzsche: Vita, Filosofia e Nazismo - Appunti delle lezioni

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Nietzsche (1844-1900)
“Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme, una crisi quale mai si era vista sulla terra, la più profonda
collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che è stato finora creduto, previsto, consacrato.
Io non sono uomo, sono dinamite” (Ecce homo, 1888)
I-R pp. 279-292+ integrazioni
Testi: T1 Apollineo e dionisiaco, tratto da La nascita della tragedia”, in I-R, pp. 318-319, Su
Classroom: La polemica contro lo storicismo, tratto dalle Considerazioni inattuali.
Vita
1844 – Nasce a Röcken, in Sassonia e deve il suo nome al re di Prussia Federico Guglielmo IV; perde presto il
padre, un pastore protestante, per una malattia al cervello; anche il filosofo, fin dalla giovinezza, avrà violente
emicranie. Difficili e tumultuosi sono i rapporti con la madre e la sorella.
Frequenta il liceo a Naumburg, dove studia le lingue classiche e l’ebraico antico.
1864 – si trasferisce a Bonn dove si iscrive alla Facoltà di Teologia, dopo un anno si sposta a Lipsia a studiare
filologia
1869 – Ottiene la cattedra di Lingua e Letteratura greca all’università di Basilea, in Svizzera; in questi anni
stringe amicizia con il compositore Wagner1 – l’opera La Valchiria gli sembra l’apoteosi di uno spirito eroico
lacerato, ma indomito – e si appassiona a Schopenhauer.
1870 – partecipa alla guerra franco-prussiana, in cui vede lo scatenamento della forza bruta contro la bellezza
dello spirito; da qui l’abbandono delle convinzioni nazionalistiche e delle simpatie bismarckiane.
1879 – Rinuncia all’insegnamento per l’aggravarsi della sua salute (emicranie, nausee e disturbi alla vista) e
si allontana dalla filosofia di Schopenhauer e da Wagner.
Da quel momento la sua vita sarà quella di un malato inquieto e nervoso, in perenne vagabondare da una
città all’altra, sempre alla ricerca di un clima favorevole e di un benessere che non arriverà mai.
Negli anni Ottanta conosce una giovane russa Lou Salomè, dotata di fascino e intelligenza, che Nietzsche
vorrebbe sposare, ma questa gli preferisce un amico, Paul Rée.
I rapporti con la madre e la sorella diventano sempre più difficili e conflittuali, anche per il fidanzamento della
sorella con un antisemita.
1889 – a Torino, dove si era stabilito, viene colto da un violento attacco di follia (biglietti della pazzia).
1900 – dopo alcuni ricoveri, muore a Weimar, il 25 agosto, in casa della sorella.
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N. è con Wagner per le opere come Parsifal, che narra le vicende del giovane cavaliere della corte di re Artù alla ricerca
del Sacro Graal, e la Cavalcata delle Valchirie che, nella mitologia nordica, erano divinità minori che volavano sui campi
di battaglia per scegliere i caduti più eroici, affinché potessero continuare a combattere nell’aldilà a fianco del Dio Odino.
N. rompe con il Wagner de L’anello del Nibelungo, in cui prevalgono la pomposità formale delle rappresentazioni, lo
spirito religioso, l’antisemitismo e il pessimismo.
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Il rapporto tra Nietzsche e la sua malattia
Intorno al 1888, Nietzsche si trasferisce a Torino dove mostra segni di squilibrio; noto è l’episodio risalente
al 3 gennaio 1889: mentre il filosofo passeggia in piazza Carignano a Torino, vede un occhiere fustigare a
sangue il cavallo di una carrozza. N. corre ad abbracciare impietosito il cavallo percosso, si mette a piangere,
lo bacia, si getta a terra in preda a spasmi. Forse N. voleva solo impedire una violenza brutale, alcuni hanno
ingigantito l’episodio tanto che nasce la leggenda che N. abbia abbracciato anche la statua equestre di
Emanuele Filiberto di Savoia in piazza San Carlo; sta di fatto che da quell’evento la malattia inizia a degenerare
in modo irreversibile.
Quando scrive questa lettera, il filosofo sta vivendo una situazione psicologica alquanto precaria: lucido
soltanto a tratti, vagheggia di essere diventato un personaggio famoso. In realtà è un autore pressoché
sconosciuto, che da tempo deve impiegare i magri risparmi per pubblicare le proprie opere, poiché nessun
editore è più disposto a investire nei suoi libri.
Eppure, le sue visioni sono profetiche: egli diventerà davvero una delle figure più influenti e controverse della
filosofia del Novecento.
Nel 1889 ha un crollo psichico e scrive ai suoi amici (Cosima Wagner, Burckhardt) ma anche ad uomini di
Stato, come Umberto I, i cosiddetti biglietti della pazzia. Viene quindi prelevato dagli amici (come il teologo
Overbeck) e riportato a Basilea dove verrà ricoverato in una clinica per malattie nervose.
Nella Prefazione alla seconda edizione de La Gaia scienza, Nietzsche dirà che l’esperienza della malattia non
è stata inutile, perché anche dal malanno più grave si impara “e si torna indietro rinati, con la pelle cambiata”.
Di questa malattia sono state date due interpretazioni:
1. interpretazione positivista: ritiene che la sua filosofia sia malata in quanto frutto di una mente
malata;
2. interpretazione avanguardista: valorizza la sua pazzia, vede nella malattia la condizione creativa
della filosofia di Nietzsche, ciò che gli ha permesso di assumere un punto di vista anticonformista sul mondo.
Oggi si ritiene che il rapporto tra filosofia e malattia sia un problema storiograficamente irrilevante, uno
pseudo problema e che la sua filosofia vada giudicata in sé, a prescindere dalle sue vicissitudini esistenziali.
Il filosofo che esaltava la felicità e l’ebbrezza ha vissuto paradossalmente una vita infelice e sobria. Nietzsche
vivrà per esempio una delusione d’amore quando incontra una donna affascinante intelligente russa di 21
anni di nome Lou Salomè (17 anni più giovane di lui. Le prime parole che le rivolse furono: “Da quale stella
siete caduta affinché ci potessimo incontrare qui?”. Il primo incontro avvenne a Roma il 23 aprile 1882; poi,
durante un giro in barca sul lago d’Orta in Piemonte, le chiede di sposarlo ma riceve un rifiuto); tuttavia Lou
preferirà il suo amico Paul Ree con cui vivrà in libera unione a Berlino, suscitando lo scandalo della sorella di
Nietzsche che li minaccerà di denunciarli alla polizia (rapporto intellettuale). Da qui un senso di abbandono e
tradimento anche se Lou alla fine non sposerà Ree, ma l’orientalista Friedrich Carl Andreas (matrimonio
bianco, casto, senza obblighi di fedeltà. Sarà amante del poeta Rainer Maria Rilke,lo porterà due volte in
Russia, facendogli conoscere Tolstoj e, dopo aver conosciuto Freud, diventerà psicanalista di professione).
Scriverà: “Quest’ultimo boccone di vita è stato per me il più duro da masticare ed è pur sempre possibile
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ch’io ne rimanga soffocato; se non riesco a inventare l’espediente alchimistico di trasformare anche questo
fango in oro sono perduto”.
Secondo i medici che lo curarono nell’ospedale psichiatrico di Berna, Nietzsche soffriva di sifilide, malattia
che conduce alla pazzia e che, secondo alcuni biografi il filosofo, contrasse nella sua unica visita in una casa
di tolleranza a Colonia nel 1864. Potrebbe essersi trattato comunque di altre malattie come un tumore
cerebrale, una demenza fronto-temporale, un disturbo bipolare, un avvelenamento da mercurio.
La malattia per N. non riguarda, comunque, solo l’individuo, ma l’intera storia dell’umanità: da qui la
diagnosi del malanno occidentale e la necessità di un pensiero filosofico che restituisca la salute perduta.
Il rapporto con il nazismo
Il padre di Nietzsche muore nel 1849 quando lui ha solo cinque anni a causa di una malattia al cervello.
Nietzsche vive quindi con la madre e la sorella, che avrà su di lui una forte influenza.
La sorella Elizabeth si sposa nel 1885 con il wagneriano ed antisemita Bernhard Forster che poi si suiciderà in
seguito al fallimento di un’impresa coloniale in Paraguay (questo fidanzamento sarà motivo di conflitto con
Nietzsche; il cognato era un fanatico razzista che, indebitatosi fino al collo, nel 1887 aveva fondato insieme
ad altre 15 famiglie tedesche una colonia ariana in Paraguay battezzata nuova Germania. Il progetto fallì e
Forster si avvelenò nel 1889. Elisabetta rimase in Paraguay ancora per quattro anni, tornata in Germania si
occupò del fratello malato e fondò l’archivio a Naumburg che poi trasferì nel 1897 a Weimar, nella villa dove
Nietzsche morì, contribuendo alla diffusione del pensiero del fratello).
Sarà lei a raggruppare insieme a Peter Gast (pseudonimo di Heinrich Koselitz, compositore e scrittore
formatosi presso le Università di Vienna e Basilea) una serie di appunti del fratello che verranno dati alle
stampe con il titolo Volontà di potenza di cui esistono varie edizioni: una del 1901, una del 1906 e l’ultima
del 1911, una raccolta di aforismi di grande valore storico che eserciterà influenza anche sul filosofo
Heidegger.
Anche in questo caso vengono date due letture del filosofo:
• Nietzsche come nazista. Secondo lo storico Nolte, come Marx è necessario per capire il movimento
operaio, allo stesso modo Nietzsche è necessario per comprendere il nazismo. Questa lettura trova
conferma anche nel libro di Baumler intitolato Nietzsche, il filosofo e la politica.
Tuttavia, Maurizio Ferraris utilizza l’espressione sorella parafulmine o Massimo Montinari l’espressione
sorella canaglia per criticare una lettura che voglia demonizzare la sorella Elizabeth, ponendo in lei i tratti
poco gradevoli del fratello. Pur essendo vero che Elizabeth accolse Hitler in visita all’Archivio Nietzsche il 2
novembre 1933 e pur essendo vero che gli regalò un bastone appartenuto al fratello, non possiamo attribuire
le responsabilità della nazificazione di Nietzsche alla sorella.
Nel filosofo esistono comunque spunti antidemocratici e anti-egualitari che fanno propendere per una
lettura reazionaria o di destra. Tuttavia, il suo superuomo non è il creatore di una razza eletta, ma l’uomo
libero, creatore di nuovi valori. N. condanna il nazionalismo e il pangermanesimo, ma critica anche
democrazia e socialismo (anti-egualitarismo). La sua posizione risulta più complessa in merito alla questione
dell’antisemitismo: in alcuni passi N. sembra valutare positivamente il ruolo degli ebrei nell’Europa
dell’epoca, in altri sembra risentire dell’antisemitismo molto diffuso in Francia e Germania.
•
A partire dal 1930 tuttavia è stata attuata un’opera di denazificazione di Nietzsche, che ha trovato
espressione in autori come Heidegger, Jaspers o nel pensiero del secondo dopoguerra.
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Non possiamo parlare di un N. progressista; sarebbe altrettanto esagerato vedere in lui sia il precursore di
Hitler che il compagno di Marx. Anche in questo caso è preferibile una soluzione di compromesso che
sottolinei gli elementi di rottura della sua filosofia accanto agli elementi conservatori e reazionari.
Il suo rimane un pensiero antimoderno, antidemocratico, antisocialista, antifemminista, antipositivista e
antirazionalista: si tratta di una filosofia elitaria che si fonda sul disprezzo della massa che, simile ad un
gregge di pecore, ha sempre bisogno di essere guidata. La strada verso il Superuomo è una prospettiva che
riguarda singoli individui, coloro che riusciranno ad elevarsi al di sopra della mediocrità in cui la maggior parte
delle persone accetta di vivere, per ignoranza, timore e abitudine.
Maurizio Ferraris sostiene: “Nietzsche non è mai stato in alcun modo nazista anche per la banale evidenza
che Hitler nasce nel 1889, quando Nietzsche impazzisce. Però molto del modo di pensare di Nietzsche riflette
quel tipo di violenza che avrà una delle sue manifestazioni non casuali nel nazismo; c’è una specie di patto
segreto e ovviamente involontario da parte di Nietzsche tra questa ricerca di nuovi valori, di forme di
consolazione non convenzionali, di rifiuto della religione della tradizione, e il più terrificante esperimento
sociale che sia stato condotto nel 900, cioè il nazismo...c’è qualcosa di profondamente inquietante nel senso
che la vita viene giudicata come se fosse il dispiegarsi di una potenza e questa è la connessione non casuale
tra Nietzsche e il nazismo. Non voglio dire che Nietzsche sia stato un anticipatore di Hitler, però quell’idea di
giudicare spregiudicatamente il modo di agire senza alcun tipo di moralità che è l’esito di questa
decostruzione che Nietzsche ha dato alla filosofia, dello smantellare il mondo delle sovrastrutture, sta
all’interno del pensiero, se di pensiero si può parlare, di Hitler”.
Hitler conosceva Nietzsche ma parlò di lui solo in forma privata, mai in discorsi pubblici o per iscritto.
Mussolini invece vi fece riferimento in modo esplicito anche in due scritti Federico Nietzsche e la filosofia
della forza del 1908 e La vita di Federico Nietzsche del 1912.
Il pensiero di Nietzsche e la scrittura
Il pensiero di Nietzsche è sia distruttivo che costruttivo: vuole distruggere le certezze del passato, dicendo
in Ecce homo, “io non sono un uomo, sono dinamite”, o ancora in Umano, troppo umano: “i miei scritti sono
una scuola di sospetto, di disprezzo e di coraggio”. La sua è la filosofia del martello: “conosco la gioia del
distruggere, rovesciare idoli è il mio mestiere” (Ecce homo).
Dall’altro lato N. vuole essere un lieto messaggero, un annunciatore di nuove speranze, delineando un
nuovo uomo, quello che chiameremo superuomo o oltre uomo.
Questi contenuti originali trovano espressione in uno stile che ha fatto di lui il cosiddetto “scriba del caos”
(Ferruccio Masini). Rispetto al pensiero sistematico di Hegel che voleva impadronirsi della totalità del reale,
il suo pensiero appare nomade, asistematico, soggetto a molteplici significati e a molteplici ipotesi di lettura.
Varie sono le modalità adottate: il saggio o il trattato nel periodo giovanile, gli aforismi a partire da Umano
troppo umano (qui risente dell’influenza di Pascal ma sceglie anche la forma dell’aforisma perché le sue
condizioni di salute e la debole vista non gli consentono sforzi prolungati), la poesia in prosa in
Così parlò Zarathustra. In tutti questi casi il tono è coinvolgente, Nietzsche mette anima e corpo, utilizzando
simboli, parabole e allegorie.
L’aforisma è quella forma breve che non basta leggere, ma occorre interpretare e “ruminare”. Come dice
Nietzsche in un celebre aforisma, “tutto ciò che è profondo ama la maschera”, occorre quindi evitare una
lettura banale ed imparare a ruminare integrando con il pensiero ciò che ci si staglia davanti. L’aforisma
permette, infatti, al pensiero di procedere agile e spregiudicato, ricco di sottintesi, silenzi, rimandi, domande
che lo stile del trattato preclude.
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Nel pensiero di Nietzsche distinguiamo quattro fasi:
1. fase giovanile o periodo wagneriano-schopenhaueriano (1872-76): a questo periodo
appartengono La nascita della tragedia2 e le Considerazioni inattuali
2. fase intermedia, della prima maturità o del periodo illuministico o genealogico (1877-1882):
appartengono Umano, troppo umano; Aurora; La gaia scienza
3. fase del meriggio o “di Zarathustra” (1883-1885): Così parlò Zarathustra
4. fase finale o del tramonto (1886-1889): Al di là del bene e del male, Genealogia della morale, Ecce
homo, L’Anticristo, Crepuscolo degli idoli.
1901 La volontà di potenza (postumo) – Saggio di una trasmutazione di tutti i valori
La nascita della tragedia dallo spirito della musica. Ovvero: grecità e pessimismo (1872)
Lo scritto appartiene al periodo giovanile. Nietzsche non si limita a un’analisi storica di quanto accaduto
nell’antica Grecia, ma vuole farlo vivere con un linguaggio evocativo ed emotivamente coinvolgente. Qui
Nietzsche affronta il tema dell’origine della nostra civiltà, ritenendo l’epoca moderna un’epoca di
decadenza per la sua pretesa di spiegare tutto con la ragione.
Wagner e Schopenhauer appaiono a Nietzsche come due fari per il rinnovamento e la rinascita della cultura
tragica incentrata sull’arte.
Nel 1865 Nietzsche vive a Lipsia dove studia filologia classica e legge per la prima volta l’opera principale di
Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, che lo conquista soprattutto perché mette in
evidenza l’insensatezza della vita, la tragicità dell’esistenza anche se approderà ad un esito diverso: per
Schopenhauer l’esito finale è l’ascetismo, la noluntas, cioè la negazione della volontà di vivere, per Nietzsche
è la voluntas, cioè l’affermazione della volontà e l’accettazione piena dell’irrazionalità della vita, al di là del
pessimismo o dell’ottimismo.
La vita è dolore, insensatezza, essa non ha uno scopo, è dominata dal caos; si può:
• fuggire di fronte ad essa come ha fatto Schopenhauer o la morale cristiana rinunciataria
• o accettarla così com’è nell’insieme dei contrari (piacere dolore).
Nietzsche come Dioniso dice sì al mondo. Egli non vuole liberarsi dalla volontà, ma liberare la volontà.
L’apollineo ed il dionisiaco non stanno infatti sullo stesso piano: il dionisiaco è l’elemento originario,
autentico che esprime l’esaltazione del sentimento, mentre l’apollineo è solo un freno al dionisiaco.
L’apollineo sta alla rappresentazione, come il dionisiaco alla volontà.
Dioniso è il dio che canta, ride, danza, incarnando tutte le passioni che affermano la vita e il mondo.
Soltanto l’arte, come strumento della filosofia, comprende il mondo, come gioco estetico e tragico.
Solo essa è capace di intuire questa verità, di cogliere la vita per quella che è, eterna lotta tra la gioia e il
dolore, tra la vita e la morte e, tra le arti, come già in Schopenhauer, riveste un ruolo particolare la musica:
da qui l’influenza di Schopenhauer, che ne fa la forma artistica per eccellenza con cui la volontà si rivela a se
stessa, il linguaggio del sentimento e della passione che ci fa cogliere l’essenza stessa della vita.
In Wagner è l’arte dell’interiorità per eccellenza, lingua dell’inesprimibile, dell’immediato, capace di spezzare
i vincoli razionali e di restituire all’uomo la dimensione creativa e produttiva. Nella musica di Wagner
(compositore e direttore d’orchestra, ma anche regista teatrale delle proprie opere), Nietzsche vede per un
certo periodo la rinascita dell’arte tragica nell’Europa dell’Ottocento.
L’arte alla maniera di Schopenhauer è in grado di cogliere il mondo dietro il velo di Maya, la stessa essenza
della vita; in particolare la tragedia greca è la chiave di comprensione dell’essere perché in essa si incontrano
2
La parola tragedia in greco significa “canto dei capri” in riferimento al Coro dei Satiri (in cui i membri del Coro erano
mascherati da capri) o “canto per il capro” che rimanda invece alle gare di canto che avevano come premio un capro.
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le due forze dello spirito greco: l’apollineo e il dionisiaco. Essa è in grado di cogliere il dramma della vita e
della morte e gli aspetti orribili dell’esistenza, l’assurdo, il caos che viene poi sublimato nella forma.
L’apollineo deriva dal dio Apollo, Dio della luce, della misura, della forma, espressione di compostezza,
dominio e razionalità; nasce dall’impulso alla forma, all’ordine e trova espressione nella scultura greca
classica, nell’architettura e nella poesia epica.
Il dionisiaco fa riferimento al Dio Dioniso, un Dio giunto in Grecia dall’Oriente dopo che il sole era tramontato,
Dio della notte, dio dell’ebrezza, del caos dello smisurato, dell’eccesso, del furore; scaturisce dalla forza vitale
e creatrice e trova espressione nella musica che genera passione, in cui l’artista riesce a comunicare “tutto il
suo dolore e la sua contraddizione”.
Il mondo della notte con le feste dionisiache nascondeva un mondo caratterizzato da sfrenatezza sessuale,
da riti orgiastici nei quali un uomo in un primo tempo e successivamente un capro, venivano sgozzati e
divorati.
Nella tragedia greca trova posto il coro (identità collettiva in cui le singole personalità si perdono e si fondono)
che narra le peripezie dell’eroe, solo dopo entrano in scena i personaggi che iniziano a parlare e ragionare.
(Gli attori rappresentavano l’apollineo. L’artista apollineo traduce in un linguaggio comprensibile le urla di
dolore e di disperazione che l’artista dionisiaco sente dentro di sé ma non sa esprimere).
L’apollineo sta dunque al dionisiaco come la forma sta al caos, la stasi al perenne divenire del mondo, il
finito all’infinito, la ragione all’istinto, la luce all’oscurità, la rappresentazione alla volontà, la serenità
all’inquietudine.
I greci avevano scoperto che la verità era spaventosa, che la realtà e la vita fossero irrazionali, per questo
avevano creato gli dèi dell’Olimpo abbellendo la verità spaventosa con l’armonia dell’apollineo che troviamo
nella scultura, nella architettura e nella poesia epica. Per illustrare questo concetto Nietzsche ricorre al mito
di Edipo che è venuto a sapere di aver ucciso il padre Laio e sposato la madre Giocasta, allora si cava gli occhi
per non vedere in quanto la verità è fonte di sofferenza.
In una prima fase quella della Grecia presocratica apollineo e dionisiaco convivevano separati e opposti. In
una seconda fase, con la tragedia attica (dal nome della penisola greca che ha come capitale Atene) di Sofocle
ed Eschilo (Prometeo di Eschilo, Antigone, Edipo re di Sofocle: eventi tragici trasfigurati e rasserenati dai
dialoghi poetici), i due impulsi si armonizzarono. Infine, con la tragedia di Euripide (Medea, Le troiane, Le
supplici) è iniziata una fase di decadenza della tragedia greca che fa prevalere l’apollineo sul dionisiaco fino
a soffocarlo. Con Euripide gli attori occuparono sempre di più la scena fino a far scomparire il coro; la tragedia
lascia così il posto alla commedia, facendo venire meno la rappresentazione della profondità istintuali della
vita; al pessimismo tragico, alla consapevolezza che la vita è un intreccio di piacere, speranza e dolore
subentra l’ottimismo della morale, della virtù e della visione intellettualistica dell’essere umano, che nega
il carattere oscuro e drammatico dell’esistenza. Euripide rappresenta il corrispettivo di Socrate sul piano
della tragedia in quanto incarna lo spirito socratico in cui gli istinti della vita vengono uccisi e l’azione
drammatica decade a narrazione realistica di vicende razionalmente concatenate. Cfr. passo della Gaia
scienza vs passo del Fedone: gallo ad Esculapio, vita come malattia morte come guarigione.
Mentre Socrate sostiene che è bene solo ciò che è razionale attuando una rivoluzione culturale che ha delle
conseguenze fino ai giorni nostri, la mentalità greca delle origini riteneva la verità irrazionale come dimostra
non solo lo spirito dionisiaco ma anche l’oracolo di Delfi (cfr. Pizia).
Secondo Nietzsche, Socrate era un uomo che non amava la vita per questo vuole morire combattendo e
distruggendo il fascino dionisiaco e ritenendo bene solo ciò che è razionale; lo stesso Platone ha portato a
maturazione il pensiero di Socrate con la teoria delle idee-valori come il bello, il giusto di cui il bene è
fondamento. Da allora la metafisica violenta l’umanità con una concezione occidentale per cui l’uomo deve
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comprendere la vita tramite concetti e non viverla seguendo i propri istinti; la conseguenza è devastante:
da Socrate in poi l’uomo è uno straniero sulla terra.
All’uomo tragico e intuitivo che dice si alla vita subentra l’uomo teoretico e razionale che vuole dominare
la vita con la scienza e con la tecnica o violentarla con i suoi sillogismi.
La nascita della tragedia non vuole essere solo un racconto di un momento passato, ma anche uno sguardo
gettato sul futuro. Nietzsche prevede il ritorno di Dioniso (v. Sigfrido de L’anello del Nibelungo come versione
germanica del Dioniso greco) e ne riconosce le tracce nella visione pessimistica di Schopenhauer di cui però
rifiuta l’ascetismo.
Considerazioni inattuali
Tra il 1873 e il 1876 Nietzsche pubblica le quattro Considerazioni inattuali.
1. David Strauss
2. Sull’utilità e il danno degli studi storici per la vita
3. Schopenhauer come educatore
4. Richard Wagner a Bayreuth.
La seconda risulta inattuale in quanto l’Ottocento il secolo dello storicismo, è un’epoca satura di storia, che
ci rende “spettatori passivi” di uno spettacolo in cui tutto è già deciso, per cui è inutile impegnarsi per il
futuro o rendersi protagonisti del presente.
La storia viene presentata come una malattia che rende l’uomo del XIX secolo un semplice epigono, un
imitatore del passato per cui non si dà nulla di nuovo sotto il sole in quanto l’uomo non si impegna per ciò
che ritiene passeggero.
Nietzsche è contro la convinzione che il corso della storia abbia un carattere provvidenziale, un senso a cui
tende e soprattutto sia retta dalla razionalità.
Nietzsche combatte la “saturazione di storia” dei suoi tempi, che si esprime:
• nell’idolatria del fatto, che dimentica che “i fatti sono stupidi”, necessitano di un’interpretazione
(afferma Nietzsche, “non esistono i fatti ma solo le interpretazioni dei fatti”)
• nell’illusione storicistica di un progresso necessario; chi crede nella potenza della storia, non può
credere in sé, è insicuro e succube dell’esistente, è costretto a «incurvare la schiena e chinare la
testa» davanti alla presunta razionalità della storia;
• l’eccesso di storia indebolisce le potenzialità creatrici dell’uomo, paralizza la sua capacità creativa.
Nietzsche esalta invece il fattore oblio in quanto come sosteneva anche Leopardi, riferendosi agli animali,
solo con una certa dose di incoscienza ci può essere felicità e se vogliamo agire in modo efficace nel presente
dobbiamo essere capaci di dimenticare il passato. Dobbiamo vivere sulla soglia dell’attimo in modo non
storico.
«L’uomo chiese una volta all’animale: perché non mi parli della tua felicità e soltanto mi guardi? L’animale
dal canto suo voleva rispondere e dire: ciò dipende dal fatto che dimentico subito quel che volevo dire – ma
subito si dimenticò anche questa risposta e tacque; sicché l’uomo se ne meravigliò.»
«Chi non sa fissarsi sulla soglia dell’attimo dimenticando tutto il passato non saprà mai che cosa sia la
felicità».
La storia è dannosa per la vita se ci trasforma in enciclopedie ambulanti, riempiti di epoche, costumi filosofie,
se ci fa perdere il contatto con la nostra interiorità, se si pone come scienza pura incurante dei nostri bisogni
vitali. Ma la storia può diventare utile se rapportata alla vita.
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Nietzsche distingue tre tipi di rapporto del vivente con la storia:
TIPOLOGIE
CARATTERISTICHE
UTILITÀ
STORIA
MONUMENTALE
(di chi è attivo e
ha aspirazioni)
È la storia di chi cerca
nel passato i modelli
e i maestri che hanno
compiuto grandi
imprese e che egli
vorrebbe imitare
Questo modo di
considerare la storia è
utile per infondere
coraggio in chi vuole
compiere azioni
eccezionali
L'imitazione dei
grandi del passato
può portare
l'entusiasta al
fanatismo e il
coraggioso alla
temerarietà
STORIA
ANTIQUARIA
(di chi preserva e
venera)
È la storia di chi vuole
rafforzare e
conservare i valori e
le istituzioni della
società attuale in cui
vive
La storia antiquaria può
servire a dare forza a
uomini e popoli che
vivono in un presente
con scarse risorse
L'amante della storia
antiquaria non vive
da creatore, non
genera nulla di
nuovo, ma si limita a
conservare,
mummifica la vita e
paralizza l’agire, è
troppo legato al
passato
È la storia di chi
critica il passato con
gli intenti del giudice
La storia critica può
servire a eliminare
quegli aspetti della
tradizione che possono
ostacolare l'uomo nel
soddisfacimento dei
propri desideri
Non possiamo
liberarci del tutto del
passato, perché
siamo il risultato delle
precedenti
generazioni
STORIA
CRITICA
(di chi soffre e ha
bisogno di
liberazione)
DANNO
Occorre tener conto del passato senza farci condizionare da esso, dimenticare è importante per poter agire.
Il raggiungimento della felicità richiede una dose di incoscienza che i ricordi tendono a frenare. N. quindi non
critica la storia in sé ma solo la malattia della storia che rende l’uomo inattivo facendolo rinunciare
all’imprese importanti.
Nietzsche ritiene che i tre tipi di storia possano essere considerate validi se non utilizzati in modo esclusivo,
altrimenti generano solo erbacce (zizzania devastatrice), vanno dunque integrate tra loro.
In sintesi la storia è:
• inautentica e dannosa se rende l’uomo schiavo dell’idolatria del fatto,
• utile e autentica se si pone al servizio della vita integrando le tre prospettive della storia:
monumentale, antiquaria e critica.
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