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2.After -UN CUORE IN MILLE PEZZI-

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Il libro
D OPO
IL LORO INCONTRO, NIENTE È STATO PIÙ COME PRIMA .
S UPERATO
SEMBRAVANO SULLA STRADA GIUSTA PER FAR FUNZIONARE LE COSE.
HARDIN…
VUOLE
–
È
HARDIN. CON
IL SUO CARATTERE, LA SUA RABBIA .
E DANNATAMENTE SEXY.
EPPURE
MA
T ESSA
UN INIZIO BURRASCOSO,
T ESSA
E
H ARDIN
SI ERA ORMAI ARRESA AL FATTO CHE
ANCHE SIMPATICO, DIVERTENTE, DOLCE
–
QUANDO
LA RIVELAZIONE SULLE ORIGINI DELLA LORO RELAZIONE HA LO STESSO L’EFFETTO
di una bomba.
T ESSA
È SCONVOLTA , FUORI DI SÉ.
LA
SUA VITA PRIMA DI LUI ERA COSÌ SEMPLICE E CHIARA .
solo… dopo. Chi è davvero HARDIN? IL
ORA,
DOPO DI LUI, È
RAGAZZO DI CUI SI È PERDUTAMENTE INNAMORATA NONOSTANTE TUTTO?
O
uno sconosciuto, un bugiardo fin dal principio?
VORREBBE
SUA PELLE.
ALLONTANARSENE.
DEL
SUO TOCCO.
MA
DEI
NON È COSÌ FACILE.
NON
SUOI BACI AFFAMATI.
UN’ALTRA PROMESSA NON MANTENUTA .
PER
E
CON IL RICORDO DELLE SUE BRACCIA INTORNO A LEI.
DELLA
NON È SICURA DI POTER SOPPORTARE UN’ALTRA BUGIA ,
LUI, HA MESSO TUTTA LA SUA VITA TRA PARENTESI
– L’UNIVERSITÀ,
GLI
AMICI, IL RAPPORTO CON SUA MADRE, UN RAGAZZO CHE L’AMAVA SUL SERIO, E FORSE ANCHE UNA PROMETTENTE
CARRIERA NELL’EDITORIA .
ORA T ESSA
DEVE ANDARE AVANTI.
CON
O SENZA DI LUI.
MA HARDIN
SA DI AVER
COMMESSO UN ERRORE, FORSE IL PIÙ GRANDE DELLA SUA VITA , E NON HA INTENZIONE DI ARRENDERSI SENZA
combattere. Saprà cambiare? Cambiare... per amore?
After
È IL FENOMENO MONDIALE DI CUI TUTTI PARLANO: UN ESORDIO DA RECORD SU
W ATTPAD,
LA PIÙ GRANDE
COMMUNITY ONLINE DI SCRITTORI SELF-PUBLISHED, DOVE HA CONQUISTATO OLTRE UN MILIARDO DI LETTORI, E POI UN
SUCCESSO IN LIBRERIA , IN UNA NUOVA VERSIONE, INEDITA E AMPLIATA .
After
È AI PRIMI POSTI DELLE CLASSIFICHE NEGLI
STATI UNITI,
Pictures ne ha già acquistato i diritti cinematografici.
IN
IN
CORSO DI PUBBLICAZIONE IN
FRANCIA, SPAGNA
E
GERMANIA,
30 PAESI,
E LA
PARAMOUNT
L’autrice
ANNA T ODD
VIVE A
AUSTIN,
IN
T EXAS,
INSIEME AL MARITO, CON IL QUALE HA BATTUTO
OGNI STATISTICA SPOSANDOLO A UN MESE DAL DIPLOMA .
PER
CINQUE
MESI
COME
LETTRICE,
HA
DECISO
DOPO
DI
AVER SEGUITO
PARTECIPARE
DA
W ATTPAD
SCRITTRICE,
CONDIVIDENDO ONLINE UNA STORIA , UN CAPITOLO DOPO L’ALTRO.
COSÌ
È NATO
QUELLO
ANNA
VIVE UN SOGNO
CHE È VENUTO
dopo
diventato realtà.
annatoddbooks.com
https://twitter.com/imaginator1dx
https://instagram.com/imaginator1d/
https://www.wattpad.com/user/imaginator1D
È SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI.
E
ORA
After.
ANNA TODD
AFTER
UN CUORE IN MILLE PEZZI
Traduzione di Ilaria Katerinov
A tutti i lettori, dal primo all’ultimo,
con tantissimo affetto e gratitudine.
Prologo
Hardin
NON sento l’asfalto gelato sotto le ginocchia, non sento la neve che mi cade addosso.
Sento solo lo squarcio che ho nel petto. Resto lì imbambolato a guardare Zed che esce
dal parcheggio, con Tessa sul sedile del passeggero.
Non avrei mai immaginato… nemmeno nei miei incubi peggiori avrei creduto di poter
soffrire in questo modo. Non avevo mai avuto niente e nessuno di prezioso, non avevo
mai sentito l’esigenza di possedere completamente una persona. Il panico… Il fottuto
terrore di perderla… quello non me l’aspettavo. Non mi aspettavo niente di ciò che è
successo. Doveva filare tutto liscio: andare a letto con lei, vincere contro Zed e intascare i
soldi. Facilissimo. Invece no. Invece quella ragazza bionda con la gonna lunga e le liste
ossessive di cose da fare si è insinuata pian piano dentro di me, fino a farmi innamorare.
E non ho capito quanto la amavo finché mi sono ritrovato a vomitare in un lavandino,
dopo aver mostrato a quegli stronzi dei miei amici la prova della verginità che le avevo
rubato.
È stato orribile… ma l’ho fatto lo stesso.
Ho vinto la scommessa, ma ho perso l’unica cosa che mi avesse mai reso felice. E
insieme a quella ho perso ogni grammo di bontà che lei mi aveva fatto scoprire in me
stesso. E ora, mentre la neve mi infradicia i vestiti, vorrei scaricare la colpa su mio padre,
per avermi trasmesso la sua dipendenza; su mia madre, per essere rimasta troppo a
lungo con lui e aver contribuito a tirare su un figlio così incasinato; su Tessa, per avermi
rivolto la parola quel primo giorno. Diavolo, voglio scaricare la colpa su qualcuno.
Ma non posso. La colpa è mia. Io ho rovinato Tessa e quello che c’era tra noi.
Farò tutto il necessario per rimediare ai miei errori.
Dove sta andando? La ritroverò?
1
Tessa
«CI è voluto più di un mese», singhiozzo, quando Zed finisce di spiegare com’è nata la
scommessa. Nauseata, chiudo gli occhi per cercare un po’ di sollievo.
«Lo so. Lui continuava ad accampare scuse, a chiedere più tempo, ad abbassare la
cifra in palio. Ci è sembrato strano: pensavamo che volesse vincere a tutti i costi, per
dimostrare qualcosa, non so… Ma adesso capisco.» Fa una pausa e mi guarda. «Non
parlava d’altro. Poi, quel giorno, quando ti ho invitata al cinema, è uscito fuori di testa.
Dopo averti riaccompagnata è venuto da me, mi ha fatto una scenata, mi ha detto di
starti lontano. Ma io ci ho riso sopra, perché pensavo fosse ubriaco.»
«Ti ha… ti ha parlato del ruscello? E delle… altre cose?» chiedo trattenendo il fiato. La
compassione che leggo nei suoi occhi è la risposta che non volevo. «Oddio.» Mi prendo il
viso tra le mani.
«Ci ha raccontato tutto, proprio tutto…» mormora.
Resto in silenzio e spengo il telefono, che non ha smesso di vibrare da quando siamo
usciti dal bar. Non ha il diritto di chiamarmi.
«Dov’è il tuo nuovo dormitorio?» domanda Zed. Mi accorgo che siamo quasi arrivati al
campus.
«Non sto in un dormitorio. Io e Hardin…» Fatico a dirlo. «Mi ha convinta ad andare a
vivere con lui, solo una settimana fa.»
«Non ci credo!» esclama Zed.
«Già. È davvero… Lui è…» balbetto, non trovando la parola giusta per descrivere la sua
crudeltà.
«Non avevo capito che le cose fossero andate avanti fino a questo punto. Pensavo che
dopo averci mostrato le… be’, sai, le prove… sarebbe tornato quello di prima, con una
ragazza diversa ogni sera. Invece è sparito. Non ci siamo praticamente più visti, a parte
l’altra sera, quand’è venuto al porto e ha cercato di convincere me e Jace a non
raccontarti la verità. Ha offerto a Jace un mucchio di soldi in cambio del silenzio.»
«Soldi?» ripeto. Hardin non poteva cadere più in basso di così. A ogni nuova,
disgustosa rivelazione, l’abitacolo del pick-up di Zed sembra farsi più opprimente.
«Sì. Jace gli ha riso in faccia, ovviamente, e gli ha detto che avrebbe tenuto la bocca
chiusa.»
«E tu no?» chiedo ricordando le nocche ferite di Hardin e il viso tumefatto di Zed.
«Non proprio… L’ho minacciato che se non ti avesse detto la verità al più presto, l’avrei
fatto io. E l’idea non gli è piaciuta», mi spiega, indicando il proprio volto. «Se può
consolarti, penso che tenga davvero a te.»
«Non è così. E in ogni caso non farebbe differenza», ribatto. Appoggio la testa al
finestrino.
Ha raccontato agli amici di ogni bacio e di ogni carezza. I miei momenti di intimità. I
miei unici momenti di intimità non sono più miei.
«Vuoi venire a casa mia? Non ho cattive intenzioni. Ho solo un divano dove puoi stare
finché… non sistemi le cose.»
«No. No, grazie. Posso usare il tuo telefono, però? Ho bisogno di chiamare Landon.»
Zed indica il cellulare posato sul cruscotto. Per un momento mi sorprendo a pensare a
quanto sarebbero diverse le cose se non avessi scelto Hardin invece di Zed, quella sera
dopo il falò. Non avrei commesso tutti questi errori.
Landon risponde al secondo squillo, e come immaginavo mi chiede di raggiungerlo
subito. Non gli ho detto cos’è successo, ma è così gentile. Comunico a Zed l’indirizzo di
Landon e per il resto del tragitto lui resta in silenzio.
«Se la prenderà con me perché non ti ho portato da lui», riflette poi.
«Ti chiederei scusa per averti coinvolto in questa storia… Ma ve la siete cercata, tutti»,
dico sinceramente. Mi dispiace un po’ per Zed, perché credo che le sue intenzioni fossero
decisamente migliori di quelle di Hardin, ma le mie ferite sono troppo fresche per
pensarci adesso.
«Lo so. Chiamami se hai bisogno di qualcosa.»
Scendo dalla macchina, e il mio fiato forma nuvolette nell’aria. Ma non sento il freddo.
Non sento niente.
Landon è il mio unico amico, ma vive a casa del padre di Hardin. Il destino ha un
discreto senso dell’umorismo, no?
«Piove a dirotto, dov’è il tuo cappotto?» domanda Landon facendomi entrare in casa.
Poi mi osserva meglio e rabbrividisce. «Cos’è successo? Cosa ti ha fatto?»
Mi guardo intorno, sperando che Ken e Karen non siano al piano terra. «È così ovvio,
eh?» Mi asciugo le lacrime. Landon mi abbraccia. Non ho più la forza, né fisica né
emotiva, per singhiozzare.
Landon mi porge un bicchiere d’acqua e dice: «Sali in camera tua».
Riesco a sorridere, ma quando arrivo al piano di sopra un istinto perverso mi conduce
alla camera di Hardin. Quando me ne accorgo il dolore si fa ancora più forte, mi giro
rapidamente e raggiungo la camera dall’altra parte del corridoio. Mentre apro la porta mi
assale il ricordo di quella notte in cui ho sentito Hardin gridare nel sonno e sono corsa da
lui.
Mi siedo sul letto della «mia» camera senza sapere cosa fare. Landon mi raggiunge
pochi minuti dopo e si siede accanto a me, sufficientemente vicino per confortarmi ma
sufficientemente lontano per non mancarmi di rispetto, com’è nel suo stile.
«Vuoi parlarne?» chiede in tono gentile.
Annuisco. Anche se ripetere tutto l’accaduto fa più male che viverlo la prima volta, ma
sfogarmi con Landon è liberatorio, ed è confortante sapere che almeno una persona sia
rimasta all’oscuro della mia umiliazione per tutto questo tempo.
Mi ascolta immobile come una statua e non riesco a capire cosa pensi. Voglio sapere
che opinione ha del fratellastro. E di me. Ma quando finisco scatta in piedi, furioso.
«Non ci posso credere! Ma che diavolo di problema ha? Pensavo stesse diventando
quasi… decente… e poi fa… questo! È una vigliaccata, e per di più proprio a te! Perché
vuole rovinare l’unica cosa che ha?» Gira la testa di scatto.
Li sento anch’io: passi sulle scale, passi pesanti che salgono di corsa i gradini di legno.
«È qui», diciamo entrambi, e per un attimo valuto l’idea di nascondermi nell’armadio.
Landon mi guarda serio. «Lo vuoi vedere?»
Scuoto la testa, e lui va a chiudere la porta proprio mentre la voce di Hardin mi
pugnala al petto.
«Tessa!»
Nell’istante in cui Landon tende un braccio, Hardin si precipita nella stanza e lo
oltrepassa. Mi alzo dal letto. Poco abituato a questo genere di cose, Landon resta
spiazzato per un attimo.
«Tessa, grazie a Dio. Grazie a Dio sei qui.» Sospira e si passa le mani tra i capelli.
Guardarlo mi fa male al cuore; mi giro verso la parete.
«Tessa, piccola. Ho bisogno che tu mi ascolti. Per favore, soltanto…»
Rimango in silenzio e cammino verso di lui. I suoi occhi si accendono di speranza,
tende le braccia verso di me, ma quando lo oltrepasso quella luce si spegne.
Bene.
«Parlami», mi scongiura.
Scuoto la testa e mi fermo accanto a Landon. «No, non ti rivolgerò mai più la parola!»
grido.
«Non dici sul serio…» Si avvicina e mi prende per un braccio.
«Non mi toccare!»
Landon si fa avanti in modo da coprirmi e posa un braccio sulla spalla del fratellastro.
«Hardin, devi andartene.»
Lui serra la mascella e fa saettare lo sguardo tra me e Landon. «No, sei tu che devi
toglierti dalle palle», lo avverte.
Ma Landon resta fermo dov’è, e conosco abbastanza Hardin per sapere che sta
valutando il da farsi, cioè se sia il caso di prenderlo a pugni davanti a me.
A quanto pare decide di non reagire. Fa un respiro profondo. «Per favore… dacci un
minuto», dice sforzandosi di mantenere la calma.
Landon mi guarda e legge la supplica nei miei occhi. «Lei non vuole parlarti.»
«Non dirmi cosa vuole lei, cazzo!» sbotta Hardin, e sferra un pugno alla parete,
ammaccando il cartongesso.
Arretro impaurita e ricomincio a piangere. Non ora, non piangere, ripeto a me stessa.
«Vattene, Hardin!» grida Landon, e proprio in quel momento Ken e Karen appaiono
sulla soglia.
Oh no. Ho sbagliato a venire qui.
«Ma che succede?» chiede Ken.
Nessuno gli risponde. Karen mi rivolge un’occhiata comprensiva e Ken ripete la
domanda.
Hardin guarda in cagnesco il padre. «Sto cercando di parlare con Tessa, e Landon non
si fa gli affari suoi!»
Ken si volta verso Landon e poi verso di me. «Cos’hai fatto, Hardin?» Il tono è
cambiato da preoccupato ad… arrabbiato? Non ci giurerei.
«Niente! Porca puttana!»
«Ha rovinato tutto, ecco cos’ha fatto, e ora Tessa non ha un posto dove andare»,
spiega Landon.
Vorrei intervenire, ma non ho idea di cosa dire.
«Sì che ce l’ha, può tornare a casa… con me», ribatte Hardin.
«Hardin ha preso in giro Tessa per tutto questo tempo. Le ha fatto una cosa
indicibile!» esplode Landon. Karen, sconvolta, viene verso di me.
Non mi ero mai sentita così esposta e vulnerabile. Non volevo che Ken e Karen
sapessero… Ma forse non farà molta differenza, perché tanto, dopo stasera, non vorranno
più rivedermi.
«Vuoi andare con lui?» mi chiede Ken.
Scuoto debolmente la testa.
«Be’, non me ne vado senza di te», scatta Hardin; si avvicina ma io indietreggio.
«Penso che tu debba andare, Hardin», risponde Ken con mia sorpresa.
«Scusa?» Hardin è paonazzo di rabbia. «Hai il coraggio di cacciarmi? Dovresti ritenerti
fortunato che io sia venuto a casa tua.»
«Sono molto contento di come si è evoluto il nostro rapporto, ma stasera devi
andartene.»
«Stronzate!» sbotta Hardin con un gesto di esasperazione. «Perché ti importa tanto di
lei?»
Ken si gira a guardarmi, poi torna a rivolgersi al figlio. «Qualsiasi cosa tu le abbia fatto,
spero che sia valsa la pena di perdere l’unica cosa buona che avevi.»
Non so se sia per le parole di Ken, o solo perché ha oltrepassato il picco massimo della
rabbia, ma Hardin resta immobile, mi scocca un’occhiata ed esce dalla stanza. Restiamo
tutti in silenzio ad ascoltarlo scendere le scale.
Quando il rumore della porta di casa che si richiude sbattendo rompe il silenzio, mi
volto verso Ken e singhiozzo: «Mi dispiace tanto. Ora me ne vado. Non volevo che le cose
andassero così…»
«No, resta finché vuoi. Sei sempre la benvenuta qui», risponde lui abbracciandomi, e
Karen fa lo stesso.
«Non volevo intromettermi», mormoro. Mi sento terribilmente in colpa per come Ken
ha dovuto cacciare suo figlio.
Karen mi prende la mano e la stringe con forza. Ken mi guarda con aria esausta.
«Tessa, voglio bene a Hardin, ma sappiamo entrambi che senza di te non ci sarebbe nulla
in cui intromettersi.»
2
Tessa
CI sono rimasta finché ho potuto, lasciando che l’acqua scorresse su di me. Volevo che mi
ripulisse, mi confortasse in qualche modo. Ma nemmeno una lunga doccia calda è riuscita
a rilassarmi. Non mi viene in mente nulla che possa placare il dolore che sento. Mi
sembra infinito, destinato a durare per sempre. Come un organismo che vive dentro di
me, ma anche come un baratro che si allarga sempre più.
«Mi dispiace tanto per la parete. Mi sono offerta di pagare la riparazione, ma Ken non
vuole saperne», dico a Landon mentre mi spazzolo i capelli bagnati.
«Non preoccuparti, hai già abbastanza pensieri», ribatte posandomi una mano sulla
schiena.
«Non capisco come ho fatto ad arrivare a questo punto.» Guardo fisso davanti a me
per non incrociare gli occhi del mio migliore amico. «Tre mesi fa ogni cosa aveva un
senso. Avevo Noah, che non mi avrebbe mai fatto una cosa del genere. Ero legata a mia
madre e sapevo cosa volevo dalla vita. Adesso non ho più niente. Zero. Non so neppure
se devo continuare lo stage, perché di sicuro Hardin verrà e convincerà Christian Vance a
licenziarmi.» Prendo un cuscino dal letto e lo stringo al petto. «Non aveva niente da
perdere, lui, ma io sì. Gli ho permesso di portarmi via tutto. La mia vita prima di lui era
così semplice e chiara. Ora… dopo di lui… è solo… dopo.»
Landon mi guarda sbalordito. «Tessa, non puoi rinunciare allo stage; lui ti ha già tolto
abbastanza, non farti togliere anche quello, per favore.» Mi sta praticamente supplicando.
«Il lato positivo di questa nuova vita senza di lui è che puoi fare quello che vuoi, puoi
ricominciare da capo.»
So che ha ragione, ma non è così facile. Ormai tutta la mia vita è legata a Hardin,
persino la vernice della mia dannata macchina. In qualche modo era diventato il filo che
teneva insieme la mia vita, e ora che non c’è più mi restano solo i cocci.
Landon accenna un sorriso: «Ti lascio riposare un po’». Mi abbraccia e fa per
andarsene.
«Pensi che finirà mai?» gli chiedo.
«Cosa?»
«Il dolore.»
«Non lo so… ma voglio pensare di sì. Il tempo guarisce… quasi tutte le ferite.» Cerca di
confortarmi con un mezzo sorriso.
Non so se il tempo mi farà stare meglio. Ma se così non fosse, non sopravvivrò.
La mattina seguente, con decisione ma con la consueta cortesia, Landon mi costringe
ad alzarmi per assicurarsi che mi presenti allo stage. Lascio un biglietto a Ken e Karen,
per ringraziarli e per scusarmi ancora del buco che Hardin ha fatto nel muro. Landon è
taciturno e mentre guida continua a guardarmi rivolgendomi sorrisi e parole di
incoraggiamento. Ma io sto ancora malissimo.
Mentre entriamo nel parcheggio i ricordi iniziano a insinuarsi nella mia mente. Hardin
in ginocchio sulla neve. Zed che mi racconta della scommessa. Salgo subito nella mia
macchina per ripararmi dal freddo; rabbrividisco alla mia immagine riflessa nello
specchietto. Ho ancora gli occhi iniettati di sangue e le occhiaie. E le borse completano il
look da film dell’orrore. Ho decisamente bisogno di più trucco del previsto.
Raggiungo l’unico grande magazzino aperto e compro tutto il necessario per
mascherare i miei sentimenti. Ma non ho le energie per concentrarmi sul mio aspetto,
quindi non sono sicura di aver migliorato le cose.
Infatti, arrivo alla Vance e Kimberly impallidisce. Cerco di sorriderle, ma lei scatta in
piedi dietro la scrivania.
«Tessa, cara, tutto a posto?» chiede preoccupata.
«Sono così inguardabile?»
«No, certo che no», mente. «Sembri solo…»
«Esausta. Perché lo sono. Gli esami di fine semestre mi hanno sfiancata.»
Annuisce e mi sorride, ma mentre attraverso il corridoio per raggiungere il mio ufficio
sento il suo sguardo addosso. Le ore si trascinano interminabili finché, in tarda mattinata,
Mr Vance bussa alla mia porta.
«Buongiorno, Tessa», sorride.
«Buongiorno», riesco a rispondergli.
«Volevo solo farti sapere che sono molto soddisfatto del tuo lavoro fino a oggi. Ti
impegni, e lo fai molto meglio di tanti dipendenti… veri.»
«Grazie, mi fa molto piacere», dico, e una vocina nella testa mi ricorda che ho ottenuto
lo stage solo grazie a Hardin.
«Stando così le cose, vorrei invitarti al congresso di Seattle questo fine settimana. I
convegni in genere tendono a essere noiosi, ma stavolta si parla di editoria digitale, ‘il
nuovo che avanza’ e roba del genere. Conoscerai molta gente, imparerai qualcosa. Tra
qualche mese aprirò una nuova sede a Seattle, e devo incontrare alcune persone. Allora,
che ne dici? Hai tutte le spese pagate, partiamo giovedì; Hardin è il benvenuto, se vuole
aggregarsi. Non al convegno, ma a Seattle», precisa con un sorriso complice.
Se solo sapesse come stanno le cose…
«Accetto molto volentieri, grazie mille!» esclamo, incapace di trattenere l’entusiasmo e
il sollievo al pensiero che finalmente mi stia capitando qualcosa di bello.
«Ottimo! Kimberly ti spiegherà tutti i dettagli, e come compilare le note spese…»
Continua a parlare, ma io mi sono già distratta.
L’idea di andare al convegno allevia un po’ il dolore. Sarò più lontana da Hardin, ma
d’altro canto ora Seattle mi fa pensare a lui, a quando ha detto di volermici portare. Ha
rovinato ogni aspetto della mia vita, compreso l’intero Stato di Washington. Mi sembra
che l’ufficio si stia rimpicciolendo, mi manca l’aria.
«Ti senti bene?» mi chiede Mr Vance, con aria preoccupata.
«Oh… sì, è solo che… oggi non ho mangiato niente, e stanotte ho dormito male.»
«Va’ a casa, allora, puoi finire di lavorare lì.»
«Non ce n’è bisogno…»
«Sì invece, vai, non ci sono ambulanze nell’editoria. Ce la caveremo comunque», mi
rassicura, e poi se ne va.
Prendo le mie cose, vado in bagno a guardarmi allo specchio – sì, sono ancora orribile
– e sto per entrare in ascensore quando mi sento chiamare da Kimberly.
«Vai a casa?» mi chiede, e io rispondo di sì. «Be’, Hardin è di malumore, perciò sta’
attenta.»
«Eh? Come fai a saperlo?»
«Mi ha appena insultata perché non te l’ho passato al telefono.» Sorride. «Neppure la
decima volta che ha chiamato. Mi sono detta che se volevi parlare con lui gli avresti
risposto al cellulare.»
La ringrazio, felice che abbia tanto spirito d’osservazione. Sentire la sua voce al
telefono mi avrebbe fatto più male.
Riesco a raggiungere la macchina prima di scoppiare a piangere di nuovo. Il dolore non
fa che aumentare quando non ho distrazioni, quando resto sola con i pensieri e i ricordi.
E, naturalmente, quando vedo le quindici chiamate senza risposta e i dieci messaggi di
Hardin, che non leggerò.
Mi calmo quel che basta per riuscire a guidare, poi faccio la cosa che temo di più:
chiamo mia madre. Risponde al primo squillo.
«Mamma», singhiozzo. La parola mi suona strana in bocca, ma in questo momento ho
bisogno del suo conforto.
«Cosa ti ha fatto?»
Che tutti esordiscano con la stessa domanda mi dimostra quanto fosse chiaro a
chiunque che Hardin era pericoloso e quanto sono stata cieca.
«Io… Lui…» Non riesco a formulare una frase di senso compiuto. «Posso tornare a
casa, solo per oggi?» le chiedo.
«Ma certo, Tessa. Ci vediamo tra due ore», risponde. E riattacca.
Meglio di quanto pensassi, ma non la reazione calorosa che speravo. Vorrei che mia
madre fosse come Karen, premurosa e tollerante. Affettuosa.
Entro in autostrada e spengo il telefono per non cedere alla tentazione di fare qualche
stupidaggine, per esempio leggere i messaggi di Hardin.
3
Tessa
IL tragitto verso casa è familiare e semplice, e non mi dà molti pensieri. Mi costringo a
gridare a pieni polmoni, a sfogare tutta la rabbia prima di arrivare. Scopro che è molto
più difficile di quanto pensassi, anche perché non ho nessuna voglia di gridare. Ho voglia
di piangere e di scomparire. Darei qualsiasi cosa per riavvolgere il nastro della mia vita e
tornare al primo giorno di università: avrei seguito il consiglio di mia madre e cambiato
stanza. Si è preoccupata che Steph potesse avere una cattiva influenza su di me; se solo
avessimo capito che il problema era quel ragazzo maleducato dai capelli ribelli! Che mi
avrebbe strappato via tutto ciò che avevo e fatta a brandelli per poi soffiarci sopra,
sparpagliandomi nel cielo e sotto i tacchi dei suoi amici.
Vivo a solo due ore di macchina da mia madre, ma con quello che è successo mi
sembra di essere molto più lontana. Non tornavo a casa da quando ho iniziato
l’università. Se non mi fossi lasciata con Noah, sarei tornata spesso. Quando passo
davanti a casa sua mi costringo a tenere gli occhi fissi sulla strada.
Imbocco il nostro vialetto e salto giù dalla macchina. Ma una volta arrivata alla porta,
non so se bussare. Sarebbe strano, eppure mi mette a disagio anche l’idea di entrare
direttamente. Com’è possibile che le cose siano cambiate così tanto, da quando sono
partita per il college?
Decido di entrare e basta; mia madre è in piedi accanto al divano, perfettamente
truccata, con un abito intero e i tacchi alti. Tutto è come l’ho lasciato: pulito e
impeccabile. L’unica differenza è che sembra più piccola, forse perché ho passato tanto
tempo a casa di Ken.Vista da fuori sembra piccola e scialba, ma è ben arredata, e mia
madre si è sempre sforzata di nascondere il caos del suo matrimonio con pareti ben
intonacate, tanti fiori e una pulizia maniacale. È una strategia che ha portato avanti
anche dopo che mio padre se n’è andato: ormai doveva essere un’abitudine. La casa è
calda e profuma di zenzero. Mia madre ha una vera ossessione per i bruciatori di oli
essenziali e ne ha uno in ogni stanza. Mi tolgo le scarpe nell’ingresso, sapendo che non
vorrà tracce di neve sul parquet appena lucidato.
«Ti andrebbe un caffè, Theresa?» mi chiede prima di abbracciarmi.
Ho ereditato da lei la dipendenza dal caffè, e l’idea che abbiamo almeno questo in
comune mi fa sbocciare un sorriso sulle labbra. «Sì, grazie.»
La seguo in cucina e mi siedo al piccolo tavolo, chiedendomi come iniziare la
conversazione.
«Allora, vuoi dirmi cos’è successo?» domanda lei, brusca.
Faccio un respiro profondo e bevo un sorso di caffè prima di rispondere. «Io e Hardin ci
siamo lasciati.»
La sua espressione è imperscrutabile. «Perché?»
«Be’, si è rivelato diverso dalla persona che credevo di conoscere.» Stringo la tazza
bollente per distrarmi dal dolore e mi preparo alla reazione di mia madre.
«E chi pensavi che fosse?»
«Qualcuno che mi amava.» A parte questo, non so chi pensavo che fosse, come
persona.
«E ora pensi che non ti ami?»
«So per certo che non mi ama.»
«Come fai a esserne sicura?»
«Perché mi sono fidata di lui e lui mi ha tradita, in un modo terribile.» Mi rimprovero
per la mia stupidità.
«Non credi che avresti dovuto pensare a questa possibilità, prima di andare a vivere
con lui?»
«Sì, lo so. Dimmi pure quanto sono stupida, rinfacciami che me l’avevi detto.»
«Sì, te l’avevo detto: ti avevo messa in guardia contro gli uomini come lui. Da quelli
come lui, e come tuo padre, bisogna tenersi alla larga. Ma sono contenta che sia finita
prima ancora di cominciare davvero. Tutti commettono errori, Tessa.» Beve un sorso di
caffè, lasciando una traccia di rossetto rosa sul bordo della tazza. «Sono sicura che ti
perdonerà.»
«Chi?»
«Noah, naturalmente.»
Come fa a non capire? Ho solo bisogno di parlare con lei, ho bisogno che mi consoli,
non che mi spinga a tornare da Noah. Mi alzo e la guardo. Dice sul serio? Impossibile.
«Solo perché non ha funzionato con Hardin non significa che voglio rimettermi con Noah.»
«E perché no? Tessa, dovresti essere grata che lui sia disposto a darti un’altra
possibilità.»
«Cosa? Ma la vuoi smettere? Non voglio stare con nessuno, in questo momento, e
tantomeno con Noah», sbotto al culmine della frustrazione.
«In che senso, tantomeno con Noah? Come puoi parlare così di lui? Si è sempre
comportato benissimo con te, da quando eravate bambini.»
Sospiro e torno a sedermi. «Lo so, mamma. Voglio molto bene a Noah. Ma non in quel
senso.»
«Non sai di cosa parli.» Si alza e versa il caffè nel lavandino. «Non è sempre una
questione di amore, Theresa; ma di stabilità e sicurezza.»
«Ho solo diciotto anni», ribatto. Non riesco a immaginare di stare con una persona che
non amo, solo per una questione di stabilità. Stabilità e sicurezza posso costruirmele da
sola. Voglio qualcuno da amare, e che mi ami.
«Quasi diciannove», puntualizza. «E se non prendi le decisioni giuste adesso, poi
nessuno ti vorrà. Ora va’ a sistemarti il trucco, Noah arriverà da un momento all’altro»,
annuncia uscendo dalla cucina.
Avrei dovuto immaginare che non era il caso di venire qui in cerca di consolazione.
Facevo meglio a dormire in macchina per tutto il giorno.
Come previsto Noah arriva cinque minuti dopo, senza che io abbia fatto nulla per
migliorare il mio aspetto. Quando lo vedo entrare nella piccola cucina mi sento ancora
peggio: non credevo fosse possibile.
Mi rivolge uno dei suoi sorrisi cordiali e perfetti. «Ciao.»
«Ciao, Noah.»
Si avvicina e io mi alzo per abbracciarlo. La sua felpa odora di buono, proprio come
ricordavo. «Tua madre mi ha chiamato», dice.
«Lo so.» Cerco di sorridere. «Mi dispiace che continui a coinvolgerti in questa storia.
Non so che problema abbia.»
«Lo so io: vuole che tu sia felice», risponde difendendola.
«Noah…» provo a ribattere.
«Solo che non capisce cosa ti rende felice davvero. Vuole che sia io, anche se non è
così.»
«Mi dispiace.»
«Tess, smettila di scusarti. Voglio solo sapere che stai bene.» Mi abbraccia di nuovo.
«Non sto bene.»
«Si vede. Vuoi che ne parliamo?»
«Non lo so… sei sicuro di volerne parlare?» Non sopporto l’idea di fargli ancora del
male, parlandogli del ragazzo per il quale l’ho lasciato.
«Sì, sono sicuro», dice. Si versa un bicchiere d’acqua e si siede al tavolo davanti a me.
Gli racconto tutto, o quasi; ometto i particolari sul sesso, perché sono questioni
private.
Be’, non lo sono più, ormai. Ma per me sì. Non riesco ancora a credere che Hardin
abbia raccontato ai suoi amici tutte le cose che abbiamo fatto… Quella è la parte
peggiore. Sì, peggio ancora dell’aver mostrato le lenzuola è il fatto che dopo aver detto di
amarmi, e aver fatto l’amore, sia riuscito a voltarsi e ridere di quel che era successo tra
noi con gli altri.
«Immaginavo che ti avrebbe fatta soffrire, ma non sapevo fino a che punto», sibila
Noah. È strano vederlo arrabbiato, perché di solito è una persona molto pacata. «Non ti
merita, Tessa. È un delinquente.»
«Non mi capacito di essere stata così stupida: ho rinunciato a tutto per lui. Ma la
sensazione più brutta al mondo è amare una persona che non ti ama.»
«A chi lo dici», mormora lui rigirandosi il bicchiere tra le mani.
Mi pento subito delle mie parole. Faccio per scusarmi, ma lui m’interrompe.
«Non fa niente», dice, e mi accarezza la mano con il pollice.
Vorrei tanto amare Noah. Con lui sarei molto più felice, non mi farebbe mai quello che
mi ha fatto Hardin.
Mi racconta cosa mi sono persa da quando sono partita per l’università, che non è
molto. Ha deciso di andare al college a San Francisco, e questo mi fa piacere, perché il
male che gli ho procurato ha avuto almeno un risvolto positivo: gli ha dato la spinta
necessaria per andarsene dallo Stato di Washington. Quando mi saluta e va via, il sole è
già tramontato, e mi accorgo che mia madre è rimasta in camera sua per tutto il tempo.
Esco in giardino e raggiungo la serra dove passavo tante ore da bambina. Guardando
attraverso i vetri vedo che tutte le piante e i fiori sono morti, e c’è un gran disordine che
mi sembra in sintonia con il mio umore.
Ho tante cose da fare, da capire. Devo trovarmi una casa e un modo per recuperare le
mie cose dall’appartamento di Hardin. Ho pensato di lasciare tutto lì, ma non posso. Non
ho altri vestiti oltre quelli, e soprattutto mi servono i libri di testo.
Accendo il telefono, e in pochi secondi la casella dei messaggi in arrivo si riempie e lo
stesso accade per la segreteria. Ignoro quest’ultima e scorro rapidamente i mittenti degli
sms. Sono tutti di Hardin, tranne uno.
Kimberly mi ha scritto: Christian dice che puoi stare a casa domani, escono tutti a
mezzogiorno perché vengono gli operai a imbiancare. Fammi sapere se hai bisogno di
qualcosa. Xx
L’idea di una giornata di vacanza è un grande sollievo. Mi piace molto lo stage, ma
inizio a pensare che dovrei andarmene dalla WCU, e forse anche dallo Stato di
Washington. Il campus non è abbastanza grande per evitare Hardin e i suoi amici, e non
voglio dovermi ricordare ogni giorno di cosa avevo con lui. Be’, cosa credevo di avere.
Quando rientro in casa sono intirizzita dal freddo. Mia madre legge una rivista in
poltrona.
«Posso restare qui stanotte?» le chiedo.
Mi lancia una rapida occhiata. «Sì. E domani vedremo come farti tornare in
dormitorio», dice, poi riabbassa gli occhi sulla sua rivista.
Immagino che non otterrò altro da lei per stasera; salgo in camera mia, e la trovo
esattamente come l’ho lasciata. Non faccio nemmeno lo sforzo di struccarmi prima di
andare a dormire. Mi costringo a addormentarmi e sogno un tempo in cui la mia vita era
di gran lunga migliore. Prima di conoscere Hardin.
Il cellulare squilla in piena notte svegliandomi. Lo ignoro, e per un momento mi
domando se Hardin riesca a dormire.
La mattina seguente, prima di andare al lavoro, l’unica cosa che mi dice mia madre è
che chiamerà l’università e li costringerà a riammettermi ai dormitori, in un altro edificio,
lontano da quello di prima. Esco di casa diretta al campus, ma poi decido di passare
dall’appartamento, e imbocco velocemente la strada che conduce lì prima di cambiare
idea.
Una volta arrivata, faccio due volte il giro del parcheggio, in cerca della macchina di
Hardin. Non c’è. Quando entro nell’atrio del palazzo ho l’orlo dei jeans fradicio di neve e
sento freddissimo. Cerco di non pensare a Hardin, ma è impossibile.
Doveva odiarmi davvero tanto, per decidere di rovinarmi la vita e poi di portarmi in un
appartamento lontano da tutte le persone che conosco. Dev’essere molto fiero di sé per il
male che mi ha fatto.
Mentre cerco le chiavi mi assale un’ondata di panico che per poco non mi fa cadere a
terra.
Quando finirà? O almeno, quando farà meno male?
Vado dritta in camera da letto, tiro fuori dall’armadio i borsoni e li riempio di vestiti alla
rinfusa. Mi cade l’occhio sul comodino, dove c’è un piccolo portaritratti con la foto di me e
Hardin sorridenti prima del matrimonio di Ken.
Peccato che fosse tutto finto. Mi sporgo sul letto, prendo il portaritratti e lo butto a
terra. Va in frantumi. Scavalco il letto, raccolgo la foto e la strappo in mille pezzi; non mi
accorgo che sto piangendo finché mi sento mancare il fiato.
Prendo i libri, e d’istinto ci metto anche la copia di Hardin di Cime tempestose: non ne
sentirà la mancanza, e francamente mi sembra il minimo, dopo tutto quello che mi ha
portato via.
Ho la gola secca, vado in cucina a prendere un bicchiere d’acqua. Mi siedo al tavolo e
mi concedo qualche minuto per fingere che non sia successo niente. Per illudermi di non
dover affrontare il futuro da sola, per illudermi che Hardin tornerà presto a casa da
lezione e mi sorriderà, mi dirà che mi ama, che gli sono mancata per tutto il giorno. Mi
prenderà tra le braccia, mi farà sedere sul bancone, mi bacerà con passione…
Il rumore della porta che si apre mi riscuote da quel patetico sogno a occhi aperti.
Scatto in piedi mentre Hardin varca la soglia. Non mi vede, sta guardando alle sue spalle.
Sta guardando una ragazza mora con un abito nero.
«Eccoci qua…» dice, poi si blocca quando vede le mie borse sul pavimento.
Resto paralizzata, mentre i suoi occhi passano in rassegna l’appartamento e poi si
spostano sulla cucina, dove rimane scioccato nel vedermi.
«Tess?» domanda, come se non fosse sicuro che esisto davvero.
4
Tessa
SONO un disastro. Jeans larghi e una felpa, il trucco di ieri, ormai sbavato e i capelli
spettinati. Guardo la ragazza dietro di lui. Ha una folta chioma di riccioli castani che le
ricadono morbidamente sulla schiena. Il trucco è leggero e perfetto, ma d’altronde è una
di quelle ragazze che non hanno bisogno di truccarsi.
Mi sento umiliata. Vorrei sotterrarmi, sparire alla vista di quella ragazza così bella.
Quando mi chino a raccogliere una delle borse, Hardin sembra ricordarsi di lei e si gira
a guardarla.
«Tessa, cosa ci fai qui?» mi chiede. Poi, mentre io tento di ripulirmi il trucco da sotto
gli occhi, si rivolge a lei: «Puoi darci un minuto?»
Lei mi osserva, poi torna sul pianerottolo.
«Non riesco a credere che tu sia qui», dice entrando in cucina. Si toglie il giubbotto; la
maglietta bianca si solleva a rivelare la pelle abbronzata. I rami contorti dell’albero
spoglio che è tatuato in quel punto sembrano prendermi in giro. Chiedono di essere
toccati. Adoro quel tatuaggio, è il mio preferito. Solo ora capisco cos’hanno in comune, lui
e il tatuaggio. Sono insensibili. Soli. L’albero, almeno, può sperare di fiorire ancora,
Hardin invece no.
«Me ne stavo andando», taglio corto. È così bello, così perfetto. Uno splendido
disastro.
«Ti prego, lasciami spiegare», implora, e vedo che ha più occhiaie di me.
«No.» Tento di raccogliere le borse, ma lui me le strappa di mano e le lascia cadere a
terra.
«Due minuti, Tessa. Non ti chiedo altro.»
Due minuti sono troppi da passare con Hardin, ma capisco che ho bisogno di chiudere
la questione per poter andare avanti con la mia vita. Sospiro e mi siedo, cercando di
mantenere un’espressione inscrutabile. Lui è chiaramente sorpreso, ma si siede davanti a
me.
«Vedo che ti sei dato subito da fare», dico facendo un cenno in direzione della porta.
«Cosa?» fa lui, poi sembra ricordarsi della ragazza mora. «Ah, è una mia collega; suo
marito aspetta di sotto con la bambina appena nata. Stanno cercando casa, quindi voleva
vedere il nostro… l’appartamento.»
«Ti trasferisci?»
«No, non se tu rimani, ma non vedo il motivo di restare qui senza di te. Sto valutando
le alternative.»
Mi sento leggermente sollevata, ma subito dopo ricordo a me stessa che, solo perché
Hardin non va a letto con quella ragazza, non significa che non ci andrà con qualcun’altra,
se non l’ha già fatto.
«Pensi che porterei un’altra qui, nel nostro appartamento? Sono passati solo due
giorni, è questo che pensi di me?»
Ha un bel coraggio. «Sì! Certo che penso questo… adesso!»
Lui fa una smorfia di dolore, poi sospira sconfitto. «Dove hai dormito stanotte? Sono
andato da mio padre e non ti ho trovata.»
«Da mia madre.»
«Oh.» Sembra in imbarazzo. «Vi siete chiarite?»
Lo guardo dritto negli occhi. Non mi capacito che abbia il coraggio di chiedermi della
mia famiglia. «Non sono questioni che ti riguardano.»
Tende una mano verso di me, ma subito dopo si ferma. «Mi manchi tanto, Tessa.»
Il mio cuore perde un battito, ma poi ricordo quant’è bravo a raggirarmi e mi volto
dall’altra parte. «Certo, lo immagino.» Non permetterò a me stessa di crollare davanti a
lui.
«È vero, Tessa. Ho fatto un casino, ma ti amo. Ho bisogno di te.»
«Smettila, Hardin. Risparmiati il tempo e la fatica. Non mi freghi più. Hai ottenuto
quello che volevi, quindi perché non la smetti?»
«Perché non posso.» Cerca di prendermi la mano, ma la tiro via. «Ti amo. Ho bisogno
che tu mi dia una possibilità di farmi perdonare. Ho bisogno di te, Tessa. Ho bisogno di
te. E tu hai bisogno di me…»
«No, a dire il vero no. Stavo bene, prima che arrivassi tu.»
«Stare bene non vuol dire essere felice.»
«Felice?» sbotto. «Adesso invece sarei felice?» Come osa sostenere di potermi rendere
felice?
Eppure mi ha resa molto felice, in passato.
«Non dirmi che non credi che ti amo.»
«So per certo che non mi ami, e che per te era tutto un gioco. Mentre io mi
innamoravo di te, tu mi usavi.»
I suoi occhi si riempiono di lacrime. «Lascia che ti dimostri quanto ti amo, per favore.
Farò qualunque cosa, Tessa. Qualunque cosa.»
«Mi hai già dato abbastanza dimostrazioni, Hardin. Se ora sono qui seduta con te è
perché voglio ascoltare cos’hai da dire prima di rifarmi una vita.»
«Io non voglio che tu ti rifaccia una vita.»
Sospiro esasperata. «Non me ne importa niente di cosa vuoi tu! Il punto è che mi hai
ferito.»
«Hai detto che non mi avresti mai lasciato.» La sua voce è incrinata.
Quando fa così, ho paura delle mie reazioni. Vedere il suo dolore mi rende irrazionale.
«Ho detto che non ti avrei lasciato se tu non me ne avessi dato motivo. Ma l’hai fatto.»
Ora capisco perfettamente perché aveva sempre tanta paura che lo lasciassi. Pensavo
temesse di non essere alla mia altezza, ma sbagliavo. Aveva paura perché sapeva che
sarei fuggita appena avessi scoperto la verità. E infatti dovrei scappare, adesso. Ho
cercato di giustificare il suo comportamento con quello che ha subito nella sua infanzia,
ma ora inizio a chiedermi se mentisse anche su quello. Se mentisse su tutto.
«Non ce la faccio più. Mi fidavo di te, Hardin. Mi fidavo completamente. Ti amavo, e
intanto tu mi usavi. Hai la minima idea di come mi sento? Sapere che tutti intorno a me
mi prendevano in giro e ridevano alle mie spalle, compreso te, la persona di cui mi fidavo
di più.»
«Lo so, Tessa, credimi. Non so spiegarti quanto mi dispiace. Non so come mi sia
venuto in mente di fare quella scommessa. Pensavo che sarebbe stato facile…» Gli
tremano le mani. «Pensavo che saresti venuta a letto con me e tutto sarebbe finito lì. Ma
tu eri così testarda, e così… intrigante, che non riuscivo a smettere di pensare a te.
Escogitavo modi per incontrarti, anche solo per litigare con te. Dopo quel giorno al
ruscello ho capito che non era più solo una scommessa, ma non riuscivo ad ammetterlo a
me stesso, e temevo per la mia reputazione. So che è una cosa orribile da dire, ma sto
cercando di essere sincero con te. E le cose che raccontavo a tutti… non erano quelle che
facevamo davvero. Non sarei riuscito a farti questo, neppure all’inizio. Mi inventavo cose
che non erano successe, e loro ci credevano.»
Le lacrime mi rigano le guance e lui me le asciuga. Non faccio in tempo a scostarmi, e
il suo tocco mi brucia la pelle. Devo sforzarmi per non appoggiare la guancia alla sua
mano.
«Detesto vederti così», mormora. Chiudo gli occhi e li riapro, tentando di frenare le
lacrime. Resto in silenzio, e lui continua: «Te lo giuro, ho iniziato a dire a Nate e Logan
del ruscello, ma poi ho capito che mi irritava – anzi mi ingelosiva – l’idea che loro
sapessero cos’ho fatto con te… come ti ho fatta sentire. Perciò ho raccontato che tu mi
hai fatto… Be’, mi sono inventato qualcosa».
Il fatto che abbia mentito agli amici non migliora le cose, eppure mi sento un po’
sollevata al pensiero che solo io e lui sappiamo davvero cos’è successo tra noi, i dettagli
dei nostri momenti insieme.
Ma non basta. E d’altronde, probabilmente mi sta mentendo anche adesso – non si
capisce mai, con lui – e io sto abboccando un’altra volta.
«Anche se ti credessi, non potrei perdonarti», concludo. Batto le palpebre per scacciare
le lacrime.
Lui si prende la testa tra le mani. «Non mi ami?» chiede in un sussurro.
«Sì, ti amo», ammetto. La mia confessione resta sospesa in aria. Lui abbassa le mani e
mi guarda in un modo che mi fa pentire di averglielo detto. Però è vero, lo amo. Lo amo
troppo.
«Allora perché non puoi perdonarmi?»
«Perché sei imperdonabile. Non solo hai mentito, ma ti sei preso la mia verginità per
vincere una scommessa, e poi hai mostrato a tutti il mio sangue sulle lenzuola. Come si
fa a perdonare una cosa del genere?»
Nei suoi occhi verdi leggo la disperazione. «Mi sono preso la tua verginità perché ti
amo!» Io scuoto la testa con forza e lui prosegue: «Non so più chi sono, senza di te».
Distolgo lo sguardo. «Non poteva funzionare, in ogni caso, e lo sappiamo entrambi»,
gli dico per sentirmi meglio. È difficile vederlo soffrire, ma allo stesso tempo il suo dolore
così evidente allevia il mio… almeno un po’.
«Perché non dovrebbe funzionare? Stavamo benissimo…»
«Tutto ciò che avevamo si basava su una bugia, Hardin. E poi, guardati allo specchio e
guarda me.» Non lo penso davvero, ma se lo merita: merita che io usi contro di lui la sua
più grande insicurezza. Ha sempre avuto paura dell’impressione che diamo insieme,
temeva di non essere alla mia altezza. E ora glielo butto in faccia.
«Stai parlando di Noah? L’hai rivisto, vero?»
È sull’orlo delle lacrime e devo ricordare a me stessa che è colpa sua, che è stato lui a
rovinare tutto. «Sì, l’ho rivisto, ma non c’entra niente. Il problema sei tu, che fai sempre
quello che vuoi senza curarti delle conseguenze, e ti aspetti che agli altri vada bene
così!» strillo, e mi alzo in piedi.
«Non è vero, Tessa!» grida. Alzo gli occhi al cielo, esasperata. Fa una pausa, e va
verso la finestra, poi si volta di nuovo nella mia direzione. «Okay, sì, forse è vero. Ma
tengo a te, credimi.»
«Be’, dovevi pensarci quando andavi in giro a vantarti della tua conquista», rispondo in
tono calmo.
«La mia conquista? Ma dici sul serio, cazzo? Tu non sei una conquista, tu sei tutto per
me! Sei il mio respiro, il mio dolore, il mio cuore, la mia vita!» Fa un passo verso di me.
La cosa più triste è che queste sono le parole più toccanti che Hardin mi abbia mai
rivolto, però le sta gridando.
«È un po’ tardi!» obietto. «Pensi di poter…»
Mi coglie alla sprovvista: mi posa una mano sulla nuca e mi bacia. Il tepore familiare
della sua bocca mi fa cedere le ginocchia. La mia lingua segue i movimenti della sua
prima che la mia mente capisca cosa succede. Lui geme di sollievo e io cerco di spingerlo
via. Mi afferra i polsi con una sola mano e se li tiene stretti al petto mentre continua a
baciarmi. Mi dibatto per liberarmi, ma ma la mia bocca continua a muoversi insieme alla
sua. Lui arretra, si appoggia al bancone e mi attira a sé, lasciando l’altra mano sulla mia
nuca, così da tenermi ferma. Il dolore dentro di me inizia a dissolversi, le mie mani si
rilassano nelle sue. È sbagliato, ma è bellissimo.
Ma è sbagliato.
Mi tiro indietro e giro la testa per non farmi più baciare. «No», dico.
«Ti prego…»
«No, Hardin, devo andare.»
Mi lascia i polsi. «Dove?»
«Non… non lo so ancora. Mia madre mi sta cercando un posto in qualche dormitorio.»
«No… no…» risponde con voce ansiosa. «Tu abiti qui, non tornare in dormitorio.» Si
passa le mani tra i capelli. «Se qualcuno deve andarsene, quello sono io. Per favore, resta
qui, così so dove sei.»
«Non c’è bisogno che tu sappia dove sono.»
«Resta.»
Se devo essere del tutto sincera con me stessa, voglio restare con lui. Voglio dirgli che
lo amo più della mia vita, ma non posso. Mi rifiuto di lasciarmi trascinare di nuovo in
questa storia, di diventare una di quelle ragazze che permettono agli uomini di fargli
qualsiasi cosa.
Raccolgo le mie borse e dico l’unica cosa che potrà impedirgli di seguirmi, anche se è
una bugia. «Noah e mia madre mi aspettano. Devo andare.»
Esco dall’appartamento senza voltarmi, e lui non mi segue.
5
Tessa
QUANDO arrivo alla macchina non scoppio a piangere come temevo. Resto seduta a
guardare attraverso il parabrezza coperto di neve.
Non posso credere che Hardin sia arrivato proprio mentre ero nell’appartamento.
Speravo davvero di non incontrarlo. Però mi è servito: almeno ora posso tentare di
lasciarmi alle spalle questo periodo disastroso della mia vita. Vorrei credere che lui mi
ami davvero, ma è credendogli che mi sono cacciata in questo guaio. Può darsi che si
comporti così perché sa di non poter più esercitare il controllo su di me. Anche se mi
amasse davvero, cosa cambierebbe? Non cancellerebbe il male che mi ha fatto,
quell’orribile vantarsi delle cose che facevamo insieme, e tutte le bugie.
Vorrei potermi permettere quell’appartamento da sola: caccerei lui e resterei lì. Non
voglio tornare in dormitorio, con una nuova compagna di stanza e le docce in comune.
Perché è iniziato tutto con una bugia? Se ci fossimo conosciuti in circostanze diverse, a
quest’ora potremmo essere in quell’appartamento, a ridere sul divano o a baciarci in
camera. Invece sono in macchina da sola e senza un posto dove andare.
Quando infine accendo il motore, ho le mani gelate. Non potevo restare senza casa
d’estate?
Mi sento di nuovo come Catherine, ma non la solita Catherine di Cime tempestose.
Stavolta sono la Catherine dell’Abbazia di Northanger: sconvolta e costretta a fare un
lungo viaggio da sola. Certo, non devo percorrere oltre centodieci chilometri da
Northanger dopo essere stata umiliata e cacciata, ma capisco come doveva sentirsi. Non
so decidere quale ruolo assegnare a Hardin in questa versione del libro. Da un lato
somiglia a Henry, intelligente e spiritoso, e se ne intende quanto me di romanzi. Ma
Henry è molto più gentile di Hardin: sotto questo profilo Hardin somiglia più a John,
arrogante e villano.
Mentre vago per la città senza alcun posto dove andare, mi rendo conto che le parole
di Hardin mi hanno colpita più di quanto io sia disposta ad ammettere. Mi ha chiesto di
rimanere solo per dimostrare di essere in grado di farmi cambiare idea. D’altronde non mi
ha chiamata né mi ha scritto da quando me ne sono andata.
Mi costringo ad andare in università per sostenere l’ultimo esame prima delle vacanze
di Natale. Durante il test mi sento distaccata e mi sembra impossibile che nessuno nel
campus si accorga di cosa sto passando. Evidentemente un sorriso falso e qualche
chiacchiera possono nascondere anche un dolore così atroce.
Chiamo mia madre per avere notizie del dormitorio, ma lei borbotta che non l’ha
ancora trovato e riaggancia subito. Guido ancora per un po’ e mi ritrovo a un isolato dalla
Vance: mi accorgo che sono già le cinque del pomeriggio. Non voglio approfittarmi di
Landon chiedendogli di nuovo ospitalità a casa di Ken. So che non gli dispiacerebbe, ma
non è giusto tirare in mezzo la famiglia di Hardin, e francamente in quella casa ci sono
troppi ricordi. Passo in una strada piena di motel e mi fermo davanti a uno dei meno
brutti. All’improvviso mi viene in mente che non sono mai stata in un motel, ma non ho
un altro posto dove andare.
L’uomo basso dietro il bancone mi rivolge un sorriso affabile e mi chiede i documenti.
Pochi minuti dopo mi porge una chiave elettronica e un foglio con la password del wi-fi.
Prendere una stanza è molto più facile di quanto pensassi; è un po’ costoso, ma non
voglio andare in una bettola e mettere a repentaglio la mia incolumità.
«Segui il marciapiede e gira a sinistra», mi informa con un altro sorriso.
Lo ringrazio, torno fuori al gelo e porto la macchina vicino alla mia stanza, per non
dover trasportare le valigie.
Ecco dove sono finita, per colpa di quell’incosciente ed egoista: sono da sola in un
motel, con tutte le mie cose gettate alla rinfusa in qualche borsa.
Ne prendo qualcuna e chiudo la macchina, che sembra un vecchio rottame in confronto
alla BMW parcheggiata accanto. Proprio mentre penso che la giornata non potrebbe
peggiorare, una borsa mi sfugge e cade sul marciapiede innevato, sparpagliando a terra i
miei vestiti e qualche libro. Cerco di raccoglierli con la mano libera: spero che non si siano
rovinati i miei romanzi preferiti, proprio oggi che sono già rovinata io.
«Lasci che la aiuti, signorina», dice una voce maschile, e una mano appare nel mio
campo visivo. «Tessa?»
Alzo lo sguardo e con grande sconcerto vedo un paio di occhi azzurri e un volto
preoccupato. «Trevor?… Cosa ci fai qui?»
«Potrei farti la stessa domanda», replica lui con un sorriso.
«Be’, io…» Mi mordo il labbro.
Per fortuna non mi costringe a continuare. «A casa ho l’impianto idraulico guasto,
perciò eccomi qui.» Si china a raccogliere la mia roba e mi porge una copia fradicia di
Cime tempestose. Poi mi consegna un paio di maglioni bagnati e Orgoglio e pregiudizio.
«Questo è ridotto male», commenta dispiaciuto.
In quel momento capisco che l’universo mi sta giocando un brutto scherzo.
«Ci avrei scommesso che ti piacevano i classici», dice lui con un sorriso gentile. Prende
le mie borse, io lo ringrazio con un cenno del capo e vado ad aprire la porta. La camera è
gelida, quindi accendo subito il riscaldamento.
«Con i prezzi che chiedono in questo posto, non dovrebbero preoccuparsi delle
bollette», commenta Trevor, posando le borse.
Sorrido e appendo nella doccia i vestiti caduti nella neve. Quando torno di là c’è un
silenzio imbarazzato: sono in una stanza non mia con una persona che conosco appena.
«Abiti qui vicino?» gli domando per spezzare il silenzio.
«Sì, a meno di due chilometri. Mi piace abitare vicino al lavoro, così non arrivo mai in
ritardo.»
«È una buona idea…» commento; in effetti è un ragionamento che farei anch’io.
Trevor ha un’aria molto diversa dal solito. L’ho sempre visto in giacca e cravatta, ma
ora indossa jeans stretti e una felpa rossa, e ha i capelli spettinati anziché lisciati con il
gel.
«Già. Allora, sei da sola?» dice fissando il pavimento, evidentemente consapevole di
aver fatto una domanda indiscreta.
«Sì, sono sola.» In tutti i sensi, ma lui non lo sa.
«Non voglio impicciarmi, ma te lo chiedo perché non mi sembra di stare molto
simpatico al tuo ragazzo.» Fa una risatina.
«Be’, a Hardin non sta simpatico nessuno, non prenderla sul personale.» Mi guardo le
unghie. «Non è il mio ragazzo, comunque.»
«Ah, scusa, ho dato per scontato che lo fosse.»
«Lo era… più o meno.»
Lo era? Ha detto di esserlo. Ma d’altronde ha detto un mucchio di cose.
«Ah, scusa, continuo a fare una gaffe dopo l’altra», ridacchia imbarazzato.
«Non preoccuparti.» Finisco di disfare i bagagli.
«Vuoi che me ne vada? Non vorrei esserti d’intralcio.»
«No, resta pure. Solo se vuoi, ovviamente. Non sei tenuto a farlo», farfuglio.
«Bene, allora resto.» Si siede alla scrivania. Cerco un posto dove sedermi e alla fine
scelgo il bordo del letto. Sono piuttosto lontana da lui, e questo mi fa capire che la stanza
è davvero spaziosa.
«Allora, che ne pensi della Vance?» mi chiede passando le dita sul piano di legno della
scrivania.
«Mi piace molto. È meglio di quanto mi aspettassi. È il lavoro dei miei sogni. Spero che
mi assumano, dopo la laurea.»
«Oh, penso che ti faranno una proposta ben prima della laurea. A Christian piaci molto:
quel manoscritto che hai consegnato la settimana scorsa… l’altro giorno a pranzo non
parlava d’altro. Dice che hai occhio, e detto da lui è un complimento enorme.»
«Davvero ha detto così?» Non riesco a trattenere un sorriso, e mi accorgo che sorridere
è confortante.
«Sì, altrimenti perché ti avrebbe invitata al congresso? Ci andiamo solo noi quattro.»
«Noi quattro?»
«Io, te, Christian e Kim.»
«Ah, non sapevo venisse anche Kim.» Spero tanto che Mr Vance non mi abbia invitata
solo perché si sentiva in dovere di farlo considerata la mia relazione con Hardin, il figlio
del suo migliore amico.
«Non potrebbe andarsene per un weekend senza di lei», scherza Trevor. «Perché è
un’ottima segretaria, naturalmente.»
Faccio un sorrisetto. «Capisco. E tu perché ci vai?» gli domando, e me ne pento subito.
«Cioè, perché ci vai, dato che lavori in amministrazione?» preciso.
«No, ho capito: voi redattori non sapete cosa farvene di un computer umano.» Mi
strappa una risata, una risata vera. «Christian vuole aprire un nuovo ufficio a Seattle, e
dobbiamo incontrare un potenziale investitore. Inoltre dobbiamo cercare uffici, e io gli
servo per assicurarsi di fare un buon affare; Kimberly, invece, deve accertarsi che l’edificio
scelto si adatti al nostro flusso di lavoro.»
«Ti occupi anche di immobili?» La stanza si è finalmente scaldata, perciò mi tolgo le
scarpe e incrocio le gambe.
«No, ma sono bravo in matematica. Comunque ci divertiremo, Seattle è una bella città.
Ci sei mai stata?»
«Sì, è la mia città preferita. Non che ne abbia molte tra cui scegliere…»
«Neanch’io; vengo dall’Ohio, quindi non ho visto granché. Rispetto all’Ohio, Seattle
sembra New York.»
Mi scopro sinceramente interessata a conoscere meglio Trevor. «Perché sei venuto
nello Stato di Washington?»
«Be’, mia madre è morta quand’ero all’ultimo anno di liceo, e ho capito che dovevo
andarmene. C’è tutto un mondo da vedere, no? Quindi le ho promesso, appena prima che
morisse, che non avrei passato la vita in quel postaccio. Il giorno in cui mi hanno
ammesso alla WCU è stato il più bello della mia vita, e anche il più brutto.»
«Il più brutto?»
«Lei è morta proprio quel giorno. Ironico, no?» Accenna un sorriso. Mi piace molto quel
suo mezzo sorriso.
«Mi dispiace.»
«Non dispiacerti. Era una di quelle persone che non meritano di stare qui in mezzo a
noi. Era troppo buona, sai? Abbiamo potuto passare con lei più tempo di quanto
sperassimo, e non cambierei una virgola.» Il suo sorriso si allarga. «E tu? Pensi di restare
qui per sempre?»
«No, ho sempre voluto trasferirmi a Seattle. Ma ultimamente penso di spingermi
ancora più lontano», ammetto.
«Fai bene. Devi viaggiare e vedere più posti possibile. Una donna come te non
dovrebbe stare chiusa in una scatola.» Deve aver notato una strana espressione sul mio
viso, perché aggiunge subito: «Scusa… intendevo che puoi fare tante cose. Hai talento,
questo si capisce».
Ma le sue parole non mi hanno infastidito. Mi piace che mi abbia definita una donna:
mi sono sempre sentita una bambina, perché tutti mi trattano come se lo fossi. Trevor è
solo un amico, un nuovo amico, ma sono molto contenta che mi tenga compagnia in
questa giornata terribile.
«Hai cenato?» gli chiedo.
«Non ancora. Mi chiedevo se ordinare una pizza, per non dover uscire di nuovo nella
neve.»
«Ce ne dividiamo una?» propongo.
«Affare fatto», risponde con lo sguardo più gentile che mi sia capitato di vedere da
molto tempo a questa parte.
6
Hardin
MIO padre ha una faccia stupida, come sempre quando tenta di sembrare autoritario. Se
ne sta a braccia conserte sulla soglia.
«Lei non verrà qui, Hardin, perché sa che la troveresti.»
Resisto alla tentazione di spaccargli i denti con un pugno. Mi passo le mani tra i capelli
e sento una fitta di dolore alle nocche. I tagli sono più profondi del solito. Tirare un pugno
a una parete fa più male di quanto pensassi. Ma non è niente rispetto a come mi sento
dentro. Non immaginavo che fosse possibile soffrire così tanto; è molto peggio di
qualsiasi dolore fisico.
«Figliolo, penso che dovresti lasciarle spazio.»
Chi cazzo si crede di essere?
«Spazio? Non ha bisogno di spazio! Deve tornare a casa!» grido. La vecchia vicina si
gira a guardarci, e io alzo le braccia con stizza nella sua direzione.
«Per favore, non essere scortese con i vicini», dice mio padre.
«Allora di’ ai tuoi vicini di farsi gli affari loro!» Scommetto che quella befana mi ha
sentito.
«Ci vediamo, Hardin», sospira mio padre, e richiude la porta.
«Merda!» urlo. Cammino per un po’ avanti e indietro sulla veranda, poi torno alla
macchina.
Dove diavolo si è cacciata? Sono arrabbiato, ma anche preoccupato per lei. È sola, ha
paura? Ovviamente, conoscendola, starà enumerando i motivi per cui mi odia. Anzi, li
starà mettendo per iscritto. Il suo bisogno di controllare tutto e le sue stupide liste mi
facevano ammattire, ma ora mi mancano. Non so cosa darei per guardarla mordersi quel
labbro carnoso quando si concentra, o per vedere un’altra volta quell’adorabile
espressione accigliata. Ora che è con Noah e con sua madre, non ho più speranze.
Tornerà tra le braccia di quell’idiota.
La chiamo di nuovo, ma per la ventesima volta c’è la segreteria. Sono un fottuto idiota.
Dopo aver girato per un’ora ogni biblioteca, ogni libreria, decido di tornare
all’appartamento. Forse verrà, probabilmente verrà… So che non verrà.
Ma se viene? Devo rimettere tutto in ordine, comprare piatti nuovi al posto di quelli
che ho lanciato contro il muro.
Una voce maschile mi fa vibrare le ossa. «Dove sei, Scott?»
«L’ho visto uscire dal bar, so che è qui», dice un altro uomo.
Scendo dal letto e sento il pavimento freddo sotto i piedi. All’inizio pensavo fossero
papà e i suoi amici, ma ora credo di no.
«Vieni fuori, ovunque tu sia!» grida la voce più profonda, e poi sento un gran tonfo.
«Non c’è», risponde mia madre quando arrivo in fondo alle scale e posso vederli tutti.
Mia madre e quattro uomini.
«Oh, guarda un po’ chi abbiamo qui», fa l’uomo più alto. «E chi lo sapeva che Scott
aveva una moglie così figa.» Afferra mia madre per un braccio e la tira su dal divano.
Lei si aggrappa alla sua camicia, disperata. «Vi prego… lui non è qui. Se vi deve dei
soldi, vi darò tutto quello che ho. Potete prendere qualsiasi cosa, il televisore…»
Ma l’uomo le rivolge un ghigno malevolo. «Un televisore? Cosa me ne faccio, di un
televisore?»
Lei si dibatte come un pesce nella presa dell’uomo. «Ho dei gioielli… non molti, ma per
favore…»
«Chiudi il becco!» sbotta uno degli altri assestandole uno schiaffo.
«Mamma!» grido, precipitandomi in salotto.
«Hardin, torna di sopra!» strilla lei, ma non ho intenzione di lasciarla nelle grinfie di
quegli uomini cattivi.
«Fuori dai piedi, bamboccio!» mi fa uno di loro, e mi spintona con tanta forza da farmi
cadere all’indietro. «Vedi, stronza, il problema è che è stato tuo marito a farmi questo»,
ringhia indicandosi la testa calva, dove c’è un lungo graffio. «E dal momento che lui non è
qui, l’unica cosa che vogliamo sei tu.» Sorride.
Mia madre inizia a scalciare. «Hardin, piccolo, va’ di sopra… Subito!» grida.
Ma perché è arrabbiata con me?
«Penso che voglia guardare», risponde l’uomo ferito, spingendola sul divano.
Mi sveglio di soprassalto.
Cazzo.
Ogni notte è peggio della precedente. Ormai mi ero abituato a dormire senza incubi.
Grazie a lei, solo grazie a lei.
E invece eccomi qui, alle quattro del mattino, con le lenzuola sporche di sangue per le
mani ferite e un gran mal di testa provocato dagli incubi.
Chiudo gli occhi e fingo che lei sia qui con me, sperando di riaddormentarmi.
7
Tessa
«TESS, piccola, svegliati», sussurra Hardin sfiorandomi appena sotto l’orecchio con le
labbra. «Sei così bella quando ti svegli.»
Sorrido, lo prendo per i capelli e strofino il naso con il suo.
«Ti amo», dice ridacchiando, e preme le labbra sulle mie.
Ma non le sento. «Hardin?» lo chiamo. «Hardin?»
Lui svanisce nel nulla…
Apro gli occhi e mi ritrovo nella realtà. La stanza è buia, per un attimo non ricordo
dove sono. E poi capisco: sono in un motel. Da sola. Prendo il telefono sul comodino:
sono solo le quattro. Mi asciugo le lacrime e chiudo gli occhi per provare a tornare da
Hardin, anche se solo in sogno.
Quando mi sveglio di nuovo sono le sette. Faccio la doccia e cerco di rilassarmi. Mi
asciugo i capelli e mi trucco; oggi per la prima volta mi sento presentabile. Devo
sbarazzarmi di questo… caos che ho dentro. Non sapendo cos’altro fare, seguo l’esempio
di mia madre e mi trucco alla perfezione per nascondere quello che c’è sotto.
Il risultato non è niente male: sembro quasi riposata. Mi arriccio i capelli e tiro fuori da
un borsone il vestito bianco. Per fortuna nella stanza c’è un ferro da stiro. Fa davvero
troppo freddo per un abito sopra al ginocchio, ma non starò fuori a lungo. Scelgo un paio
di scarpe nere, semplici e senza tacco, e le appoggio sul letto insieme al vestito.
Prima di indossarlo rifaccio i bagagli e metto tutto in ordine. Spero che mia madre mi
chiami per darmi buone notizie sul dormitorio. Altrimenti dovrò restare qui, e i soldi
finiranno presto. Forse dovrei trovarmi un appartamento; magari potrei permettermi un
monolocale vicino alla Vance.
Uscendo scopro con sollievo che la neve si è quasi completamente sciolta al sole del
mattino. Mentre apro la macchina vedo Trevor uscire dalla sua stanza, due porte dopo la
mia. Indossa un completo nero e una cravatta verde: è molto elegante.
«Buongiorno! Ti avrei aiutata con le borse», dice appena mi vede.
Ieri sera, dopo aver mangiato la pizza, abbiamo guardato la televisione insieme e ci
siamo raccontati aneddoti sul college. Lui ne aveva molti più di me, essendo già laureato;
mi ha fatto piacere sentire come avrebbe potuto – e dovuto – essere la mia vita
universitaria, ma mi ha anche rattristata un po’. Non sarei dovuta andare alle feste con
gente come Hardin. Avrei dovuto trovarmi pochi amici, ma buoni. Sarebbe stato tutto
diverso, sarebbe finita molto meglio.
«Hai dormito bene?» mi chiede. Tira fuori un mazzo di chiavi, preme un pulsante e il
motore della BMW prende vita con un clic. Ci avrei scommesso che era sua.
«La tua macchina parte da sola?» rido.
Mi mostra la chiave. «Be’, parte con questa.»
«Bello.» Faccio un sorrisetto sarcastico.
«Comodo.»
«Eccessivo?»
«Un po’.» Ride. «Però comodo. Sei molto carina, oggi, come al solito.»
Poso le borse nel portabagagli. «Grazie, fa freddissimo», osservo salendo al posto di
guida.
«Ci vediamo al lavoro, Tessa.»
Nonostante il sole fa ancora freddo, quindi accendo subito il riscaldamento.
Clic… clic… clic… La macchina non dà segni di vita.
Perplessa, ci riprovo. Stesso risultato.
«Ci mancava anche questa!» esclamo, picchiando le mani sul volante.
Per la terza volta riprovo a farla partire, ma ovviamente non succede nulla; stavolta
non fa nemmeno clic. Mi giro e vedo con sollievo che Trevor è ancora lì. Abbassa il
finestrino, e non potendo fare nulla scoppio a ridere delle mie disgrazie.
«Potresti darmi un passaggio?»
«Ma certo. Penso di sapere dove devi andare…»
Durante il breve tragitto verso la Vance non resisto alla tentazione di accendere il
telefono. Stranamente, non ho nuovi sms da Hardin. Ho alcuni messaggi in segreteria,
non so se da lui o da mia madre. Nel dubbio non li ascolto, ma scrivo a mia madre per
chiederle dei dormitori. Trevor, premuroso come suo solito, mi fa scendere davanti
all’entrata per non farmi camminare al freddo.
«Ti vedo più riposata», mi dice Kimberly con un sorriso, quando entro e prendo una
ciambella.
«Mi sento un po’ meglio. Più o meno», rispondo versandomi una tazza di caffè.
«Sei pronta per domani? Non vedo l’ora di partire: a Seattle ci sono molti bei negozi, e
mentre Christian e Trevor vanno alla loro riunione io e te ci divertiremo un po’. Sei…
ehm… hai parlato con Hardin?»
Ci rifletto per un momento, ma poi decido di dirglielo. Probabilmente lo scoprirebbe
comunque. «No. A dire il vero ieri ho portato via la mia roba.»
Si rabbuia. «Mi dispiace. Con il tempo andrà meglio.»
Dio, spero che abbia ragione.
La giornata passa più in fretta di quanto mi aspettassi, e finisco in anticipo il
manoscritto in programma per questa settimana. Non vedo l’ora di andare a Seattle;
spero di riuscire a togliermi dalla testa Hardin, anche solo per un po’. Se la situazione non
fosse precipitata così in fretta, il prossimo martedì sarei partita per l’Inghilterra con lui.
Ma non voglio nemmeno passare il Natale con mia madre. Spero che per allora sarò di
nuovo in dormitorio – anche se sarà deserto – e magari troverò una buona scusa per non
tornare a casa. So che è Natale, so che è orribile da parte mia, ma non sono proprio
dell’umore giusto.
Mia madre risponde al messaggio a fine giornata: non ci sono novità. Se non altro
manca una sola notte prima della partenza per Seattle. Trasferirmi in continuazione da un
posto all’altro non è divertente.
Mentre mi preparo per uscire dall’ufficio, mi ricordo che non sono arrivata con la mia
macchina. Spero che Trevor non se ne sia già andato.
«Ci vediamo qui domani, l’autista di Christian ci porterà a Seattle», mi avvisa Kimberly.
Mr Vance ha un autista?
Certo che ce l’ha.
Uscendo dall’ascensore trovo Trevor seduto su uno dei divani nell’atrio. «Non sapevo
se ti serviva un passaggio anche al ritorno, e non volevo disturbarti in ufficio», mi dice.
«Grazie, sei molto gentile. Quando torno al motel chiamerò qualcuno per far vedere la
macchina.» Fuori fa un po’ meno freddo che al mattino, ma si gela ancora.
«Posso aspettare con te, se vuoi. L’idraulico ha risolto il problema a casa mia, quindi
non resto al motel, ma posso…» Si interrompe di botto.
«Cosa c’è?» chiedo, e seguendo il suo sguardo vedo Hardin nel parcheggio, vicino alla
sua macchina, che fissa arrabbiato Trevor e me.
Mi ritrovo un’altra volta con il fiato mozzo. Com’è possibile che la situazione stia
peggiorando ulteriormente?
«Hardin, cosa ci fai qui?» e intanto gli vado incontro a passo deciso.
«Be’, non rispondi al telefono, quindi non ho avuto scelta, ti pare?»
«C’è un motivo se non rispondo, e non puoi presentarti fuori dal mio ufficio!»
Trevor sembra a disagio e intimorito dalla presenza di Hardin, ma resta al mio fianco.
«Va tutto bene? Fammi sapere se sei pronta.»
«Pronta per cosa?» fa Hardin, con la rabbia negli occhi.
«Mi riaccompagna al motel perché la mia macchina non parte.»
«Motel!» strepita lui.
Prima che possa fermarlo, ha già afferrato Trevor per il bavero della giacca e lo
scaraventa contro un pick-up rosso.
«Hardin, smettila! Lascialo andare! Non eravamo insieme al motel!» Perché mi sto
giustificando con lui? Non lo so proprio, ma non voglio che faccia del male a Trevor.
Hardin lo lascia andare, ma gli resta appiccicato.
«Vieni via», gli dico prendendolo per la spalla, e lui si rilassa leggermente.
«Sta’ lontano da lei», sbotta, ancora a un millimetro dalla faccia di Trevor.
Trevor è sbiancato. Per l’ennesima volta ho trascinato nei miei casini una persona che
non lo merita.
«Mi dispiace tanto», gli dico.
«Non fa niente, hai ancora bisogno di un passaggio?» mi chiede lui.
«No che non le serve», risponde Hardin al posto mio.
«Sì, grazie», faccio a Trevor. «Solo un momento.»
Da gentiluomo qual è, sale sulla sua macchina per lasciarci spazio.
8
Tessa
«UN motel, non riesco a crederci.» Si passa le mani nei capelli.
«Già, neanch’io.»
«Puoi restare nell’appartamento, io tornerò alla confraternita.»
«No.» Non succederà.
«Per favore, non fare la difficile», dice massaggiandosi la fronte.
«La difficile? Ma tu scherzi! Non dovrei neppure rivolgerti la parola!»
«Ti vuoi calmare? E mi spieghi cos’ha la tua macchina? E perché quel tizio era al
motel?»
«Non so cos’abbia la mia macchina», rispondo in un lamento. Quanto a Trevor, non
sono affari suoi.
«Le darò un’occhiata.»
«No, chiamo qualcuno. Vattene.»
«Ti seguo fino al motel.»
«Smettila», ringhio. «È un gioco, per te? Vuoi vedere fino a che punto puoi
torturarmi?»
Fa un passo indietro come se l’avessi spintonato. Trevor mi aspetta ancora in
macchina.
«No, niente del genere. Come puoi pensarlo, dopo tutto quello che ho fatto?»
«Esattamente. Lo penso proprio a causa di tutto quello che hai fatto», dico, e quasi mi
viene da ridere.
«Voglio solo che mi parli. So che possiamo risolvere questo problema.» Ha fatto così
tanti giochetti con me, fin dall’inizio, che non capisco più cos’è vero e cosa no. «So che
anche tu senti la mia mancanza», continua, e si appoggia alla macchina.
«È questo che vuoi sentirti dire? Che mi manchi? Certo che mi manchi, ma sai una
cosa? Non sei tu a mancarmi, è la persona che credevo tu fossi, e ora che so chi sei
davvero non voglio avere niente a che fare con te!» grido.
«Hai sempre saputo chi ero davvero! Sono sempre stato me stesso, fin dal primo
giorno, e lo sai!» sbraita. Perché non riusciamo mai a parlare senza strillarci in faccia?
Perché mi fa diventare matta, ecco perché.
«No, non lo so. Se lo sapessi…» Mi fermo prima di ammettere che vorrei perdonarlo.
Quello che voglio e quello che devo fare sono due cose molto diverse.
«Cosa?»
«Niente, ora te ne devi andare.»
«Tess, non sai quanto sono stato male in questi giorni. Non riesco a dormire, non vivo
più senza di te. Devo sapere che c’è una possibilità di…»
Lo interrompo subito: «Quanto sei stato male?! Tu?» Come può essere così egoista? «E
come pensi sia stata io, Hardin? Immagina come ci si sente a vedersi distruggere la vita
nel giro di poche ore! Ad amare profondamente una persona e donarle tutta te stessa, e
poi scoprire che era solo un gioco, una scommessa! Come pensi che ci si senta?» Faccio
un passo verso di lui, minacciosa. «Come pensi che mi sia sentita a rovinare il rapporto
con mia madre, per colpa di una persona a cui non frega un cazzo di me? Come pensi che
si stia nella camera di un maledetto motel? Credi che sia facile tentare di lasciarsi alle
spalle tutta questa storia, quando tu salti fuori ogni momento? Non capisci quando è ora
di smettere!»
Non risponde, perciò continuo la sfuriata. Una parte di me teme di essere troppo dura
con lui, ma so che se lo merita, perché il suo tradimento è stato orribile.
«Quindi non venirmi a dire che hai sofferto tanto, perché è tutta colpa tua! Sei stato tu
a rovinare tutto, come sempre! Perciò non mi dispiace per te… Anzi, sì: mi dispiace per te
perché non sarai mai felice. Resterai solo per tutta la vita. Io riuscirò a dimenticarti,
troverò un bravo ragazzo che mi tratterà come avresti dovuto trattarmi tu, ci sposeremo
e avremo dei figli. Sarò felice.»
Non ho più fiato. Hardin mi guarda attonito; ha gli occhi rossi.
«E sai qual è la cosa peggiore, in tutta questa storia? Che avevi avvertito che mi
avresti rovinata, e io non ho ascoltato nessuno.» Cerco disperatamente di fermare le
lacrime, ma non ci riesco. Mi scorrono senza pietà sulle guance, il mascara cola e mi
brucia gli occhi.
«Mi… mi dispiace. Ora vado», mormora lui. L’ho sconfitto, proprio come volevo, ma non
provo la soddisfazione che speravo.
Forse avrei potuto perdonarlo, all’inizio, se mi avesse raccontato la verità, anche dopo
essere andati a letto insieme. Invece me l’ha nascosto, ha comprato il silenzio di altre
persone e ha cercato di intrappolarmi facendomi firmare il contratto d’affitto. I miei primi
momenti di intimità sono un’esperienza che non dimenticherò mai, e lui me l’ha rovinata.
Corro alla macchina di Trevor. Il riscaldamento è acceso, mi investe il viso
mescolandosi alle lacrime. Trevor resta in silenzio mentre torniamo al motel, e gliene
sono grata.
Al tramonto mi costringo a fare una doccia calda, molto calda. Ho ancora negli occhi
l’espressione di Hardin mentre indietreggia da me e sale in macchina. Vedo il suo viso
ogni volta che li chiudo.
Il mio telefono non ha più squillato. Ingenuamente pensavo che potesse funzionare,
che nonostante le differenze tra noi e il suo brutto carattere… be’, il brutto carattere di
entrambi… saremmo riusciti a stare insieme. Non so come, ma alla fine riesco a
addormentarmi.
La mattina seguente sono un po’ nervosa all’idea del mio primo viaggio di lavoro. E per
di più ho dimenticato di telefonare al meccanico. Cerco il più vicino e lo chiamo.
Probabilmente dovrò pagare un extra perché mi tengano la macchina nel weekend, ma al
momento è l’ultimo dei miei problemi.
Mi preparo, arriccio i capelli e mi trucco più del solito. Scelgo un abito blu scuro che
non ho mai messo, e che ho comprato perché sapevo che sarebbe piaciuto a Hardin.
Arriva fin sotto al ginocchio e ha le maniche a tre quarti, ma è aderente e mi dona molto.
È terribile come ogni particolare mi faccia pensare a lui. Guardandomi allo specchio
immagino cosa ne penserebbe lui di questo vestito, il modo in cui si prenderebbe il
piercing tra i denti, come si dilaterebbero le sue pupille…
Qualcuno bussa alla porta, riportandomi alla realtà.
«Miss Young?» chiede un uomo in tuta da meccanico non appena apro.
«Sono io», rispondo, e vado a prendere le chiavi in borsa. «Ecco, è la Corolla bianca.»
«Corolla bianca?» chiede confuso, guardando alle proprie spalle.
Esco. La mia macchina è… sparita.
«Ma cosa… Okay, aspetti, chiamo la reception per sentire se l’ha portata via il carro
attrezzi.» Che splendido modo di iniziare la giornata.
«Pronto? Sono Tessa Young, stanza trentasei», dico al telefono. «Per caso mi avete
fatto portar via la macchina?» Cerco di essere cortese, ma sono molto irritata.
«No», risponde l’uomo.
Mi gira la testa. «Okay, be’, allora chi è stato?…» Sono nei guai fino al collo. Tra poco
devo partire per andare in ufficio.
«È venuto a prenderla il suo amico stamattina.»
«Il mio amico?»
«Sì, quello con… tutti quei tatuaggi.» Parla a bassa voce, come se temesse che Hardin
possa sentirlo.
«Cosa?!» esclamo inorridita.
«Sì, è venuto con un carro attrezzi, un paio d’ore fa. Scusi, pensavo che lo sapesse…»
«Grazie», concludo riagganciando. Mi giro verso l’uomo che mi aspetta sulla porta e gli
dico: «Mi scusi. A quanto pare qualcuno ha già fatto portare la macchina da un altro
meccanico. Non lo sapevo; mi dispiace di averle fatto perdere tempo».
Sorride e mi assicura che non c’è problema.
Dopo il litigio di ieri con Hardin, avevo dimenticato che stamattina avrei avuto bisogno
di un passaggio. Chiamo Trevor, che mi dice di aver già chiesto a Mr Vance e Kimberly di
passare a prendermi. Lo ringrazio, riaggancio e scosto le tende alla finestra. Un’auto nera
entra nel parcheggio e si ferma davanti alla mia stanza. Il finestrino si abbassa e vedo i
capelli biondi di Kimberly.
«Buongiorno! Siamo venuti a salvarti!» annuncia con una risata quando apro la porta.
Trevor è così premuroso, così brillante.
L’autista scende, mi saluta accennando a togliersi il cappello, mette la mia borsa nel
portabagagli e mi apre la portiera. Kimberly mi fa cenno di sedermi accanto a lei; Mr
Vance e Trevor mi guardano divertiti.
«Pronta per il weekend fuori porta?» mi chiede Trevor con un gran sorriso.
«Non sai quanto», rispondo, e salgo in macchina.
9
Tessa
QUANDO entriamo in autostrada, Trevor e Mr Vance ricominciano a parlare dei prezzi al
metro quadro degli immobili a Seattle.
«Questi ragazzi sono così noiosi…» scherza Kimberly dandomi di gomito. «Allora,
Trevor mi stava dicendo che è successo qualcosa alla tua macchina…»
«Sì, e non so cosa», rispondo cercando di parlare in tono leggero, e il sorriso cordiale
di Kimberly mi aiuta. «Ieri non partiva, quindi ho chiamato il meccanico. Ma Hardin era
già venuto a prenderla.»
«Non si arrende, eh?» commenta lei ghignando.
«Pare di no», sospiro io. «Vorrei solo che mi lasciasse un po’ di tempo per riflettere.»
«Riflettere su cosa?» Dimenticavo che lei non sa niente della scommessa, della mia
umiliazione; e di sicuro non mi va di dirglielo. Sa solo che io e Hardin ci siamo lasciati.
«Be’, su tutto. È un periodaccio, e sono ancora senza casa. Mi sembra che lui non
affronti la situazione con la dovuta serietà. Pensa di poter fare il burattinaio con la mia
vita. Pensa che basti chiedermi scusa e io lo perdonerò, ma non è così che funziona. Non
più, almeno.»
«Be’, sono contenta di sentire che ti fai valere.»
Per fortuna non mi chiede altri dettagli. «Grazie, anch’io.»
Sono davvero fiera di me per aver tenuto testa a Hardin invece di arrendermi, ma allo
stesso tempo mi sento molto in colpa per quello che gli ho detto ieri. So che lo meritava,
ma non riesco a non domandarmi se davvero mi vuole bene quanto dice di volermene.
Ma anche se fosse così, temo che non basterebbe a garantire che non mi faccia più del
male.
Perché è questo che fa: fa soffrire le persone.
Kimberly cambia argomento. «Stasera, dopo l’ultima conferenza, possiamo uscire. Quei
due saranno in riunione tutto sabato mattina, e noi ne approfitteremo per fare shopping.
Usciamo stasera e un’altra sera. Che ne dici?»
«Uscire dove? Ho solo diciotto anni!» rispondo ridendo.
«Figurati, Christian conosce un mucchio di gente a Seattle. Se sei con lui puoi entrare
ovunque.» Mi piace come le si illuminano gli occhi quando parla di Mr Vance.
«Va bene», dico. Non sono mai «uscita» in vita mia. Sono stata ad alcune feste della
confraternita, ma mai in discoteca o cose del genere.
«Ci divertiremo, vedrai», mi assicura. «E devi assolutamente metterti quel vestito.»
10
Hardin
RESTERAI solo per tutta la vita. Io riuscirò a dimenticarti, troverò un bravo ragazzo che mi
tratterà come avresti dovuto trattarmi tu, ci sposeremo e avremo dei figli. Sarò felice.
Le parole di Tessa mi rimbombano in testa. So che ha ragione, ma vorrei
disperatamente che non fosse così. La solitudine non mi era mai pesata, finora… ma
adesso so cosa mi perdo.
«Ci sei?» La voce di Jace mi riscuote dai pensieri.
«Ehm… che c’è?» Mi ero quasi dimenticato che stavo guidando.
Mi guarda storto e tira una boccata di fumo dalla canna che ha in mano. «Eri distratto.
Andiamo da Zed.»
«Mmm, non lo so…»
«Perché no? La devi smettere di piangerti addosso, cazzo.»
Lo fulmino con un’occhiata. Se stanotte avessi chiuso occhio, troverei le energie per
strozzarlo, invece mi limito a ribattere lentamente: «Non mi piango addosso».
«Eccome se ti piangi addosso. Stasera hai bisogno di alcol e donne. Ci sarà di sicuro
qualche ragazza facile, alla festa.»
«Non ho bisogno di ragazze.» Non voglio nessun’altra se non lei.
«Be’, dai, andiamo da Zed. Anche se non hai intenzione di andare a letto con nessuna,
puoi almeno farti qualche birra.»
«Non ti capita mai di volere di più?» gli chiedo.
Mi fissa come se mi fosse spuntata una seconda testa. «Eh?»
«Insomma, non ti stufi mai di andare a tutte le feste e portarti a letto una ragazza
diversa ogni volta?»
«Ehi, la situazione è più grave di quanto pensassi. Ci sei rimasto proprio sotto, bello!»
«No, no, dicevo per dire. Insomma, è noioso fare sempre le stesse cose.»
Non sa quant’è divertente stare sdraiati a letto con Tessa e farla ridere, non sa quant’è
bello sentirla parlare dei suoi romanzi preferiti, e quando mi schiaffeggia se cerco di
palparla. È meglio di qualsiasi festa.
«Ti ha ridotto proprio male.»
«Non è vero», mento.
«Già, come no…» Jace butta il mozzicone della canna dal finestrino. «Adesso però è
single, vero?» mi chiede, e quando vede che stringo più forte il volante scoppia a ridere.
«Ti prendo in giro, Scott. Volevo solo vedere quanto riuscivo a farti arrabbiare.»
«Vaffanculo», borbotto, e svolto verso casa di Zed.
11
Tessa
IL Four Seasons di Seattle è l’albergo più bello che abbia mai visto. Cerco di camminare
lentamente per ammirarlo meglio, ma Kimberly mi trascina in ascensore seminando
Trevor e Mr Vance.
Ci fermiamo davanti alla porta di una stanza. «Questa è la tua», dice Kimberly.
«Quando avrai disfatto i bagagli, ci vediamo nella nostra suite per stabilire il programma
del weekend, anche se so che l’hai già fatto. Dovresti cambiarti, perché è meglio se
conservi quel vestito per stasera.» Mi fa l’occhiolino e si avvia in corridoio.
Non c’è confronto tra quest’albergo e il motel in cui ho passato le ultime due notti.
Dalla finestra si vede un bellissimo panorama di Seattle. Sarebbe un sogno vivere in
questa città, in un appartamento all’ultimo piano di un palazzo, e lavorare nella casa
editrice Seattle Publishing… o anche alla Vance, ora che aprono una sede qui. Sarebbe
fantastico.
Sistemo i vestiti nell’armadio e mi metto una gonna nera dritta e una maglia lilla. Sono
eccitata all’idea di andare al congresso, ma nervosa a quella di uscire stasera. So che ho
bisogno di divertirmi un po’, ma è tutto così nuovo per me… e mi sento ancora scossa per
la questione di Hardin.
Quando raggiungo la suite di Kimberly e Mr Vance sono già le due e mezzo. Mi assale
l’ansia, perché so che alle tre dobbiamo essere al piano di sotto, nella sala congressi
dell’albergo.
Kimberly mi accoglie calorosamente e mi fa entrare. La suite comprende un salotto e
una sala da pranzo: sembra più grande della casa di mia madre.
«Ma… wow!» esclamo.
Mr Vance ride e si versa un bicchiere d’acqua. «Già, non è male.»
«Abbiamo ordinato il servizio in camera, così mangiamo qualcosa prima di scendere.
Arriverà da un momento all’altro», dice Kimberly. Sorrido e la ringrazio. Non mi ero resa
conto di avere fame finché non ne hanno parlato. Non mangio niente da ieri.
«Sei pronta ad annoiarti a morte?» mi domanda Trevor entrando nella stanza.
«Non mi annoierò, anzi forse non vorrò più andarmene da qui», dico ridendo.
«Neanch’io», ammette.
«Idem», gli fa eco Kim.
Mr Vance le posa una mano sulla schiena e dice: «Ci possiamo organizzare, amore».
Io distolgo lo sguardo.
«Potremmo trasferire direttamente qui gli uffici!» scherza Kimberly. O almeno credo
che scherzi.
«A Smith piacerebbe molto Seattle», aggiunge Mr Vance.
«Smith?» chiedo, poi ricordo il matrimonio e arrossisco. «Scusi, certo, suo figlio.»
«Non preoccuparti, so che è un nome strano.» Ride e si appoggia alla spalla di
Kimberly. Dev’essere bellissimo avere una relazione basata sull’amore e sulla fiducia.
Invidio Kimberly. Mi vergogno, ma la invidio lo stesso. Ha un uomo che tiene a lei e che
farebbe qualsiasi cosa per renderla felice. È così fortunata…
Sorrido. «È un bel nome.»
Dopo mangiato scendiamo al piano terra e mi ritrovo in una grande sala riunioni piena
di gente che ama i libri. È il paradiso.
«Va’ in giro, parla con tutti. Sei qui per conoscere gente», mi incita Mr Vance. E per le
tre ore successive mi presenta a ogni persona che incontra. La cosa più bella è che non
mi presenta come la sua stagista: mi tratta come un’adulta. Tutti mi trattano come
un’adulta.
12
Hardin
«BENE, bene, guarda un po’ chi è arrivato», esclama Molly quando entro con Jace
nell’appartamento di Zed.
«Già ubriaca?» le chiedo.
«Sono le cinque passate», ribatte con un sorrisetto malevolo. «Bevi qualcosa con me,
Hardin», continua prendendo dal bancone una bottiglia di liquore ambrato e due
bicchierini da shot.
«E va bene, ma uno solo», concedo. Lei sorride e riempie i bicchieri.
Dieci minuti dopo mi ritrovo a scorrere le foto sul telefono. Mi dispiace di non aver
permesso a Tessa di scattare altre foto di noi due insieme, perché ora ne avrei di più da
guardare. Ha ragione Jace: sono ridotto malissimo. Mi sembra di impazzire lentamente, e
la cosa peggiore è che sarei contento di impazzire, se in cambio potessi riavvicinarmi a
lei.
Sarò felice, ha detto. Questo significa che finora non l’ho resa felice, però potrei
riuscirci. Ma so anche che non devo continuare a starle addosso. Ho fatto riparare la sua
macchina perché non volevo che dovesse farlo da sola, e ne sono contento: se non avessi
telefonato a Vance per assicurarmi che lei avesse un passaggio per andare in ufficio, non
avrei mai saputo che stava andando a Seattle.
Perché non me l’ha detto? Quello stronzo di Trevor è con lei, adesso, al posto mio. So
che lei gli piace, e penso che Tessa potrebbe innamorarsi di lui. È il tipo giusto per lei, e
hanno molte cose in comune. Non come io e lei. Lui potrebbe renderla felice. Il solo
pensiero mi fa infuriare, mi fa venir voglia di spaccargli la testa…
Ma forse devo lasciarle spazio, permetterle di trovare la felicità. Ieri mi ha detto chiaro
e tondo che non riuscirà a perdonarmi.
«Molly!» chiamo dal divano.
«Che c’è?»
«Portami un altro bicchiere!» Anche senza guardarla, so che sorride vittoriosa.
13
Tessa
«È STATO fantastico! La ringrazio molto di avermi invitata!» esclamo rivolta a Mr Vance
mentre entriamo in ascensore.
«È stato un piacere, sei tra i miei migliori collaboratori. Sarai anche una stagista, ma
sei molto in gamba. E ti prego, chiamami Christian, come ti ho già chiesto più volte», dice
fingendosi esasperato.
«Sì, va bene. È stato incredibile, Mr… Christian. È interessante ascoltare le diverse
opinioni sull’editoria digitale, soprattutto visto che il mercato degli ebook continuerà a
crescere, ed è una tecnologia comoda e semplice per i lettori. Siamo a una svolta
cruciale, il mercato non fa che espandersi…» farnetico.
«Vero, vero. E stasera abbiamo aiutato la Vance a crescere ancora un po’: pensa a
quanti nuovi clienti conquisteremo quando avremo ottimizzato appieno le attività.»
«Avete finito, voi due?» esclama Kimberly prendendo a braccetto Christian.
«Cambiamoci e usciamo! Per la prima volta da mesi abbiamo una babysitter!»
Lui le sorride. «Sissignora.»
Sono contenta che, dopo la morte della moglie, Mr Vance – cioè, Christian – abbia
ritrovato la felicità. Mi giro verso Trevor e lui mi sorride.
«Ho bisogno di bere qualcosa», esclama Kimberly.
«Anch’io», risponde Christian. «Allora vediamoci tutti nella hall tra mezz’ora, l’autista
verrà a prenderci qui davanti. La cena la offro io!»
Torno in camera e attacco alla presa l’arricciacapelli, per ritoccare i ricci. Sfumo
l’ombretto sulle palpebre e valuto il risultato allo specchio: è vistoso, ma non troppo.
Traccio una riga di eyeliner e metto un po’ di fard. L’abito blu scuro che indossavo
stamattina sembra ancora più bello con un po’ di make-up e i capelli più voluminosi.
Vorrei che Hardin…
No, non lo voglio, non lo voglio, mi ripeto, mentre infilo le scarpe nere con il tacco.
Prendo borsa e telefono ed esco dalla stanza per raggiungere i miei amici… ma sono
davvero miei amici?
Non lo so, però mi sembra che Kimberly lo sia diventata, e Trevor è molto gentile.
Christian è il mio capo, quindi con lui è un po’ diverso.
In ascensore scrivo un messaggio a Landon per dirgli che mi sto divertendo molto a
Seattle. Sento la sua mancanza e spero che resteremo amici ancora a lungo.
Uscendo dall’ascensore vedo Trevor. Indossa pantaloni neri eleganti e un maglione
color crema: per certi versi mi ricorda Noah. Mi concedo un secondo per ammirare la sua
bellezza prima di farmi avanti. Quando mi vede arrossisce e si mette a tossire per
mascherare l’imbarazzo, e a me viene un po’ da ridere.
«Sei… sei bellissima», balbetta.
«Grazie», dico sorridendo. «Anche tu non sei male.»
Ora è paonazzo. «Grazie», mormora. È strano vederlo agitato, di solito è molto calmo
e rilassato.
«Eccoli!» strilla Kimberly venendo verso di noi.
«Wow, Kim!» esclamo. È bellissima: indossa un abito rosso con lo scollo all’americana
che le arriva a metà coscia. Si è lisciata i corti capelli biondi: le danno un’aria sexy ma di
classe.
«Ho l’impressione che passeremo la serata a trascinare via gli altri uomini da queste
due», commenta Christian rivolgendosi a Trevor, e tutti e due si mettono a ridere mentre
usciamo.
Su richiesta di Christian l’autista ci porta a un ottimo ristorante di pesce. Prendo un
salmone delizioso e tortine di granchio, e Christian ci racconta aneddoti esilaranti su
quando era editore a New York, facendoci divertire tantissimo.
Dopo cena l’autista ci accompagna a un palazzo di tre piani interamente in vetro, non
lontano dal ristorante. Centinaia di luci lampeggianti fendono il buio lasciando intravedere
le sagome delle persone che ballano. Il locale è più grande e più affollato di come
immaginavo che fosse una discoteca.
Mentre scendiamo, Kimberly mi prende per il braccio. «Domani andiamo in un posto
più tranquillo, ma alcuni dei ragazzi del congresso hanno insistito per venire qui!»
Un energumeno sta di guardia all’ingresso con una cartelletta in mano. La fila sul
marciapiede arriva in fondo alla strada.
«Ci sarà da aspettare molto?» domando a Trevor.
«Oh, no, Mr Vance non aspetta mai», ridacchia lui.
Scopro ben presto cosa intende: Christian bisbiglia qualcosa al buttafuori, che ci fa
subito passare.
Resto un po’ stordita dalla musica a tutto volume e dalle luci. Non capirò mai perché la
gente sia disposta a sborsare dei soldi per farsi venire il mal di testa e strusciarsi contro
dei perfetti estranei.
Una ragazza in minigonna ci accompagna al piano superiore, in una saletta con due
divani e un tavolo delimitata da tende sottili al posto delle pareti.
«Questo è il privé riservato ai vip, Tessa», mi spiega Kimberly.
«Ah», rispondo semplicemente, e vado a sedermi con loro su uno dei divani.
«Cosa bevi di solito?» mi chiede Trevor.
«Be’, di solito non bevo.»
«Neanch’io. Mi piace il vino, ma non bevo spesso», mi informa.
«No, Tessa», interviene Kimberly. «Stasera devi bere! Ne hai bisogno!»
«Io…»
«Prende un Sex on the beach, e ne prendo uno anch’io», dice alla cameriera.
Christian ordina un cocktail che non ho mai sentito nominare e Trevor chiede un
bicchiere di vino rosso. Nessuno ha ancora sollevato la domanda se io abbia o no l’età
legale per bere alcolici. Forse dimostro ventun anni, o forse qui conoscono Christian e non
vogliono metterlo a disagio domandandomi i documenti.
Non ho idea di cosa sia un Sex on the beach, ma preferisco non confessare la mia
ignoranza. La cameriera torna e mi porge un bicchiere alto con una fetta di ananas e un
ombrellino rosa. La ringrazio e bevo un sorso con la cannuccia. È molto buono, dolce ma
con un retrogusto amarognolo.
«Buono?» mi chiede Kim. Annuisco e ne bevo un altro sorso.
14
Hardin
«DAI, Hardin, ancora uno», mi sussurra Molly all’orecchio.
Ho già bevuto tre shot, e so che se ne prendo un altro mi ubriacherò. Da un lato,
sarebbe bello dimenticare i problemi. Ma devo restare lucido.
«Vuoi che ce ne andiamo?» biascica lei.
Odora di erba e whisky. Avrei una mezza voglia di portarla in bagno e scoparmela, solo
perché posso. Solo perché Tessa è a Seattle con quello stronzo di Trevor e io sono a tre
ore di distanza, seduto su un divano, con troppo alcol in corpo.
«Coraggio, Hardin, lo sai che posso fartela dimenticare», dice venendo a sedersi sulle
mie ginocchia.
«Cosa?» le chiedo mentre si struscia contro di me.
«Tessa. Posso aiutarti a dimenticarla. Puoi scoparmi fino a dimenticare anche il suo
nome.» Il suo respiro è caldo sul mio collo.
Mi tiro indietro. «Levati di dosso.»
«Ma che ti prende?» sbotta lei risentita.
«Non ti voglio.»
«Ah, questa sì che è una novità. Tutte le altre volte non ti è pesato molto scoparmi, mi
pare.»
«Non da quando…»
«Da quando cosa?» Salta giù dal divano e si mette a gesticolare. «Da quando hai
conosciuto quella… cretina con la puzza sotto il naso?»
Devo ricordare a me stesso che Molly è una ragazza prima di fare qualche
stupidaggine. «Non parlare così di lei», le intimo alzandomi.
«È la verità, e ora guardati: stai appiccicato come un cagnolino a quella ex santarellina
che neppure ti vuole!» strilla, ridendo o piangendo (con lei è difficile capire la differenza).
Stringo i pugni. Jace e Zed si avvicinano a Molly. «Diteglielo, ragazzi. Ditegli che è
diventato insopportabile da quando abbiamo rivelato la verità a quella là.»
«Non abbiamo: hai», la corregge Zed.
Lei lo guarda male. «Capirai cosa cambia.»
«Che problema c’è?» chiede Jace.
«Nessuno», rispondo io. «Si è incazzata perché non la voglio scopare.»
«No, mi incazzo perché sei uno stronzo. Tanto non stai simpatico a nessuno. Per
questo Jace mi ha detto di dirglielo.»
«Cos’ha fatto?» sibilo, sforzandomi di trattenere la rabbia. Sapevo già che Jace è un
bastardo, ma ero sicuro che fosse stata la gelosia a spingere Molly a rivelare tutto a
Tessa.
«Sì, mi ha detto lui di dirglielo. Aveva programmato tutto: io le avrei raccontato la
verità davanti a te, dopo averle fatto bere un paio di bicchieri; poi lui l’avrebbe inseguita
e consolata mentre tu frignavi come un neonato.» Scoppia a ridere e continua: «Com’è
che hai detto, Jace? Che volevi ‘scopartela a dovere’, giusto?» e mima le virgolette con le
dita.
Avanzo di un passo verso Jace.
«Ehi, bello, era solo uno scherzo…» si difende lui.
Se non sbaglio è un ghigno quello che vedo sulle labbra di Zed quando il mio pugno
entra in contatto con il mento di Jace.
Continuo a sferrare cazzotti, ma non sento dolore: la rabbia ha la meglio su ogni altra
sensazione. L’idea di lui che tocca Tessa, la bacia, la spoglia… mi spinge a picchiarlo più
forte. Voglio fargli più male possibile.
Gli occhiali di Jace sono a terra, rotti, accanto al suo viso sanguinante. Due mani mi
tirano via da lui a forza.
«Smettila, o lo ammazzerai!» grida Logan, riportandomi alla realtà.
«Se avete qualcosa da aggiungere, parlate adesso!» sbraito a quelli che un tempo
consideravo amici, o qualcosa di simile.
Restano tutti in silenzio, persino Molly.
«Sul serio! Se qualcuno si lascia sfuggire un’altra parola su di lei, vi faccio a pezzi dal
primo all’ultimo, stronzi!» Fulmino Jace, che sta tentando faticosamente di rialzarsi, ed
esco dall’appartamento di Zed.
15
Tessa
«È BUONISSIM O!» esclamo, bevendo l’ultimo sorso del cocktail.
Kimberly sorride. «Ne vuoi un altro?» Ha gli occhi un po’ arrossati ma è ancora lucida,
mentre io mi sento strana e mi gira la testa.
Ubriaca. Ecco la parola che cercavo.
Faccio un deciso cenno di assenso, e tamburello le dita sul ginocchio al ritmo della
musica.
«Ti senti bene?» mi chiede Trevor divertito.
«Sì, benissimo!» grido sopra la musica.
«Dobbiamo ballare!» dice Kimberly.
«Io non ballo! Be’, non sono capace, non con questa musica!» Non ho mai ballato nel
modo in cui vedo ballare gli altri, e in condizioni normali non mi sognerei di farlo. Ma
l’alcol che ho in corpo mi infonde un coraggio che non avevo mai provato. «Oh, al
diavolo… balliamo!» esclamo.
Kimberly sorride e si gira a baciare Christian sulle labbra, un bacio più lungo del solito.
Poi scatta in piedi, mi tira su dal divano e mi conduce verso la pista. Mi affaccio a una
ringhiera e vedo che sotto di noi ci sono altri due piani di gente che balla. Ciascuno
sembra perso nel suo mondo; è uno spettacolo che mi affascina e mi preoccupa al tempo
stesso.
Ovviamente Kimberly sa ballare benissimo, quindi chiudo gli occhi e cerco di
abbandonarmi alla musica.
Dopo un altro paio di cocktail e non so quante canzoni, ho l’impressione che la
discoteca mi giri intorno. Mi avvio verso il bagno e sento vibrare il telefono in borsa. Lo
tiro fuori: è mia madre. Non ho intenzione di risponderle, perché sono troppo ubriaca.
Mentre sono in fila per il bagno vedo che Hardin non mi ha scritto.
Forse dovrei controllare cosa sta combinando?
No, non posso. Sarebbe irresponsabile, e domani me ne pentirei.
Mentre aspetto in coda, le luci stroboscopiche iniziano a darmi fastidio. Cerco di
concentrarmi sullo schermo del telefono. Appena si libera un bagno, mi fiondo dentro e
mi chino sulla tazza, aspettando che il mio corpo decida se vomitare o no. Detesto questa
sensazione. Se Hardin fosse qui mi porterebbe dell’acqua, mi scosterebbe i capelli dal
viso.
No. Non lo farebbe.
Dovrei chiamarlo.
Mi rassegno all’idea che non vomiterò ed esco dal bagno. Mi fermo davanti ai
lavandini, incastro il telefono tra la spalla e l’orecchio e strappo un fazzoletto di carta dal
dispenser. Mi è colato un po’ l’eyeliner, sono spettinata e ho gli occhi rossi. Al terzo squillo
riaggancio e poso il cellulare sul bordo del lavandino.
Ma perché non risponde? Proprio in quel momento il telefono inizia a vibrare, e per
poco cade nel lavandino. Non so perché, ma mi viene da ridere.
Sullo schermo c’è il nome di Hardin. Rispondo con le mani bagnate. «Harold?» dico.
Harold? Dio, ho bevuto troppo.
Ha una voce strana. «Tessa? Tutto bene? Mi cercavi?»
Dio, che bella voce. «Non lo so, hai una chiamata da me? Perché in tal caso è
probabile che fossi io.» Rido.
Cambia tono all’istante. «Hai bevuto?»
«Può darsi.»
«Dove sei?» mi chiede in tono severo.
«Ehi, calmati.» Mi dice sempre che devo calmarmi, stavolta tocca a me.
«Tessa…» ribatte sospirando. Capisco che è arrabbiato, ma non sono abbastanza
lucida per interessarmene. «Quanto hai bevuto?»
«Non lo so. Cinque… o sei, penso.» Mi appoggio al muro. Le piastrelle fredde sono un
toccasana per la mia pelle accaldata.
«Cinque o sei cosa?»
«Sex on the beach… noi non abbiamo mai fatto sesso sulla spiaggia… poteva essere
divertente.» Vorrei tanto vedere la sua stupida faccia, in questo momento. Non stupida…
bella. Ma per ora preferisco considerarla stupida.
«Oddio, sei ubriaca fradicia. Dove sei?»
«Lontano da te.»
«Questo lo so. Sei in discoteca?» ringhia.
«Oooh, qualcuno si è alzato con il piede sbagliato…» Rido.
«Non ci metto niente a scoprire dove sei.» So che è vero, ma non me ne importa
niente.
«Perché non mi hai chiamata, oggi?»
«Eh?» fa lui, chiaramente spiazzato.
«Oggi non hai provato a chiamarmi.» Sono patetica.
«Pensavo che non volessi sentirmi.»
«Infatti no, ma comunque…»
«Be’, ti chiamo domani», risponde in tono calmo.
«Non riattaccare.»
«Non volevo riattaccare… stavo dicendo che ti chiamo domani, anche se non rispondi.»
Il mio cuore fa un sussulto. Cerco di rimanere calma. «Okay.» Cosa sto facendo?
«Ora però mi dici dove sei?»
«No.»
«C’è Trevor con te?»
«Sì, ma c’è anche Kim… e Christian.» Non so perché mi sto giustificando.
«Perciò era questo il piano, eh? Portarti al congresso, farti ubriacare e trascinarti in una
discoteca del cazzo?» dice alzando la voce. «Devi tornare in albergo. Non sei abituata a
bere, e ora sei in giro, e Trevor…»
Gli sbatto il telefono in faccia. Chi si crede di essere? Dovrebbe essere contento che io
l’abbia chiamato, ubriaca o no. Che guastafeste.
Ho bisogno di bere ancora qualcosa.
Il mio telefono vibra senza sosta, ma non rispondo. Beccati questo, Hardin.
Torno al nostro privé e ordino un altro cocktail.
«Tutto bene? Sembri arrabbiata», mi dice Kimberly.
«Sì, sto bene!» mento, e scolo il cocktail appena la cameriera me lo porta. Hardin è
così prepotente! È colpa sua se non stiamo più insieme, e ha il coraggio di rimproverarmi
quando lo chiamo? Ora potrebbe essere qui con me, se non avesse fatto quello che ha
fatto. Invece, con me c’è Trevor. Trevor, che è molto dolce e molto carino.
«Che c’è?» mi chiede lui accorgendosi che lo fisso.
Rido e distolgo lo sguardo. «Niente.»
Bevo un altro bicchiere, parliamo di tutte le belle cose che faremo domani. Poi mi alzo.
«Torno a ballare!» annuncio.
Trevor sta per dire qualcosa, forse vuole offrirsi di venire con me, ma ci ripensa e resta
in silenzio. Kimberly rifiuta con un cenno della mano, ma non mi dispiace ballare da sola.
Probabilmente sono ridicola, ma è bello perdersi nella musica e dimenticare tutto il resto,
per esempio la telefonata con Hardin.
Dopo mezza canzone percepisco una sagoma alle mie spalle, una sagoma alta. Mi giro
e vedo un bel ragazzo in jeans scuri e camicia bianca. Ha i capelli castani molto corti e un
bel sorriso. Non è Hardin, ma d’altronde nessuno può competere con lui.
Smettila di pensare a Hardin, mi dico. Lui posa le mani sui miei fianchi e mi sussurra
all’orecchio: «Posso ballare con te?»
«Be’… certo», rispondo. Ma è l’alcol a parlare per me.
«Sei molto bella.» Mi fa girare e si spinge contro la mia schiena. Chiudo gli occhi e
immagino di essere qualcun altro. Una donna che balla con gli sconosciuti in discoteca.
La canzone successiva è più lenta, e i miei fianchi ondeggiano in modo più sensuale. Il
ragazzo mi fa voltare verso di lui, mi prende la mano e la sfiora con le labbra. Ci
guardiamo negli occhi e un istante dopo mi ritrovo con la sua lingua in bocca. Quel sapore
sconosciuto mi dà quasi la nausea, so che dovrei respingerlo, così mi suggerisce il cuore.
Ma il cervello mi suggerisce tutt’altro: Bacialo per dimenticare Hardin. Bacialo.
Perciò ignoro la nausea, chiudo gli occhi e ricambio il bacio. Ho baciato più ragazzi in
tre mesi di università che in tutto il resto della mia vita. Le mani dello sconosciuto si
posano sulla mia schiena e iniziano a scendere.
«Vuoi venire a casa mia?» mi chiede.
«Eh?»
«A casa mia, andiamo.»
«Ehm… Non mi sembra una buona idea.»
«Oh sì, che è una buona idea», ride lui. Le luci colorate gli illuminano il viso, dandogli
un aspetto strano e molto più minaccioso di prima.
«Cosa ti fa pensare che verrei a casa tua? Non ti conosco neppure!» grido sopra la
musica.
«Perché mi sei saltata addosso, sporcacciona, e mi è piaciuto molto», risponde, come
se fosse un’ovvietà e non un insulto.
Vorrei tirargli una ginocchiata tra le gambe, ma cerco di calmarmi e riflettere. Mi sono
strusciata contro di lui e l’ho baciato. È ovvio che ora lui voglia di più. Ma cosa mi prende?
Questa non sono io.
«Mi dispiace, no», rifiuto allontanandomi.
Quando torno dagli altri, Trevor sta per addormentarsi sul divano. Sorrido: è davvero
adorabile. Mi siedo e prendo una bottiglietta d’acqua.
«Ti sei divertita?» mi chiede Kimberly.
«Sì, molto», rispondo nonostante tutto.
«Che dici, amore, ce ne andiamo? Dobbiamo alzarci presto», dice Christian a Kim.
«Sì, quando vuoi.» Lei gli accarezza una coscia, e io mi sento arrossire.
Do di gomito a Trevor. «Vieni, o resti a dormire qui?»
Ride e si alza a sedere diritto. «Non ho ancora deciso, questo divano è comodo e la
musica è così rilassante…»
Christian chiama l’autista e ci informa che arriverà entro pochi minuti. Scendiamo dalla
scala a chiocciola che corre lungo un lato della sala. Al bar del piano terra Kimberly ordina
un ultimo cocktail, e sono tentata di fare lo stesso, ma poi capisco che ho bevuto
abbastanza. Se ne prendo un altro rischio di addormentarmi, o di vomitare, e non voglio
che accada nessuna delle due cose.
Quando Christian riceve un sms, ci avviamo tutti all’uscita. Fuori c’è una brezza
leggera, piacevole sulla pelle accaldata. Saliamo in macchina.
Sono quasi le tre del mattino quando arriviamo in albergo. Sono ubriaca e muoio di
fame. Mangio quasi tutto quello che c’è nel minibar e mi butto sul letto senza neppure
togliermi le scarpe.
16
Tessa
UN rumore fastidioso mi sveglia. Impiego qualche secondo a capire che non è la voce di
mia madre, ma qualcuno che bussa alla porta.
«Arrivo!» strillo, ma poi mi fermo e guardo l’orologio sulla scrivania: non sono neanche
le quattro del mattino. Chi può essere?
Nonostante l’ubriachezza, mi assale il panico. E se fosse Hardin? Sono passate più di
tre ore dalla telefonata, ma come avrebbe fatto a trovarmi? Cosa gli dirò? Non sono
pronta.
Vado ad aprire, preparandomi al peggio.
Invece è solo Trevor. Mi sento delusa, mi stropiccio gli occhi. Sono ancora ubriaca
come quando sono andata a letto.
«Scusa se ti ho svegliata, ma hai tu il mio telefono?» mi chiede.
«Eh?» mormoro, e mi scosto per lasciarlo entrare in camera. Quando la porta si
richiude alle sue spalle restiamo quasi al buio. Ma sono troppo ubriaca per cercare
l’interruttore.
«Temo che ci siamo scambiati i telefoni per sbaglio. Io ho il tuo, e credo che tu abbia il
mio.» Mi porge il cellulare. «Volevo aspettare domattina, ma il tuo telefono non la smette
di squillare.»
«Ah», è l’unica cosa che riesco a dire. Vado a prendere la borsa e dentro ci trovo quello
di Trevor.
«Scusami, deve essere successo per sbaglio in macchina», gli dico restituendoglielo.
«Non fa niente. Perdonami se ti ho svegliata. Sei l’unica ragazza che conosco a essere
bella anche appena sveglia…»
Viene interrotto da qualcuno che bussa con forza alla porta.
Mi arrabbio. «Ma che accidenti volete, tutti? C’è una festa in camera di Tessa?» strillo,
e vado alla porta, pronta a gridare al cameriere che immagino sia venuto a rimproverarmi
per il rumore.
Poi lo sento: «Tessa! Apri la porta!» La voce di Hardin rimbomba nell’aria come se non
ci fosse una porta a separarmi da lui. Una luce si accende alle mie spalle, e mi accorgo
che Trevor è impa llidito.
Se Hardin lo trova in camera mia non andrà a finire bene, anche se non stavamo
facendo niente.
«Nasconditi in bagno», improvviso.
«Cosa? Non posso nascondermi in bagno!» esclama lui esterrefatto. In effetti è un’idea
ridicola.
«Apri questa cazzo di porta!» grida ancora Hardin, poi inizia a prenderla a calci.
Ripetutamente.
Guardo di nuovo Trevor prima di aprire la porta. Cerco di imprimermi nella memoria il
suo bel viso prima che Hardin lo deturpi a suon di cazzotti.
«Arrivo!» strillo, e quando socchiudo la porta vedo Hardin, infuriato, vestito di nero da
capo a piedi. Con la mente offuscata dall’alcol noto che al posto degli anfibi indossa
semplici Converse nere. Non l’avevo mai visto senza le sue solite scarpe. Mi piace questa
novità…
Ma non devo distrarmi.
Spalanca la porta con uno spintone e mi oltrepassa puntando dritto verso Trevor. Lo
afferro per la maglietta e per fortuna riesco a fermarlo.
«Pensi di poterla far ubriacare e poi venire in camera sua, eh, stronzo?» tuona, ma non
si sta sforzando troppo di divincolarsi dalla mia stretta, altrimenti a quest’ora ci sarebbe
riuscito da un pezzo. «Ho visto accendersi la luce dallo spioncino: cosa facevate voi due al
buio?!»
«Io non… io…» inizia Trevor.
«Hardin, piantala! Non puoi andare in giro a prendere a botte la gente!» esclamo,
continuando a tirarlo per la maglietta.
«Sì che posso!» ringhia lui.
«Trevor, torna in camera tua, io intanto cerco di farlo ragionare. Mi scuso per il suo
comportamento folle», dico.
Trevor sembra quasi divertito, ma un’occhiata di Hardin basta a zittirlo.
Mentre Trevor esce, Hardin si gira verso di me. «Comportamento folle?»
«Sì, folle! Non puoi precipitarti nella mia stanza e picchiare il mio amico.»
«Non doveva essere qui. Cosa ci faceva? Perché sei ancora vestita? E da dove cazzo
salta fuori quel vestito?» dice squadrandomi.
Tento di concentrarmi sull’indignazione anziché sul calore che sento diffondersi nella
pancia.
«È venuto a riprendere il suo telefono perché ce l’avevo io per sbaglio. E… non mi
ricordo quali erano le altre domande.»
«Be’, forse non dovevi bere così tanto.»
«Bevo quello che mi pare, quando, come e perché mi pare.»
Mi guarda con sufficienza e si lascia sprofondare nella poltrona. «Sei antipatica quando
bevi.»
«E tu sei antipatico… sempre. E chi ti ha dato il permesso di sederti?» sbuffo,
incrociando le braccia.
Lui mi guarda con quei bellissimi occhi verdi. Dio, com’è sexy in questo momento…
«Non riesco a credere che lui fosse in camera tua.»
«E io non riesco a credere che ci sia tu, in camera mia», ribatto.
«Te lo sei scopato?»
«Cosa? Come osi farmi una domanda del genere?»
«Rispondi.»
«No, stronzo. Certo che no.»
«Volevi… vuoi?»
«Oddio, Hardin, sei impazzito!» esclamo mettendomi a camminare avanti e indietro tra
la finestra e il letto.
«Be’, allora perché sei ancora vestita?»
«Ma che domanda è? E comunque non sono affari tuoi con chi vado a letto. Forse ho
fatto sesso con lui, forse con qualcun altro.» Soffoco un sorriso e dico lentamente: «Non
lo saprai mai».
Le mie parole hanno l’effetto desiderato: lo sguardo di Hardin si incupisce. «Cos’hai
detto?»
È molto meglio di come immaginassi. Mi piace essere ubriaca quando sono con Hardin,
perché parlo senza riflettere, dico quel che penso davvero; e mi diverto un mondo.
«Mi hai sentito», ripeto avvicinandomi a lui. «Forse mi sono lasciata portare in bagno
da quel ragazzo in discoteca. Forse io e Trevor l’abbiamo fatto su questo letto», rincaro.
«Sta’ zitta. Sta’ zitta, Tessa.»
Ma io rido, mi sento potente. E ho voglia di strappargli la maglietta di dosso. «Che c’è,
Hardin? Non ti piace l’idea che Trevor mi tocchi?» Non so se sia per la rabbia di Hardin,
per l’alcol o per il fatto che ho sentito la sua mancanza, ma d’impulso vado a sedermi
sopra di lui, a cavalcioni sulle sue gambe.
L’ho completamente spiazzato, lo sento tremare. «Cosa… cosa stai facendo, Tessa?»
«Rispondimi, Hardin. Ti piace l’idea di Trev…»
«Smettila. Non dirlo più…» mi scongiura.
«Rilassati. Sai che non lo farei.»
Gli getto le braccia al collo, e una nostalgia terribile mi assale.
«Sei ubriaca, Tessa», ribadisce, cercando di togliersi le mie braccia dal collo.
«E allora? Ti voglio.» Siamo entrambi sorpresi dalle mie parole.
Decido di non pensare più. Passo le mani tra i suoi capelli. Quanto mi mancava la
sensazione dei suoi capelli fra le dita…
«Tessa… non sai quello che fai. Hai bevuto.»
Ma lo dice senza convinzione.
«Hardin… tu pensi troppo. Non ti manco?» gli chiedo baciandolo sul collo. Gli ormoni
hanno preso il sopravvento. Non l’avevo mai desiderato così tanto.
«Sì…» mormora mentre gli faccio un succhiotto. «Non posso, Tess… Per favore.»
Ma io non smetto, anzi, inizio a strusciarmi su di lui.
«No…» sussurra, e mi cinge i fianchi con le mani per fermarmi.
Lo guardo male. «Scegli: o mi scopi o te ne vai.»
Cos’ho detto?!
«Mi odierai domani, se lo facciamo mentre sei in questo… stato», continua a parlare,
guardandomi negli occhi.
«Ti odio già», gli faccio notare, e lui rabbrividisce. «Più o meno», preciso a voce più
bassa di quanto volessi.
Allenta la stretta sui miei fianchi. «Possiamo almeno parlarne, prima?»
«No, smettila di fare il guastafeste.» Mi strofino contro la sua gamba.
«Non possiamo… non così.»
Da quando in qua ha degli scrupoli morali? «So che lo vuoi, Hardin, sento quanto sei
duro per me», gli dico all’orecchio. «Dai, non hai voglia di prendermi su questa scrivania?
O sul letto? Sul lavandino? C’è l’imbarazzo della scelta…» farnetico mordicchiandogli il
lobo.
«Merda… Al diavolo», impreca, e mi bacia.
Appena le nostre labbra si toccano, il mio corpo prende fuoco. Mugolo e, in risposta,
Hardin emette un verso egualmente febbricitante. Le mie dita affondano nei suoi capelli e
li afferrano con più forza, mentre io sono incapace di controllare me stessa o il bisogno
che ho di lui. Capisco che lui cerca di trattenersi e mi sembra di impazzire. Afferro l’orlo
della sua maglietta e gliela sfilo. Appena smettiamo di baciarci lui si tira indietro.
«Tessa…»
«Hardin…» dico accarezzando i suoi tatuaggi. Quanto mi sono mancati questi tatuaggi,
questo corpo perfetto, i muscoli che guizzano sotto la pelle.
«Non posso approfittarmi di te», continua, ma poi geme quando gli passo la lingua sul
labbro inferiore.
«Sta’ zitto», gli intimo ridacchiando.
Faccio scivolare una mano sopra i suoi jeans. So che non può resistermi, e la cosa mi
piace più del dovuto. Non avevo mai pensato di ritrovarmi con il coltello dalla parte del
manico, con Hardin: è divertente che i ruoli si siano invertiti.
È così eccitato. Scendo da sopra di lui e inizio a sbottonargli i jeans.
17
Hardin
MI scoppia il cervello. So che è sbagliato, ma non resisto. La voglio, ho bisogno di lei.
Devo averla, e lei mi ha messo di fronte a un ultimatum: scoparla o andarmene. E se
questa è la scelta, non me ne vado di sicuro. Quelle parole sembravano così innaturali
sulle sue labbra, così strane…
Ma così sexy.
Le sue piccole mani mi sbottonano i jeans e li tirano giù. Non sto pensando
razionalmente, non sono lucido. Ho perso la ragione per questa ragazza.
«Aspetta…» ripeto. Non voglio davvero che smetta, ma sento di dover opporre almeno
un po’ di resistenza, per alleviare il senso di colpa.
«No… Non aspetto. Ho aspettato abbastanza», mormora mentre mi tira giù i boxer e
mi afferra con decisione.
«Cazzo, Tessa…»
«Esatto.»
Non riesco a fermarla, non ci riuscirei neanche se volessi. Ne ha bisogno, ha bisogno di
me. E io sono abbastanza egoista da approfittarmene.
Si inginocchia davanti a me e mi prende in bocca. Alza gli occhi su di me e batte le
palpebre. Sembra un angelo e un diavolo allo stesso tempo, così dolce e così
dannatamente sporca.
Si ferma con il mio cazzo davanti alla faccia e chiede con un sorrisetto: «Ti piaccio
così?»
Quelle parole bastano quasi a farmi venire. Annuisco, perché non riesco a parlare, e lei
mi divora di nuovo, e succhia con forza. Non voglio che smetta, ma devo toccarla,
sentirla. «Fermati», la scongiuro, spingendola delicatamente indietro per le spalle. Lei
scuote la testa e continua a torturarmi accelerando il ritmo. «Tessa… ti prego», gemo,
ma la sento ridere, una vibrazione profonda che mi percorre tutto il corpo. Per fortuna si
ferma prima che io le venga in gola.
Sorride e si asciuga le labbra gonfie con il dorso della mano. «Hai un sapore così
buono.»
«Ehi, dove hai imparato a dire queste cose?» le chiedo mentre si alza.
«Non lo so… le penso sempre. Ma non ho mai avuto le palle di dirle.» Si avvia verso il
letto.
Mi viene da ridere a sentirla dire «palle». È così strano per lei. Ma stasera comanda lei,
e lo sa. Si sta divertendo.
Il vestito che indossa basterebbe a spezzare la forza di volontà di qualsiasi uomo. La
stoffa asseconda ogni curva, mette in risalto la sua pelle perfetta, è la cosa più sexy che
abbia mai visto. Finché se lo toglie e me lo lancia. La guardo rapito. Il pizzo bianco del
reggiseno trattiene a malapena le sue curve prosperose, e le mutandine coordinate
rivelano la pelle liscia dell’inguine. Adora essere baciata lì, anche se so che la
imbarazzano le sottili linee bianche, quasi trasparenti, che ha sulla pelle. Ai miei occhi è
perfetta, smagliature o no.
«Tocca a te.» Sorride e si lascia cadere sul letto.
Sognavo questo momento dal giorno in cui mi ha lasciato. Non pensavo che sarebbe
mai successo. Devo godermi ogni istante, perché probabilmente non succederà più.
Devo aver esitato un po’ troppo, perché lei alza la testa e mi fissa perplessa. «Devo
iniziare da sola?»
È insaziabile stasera.
Per tutta risposta la raggiungo sul letto, e lei si strattona impaziente le mutandine.
Gliele sfilo.
«Mi sei mancata tanto», le dico, ma lei mi prende per i capelli e mi spinge là dove mi
vuole. Geme e mugola sotto la mia lingua. So quanto le piace. Ricordo il suo stupore la
prima volta che l’ho toccata. La sua innocenza mi eccitava così tanto, e mi eccita ancora.
«Oddio, Hardin», mormora.
Mi è mancato quel suono. Vorrei dirle che è bagnata, che è pronta per me, ma al
momento non trovo le parole. Sono troppo concentrato sui suoi gemiti e sulle sue mani
che stringono le lenzuola, sul piacere che le sto dando. Infilo un dito dentro di lei, lo
muovo avanti e indietro.
«Ancora, Hardin, ti prego, ancora», mi scongiura, e io la accontento. Infilo un secondo
dito, poi li tolgo e torno a posare la lingua su di lei. Sento che irrigidisce le gambe, come
fa sempre quand’è vicina al limite. Mi tiro indietro per guardare le mie dita che la
accarezzano, e lei grida il mio nome e viene. La osservo, noto ogni dettaglio, il modo in
cui chiude gli occhi e li stringe forte, la sua bocca spalancata, il petto e le guance
arrossati dall’orgasmo. La amo, maledizione. Quanto la amo. Alla fine mi infilo le dita in
bocca per assaporarla. Spero di ricordare questo sapore quando mi lascerà di nuovo.
Il suo respiro affannoso mi distrae. Apre gli occhi e mi fa cenno di avvicinarmi.
«Hai un preservativo?» mi chiede.
«Sì», rispondo, e lei si rabbuia. «Solo per abitudine», preciso, ed è la verità.
«Non mi importa», borbotta, e fa per raccogliere i miei jeans dal pavimento. Trova in
tasca quello che cerca.
«Sei sicura?» domando per la ventesima volta, guardandola negli occhi quando mi
porge la bustina.
«Sì. E se me lo chiedi un’altra volta, prendo il tuo preservativo e vado in camera di
Trevor.»
È davvero scatenata, stasera… ma non posso proprio immaginarla con un altro uomo.
«Come preferisci…» inizia a dire, ma la interrompo coprendole la bocca con la mano.
«Non finire quella frase», ringhio, e la sento sorridere sotto le mie dita. So che non è
giusto, che non dovrei scoparla mentre è ubriaca, ma a quanto pare nessuno dei due può
farci niente. Non posso rifiutarla quando so che mi vuole, e sapendo che c’è una
possibilità… una remota possibilità che decida di darmi un’altra chance se le faccio
ricordare cosa avevamo insieme. Tolgo la mano dalle sue labbra e apro il preservativo.
Appena lo infilo, lei mi monta sopra.
«Voglio iniziare così», insiste. Si cala su di me, strappandomi un sospiro, e inizia a
muoversi lentamente. Le sue curve perfette, i suoi fianchi morbidi mi ipnotizzano. So che
non durerò molto: ho dovuto aspettare troppo. Negli ultimi giorni ho dovuto arrangiarmi
da solo, immaginando di essere con lei.
«Parlami, Hardin, parlami come facevi prima», mormora in tono lamentoso tirandomi a
sé. Odio il modo in cui pronuncia quel «prima», come se fosse passato davvero tanto
tempo.
Mi sollevo dal letto per andarle incontro e poso le labbra sul suo orecchio. «Ti piace
quando ti dico le cose sporche, vero?» bisbiglio, e lei geme. «Rispondimi», insisto, e lei
annuisce. «Lo sapevo… fai la santarellina, ma io lo so chi sei davvero.» Le mordicchio il
collo e poi comincio a succhiare con forza: lascerò sicuramente il segno. Così Trevor lo
vedrà, lo vedranno tutti.
«Lo sai che solo io posso farti stare così… lo sai che nessun altro può farti gridare come
faccio io… nessuno sa esattamente dove toccarti», continuo, accarezzandola nel punto in
cui i nostri corpi si uniscono. È fradicia, le mie dita scivolano.
«Oddio…» mugola.
«Dillo, Tessa, di’ che sono l’unico.» Strofino il clitoride con più forza e continuo a
spingermi in lei. I nostri corpi si muovono all’unisono.
«Sì, lo sei.» Getta la testa all’indietro: si abbandona completamente alla passione, e io
con lei.
«Cos’è che sono?»
Ho bisogno di sentirglielo dire, anche se è una bugia. La disperazione che provo mi
terrorizza. La prendo per i fianchi e la faccio girare sotto di me, e lei lancia uno strillo.
Affondo le dita sulla pelle morbida dei suoi fianchi. Ho bisogno che mi senta, che mi senta
fino in fondo, e che le piaccia sentirsi rivendicata. Lei è mia e io sono suo. La sua pelle
morbida riluce di sudore, il suo seno dondola al ritmo furioso delle mie spinte.
«Sei l’unico… Hardin… l’unico…» risponde, e si morde il labbro. La sento sciogliersi
completamente sotto di me… ed è meraviglioso. Le sue parole bastano a portarmi oltre il
limite. Lei mi graffia la schiena, e quel dolore mi piace, perché testimonia la passione che
c’è tra noi. Mi tiro su e la faccio sedere sopra di me così è Tessa a decidere l’andamento,
e intanto appoggia la testa sulla mia spalla. Entro ed esco da lei e vengo mugolando il
suo nome.
Ci sdraiamo ancora abbracciati, lei sospira e io le scosto i capelli dal viso sudato. Il
ritmo del suo respiro mi conforta.
«Ti amo», le dico, ma lei gira la testa e mi posa un dito sulle labbra.
«Shhh…»
«No, dobbiamo parlare», ribatto scendendo da sopra di lei.
«Dormi… dobbiamo svegliarci fra tre ore… dormi…» mormora, cingendomi in vita.
Quest’abbraccio è più bello del sesso, ed è passato troppo tempo dall’ultima volta che
abbiamo dormito nello stesso letto. «Okay», acconsento dandole un bacio sulla fronte. Lei
indietreggia, ma so che è troppo stanca per litigare.
«Ti amo», le ripeto, ma non ho nessuna risposta, e allora mi tranquillizzo dicendo che
sicuramente si è già addormentata.
La nostra relazione, o qualunque cosa sia, si è trasformata completamente in una sola
notte. All’improvviso sono diventato tutto ciò che avevo il terrore di diventare, ed è lei ad
avere il controllo della situazione. Può fare di me l’uomo più felice della terra, o può
distruggermi con una sola parola.
18
Tessa
LA canzone che ho impostato come sveglia sul telefono mi si insinua nel sonno come un
pinguino danzante: è così che il mio cervello se la raffigura.
Ma quella piacevole fantasia non dura a lungo. Mi sveglio un altro po’ e mi assale
subito il mal di testa. Quando cerco di alzarmi a sedere, mi accorgo di essere
immobilizzata da un peso… il peso di una persona.
Oh no. Mi torna in mente che ieri sera ho ballato con un tizio piuttosto viscido… Nel
panico, apro gli occhi di scatto… e vedo i tatuaggi di Hardin. Mi cinge con un braccio e
appoggia la testa sulla mia pancia.
Oddio. Ma che cavolo?…
Cerco di spingerlo via senza svegliarlo, ma lo vedo aprire lentamente gli occhi. Poi li
richiude e si sposta da sopra di me. Mi alzo, e quando lui riapre gli occhi resta a
guardarmi in silenzio come se fossi una bestia feroce. Mi torna in mente tutto: Hardin che
si muove dentro di me e io che grido il suo nome. Cosa mi è saltato in mente?
Vorrei dire qualcosa, ma non so cosa. Sono nel panico più totale. Lui sembra
accorgersene: scende dal letto avvolgendosi nel lenzuolo. Oh, Dio. Si siede in poltrona e
mi guarda, e solo allora mi accorgo di indossare il reggiseno… e nient’altro. D’istinto
stringo le gambe e mi siedo sul letto.
«Di’ qualcosa», mi ordina.
«Non… non so cosa dire», ammetto. Non riesco a credere che sia successo davvero.
Che Hardin sia nel mio letto. Nudo.
«Mi dispiace», fa lui, e si prende la testa tra le mani.
«Lo spero», mormoro.
«Mi hai chiamato tu.»
«Non ti ho chiesto di venire qui.» Non ho ancora deciso come gestire la situazione:
litigare con lui, cacciarlo o cercare di comportarmi da adulta. Mi alzo e vado in bagno.
Hardin continua a parlare. «Eri ubriaca, pensavo che ti fossi cacciata nei guai, e c’era
Trevor qui.»
Apro l’acqua della doccia e mi guardo allo specchio. Sul collo ho un livido rosso.
Accidenti. Mentre ci passo le dita sopra, ricordo la lingua di Hardin sulla mia pelle. Devo
essere ancora sotto l’effetto dell’alcol, perché non riesco a pensare lucidamente. Credevo
di aver chiuso con lui, invece ecco in camera mia il ragazzo che mi ha ridotto il cuore in
mille pezzi, ed ecco me con un enorme succhiotto sul collo, come una ragazzina scema.
«Tessa?» dice entrando in bagno mentre mi infilo sotto la doccia. Resto in silenzio, e
l’acqua bollente lava via i miei peccati. «Ti sta…» Gli si incrina la voce. «Ti sta bene
quello che è successo stanotte?»
Perché si comporta in modo così strano? Mi sarei aspettata un sorrisetto impertinente,
o che mi dicesse: Di nulla, è stato un piacere.
«Non… non lo so. No, non mi sta bene.»
«Mi odi… insomma, mi odi più di prima?»
La vulnerabilità che riconosco nella sua voce mi fa stringere il cuore, ma non devo
cedere. Mi sono cacciata in un grosso guaio, proprio adesso che iniziavo a dimenticarlo.
Non è vero che iniziavo a dimenticarlo, mi deride il subconscio, ma non gli presto ascolto.
«No, più o meno come prima», rispondo.
«Ah.»
Mi sciacquo i capelli e prego che l’acqua della doccia basti a reidratarmi dopo la
sbronza.
«Non volevo approfittarmi di te, giuro», dice mentre mi avvolgo in un asciugamano.
Sta sulla soglia, appoggiato allo stipite, e indossa solo i boxer: sul petto e sul collo ha
anche lui dei succhiotti.
Non berrò mai più, giuro.
«Tessa, so che sei arrabbiata, ma dobbiamo parlare.»
«No. Ero ubriaca e ti ho chiamato. Tu sei venuto, abbiamo fatto sesso. Di cos’altro
dobbiamo parlare?» Cerco di restare calma. Non voglio rivelargli l’effetto che mi fa.
L’effetto che mi ha fatto questa notte.
Poi vedo che ha le nocche ferite. «Cos’hai fatto alle mani? Oddio, Hardin… Hai
picchiato Trevor, vero?!» grido, e il mal di testa aumenta di colpo.
«Cosa? No», risponde alzando le mani in atteggiamento difensivo.
«Allora chi?»
«Non importa. Abbiamo cose più urgenti di cui parlare.»
«Non è vero. Non è cambiato niente.» Apro il beauty, tiro fuori il correttore e inizio ad
applicarlo generosamente sul collo mentre Hardin resta in silenzio alle mie spalle.
«È stato un errore, non avrei dovuto chiamarti», dico infine, irritata perché neanche il
terzo strato di correttore è riuscito a coprire il succhiotto.
«Non è stato un errore, era evidente che ti mancavo. Per questo mi hai chiamato.»
«Cosa? No, ti ho chiamato perché… per errore. Non volevo.»
«È una bugia.»
Mi conosce troppo bene. «Sai una cosa? Non importa perché ti ho chiamato. Non
dovevi venire», sbotto. Prendo l’eyeliner e inizio a tracciare una riga spessa sulla
palpebra.
«Sì che dovevo. Eri ubriaca e chissà cosa poteva succedere.»
«Per esempio? Potevo andare a letto con la persona sbagliata?»
Arrossisce. So di essere dura con lui, ma deve rendersi conto che non era il caso di
venire a letto con me dato che ero ubriaca. Mi passo la spazzola tra i capelli bagnati.
«Non mi hai lasciato molta scelta, se ben ricordi», dice con altrettanta durezza.
Ricordo, sì, ricordo di essergli montata a cavalcioni e di essermi strusciata contro di lui.
Ricordo di avere preteso che facesse sesso con me, oppure che se ne andasse. Ricordo
che lui mi ha detto di no, mi ha chiesto di fermarmi. Mi vergogno profondamente del mio
comportamento, ma la cosa peggiore è che mi è tornato in mente il nostro primo bacio,
quando mi ha accusata di essergli saltata addosso.
La rabbia mi ribolle dentro, e scaglio la spazzola sul bancone. «Non ti azzardare a
scaricare la colpa su di me, perché anche tu potevi dire di no!» strillo.
«L’ho fatto! E più volte!»
«Non capivo cosa stava succedendo, e lo sai!» È una mezza bugia perché in realtà
sapevo cosa volevo, solo che non ho il coraggio di ammetterlo.
Ma lui inizia a ripetermi le cose che gli ho detto ieri sera – «Hai un sapore così buono!
… Parlami come facevi prima… Sei l’unico, Hardin!» – e mi fa perdere completamente le
staffe.
«Fuori di qui! Vattene subito!» grido andando a controllare l’ora sul telefono.
«Ieri sera non mi chiedevi di andarmene», ribatte lui, crudele.
«Stavo benissimo, prima che arrivassi tu. C’era Trevor con me», lo provoco.
Ma lui ride. «Figurati, sappiamo entrambi che Trevor non è abbastanza per te. Volevi
me e soltanto me. Ed è ancora così», conclude con aria compiaciuta.
«Ero ubriaca, Hardin! Perché dovrei volere te, se posso avere lui?»
Mi pento subito di quelle parole. Nei suoi occhi passa una scintilla di dolore, o di
gelosia. Faccio un passo verso di lui.
«Non toccarmi», dice. «Sai, in fin dei conti va bene così. Può averti lui, se ti vuole! Non
so neppure perché sono venuto. Dovevo saperlo che avresti reagito così!»
Cerco di parlare a bassa voce, per evitare che qualcuno si lamenti con la concierge, ma
non sono sicura di riuscirci. «Mi prendi in giro? Ti presenti qui, ti approfitti di me e poi hai
il coraggio di insultarmi?»
«Mi approfitto di te? Sei stata tu ad approfittarti di me, Tessa! Sai che non riesco a dirti
di no… e continuavi a insistere!»
So che ha ragione, ma mi vergogno dell’aggressività che ho mostrato stanotte. «Non
importa chi si è approfittato di chi: l’importante è che tu te ne vada e non ti faccia più
vedere», continuo in tono perentorio, e accendo il phon per coprire la sua voce. Per tutta
risposta lui strappa la spina dal muro con una forza tale che per poco porta via anche la
presa.
«Ma che cavolo di problema hai?!» strillo, infilando di nuovo la spina. «Potevi
romperlo!»
Mi fa davvero infuriare… Ma come mi è venuto in mente di chiamarlo?
«Non me ne vado finché non avremo parlato», sbuffa.
Ignorando il dolore che sento nel petto, gli dico: «Ti ho già spiegato che non abbiamo
niente di cui parlare. Mi hai fatto del male e non posso perdonarti. Fine della storia». Per
quanto mi sforzi di negarlo a me stessa, sono contenta che lui sia qui, anche solo per
litigare.
«Non hai neppure provato a perdonarmi», ribatte a voce molto più bassa.
«Sì che ci ho provato. Ci ho provato e non ci sono riuscita. Sono ancora convinta che
faccia tutto parte del tuo gioco. Non posso fidarmi, non posso credere che non mi ferirai
ancora.»
Attacco alla presa l’arricciacapelli e sospiro. «Devo finire di prepararmi.»
Riaccendo il phon e Hardin esce dal bagno. Spero che se ne vada. La piccola parte di
me che si augura di trovarlo seduto sul letto quando uscirò dal bagno è un’idiota. Non è la
parte razionale, è la ragazza ingenua e ridicola che si è innamorata dell’esatto opposto
del ragazzo di cui avrebbe bisogno. Io e Hardin non staremo mai bene insieme: vorrei
solo che lo capisse anche lui.
Arriccio i capelli e li sistemo in modo che coprano il succhiotto. Torno di là e Hardin è
effettivamente seduto sul letto, e quella ragazza stupida dentro di me se ne rallegra. Tiro
fuori dalla borsa un completino di pizzo rosso e me lo infilo senza togliermi
l’asciugamano. Quando lo lascio cadere, Hardin resta senza fiato e cerca di dissimulare la
sua reazione con un colpo di tosse.
Mentre indosso il vestito mi sento attratta da lui, come tirata da un filo invisibile, ma
resisto. Mi sento stranamente a mio agio con lui adesso, considerando la situazione.
Perché è tutto così difficile? Perché sono così confusa? E soprattutto, perché non riesco a
dimenticarlo e ad andare avanti?
«Dovresti davvero andartene», gli dico.
«Hai bisogno di aiuto?» mi chiede vedendo che fatico ad allacciare l’abito sulla schiena.
«No, ce la faccio da sola.»
Si alza e viene verso di me ugualmente. Siamo in precario equilibrio tra amore e odio,
rabbia e serenità. È strano, e penso proprio che non sia salutare.
Sollevo i capelli e lui tira su la lampo, più lentamente del necessario. Sento accelerare i
battiti del cuore e mi rimprovero di avergli permesso di aiutarmi.
«Come mi hai trovata?» Solo ora mi è venuto in mente di domandarglielo.
Alza le spalle, come se non mi avesse appena inseguita da un capo all’altro dello
Stato. «Ho chiamato Vance, ovviamente.»
«Ti ha dato il numero della mia stanza?» L’idea non mi piace.
«No, quello me l’hanno dato alla concierge», ammette con un sorrisetto. «So essere
molto persuasivo.»
«Non possiamo andare avanti così… Insomma, non puoi continuare a fare battute e a
comportarti come un amico», dico infilandomi le scarpe.
«Perché no?» fa lui mettendosi i pantaloni.
«Perché non fa bene né a me né a te.»
Sorride, e gli spuntano quelle dannate fossette. «Lo sai che non è vero», ribatte in
tono distratto, infilandosi la maglietta.
«Sì che è vero.»
«No.»
«Te ne vai, per favore?»
«Non dici sul serio, lo so. Sapevi cosa stavi facendo quando mi hai permesso di
restare.»
«No, non lo sapevo», lo contraddico in tono lamentoso. «Avevo bevuto, per tutta la
sera non ho saputo cosa stavo facendo, da quando ho baciato quel ragazzo a quando ti
ho lasciato entrare.»
Richiudo la bocca di scatto. Non l’ho detto davvero. Ma dalla reazione di Hardin capisco
di averlo detto a voce alta. Il mal di testa aumenta di colpo. Vorrei prendermi a schiaffi.
«Cosa? Cos’hai… cos’hai detto?» ringhia.
«Niente… io…»
«Hai baciato uno? Chi?» boccheggia, come se avesse appena corso una maratona.
«Un tizio, in discoteca.»
«Dici sul serio?» ansima. E quando annuisco, esplode. «Ma che… ma che cazzo, Tessa?
Baci un tizio in discoteca e poi vieni a letto con me? Ma chi sei?» Si passa le mani sul viso
nervosamente. Se lo conosco bene quanto credo, sta per spaccare qualcosa.
«È successo e basta, e io e te non stiamo neppure insieme», mi giustifico, ma riesco
solo a peggiorare le cose.
«Sei incredibile! La mia Tessa non bacerebbe mai uno sconosciuto in discoteca!»
sbraita.
«Non esiste ‘la tua Tessa’», gli ricordo.
Scuote la testa, ripetutamente, e poi mi guarda dritta negli occhi e dice: «Lo sai? Hai
ragione tu. E per tua informazione, mentre tu baciavi quello… io mi stavo scopando
Molly».
19
Tessa
MI stavo scopando Molly. Mi stavo scopando Molly. Mi stavo scopando Molly. Mi stavo
scopando Molly. Mi stavo scopando Molly. Mi stavo scopando Molly. Mi stavo scopando
Molly. Mi stavo scopando Molly.
Le parole di Hardin continuano a riecheggiarmi in testa anche dopo che se n’è andato
sbattendo la porta, uscendo per sempre dalla mia vita. Cerco di calmarmi, perché tra
poco devo scendere al piano terra e incontrare gli altri.
Avrei dovuto immaginare che Hardin si stava prendendo gioco di me, che si vedeva
ancora con quella troietta. Anzi, scommetto che ha continuato ad andare a letto con lei
per tutto il tempo in cui siamo rimasti… insieme. Come ho fatto a essere così stupida? Ieri
sera gli avevo quasi creduto quando mi ha detto che mi amava: altrimenti perché
sarebbe venuto fino a Seattle? Ma la risposta è: perché è Hardin, e fa cose del genere per
farmi soffrire. L’ha sempre fatto e lo farà sempre. A confondermi è stato il senso di colpa
per avergli confessato il bacio in discoteca e per aver scaricato su di lui la responsabilità
di ciò che è successo stanotte, quando in realtà lo volevo quanto lui. Solo che non volevo
ammetterlo, neppure a me stessa.
Immaginarlo con Molly mi fa rivoltare lo stomaco. Se non mangio qualcosa subito,
vomiterò. Non solo per il doposbronza, ma per la confessione di Hardin. Molly, proprio
lei… La odio. Immagino il suo sorrisetto compiaciuto: è andata a letto con lui solo per
tormentarmi.
Questi pensieri mi ronzano intorno come avvoltoi finché, dopo essermi finalmente
tirata indietro dall’abisso di disperazione, mi asciugo gli occhi con un fazzoletto e prendo
la borsa. In ascensore rischio di rimettermi a piangere, ma quando arrivo al piano terra
ho riacquistato il controllo.
«Tessa!» mi chiama Trevor al di là dell’atrio. «Buongiorno», dice, e mi porge una tazza
di caffè.
«Grazie, Trevor. Mi dispiace molto per il comportamento di Hardin, ieri sera…»
«Non fa niente, non preoccuparti. È un po’… irruento?…»
Quasi mi viene da ridere, ma il pensiero di ridere mi fa tornare la nausea. «Be’, sì…
irruento, diciamo così», borbotto bevendo un sorso di caffè.
Lui controlla il telefono e se lo rimette in tasca. «Kimberly e Christian scendono tra
pochi minuti.» Mi sorride. «Allora, Hardin è ancora qui?»
«No, e non tornerà», rispondo tentando di non lasciar trasparire le emozioni. «Hai
dormito bene?» gli chiedo per cambiare argomento.
«Sì, ma ero preoccupato per te.» Abbassa lo sguardo sul mio collo, e io sposto i capelli
per coprire il succhiotto.
«Preoccupato? Perché?»
«Posso chiederti una cosa? Non vorrei che ti arrabbiassi…» Il suo tono cauto mi
innervosisce un po’.
«Sì, chiedi pure.»
«Hardin ha mai… be’, sai… non ti ha mai fatto del male, vero?» domanda, fissando il
pavimento.
«Cosa? Sì, litighiamo spesso, quindi mi fa soffrire molto.»
Alza gli occhi su di me, imbarazzato. «Intendo fisicamente», mormora.
Lo guardo allibita. Davvero mi ha chiesto se Hardin alza le mani su di me?
Rabbrividisco al solo pensiero. «No. Certo che no. Non lo farebbe mai.»
Dagli occhi di Trevor capisco che non intendeva offendermi. «Scusa… è solo che
sembra così violento.»
«Hardin si arrabbia spesso, e a volte diventa violento, ma non mi farebbe mai del
male.» Provo uno strano senso di irritazione nei confronti di Trevor, per aver accusato
Hardin di una cosa del genere. Non lo conosce… a quanto pare, però, non lo conosco
neanch’io.
Restiamo in silenzio per qualche istante, finché vedo Kimberly venire verso di noi.
«Scusami davvero. È solo che secondo me meriti molto più rispetto», bisbiglia Trevor
un attimo prima che gli altri ci raggiungano.
«Sto di merda», geme Kimberly.
«Anch’io; ho un mal di testa tremendo», le dico mentre ci dirigiamo verso il centro
congressi, in fondo a un lungo corridoio.
«Ti trovo benissimo, però. Io invece sembro essermi appena svegliata.»
«Non è vero», la contraddice Christian dandole un bacio sulla fronte.
«Grazie, tesoro, ma tu sei di parte.» Ride e si massaggia le tempie.
Trevor sorride. «Ho idea che stasera non usciremo.» Ci dichiariamo tutti d’accordo.
Quando arriviamo al convegno vado dritta al buffet, prendo una ciotola di cereali e la
mangio più in fretta del dovuto. Non riesco a togliermi dalla testa le parole di Hardin.
Vorrei almeno averlo baciato un’ultima volta. No, non è vero. Dev’essere ancora l’effetto
dell’alcol.
Il tempo trascorre in fretta, un seminario dopo l’altro e, sebbene la voce dei relatori
amplificata dal microfono rimbombi nella sala, peggiorando il mal di testa di Kimberly,
all’ora di pranzo la mia emicrania è passata quasi completamente.
È mezzogiorno. Ormai Hardin sarà a casa, probabilmente con Molly. Sarà andato
direttamente da lei, solo per farmi dispetto. Hanno già fatto sesso nella nostra stanza?
Cioè, voglio dire, la nostra vecchia stanza? Nel letto che era destinato a noi? Quando
ricordo il modo in cui mi ha toccata e ha mugolato il mio nome, stanotte, al posto mio
vedo lei. Non vedo altro che Hardin e Molly. Molly e Hardin.
«Mi hai sentito?» dice Trevor, sedendosi accanto a me.
Gli rivolgo un sorriso di scuse. «Mi dispiace, ero distratta.»
«Ti chiedevo se volevi cenare con me, stasera, dato che gli altri restano in albergo.»
Guardo i suoi occhi azzurri e luminosi e non gli rispondo subito. «Se non vuoi… fa lo
stesso», balbetta.
«Mi piacerebbe molto, invece.»
«Davvero?» sussurra. Credo che pensasse che l’avrei rifiutato, soprattutto dopo il modo
in cui Hardin si è comportato con lui.
Per le successive quattro ore di conferenze, mi lascio scaldare il cuore dalla
consapevolezza che Trevor vuole ancora uscire a cena con me, anche dopo essere stato
minacciato da quel pazzo del mio ex.
«Meno male che è finita, ho bisogno di dormire», piagnucola Kimberly mentre saliamo
in ascensore.
«A quanto pare stai invecchiando», la prende in giro Christian, lei lo guarda storto ma
poi si appoggia alla sua spalla.
«Tessa, domattina andiamo a fare shopping, mentre questi due sono in riunione», mi
dice chiudendo gli occhi.
Mi sembra un’ottima idea. Così come la cenetta tranquilla a Seattle con Trevor: anzi,
mi sembra un’idea fantastica, dopo la notte di passione con Hardin. Sono un po’ turbata
dal mio comportamento in questo weekend: ho baciato un estraneo, ho praticamente
costretto Hardin a fare sesso con me e ora vado a cena con un terzo ragazzo. Ma l’ultima
delle tre cose è la meno grave, e almeno so che non sfocerà in nulla di sessuale.
Non per te, certo, ma quanto a Hardin e Molly… interviene il mio subconscio, sempre
inopportuno.
Trevor si ferma davanti alla porta della mia camera. «Vengo a prenderti alle sei e
mezzo, va bene?»
Annuisco e gli sorrido, prima di rientrare nella scena del crimine.
Pensavo di fare un sonnellino prima di cena, e invece finisco per fare un’altra doccia. Mi
sento sporca, dopo gli eventi di stanotte: sento il bisogno di lavar via l’odore di Hardin.
Neanche una settimana fa pensavo che tutto sarebbe stato diverso, che io e Hardin
saremmo andati a Londra per passare il Natale con sua madre. Ora non ho neppure più
una casa. A proposito, devo richiamare mia madre: mi ha cercata varie volte ieri sera.
Esco dalla doccia e le telefono mentre mi trucco.
«Ciao, Theresa», esordisce in tono brusco.
«Ciao, scusa se non ti ho richiamata ieri sera. Sono a Seattle per quel convegno
sull’editoria, e avevamo una cena di lavoro.»
«Ah, capisco. Lui è lì?» domanda lasciandomi di stucco.
«No, perché me lo chiedi?» replico con tutta la nonchalance di cui sono capace.
«Perché ieri sera mi ha chiamata per sapere dov’eri. Non mi piace che tu gli abbia dato
questo numero, Theresa: sai come la penso su di lui.»
«Non gli ho dato il numero…»
«Credevo che voi due vi foste lasciati», mi interrompe.
«Sì, l’ho lasciato io. Probabilmente voleva sapere qualcosa sull’appartamento, non so»,
mento. Doveva essere proprio disperato se ha chiamato a casa di mia madre. Il pensiero
mi fa male e mi conforta allo stesso tempo.
«A proposito, non riuscirò a trovarti un dormitorio prima delle vacanze di Natale. Ma
dato che in quei giorni non avrai lezione né lavoro, puoi venire qui.»
«Ah… okay.» Non voglio passare il Natale da mia madre, ma che alternativa ho?
«Ci vediamo lunedì. Ah, Tessa, se hai un briciolo di buon senso farai bene a stare
lontana da quel tipo», dice prima di riagganciare.
Trascorrere una settimana a casa di mia madre sarà l’inferno; non so come ho fatto a
vivere lì per diciotto anni. A dire il vero non mi ero resa conto di quanto fosse brutto
finché ho assaggiato la libertà. Forse, dato che martedì Hardin parte per andare
oltreoceano, posso restare altre due notti in quel motel e poi andare all’appartamento.
Certo, preferirei non rimetterci piede, ma c’è ancora il mio nome sul contratto… e lui non
lo verrebbe mai a sapere.
Controllo il telefono e, come mi aspettavo, non ci sono chiamate né messaggi suoi.
Non mi capacito che mi butti in faccia di essere andato a letto con Molly. La cosa
peggiore è che, se io non avessi confessato per sbaglio di aver baciato un altro, lui non
me l’avrebbe mai detto. Proprio come la scommessa che ha dato inizio alla nostra storia…
si fa per dire. E questo significa che non posso fidarmi di lui.
Finisco di prepararmi, scegliendo un semplice abito nero. Sembra passato un secolo da
quando portavo le gonne a pieghe. Copro il succhiotto con un altro po’ di correttore e
aspetto Trevor. Puntuale, bussa alle sei e mezzo spaccate.
20
Hardin
GUARDO la gigantesca casa di mio padre, indeciso se entrare.
Karen ha appeso troppe lucine natalizie e renne danzanti. Il Babbo Natale gonfiabile
ondeggia al vento e dal centro del giardino sembra prendersi gioco di me mentre scendo
dalla macchina. Il vento fa volare via dal sedile i pezzi dei biglietti aerei che ho strappato.
Dovrò telefonare e farmeli rimborsare, altrimenti avrò buttato via duemila dollari.
Probabilmente dovrei partire da solo, così mi distrarrei per un po’, ma l’idea di tornare a
Londra non mi affascina più, ora che Tessa non viene con me. Per fortuna mia madre ha
accettato di venire in America; anzi, sembra addirittura contenta.
Suono alla porta e cerco di farmi venire in mente una giustificazione sul motivo per cui
sono qui. Ma Landon apre prima che ne abbia trovata una.
«Ciao», gli dico entrando.
«Ciao», risponde lui con uno sguardo interrogativo.
Infilo le mani in tasca, non so bene cosa dire.
«Tessa non è qui», mi avvisa avviandosi in salotto, indifferente alla mia presenza.
«Sì, lo so… è a Seattle», rispondo seguendolo ad alcuni passi di distanza.
«Perciò…»
«Io… ehm, be’… sono venuto per parlare con te… o con mio padre. Con Ken, voglio
dire. O con tua madre», borbotto.
«Parlare? E di cosa?» Apre un libro e comincia a leggere. Vorrei strapparglielo dalle
mani e gettarlo nel caminetto, ma non otterrei niente.
«Di Tessa», rispondo a bassa voce. Giocherello con il piercing sul labbro aspettandomi
che scoppi a ridere.
Invece mi guarda e chiude il libro. «Vediamo se ho capito bene. Tessa non vuole avere
più niente a che fare con te, perciò sei venuto a parlare con me? O con tuo padre, o
persino con mia madre?»
«Sì… più o meno…» Dio, com’è irritante. Sono già abbastanza imbarazzato per conto
mio.
«Okay… E di preciso, cosa pensi che io possa fare per te? Personalmente credo che
Tessa farebbe bene a non rivolgerti mai più la parola, ed ero convinto che ormai te ne
fossi fatto una ragione.»
«Smettila di fare lo stronzo. So che ho fatto una cazzata… Ma la amo, Landon. E so che
lei mi ama. Solo che ora è ferita.»
Landon fa un respiro profondo e si massaggia il mento. «Non lo so, Hardin. Quello che
le hai fatto è imperdonabile. L’hai umiliata, e lei si fidava di te.»
«Lo so… lo so. Merda, pensi che non lo sappia?»
«Be’, dal momento che sei venuto qui a chiedere aiuto, evidentemente ti rendi conto
della gravità della situazione», commenta con un sospiro.
«Allora cosa dovrei fare, secondo te? Non rispondermi in quanto amico di Tessa, ma in
quanto mio… insomma, il figliastro di mio padre…»
«Fratellastro, vuoi dire? In qualità di tuo fratellastro.» Sorride. Lo guardo malissimo e
lui scoppia a ridere. «Be’, lei ti ha detto qualcosa?» chiede.
«Sì… a dire il vero ieri sera sono andato a Seattle, e lei mi ha permesso di restare», gli
spiego.
«Cosa?» esclama chiaramente sorpreso.
«Sì, era ubriaca. Molto ubriaca. Mi ha praticamente costretto a scoparla.» Lo vedo
rabbuiarsi a quella parola. «Scusa… mi ha costretto a fare sesso con lei. Be’, non mi ha
costretto, perché lo volevo anch’io, insomma, come facevo a dire di no… Lei è
talmente…» Ma perché gli sto raccontando queste cose?
«Okay, okay! Basta così, ho capito», mi blocca esasperato.
«Insomma, stamattina ho detto cose che non avrei dovuto dire, perché lei mi ha
confessato di aver baciato un altro.»
«Tessa ha baciato un altro?» ripete ancora più incredulo.
«Sì… Uno stronzo qualunque, in discoteca», borbotto. Non voglio neanche pensarci.
«Wow, è proprio infuriata.»
«Lo so», ringhio.
«Cosa le hai detto stamattina?»
«Le ho detto che ieri mi sono scopato Molly.»
«E l’hai fatto davvero?»
«No, certo che no.»
Ma in che casino mi sono andato a cacciare? Perché sto raccontando i fatti miei a
Landon?
«Allora perché le hai detto di averlo fatto?»
«Perché mi ha fatto arrabbiare», rispondo in tono ovvio. «Perché ha baciato un altro.»
«Okay… quindi hai detto di essere andato a letto con Molly, perché sai che Tessa la
disprezza, allo scopo di farla soffrire?»
«Sì…»
«Un piano diabolico, complimenti.»
«Secondo te mi ama?» gli domando, perché ho bisogno di saperlo.
Landon mi guarda, improvvisamente serio. «Non lo so…» È un pessimo bugiardo.
«Dimmelo. Nessuno la conosce bene quanto te, a parte me.»
«Ti ama. Ma da quando hai tradito in quel modo la sua fiducia, è convinta che tu non
l’abbia mai amata.»
Un altro pugno nello stomaco. È assurdo che io debba chiedere aiuto a Landon, ma
non ho altra scelta. «Cosa posso fare? Puoi aiutarmi?»
«Non lo so…» Mi guarda incerto, ma evidentemente legge la disperazione sul mio
volto. «Posso provare a parlarle. Tra pochi giorni è il suo compleanno, lo sai, vero?»
«Sì, certo che lo so. Avete progetti?» gli chiedo, e spero per lui di no.
«No, ha detto che starà a casa con sua madre.»
«A casa di sua madre? Perché? Quando le hai parlato?»
«Mi ha scritto un messaggio un paio d’ore fa, e cos’altro dovrebbe fare? Passare il
compleanno da sola in un motel?»
Decido di non rispondergli. Se solo stamattina avessi mantenuto la calma, forse Tessa
mi avrebbe permesso di stare un’altra notte con lei. Invece è ancora a Seattle con quello
stronzo di Trevor.
Sento dei passi sulle scale e mio padre appare sulla soglia. «Mi sembrava di aver
sentito la tua voce…»
«Sì… sono venuto a parlare con Landon», mento. Be’, è una mezza verità: avrei parlato
con il primo di loro che avessi visto.
Sono patetico.
Mio padre è sorpreso. «Ah sì?»
«Sì. E poi… ehm… la mamma arriva martedì mattina. Per Natale.»
«Ottima notizia. So che sente la tua mancanza.»
Il mio primo istinto è rispondergli male, fargli notare che è un pessimo padre, ma al
momento non mi va.
«Be’, vi lascio parlare», fa lui, e torna verso le scale. «Ah, Hardin?»
«Sì?»
«Sono contento che tu sia qui.»
«Già.» Non so cos’altro aggiungere. Mio padre fa un sorriso tirato e sale al piano di
sopra.
La giornata sta andando sempre peggio. Ho mal di testa. «Be’, ora vado…» dico a
Landon.
«Farò quel che posso», mi assicura.
«Grazie.» E quando ci ritroviamo imbarazzati sulla soglia, borbotto: «Lo sai che non ho
intenzione di abbracciarti, vero?»
Mentre esco lo sento ridere.
21
Tessa
«GRANDI progetti per Natale?» mi chiede Trevor.
Gli faccio cenno di aspettare un momento, mentre assaporo un raviolo. Il cibo è
davvero squisito, non me ne intendo di ristoranti, ma questo deve avere almeno cinque
stelle.
«Niente di che. Passerò la settimana da mia madre. E tu?»
«Farò un po’ di volontariato al centro di accoglienza. Non mi piace molto tornare in
Ohio. Ho qualche zia e qualche cugino, ma da quand’è morta mia madre non c’è più
granché da fare laggiù.»
«Oh, Trevor, mi dispiace per tua madre. Ma è molto bello da parte tua fare
volontariato.» Questi pensieri tristi mi rovinano un po’ il sapore dei ravioli, ma allo stesso
tempo mi fanno apprezzare di più la cena. È strano?
Parliamo ancora un po’ e mangiamo una straordinaria torta al cioccolato e caramello.
Quando la cameriera ci porta il conto, Trevor tira fuori il portafogli. «Non sei una di quelle
donne che pretendono di pagare metà del conto, vero?»
«Figuriamoci. Forse, se fossimo al McDonald’s.»
Sghignazza ma non replica. Hardin avrebbe rilanciato con una battuta sarcastica su
cinquant’anni di femminismo sprecati.
Ha ricominciato a nevischiare, e Trevor mi dice di aspettare dentro mentre chiama un
taxi. «Allora, perché hai deciso di lavorare in editoria?» mi chiede quando siamo al caldo
in macchina, diretti all’albergo.
«Be’, mi piace leggere: non faccio altro. È l’unica cosa che mi interessi, quindi è stata
una scelta naturale. Prima o poi vorrei scrivere un libro, ma per ora mi piace molto quello
che mi fanno fare alla Vance.»
Sorride. «È lo stesso per me con la contabilità. Anch’io non ho altri interessi. Fin da
bambino sapevo che avrei lavorato con i numeri.»
Detesto la matematica, ma sorrido e lo lascio parlare. «Allora, ti piace leggere?» gli
domando mentre arriviamo all’albergo.
«Sì, abbastanza. Leggo soprattutto saggistica.»
«Oh… e perché?»
«Non mi piacciono i romanzi», risponde con noncuranza. Scende dal taxi e mi porge la
mano per aiutarmi a uscire.
«Com’è possibile? Leggiamo per esplorare mondi nuovi, per immergerci in vite diverse
dalla nostra… La saggistica non ha questo potere: non ti cambia come i romanzi.»
«I romanzi ti cambiano?» fa lui perplesso.
«Sì che ti cambiano. Altrimenti vuol dire che non stai leggendo il libro giusto.» Mentre
attraversiamo l’atrio ammiro i quadri alle pareti. «Mi piace pensare che ogni romanzo che
ho letto sia diventato una parte di me, abbia contribuito a rendermi la persona che sono
oggi.»
«È un argomento che ti appassiona molto, vedo!»
«Sì… direi di sì.» Hardin sarebbe d’accordo con me, e porteremmo avanti questa
conversazione per ore, forse per giorni.
In ascensore parliamo poco, e in corridoio Trevor cammina un passo dietro di me. Sono
esausta, voglio andare a dormire anche se sono solo le nove.
Quando arriviamo alla mia stanza lui mi sorride. «Mi sono divertito moltissimo. Grazie
di essere venuta a cena con me.»
«Grazie di avermi invitata.»
«Mi trovo molto bene con te, abbiamo parecchio in comune. Mi piacerebbe rivederti.»
Aspetta una mia risposta, poi precisa: «Fuori dal lavoro».
«Sì, farebbe piacere anche a me», rispondo.
Fa un passo verso di me, e io mi raggelo. Mi posa una mano sul fianco e si sporge
verso di me.
«Ehm… non penso che sia il momento giusto», dico con voce stridula.
Avvampa, e io mi sento tremendamente in colpa per averlo respinto. «Oh, capisco. Mi
dispiace, non avrei dovuto…»
«Non fa niente. È solo che non sono ancora pronta…»
«Ho capito. Ora ti lascio andare. Buonanotte, Tessa», mi saluta con un sorriso.
Entro in camera e mi lascio andare a un gran sospiro. Sono incerta se spogliarmi o
buttarmi direttamente sul letto. Sono esausta. Decido di sdraiarmi un momento e mi
addormento subito.
Il giorno successivo passa molto in fretta: io e Kimberly chiacchieriamo per tutto il
tempo mentre facciamo shopping.
«Com’è andata la serata?» mi chiede.
La donna che mi sta limando le unghie alza la testa incuriosita e io le sorrido. «Molto
bene, io e Hardin siamo andati a cena fuori.»
Kimberly è sbalordita. «Hardin?»
«Trevor, volevo dire Trevor.» Se non mi stessero facendo la manicure mi prenderei a
schiaffi.
Una volta uscite andiamo in un grande magazzino. Do un’occhiata ad alcune scarpe,
ma non trovo niente da comprare. Kimberly invece esamina le magliette con grande
entusiasmo: adora fare shopping. Nel reparto uomo vede una camicia blu scuro e dice:
«Penso che ne comprerò una per Christian. Anche se detesta che io spenda soldi per lui».
«Non… be’, non ne ha parecchi?» chiedo sperando di non sembrare indiscreta.
«Sì, a palate. Ma preferisco pagare io quando usciamo insieme. Non sto con lui per i
soldi», dichiara orgogliosa.
Sono contenta di aver conosciuto Kimberly. A parte Landon è la mia unica amica, al
momento. E non ho mai avuto molte amiche, quindi è un’esperienza nuova per me.
Nonostante tutto, quando il giorno dopo l’autista viene a prenderci sono sollevata. Mi
sono divertita molto a Seattle, ma ho passato anche momenti terribili. Dormo per tutto il
viaggio verso casa e mi faccio lasciare al motel, dove, con grande sorpresa, trovo la mia
macchina parcheggiata nel punto in cui l’avevo lasciata.
Pago per altre due notti e scrivo un messaggio a mia madre, dicendo che sto male e
temo sia un’intossicazione alimentare. Lei non risponde, quindi accendo la televisione e
mi metto in pigiama. Non c’è niente di interessante, e in ogni caso preferisco leggere.
Vado a prendere la borsa in macchina.
Quando apro la portiera noto uno strano oggetto nero. Si direbbe un lettore di ebook.
Sopra c’è un post-it: BUON COMPLEANNO. HARDIN. Per un attimo il cuore mi si riempie di
gioia, poi mi si annoda lo stomaco. Non mi è mai piaciuta l’idea degli ebook, preferisco
tenere in mano un libro vero. Anche se dopo il convegno ho un po’ cambiato opinione. E
in ogni caso sarà comodo per portarmi dietro i manoscritti da leggere, senza sprecare
carta per stamparli.
Torno in camera e accendo il lettore; in un primo momento sorrido, ma poi scoppio a
piangere: c’è una cartella chiamata «Tess», e quando la tocco si apre una lunga lista di
tutti i romanzi di cui io e Hardin abbiamo parlato, su cui abbiamo bisticciato, dei quali
abbiamo riso.
22
Tessa
MI sveglio alle due del pomeriggio. Non ricordo l’ultima volta che ho dormito fin dopo le
undici, ma a mia discolpa c’è il fatto che sono rimasta sveglia a leggere ebook fino alle
quattro. È il regalo più bello che abbia mai ricevuto.
Prendo il telefono dal comodino e controllo le chiamate perse. Due di mia madre, una
di Landon. Qualche messaggio di auguri per il compleanno, tra cui uno di Noah. Non mi
sono mai piaciuti i compleanni, ma non mi attira l’idea di passare la giornata da sola.
Be’, non sarò sola. Le protagoniste dei grandi classici della letteratura sono una
compagnia molto più piacevole di mia madre.
Ordino una montagna di cibo cinese e passo la giornata in pigiama. Mia madre è
furiosa quando la chiamo per dirle che sto male. Capisco che non mi creda, ma
francamente non mi importa. È il mio compleanno e posso fare ciò che voglio; e se scelgo
di starmene a letto con del cibo da asporto e il mio nuovo giocattolo, è quello che farò.
Le mie dita cercano ripetutamente il numero di Hardin sul telefono, ma resisto alla
tentazione di chiamarlo. Mi ha fatto un bellissimo regalo, ma questo non cambia il fatto
che è andato a letto con Molly. Ogni volta che penso che non possa farmi più male di
quanto me ne abbia già fatto, lui ci riesce. Con il pensiero rivado alla cena con Trevor.
Trevor, così gentile e affascinante. Dice sempre quello che pensa e mi riempie di
complimenti; non strilla, non mi irrita. Non mi ha mai mentito. Non devo mai indovinare
cosa gli passa per la testa o come si sente. È intelligente, colto, in carriera, e sotto Natale
fa volontariato alla mensa dei poveri. È perfetto, in confronto a Hardin.
Il problema è che non dovrei paragonarlo a Hardin. Trevor è un po’ noioso, sì, e non
abbiamo in comune la passione per i romanzi, ma neppure un passato traumatico.
La cosa che più mi fa infuriare di Hardin è che mi piace, malgrado la sua
maleducazione. È simpatico, divertente, e quando vuole sa essere molto dolce. Questo
regalo mi ha confuso le idee: non devo dimenticare quanto mi ha fatto soffrire. Tutte le
bugie, i segreti, e soprattutto tutte le volte che è andato a letto con Molly.
Rispondo al messaggio di Landon per ringraziarlo, e pochi secondi dopo mi scrive di
nuovo per chiedere l’indirizzo del motel. Voglio dirgli di non venire fin qui, ma non mi va
neppure di rimanere sola per il resto della giornata. Non mi vesto, ma metto un reggiseno
sotto la maglietta e leggo un altro po’ mentre aspetto il suo arrivo.
Un’ora dopo bussa alla porta, e quando apro mi sorride e mi abbraccia. «Buon
compleanno, Tessa.»
«Grazie», gli dico ricambiando l’abbraccio.
Va a sedersi alla scrivania. «Ti senti più vecchia?»
«No… be’, sì. Mi sembra di essere invecchiata di dieci anni nell’ultima settimana.»
Accenna un sorriso ma non dice niente.
«Ho ordinato da mangiare, ne è avanzato molto, se hai fame», gli dico.
Si volta e prende dal tavolo il contenitore termico e una forchetta di plastica. «Grazie.
Perciò è così che hai passato la giornata?»
«Certo.» Rido e vado a sedermi a gambe incrociate sul letto. Mentre mangia, Landon
non fa caso a me. Poi d’un tratto solleva lo sguardo.
«Hai un lettore di ebook? Pensavo li odiassi.»
«Prima sì, ma ora mi piacciono», dichiaro entusiasta ammirando il mio nuovo regalo.
«Migliaia di libri a portata di mano! Cosa c’è di meglio?»
«Be’, non c’è niente di meglio che farsi un regalo di compleanno da soli», commenta
lui, con la bocca piena di riso.
«A dire il vero me l’ha regalato Hardin. Me l’ha lasciato in macchina.»
«Ah. Gentile da parte sua», osserva in un tono strano.
«Sì, molto. Ci ha anche messo dentro un sacco di bei romanzi, e…» Mi interrompo.
«Allora, cosa pensi?»
«Sono sempre più confusa. A volte fa dei gesti incredibilmente gentili, ma allo stesso
tempo non fa che ferirmi.»
«Be’, ti ama, questo è chiaro. Purtroppo l’amore non sempre va a braccetto con il
buonsenso.»
Sospiro. «Lui non sa cos’è l’amore.» Scorro l’elenco dei romanzi d’amore e mi viene in
mente che anche in quelle storie il buonsenso latita spesso.
«Qualche giorno fa è venuto a parlare con me», dice Landon.
Il lettore mi cade di mano scivolando sul letto. «Cosa?!»
«Già, mi sono stupito anch’io. È venuto a cercare me, suo padre, o persino mia
madre.»
«Perché?» domando confusa.
«Per chiedere aiuto.»
«Aiuto per cosa? Sta bene?» Il mio tono è preoccupato.
«Sì… be’, no. Ha chiesto aiuto per te. Era a pezzi, Tessa. Insomma, è venuto a casa di
suo padre!»
«Cos’ha detto?» Non riesco a immaginare Hardin che bussa alla porta di Ken per avere
consigli su questioni di coppia.
«Che ti ama. Che devo aiutarlo a convincerti a dargli un’altra possibilità. Volevo che tu
lo sapessi; non mi va di avere segreti con te.»
«Be’… non so cosa rispondere. È incredibile che sia venuto da te. Che sia andato da
chiunque, in realtà.»
«Detesto ammetterlo, ma non è lo stesso Hardin Scott di prima, di quando l’ho
conosciuto. Ha persino scherzato sulla possibilità di abbracciarmi», mi racconta ridendo.
Viene da ridere anche a me. «Non ci credo!» Poi però mi faccio coraggio e gli chiedo:
«Pensi davvero che lui mi ami?»
«Sì. Non so se dovresti perdonarlo, ma se c’è una cosa di cui sono sicuro è che ti ama.»
«Ma mi ha mentito, mi ha umiliata pubblicamente, anche dopo avermi detto che mi
amava è andato a raccontare tutto agli altri. Poi, appena inizio a pensare che potrei
perdonarlo nonostante tutto, lui va a letto con Molly.» Sento le lacrime in agguato, e per
distrarmi bevo un sorso d’acqua dalla bottiglietta sul comodino.
«Non è andato a letto con lei.»
«Sì che ci è andato. Me l’ha detto lui.»
Landon posa il contenitore del cibo e mi guarda negli occhi. «Te l’ha detto solo per
ferirti. So che questo non migliora le cose, ma voi due siete abituati alle ripicche.»
Il mio primo pensiero è che Hardin dev’essere davvero bravo, se persino il suo
fratellastro crede alle sue bugie. Il mio secondo pensiero è: Ma se davvero Hardin non
fosse andato a letto con Molly? Se fosse così, riuscirei a perdonarlo? Avevo deciso di no,
ma a quanto pare non riesco a scrollarmi di dosso quel ragazzo.
Come se l’universo volesse prendersi gioco di me, proprio in quel momento mi arriva
un messaggio di Trevor: Buon compleanno, bellissima.
Rispondo subito con un grazie, poi dico a Landon: «Mi serve altro tempo. Non so cosa
pensare».
«Mi sembra giusto. Allora, cosa fai per Natale?»
«Questo.» Indico i contenitori del cibo da asporto e il lettore di ebook.
Landon prende il telecomando. «Non vai a casa?»
«Mi sento più a casa qui che da mia madre», replico sforzandomi di non pensare a
quanto sono patetica.
«Non puoi stare da sola in albergo a Natale, Tessa. Puoi venire a casa nostra. Penso
che mia madre ti avesse comprato qualcosa, prima che…»
«Che la mia vita andasse a rotoli?»
Annuisce sorridendo.
«In realtà, siccome domani Hardin parte, pensavo che potrei stare nell’appartamento…
solo finché ottengo un posto in dormitorio, e spero di trovarlo prima che lui rientri.
Altrimenti posso sempre tornare in questo accogliente posticino.» La mia situazione è
talmente ridicola che posso solo scherzarci su.
«Sì, dovresti fare così», concorda Landon, con gli occhi fissi sul televisore.
«Dici? E se torna prima e mi trova lì?»
Senza distogliere lo sguardo dallo schermo replica: «Sarà a Londra, no?»
«Sì, hai ragione. Dopotutto c’è il mio nome sul contratto d’affitto.»
Guardiamo la televisione e parliamo di Dakota, che sta per partire alla volta di New
York. Landon mi racconta che sta valutando di trasferirsi all’Università di New York l’anno
prossimo, se lei decide di restare lì. Sono contenta per lui, anche se non voglio che se ne
vada… ma ovviamente non glielo dico. Si ferma con me fino alle nove, e quando se ne va
mi metto a letto a leggere finché mi addormento.
La mattina seguente mi preparo per andare all’appartamento. È assurdo che io stia per
tornare in quel posto, ma non ho molta scelta. Non voglio approfittarmi di Landon e non
voglio certamente andare da mia madre, però se resto al motel finirò i soldi. Mi sento in
colpa perché non torno a casa da mia madre, ma non voglio subire il suo sarcasmo per
tutta la settimana. Forse ci andrò il giorno di Natale, ma non oggi. Ho cinque giorni per
decidere.
Mi trucco e mi pettino, indosso una camicia bianca e dei jeans scuri. Vorrei restare in
pigiama, ma devo andare a fare un po’ di spesa per i prossimi giorni. Se mangio quello
che Hardin ha lasciato nell’appartamento, capirà che sono stata lì. Rifaccio i bagagli e
corro alla macchina, che è stata lavata dentro e fuori e profuma di menta. Hardin.
Mentre vado al supermercato inizia a nevicare. Compro il necessario per sfamarmi
finché deciderò cosa voglio fare a Natale. In fila alla cassa, mi metto a pensare a cosa mi
avrebbe regalato Hardin per Natale. Visto l’azzeccatissimo regalo di compleanno, chissà
cosa si sarebbe inventato. Spero qualcosa di semplice e poco costoso.
«Ci muoviamo?» abbaia una donna dietro di me.
Alzo gli occhi e vedo che la cassiera mi fissa con aria irritata. Non mi ero accorta che
fosse il mio turno.
«Scusi», mormoro, e poso la spesa sul rullo.
Parcheggiando davanti all’appartamento mi viene il batticuore. E se non è ancora
partito? È solo mezzogiorno. Mi guardo intorno e non vedo la sua macchina.
Probabilmente l’ha lasciata al parcheggio dell’aeroporto. Oppure l’ha accompagnato Molly.
Il mio subconscio non sa quando deve tacere.
Stabilito che lui non c’è, spengo il motore e tiro fuori le buste della spesa. Nevica più
forte di prima; almeno nell’appartamento starò al caldo. Faccio un ultimo respiro prima di
aprire la porta ed entrare. Mi piace molto questo posto, è così perfetto per noi… per lui…
o per me. Separatamente.
Il frigorifero e la dispensa sono pieni, deve aver fatto la spesa negli ultimi giorni. Ci
infilo anche la roba che ho comprato, poi scendo a prendere le borse con i vestiti.
Non riesco a smettere di pensare alle parole di Landon. Sono spiazzata dall’idea che
Hardin sia andato a chiedere consiglio a qualcuno, e che Landon creda che lui mi ami. So
che è così, ma non ci penso perché ho paura: se autorizzo a me stessa ad ammettere che
lui mi ama, non farò che peggiorare le cose.
Rientro in casa, chiudo la porta a chiave e appoggio le borse in camera. Tiro fuori gran
parte dei vestiti e li appendo perché non si stropiccino, ma vedere la cabina armadio che
avrebbe dovuto ospitare anche i vestiti di Hardin è una pugnalata al cuore. Sul lato
sinistro sono appesi solo alcuni jeans neri. Una camicia bianca è messa storta in un
angolo, quella che ha indossato al matrimonio. Finisco in fretta di sistemare la roba e
vado in cucina.
Mi preparo un piatto di pasta e accendo la televisione a tutto volume, per sentire dalla
cucina un vecchio episodio di Friends che ho visto almeno venti volte e conosco a
memoria. Carico la lavastoviglie: spero che Hardin non l’abbia notato, ma detesto vedere
i piatti sporchi nel lavandino. Accendo una candela e pulisco i fornelli e il bancone. Prima
di rendermene conto ho già spazzato il pavimento, passato l’aspirapolvere sul divano e
rifatto il letto. Quando tutto è pulito faccio una lavatrice e ripiego i vestiti che Hardin ha
lasciato nell’asciugatrice. Era più di una settimana che non mi sentivo così calma e in
pace. Finché sento delle voci e vedo girare la maniglia della porta.
Merda. È tornato. Perché mi faccio sempre trovare in casa? Spero sia solo un amico a
cui ha dato una chiave di riserva… Forse è Zed con una ragazza? Chiunque tranne Hardin,
per favore…
Una donna che non conosco varca la soglia, e io capisco subito di chi si tratta. La
somiglianza è evidente, e anche lei è bellissima.
«Wow, Hardin, questo appartamento è proprio bello», dice con un accento marcato
come quello del figlio.
Non ci credo, non sta succedendo davvero. Sembrerò una psicopatica agli occhi della
madre di Hardin: c’è il mio cibo in frigo, i miei vestiti in lavatrice, e l’appartamento
risplende da cima a fondo. Resto paralizzata dal panico.
Lei mi guarda. «Oh, santo cielo! Tu devi essere Tessa!» esclama sorridendo.
Hardin entra dopo di lei e lascia cadere a terra la valigia a fiori, attonito. Cerco di non
guardarlo, di concentrarmi sulla donna che viene verso di me a braccia aperte.
«Ero così delusa quando Hardin mi ha detto che questa settimana saresti stata fuori
città!» continua, abbracciandomi. «Che dispettoso, mi ha mentito per farmi una
sorpresa!»
Cosa?
Mi prende per le spalle per guardarmi meglio. «Ah, ma quanto sei carina!» Mi
abbraccia di nuovo.
Resto in silenzio e mi lascio abbracciare. Hardin sembra sbigottito e terrorizzato.
Benvenuto nel club.
23
Tessa
MENTRE sua madre mi abbraccia per la quarta volta, Hardin borbotta: «Mamma, lasciala
respirare. È un po’ timida».
«Hai ragione. Scusami, Tessa, ma sono così contenta di conoscerti, finalmente. Hardin
mi ha parlato tanto di te.»
Mi stupisco che sappia che esisto; immaginavo che Hardin avesse tenuto il segreto su
di me, come al solito.
«Non si preoccupi», mi sforzo di dire.
Mrs Daniels fa un gran sorriso e guarda il figlio, che dice: «Mamma, perché non vai un
attimo in cucina a bere un po’ d’acqua?» Quando lei se ne va, lui mi si avvicina cauto.
«Possiamo… ehm… parlare un attimo, in camera?»
Lo seguo nella stanza che in passato dividevamo. «Ma che succede?» bisbiglio
chiudendo la porta.
Lui fa una smorfia e va a sedersi sul letto. «Lo so… mi dispiace. Non potevo raccontarle
cos’è successo. Non potevo confessarle cos’ho fatto. Pensi di… restare qui?» mi domanda
speranzoso.
«No…»
«Ah.»
Sospiro e mi passo le dita tra i capelli, un’abitudine che ho preso da lui, sospetto. «Be’,
cosa dovrei fare?» gli chiedo.
«Non lo so… Non pretendo che tu stia al gioco… Ho solo bisogno di un po’ di tempo per
dirglielo.»
«Non sapevo neanch’io che ti avrei trovato qui, pensavo che andassi a Londra.»
«Ho cambiato idea, non volevo partire senza…» Lascia la frase in sospeso, e leggo il
dolore nei suoi occhi.
«C’è un motivo per cui non le hai raccontato che non stiamo più insieme?» Non so se
voglio sentire la risposta.
«Era così contenta che avessi trovato qualcuno… non voglio che ci resti male.»
Ken non pensava che Hardin fosse capace di portare avanti una relazione, così mi ha
detto, e aveva ragione. Però non voglio rattristare sua madre proprio ora che è qui in
vacanza. Di certo non è per il bene di Hardin che dico: «Okay, confesserai quando sarai
pronto. Ma non parlarle della scommessa».
«Davvero? Ti sta bene che lei pensi che stiamo insieme?» Sembra più sorpreso di
quanto dovrebbe. Vedendomi annuire, sospira di sollievo. «Grazie. Ero sicuro che mi
avresti smascherato davanti a lei.»
«Non lo farei mai», ribatto, ed è vero. Per quanto possa essere arrabbiata con lui, non
vorrei mai rovinare i suoi rapporti con la madre. «Finisco di fare il bucato e me ne vado.
Pensavo di non trovarti, perciò avevo preventivato di stare qui anziché al motel», spiego
imbarazzata. Siamo in camera da un po’ troppo tempo.
«Non hai un altro posto dove andare?»
«Potrei tornare da mia madre, solo che non voglio», ammetto. «Il motel non è male,
solo un po’ costoso.» Questa è la conversazione più civile che io e Hardin abbiamo avuto
da una decina di giorni a questa parte.
«So che non accetterai se ti invito a restare qui, ma potrei darti un po’ di soldi…»
Capisco che ha paura della mia reazione alla sua offerta.
«Non mi servono i tuoi soldi.»
«Lo so, ma pensavo di offrirteli lo stesso», dice guardando a terra.
«È meglio se torniamo di là.» Sospiro e apro la porta.
«Arrivo tra un minuto», sussurra lui.
Non mi piace l’idea di restare sola con sua madre, ma non posso rimanere in camera
da letto con lui. Faccio un respiro profondo ed esco.
Quando entro in cucina, la signora si gira a guardarmi dal lavandino. «Non ce l’ha con
me, vero? Non volevo soffocarti.» La sua voce è così dolce, molto diversa da quella di suo
figlio.
«Oh no, certo che no. Doveva solo… dirmi alcune cose per la prossima settimana.»
Sono sempre stata una pessima bugiarda, quindi di solito evito di mentire.
«Oh, bene. So quant’è volubile.» Mi sorride con tanto calore da costringermi a
ricambiare. «Non mi capacito ancora che tu sia così carina. Hardin mi aveva detto che eri
la ragazza più bella che avesse mai visto, ma pensavo che esagerasse.»
Rischio di strozzarmi con l’acqua. Hardin ha detto… cosa? Bevo un altro sorso per
camuffare la sorpresa.
Lei ride. «Davvero, immaginavo che tu fossi piena di tatuaggi e con i capelli verdi, o
qualcosa del genere.»
«No, niente tatuaggi per me. Né capelli verdi», rispondo ridendo, e sento le spalle
rilassarsi un po’.
«Studi letteratura come Hardin, vero?»
«Sì, signora.»
«Signora? Chiamami Trish e dammi del tu.»
«In realtà sto facendo uno stage alla Vance, quindi ho l’orario dei corsi sballato. E al
momento siamo in vacanza.»
«Vance? Christian Vance?» chiede, e io annuisco. «Ah, non vedo Christian da almeno…
dieci anni.» Guarda il bicchiere d’acqua nella mia mano. «Io e Hardin abbiamo vissuto con
lui per un anno, dopo che Ken… Be’, lasciamo stare, a Hardin non piace quando parlo
troppo.» Ridacchia nervosamente.
Non sapevo che Hardin e sua madre avessero abitato con Mr Vance, ma sapevo che si
conoscevano bene: troppo bene perché Christian fosse solo un amico del padre di Hardin.
«So di Ken», dico a Trish nel tentativo di metterla a suo agio, ma poi ho paura di aver
lasciato intendere che so cos’è successo a lei, e temo di averla turbata.
Perciò, quando lei risponde: «Ah sì?» io tento di divagare.
«Sì, Hardin mi ha raccontato…»
Quando lui appare sulla soglia, devo ammettere che sono felice dell’interruzione.
«Hardin ti ha raccontato cosa?» fa lui.
Mi trovo spiazzata, ma sua madre interviene: «Niente, caro, discorsi tra donne»,
minimizza andando ad abbracciarlo. Lui si tira un po’ indietro, come per istinto. Lei si
rabbuia, ma ho l’impressione che sia il loro normale modo di fare.
L’asciugatrice emette un bip per annunciare la fine del ciclo: ne approfitto per uscire
dalla stanza e recuperare il mio bucato, in modo da potermene andare al più presto.
Tiro fuori i vestiti caldi e mi siedo a terra nella piccola stanza lavanderia per piegarli.
La madre di Hardin è davvero dolce, e penso che mi sarebbe piaciuto conoscerla in
circostanze diverse. Non provo rabbia nei confronti di Hardin, ormai ne ho già provata
troppa. Provo tristezza, invece, e il rimpianto per ciò che avrebbe potuto esserci tra noi.
Sistemati i panni, vado in camera a rifare i bagagli. Non avrei dovuto appendere i
vestiti nell’armadio e sistemare la spesa in cucina.
«Hai bisogno di aiuto, cara?» mi chiede Trish.
«Ehm… mi stavo preparando per andare da mia madre», rispondo pensando che dovrò
andarci davvero, visto quanto costa il motel.
«Parti oggi? Subito?» Sembra rattristata.
«Sì… le ho detto che sarei andata da lei per Natale.» Per una volta, vorrei che Hardin
entrasse nella stanza per aiutarmi a districarmi da questa conversazione.
«Ah, speravo che ti fermassi almeno una notte. Chissà quando potrò rivederti… e ci
tengo molto a conoscere la ragazza di cui mio figlio si è innamorato.»
E all’improvviso qualcosa dentro di me vuol rendere felice questa donna. Non so se è
perché sono pentita di averle accennato che so di lei e Ken, o perché lei mi ha difesa
davanti a Hardin. Ma so che non voglio rifletterci troppo, quindi metto a tacere la voce
della coscienza e dico: «D’accordo».
«Davvero? Solo una notte, poi puoi andare da tua madre! In ogni caso non sarebbe
una buona idea guidare con tutta questa neve.» Mi abbraccia per la quinta volta.
Almeno non dovrò stare da sola con Hardin. Non possiamo litigare se c’è anche lei. Be’,
almeno non sarò io a cominciare. Probabilmente… sicuramente è una pessima idea, ma è
difficile dire di no a Trish. Proprio come a suo figlio.
«Be’, vado a fare una doccia. È stato un volo lungo!» Fa un gran sorriso e si allontana.
Mi lascio cadere sul letto e chiudo gli occhi. Saranno le ventiquattr’ore più imbarazzanti
e dolorose della mia vita. Qualsiasi cosa faccia, con lui mi ritrovo sempre punto e a capo.
Dopo qualche minuto apro gli occhi e trovo Hardin sulla porta della cabina armadio, la
schiena rivolta verso di me. «Scusa, non volevo disturbarti», dice girandosi. Mi alzo a
sedere. Si comporta in modo così strano, chiede scusa in continuazione. «Vedo che hai
pulito la casa», riprende a bassa voce.
«Sì, non sono riuscita a trattenermi.» Sorrido, e sorride anche lui. «Hardin, ho detto a
tua madre che mi fermo per stanotte. Solo stanotte, ma se è un problema me ne vado.
Mi sono sentita in colpa perché lei è così gentile, e non ho saputo rifiutare, ma se la cosa
ti mette a disa…»
«Tessa, non c’è problema», mi interrompe. Poi con voce tremante aggiunge: «Voglio
che tu rimanga».
Non so cosa rispondere, e non capisco perché gli eventi abbiano preso questa strana
piega. Voglio ringraziarlo per il regalo, ma ho troppi pensieri in testa.
«Hai passato un bel compleanno?»
«Sì. È venuto a trovarmi Landon.»
«Oh…» Ma poi sentiamo sua madre in salotto e lui fa per uscire. Si ferma davanti alla
porta e si gira verso di me. «Non so come devo comportarmi.»
Sospiro. «Neanch’io.»
Raggiungiamo Trish in salotto.
24
Tessa
LA madre di Hardin è seduta sul divano con i capelli bagnati e raccolti in una crocchia. Ha
un aspetto molto giovanile, è davvero bella. «Potremmo noleggiare qualche film, e io vi
preparo la cena!» esclama. «Non ti manca la mia cucina, amore?»
«Certo, sei la cuoca migliore del mondo», risponde sarcastico.
La situazione non potrebbe essere più imbarazzante.
«Ehi! Non sono così male!» ride lei. «Comunque, stasera cucini tu.»
Mi sento a disagio, non so come comportarmi con Hardin se non stiamo insieme e non
litighiamo neppure. Però mi rendo conto che non è la prima volta: anche Karen e Ken
pensavano che stessimo insieme quando ancora non era così.
«Sai cucinare, Tessa?» mi chiede Trish, interrompendo i miei pensieri. «O cucina
sempre Hardin?»
«Ehm… cuciniamo entrambi. Forse è più ‘scongelare’ che ‘cucinare’, in realtà.»
«Mi fa piacere sentire che ti prendi cura del mio ragazzo, e questo appartamento è
davvero bello. Ho il sospetto che sia tu a fare le pulizie.»
Non mi prendo più cura di suo figlio, da quando mi ha fatta soffrire in quel modo. «Sì,
lui è molto disordinato», confermo.
Hardin mi guarda con un sorrisetto. «No, è lei che è troppo ordinata.»
«È un casinista», diciamo io e Trish in coro.
«Vogliamo vedere un film, o preferite prendermi in giro per il resto della serata?»
chiede Hardin imbronciato.
Mi siedo prima di lui per non dover decidere dove mettermi. Lo vedo incerto sul da
farsi, ma poi si posiziona accanto a me, e io sento il tepore del suo corpo.
«Cosa volete vedere?» ci domanda sua madre.
«Una cosa vale l’altra», risponde Hardin.
Chiedo a Trish di scegliere. Lei opta per 50 volte il primo bacio, un film che
sicuramente non piacerà a Hardin.
E infatti comincia subito a lamentarsi. «Ma è un film vecchissimo!»
«Shhh», lo zittisco; lui sbuffa ma non aggiunge altro.
Lo sorprendo a guardarmi varie volte mentre io e Trish ridiamo e sospiriamo seguendo
la trama. Stranamente mi sto divertendo, e per un po’ quasi dimentico tutto quello che è
successo tra noi. È difficile non appoggiarmi a lui, non toccargli le mani, non scostargli i
capelli che gli ricadono sulla fronte.
«Ho fame», borbotta alla fine del film.
«Perché tu e Tessa non cucinate, dato che io sono reduce da un viaggio molto lungo?»
sorride Trish.
«Ti stai approfittando di questa storia del viaggio, non ti pare?» la canzona lui.
Lei annuisce con un sorrisetto impertinente che ho già visto in passato sul volto di
Hardin.
«Posso cucinare io, se preferite», mi offro. Vado in cucina e mi appoggio al bancone,
stringendo il bordo più forte del necessario, e cerco di fare respiri profondi. Non so quanto
a lungo potrò ancora fingere che Hardin non abbia distrutto tutto, fingere di amarlo. Ma lo
amo, lo amo anche se fa male. Il problema non è la mancanza di sentimenti da parte mia
nei confronti di quel ragazzo volubile ed egoista. Il problema è che gli ho concesso così
tante possibilità, e continuo a chiudere un occhio sulle cose odiose che dice e che fa. Ma
stavolta ha esagerato.
«Hardin, fa’ il gentiluomo e aiutala», sento dire a Trish, e corro al congelatore per non
dare a vedere che ero sul punto di una crisi di nervi.
«Ehm… posso aiutarti?»
«Okay…»
«Ghiaccioli?» chiede.
Mi guardo le mani. Volevo tirare fuori il pollo, ma ero distratta. «Sì, i ghiaccioli
piacciono a tutti, no?» ironizzo, e lui sorride, rivelando quelle maledette fossette.
Posso farcela, posso tollerare la sua presenza, essere gentile con lui, possiamo andare
d’accordo.
«Dovresti fare quella pasta al pollo speciale», gli suggerisco.
I suoi occhi verdi puntano su di me. «Ti va?»
«Sì, se non è troppo disturbo.»
«Certo che no.»
«Sei così strano oggi», bisbiglio, perché l’ospite non ci senta.
«Non è vero», ribatte avvicinandosi.
Mi viene il batticuore. Mi faccio da parte, ma lui apre lo sportello del congelatore.
Pensavo che volesse baciarmi. Ma cosa mi prende?
Cuciniamo in silenzio, perché nessuno dei due sa cosa dire. Lo guardo per tutto il
tempo, le sue dita che stringono il coltello per tagliare il pollo e le verdure, il modo in cui
chiude gli occhi quando il vapore risale dalla pentola, il modo in cui si lecca le labbra
quando assaggia la salsa. So che osservarlo non mi aiuterà a essere imparziale, e che
non mi fa affatto bene, ma non posso farci niente.
Alla fine lo mando a chiamare sua madre per dirle che è pronto, ma poco dopo lui
torna in cucina da solo. «Dorme.»
«Eh?»
«Si è addormentata sul divano. La sveglio?»
«No… ha avuto una giornata lunga. Le metto da parte la cena per quando si sveglierà.
Comunque si è fatto tardi.»
«Sono le otto.»
«Sì… è tardi.»
«Sarà», afferma con voce inespressiva.
«Ma cos’hai? So che la situazione è imbarazzante e tutto, ma sei così strano», replico
servendo la pasta.
«Grazie», fa lui prendendo un piatto e sedendosi a tavola.
Scelgo di mangiare in piedi, al bancone. «Vuoi dirmelo?»
«Dirti cosa?» Inizia a mangiare.
«Perché sei così… taciturno e… gentile. È strano.»
Mastica lentamente e deglutisce prima di rispondere. «Ho paura di dire la cosa
sbagliata.»
«Oh.» Be’, non me l’aspettavo.
«E tu perché sei così gentile e strana?»
«Perché tua madre è qui, e quel che è successo è successo, e non posso fare niente
per cambiarlo. Non posso restare aggrappata per sempre a quella rabbia.» Mi appoggio al
bancone con il gomito.
«E questo cosa vorrebbe dire?»
«Nulla. Sto solo dicendo che voglio comportarmi in modo civile e non litigare più con
te. Non cambia nulla tra noi due.» Mi mordo l’interno della guancia per non piangere.
Hardin resta zitto, si alza e lancia il piatto nel lavello. La ceramica si spacca a metà
con un rumore secco che mi fa trasalire. Hardin non batte ciglio e fila in camera senza
degnarmi di uno sguardo.
Controllo in salotto che sua madre non si sia svegliata. Per fortuna dorme ancora, e nel
sonno somiglia ancora di più al figlio.
Come al solito devo rimediare io ai danni di Hardin. Carico la lavastoviglie, metto via
gli avanzi e pulisco il bancone. Sono esausta, più mentalmente che fisicamente, ma devo
fare una doccia prima di andare a letto. Ma dove posso dormire? In camera c’è Hardin e
sul divano c’è Trish. Forse dovrei tornare al motel.
Alzo un po’ il riscaldamento e spengo le luci in salotto. Quando vado in camera a
prendere il pigiama, trovo Hardin seduto sul letto con i gomiti sulle ginocchia e la testa
tra le mani. Non mi guarda, perciò prendo dalla borsa un paio di pantaloncini e una
maglietta ed esco dalla stanza. Uscendo sento una specie di singhiozzo strozzato.
Hardin sta piangendo?
No. Impossibile.
Ma se sta piangendo davvero, non posso uscire. Torno al letto e mi fermo davanti a lui.
«Hardin?» lo chiamo a bassa voce, e cerco di fargli togliere le mani dal viso. Lui oppone
resistenza, ma io tiro più forte. «Guardami.»
Quando alza gli occhi verso di me, resto senza fiato. Sono rossi e le guance sono rigate
di lacrime. Cerco di prendergli le mani, ma lui le tira via. «Vattene, Tessa.»
Gliel’ho sentito dire troppe volte. «No», ribatto, e mi inginocchio tra le sue gambe
divaricate.
Si asciuga gli occhi con il dorso delle mani. «Non è stata una buona idea. Domattina
dirò tutto a mia madre.»
«Non sei tenuto a farlo.» L’avevo visto versare qualche lacrima in passato, ma mai
piangere a dirotto come in questo momento.
«Sì, invece. È una tortura averti così vicina e così lontana allo stesso tempo. È la
punizione peggiore possibile. So di meritarla, ma è troppo», singhiozza. «Anche per me.»
Fa un lungo respiro affannoso. «Quando hai accettato di restare… ho pensato che forse…
forse tenevi ancora a me come io tengo a te. Ma ora capisco, Tess, ora vedo come mi
guardi. Vedo il dolore che ho provocato. Vedo come sei cambiata per colpa mia. Ma non
ce la faccio a vederti sfuggire tra le mie dita.» Le lacrime gli cadono sulla maglietta nera.
Vorrei dire qualcosa per farlo smettere. Per non farlo più soffrire.
Ma dov’era lui quando io mi addormentavo piangendo tutte le sere?
«Vuoi che me ne vada?» chiedo, e lui annuisce.
Nonostante tutto, fa male sentirmi respinta così. Non dovrei essere qui, non dovremmo
trovarci in questa situazione, ma ho bisogno di passare più tempo con lui. Anche a costo
di soffrire e rischiare. Vorrei non amarlo, vorrei non averlo mai conosciuto.
Ma l’ho conosciuto. E lo amo.
«Okay.» Deglutisco e mi alzo in piedi.
Mi prende per un polso. «Mi dispiace. Di tutto, di averti fatta soffrire, di tutto.»
Non voglio ammetterlo, ma dentro di me so che non sono pronta ad accettare che lui si
arrenda. D’altro canto non sono neanche pronta a perdonarlo. Da giorni sono preda di
questo dilemma, ma oggi è peggio del solito.
«Non…» Lascio la frase in sospeso.
«Cosa?»
«Non voglio andarmene.» Parlo a voce così bassa che dubito mi abbia sentita.
«Cosa?» domanda di nuovo.
«Non voglio andare via. So che dovrei, ma non voglio. Non stasera, almeno.» Mi
sembra di vederlo rinascere, guarire sotto i miei occhi. È una scena bellissima e
terrificante al tempo stesso.
«Cosa vuol dire?»
«Non lo so, ma non sono pronta a scoprirlo», rispondo. Spero di riuscire a comprendere
quest’emozione parlandone.
Hardin mi guarda senza capire, e non piange più. Si asciuga la faccia con la maglietta,
con movimenti meccanici, e dice: «Okay. Puoi dormire sul letto, io sto sul pavimento».
Prende due cuscini e una coperta. Non riesco a non pensare che forse, chissà, tutte
quelle lacrime erano finte. Ma dentro di me so che è impossibile.
25
Tessa
RANNICCHIATA sotto il piumone, rifletto che non avrei mai pensato di vedere Hardin così
vulnerabile. Mi sembra che la dinamica tra me e lui cambi in continuazione, che uno di noi
due abbia sempre il dominio sull’altro. Al momento in teoria sono io quella che ha il
controllo della situazione.
Ma non voglio averlo. E non mi piace questa dinamica. L’amore non dovrebbe essere
una battaglia. E poi non penso di avere la fermezza necessaria: fino a poche ore fa
credevo di avere le idee chiare, ma ora, dopo averlo visto così scosso, non ne sono più
tanto sicura.
Anche al buio, sento gli occhi di Hardin su di me. Quando sospiro mi chiede: «Vuoi che
accenda la televisione?»
«No. Puoi accenderla se vuoi, ma io sto bene così.»
Vorrei avere con me il lettore di ebook. Forse, se mi immergessi nelle sventure di
Catherine e Heathcliff, le mie si ridimensionerebbero. Catherine ha passato tutta la sua
vita a lottare contro l’amore per quell’uomo, fino al giorno in cui ha implorato il suo
perdono e ha dichiarato di non poter vivere senza di lui, per poi morire qualche ora più
tardi. Posso vivere senza Hardin, o no? Non passerò la mia vita a lottare contro questo
amore. Non ci lasceremo rovinare dalla nostra testardaggine, vero? Sono preoccupata da
questo parallelismo, specie se paragono Trevor a Edgar.
«Tess?» chiama il mio Heathcliff, strappandomi ai miei pensieri.
«Sì?» dico con voce stridula.
«Non ho scop… Non sono andato a letto con Molly.» Come se un linguaggio meno
volgare rendesse meno sconcertante l’affermazione.
Resto in silenzio, in parte per la sorpresa e in parte perché voglio credergli. Ma non
devo dimenticare che è un ottimo bugiardo.
«Te lo giuro», aggiunge.
Ah be’, se me lo giura… «Allora perché l’hai detto?»
«Per ferirti. Ero arrabbiato perché tu avevi baciato un altro, perciò ti ho detto la cosa
peggiore che mi è passata in testa. Davvero hai baciato un altro?»
«Sì», ammetto. Ma quando lo sento inspirare di scatto, cerco di attutire il colpo: «Una
volta sola».
«Perché?» Ha uno strano tono di voce, caldo e freddo allo stesso tempo.
«Non lo so proprio… Ero arrabbiata dopo le cose che ci eravamo detti al telefono, e
avevo bevuto troppo. Quindi ho ballato con quel tipo e lui mi ha baciata.»
«Hai ballato con lui? Ballato come?»
È irritante che voglia sapere ogni dettaglio di quello che faccio, anche quando non
stiamo insieme. «Non vuoi saperlo.»
«Sì che voglio.»
«Hardin, ballavamo come balla chiunque in una discoteca. Poi lui mi ha baciata e ha
cercato di portarmi a casa sua.» Provo a cambiare argomento. «Grazie per il lettore di
ebook, è un pensiero molto gentile.»
«Ha cercato di portarti a casa sua? E tu ci sei andata?» Lo sento muoversi al buio e
capisco che si è alzato a sedere.
Resto sdraiata. «Ti sembra il caso di chiedermelo? Sai che non lo farei mai.»
«Be’, non pensavo neanche che avresti mai baciato un altro in una discoteca», sbotta
lui.
Dopo un momento di silenzio, ribatto: «Meglio non parlare di cosa ci aspettiamo l’uno
dall’altra».
Lo sento avvicinarsi. «Dimmi, ti prego, dimmi che non sei andata con lui.»
Si siede sul letto accanto a me e io mi scosto. «Lo sai che non ci sono andata. Poche
ore dopo ero con te.»
«Avevo bisogno di sentirtelo dire. Dimmi che l’hai baciato solo una volta e che non gli
hai più rivolto la parola.»
«L’ho baciato una volta sola e non gli ho più rivolto la parola», scandisco.
Fisso il tatuaggio che spunta dal colletto della sua maglietta. La sua presenza sul letto
mi conforta e mi brucia allo stesso tempo. Non sopporto questa battaglia interiore.
«C’è altro che devo sapere?» mi chiede a bassa voce.
«No», mento. Non voglio raccontargli che sono andata a cena con Trevor. Non è
successo niente, e comunque non sono affari suoi. Trevor mi piace, e voglio tenerlo al
riparo dalla bomba a orologeria che è Hardin.
«Sicura?»
«Hardin… Non penso proprio che tu abbia il diritto di farmi il terzo grado», rispondo
guardandolo negli occhi.
«Lo so», fa lui, e scende dal letto.
Cerco di ignorare il senso di vuoto che mi assale.
26
Hardin
HO passato una pessima giornata. Un inferno che ho accolto a braccia aperte, ma
comunque un inferno. Non mi aspettavo di trovare Tessa a casa, al ritorno dall’aeroporto.
Mi ero inventato una semplice bugia: la mia ragazza sarebbe rimasta fuori città tutta la
settimana di Natale. Mia madre si era lamentata un po’ ma non aveva fatto troppe
domande. Era così emozionata – e sorpresa, a dire il vero – che ci fosse una donna nella
mia vita. Penso che lei e mio padre si fossero rassegnati all’idea che sarei rimasto solo.
D’altronde mi ero rassegnato anch’io.
È paradossale che io non riesca a togliermi dalla testa questa ragazza, dato che fino a
tre mesi fa volevo stare da solo. Non sapevo cosa mi stavo perdendo, e ora che lo so non
ce la faccio a rinunciarci.
Ho provato a dimenticarla, ed è stato un disastro. La bella ragazza bionda con cui sono
uscito sabato sera non era Tessa. Nessuna lo sarà mai. Sì, le somigliava, anche nel modo
di vestire. Arrossiva quando dicevo una parolaccia e sembrava un po’ intimorita da me.
Era carina, ma noiosa.
Le mancava quel fuoco che Tess ha: non mi ha rimproverato per le volgarità, non ha
reagito nemmeno quando le ho posato una mano sulla coscia durante la cena. So che ha
accettato di uscire con me solo per togliersi lo sfizio di passare una serata con un cattivo
ragazzo prima di andare in chiesa l’indomani, ma va bene così, perché anch’io la stavo
usando. La usavo per riempire il vuoto lasciato da Tessa. Per distrarmi dal fatto che
Tessa era a Seattle con quell’idiota di Trevor. Quando ho tentato di baciarla mi sono
sentito terribilmente in colpa. Mi sono tirato indietro, e sul suo viso innocente ho notato
l’imbarazzo. Sono praticamente scappato via, piantandola in asso al ristorante.
Guardo dormire la ragazza di cui sono disperatamente innamorato. Trovarla nel nostro
appartamento, con i suoi vestiti in lavatrice, la casa pulita e persino il suo spazzolino da
denti in bagno… mi ha dato un briciolo di speranza. Ma sperare serve a poco.
Mi aggrappo ancora alla remota possibilità che mi perdoni. Se si svegliasse adesso si
spaventerebbe a morte vedendo come la fisso.
Devo calmarmi, devo lasciarle un po’ di spazio. Questo comportamento e queste
emozioni sono snervanti, mi turbano, non so gestirli. Ma ci riuscirò: ce la farò a risolvere
questo problema. Le scosto una ciocca di capelli dal viso e mi costringo ad allontanarmi
dal letto e a tornare al posto che mi compete, sul pavimento freddo.
Forse stanotte riuscirò a dormire.
27
Tessa
AL risveglio, resto momentaneamente spiazzata dal soffitto di mattoni che vedo sopra di
me. È strano svegliarsi qui dopo una settimana in albergo. Sul pavimento non ci sono più
le coperte e i cuscini, sono impilati in ordine accanto all’armadio. Vado in bagno.
Sento la voce di Hardin dal salotto. «Oggi non può restare, mamma. Sua madre la
aspetta.»
«Non possiamo far venire qui sua madre? Mi piacerebbe conoscerla», dice Trish.
Oh, no.
«No… Non le sto molto simpatico.»
«Perché no?»
«Perché non mi ritiene all’altezza di Tessa. E forse per il mio aspetto.»
«Il tuo aspetto? Hardin, non permettere a nessuno di farti sentire insicuro. Pensavo
che ti piacesse il tuo… stile?»
«Sì, mi piace. Cioè, non me ne frega niente di quello che pensano gli altri. A parte
Tessa.»
Resto allibita, e Trish ride. «Chi sei tu, e cosa ne hai fatto di mio figlio?» Poi, con una
sincera allegria nella voce, prosegue: «Non ricordo neppure da quanto tempo non
parlavamo senza che tu mi insultassi, sono passati anni. È bello».
«Okay… okay…» borbotta lui. Mi viene da ridere quando immagino Trish che cerca di
abbracciarlo.
Dopo la doccia decido di non uscire dal bagno finché non mi sono preparata di tutto
punto. Sono una codarda, lo so, ma ho bisogno di un altro po’ di tempo per stamparmi in
faccia un sorriso falso da mostrare alla madre di Hardin. Non è proprio un sorriso falso… e
questa è una parte del problema, mi rammenta il subconscio. Ieri mi sono divertita molto,
e da una settimana non dormivo così bene.
Mentre finisco di arricciarmi i capelli, sento bussare alla porta. «Tess?» È la voce di
Hardin.
«Ho finito», rispondo, e apro la porta.
Indossa degli shorts di cotone grigio e una maglietta bianca. «Non voglio metterti
fretta, ma devo proprio pisciare.»
Mi fa un sorrisetto e io cerco di non fissare i tatuaggi che traspaiono dalla maglietta.
«Mi vesto e vado», gli dico.
Lui guarda il muro. «Okay.»
Mi sento molto in colpa per aver mentito a sua madre, e perché me ne vado così
presto.
Scelgo il vestito bianco, ma metto una calzamaglia nera perché fa troppo freddo. Farei
meglio a indossare jeans e felpa, ma quel vestito mi fa sentire sicura, e oggi ne ho
bisogno. Rimetto le mie cose nei borsoni e le grucce nell’armadio.
«Hai bisogno di aiuto?» domanda Trish dietro di me.
Trasalisco, e l’abito blu che indossavo a Seattle mi cade di mano. «Stavo solo…»
balbetto.
Lei guarda l’armadio mezzo vuoto. «Quanto pensi di fermarti da tua madre?»
«Be’, io…» Sono proprio una pessima bugiarda.
«A quanto pare starai via per un po’.»
«Sì… non ho molti vestiti», mormoro.
«Volevo chiederti se ti va di fare un po’ di shopping con me. Magari possiamo andarci
se torni prima che io parta.»
Non capisco se mi crede o se ha intuito che non ho intenzione di tornare. «Sì… certo»,
mento di nuovo.
«Mamma…» dice Hardin entrando nella stanza. Spero che Trish non abbia notato il
modo in cui suo figlio guarda l’armadio vuoto.
«Stavo finendo di fare i bagagli», spiego, e lui annuisce. Chiudo l’ultima borsa e lo
fisso, incerta su cosa dire.
«Ti porto giù le borse», fa poi, prendendo le mie chiavi sul comò.
Quando Hardin è uscito, Trish mi posa le mani sulle spalle. «Sono molto contenta di
averti conosciuta, Tessa. Non sai quanto sia bello per me vedere il mio unico figlio così.»
«Così come?»
«Felice.»
Mi viene da piangere. Se questo ai suoi occhi è un Hardin felice, non voglio che veda
l’Hardin normale.
La saluto e mi preparo a lasciare l’appartamento per l’ultima volta.
«Tessa?» mi chiama. Mi giro verso di lei.
«Tornerai da lui, vero?»
Mi si stringe il cuore. Non mi sta chiedendo soltanto se tornerò dopo le vacanze di
Natale. Non penso di riuscire a parlare, quindi faccio cenno di sì e mi affretto a uscire.
Arrivata all’ascensore mi volto e vado in direzione delle scale per evitare di incrociare
Hardin. Mi asciugo gli occhi e faccio un respiro profondo prima di uscire sotto la neve.
Raggiungo la mia macchina: il parabrezza è stato pulito e il motore è acceso.
Decido di non chiamare mia madre per avvisarla che sto arrivando. Al momento non ho
voglia di parlare con lei. Voglio usare queste due ore di viaggio per schiarirmi i pensieri.
Devo fare un elenco dei pro e dei contro di rimettermi con Hardin. So che è stupido anche
solo rifletterci: lui mi ha fatto cose terribili, mi ha mentito, mi ha umiliata e ha tradito la
mia fiducia. Finora, sul versante dei contro abbiamo le bugie, la scommessa, le lenzuola e
il preservativo usati come prova, gli scatti d’ira, i suoi amici, Molly, il suo ego, la sua
prepotenza, il fatto che non posso più fidarmi di lui.
Nella lista dei pro c’è… be’, il fatto che lo amo. Che mi rende felice, mi fa sentire più
forte, più sicura di me. Il fatto che di solito vuole il meglio per me, a meno che
naturalmente non sia lui a farmi soffrire… Il suo modo di ridere e sorridere, il modo in cui
mi abbraccia, mi bacia, e il fatto che stia cambiando per me.
So che la lista dei pro è composta da piccole cose, in confronto agli enormi contro, ma
le cose piccole sono le più importanti, giusto? Non so decidere se sono completamente
pazza a pensare di poterlo perdonare, o se sto solo seguendo il cuore. Quale sarà la
guida migliore, in amore: i sentimenti o la testa?
Per quanto mi sforzi, non riesco a stargli lontana. Non ci sono mai riuscita.
Vorrei avere un’amica con cui parlarne, qualcuno che si sia trovato in una situazione
del genere. Vorrei poter chiamare Steph, ma anche lei mi ha mentito per tutto il tempo.
Chiamerei Landon, ma mi ha già detto come la pensa, e a volte è più utile il punto di
vista di una donna.
Nevica ancora e sulle strade deserte tira un forte vento. Sarei dovuta restare in
albergo; non so proprio perché ho deciso di partire. Ma alla fine raggiungo la casa di mia
madre prima del previsto e senza intoppi.
Imbocco il vialetto, da cui la neve è stata spalata con cura, e alla terza volta che busso
finalmente mia madre viene ad aprirmi, in accappatoio e con i capelli bagnati. Posso
contare sulle dita di una mano le occasioni in cui l’ho vista struccata e spettinata.
«Che ci fai qui? Perché non hai avvisato?» sbotta, gelida come sempre.
Entro in casa. «Non lo so… stavo guidando nella neve e non volevo distrarmi.»
«Dovevi chiamarmi, mi sarei preparata.»
«Non c’è bisogno che ti prepari, sono solo io.»
Sbuffa. «Non ci sono mai scuse per la trasandatezza, Tessa», ribatte, come se stesse
parlando a me del mio aspetto attuale. È un’osservazione così assurda che mi viene quasi
da ridere, ma mi trattengo.
«Dove sono i tuoi bagagli?» mi chiede.
«In macchina, li tiro fuori dopo.»
«Cos’è quel… quel vestito che indossi?» Mi squadra da capo a piedi.
Sorrido. «È per il lavoro, mi piace molto.»
«È troppo scollato… ma il colore non è male.»
«Grazie. Allora, come stanno i Porter?» domando. So che parlare della famiglia di Noah
servirà a distrarla.
«Stanno benissimo. Sentono la tua mancanza.» Si avvia in cucina e aggiunge
distrattamente: «Forse dovremmo invitarli a pranzo».
Rabbrividisco e le corro dietro. «Ehm, non mi pare una buona idea.»
Mi guarda e si versa il caffè. «Perché no?»
«Non lo so… mi sentirei in imbarazzo.»
«Theresa, conosci i Porter da anni. Vorrei che ti vedessero ora che vai all’università e
fai uno stage.»
«Cioè vuoi vantarti di me?» Vuole invitarli solo per pavoneggiarsi!
«No, voglio che vedano i successi che hai ottenuto. Non significa vantarsi.»
«Preferirei di no.»
«Be’, Theresa, questa è casa mia, e se voglio invitarli li inviterò. Finisco di rendermi
presentabile e torno.» Si volta e mi lascia da sola in cucina.
Vado nella mia vecchia camera. Stanca, mi sdraio sul letto ad aspettare che mia madre
finisca i suoi complessi rituali di bellezza.
«Theresa?» La voce di mia madre mi sveglia. Non ricordo neppure di essermi
addormentata vestita.
Sollevo la testa da Buddha, il mio vecchissimo elefante di peluche, e grido,
disorientata: «Arrivo!»
Mi rimetto faticosamente in piedi e barcollo in corridoio. Quando arrivo in salotto trovo
Noah seduto sul divano. Non c’è l’intero clan dei Porter, come aveva minacciato mia
madre, ma la sua presenza basta a svegliarmi del tutto.
«Guarda chi è passato stamattina!» esclama mia madre con il più falso dei sorrisi.
«Ciao», rispondo, ma in realtà sto pensando che ho sbagliato a venire, e lo sapevo.
Noah mi saluta con un cenno della mano. «Ciao Tessa, ti trovo benissimo.»
Non mi dispiace vederlo, gli voglio bene come a una persona di famiglia. Ma ho
bisogno di una pausa di riflessione, e la sua presenza mi fa solo soffrire di più. So che non
è colpa sua, e non ho il diritto di trattarlo male, soprattutto dal momento che è stato
sempre così gentile anche dopo che ci siamo lasciati.
Mia madre esce dalla stanza. Mi tolgo le scarpe e mi siedo sul divano di fronte a Noah.
«Come vanno le vacanze?» mi chiede.
«Bene, e le tue?»
«Bene. Tua madre mi ha raccontato che sei stata a Seattle.»
«Sì, è stato bellissimo. Ero lì con il mio capo e dei colleghi.»
«È splendido, Tessa. Sono felice per te, stai proprio facendo carriera nell’editoria!»
«Grazie», gli dico sorridendo. Non mi sento in imbarazzo quanto temevo.
Dopo un momento, Noah guarda verso il corridoio in cui è sparita mia madre e poi si
sporge verso di me. «Ehi, tua madre è molto tesa da qualche giorno. Più del solito,
intendo. Come la stai vivendo?»
Lo guardo perplessa. «In che senso?»
«La faccenda di tuo padre», spiega lentamente, come se io sapessi di cosa parla.
Cosa? «Mio padre?»
«Non te l’ha detto?» Torna con lo sguardo verso il corridoio. «Oh… non dirle che ti ho
detto…»
Non gli lascio il tempo di finire. Scatto in piedi e filo in camera di mia madre.
«Mamma!»
Che accidenti è successo con mio padre? Non lo vedo e non ho sue notizie da otto
anni. Il tono solenne con cui ne parla Noah… È morto? Non so come reagirei.
«Cosa succede con papà?» chiedo entrando nella stanza. Lei ha un sussulto ma si
ricompone subito. «Allora?» strillo.
«Tessa, devi abbassare la voce. Non è niente, niente di cui tu debba preoccuparti.»
«Questo non sta a te deciderlo. Dimmi cosa succede! È morto?»
«Morto? Oh, no. Te lo direi, in quel caso», risponde con noncuranza.
«Allora cosa succede?»
Sospira e mi guarda per un secondo. «È tornato. Abita non lontano da te, ma non ti
contatterà, quindi non preoccuparti. Ci ho pensato io.»
«Ma cosa significa?» Non ho spazio a sufficienza nella testa per tutti i problemi con
Hardin, e ora mio padre è tornato nello Stato di Washington. Pensandoci, non sono sicura
che se ne fosse mai andato. Sapevo solo che era lontano da me.
«Non significa niente. Te l’avrei detto giovedì sera al telefono, ma siccome non ti sei
scomodata a rispondermi, me ne sono occupata da sola.»
Quella sera ero troppo ubriaca per rispondere, e meno male che non l’ho fatto. Non
avrei potuto gestire una notizia del genere dopo aver bevuto. Non ci riesco neppure
adesso.
«Non ti darà fastidio, quindi non fare quel muso lungo e preparati, andiamo a fare
shopping», dice in tono indifferente.
«Non mi va di fare shopping, mamma. È una notizia importante per me, sai.»
«No che non lo è», ribatte con voce velenosa. «Non lo vedi da anni. E continuerai a
non vederlo, non è cambiato niente.» Sparisce nella cabina armadio. Capisco che è inutile
discutere con lei.
Torno in salotto, prendo il telefono e mi infilo le scarpe.
«Dove andate?» chiede Noah.
«Chi lo sa», rispondo, ed esco di casa.
Ho sprecato tutto questo tempo per venire fin qui, guidando nella neve, solo per farmi
trattare in questo modo. Mia madre è una vera stronza. Tolgo la neve dal parabrezza con
un braccio; pessima idea, che serve solo a congelarmi di più. Salgo in macchina intirizzita,
avvio il motore e aspetto che si scaldi.
Mentre guido inizio a gridare, a insultare mia madre con tutte le parolacce che mi
vengono in mente. Quando resto senza voce cerco di decidere cosa fare, ma mi tornano
in mente i ricordi di mio padre e non riesco a concentrarmi su nient’altro. Con le guance
rigate di lacrime, prendo il telefono dal sedile del passeggero.
Pochi secondi dopo la voce di Hardin mi rimbomba all’orecchio. «Tess? Stai bene?»
«Sì…» rispondo, ma la voce mi tradisce e comincio a singhiozzare.
«Cos’è successo? Cosa ti ha fatto?»
«Lei… Posso tornare?»
Lo sento sospirare. «Certo che puoi, piccola… Tessa», si corregge, ma vorrei che non
l’avesse fatto.
«Quanto sei lontana?»
«Venti minuti.»
«Okay, vuoi che continuiamo a parlare?»
«No… Nevica», spiego, e riaggancio.
Non sarei dovuta partire. È paradossale che stia correndo da Hardin, nonostante tutto
quello che mi ha fatto.
Quando entro nel parcheggio sto ancora piangendo. Mi asciugo il viso, ma il trucco mi
cola e mi sporca le guance. Scendo dalla macchina e vedo Hardin davanti alla porta, la
testa imbiancata di neve. Senza riflettere corro da lui e lo abbraccio. Fa un passo indietro,
sconcertato dal mio gesto, ma poi mi stringe tra le braccia e mi lascia piangere sulla sua
felpa bagnata dalla neve.
28
Hardin
SEM BRA passata una vita dall’ultima volta che l’ho stretta tra le braccia. Quando la vedo
correre verso di me provo un sollievo indescrivibile: non mi aspettavo che potesse
accadere davvero. Ultimamente era così fredda, scostante. Non gliene faccio una colpa…
ma cazzo, quanto ho sofferto.
«Stai bene?» le chiedo affondando il viso tra i suoi capelli.
Annuisce senza staccarsi dal mio petto, ma continua a piangere. È chiaro che non sta
bene. Sua madre le avrà detto qualcosa che l’ha ferita. Sapevo che sarebbe successo, e
sinceramente la parte egoista di me è felice che sia accaduto. Non che la madre di Tessa
l’abbia fatta soffrire, ma che lei sia corsa da me a cercare conforto.
«Entriamo», dico.
Il suo viso bellissimo è rigato di mascara, gli occhi gonfi. Spero che non abbia pianto
per tutto il tragitto.
Appena entriamo nell’atrio, tiro fuori la sciarpa che ho portato giù e gliela avvolgo
intorno alla testa e alle orecchie, incorniciando di morbida lana viola quel viso stupendo.
Deve sentire freddo, con solo quel vestito addosso. Quel vestito… In altre circostanze mi
ispirerebbe una fantasia erotica. Ma non adesso, non quando lei sta così.
«Vuoi che ne parliamo?» domando mentre usciamo dall’ascensore e andiamo verso il
nostro… verso l’appartamento.
Lei annuisce. Apro la porta; mia madre è seduta sul divano e la preoccupazione le si
dipinge in faccia quando vede in che stato è Tessa. Le scocco un’occhiataccia: spero
ricorderà che mi ha promesso di non bombardarla di domande sul perché è tornata. Vedo
che stacca gli occhi da lei e si gira a guardare la televisione, fingendo indifferenza.
«Andiamo un po’ in camera», annuncio. In corridoio giro la manopola per alzare il
riscaldamento, perché so che Tessa muore di freddo. Quando entro nella stanza la trovo
già seduta sul bordo del letto. Non sapendo quanto posso avvicinarmi, resto lì e aspetto
che dica qualcosa.
«Hardin?» mi chiama con un filo di voce. Sì, ha pianto per tutto il viaggio.
Quando faccio qualche passo verso di lei, mi stupisce afferrandomi per la maglietta e
tirandomi a sé tra le gambe divaricate. Dev’essere successo qualcosa di grave, sua madre
non le ha detto solo qualche cattiveria.
«Tess… cosa ti ha fatto?» le chiedo, e lei ricomincia a piangere, macchiandomi la
maglietta di trucco. La cosa non mi dispiace: così quando se ne andrà mi rimarrà un
ricordo di lei.
«Mio padre…» comincia con voce rotta, e io mi irrigidisco.
«Tuo padre?» Se era lì… «Tessa, lui era lì? Ti ha fatto qualcosa?» Sento montare la
rabbia.
Scuote la testa. Le alzo il mento per costringerla a guardarmi. Non è mai così
taciturna, anzi di solito quando è agitata parla di più.
«È tornato a vivere qui… ma non sapevo neppure che se ne fosse andato. Cioè, sì, lo
sapevo, ma non ci pensavo mai. Non pensavo mai a lui.»
Con voce meno calma di quanto vorrei, le chiedo: «Oggi hai parlato con lui?»
«Io no, ma lei sì. Ha detto che lui non si metterà in contatto con me, ma non voglio
che sia lei a prendere questa decisione al posto mio.»
«Vuoi vederlo?» Mi ha sempre parlato male di quell’uomo: era violento, spesso
prendeva a schiaffi sua madre di fronte a lei. Perché ora vorrebbe rivederlo?
«No… Be’, non lo so. Ma voglio essere io a decidere.» Si asciuga gli occhi con il dorso
della mano. «Ma tanto lui non vorrà vedermi…»
Ho l’istinto di rintracciare quell’uomo e assicurarmi che non le si avvicini, e mi sforzo di
calmarmi prima di fare qualche stupidaggine.
«Non riesco a non pensare… Cosa succederebbe se fosse come tuo padre?»
«In che senso?»
«Se è cambiato. Se non beve più.» La speranza nella sua voce mi spezza il cuore… be’,
quel che ne resta.
«Non lo so… di solito non accade», le rispondo sinceramente. La vedo rabbuiarsi,
perciò continuo: «Ma potrebbe. Magari adesso è diverso…» Non ci credo, ma perché
dovrei rubarle la speranza? «Non sapevo che ti importasse di lui.»
«Infatti no… non finora, almeno. Sono solo arrabbiata perché mia madre me l’ha
tenuto nascosto…» dice, e poi, continuando ad asciugarsi gli occhi e la faccia sulla mia
maglietta, mi racconta il resto. La madre di Tessa è l’unica donna al mondo capace di
annunciare il ritorno dell’ex marito alcolizzato e subito dopo proporre alla figlia di andare
a fare shopping. Non commento il fatto che Noah fosse lì, anche se mi fa innervosire. Non
vuole proprio togliersi dai piedi.
Si è un po’ calmata, mi sembra che stia molto meglio di quand’è arrivata, e mi piace
pensare che sia grazie alla mia presenza.
«Non ti dispiace che io sia venuta, vero?»
«Certo che no. Puoi restare finché vuoi. L’appartamento è anche tuo, dopotutto.»
Cerco di sorriderle, e stranamente lei ricambia. «La prossima settimana dovrebbero
darmi una stanza in dormitorio.»
Annuisco. Se aprissi bocca, finirei per scongiurarla di non lasciarmi di nuovo.
29
Tessa
VADO in bagno a struccarmi e darmi una sistemata. L’acqua tiepida lava via i residui della
mattinata difficile che ho passato. A dirla tutta sono contenta di essere qui: nonostante
quello che è successo tra me e Hardin, sono felice di sapere che posso ancora rifugiarmi
da lui. È l’unica costante della mia vita; ricordo che una volta me l’ha detto. Mi chiedo se
lo pensasse sul serio; in ogni caso, so che lo pensa ora. Vorrei solo che mi parlasse di più
dei suoi sentimenti. Da quando lo conosco non l’avevo mai visto esprimere tante
emozioni come quando ha pianto ieri. Vorrei tanto sentire le parole che stanno dietro
quelle lacrime.
Torno in camera e lo trovo intento a posare a terra le mie borse. «Sono sceso di sotto
a prendere le tue cose.»
«Grazie, spero proprio di non disturbare», gli dico tirando fuori una maglietta e un paio
di pantaloni della tuta. Non vedo l’ora di togliermi questo vestito.
«Ti voglio qui con me, lo sai, vero?» mormora. Alzo le spalle e lui si rabbuia. «Ormai
dovresti saperlo, Tess.»
«Sì, ma… c’è anche tua madre, e io mi presento qui in lacrime, con tutti i miei
problemi…»
«Mia madre è felice che tu sia qui, e anch’io.»
È bello sentirselo dire, ma cambio argomento. «Avete progetti per oggi?»
«Penso che mia madre volesse andare al centro commerciale. Ma possiamo andarci
domani.»
«Andate pure, troverò qualcosa da fare.» Non vede sua madre da più di un anno, non
voglio rovinare i loro piani.
«No, non preoccuparti. Non è bene che tu resti sola.»
«Starò benissimo.»
«Tessa, cosa ti ho appena detto?» ringhia. Alzo gli occhi su di lui. A quanto pare ha
dimenticato che non può decidere al posto mio. Nessuno può più farlo.
Si corregge: «Scusa… tu resta qui, io vado a fare shopping con lei».
«Così va meglio», rispondo accennando un sorriso.
Sto per cambiarmi, e proprio mentre mi tolgo il vestito lui bussa alla porta. «Tess?»
«Sì?»
Un istante di silenzio, e poi: «Ti trovo qui quando torniamo?»
Sbuffo in una risata. «Sì, tanto non saprei dove altro andare.»
«Okay. Se hai bisogno di qualcosa chiamami.»
Pochi minuti dopo sento chiudersi la porta di casa ed esco dalla stanza. Avrei fatto
meglio ad andare con loro, così non sarei rimasta sola con i miei pensieri. Vedo la
televisione per un’ora e mi assale la noia. Ogni tanto sento vibrare il telefono e il nome di
mia madre appare sul display. Non rispondo. Mi metto a leggere un ebook per passare il
tempo, ma non riesco a smettere di guardare l’orologio.
Vorrei scrivere a Hardin per sapere quando tornerà, invece decido di preparare la cena
per ingannare l’attesa. Qualcosa di semplice ma che richieda un po’ di tempo… ecco, le
lasagne.
Ben presto arrivano le otto, poi le otto e mezzo, e alle nove medito nuovamente di
scrivergli.
Ma cosa mi prende? È bastato un litigio con mia madre per farmi tornare tra le braccia
di Hardin? Tuttavia, se devo essere sincera con me stessa, non mi sento pronta per una
vita senza di lui. Non voglio niente di serio con lui, però sono stanca di lottare contro me
stessa. Mi ha fatto soffrire molto, eppure senza di lui sto ancora peggio di come stavo
quando ho scoperto della scommessa. Questa mia debolezza mi irrita e al tempo stesso
mi rende confusa; ho bisogno ancora di un po’ di tempo per riflettere, per vedere come
stiamo insieme.
Le nove e un quarto. Ho finito di apparecchiare e di ripulire la cucina, e sono solo le
nove e un quarto. Gli scriverò un breve messaggio, solo un saluto. Nevica, quindi voglio
solo controllare che stia bene, per stare sul sicuro.
Ma proprio mentre prendo il telefono, la porta si apre. Poso il cellulare senza farmi
vedere mentre Hardin entra con sua madre.
«Allora, com’è andato lo shopping?» gli chiedo nello stesso istante in cui lui esclama:
«Hai preparato la cena?»
«Prima tu!» ribattiamo in coro, e scoppiamo a ridere.
Alzo una mano e dico a lui e a Trish: «Sì, ho cucinato. Ma se avete già mangiato fa lo
stesso».
«Che buon profumino!» fa sua madre osservando la tavola imbandita. Posa subito i
sacchetti, va a lavarsi le mani e si siede a tavola. «Grazie, cara. Il centro commerciale era
un inferno, pieno di gente per gli ultimi acquisti prima di Natale. Chi è il pazzo che
aspetta gli ultimi giorni prima di Natale per comprare i regali?»
«Be’, tu», ribatte Hardin, versandosi un bicchiere d’acqua.
«Oh, sta’ zitto», lo rimprovera lei, addentando un grissino.
Hardin si siede accanto alla madre e io prendo il posto davanti a lei. Durante la cena
Trish mi racconta che hanno visto un uomo che veniva fermato dalla sicurezza per aver
tentato di rubare un vestito da Macy’s. Devo ammettere che la cena che ho preparato è
più buona del solito, e in tre mangiamo quasi tutta la teglia di lasagne. Anch’io faccio il
bis: non devo più arrivare a cena con lo stomaco vuoto.
«Ah, abbiamo comprato un albero di Natale», dice a un tratto la madre di Hardin. «È
piccolo, ma dovete per forza averne uno, soprattutto visto che sarà il vostro primo Natale
insieme!»
Anche prima che andasse tutto a rotoli, io e Hardin non avevamo mai parlato
dell’eventualità di fare l’albero. Ero così distratta dal trasloco, e da Hardin in generale,
che mi ero quasi dimenticata che fossimo sotto le feste. Nessuno dei due era interessato
al Ringraziamento – lui perché non è americano, e io perché non volevo passarlo nella
chiesa di mia madre – e quindi avevamo ordinato una pizza ed eravamo rimasti al mio
dormitorio.
«Non è un problema, vero?» mi chiede Trish.
Mi rendo conto che non le ho risposto. «No, certo che no», faccio poi. Guardo Hardin e
vedo che sta fissando il piatto vuoto.
Trish cambia argomento, per fortuna. Dopo qualche minuto annuncia: «Be’, mi
piacerebbe fare le ore piccole con voi giovani, ma ho bisogno di riposare». Mi ringrazia di
nuovo, lascia il piatto sporco nel lavello, ci dà la buonanotte e bacia Hardin sulla guancia;
lui si ritrae irritato, ma lei sembra contenta di quel breve contatto. Poi viene da me, posa
le mani sulle mie spalle e mi bacia sulla fronte. Hardin la guarda storto e io gli sferro un
calcio sotto il tavolo. Dopo che lei se n’è andata mi alzo per sparecchiare.
«Grazie di aver preparato la cena, non dovevi», mi dice Hardin, poi andiamo in
camera.
«Stavolta posso dormire io sul pavimento, dato che la scorsa notte ci hai dormito tu»,
mi offro, anche se so che non me lo permetterebbe mai.
«No, non preoccuparti, non è poi così male», replica come avevo previsto.
Mi siedo sul letto mentre Hardin stende le coperte a terra. Gli lancio due cuscini, lui mi
fa un sorrisetto e inizia a sbottonarsi i jeans. Devo assolutamente distogliere lo sguardo.
Preferirei di no, ma so che devo. Vedendo guizzare i suoi muscoli sull’addome tatuato
mentre si china per sfilarsi i pantaloni ricordo quanto sono attratta da lui, nonostante la
rabbia. Indossa un paio di boxer neri aderenti. Alza la testa per guardarmi.
«Scusa», mormoro arrossendo.
«Scusa tu. È l’abitudine», risponde con noncuranza, e va a prendere il pigiama.
Tengo gli occhi fissi sul muro finché lui, in tono beffardo, fa: «Buonanotte, Tess», e
spegne la luce.
Un rumore mi sveglia. Resto a guardare il buio. Poi lo sento ancora. È la voce di
Hardin. «No! Per favore!» piagnucola.
Oh merda, un altro dei suoi incubi. Salto giù dal letto e mi inginocchio accanto a lui.
Si dimena nel sonno e strilla ancora più forte: «No!»
«Hardin! Hardin, svegliati!» gli sussurro all’orecchio scuotendolo per le spalle.
Ha la maglietta madida di sudore e i lineamenti distorti. Apre gli occhi e si tira a
sedere di scatto. «Tess…» ansima, e mi abbraccia.
Gli accarezzo la schiena. «Va tutto bene», lo rassicuro, e lui mi stringe più forte. «Vieni
a letto.» Mi alzo, lui si aggrappa alla mia maglietta e mi segue.
«Ti senti bene?» gli chiedo quando si sdraia.
«Sì. Puoi prendermi un po’ d’acqua?»
«Certo. Torno subito.»
Accendo la lampada e scendo di nuovo dal letto, cercando di fare meno rumore
possibile per non svegliare Trish. Ma quando arrivo in cucina la trovo in piedi.
«Sta bene?» mi chiede.
«Sì, adesso sì. Sono venuta a prendergli un po’ d’acqua», le spiego riempiendo un
bicchiere. Quando mi giro lei mi abbraccia e mi bacia sulla guancia.
«Domani possiamo parlare?» mi domanda.
Annuisco. Lei sorride, ma la sento tirare su con il naso mentre mi allontano.
Hardin sembra un po’ sollevato quando mi vede tornare. Mi ringrazia e svuota il
bicchiere in un sorso solo. Mi rendo conto che il suo disagio non è dovuto solo all’incubo,
ma in parte anche a me.
«Vieni qui», gli dico, e vedo il sollievo nei suoi occhi mentre scorre verso di me. Lo
abbraccio e appoggio la testa sul suo petto. È confortante per me come immagino lo sia
per lui. Nonostante tutto quello che mi ha fatto, mi sento a casa tra le sue braccia.
«Non lasciarmi, Tess», bisbiglia lui, e chiude gli occhi.
30
Tessa
MI sveglio sudata, abbracciata a Hardin. Siamo così avvinghiati che gli si saranno
intorpidite le braccia. Facendo attenzione a non svegliarlo, gli scosto i capelli dalla fronte.
Mi sembra passato un secolo dall’ultima volta che ho toccato i suoi capelli, ma in realtà
era solo una settimana fa. A Seattle.
Apre gli occhi e io tolgo subito la mano. «Scusa», affermo imbarazzata.
«No, è bello», borbotta lui con la voce assonnata.
Quando si stacca da me per alzarsi, mi pento di averlo svegliato.
«Ho un po’ di lavoro da sbrigare oggi, devo andare in città», dice tirando fuori
dall’armadio un paio di jeans neri e infilandosi gli anfibi. Ho l’impressione che abbia fretta
di andarsene.
«Okay…» Pensavo fosse contento di aver dormito con me, e che ci siamo abbracciati
per la prima volta da una settimana. Pensavo che qualcosa fosse cambiato; che lui si
fosse accorto che inizio a tentennare, che siamo più vicini a una riconciliazione di quanto
lo fossimo ieri.
«Sì…» replica giocherellando con il piercing sul sopracciglio. Poi si infila una maglietta
bianca, ne prende una nera dal comò ed esce dalla stanza senza aggiungere altro,
lasciandomi di nuovo confusa. Di tutte le cose che mi aspettavo, una fuga così precipitosa
era proprio l’ultima. Cosa dovrà fare di così importante? Legge dattiloscritti, proprio come
me; solo che ha la libertà di lavorare da casa… e allora perché vuole lavorare proprio
oggi? Mi si torce lo stomaco al ricordo di cosa stava facendo l’ultima volta che mi ha detto
di dover lavorare.
Scambia qualche parola con sua madre, poi lo sento uscire di casa. Torno a sdraiarmi
sul letto, irritata, ma il richiamo del caffè mi induce ad alzarmi.
«Buongiorno, tesoro», cinguetta Trish, seduta al bancone.
«Buongiorno. Grazie di aver preparato il caffè.»
«Hardin ha detto che doveva lavorare», fa lei, ma sembra più una domanda che
un’affermazione.
«Sì, anche a me ha detto qualcosa del genere.» Non so cos’altro aggiungere.
«Sono contenta che stia bene, dopo stanotte», riprende lei preoccupata.
«Anch’io.» Poi, sovrappensiero, aggiungo: «Non avrei dovuto lasciarlo dormire per
terra».
Mi guarda perplessa. «Non ha incubi quando non dorme per terra?» chiede in tono
cauto.
«No, non li ha se…» Esito.
«Se ci sei tu con lui», finisce lei al posto mio.
«Sì… se ci sono io.»
Mi rivolge uno sguardo pieno di speranza, lo sguardo che può avere solo una madre
che parla di suo figlio. «Vuoi sapere perché fa quegli incubi? Mi odierà per avertelo detto,
ma penso che tu debba saperlo.»
«Oh, ti prego, Trish.» Mi si serra la gola. Non voglio sentirle raccontare quella storia.
«Mi ha parlato… di quella notte.»
Lei non riesce a nascondere la sorpresa. «Te l’ha raccontato?!»
«Scusa, non volevo dirlo in quel modo. E l’altra sera, pensavo che tu sapessi…» Bevo
un altro sorso di caffè.
«No, no… Non scusarti. Ma è incredibile che lui te ne abbia parlato. Certo, sapevi degli
incubi, ma… è straordinario.» Si asciuga gli occhi con la punta delle dita e mi rivolge un
sorriso che viene dritto dal cuore.
«Spero non sia un problema. Mi dispiace molto per quello che è successo.» Non voglio
impicciarmi dei segreti della loro famiglia, ma non mi è mai capitato di avere a che fare
con cose del genere.
«Nessun problema, cara», mi rassicura scoppiando a piangere. «Sono così contenta
che ti abbia trovata… Gli incubi erano così orribili… Non faceva che gridare. Ho provato a
mandarlo da uno psicologo, ma sai com’è fatto, non voleva parlarne con nessuno. Non
apriva bocca, stava lì zitto a fissare il muro.»
Poso la tazza sul bancone e mi alzo per abbracciarla.
«Non so perché tu sia tornata, ieri, ma ne sono felice», mi dice posando la testa sulla
mia spalla.
«Cosa?»
Si tira su e mi guarda con aria complice. «Oh, tesoro, non sono poi così vecchia. Mi ero
accorta che qualcosa non andava tra voi due. Ho visto quant’era sorpreso quando siamo
arrivati e ti abbiamo trovata qui, e ho capito che c’era sotto qualcosa quando mi ha detto
che non potevi venire in Inghilterra.»
Sospettavo che avesse intuito la situazione, ma non sapevo che fossimo così
trasparenti per lei. Bevo un lungo sorso del caffè ormai tiepido e ci rifletto su.
Trish mi posa una mano sul braccio. «Era così entusiasta… be’, per quanto può
entusiasmarsi Hardin… all’idea di portarti in Inghilterra, e poi qualche giorno fa mi ha
detto che eri fuori città, ma ho capito subito che non era vero. Cos’è successo?»
La guardo negli occhi. «Be’…» Non so cosa risponderle, perché non mi pare il caso di
dire: Ah, niente di che, tuo figlio mi ha appena tolto la verginità per una scommessa.
«Mi… mi ha raccontato una bugia», dico semplicemente. Non voglio che si arrabbi con
Hardin, e non voglio certo riferirle tutta la storia, ma non ho neppure intenzione di
mentire.
«Una bugia grossa?»
«Una bugia gigantesca.»
Mi scruta intensamente. «E gli dispiace?»
È strano parlarne con lei. Non la conosco neppure… ed è la madre di Hardin, quindi
tenderà a schierarsi dalla sua parte. Perciò rispondo in tono cauto: «Sì… penso di sì», e
finisco di bere il caffè.
«Ha detto che gli dispiace?»
«Sì… varie volte.»
«E te l’ha dimostrato?»
«Più o meno.» Me l’ha dimostrato? L’altro giorno è scoppiato a piangere, e
ultimamente è più calmo del solito, ma non ha detto chiaro e tondo quello che volevo
sentire.
Per un attimo ho paura della reazione di sua madre. Invece mi stupisce: «Be’, essendo
mio figlio devo sopportarlo, ma tu non sei tenuta. Se vuole il tuo perdono deve
meritarselo. Deve dimostrarti che non farà mai più una cosa del genere… e immagino che
la bugia fosse molto grave, se te ne sei andata di casa. Cerca di ricordare che lui non si
sente a suo agio con le emozioni. È un ragazzo… un uomo pieno di rabbia».
So che è una domanda ridicola, perché le persone mentono in continuazione, ma mi
esce di bocca da sola: «Tu perdoneresti una persona che ti ha mentito?»
«Be’, dipende dalla menzogna, e da quanto la persona è pentita. Però, quando ti
concedi di credere a troppe bugie, poi diventa difficile ritrovare la strada che conduce alla
verità.»
Sta dicendo che non devo perdonarlo?
Tamburella le dita sul bancone. «Tuttavia, conosco mio figlio; e mi sembra diverso
dall’ultima volta che l’ho visto. Da qualche mese a questa parte è cambiato moltissimo,
Tessa. Non so dirti quanto. Ride e sorride. Ieri abbiamo persino avuto una
conversazione.» Fa un gran sorriso. «So che se ti perdesse tornerebbe quello di prima,
ma non voglio che tu ti senta obbligata a restare con lui per questo motivo.»
«Non… non mi sento obbligata. È solo che non so cosa pensare.» Vorrei poterle
raccontare tutta la storia, per sentire cosa ne pensa. Se solo mia madre fosse
comprensiva come lei!
«Be’, questa è la parte difficile, spetta a te decidere. Prenditi il tempo necessario, e
fallo soffrire un po’: mio figlio ottiene troppo facilmente tutto quello che vuole, è sempre
stato così. Forse è anche questo il suo problema.»
Rido, perché è verissimo. «È proprio così.» Sospiro e vado a prendere una scatola di
cereali in dispensa.
Ma Trish mi ferma: «Che ne dici se ci vestiamo e andiamo a fare colazione fuori?
Possiamo fare un po’ di cose da donne… io dovrei tagliarmi i capelli». Ride scuotendo i
folti capelli castani.
Ha un gran senso dell’umorismo: come quello di Hardin, quando si degna di usarlo…
ma meno volgare.
«Ottima idea. Il tempo di farmi una doccia», rispondo riponendo i cereali in dispensa.
«Doccia? Fuori nevica, e comunque stiamo andando a farci lavare i capelli! Pensavo di
uscire vestita così.» Indica la tuta nera che indossa. «Mettiti un paio di jeans e andiamo!»
È così diversa da mia madre: lei mi avrebbe costretta a stirare i vestiti, arricciarmi i
capelli e truccarmi, anche solo per andare a fare la spesa.
«Va bene», acconsento sorridendo. Mi infilo un paio di jeans e una felpa e lego i capelli
in una crocchia. Opto per i mocassini di tela, mi lavo i denti e mi sciacquo il viso. Quando
torno in salotto, Trish è pronta e mi aspetta sulla soglia.
«Dovrei lasciare un biglietto a Hardin, o scrivergli un messaggio», dico.
Ma lei sorride e mi spinge verso la porta. «Se la caverà.»
Mi trovo benissimo con Trish: è una persona gentile e simpatica. Dal parrucchiere si fa
tagliare la frangia e mi sfida a imitarla, ma io rifiuto con un sorriso. Però mi lascio
convincere a comprare un abito per Natale. Anche se non so come passerò il Natale. Non
voglio stare tra i piedi di Hardin e sua madre, e non ho comprato regali a nessuno. Forse
potrei accettare l’invito a casa di Landon. Mi sembra eccessivo trascorrere il Natale con
Hardin, dato che non stiamo insieme. Siamo in questo strano stato sospeso: non stiamo
insieme, ma avevo l’impressione che ci stessimo riavvicinando, almeno fino a stamattina.
Al ritorno vediamo la sua macchina nel parcheggio e mi assale il nervosismo. Salendo
in casa lo troviamo sul divano, con un mucchio di fogli sparsi sulle ginocchia e sul
tavolino. Tiene una penna tra i denti e sembra molto concentrato. Sta lavorando,
immagino; da quando lo conosco l’ho visto lavorare pochissime volte.
Trish lo saluta e lui risponde con un secco «ciao».
«Ti siamo mancate?» fa lei.
Hardin sbuffa irritato, raccoglie i fogli sparsi e li infila in una cartelletta. «Vado in
camera», annuncia alzandosi dal divano.
Guardo Trish, alzo le spalle e lo seguo in camera.
«Dove siete state?» mi chiede posando la cartelletta sul comò. Un foglio cade e lui lo
rimette subito a posto, e chiude la cartelletta facendo scattare il bottone.
Mi siedo sul letto a gambe incrociate. «A fare colazione, poi dal parrucchiere e a fare
shopping.»
«Ah.»
«E tu dove sei stato?»
Fissa il pavimento prima di rispondere. «Al lavoro.»
«Domani è la vigilia di Natale. Non ti credo», dico con il tono in cui lo direbbe Trish.
Mi fulmina con lo sguardo. «Be’, non me ne importa niente se non mi credi», esclama
in tono sprezzante, e va a sedersi all’altro capo del letto.
«Ma che problema hai?» sbotto.
«Non ho nessun problema.» Si è chiuso a riccio.
«È evidente che ce l’hai. Perché te ne sei andato, stamattina?»
Si passa una mano tra i capelli. «Te l’ho già detto.»
«Mentirmi non servirà a niente, è così che ti sei cacciato… che ci hai cacciati in questo
guaio», gli ricordo.
«E va bene! Vuoi sapere dov’ero? Ero da mio padre!» grida alzandosi in piedi.
«Da tuo padre? Perché?»
«Per parlare con Landon.» Si lascia cadere sulla sedia.
«La scusa del lavoro è più credibile di questa», ribatto con aria di sufficienza.
«È la verità. Chiamalo, se non mi credi.»
«Okay, e di cosa dovevi parlare con Landon?»
«Di te, ovviamente.»
«Di cosa di me?» insisto.
«Di tutto. Lo so che non vuoi restare qui.» Mi guarda, come in attesa di una risposta.
«Se non volessi essere qui non sarei qui.»
«Non hai un altro posto dove andare, altrimenti non saresti qui.»
«Perché ne sei così sicuro? Stanotte abbiamo dormito nel letto insieme.»
«Sì, ma solo perché avevo gli incubi. Ed è l’unico motivo per cui ora mi parli: perché ti
dispiace per me.» Gli tremano le mani e leggo la vergogna nei suoi occhi verdi.
«Non importa perché è successo», dico. Non so perché salti sempre a queste
conclusioni. Come mai fatica tanto ad accettare che qualcuno possa amarlo?
«Ti fa compassione, il povero Hardin, che ha gli incubi e non riesce a dormire da solo!»
«Smettila di gridare! C’è tua madre di là!»
«E di cosa avete parlato tutto il giorno, se non di me? Cazzo, Tess, non ho bisogno
della tua pietà.»
«Oddio, sei insopportabile! Non abbiamo parlato di te, non in quel senso. E per la
cronaca, non mi fai compassione: ti volevo in quel letto, incubi o non incubi.»
«Certo, come no.»
«Il punto non è cosa penso io, il punto è che devi smetterla di commiserarti.»
«Non mi commisero.»
«A me sembra di sì. Stai cercando di litigare con me senza un motivo. Dovremmo
andare avanti, non tornare indietro.»
«Andare avanti?» Mi guarda negli occhi.
«Sì… voglio dire… forse», balbetto.
«Forse?» Sorride.
E a un tratto è così felice… Sorride come un bambino la mattina di Natale. Un
momento fa litigavamo, e lui era paonazzo per la rabbia. E, stranamente, anch’io sento
svanire la collera. Mi terrorizza il controllo che questo ragazzo esercita sulle mie
emozioni. «Tu sei pazzo», gli dico.
Mi rivolge un sorrisetto assassino. «Ti stanno bene i capelli così.»
«Tu hai bisogno di uno psichiatra.»
«Non lo nego», replica ridendo.
E non riesco a non ridere con lui. Forse sono pazza anch’io.
31
Tessa
IL nostro momento di ilarità viene interrotto dal mio telefono, che inizia a vibrare sul
comò. Hardin va a prenderlo, guarda il display e dice: «Landon».
Rispondo.
«Ciao, Tessa. Mia madre voleva sapere se vieni per Natale.»
Karen è così gentile. Scommetto che preparerà un pranzo squisito. «Be’… sì, mi
piacerebbe molto. A che ora?»
«A mezzogiorno.» Poi, ridendo, continua: «Ha già iniziato a cucinare, quindi se fossi in
te non mangerei niente fino ad allora».
«Comincio subito il digiuno, allora. Posso portare qualcosa? So che Karen è una cuoca
molto più brava di me, ma potrei preparare qualcosa… un dolce, magari?»
«Sì, puoi portare un dolce… e poi… è imbarazzante, e se ti mette a disagio lascia stare,
ma…» Ha un momento di esitazione, e abbassa la voce. «Vogliono invitare anche Hardin
e sua madre. Ma se tu e Hardin non andate d’accordo…»
«Non preoccuparti, andiamo d’accordo. Più o meno.» Hardin fa un’espressione
perplessa e io gli rivolgo un sorriso nervoso.
«Ottimo», esclama Landon. «Se tu potessi invitarli da parte dei miei, te ne sarebbero
grati.»
«Lo farò», confermo, poi mi viene in mente una cosa. «Che genere di regali posso
portare?»
«No, niente! Non devi portare regali.»
Cerco di ignorare lo sguardo di Hardin, fisso su di me. «Be’, li voglio portare lo stesso,
quindi cosa posso prendere?»
Landon fa un sospiro divertito. «Testarda come sempre. Be’, a mia madre piace la
cucina, e a Ken non dispiacerebbe un fermacarte… o qualcosa del genere.»
«Un fermacarte?» sbuffo. «È un regalo orribile.»
Ride. «Be’, non comprargli una cravatta, perché gliel’ho già presa io. Ora devo dare
una mano a fare le pulizie, fammi sapere se ti serve qualcosa», mi raccomanda prima di
riagganciare.
Hardin mi chiede subito: «Vai da loro per Natale?»
«Sì… non voglio andare da mia madre», rispondo, e vado a sedermi sul letto.
«Ti capisco… Ma potresti restare qui…»
Mi guardo le unghie. «E tu potresti… venire con me.»
«E lasciare mia madre qui da sola?»
«No! Certo che no, Karen e tuo padre vogliono che venga… che veniate entrambi.»
Mi lancia un’occhiata come se fossi pazza. «Come no. E perché mai mia madre
dovrebbe andare a pranzo da mio padre e dalla sua nuova moglie?»
«Non lo so… ma sarebbe bello stare tutti insieme…»
In realtà non so come andrebbe, soprattutto perché non so in che rapporti siano
attualmente Trish e Ken. Inoltre non spetta a me organizzare una rimpatriata, perché non
faccio parte della famiglia. Accidenti, non sono neppure la ragazza di Hardin.
«Non penso proprio», fa lui.
Nonostante tutto ciò che sta succedendo tra me e Hardin, sarebbe stato bello passare
il Natale con lui; ma lo capisco. Sarebbe già stato difficile convincerlo ad andarci da solo,
figuriamoci con la madre.
Dato che al mio cervello piace avere un problema da risolvere, inizio a pensare ai
regali per Landon e per i suoi, e magari anche per Trish. Ma devo andare a comprarli
subito, perché sono già le cinque e domani è la Vigilia. Non so proprio se prendere
qualcosa per Hardin; anzi, sono quasi sicura di no. Sarebbe imbarazzante fargli un regalo
mentre ci troviamo in questa strana fase della nostra storia.
«Che c’è?» mi chiede incuriosito dal mio silenzio.
Sospiro. «Devo andare al centro commerciale. Ecco cosa si guadagna a essere una
senzatetto sotto Natale.»
«Non penso che sia colpa di una scarsa pianificazione da parte tua, se sei diventata
una senzatetto», mi prende in giro.
«La mia pianificazione è sempre impeccabile.»
«Come no…»
Tento di dargli uno schiaffo sulla mano, ma lui mi afferra il polso. Un calore familiare
mi pervade. Ci guardiamo negli occhi. Poi lui mi lascia andare ed entrambi distogliamo lo
sguardo. L’aria si carica di tensione. Mi alzo per mettermi le scarpe.
«Ci vai adesso?» domanda.
«Sì, il centro commerciale chiude alle nove.»
«Ci vai da sola?» Si dondola sui talloni, a disagio.
«Vuoi venire?» So che non è una buona idea, ma se voglio provare a riallacciare i
rapporti con lui, devo almeno permettergli di accompagnarmi al centro commerciale. No?
«Mi stai invitando a fare shopping con te?»
«Sì… ma se non vuoi non fa niente.»
«Certo che voglio. Solo che… non mi aspettavo che me lo chiedessi.»
Annuisco, prendo borsa e telefono e vado in salotto, seguita da Hardin.
«Facciamo un salto al centro commerciale», dice lui a sua madre.
«Tutti e due?» chiede lei in tono ironico, e lui la guarda storto. Mentre usciamo ci grida
dietro: «Tessa, tesoro, se vuoi lasciarlo qui non mi lamento».
Ridacchio. «Lo terrò a mente.»
Quando Hardin accende il motore, una melodia al pianoforte si diffonde nell’abitacolo.
Lui si affretta ad abbassare il volume, ma ormai è tardi: l’ho riconosciuta.
«Iniziano a piacermi, okay?»
«Certo», ribatto con un sorrisetto e alzo il volume.
Se solo le cose potessero andare sempre così. Se solo questo equilibrio precario
potesse stabilizzarsi. Ma è impossibile. Dobbiamo parlare di quello che è successo e di
quello che succederà d’ora in poi, ma so che non risolveremo il problema in un colpo solo,
neanche se decido di forzare la mano. Voglio aspettare il momento giusto, e fino ad
allora ho intenzione di andarci con i piedi di piombo.
Restiamo in silenzio quasi per l’intero tragitto: la musica dice tutte le cose che
vorremmo poterci dire l’un l’altra. Hardin mi fa scendere all’ingresso dei grandi magazzini
Macy’s, va a cercare parcheggio e mi raggiunge di corsa.
Dopo quasi un’ora trascorsa a esaminare teglie da forno di ogni forma e dimensione,
decido di comprare a Karen un set di tortiere. Ne avrà già tante, ma la cucina e il
giardinaggio sono i suoi hobby, e non ho tempo di trovare qualcosa di meglio.
«Possiamo portare queste in macchina e poi finire il giro?» chiedo a Hardin, con la
grande scatola in mano.
«Dalla a me. Aspetta qui.»
Appena si allontana con la scatola, mi avvio verso il reparto di abbigliamento maschile,
dove le cravatte mi fanno pensare a Landon. Continuo a cercare, ma non ho mai
comprato un regalo «per un padre» in vita mia, quindi non so proprio cosa prendere.
«Fa un freddo cane là fuori», dice Hardin quando torna, strofinandosi le mani per
scaldarle.
«Be’, magari uscire nella neve in maglietta non è una buona idea.»
Mi guarda male. «Io ho fame, e tu?»
Andiamo a prendere una pizza nell’unico ristorante decente del centro commerciale. Mi
siedo a un tavolo e pochi minuti dopo Hardin mi raggiunge con due piatti strapieni.
Iniziamo subito a mangiare.
«Niente male, vero?»
«Cosa? La pizza?» chiedo con aria innocente, anche se so che non è di quella che
parla.
«Noi. Noi che usciamo insieme. È passato tanto tempo.»
Sì, sembra passato tanto tempo… «Neppure due settimane», gli ricordo.
«È molto… per noi.»
«Sì…» Stacco un morso più grosso, per tenere la bocca impegnata un po’ più a lungo.
«Da quanto pensavi all’idea di riprovarci?» mi chiede.
Finisco lentamente di masticare e bevo un lungo sorso d’acqua. «Da qualche giorno,
direi. Ma abbiamo ancora molto di cui parlare.»
«Lo so, ma…» Di colpo, fissa qualcosa alle mie spalle. Quando mi giro, mi si rivolta lo
stomaco. Vedo dei capelli rossi. Steph. E accanto a lei il suo ragazzo, Tristan.
«Voglio andare via», e mi alzo lasciando il vassoio sul tavolo.
«Tessa, non hai comprato gli altri regali. E poi penso che non ci abbiano neppure
visti.»
Quando mi volto di nuovo incrocio lo sguardo di Steph, che è attonita. Non so se sia
sorpresa di vedermi qui o di vedermi con Hardin. Probabilmente entrambe le cose.
«Sì, lei ci ha visti.»
I due si avvicinano, e a me sembra di avere i piedi inchiodati al pavimento.
«Ciao», borbotta nervoso Tristan.
«Ciao», risponde Hardin, massaggiandosi la nuca.
Io resto zitta. Guardo Steph, prendo la borsa dal tavolo e inizio ad allontanarmi.
«Tessa, aspetta!» mi chiama lei, e mi corre dietro. «Possiamo parlare?»
«Parlare di cosa, Steph? Di come la mia prima e forse unica amica del college ha
lasciato che mi umiliassero davanti a tutti?»
Hardin e Tristan si scambiano un’occhiata, incerti se intervenire.
Steph è mortificata. «Mi dispiace, va bene? Avrei dovuto dirtelo… Pensavo che lo
avrebbe fatto lui!»
«E questo dovrebbe risolvere tutto?»
«No, certo che no, ma mi dispiace davvero, Tessa. Dovevo dirtelo.»
«Ma non lo hai fatto.» Incrocio le braccia.
«Mi manchi.»
«Scommetto che ti manca potermi prendere in giro insieme agli altri.»
«Non dire così, Tessa, tu sei… eri mia amica. So che ho fatto una cazzata, ma mi
dispiace davvero.»
Le sue scuse mi colgono alla sprovvista, ma mi riprendo subito: «Be’, non posso
perdonarti».
Lei si rabbuia, poi si arrabbia. «Però puoi perdonare lui? È stato lui a cominciare tutto…
e l’hai perdonato. Non ti sembra ingiusto?»
Vorrei insultarla, ma so che ha ragione. «Non l’ho perdonato, sto solo… non so cosa sto
facendo.» Mi prendo il viso tra le mani.
Steph sospira. «Tessa, non mi aspetto che tu faccia finta di niente, ma almeno dammi
una possibilità. Potremmo uscire insieme, noi quattro. Tanto ormai il gruppo è
scoppiato.»
La guardo. «In che senso?»
«Be’, Jace è ancora più stronzo del solito, da quando Hardin gliele ha date. Perciò io e
Tristan ce ne stiamo alla larga da tutti.»
Sposto il mio sguardo su Hardin e Tristan, che ci stanno fissando, poi mi giro di nuovo
verso Steph. «Hardin ha picchiato Jace?»
«Sì… giovedì scorso. Non te l’ha detto?»
«No…» Voglio farmi rivelare il più possibile prima che Hardin ci interrompa. Per fortuna
Steph ci tiene a rientrare nelle mie grazie, perciò comincia senza che io glielo chieda.
«Sì, be’, è successo perché Molly gli ha raccontato che è stato Jace a organizzare tutto
il… be’, lo sai, il fatto di dirtelo davanti agli altri…» Ridacchia. «Francamente se l’è
meritato. E la faccia di Molly quando Hardin se l’è scrollata di dosso! Mi dispiace di non
aver scattato una foto!»
Sto meditando sul fatto che Hardin ha respinto Molly e ha picchiato Jace, prima di
venire a Seattle, quando sento Tristan fare un colpo di tosse per avvertirci che Hardin si
sta avvicinando.
Hardin mi prende per mano e Tristan inizia a tirare via Steph, ma lei si gira per un
momento e aggiunge: «Tessa, ti prego, pensaci, va bene? Mi manchi».
32
Tessa
«TUTTO bene?» domanda Hardin quando Steph e Tristan sono ormai andati via.
«Sì, sto bene.»
«Cosa ti ha detto?»
«Niente… mi ha solo chiesto di perdonarla.» Ci avviamo verso la galleria principale del
centro commerciale. Devo riflettere sulle cose che mi ha detto Steph prima di parlarne
con Hardin. A quanto pare è andato a una delle loro feste prima di venire a Seattle, e a
quella festa doveva esserci anche Molly. Non posso negare che sentire la versione dei
fatti di Steph sia stato un grande sollievo. È paradossale che lui mi abbia detto di essere
andato a letto con Molly la stessa sera in cui invece le stava dicendo di no. Ma il sollievo
viene subito rimpiazzato dal senso di colpa per aver baciato quello sconosciuto in
discoteca mentre Hardin stava respingendo Molly.
«Tess?» Hardin si ferma e mi agita una mano davanti alla faccia. «Che ti prende?»
«Niente, stavo solo pensando a cosa regalare a tuo padre.» Sono una pessima
bugiarda, sto parlando troppo in fretta. «Gli piacciono gli sport? Sì, vero? L’altra volta con
Landon stavano parlando di una partita di football…»
Mi guarda per un momento, poi prosegue: «I Packers, tifa per i Packers». Sono sicura
che voglia chiedermi altro a proposito di Steph, ma non lo fa.
Entriamo in un negozio di articoli sportivi e io osservo in silenzio mentre Hardin sceglie
alcune cose per suo padre. Si rifiuta di lasciarmi pagare, quindi per fargli dispetto compro
il primo portachiavi che trovo vicino alla cassa.
«Lo sai che hai preso la squadra sbagliata, vero?» mi dice quando usciamo.
«Eh?» Guardo meglio il portachiavi.
«Quello è dei Giants, non dei Packers.»
Lo rimetto nel sacchetto. «Be’, per fortuna nessuno saprà mai che i regali belli sono
tuoi.»
«Abbiamo finito?» domanda in tono lamentoso.
«No, devo prendere qualcosa per Landon, ricordi?»
«Ah già. Mi ha detto che voleva cambiare colore di rossetto. Rosa corallo, magari?»
Mi piazzo davanti a lui con le mani sui fianchi. «Lascialo in pace! E forse dovrei
comprarlo a te, il rossetto, dato che a quanto pare te ne intendi di colori.» È bello
battibeccare con Hardin invece di litigare sul serio.
Mi accorgo che trattiene a stento un sorriso. «Puoi comprargli dei biglietti per l’hockey.
Un regalo facile e non troppo costoso.»
«Effettivamente è una buona idea.»
«Lo so. Peccato che non abbia amici con cui andarci.»
«Be’, ci andrei io con lui.» Sorrido, perché ultimamente le prese in giro di Hardin ai
danni di Landon sono meno perfide di prima. «Volevo regalare qualcosa anche a tua
madre.»
Mi guarda incuriosito. «Perché?»
«Perché è Natale.»
«Comprale un maglione o qualcosa del genere», dice indicando un negozio di
abbigliamento per signore di una certa età.
«Non sono brava con i regali. Tu cosa le hai preso?» Il regalo per il mio compleanno
era così perfetto che immagino abbia comprato a sua madre qualcosa di altrettanto
azzeccato.
«Un braccialetto e un foulard», risponde in tono casuale.
«Un braccialetto?» chiedo.
«No, volevo dire una collana. Con scritto MAMMA o qualche stronzata del genere.»
«Che figlio premuroso», commento mentre rientriamo da Macy’s. «Penso che troverò
qualcosa per lei… Le piacciono le tute da ginnastica.»
«Oddio, ti prego, basta tute. Non mette altro.»
Sorrido. «Ottimo motivo per comprargliene un’altra.»
Mentre esaminiamo il reparto tute, Hardin tasta il tessuto, e io noto di nuovo le sue
nocche ferite. Adesso so cosa è successo, ed è una conferma di quello che mi ha
raccontato Steph.
Trovo rapidamente una tuta verde menta che penso le piacerà e ci avviamo alla cassa.
In quel momento, sapendo che Hardin non è andato a letto con Molly mentre io ero a
Seattle, prendo una specie di decisione.
Mentre aspettiamo di pagare, gli dico: «Stasera dobbiamo parlare».
La cassiera ci guarda incuriosita. Vorrei farle notare che è maleducato fissare la gente,
ma prima che io trovi il coraggio Hardin mi chiede: «Parlare?»
«Sì… Dopo aver fatto l’albero di Natale che ci ha comprato tua madre.»
«Parlare di cosa?»
«Di tutto.»
Sembra terrorizzato. Si riscuote al bip del lettore di codici a barre, e mormora: «Vado a
prendere la macchina».
Mentre guardo la commessa incartare il regalo di Trish, penso: L’anno prossimo farò
regali bellissimi a tutti, per farmi perdonare i regali orribili di quest’anno. Ma poi mi
domando: L’anno prossimo? E chi l’ha detto che l’anno prossimo starò ancora con lui?
Restiamo in silenzio per tutto il tragitto verso casa: io perché sto cercando di
organizzare i pensieri, e lui… per lo stesso motivo, credo. Quando arriviamo prendo i
sacchetti e corro verso il portone sotto la pioggia gelida. Preferirei che nevicasse ogni
giorno, piuttosto che questa pioggia.
Non appena entriamo in ascensore il mio stomaco inizia a brontolare. «Ho di nuovo
fame», dico a Hardin che si è voltato a guardarmi.
«Ah.» Sembra che voglia fare un commento sarcastico, ma ci ripensa.
L’appetito non fa che aumentare una volta entrati nell’appartamento, perché l’aroma di
aglio mi fa venire subito l’acquolina in bocca.
«Ho preparato la cena!» annuncia Trish. «Com’è andata al centro commerciale?»
Hardin mi toglie di mano i sacchetti e si rifugia in camera.
«Non male, era meno affollato di quanto temevo», dico.
«Bene. Pensavo che io e te potremmo fare l’albero, che ne pensi? Probabilmente
Hardin non vorrà aiutarci.» Sorride. «Detesta divertirsi. Ti spiace se ce ne occupiamo noi
due?»
«Certo che no», rispondo ridacchiando.
«Prima però devi mangiare», sentenzia Hardin, tornando in cucina.
Non ho molta fretta, perché so che dopo aver fatto l’albero dovrò parlare con lui. E ci
metterò almeno un’ora a trovare il coraggio. Forse è sbagliato fare una conversazione
così importante proprio adesso che c’è sua madre, ma non posso più aspettare. Devo dire
tutto quello che ho da dire, e devo farlo subito. La mia pazienza ha un limite, non
possiamo restare troppo a lungo in questo stato di incertezza.
«Hai fame, Tessa?» mi chiede Trish.
«Sì che ha fame», risponde Hardin al posto mio.
«In effetti sì», confermo.
Trish ha preparato uno sformato di pollo con aglio e spinaci che sembra davvero
appetitoso.
«Hardin», dice mentre posa il piatto davanti a me, «potresti tirare fuori i pezzi
dell’albero dalla scatola, per semplificarci il lavoro?»
«Certo», risponde lui.
Trish mi sorride. «Ho comprato anche degli addobbi.»
Quando finisco di mangiare, mi stupisco che Hardin abbia già assemblato l’albero.
«Non è stato molto difficile, no?» chiede sua madre. «Ora ti aiutiamo con gli addobbi.»
Mi alzo da tavola meditando che non avrei mai pensato di addobbare un albero di
Natale con Hardin e sua madre, in un appartamento che era mio e suo. Ma è un lavoro
piacevole, e alla fine Trish sembra molto soddisfatta.
«Dovremmo farci una foto davanti all’albero!» esclama.
«Non mi piacciono le foto», borbotta Hardin.
«Oh, dai, Hardin, è Natale!» ripete lei battendo le ciglia, e lui la fulmina con lo sguardo
per la centesima volta da quando è arrivata.
«Non oggi», dice.
Mi dispiace per sua madre, perciò lo guardo con gli occhioni dolci e insisto: «Solo una!»
«Al diavolo. Va bene, purché sia una.» Si piazza accanto a Trish davanti all’albero e io
li fotografo con il telefono. Il sorriso di Hardin è tirato, ma quello di Trish compensa
ampiamente. Per fortuna Trish non chiede a me e Hardin di fare una foto insieme;
dobbiamo decidere se abbiamo un futuro, prima di iniziare a farci scattare foto
romantiche davanti all’albero di Natale.
Chiedo il numero a Trish e invio la foto a lei e a Hardin, che torna in cucina a riempirsi
il piatto.
«Vado a incartare i regali, prima che si faccia troppo tardi», annuncio.
«Va bene, tesoro», mi saluta Trish e mi abbraccia.
In camera, Hardin mi ha già preparato la carta, il nastro e tutto il necessario. Inizio
rapidamente fare i pacchetti, così potremo fare il nostro Discorso il prima possibile. Voglio
davvero togliermi il pensiero, ma allo stesso tempo ho paura di come andrà. Forse ho già
preso una decisione ma non sono pronta ad ammetterlo a me stessa. È stupido da parte
mia, ma sono stupida da quando conosco Hardin: e non sempre è una cosa negativa.
Finisco di scrivere il nome di Ken su un biglietto proprio mentre Hardin entra nella
stanza.
«Fatto?»
«Sì… devo stampare quei biglietti per Landon, prima che parliamo.»
«Perché?»
«Perché ho bisogno del tuo aiuto, e non sei d’aiuto quando litighiamo.»
«Come fai a sapere che litigheremo?»
«Perché siamo noi.»
«Vado a prendere la stampante», concede.
Accendo il computer. Venti minuti dopo abbiamo due biglietti per i Seattle
Thunderbirds, in una scatolina, pronti per Landon.
«Okay… Altre distrazioni prima di… parlare?» chiede Hardin.
«No, direi di no.»
Andiamo a sederci sul letto, lui appoggiato alla testiera e con le gambe allungate, io
dalla parte opposta con le gambe ripiegate sotto il corpo. Non so da dove iniziare e cosa
dire.
«Allora…» esordisce Hardin.
È imbarazzante. «Allora…» Mi guardo le mani. «Cos’è successo con Jace?»
«Steph te l’ha accennato.»
«Sì.»
«Parlava troppo.»
«Hardin, devi dirmi come stanno le cose, altrimenti non funzionerà.»
«Te lo sto dicendo», ribatte indignato.
«Hardin…»
«Okay, okay.» Sbuffa. «Voleva provarci con te.»
Mi si rivolta lo stomaco. E comunque non è quello il motivo della rissa, stando a quanto
mi ha detto Steph. Hardin mi sta mentendo di nuovo? «E allora? Sai che non
succederebbe niente.»
«Non fa differenza, il solo pensiero di lui che ti tocca…» comincia con espressione
inorridita. «Inoltre è stato lui a… be’, lui e Molly… a progettare di dirti della scommessa
davanti a tutti. Non aveva il diritto di umiliarti in quel modo. Ha rovinato tutto.»
Il sollievo che provo scoprendo che la versione dei fatti di Hardin coincide con quella di
Steph dura poco: prevale la rabbia all’idea che secondo lui, se solo io non avessi saputo
della scommessa, tutto sarebbe filato liscio. «Hardin, sei stato tu a rovinare tutto. Loro
me l’hanno solo riferito.»
«Questo lo so, Tessa», ribatte irritato.
«Ah, lo sai? Davvero lo sai? Perché non hai detto niente in proposito.»
Tira indietro le gambe di scatto. «Sì, invece: l’altro giorno piangevo, cazzo.»
«Tanto per cominciare, devi smetterla di dire tutte queste parolacce. Secondo, è stata
l’unica volta che hai detto qualcosa. E non hai detto granché.»
«Ci ho provato a Seattle, ma tu non mi ascoltavi. Come faccio a dirti le cose se non mi
stai a sentire?»
«Il punto è che è necessario che tu sia sincero con me, se vogliamo tentare di risolvere
i nostri problemi. Devo sapere esattamente cosa provi», gli dico.
«E tu quando me lo dirai? Sei chiusa quanto me.»
«Cosa? No, non è vero.»
«Sì che è vero! Non mi hai detto cosa provi davvero. Continui a ripetere che hai chiuso
con me. Ma ora sei qui. E io sono un po’ confuso.»
Ho così tanti pensieri in testa che mi sono dimenticata di comunicarli a lui. «Anch’io mi
sento confusa.»
«Non sono capace di leggerti nel pensiero, Tessa. Perché sei confusa?»
Ho un nodo in gola. «Questo. Noi. Non so cosa fare. Riguardo a noi. Riguardo al tuo
tradimento.» Abbiamo appena iniziato a parlare e sono già sull’orlo delle lacrime.
«Tu cosa vuoi fare?» chiede in tono un po’ brusco.
«Non lo so.»
«Sì che lo sai.»
Ci sono molte cose che devo sentirgli dire, prima di decidere. «Cosa vuoi, tu, che io
faccia?»
«Che resti con me. Che mi perdoni e mi dai un’altra possibilità. So che te l’ho chiesto
troppe volte, ma per favore, dammi un’altra chance. Non posso stare senza di te. Ci ho
provato, e so che ci hai provato anche tu. Nessuno di noi due può stare con qualcun altro.
O insieme, o niente: e so che lo sai anche tu.» Ha gli occhi lucidi come me.
«Mi hai fatto soffrire tantissimo, Hardin.»
«Lo so, piccola, lo so. Darei qualsiasi cosa per rimediare», dice, e abbassa gli occhi con
un’espressione strana. «Anzi, no. Non cambierei niente. Be’, ovviamente te lo direi
prima.» Alzo la testa di scatto e ci guardiamo negli occhi. «Non vorrei non averlo fatto,
perché se non l’avessi fatto ora non staremmo insieme. Le nostre strade non si sarebbero
incrociate. Quella stupida scommessa mi ha rovinato la vita, ma senza quella scommessa
non ce l’avrei per niente, una vita. Sono sicuro che questo ti spingerà a odiarmi ancora di
più. Ma volevi la verità, ed eccola.»
Fisso i suoi occhi verdi e non so cosa rispondere.
Perché, se ci rifletto a fondo, so che anch’io non cambierei niente.
33
Hardin
NON ero mai stato così sincero con nessuno in vita mia, ma voglio mettere tutte le carte
in tavola.
Tess inizia a piangere. «Come faccio a sapere che non mi farai soffrire ancora?»
Mi ero accorto che tratteneva le lacrime, ma sono contento che non ci riesca più.
Avevo bisogno di vedere le sue emozioni: ultimamente è così fredda… Non è da lei. Prima
potevo leggerle negli occhi cosa pensava, ma ora c’è un muro. Spero solo che il tempo
che stiamo passando insieme oggi serva a qualcosa.
E che la sincerità di cui sto dando prova deponga a mio favore. «Tessa, ti ferirò di
nuovo, e anche tu lo farai, ma ti assicuro che non avrò più segreti e non tradirò più la tua
fiducia. A volte dirai cose che non pensi davvero, e ne dirò anch’io: ma riusciremo a
risolvere i nostri problemi come li risolvono tante altre coppie. Mi serve solo quest’ultima
possibilità di dimostrarti che so essere l’uomo che meriti. Ti prego, Tessa. Ti prego…»
Mi guarda con gli occhi rossi, mordendosi il labbro. Detesto vederla in questo stato, e
detesto me stesso per averla ridotta così.
«Mi ami, vero?» chiedo, ma ho paura della risposta.
«Sì. Più di ogni altra cosa», ammette con un sospiro.
Non riesco a trattenere un sorriso. Sentirle dire che mi ama ancora mi restituisce la
vita. Avevo tanta paura che volesse arrendersi, smettere di amarmi e passare oltre. Non
la merito, e so che lei ne è consapevole.
Ma ho mille pensieri in testa, e lei è troppo taciturna. Non sopporto questa freddezza.
«Cosa posso fare, allora? Cosa devo fare?» chiedo in tono disperato. Sono troppo
enfatico, lo capisco perché lei mi fissa come spaventata, o irritata, o… non lo so. «Ho
detto la cosa sbagliata, vero?» Mi asciugo gli occhi. «Ci avrei scommesso, sai che non
sono bravo con le parole.»
Non ero mai stato così in preda alle emozioni in vita mia, e non è piacevole. Non ho
mai sentito il bisogno, né avuto il desiderio, di esprimere le emozioni. Ma per questa
ragazza farei qualsiasi cosa. Rovino sempre tutto, ma stavolta devo rimediare, o almeno
provarci.
«No…» singhiozza lei. «Sono solo… non lo so. Voglio stare con te. Voglio dimenticare
tutto, ma non voglio pentirmene. Non voglio essere una di quelle ragazze che si lasciano
calpestare e maltrattare e restano zitte.»
«Chi hai paura che ti giudichi così?»
«Tutti: mia madre, i tuoi amici… tu.»
Lo immaginavo: si interroga di più su cosa deve fare che su cosa vuole. «Chi se ne
frega di cosa pensano gli altri! Una volta tanto, pensa a ciò che vuoi tu. Cosa ti rende
felice?»
Mi guarda con quegli occhi grandi e bellissimi, arrossati e gonfi di lacrime: «Tu». Ho un
tuffo al cuore. «Sono così stanca di tenermi tutto dentro. Sono esausta per tutte le cose
che non ho detto e che volevo dire.»
«Allora non tenertele più dentro.»
«Tu mi rendi felice, Hardin. Ma mi fai anche soffrire, arrabbiare… mi fai diventare
matta, soprattutto.»
«È questo il punto, no? Ecco perché stavamo così bene insieme, Tess: perché siamo
male assortiti.» Anche lei mi fa diventare matto e mi fa arrabbiare, ma mi rende felice.
Molto felice.
«Siamo male assortiti», ripete lei con un sorrisetto.
«È così. Però ti amo più di quanto potrebbe amarti chiunque altro, e giuro che passerò
il resto della vita a farmi perdonare, se solo me lo permetterai.»
Spero che percepisca il dolore nella mia voce, che capisca quanto desidero il suo
perdono. Ne ho bisogno, e ho bisogno di lei come di nient’altro in vita mia. E so che lei mi
ama: non sarebbe qui se non mi amasse, ma ho paura che si sia spaventata sentendomi
parlare del «resto della vita».
Resta in silenzio, e io sento un vuoto dentro. «Mi dispiace tanto, Tessa… Ti amo così
tanto…» mormoro.
Mi coglie completamente alla sprovvista: con un balzo viene a sedersi sulle mie
gambe. Poso le mani sul suo bellissimo viso, e lei fa un respiro profondo e appoggia la
guancia sulla mia mano.
Mi guarda. «Però si fa come dico io. Non sopravvivrei a un altro cuore spezzato.»
«Faremo tutto il necessario. Voglio solo stare con te.»
«Dobbiamo andarci piano, non dovrei neppure… Se mi fai del male un’altra volta non ti
perdonerò mai.»
«Non succederà. Te lo giuro.» Preferirei morire che farle di nuovo del male. Non riesco
ancora a credere che mi stia dando un’altra possibilità.
«Mi sei mancato così tanto, Hardin.»
Vorrei baciarla, ma mi ha appena detto che vuole andarci piano. «Anche tu mi sei
mancata.»
Appoggia la fronte alla mia e io sospiro. «Lo stiamo facendo davvero?» chiedo
cercando di nascondere il profondo sollievo che provo.
Lei si alza a sedere e io la guardo negli occhi. Quegli occhi che vedo ogni volta che
chiudo i miei, da una settimana a questa parte. «Sì, penso di sì», dice sorridendo.
La cingo in vita e lei si appoggia a me. «Vuoi baciarmi?» la supplico.
Sorride e mi scosta i capelli dalla fronte. Dio, come mi piace quando lo fa… «Per
favore?»
Lei mi zittisce posando le labbra sulle mie.
34
Tessa
LE mie labbra si schiudono da sole, e Hardin non perde l’occasione di infilarci la lingua. Il
metallo del suo piercing è freddo, e il sapore familiare della sua bocca mi accende un
fuoco dentro, come sempre. Ho bisogno di lui, è inutile negarlo. Devo stargli vicina, ho
bisogno che mi consoli, mi provochi, mi irriti, mi baci e mi ami. Affondo le dita tra i suoi
capelli e lui mi stringe più forte. Ha detto tutte le cose che volevo e che avevo bisogno di
sentire, per avere la conferma che permettergli di rientrare nella mia vita è la decisione
giusta… anche se in realtà non se n’era mai andato. Avrei dovuto farlo aspettare ancora,
torturarlo come lui ha torturato me con le sue bugie, ma non ci sono riuscita. Questo non
è un film: questa è la vita vera, la mia vita, e la mia vita non è completa e neppure
tollerabile senza di lui. Questo ragazzo arrabbiato, maleducato, pieno di tatuaggi mi è
entrato dentro e si è fatto strada nel mio cuore, e so che non riuscirò più a farlo uscire da
lì.
Quando ci separiamo siamo entrambi senza fiato. Sento la pelle calda, lui ha le guance
arrossate.
«Grazie di avermi concesso un’altra possibilità», ansima, stringendomi al petto.
«Da come lo dici, sembra che io avessi scelta.»
Si rabbuia. «Hai sempre scelta.»
«Lo so», mento. Ma la verità è che da quando lo conosco non ho più scelta. Fin dal
nostro primo bacio.
«E ora cosa succede?» gli chiedo.
«Dipende da te. Lo sai cosa voglio io.»
«Voglio tornare a com’eravamo prima… be’, senza tutte quelle altre cose.»
«Anch’io, piccola. Mi sdebiterò, te lo prometto.»
Ogni volta che mi chiama «piccola» sento le farfalle nello stomaco. La voce roca,
l’accento britannico, la dolcezza del tono sono una combinazione perfetta.
«Ti prego, non farmene pentire», lo scongiuro.
Mi prende di nuovo il viso tra le mani. «Non te ne pentirai. Promesso», mi dice, e mi
bacia ancora.
So che non abbiamo ancora risolto tutto, ma ora mi sento così serena, così calma. Ho
paura della reazione di tutti, in particolare di quella di mia madre, ma me ne preoccuperò
quando sarà il momento. Il fatto che per la prima volta in diciannove anni non passerò il
Natale con lei, ma con Hardin, non farà che peggiorare le cose; e sinceramente non mi
importa. Be’, sì, mi importa, ma non posso continuare a litigare con lei sulle scelte che
faccio, e comunque è incontentabile, quindi ho smesso di provarci.
Appoggio la testa sul petto di Hardin e lui avvolge nelle sue dita la mia coda di cavallo.
Sono contenta di aver incartato tutti i regali; è stato già abbastanza stressante andarli a
cercare all’ultimo minuto.
Merda! Non ho comprato un regalo per Hardin! Lui ne avrà preso uno a me?
Probabilmente no, ma ora che stiamo di nuovo insieme… più o meno… ho paura che mi
regali qualcosa. Ma cosa potrei regalargli io?
«Cosa succede?» mi chiede alzandomi il mento perché incontri i suoi occhi.
«Niente…»
«Non starai… cambiando idea?»
«No, no. È solo che… non ti ho preso un regalo», confesso.
Sorride e mi guarda negli occhi. «Sei preoccupata per il mio regalo di Natale?» Scoppia
a ridere. «Tessa, tu mi hai già dato tutto.»
Mi sento ancora in colpa, ma adoro la sicurezza che leggo sul suo volto. «Sicuro?»
«Sicurissimo.»
«Per il tuo compleanno ti farò un regalo bellissimo», aggiungo. Mi accarezza le labbra e
io le schiudo, aspettandomi che mi baci ancora. Invece le sue labbra si posano sul mio
naso e poi sulla fronte, un gesto sorprendentemente dolce.
«Non mi piacciono i compleanni.»
«Lo so… neanche a me», dico. È una delle poche cose che abbiamo in comune.
«Hardin?» chiama Trish, e sentiamo bussare piano alla porta. Lui sbuffa e io scendo
dalle sue gambe.
Lo guardo storto. «Non ti ucciderebbe essere un po’ più gentile con lei, non ti vedeva
da un anno.»
«Non sono cattivo con lei», ribatte. E so che ci crede davvero.
«Puoi essere un po’ più cortese con tua madre? Fallo per me», gli chiedo battendo le
ciglia.
Sorride e dice: «Tu sei il demonio».
Trish bussa di nuovo. «Hardin?»
«Arrivo!» esclama alzandosi. Apre la porta e notiamo che sua madre ha l’aria di
annoiarsi a morte.
«Vi va di vedere un film?» ci chiede.
Hardin mi guarda perplesso, ma io rispondo: «Sì che ci va», e salto giù dal letto.
«Fantastico!» Trish sorride e arruffa i capelli del figlio.
«Prima però lasciatemi cambiare», ribatte Hardin facendoci cenno di uscire.
Trish mi porge le mani. «Vieni, Tessa, prepariamo qualche spuntino.»
Mentre seguo sua madre in cucina, penso che forse è meglio non guardare Hardin che
si cambia. Voglio andarci piano. Piano. Non so se è possibile, con lui. Mi domando se farei
bene a raccontare a Trish che ho deciso di perdonarlo, o almeno di provarci.
«Biscotti?» propone lei.
Annuisco e apro un pensile. «Burro di arachidi?» le chiedo prendendo la farina.
Mi guarda sorpresa. «Li fai tu? Pensavo di usare il preparato, ma se vuoi farli da zero è
ancora meglio!»
«Non sono una brava cuoca, ma Karen mi ha insegnato una ricetta semplice per i
biscotti al burro di arachidi.»
«Karen?» fa lei. Accidenti, non volevo parlarle di Karen. Non voglio assolutamente che
Trish si senta a disagio. Mi giro verso il forno per nascondere l’imbarazzo.
«L’hai conosciuta?»
Non riesco a interpretare il suo tono di voce, perciò ci vado estremamente cauta. «Sì…
suo figlio Landon è mio amico… il mio migliore amico, a dire il vero.»
Lei mi porge alcune scodelle e un cucchiaio, e domanda in tono neutro: «Ah… e
com’è?»
Verso la farina in una ciotola, evitando di guardare Trish. Non so cosa rispondere. Non
voglio mentire, ma non ho idea di cosa lei pensi di Ken e della nuova moglie.
«Puoi dirmelo», insiste.
«È molto simpatica.»
«Lo immaginavo.»
«Non volevo nominarla, mi è sfuggito», mi scuso.
Mi porge il burro. «No, tesoro, non preoccuparti. Non serbo rancore verso quella donna.
Certo, mi piacerebbe sentire che è insopportabile.» Ride, e io mi sento sollevata. «Ma
sono contenta che il padre di Hardin sia felice. Vorrei solo che Hardin smettesse di
provare rabbia per lui.»
Faccio per ribattere, ma mi blocco quando Hardin entra in cucina.
«Dicevi?» fa Trish.
Guardo Hardin e poi guardo lei. Non spetta a me parlare. «Di cosa parlate?» si
incuriosisce lui.
«Di tuo padre», risponde Trish, e lui sbianca. Dalla sua espressione capisco che non
intendeva dirle che sta riallacciando i rapporti con lui.
«Non lo sapevo…» provo a scusarmi, ma lui mi zittisce con un gesto della mano.
Detesto che si tenga tutto dentro, ma penso che su questo fronte non cambierà.
«Non c’è problema, Tess. Ultimamente… ho passato un po’ di tempo con lui.»
Arrossisce.
Senza riflettere mi avvicino a lui. Mi aspettavo che si arrabbiasse con me e mentisse a
sua madre, ma sono contenta che non l’abbia fatto.
«Davvero?» esclama Trish.
«Sì… mi dispiace, mamma. Fino a qualche mese fa mi tenevo alla larga da lui, ma una
sera mi sono ubriacato e ho fatto a pezzi il salotto di casa sua… e in seguito sono rimasto
a dormire lì qualche volta, e siamo andati al matrimonio.»
«Hai ricominciato a bere?» Le si riempiono gli occhi di lacrime. «Hardin, ti prego,
dimmi che non hai ricominciato a bere.»
«No, mamma, solo un paio di volte. Non come prima», la rassicura lui.
Non come prima? So che Hardin beveva troppo, ma la reazione di Trish mi suggerisce
che le cose stessero peggio di quanto mi è stato fatto credere.
«Sei arrabbiata perché mi sono visto con lui?» le chiede, e io gli poso una mano sulla
schiena per cercare di confortarlo.
«Oh, Hardin, non mi arrabbierei mai con te perché sei in buoni rapporti con tuo padre.
Sono soltanto sorpresa, tutto qui. Potevi dirmelo.» Batte le palpebre per ricacciare
indietro le lacrime. «Da tanto tempo desideravo che tu ti liberassi da quella rabbia. È
stato un brutto periodo della nostra vita, ma l’abbiamo superato. Tuo padre non è l’uomo
che era allora, e io non sono la stessa donna di prima.»
«Non per questo possiamo dimenticare», mormora lui.
«No. Ma a volte devi scegliere di lasciar correre, di passare oltre. Sono davvero felice
che tu lo frequenti. Ti farà bene. Il motivo per cui ti ho fatto venire qui… be’, uno dei
motivi… era che speravo tu potessi perdonarlo.»
«Non l’ho fatto.»
«Dovresti, io l’ho perdonato», proclama con sincerità.
Hardin appoggia i gomiti sul bancone e china il capo. Continuo ad accarezzargli la
schiena. Notando il mio gesto, Trish mi rivolge un sorriso complice. La ammiro ancora più
di prima. È così forte e così affettuosa, benché suo figlio non esprima le emozioni. Vorrei
che avesse qualcuno accanto, come Ken ha Karen.
Immagino che Hardin stia pensando la stessa cosa, perché resta a capo chino e dice:
«Ma lui vive in quella villa gigantesca e ha tutte quelle belle macchine. Ha una nuova
moglie… e tu sei sola».
«Non me ne importa niente della sua casa e delle sue macchine», lo rassicura lei. Poi
sorride. «E poi, cosa ti fa pensare che io sia sola?»
«Eh?» fa lui alzando la testa.
«Non stupirti tanto! Sono un ottimo partito, figliolo.»
«Ti vedi con qualcuno? Chi?»
«Mike.» Arrossisce, e io mi sento scaldare il cuore.
«Mike? Il tuo vicino?» domanda lui esterrefatto.
«Sì, il mio vicino. È una brava persona, Hardin.» Ride e mi guarda con complicità. «Ed
è comodo il fatto che viva nella casa accanto alla mia.»
«Da quando? Perché non me ne hai parlato?»
«Da pochi mesi, non è niente di serio… ancora. E poi non penso di dover chiedere a te
consigli sentimentali.»
«Mike… Ma è…»
«Non dire una parola contro di lui. Non sei ancora troppo cresciuto per le sculacciate»,
ridacchia lei.
Hardin alza le mani in segno di resa. «Va bene… va bene…»
È molto più rilassato di questa mattina. La tensione tra noi è svanita quasi del tutto, e
vederlo scherzare con la madre mi rende molto felice.
«Stupendo! Vado a prendere il film, e voi non uscite di qui senza biscotti!» annuncia
Trish lasciandoci soli in cucina.
Torno al bancone e finisco di mescolare l’impasto. Mi lecco le dita e Hardin commenta:
«Non mi sembra molto igienico».
Immergo di nuovo il dito nell’impasto e vado da lui: «Assaggiane un po’». Cerco di
passargliene un po’ sul dito, ma lui prende il mio dito in bocca. Ho un brivido. Mi guarda
dritta negli occhi, e mi sembra che la temperatura della cucina si sia alzata di diversi
gradi. Il cuore mi rimbomba nel petto e un tepore improvviso mi si spande nella pancia.
«Penso che possa bastare», mormoro, tirando fuori il dito dalla sua bocca.
«Più tardi, allora», replica lui con un sorrisetto dispettoso.
A dieci minuti dall’inizio del film abbiamo già divorato i biscotti. Devo ammettere che
sono fiera delle mie nuove abilità culinarie; Trish mi fa i complimenti e Hardin ne mangia
più della metà, il che è un grande complimento di per sé.
«È un problema che questi biscotti siano la cosa che preferisco dell’America, finora?»
scherza Trish mangiando l’ultimo.
«Sì, è molto triste», ribatte Hardin.
«Dovrai rifarli ogni giorno finché parto, Tessa.»
«Con piacere.» Sorrido e mi accoccolo vicino a Hardin.
Trish si addormenta poco prima che finisca il film, e Hardin abbassa il volume per non
disturbarla. Ai titoli di coda sono scossa dai singhiozzi e Hardin ride di me. È uno dei film
più tristi che abbia mai visto, non mi capacito di come Trish sia riuscita a addormentarsi.
«È orribile… bellissimo, ma così triste», mi lamento.
«Colpa di mia madre. Avevo chiesto una commedia, invece siamo finiti con Il miglio
verde. Ti avevo avvertita.» Mi mette un braccio sulle spalle e mi dà un bacio sulla fronte.
«Quando andiamo in camera possiamo vedere Friends, così non pensi al fatto che lui alla
fine muore…»
«Hardin! Non ricordarmelo!»
Ridacchia, si alza dal divano e mi tira per un braccio. Quando entriamo in camera,
accende la lampada e poi il televisore.
Va a chiudere la porta a chiave e si gira a guardarmi con quegli occhi verdi e luminosi,
e quelle fossette. Mi sento sciogliere.
35
Hardin
«VADO a cambiarmi», dice Tessa.
Ha ancora gli occhi rossi. Sapevo che si sarebbe commossa con quel film, ma devo
ammettere che mi ha fatto piacere. Non sono contento che pianga, ma mi piace quando
si fa coinvolgere dalle cose. Si abbandona completamente alla trama dei romanzi e dei
film, si immerge nella storia e se ne lascia trascinare.
Esce dalla cabina armadio in pantaloncini e reggiseno di pizzo bianco.
Porca miseria. Non riesco a non fissarla.
«Pensi che potresti metterti… la mia maglietta?» le chiedo. Non so come reagirà, ma
mi manca vederla dormire con le mie magliette.
«Molto volentieri.» Sorride e va a prendere quella che mi sono tolto e ho lasciato in
cima alla sacca del bucato da lavare.
«Bene», commento, sforzandomi di non sembrare troppo eccitato. Ma osservo il suo
seno che preme contro il pizzo del reggiseno quando alza le braccia.
Smettila di fissarla. Va’ piano, lei vuole che ci andiate piano. Sì, posso andare piano…
dentro e fuori da lei. Merda, cosa mi prende? Proprio mentre sto per distogliere lo
sguardo, lei si sfila il reggiseno facendolo uscire da una manica della maglietta.
«Qualcosa non va?» mi domanda sedendosi sul letto.
«No.» Deglutisco e la guardo sciogliersi i capelli. Le ricadono sulle spalle in splendide
onde chiare. Scuote lentamente la testa. Lo fa apposta per farmi soffrire, non c’è altra
spiegazione.
«Okay…» dice, e si sdraia sopra il piumone. Preferirei che si infilasse sotto, almeno non
sarebbe così… esposta.
Mi guarda con aria interrogativa. «Vieni a letto o no?»
Non mi ero accorto di essere ancora in piedi sulla porta. «Sì…»
«So che ci metteremo un po’ a riabituarci a stare insieme, ma non devi essere così…
distante», afferma in tono nervoso.
«Lo so», rispondo, e la raggiungo a letto.
«Non è poi così strano come temevo che fosse», mormora.
«Già…» Sono sollevato di sentirglielo dire; avevo paura che non sarebbe più stato
come prima. Che sarebbe stata sulla difensiva e non la Tessa che amo. Con lei è tutto
semplice, dannatamente semplice, e complicato al tempo stesso.
Si appoggia al mio petto e posa una mano sulla mia. «Sei così strano. Dimmi a cosa
stai pensando.»
«Solo che sono contento che tu sia ancora qui.» E non riesco a non pensare che mi
piacerebbe fare l’amore con te. Non solo sesso, molto di più: un legame tra noi, il più
stretto possibile. Una dimostrazione di fiducia. Mi si stringe il cuore quando penso alla
fiducia che lei nutriva per me e che io ho tradito.
«Non è solo questo.»
«È terribile quello a cui stavo pensando», ammetto. Non voglio che creda che sia solo
un oggetto per me, che la sto usando. Non voglio rivelarle i miei pensieri, ma non posso
continuare a nasconderle le cose, ho bisogno di essere onesto con lei fin da ora. «Stavo
pensando solo… che mi andrebbe molto di scop… cioè… di fare l’amore con te.»
«Oh», mormora sorpresa.
«Lo so, sono uno stronzo.» Facevo meglio a mentire.
«No… No, non lo sei.» Arrossisce. «Stavo pensando alla stessa cosa, più o meno.» Si
morde il labbro, stuzzicandomi ancora di più. «Insomma, è passato un po’ di tempo…
Seattle non conta, perché ero ubriaca.»
Cerco sul suo viso il rimprovero per il mio scarso autocontrollo in quell’occasione, ma
non lo trovo. Vedo l’imbarazzo, però. Al ricordo degli eventi di quella notte, sento tendersi
il tessuto dei boxer.
«Non devi pensare che ti sto usando… per via di tutto», spiego.
«Hardin, tra le cose che sto pensando in questo momento, quella è proprio l’ultima.
Dovrei pensarlo, ma non lo penso.»
Avevo tanta paura che per colpa mia i nostri momenti di intimità fossero rovinati per
sempre. «Sei sicura? Perché non voglio fare altre cazzate.»
Per tutta risposta, mi prende la mano e se la infila tra le gambe.
Merda. Con l’altra mano la tiro verso di me. Pochi istanti dopo sono sopra di lei, un
ginocchio tra le sue gambe. La bacio sul collo, sulle spalle, sul seno; lei mi sfila la
maglietta e i pantaloni e io la aiuto.
Voglio toccare ogni parte del suo corpo, ogni centimetro di pelle, ogni curva, ogni
spigolo. È così bella… Mentre mi chino a baciarle la pancia, e continuo a spogliarla, lei
affonda le dita tra i miei capelli. Esploro il suo corpo come se fosse la prima o l’ultima
volta, ma lei mi mette fretta: «Hardin… ti prego…»
Mi sposto sul suo punto più sensibile e la accarezzo lentamente con la lingua. Il suo
sapore mi inebria.
«Oddio», ansima lei, e mi tira i capelli.
Solleva i fianchi dal letto e si spinge contro la mia lingua. Mi tiro indietro e lei geme. È
bello che mi voglia disperatamente come io voglio lei. Prendo un preservativo dal
comodino e apro la bustina con i denti.
Guardo il suo petto che si alza e si abbassa per il desiderio. Tiro giù i boxer e infilo il
preservativo. «Sta’ ferma», le dico, e mi posiziono tra le sue gambe. Non resisto più, sono
così duro che fa male.
«Sei sempre pronta per me, piccola», mormoro, la tocco con le dita e poi gliele porto
alla bocca per farle sentire il suo sapore. Mentre mi lecca le dita, io mi faccio strada in lei.
Mi mancava tanto questa sensazione. «Wow», sussurro, e lei geme di sollievo.
Tutte le mie angosce svaniscono quando affondo in lei, riempiendola completamente.
Tessa sospira e io inizio a muovermi ritmicamente, dentro e fuori.
«Ancora, Hardin… ti prego.»
Cazzo, come mi piace sentirmi scongiurare. «No, piccola… voglio andarci piano
stavolta.» Muovo lentamente i fianchi, voglio godermi ogni secondo. Voglio farle capire
quanto la amo, quanto mi dispiace averla fatta soffrire, e che farei qualsiasi cosa per lei.
La bacio e gemo quando lei affonda le unghie nei miei bicipiti.
«Ti amo… ti amo così tanto…» le dico accelerando un po’ il ritmo. So che questa
lentezza è una tortura per lei.
«Ti… ti amo», mugola, e iniziano a tremarle le gambe: è quasi arrivata al culmine.
Mi piacerebbe vedere che faccia abbiamo in questo momento, uniti l’uno all’altra ma
così diversi: il contrasto tra la sua pelle liscia e chiara e la mia, imbrattata di inchiostro
nero. Il buio che incontra la luce, la perfezione del caos: è tutto ciò di cui ho paura, tutto
ciò che voglio, tutto ciò di cui ho bisogno.
I suoi gemiti si fanno più intensi; le infilo una mano in bocca perché possa morderla.
«Shhh… lasciati andare, piccola.»
Accelero ancora, sento il suo corpo irrigidirsi sotto il mio, e pochi secondi dopo la
raggiungo, eccitato dalla sua eccitazione. È la droga perfetta. «Guardami», ansimo. I suoi
occhi incontrano i miei e sono perduto. Esplodo, e intanto il suo corpo si rilassa,
lasciandoci entrambi appagati ed esausti.
Mi tolgo il preservativo e faccio per scendere dal letto, ma lei mi ferma prendendomi
per un braccio. Le sorrido e resto dove sono, appoggiandomi al gomito. Mi accarezza la
guancia, descrive piccoli cerchi con il pollice.
«Ti amo, Hardin», mormora.
«Ti amo, Tess», dico appoggiando la testa sul suo petto.
Sento le palpebre pesanti, e il suo respiro rallentare. Mi addormento ascoltando il
battito del suo cuore.
36
Tessa
MI sveglia il telefono, che vibra sul comodino. Sollevo delicatamente la testa di Hardin
dalla mia pancia per vedere chi è. Sul display c’è il nome di mia madre. Sbuffo e rispondo.
«Theresa?»
«Sì.»
«Dove sei, e quando arrivi?»
«Non vengo.»
«È la vigilia di Natale, Tessa. Capisco che la faccenda di tuo padre ti abbia un po’
turbata, ma devi passare il Natale con me. Non puoi startene da sola in albergo.»
Mi sento un po’ in colpa. Mia madre non è esattamente una persona adorabile, ma non
ha altri che me. Però ribatto: «Non ho intenzione di farmi tutte quelle ore di macchina,
mamma. Nevica. E non voglio venire».
Hardin si sveglia e alza la testa. Proprio mentre sto per zittirlo, apre la bocca. «Cosa
succede?»
Mia madre trasalisce. «Theresa Young! Cosa ti è saltato in mente?!» grida.
«Mamma, non voglio parlarne adesso.»
«È lui, vero? Riconosco la voce!»
Davvero un pessimo risveglio. Spingo via Hardin e mi alzo a sedere. «Adesso riattacco,
mamma.»
«Non osare…»
Riattacco. E poi metto il telefono silenzioso. Sapevo che prima o poi l’avrebbe
scoperto; speravo solo che succedesse più tardi. «Be’, sa che stiamo di nuovo insieme. Ti
ha sentito ed è su tutte le furie», spiego, mostrandogli le due chiamate senza risposta
negli ultimi sessanta secondi.
Mi abbraccia. «Sapevi che sarebbe successo. Anzi, è quasi meglio che l’abbia scoperto
in questo modo.»
«Non proprio, no. Avrei potuto dirglielo io, senza che lo scoprisse sentendo la tua
voce.»
Si stringe nelle spalle. «Non sarebbe cambiato niente, si sarebbe arrabbiata
comunque.»
La sua reazione mi irrita. So che mia madre non gli piace, ma è pur sempre mia
madre; e non volevo che lo scoprisse così. «Potresti essere un po’ più comprensivo.»
«Scusa.»
Mi aspettavo una battuta sarcastica, quindi è già qualcosa.
«Cosa vorresti per colazione, Daisy?»
«Daisy?»
«È presto e non sono al top con le citazioni letterarie, ma tu sei irritabile, quindi… ti ho
chiamata Daisy.»
«Daisy Buchanan non era irritabile. E non lo sono nemmeno io», dico con
disapprovazione ma senza trattenere un sorriso.
«Sì, lo sei. E poi come fai a sapere di quale Daisy parlo?»
«Non ce ne sono così tante, e comunque ti conosco. Il tuo tentativo di insultarmi è
miseramente fallito.»
«Okay Mrs Bennet», ribatte.
«Dal momento che hai detto Mrs stai parlando della madre, non di Elizabeth, il che
significa che mi stai dando dell’odiosa?»
Ride. Ci alziamo e continuiamo il nostro scambio di battute. Hardin mi propone di
restare in pigiama, dato che non dobbiamo uscire. È strano per me. Se fossi a casa di mia
madre, a quest’ora dovrei mettermi i vestiti buoni della domenica.
«Potresti indossare quella maglietta», mi propone indicando la t-shirt sul pavimento.
Sorrido, la raccolgo e me la metto insieme a un paio di pantaloni della tuta. Quando
stavo con Noah non usavo mai la tuta. Non mi truccavo molto, ma ero sempre vestita di
tutto punto. Mi chiedo cosa avrebbe pensato Noah se mi avesse vista vestita così. Che
strano: ho sempre creduto di sentirmi a mio agio con lui; di poter essere me stessa con
lui, perché mi conosceva da tanto tempo; ma in realtà non mi conosce affatto. Non
conosce la mia vera identità, quella che Hardin mi ha aiutata a esprimere.
«Pronta?»
Faccio cenno di sì e mi lego i capelli. Spengo il telefono, lo lascio sul comò e seguo
Hardin in salotto. C’è profumo di caffè, e troviamo Trish intenta a preparare i pancake.
Sorride. «Buon Natale!»
«Non è Natale», brontola Hardin. Lo guardo storto, lui sbuffa e sorride a sua madre. Mi
verso il caffè e ringrazio Trish per la colazione. Io e Hardin ci sediamo a tavola, e Trish ci
spiega che sua nonna le ha insegnato quella ricetta per i pancake. Hardin la ascolta
partecipe e accenna persino un sorriso.
Mentre mangiamo i deliziosi pancake al lampone, Trish mi chiede: «Apriamo i regali
oggi? Immagino che domani sarai da tua madre».
Non so cosa rispondere, e balbetto: «Io… in realtà io…»
«Domani va a casa di papà. Lo ha promesso a Landon, ed è la sua unica amica, quindi
non può rifiutare», interviene Hardin.
Gli sono grata per avermi salvata dall’imbarazzo, ma definirmi l’unica amica di Landon
è un po’ crudele… Be’, forse è vero. Ma anche lui è il mio unico amico.
«Ah… va bene. Tesoro, non devi aver paura di dirmi queste cose. Non è un problema
per me se vai a casa di Ken», dice Trish. Non capisco a chi di noi due si rivolga.
«Io non ci vado», fa Hardin. «Ho detto a Tessa di riferire loro che non ci andiamo.»
«Noi? Hanno invitato anche me?» domanda lei con evidente stupore.
«Sì… volevano che veniste entrambi», confermo.
«Perché?»
«Non lo so», rispondo. Ed è la verità. Karen è così buona, vuole che suo marito riallacci
i rapporti con il figlio… ma non mi vengono in mente altre spiegazioni possibili.
«Ho già detto di no. Non preoccuparti, mamma.»
Trish finisce di masticare, pensierosa. «Forse dovremmo andarci», dice alla fine,
lasciando di stucco me e Hardin.
«Perché vorresti andarci?» si rabbuia lui.
«Non lo so… Non vedo tuo padre da circa dieci anni. Penso che sia giusto vedere con i
miei occhi quant’è cambiato. E poi so che non vuoi stare lontano da Tessa per Natale.»
«Potrei restare qui», propongo. Non voglio dare buca, ma non voglio neppure imporre
a Trish di andarci.
«No, non preoccuparti», mi risponde lei. «Ci andremo tutti insieme.»
«Sei sicura?» chiede Hardin, preoccupato.
«Sì… dopotutto non sarà così male.» Sorride. «E poi, se Kathy ha insegnato a Tessa a
fare quei biscotti, pensate quanto mangeremo bene!»
«Karen, mamma. Si chiama Karen.»
«Ehi, è la nuova moglie del mio ex marito, e passo il Natale con lei. Posso chiamarla
come mi pare.» Ridiamo.
«Dico a Landon che andiamo tutti», annuncio, e prendo il telefono. Non avrei mai
immaginato di trascorrere il Natale con Hardin e la sua famiglia… entrambi i rami della
sua famiglia. Negli ultimi mesi le cose non vanno mai come mi aspetto.
Nel telefono ci sono tre messaggi in segreteria, e scommetto che sono di mia madre. Li
ignoro e chiamo Landon.
«Ciao, Tessa, buona vigilia di Natale!» esordisce, allegro come sempre.
«Buona vigilia di Natale, Landon.»
«Grazie! Non starai chiamando per disdire, vero?»
«No, certo che no. Al contrario, anzi. Chiamavo per sentire se domani possono venire
anche Hardin e Trish.»
«Davvero? Vogliono venire?»
«Sì…»
«Significa che tu e Hardin…»
«Sì… Lo so, sono un’idiota…»
«Non ho detto questo.»
«Già, ma lo starai pensando…»
«No. Possiamo parlarne domani, ma non sei un’idiota, Tessa.»
«Grazie.» Gli sono molto riconoscente: è l’unica persona che non abbia un’opinione
negativa sull’argomento.
«Dico a mia madre che vengono anche loro, sarà felicissima.»
Quando torno in salotto Hardin e Trish hanno già i regali sulle ginocchia, e ci sono due
scatole sul divano che immagino siano per me.
«Inizio io!» esclama Trish, strappando la carta decorata con fiocchi di neve che avvolge
uno dei regali. Con un gran sorriso tira fuori la tuta che le ho comprato. «Adoro le tute,
come facevi a saperlo?» mi chiede indicando quella grigia che indossa.
«Non sono molto brava a fare regali.»
«Non dire sciocchezze, è bellissima», mi rassicura ridacchiando mentre apre il secondo
pacchetto. Dà un’occhiata a cosa c’è dentro, stringe forte la mano di Hardin e tira fuori
una collana con la scritta MAMMA. Sembra che le piaccia anche l’altro regalo, un foulard.
Avrei davvero dovuto comprare qualcosa per Hardin. Sapevo benissimo che mi sarei
rimessa con lui, e sono certa che lo sapesse anche lui. Ma entrambe le scatole che ho in
grembo sono di Trish, e questo è un gran sollievo.
Tocca a Hardin aprire i regali. Sfodera il suo miglior sorriso falso ammirando i vestiti
che gli ha comprato la madre. C’è anche una camicia rossa: cerco di immaginarlo con
indosso qualcosa che non sia bianco o nero, ma non ci riesco.
«Ora tocca a te», mi dice.
Sorrido nervosamente e sciolgo il fiocco che chiude il primo regalo. È evidente che
Trish è più brava a scegliere vestiti per le donne che per gli uomini: l’abito giallo chiaro
che trovo nella scatola lo dimostra.
«Grazie, è bellissimo», esclamo abbracciandola. Apprezzo davvero che abbia pensato a
me. Mi conosce da poco, ma è così gentile e premurosa che mi pare di conoscerla da
molto più tempo.
La seconda scatola è parecchio più piccola della prima, ma è chiusa con tanto nastro
adesivo ed è difficile da aprire. È un braccialetto, uno di quelli con i ciondoli, ma
particolare. Ci sono solo tre ciondoli, più grandi dell’unghia del mio pollice: due di metallo
e uno che sembra di porcellana bianca. È il simbolo dell’infinito, con le due estremità a
forma di cuore. Proprio come il tatuaggio sul polso di Hardin. Lo guardo e gli occhi mi
corrono subito al suo tatuaggio. Lo vedo nervoso. Torno a fissare il braccialetto: il
secondo ciondolo è una nota musicale, e il terzo, un po’ più grande, è a forma di libro.
Girandolo, noto che c’è scritto qualcosa.
Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali.
Alzo lo sguardo su Hardin e mi vengono le lacrime agli occhi. Non è stata sua madre a
farmi questo regalo.
È stato lui.
37
Tessa
HARDIN è arrossito sotto il mio sguardo. Fa un sorrisetto nervoso.
Resto a fissarlo per un momento, poi praticamente gli salto addosso. Rischio di
soffocarlo con il mio entusiasmo, ma non voglio altro che stare vicina a questo ragazzo
matto e imprevedibile. Per fortuna mi sorregge ed evitiamo di cadere insieme alla
poltrona. Lo abbraccio con tutta la forza che ho, ma allento la presa quando lo sento
tossire. «È così… È perfetto», singhiozzo. «Grazie, è incredibile.» Poso la fronte sulla sua
e mi siedo sulle sue gambe.
«Non è niente… figurati», fa lui timidamente, e solo allora mi rendo conto che Trish è
seduta vicino a noi e si sta schiarendo la voce.
Salto giù all’istante. «Scusa!» le dico tornando a sedermi sul divano.
Mi sorride comprensiva. «Non scusarti, cara.»
Hardin resta in silenzio. So che non vorrà parlare del regalo davanti a Trish, perciò
cambio argomento. Ma non avrebbe potuto scegliere una citazione migliore da incidere su
quel ciondolo. Ci descrive alla perfezione: siamo così diversi eppure identici, come
Catherine e Heathcliff in Cime tempestose. Spero solo che non ci aspetti lo stesso
destino. Mi piace pensare che abbiamo imparato qualcosa dai loro errori.
Allaccio il braccialetto al polso e muovo piano il braccio per far dondolare i ciondoli.
Non avevo mai ricevuto un regalo del genere. Pensavo che il lettore di ebook fosse il
dono perfetto, ma Hardin è riuscito a superarsi. Noah mi faceva sempre gli stessi regali
ogni anno: profumo e calzini. D’altronde io gli regalavo acqua di colonia e calzini, ogni
anno. Era la nostra noiosa routine.
Resto a guardare il braccialetto per qualche altro secondo, poi mi accorgo che Hardin e
Trish mi fissano. Mi alzo di scatto e inizio a ripulire il tavolino dai resti degli incarti.
Trish esclama divertita: «Be’, ragazzi, come pensiamo di passare il resto della
giornata?»
«Ho voglia di fare un sonnellino», dice Hardin.
«Un sonnellino? Così presto? E a Natale?»
«Non è Natale, per la decima volta», fa lui un po’ brusco, ma poi sorride.
«Sei insopportabile», lo rimprovera lei dandogli una pacca scherzosa sul braccio.
«Tale madre, tale figlio.»
Mentre continuano a bisticciare divertiti, vado a buttare la carta da regalo, persa nei
pensieri. Mi sento ancora più in colpa di prima per non aver preso un regalo a Hardin.
Vorrei che il centro commerciale fosse aperto oggi… non so cosa gli comprerei, ma
qualsiasi cosa sarebbe meglio di niente. Guardo di nuovo il braccialetto e sfioro il ciondolo
con il simbolo dell’infinito. Non riesco ancora a credere che mi abbia regalato un ciondolo
uguale al suo tatuaggio.
«Hai finito?»
Sobbalzo sentendomi sfiorare l’orecchio. «Mi hai spaventata!» urlo dandogli uno
schiaffetto.
«Scusa, amore», dice ridendo. Il mio cuore manca un battito quando mi chiama
«amore». È così strano per lui. Lo sento sorridere sul mio collo mentre mi cinge in vita.
«Vieni a fare un sonnellino con me?»
«No, faccio compagnia a tua madre. Ma… vengo a rimboccarti le coperte.» Non mi
piace dormire di pomeriggio, a meno di essere davvero esausta, e ho voglia di
chiacchierare con Trish o magari di leggere un po’.
Hardin è deluso, ma mi prende per mano e mi porta in camera. Si toglie la maglietta e
mi sorride mentre osservo i tatuaggi che ormai conosco così bene. «Davvero ti piace il
braccialetto?» Butta a terra i cuscini che sono sul letto solo per bellezza e io li raccolgo.
«Sei così disordinato!» mi lamento. Infilo i cuscini nella cassapanca e poso la maglietta
di Hardin sul comò, poi vado a prendere il lettore di ebook. «Ma per rispondere alla tua
domanda, il braccialetto mi piace un sacco. È un bellissimo pensiero, Hardin. Perché non
hai detto che era un tuo regalo?»
Mi fa sdraiare e posa la testa sul mio petto. «Perché sapevo che ti sentivi in colpa per
non avermi preso niente.» Scoppia a ridere. «E che ti saresti sentita ancora peggio dopo il
mio bellissimo regalo.»
«Accidenti, viva la modestia.»
«Inoltre, quando l’ho fatto fare non sapevo ancora se mi avresti più rivolto la parola.»
«Lo sapevi benissimo.»
«No, davvero, non lo sapevo. Stavolta eri diversa.»
«In che senso?»
«Non lo so… eri diversa. Non eri come le altre cento volte che mi hai detto di non
volermi più vedere.»
«Be’, sapevo… insomma, non volevo ammetterlo, ma sapevo che sarei tornata. Torno
sempre.»
«Non ti darò più motivi per andartene.»
«Lo spero», mormoro, e gli bacio il palmo della mano.
Non aggiungo altro; non c’è niente da dire al momento. Lui ha sonno, e non mi va di
parlare della possibilità che io me ne vada di nuovo. In pochi minuti si addormenta. Dopo
che Hardin mi ha chiamata Daisy stamattina, mi è venuta voglia di rileggere Il grande
Gatsby, scorro gli ebook nel lettore per vedere se Hardin l’ha caricato. Ovviamente sì. Sto
per tornare in salotto quando sento una voce femminile, infuriata.
«Mi scusi!»
È mia madre. Lascio cadere il lettore di ebook sul letto e mi alzo. Cosa ci fa qui?
«Lei non ha il diritto di entrare in quella stanza!» strilla Trish.
Trish. Mia madre. Hardin. Questo appartamento. Oddio. Non può finire bene.
La porta si apre di schianto e mia madre compare, sofisticata e minacciosa in un abito
scarlatto e tacchi alti, con un’acconciatura elaborata e gonfia e il rossetto rosso, troppo
rosso.
«Cosa ci fai qui?!» grida.
«Mamma…» inizio, ma lei si gira verso Trish.
«E lei chi diavolo è?» le chiede piantandosi a un millimetro dalla sua faccia.
«Sono sua madre», risponde Trish in tono severo.
Hardin apre gli occhi. «Ma che cazzo?…» esclama vedendo il diavolo in rosso.
Mia madre si gira di scatto verso di me. «Andiamo, Theresa.»
«Non vado da nessuna parte. E comunque, cosa ci fai qui?»
«Te l’ho già detto», sbuffa e mette le mani sui fianchi. «Sei la mia unica figlia, e non
ho intenzione di stare a guardare mentre ti rovini la vita con questo… questo stronzo.»
Le sue parole mi fanno ribollire di rabbia, e mi metto subito sulla difensiva. «Non
parlare di lui in questo modo!»
«Quello ‘stronzo’ è mio figlio, signora», la informa Trish stringendo gli occhi. Sotto
l’ironia si nasconde una donna pronta a lottare per il figlio.
«Be’, suo figlio sta rovinando e corrompendo mia figlia», ribatte mia madre.
«Andatevene, tutte e due», dice Hardin, alzandosi dal letto.
Mia madre sfodera un gran sorriso. «Theresa, prendi le tue cose. Subito.»
«Ho detto che non vado da nessuna parte. Ti ho dato una possibilità di passare le
feste con me, ma tu eri troppo indignata per accettare.» Non dovrei parlarle così, ma non
resisto.
«Indignata? Solo perché ti sei comprata qualche minigonna e hai imparato a truccarti
pensi di saperne più di me sulla vita?» Strilla, ma ha un tono stranamente divertito. Come
se le mie scelte fossero ridicole. «Be’, ti sbagli. Solo perché ti sei concessa a questo… a
questo criminale, non vuol dire che tu sia diventata una donna! Sei solo una ragazzina.
Ingenua, impressionabile. Ora prendi le tue cose, prima che lo faccia io per te.»
«Non provi a toccare le sue cose», sbotta Hardin. «Non andrà da nessuna parte con lei.
Resta qui con me, nel posto che le spetta.»
Mia madre è di nuovo serissima. «Il posto che le spetta? E qual era, il posto che le
spettava, quando dormiva in uno squallido motel per colpa tua? Riesci solo a farle del
male, e lei non resterà qui con te.»
«Signora, Hardin e Tessa sono adulti», interviene Trish. «Sua figlia è un’adulta. Se
vuole restare, non c’è nulla…»
Gli occhi inviperiti di mia madre incontrano lo sguardo di Trish, altrettanto duro. È una
catastrofe. Faccio per parlare, ma mia madre mi precede. «Come può difendere un
comportamento simile? Dopo ciò che le ha fatto, dovrebbero rinchiuderlo!» strilla.
«Evidentemente sua figlia ha deciso di perdonarlo. E lei deve farsene una ragione»,
risponde Trish in tono freddo. Troppo freddo. Sembra un cobra pronto a sferrare un
attacco. Mia madre è la sua preda, e in questo momento spero che il morso di Trish sia
velenoso.
«Perdonarlo? Le ha rubato l’innocenza per gioco, per una scommessa con gli amici. E
poi se n’è vantato in giro, mentre lei era qui a giocare alla casalinga!»
Trish resta con il fiato mozzo, e per un momento nella stanza cala il silenzio. Si volta
verso il figlio sconcertata. «Cosa…»
«Ah, non lo sapeva? Ma guarda un po’, il bugiardo ha mentito persino a sua madre?
Povera donna, non mi stupisco che lei lo difenda», dice mia madre. «Suo figlio ha
scommesso con gli amici – per soldi – che avrebbe tolto la verginità a Tessa. Ha
addirittura conservato le prove, e le ha mostrate a tutto il campus.»
Sono raggelata. Punto gli occhi sulle nostre madri, perché ho troppa paura per
incrociare lo sguardo di Hardin. Da come cambia il ritmo del suo respiro deduco che non
pensasse che avrei rivelato a mia madre i dettagli del suo inganno. Quanto a sua madre,
non volevo farle sapere le cose terribili che ha fatto suo figlio. La vergogna è mia, e
spettava a me decidere con chi condividerla.
«Prove?» A Trish trema la voce.
«Sì, le prove. Il preservativo! Oh, e le lenzuola con sopra la verginità rubata a Tessa.
Dio sa cosa ne ha fatto dei soldi, ma è andato in giro a raccontare a tutti ogni dettaglio
della loro… intimità. E ora mi dica lei se faccio male a portarmi via mia figlia.» Guarda
Trish inarcando un sopracciglio perfettamente sagomato con le pinzette.
Lo percepisco: sento cambiare l’atmosfera nella stanza, sento spostarsi l’energia. Ora
Trish è schierata con mia madre. Cerco disperatamente di aggrapparmi al bordo del
baratro, ma vedo benissimo come stanno le cose, lo vedo nello sguardo disgustato che
Trish rivolge a suo figlio. E capisco che non è la prima volta. L’ha già guardato in quel
modo altra volte, il ricordo si manifesta sul suo viso. Ancora una volta, dicono quegli
occhi, Trish è costretta a credere alle brutte voci che girano sul conto del figlio.
«Come hai potuto, Hardin?» grida. «Speravo che tu fossi cambiato… Speravo che
avessi smesso di fare queste cose alle ragazze… alle donne. Ti sei dimenticato cos’è
successo l’ultima volta?»
38
Tessa
LE cose non migliorano affatto quando mia madre segue Trish in salotto e ulula: «L’ultima
volta? Vedi, Theresa? È esattamente per questo che devi allontanarti da lui! L’aveva già
fatto! Lo sapevo! Il Principe azzurro colpisce ancora!»
Sposto lo sguardo su Hardin e le mie dita scivolano via dall’orlo del precipizio. Non di
nuovo. Non penso di poter sopportare altro, non da lui.
«Non è così, mamma», replica.
Trish lo fissa sbigottita e si asciuga le lacrime che continuano a scendere. «A me
sembra di sì, Hardin. Non riesco proprio a crederti. Ti voglio bene, figlio mio, ma non
posso aiutarti. Hai sbagliato, hai fatto una cosa orribile.»
In queste situazioni non trovo mai la voce. Voglio parlare, ho bisogno di parlare, ma la
mia testa è attraversata da un diluvio di cose terribili che possono essere successe
«l’ultima volta».
«Ho detto che non è così!» strilla Hardin, allargando le braccia.
Trish si gira e mi guarda dritta negli occhi. «Tessa, devi andare con tua madre.»
Ho un groppo in gola.
«Cosa?!» esclama Hardin.
«Non sei la persona giusta per lei, Hardin. Ti voglio bene più di ogni cosa al mondo,
ma non posso permetterti di rifarlo. Venire in America doveva aiutarti…»
«Theresa», si intromette mia madre, «penso che abbiamo sentito abbastanza. È ora di
andare.» Mi prende per un braccio.
Hardin avanza verso di lei, che indietreggia stringendomi più forte.
«La lasci andare. Immediatamente», sibila.
Le unghie laccate di viola di mia madre affondano nella mia pelle mentre cerco di
comprendere gli eventi degli ultimi minuti. Non mi aspettavo che si presentasse
all’appartamento, e di sicuro non mi aspettavo che Trish lasciasse intendere che Hardin
nasconde altri segreti.
L’aveva già fatto? E a chi? La amava? Lei lo amava? Mi ha raccontato che non era mai
stato con una ragazza vergine, e che non aveva mai amato nessuna. Mentiva? La
maschera di rabbia che ha in volto rende indecifrabile la sua espressione.
«Non hai più voce in capitolo per quanto riguarda mia figlia», ribatte la mamma.
Ma sorprendendo tutti, me per prima, lentamente tiro via il braccio dalla stretta di mia
madre… e vado da Hardin. Gli giro intorno e mi metto alle sue spalle. Lui rimane
sconcertato. Trish e mia madre hanno la stessa espressione inorridita.
«Theresa! Non fare la stupida. Vieni qui!» mi ordina.
Per tutta risposta prendo Hardin per il braccio e mi nascondo dietro di lui. Non capisco
perché, ma lo faccio. Dovrei andarmene con mia madre, o costringere Hardin a dirmi di
cosa sta parlando Trish. Invece voglio solo che mia madre se ne vada. Ho bisogno di
qualche minuto, qualche ora, un po’ di tempo insomma, per comprendere l’accaduto. Lo
avevo appena perdonato. Avevo appena deciso di dimenticare tutto e tornare con lui.
Perché dev’esserci sempre qualche segreto che spunta fuori nel momento peggiore
possibile?
«Theresa.» Mia madre fa un altro passo verso di me e Hardin tira indietro il braccio per
proteggermi. Per difendermi da lei.
«Stia lontana da Tess», la avverte.
Trish si fa avanti. «Hardin, è sua figlia. Non hai il diritto di intrometterti.»
«Non ho il diritto? È lei che non ha il diritto di venire a casa nostra, nella nostra camera
da letto, cazzo!» strilla, e io gli stringo più forte il braccio.
«Questa non è la sua camera, né la sua casa», puntualizza mia madre.
«Sì che lo è! Vede dove si è messa? Mi sta usando come scudo per difendersi da lei»,
le fa notare Hardin puntandole un dito addosso.
«Perché non capisce…»
La interrompo, perché finalmente ho ritrovato la voce. «Smettetela di parlare di me
come se non fossi qui! Sono qui, e sono un’adulta, mamma. Se voglio restare resto.»
Trish mi guarda con aria indulgente e cerca di farmi ragionare. «Tessa, tesoro, penso
che dovresti ascoltare tua madre.»
Mi sento tradita, ma d’altronde non so cosa sappia sul conto di suo figlio.
«Grazie!» sospira mia madre. «Almeno qualcuno qui ha un po’ di buonsenso.»
Trish le lancia un’occhiata minacciosa. «Signora, non mi piace il modo in cui tratta sua
figlia, perciò non creda che siamo nella stessa squadra, perché non è così.»
Mia madre si stringe nelle spalle e si rivolge di nuovo a me. «Fa lo stesso. Siamo
d’accordo sul fatto che devi andartene, Tessa. Devi uscire da questo appartamento e non
tornare più. Possiamo trasferirti in un’altra università, se necessario.»
«Può decidere da sola…» inizia Hardin.
«Ti ha avvelenato la mente, Theresa. Credi di conoscerlo davvero?» chiede mia madre.
«Lo conosco, mamma», rispondo a denti stretti.
Lei rivolge l’attenzione a Hardin. Non so perché non abbia paura di lui, del suo respiro
pesante, del suo volto paonazzo di rabbia, dei suoi pugni così stretti che le nocche sono
bianche. Dovrebbe spaventarsi, invece resta impassibile e dice: «Ragazzo, se ti importa
qualcosa di lei, almeno un po’, le dirai di andarsene. Non hai fatto altro che ferirla. Non è
più la ragazza che ho portato al college tre mesi fa, ed è colpa tua. Mentre lei piangeva a
dirotto per quello che le hai fatto, scommetto che tu eri a divertirti con qualche altra
ragazza. L’hai distrutta, come fai a guardarti allo specchio? Sai bene che prima o poi la
farai soffrire ancora. Quindi, se ti è rimasta un minimo di decenza, devi dirle… di venire
con me.»
Cala un silenzio che mi fa gelare le ossa.
Trish è immersa nei pensieri, probabilmente nel ricordo delle azioni passate di Hardin.
Mia madre lo incenerisce con gli occhi in attesa di una risposta. Hardin ansima con tanta
forza che ho paura che esploda. Quanto a me, sto cercando di decidere chi vincerà la
battaglia che mi infuria internamente: il cuore o la testa?
«Non vengo con te», dico alla fine.
In risposta alla mia decisione – la mia decisione da adulta, con le cui conseguenze
dovrò fare i conti e che mi obbligherà a riflettere se restare o no con l’uomo che amo –
mia madre sbuffa, e questo mi fa infuriare.
«Non sei la benvenuta qui, non tornare più!» strepito. «Chi ti credi di essere, a
piombare qui e parlargli in quel modo!» Oltrepasso Hardin e mi piazzo davanti a lei. «Non
voglio avere niente a che fare con te! Nessuno ti vuole! Per questo sei sola da tutti questi
anni: perché sei crudele e presuntuosa! Non sarai mai felice!» Ho la gola serrata, e
riprendo fiato a fatica.
Mia madre mi guarda con aria tronfia e sprezzante. «Sono single per scelta. Non ho
bisogno di stare con qualcuno, non sono come te.»
«Come me! Neanch’io ho bisogno di stare con qualcuno: mi hai costretta tu a stare con
Noah, non ho mai avuto scelta! Mi hai sempre comandata a bacchetta, ma ora basta. Ora
basta, cazzo!» E scoppio a piangere.
Lei piega le labbra come se stesse riflettendo seriamente, ma la sua voce gronda
sarcasmo. «È evidente che hai qualche problema di dipendenza. Sarà a causa di tuo
padre?»
La fisso indignata. Inizio a parlare lentamente, poi via via in maniera più accelerata:
«Ti odio. Ti odio davvero. È colpa tua se se n’è andato. Perché non ti sopportava! E non
lo biasimo, anzi vorrei che mi avesse portata con…»
In quel momento la mano di Hardin si posa sulla mia bocca e le sue braccia forti mi
tirano indietro, contro il suo petto.
39
Hardin
PER tutto il tempo ho sperato che sua madre non la schiaffeggiasse di nuovo. Non avevo
preso in considerazione che Tessa potesse passare all’offensiva in quel modo.
È paonazza, e le sue lacrime mi bagnano la mano.
Perché quella donna deve rovinare sempre tutto? Non posso biasimarla se è
arrabbiata, per quanto la detesti. È vero, ho fatto soffrire Tessa. Ma non mi sembra di
averla rovinata.
O sì?
Non so cosa fare. Guardo mia madre in cerca di aiuto, ma il suo sguardo è carico di
odio. Non volevo che scoprisse cos’ho fatto a Tess. Sapevo che sarebbe stato un duro
colpo, soprattutto dopo quello che è già successo.
Ma non sono più la persona che ero allora. Stavolta è tutto diverso.
Sono innamorato di Tessa.
Nel caos che ho provocato, ho trovato l’amore.
Tessa grida dietro la mia mano e cerca di divincolarsi, ma non ne ha le forze. Se non
riesco a tenerla lontana da sua madre, potrebbero succedere due cose: la madre la
schiaffeggerà, e quindi io dovrò intervenire, oppure Tessa dirà qualcosa di cui si pentirà in
eterno. «Penso che ora lei debba andarsene», dico a sua madre.
Tessa continua ad agitarsi tra le mie braccia e a tirarmi calci sugli stinchi.
È sempre brutto vederla arrabbiata, ma egoisticamente stavolta sono contento che la
sua rabbia non sia diretta contro di me.
Ma lo sarà, presto…
So che sua madre ha ragione: non sono la persona giusta per Tessa. Non sono l’uomo
che lei pensa io sia, ma la amo troppo per permetterle di abbandonarmi di nuovo. L’ho
appena ritrovata, non voglio perderla un’altra volta. Spero solo che mi ascolterà, fino in
fondo. In ogni caso, non credo che farà differenza. So che non vorrà restare con me
quando avrà saputo tutto. Merda, perché mia madre ha detto quelle cose?
Conduco Tessa di nuovo in camera, lei però riesce a girarsi verso sua madre e tenta di
avventarsi contro di lei, ma la trattengo.
La trascino dentro e chiudo la porta a chiave.
E lei volge su di me il suo sguardo velenoso. «Perché l’hai fatto?! Tu…»
«Perché stai dicendo cose di cui ti pentirai.»
«Perché l’hai fatto? Perché mi hai fermata? Ho ancora tante cose da dire a quella
stronza, non so… non so neppure da dove…» Mi mette le mani sul petto e prova a
spingermi via.
«Ehi, ehi… calmati», rispondo cercando di ricordare che sta sfogando su di me la rabbia
che prova per sua madre. So che è così.
Le prendo il viso tra le mani e le accarezzo le guance con i pollici, continuando a
guardarla negli occhi finché il suo respiro rallenta. «Calmati, piccola», ripeto.
Il rossore svanisce dalle sue guance e lei annuisce piano.
«Mi assicuro che se ne vada, okay?» bisbiglio.
Lei fa cenno di sì e va a sedersi sul letto. «Sbrigati.»
Quando arrivo in salotto trovo la madre di Tessa da sola, che cammina avanti e
indietro. Alza la testa di scatto, come una belva feroce che ha percepito la presenza di
una preda. «Lei dov’è?» chiede.
«Non uscirà. Ora lei se ne va e non torna più qui. Ha capito?» ringhio.
«Mi stai minacciando?» domanda con aria di sfida.
«Può interpretarlo come vuole, ma deve stare lontana da lei.»
Questa donna, così tirata a lucido e ben vestita, mi rivolge uno sguardo che finora
avevo visto solo sul volto di gente come gli amici di Jace. «È tutta colpa tua», afferma in
tono calmo. «Le hai fatto il lavaggio del cervello; non riesce più a pensare con la sua
testa. Sono stata con uomini come te: so come siete fatti. Ho capito che eri pericoloso
dalla prima volta che ti ho visto. Avrei dovuto imporre a Tessa di cambiare dormitorio.
Ora nessun uomo la vorrà, dopo questo… dopo di te. Ma guardati!» Con un gesto stizzito
si gira verso la porta.
La seguo nell’ingresso. «È questo il punto, no? Che nessun uomo la vorrà: nessuno
tranne me. Non starà mai con nessun altro», annuncio. «Sceglierà sempre me, non lei, né
nessun altro.»
Si volta di nuovo e fa un passo verso di me. «Tu sei il diavolo, ma io non mi arrendo. È
mia figlia, e tu non la meriti.»
Resto a guardarla inespressivo. «Me lo ricorderò, stasera, quando affonderò in sua
figlia.»
Lei alza la mano per darmi uno schiaffo, ma io le afferro il polso e lo riabbasso
delicatamente. Non farei mai del male a lei o a nessun’altra donna, ma non le permetterò
di farne a me.
Sfodero il mio sorriso più smagliante, rientro in casa e le sbatto la porta in faccia.
40
Hardin
RIM ANGO per un momento con la testa appoggiata alla porta, e quando mi volto trovo mia
madre che mi fissa con una tazza di caffè in mano e gli occhi rossi.
«Dov’eri?» le chiedo.
«In bagno», risponde con la voce incrinata.
«Come hai potuto dire a Tessa di andarsene? Di lasciarmi?» esclamo. Sapevo che
sarebbe rimasta delusa, ma questo è troppo.
«Perché, Hardin», sospira alzando le mani, come costretta a pronunciare un’ovvietà,
«non sei il ragazzo giusto per lei. Lo sai anche tu. Non voglio vedere che fa la fine di
Natalie, o delle altre.»
«Lo sai cosa ne sarà di me se mi lascia, mamma? Secondo me non capisci… non posso
stare senza di lei. So che non sono la persona giusta per lei, e ogni volta che la guardo mi
pento di ciò che le ho fatto, ma posso diventarlo. Ne sono certo.» Mi metto a camminare
avanti e indietro nel salotto.
«Hardin… sei sicuro che non sia più un gioco per te?»
«No, mamma…» Chino la testa e cerco di restare calmo. «Non è un gioco, non
stavolta. La amo, la amo davvero.» Alzo gli occhi su quella donna buona e gentile, che ne
ha passate tante. «La amo in un modo che non ti so spiegare, perché non lo capisco
neanch’io. Non pensavo di potermi sentire così. Tutto quello che so è che solo con lei
posso essere felice. Se mi lascia non mi riprenderò mai più. È così, mamma. È la mia
unica possibilità di non restare solo per tutta la vita. Non so cosa cazzo ho fatto per
meritarmela – niente che io ricordi – ma lei mi ama. Sai come ci si sente a sapere che
qualcuno ti ama nonostante tutte le cazzate che fai? Non sono alla sua altezza, non la
merito, eppure mi ama.»
Mia madre si asciuga le lacrime con il dorso della mano. Resto turbato per un
momento, ma poi continuo: «Lei rimane sempre al mio fianco. Mi perdona sempre, anche
quando non dovrebbe. Dice sempre la cosa giusta. Mi tranquillizza, ma allo stesso tempo
mi spinge a diventare un uomo migliore. So di essere una brutta persona. Ho fatto tante
stronzate. Ma Tessa non può lasciarmi. Non voglio più restare da solo, e non amerò mai
nessun’altra: lei è l’ultima. Lo so per certo. È il mio peccato più grave, mamma, e farò
qualsiasi cosa per lei.»
Dopo questa tirata sono senza fiato, e le guance di mia madre sono rigate di lacrime.
Ma sta guardando alle mie spalle.
Mi giro e vedo Tessa con le braccia lungo i fianchi, lo sguardo fisso e le guance
bagnate quanto quelle di mia madre.
La mamma si soffia il naso, poi dice a bassa voce: «Vado a farmi un giro… vi lascio
soli». Si mette le scarpe e il cappotto ed esce di casa.
Mi dispiace che non abbia dove andare, che debba starsene per conto suo sotto la
neve la vigilia di Natale, ma in questo momento ho bisogno di stare da solo con Tessa.
«Le cose che hai detto… un momento fa… le pensi davvero?» mi chiede tra le lacrime.
«Lo sai che le penso.»
Accenna un sorriso e posa una mano sul mio petto. «Devo sapere cos’hai fatto.»
«Sì… Ma promettimi che proverai a capire…»
«Dimmelo, Hardin.»
«E devi capire che non ne vado fiero.»
Mi conduce al divano.
Traggo un respiro profondo e cerco il punto da cui iniziare.
41
Tessa
HARDIN impallidisce. Si strofina le ginocchia. Si passa le mani tra i capelli. Guarda il soffitto
e poi il pavimento. Probabilmente spera ancora di potersi sottrarre a questa
conversazione.
Ma poi comincia. «In Inghilterra avevo amici poco raccomandabili. Un po’ sul tipo di
Jace, diciamo. Facevamo una… un gioco, potremmo chiamarlo… in cui sceglievamo una
ragazza… Ciascuno di noi sceglieva una ragazza, e vinceva chi riusciva a scoparsela per
primo.»
Mi viene da vomitare.
«Il vincitore otteneva la ragazza più bella per la settimana successiva, e c’era un giro
di soldi…»
«Quante settimane?» chiedo, e me ne pento subito. Non voglio saperlo. Ma devo.
«Erano passate solo cinque settimane, e poi una ragazza…»
«Natalie», ipotizzo.
Hardin fissa la finestra. «Sì… Natalie è stata l’ultima.»
«E cosa le hai fatto?» Ho il terrore della sua risposta.
«La terza settimana… James era convinto che Martin mentisse, quindi ha avuto l’idea
delle prove da presentare…»
Prove. Quella parola mi tormenterà in eterno. Mi tornano in mente le lenzuola sporche
di sangue e inizia a farmi male il petto.
«Non quel tipo di prove…» Ha capito a cosa stavo pensando. «Fotografie…»
«Fotografie?» domando con sconcerto.
«E un video…» aggiunge prendendosi il viso tra le mani.
Un video? «Hai filmato un rapporto sessuale? Lei lo sapeva?» domando. Ma so la
risposta prima ancora che lui scuota la testa. «Come hai potuto? Come hai potuto fare
una cosa del genere a una persona?» Scoppio a piangere.
A un tratto mi rendo conto che non conosco affatto Hardin, e sento la rabbia serrarmi
la gola. Istintivamente mi allontano da lui, e vedo il dolore nei suoi occhi.
«Non lo so… non me ne fregava niente. Era divertente… Be’, non proprio divertente,
ma non mi importava.» La sua sincerità è dolorosa; strano a dirsi, ma lo preferivo quando
teneva i segreti.
«Allora, cos’è successo con Natalie?» riprendo, con la voce rotta dal pianto.
«Quando James ha visto il video con lei… ha deciso che voleva scoparsela anche lui. E
quando lei l’ha respinto, ha mostrato a tutti il video.»
«Oddio, povera ragazza.»
«Il video si è diffuso così in fretta che i suoi genitori sono venuti a saperlo in meno di
ventiquattr’ore. La famiglia era molto conosciuta in parrocchia… non l’hanno presa bene.
L’hanno cacciata di casa, e quando si è sparsa la voce ha perso la borsa di studio per
l’università privata a cui doveva iscriversi quell’autunno.»
«L’hai rovinata», mormoro.
Ha rovinato la vita di quella ragazza, come una volta ha minacciato di rovinare la mia.
Farò anch’io la stessa fine? Sono già come lei?
«Non era vergine. Era già andata a letto con un altro. Ma è per questo che mia madre
mi ha mandato qui. A casa lo sapevano tutti. Io non c’ero nel video. Be’, la stavo
scopando, ma non mi si vedeva in faccia; si vedevano solo alcuni tatuaggi.» Sferra un
pugno sul palmo dell’altra mano. «Praticamente sono diventato famoso…»
Mi gira la testa. «E lei cos’ha detto, quando ha scoperto cos’avevi fatto?»
«Ha detto che si era innamorata di me… e mi ha chiesto di ospitarla a casa mia finché
trovava un altro posto.»
«E l’hai ospitata?»
Fa cenno di no.
«Perché?»
«Perché non volevo. Non mi importava niente di lei.»
«Come fai a parlarne con tanta freddezza? Non capisci cosa le hai fatto? L’hai illusa,
hai fatto sesso con lei e l’hai filmato. Hai mostrato il video ai tuoi amici, tutta la scuola lo
ha visto, e lei ha perso la borsa di studio e la famiglia per colpa tua! E non hai avuto
neppure la compassione di aiutarla, quando non aveva un altro posto dove andare?»
grido alzandomi in piedi. «Dov’è adesso? Cosa ne è stato di lei?»
«Non lo so, non mi sono preoccupato di scoprirlo.»
La parte più orribile di tutta questa storia è la freddezza con cui la racconta. Mi dà la
nausea. Riconosco i punti in comune tra me e Natalie. Anch’io sono rimasta senza un
posto dove andare, per colpa di Hardin. Non ho più un rapporto con mia madre, per colpa
di Hardin. Mi sono innamorata di lui, e lui mi usava come una pedina in un gioco
disgustoso.
Si alza a sua volta ma resta lontano da me.
«Oddio…» Inizio a tremare in tutto il corpo. «Mi hai filmata… vero?»
«No! Certo che no, cazzo! Non ti farei mai una cosa del genere! Tessa, ti giuro che non
l’ho fatto.»
Una parte di me ci crede, almeno a questo, anche se non dovrei. «Quante altre?»
chiedo.
«Quante altre cosa?»
«Hai filmato?»
«Solo Natalie… finché sono venuto qui.»
«L’hai rifatto! Dopo tutto quello, l’hai rifatto?» grido.
«Una volta… alla sorella di Dan.»
«Il tuo amico Dan?» Ora capisco. «Ecco cosa intendeva Jace, quando vi siete presi a
botte!» Mi ero dimenticata della rissa tra Dan e Hardin, ma Jace aveva lasciato intendere
che tra i due ci fossero tensioni preesistenti.
«Perché l’hai fatto, se lui era tuo amico? Hai mostrato il video a tutti?»
«No, non l’ho mostrato a nessuno. L’ho cancellato dopo aver inviato un fermo
immagine a Dan… Non so perché l’ho fatto. Lui mi ripeteva di continuo che dovevo star
lontano da sua sorella, perciò mi è venuta voglia di portarmela a letto solo per fargli
dispetto. È un vero stronzo, Tessa.»
«Possibile che tu non ti renda conto di quanto è grave tutto questo?»
«Lo so che è grave!»
«Pensavo che la scommessa su di me fosse la cosa peggiore che avevi fatto… ma
questo è ancora peggio!»
La storia di Natalie non mi fa soffrire come quando ho scoperto della scommessa di
Hardin, ma è più grave, perché più vile e rivoltante, e mi spinge a mettere in questione
tutto ciò che credevo di sapere sul conto della persona che amo. Sapevo bene che era
tutt’altro che perfetto ma questo va oltre ogni immaginazione.
«È successo tutto prima che arrivassi tu, Tessa, è il mio passato. Ti prego, lascialo
dov’è. Non sono più la stessa persona, tu mi hai reso migliore.»
«Hardin, non ti importa nemmeno di quello che hai fatto a quelle ragazze! Non ti senti
neppure in colpa, vero?»
«Sì, invece.»
«Solo perché ora io lo so.» Non ribatte, e io insisto: «Non ti importava di loro, non ti
importava di nessuno!»
«Hai ragione! Non mi importa… Non me ne frega un cazzo di nessuno tranne che di
te!» grida.
«Questo è troppo, Hardin! Persino per me… la scommessa, l’appartamento, i litigi, le
bugie, la riconciliazione, mia madre, tua madre, il Natale… è davvero troppo. Non ho un
attimo per respirare tra questi… questi casini. Chissà cos’altro avrai combinato!»
Ricomincio a piangere. «Non ti conosco per niente, vero?»
«Sì che mi conosci, Tessa! Mi conosci. Quello non ero io, io sono la persona che vedi
ora. Sono così, adesso. Ti amo! Farei di tutto per te, per farti vedere che questo sono io,
l’uomo che ti ama più di ogni cosa, l’uomo che balla ai matrimoni e ti guarda dormire,
l’uomo che non può iniziare la giornata se tu non lo baci, l’uomo che preferirebbe morire
piuttosto che stare senza di te. Io sono questo, ecco cosa sono. Ti prego, non lasciare che
questa storia ci rovini. Per favore, piccola.»
I suoi occhi verdi sono lucidi e le sue parole mi commuovono, ma non basta. Fa un
passo verso di me, e io ne faccio uno indietro. Ho bisogno di riflettere. «Mi serve tempo.
È troppo, tutto insieme.»
Lui sembra sollevato. «Okay… okay… prenditi del tempo per riflettere.»
«Lontano da te», preciso.
«No…»
«Sì, Hardin. Non riesco a pensare se ci sei tu.»
«No, Tessa, tu non te ne vai», sentenzia.
«Non dirmi quello che posso o non posso fare», sbotto.
Sospira e si affonda le mani tra i capelli, tirandoli con forza. «E va bene… e va bene…
resta qui, vado via io.»
Vorrei ribattere, ma effettivamente non voglio andarmene. Ne ho abbastanza dei
motel, e domani è Natale.
«Torno domattina… a meno che ti serva altro tempo», dice. Si infila le scarpe e va a
prendere le chiavi, ma si accorge che sua madre se n’è andata con la sua macchina.
«Prendi la mia», gli propongo.
Annuisce e viene verso di me. «No», lo fermo alzando le mani. «E sei ancora in
pigiama.»
Va in camera e due minuti dopo torna vestito di tutto punto. Si ferma e mi guarda
negli occhi. «Ti prego, ricorda che ti amo e che sono cambiato», ripete, prima di lasciarmi
sola nell’appartamento.
42
Tessa
COSA devo fare?
Mi siedo sul letto, nauseata. Sapevo già che Hardin non era una brava persona, e
sapevo che ci sarebbe stata qualche altra rivelazione che non sarei stata felice di sentire,
ma tra tutte le cose a cui Trish poteva riferirsi, questa non mi era mai passata per la
mente. Hardin ha violato quella ragazza in un modo terribile, e senza rimorsi: neppure
adesso si sente abbastanza in colpa.
La cosa peggiore per me è aver saputo il nome della ragazza. Se non sapessi come si
chiama potrei quasi fingere che non esista… ma so che si chiama Natalie. Che faccia
avrà? Cosa voleva studiare al college, prima che Hardin le portasse via la borsa di studio?
Ha fratelli o sorelle? Hanno visto il video? Se non ne avesse parlato Trish, sarei mai
venuta a saperlo?
Quante volte hanno fatto sesso? A Hardin è piaciuto? …ma certo che gli è piaciuto. È
sesso, ed è chiaro che Hardin lo faceva con molte altre ragazze. È rimasto a dormire da
Natalie, dopo? Perché sono gelosa di Natalie? Dovrei provare compassione per lei, non
gelosia. Scaccio quel pensiero orribile e torno a domandarmi chi sia davvero Hardin.
Avrei dovuto permettergli di restare, per parlare ancora; finisce sempre che me ne
vado, o che faccio andare via lui, come stavolta. Il problema è che in sua presenza perdo
completamente l’autocontrollo.
Vorrei sapere cos’è successo a Natalie dopo che lui ha fatto a pezzi la sua vita. Se
sapessi che ora è felice mi sentirei un po’ meglio. Vorrei avere con me un amico con cui
parlare di tutto questo, a cui chiedere consiglio. Ma anche se lo avessi, non gli direi la
verità. Non voglio far sapere a nessuno cos’ha fatto Hardin a quelle ragazze. So che è
assurdo volerlo proteggere, ma non riesco a evitarlo. Nessuno deve pensare male di lui, e
soprattutto non voglio che Hardin abbia un’opinione di sé ancora peggiore.
Mi sdraio e guardo il soffitto. L’avevo appena perdonato… be’, stavo iniziando a
perdonarlo per avermi usata per vincere una scommessa, e ora questo… Natalie… e altre
quattro ragazze, perché ha detto che Natalie è arrivata alla quinta settimana. Poi la
sorella di Dan. Fa così con tutte, riuscirà mai a smettere? Cosa mi sarebbe successo se
non si fosse innamorato di me?
So che mi ama, ne ho la certezza. E io amo lui, nonostante tutti gli errori che
commette e che ha commesso in passato. L’ho visto cambiare, anche negli ultimi giorni.
Non aveva mai espresso i suoi sentimenti per me come ha fatto oggi. Vorrei solo che la
sua bellissima dichiarazione non fosse stata seguita da una rivelazione così terribile.
Ha detto che sono la sua unica possibilità di essere felice, di non passare il resto della
vita da solo. È un’affermazione pesante. Ma vera. Nessuno lo amerà mai come lo amo io.
Non perché non meriti di essere amato, ma perché nessuno lo conoscerà mai come lo
conosco io. O lo conoscevo. Lo conosco ancora? Voglio credere di sì. Conosco la persona
che lui è oggi, molto diversa dal ragazzo di pochi mesi fa.
Nonostante il dolore che mi ha causato, si è anche impegnato molto per dimostrarsi
degno di me. Si è sforzato di diventare la persona di cui ho bisogno. È capace di
cambiare; l’ho visto con i miei occhi. Inizio a pensare che forse sia anche un po’ colpa
mia: non quello che è successo a Natalie, ma il fatto che sono stata così dura con lui,
perché ci vuole tempo per cambiare e nessuno può cancellare il suo passato. Ha
commesso cose orribili, ma a volte dimentico che finora non aveva mai amato nessuno.
Forse sua madre, a cui vuole bene a modo suo.
Ma allo stesso tempo sono stanca. Stanca di questo tira e molla. Non posso andare
avanti così… non possiamo andare avanti così. Non posso sopportare altri segreti, altri
dolori, altre rotture. Pianificavo sempre tutto, ogni dettaglio della mia vita, finché è
arrivato Hardin. Mi ha cambiata completamente, e non sempre in meglio. Eppure mi ha
anche resa felice, come non lo ero mai stata.
Dobbiamo restare insieme e cercare di dimenticare il suo passato, oppure devo
decidere di chiudere per sempre. Se lo lascio devo andare via, il più lontano possibile.
Devo allontanarmi da ogni cosa che possa ricordarmelo, altrimenti non guarirò mai.
All’improvviso mi accorgo che ho smesso di piangere, e che ho preso una decisione.
L’idea di lasciarlo mi fa molto più male di quanto sia mai riuscito a farmene lui.
Non posso lasciarlo. So che non posso.
E sono consapevole di essere patetica, ma non riesco a stare senza di lui. Nessuno mi
farà mai sentire come mi fa sentire lui. Nessuno sarà mai lui. È l’uomo giusto per me,
come io sono la donna giusta per lui. Ho sbagliato a chiedergli di andarsene. Avevo
bisogno di tempo per pensare, e dovrei prendermene dell’altro, ma sento già la sua
mancanza. L’amore è sempre così? Così appassionato e così doloroso? Non ho termini di
paragone.
Sento aprirsi la porta di casa, scendo dal letto e corro in salotto. Ma è Trish.
Posa le chiavi della macchina e si toglie le scarpe bagnate di neve. Non so cosa dirle,
dopo che ha insistito perché me ne andassi con mia madre.
«Dov’è Hardin?» chiede entrando in cucina.
«Se n’è andato… per stanotte», spiego.
«Oh.»
«Se lo chiami ti dirà dov’è, se non vuoi restare qui… con me.»
«Tessa», dice, chiaramente a corto di parole, ma con un’espressione comprensiva. «Mi
dispiace per prima. Non voglio che tu pensi che ti serbo rancore. Cercavo solo di
proteggerti da Hardin, da ciò che può fare. Non voglio che tu…»
«…che io faccia la fine di Natalie?»
Vedo che il ricordo la addolora. «Te l’ha detto?»
«Sì.»
«Tutto?» Sento il dubbio nella sua voce.
«Sì: il video, le foto, la borsa di studio. Tutto.»
«E sei ancora qui?»
«Gli ho spiegato che avevo bisogno di tempo e di spazio, ma sì, resto qui.»
Ci sediamo a tavola, l’una davanti all’altra. So cosa sta pensando, perciò continuo: «Ha
fatto cose terribili, è vero, ma gli credo quando dice che è cambiato. Non è più quella
persona».
Trish giunge le mani. «Tessa, è mio figlio e gli voglio bene, ma devi rifletterci
seriamente. Ha appena fatto a te la stessa cosa che ha fatto ad altre. So che ti ama, ora
l’ho capito, ma ho paura che il danno sia fatto.»
Apprezzo la sua sincerità, ma ribatto: «Non è così. Be’, certo, il danno è fatto, ma non
è irreversibile. E spetta a me decidere come affrontare il suo passato. Se lo uso contro di
lui, come potrà voltare pagina? Non merita un amore vero ed eterno? Mi crederai ingenua
e pazza, perché continuo a perdonarlo, ma io amo tuo figlio e non posso stare senza di
lui, come lui non può stare senza di me».
«Tessa», dice Trish in tono pacato. «Non credo che tu sia ingenua né pazza. Anzi,
semmai dimostri maturità e sensibilità. Mio figlio detesta se stesso, si è sempre odiato, e
pensavo che sarebbe andato avanti così per sempre, finché sei arrivata tu. Ero mortificata
quando tua madre ha raccontato cosa ti ha fatto. Non so dove ho sbagliato con lui. Ho
cercato di essere una buona madre, ma è stato difficile senza un padre. Dovevo lavorare
tanto e non gli prestavo le attenzioni necessarie. Se l’avessi fatto, forse oggi avrebbe più
rispetto per le donne.»
Non piange, ma solo perché ha finito le lacrime. Si sente così in colpa che avverto il
bisogno di consolarla. «Non è a causa tua. Credo dipenda molto dai sentimenti che nutre
verso suo padre e dagli amici che frequenta, due aspetti su cui sto cercando di lavorare.
Ti prego, non sentirti in colpa.»
Spinge le mani in avanti sul tavolo e io le porgo le mie. «Sei la persona più buona che
io abbia conosciuto in tutti i miei trentacinque anni.»
«Trentacinque?»
«Ehi, concedimelo. Non ne dimostro di più, vero?» Sorride.
«Neanche uno di più», confermo ridendo.
Venti minuti fa ero sull’orlo di un esaurimento nervoso, e ora sto ridendo con Trish. Ho
sentito la tensione abbandonare il mio corpo nell’istante in cui ho deciso che il passato di
Hardin deve restare nel passato.
«Forse dovrei chiamarlo per dirgli che ho preso una decisione.»
Trish fa un sorrisetto. «Secondo me dovresti lasciare che si tormenti ancora un po’.»
L’idea di torturarlo non mi piace, ma è vero che ha bisogno di riflettere sulle sue azioni.
«Forse sì…»
«Deve capire che le scelte hanno conseguenze.» Le passa una scintilla negli occhi.
«Che ne dici se preparo la cena, e poi gli dai la bella notizia? Intanto rilassati, per quanto
puoi: è stata una giornata lunga, tra Hardin e… tua madre.»
Sbuffo. «Sì… è una persona difficile.»
Sorride e apre il frigo. «Difficile? Sceglierei un altro aggettivo, ma è pur sempre tua
madre…»
«È una… bip!» Volevo dire stronza, ma non mi va di farlo davanti a Trish.
«Sì, è una stronza. Lo dico io per te.» Ridiamo.
Trish prepara tacos di pollo per cena, e parliamo del Natale, del tempo… di tutto
tranne che di Hardin. Alla fine non resisto più, devo chiamarlo e chiedergli di tornare
subito a casa.
«Pensi che abbia sofferto abbastanza?» le domando senza ammettere che ho contato i
minuti.
«No, ma la decisione non spetta a me», risponde.
«Devo farlo.»
Esco dalla cucina e gli telefono. Risponde con voce sorpresa. «Tessa?»
«Hardin, abbiamo ancora molto di cui parlare, ma vorrei che tu tornassi a casa.»
«Di già? Sì… sì, certo! Arrivo subito.»
«Okay», e riaggancio. Ho poco tempo per fare ordine tra i pensieri prima del suo
arrivo. Devo restare ferma sulle mie posizioni e fargli capire che ha sbagliato ma che lo
amo lo stesso.
Cammino avanti e indietro, in preda all’ansia. Dopo quella che mi sembra un’ora la
porta si apre e sento i suoi anfibi nel piccolo ingresso.
Quando entra in camera, mi si spezza il cuore per la millesima volta.
Ha gli occhi gonfi e rossi. Non dice niente. Viene da me e mi mette qualcosa in mano.
Chiude le mie dita intorno a un foglio ripiegato. «Leggila prima di prendere una
decisione», mormora. Mi dà un rapido bacio sulla tempia e va in salotto.
43
Tessa
DISPIEGO il foglio e resto allibita. È interamente scritto con una grafia minuta, su entrambi
i lati. È una lettera, una lettera di Hardin.
Con il cuore in gola, comincio a leggere.
Tess,
dato che non sono bravo a parlare della mia vita interiore, rubo qualche parola a Mr Darcy, che ti piace
tanto. «Vi scrivo senza alcuna intenzione di procurarvi pena, o di umiliare me stesso, ritornando su desideri
che, per la felicità di entrambi, non potranno essere dimenticati troppo in fretta. Gli sforzi che la scrittura e
la lettura di questa lettera generano avrebbero potuto essere risparmiati se non fosse che il mio carattere
mi ha imposto di scriverla. Perdonatemi quindi della libertà con la quale io domando la vostra attenzione. I
vostri sentimenti, lo so, non ve lo faranno accettare volentieri, ma faccio appello al vostro senso di
giustizia.»
So che ti ho fatta soffrire e che non ti merito, ma ti chiedo – anzi, ti scongiuro – di guardare oltre le mie
azioni. So anche che ti chiedo sempre troppo, e mi dispiace. Se potessi cambiare il passato lo farei. Sei
arrabbiata e delusa dal mio comportamento, e questo mi uccide. Invece di giustificarmi per quello che sono,
ti racconterò di me: una versione di me che non hai mai conosciuto. Inizierò dalle cose che ricordo; sono
sicuro che ce ne sono altre, ma giuro che da oggi in poi non ti terrò nascosto niente. Quando avevo nove
anni ho rubato la bici del nostro vicino e ho rotto una ruota, e poi ho mentito. Lo stesso anno ho spaccato
una finestra del salotto con una pallina da baseball e ho mentito. Sai già di mia madre e dei soldati. Mio
padre se n’è andato poco dopo, e io ne sono stato felice.
Non avevo molti amici perché ero uno stronzo. Tormentavo i miei compagni classe, ogni santo giorno. Mi
comportavo male con mia madre: non le ho praticamente mai detto che le voglio bene. Verso i tredici anni,
con alcuni amici abbiamo rubato un mucchio di roba nella drogheria vicino a casa scassinando la porta. Non
so perché l’abbiamo fatto, ma quando uno dei miei amici è stato scoperto l’ho minacciato affinché si
prendesse la colpa, e lui l’ha fatto. Ho fumato la prima sigaretta a tredici anni. Faceva schifo e ho tossito
per dieci minuti. Non ho più fumato, finché ho iniziato con l’erba; ma a questo ci arrivo tra poco.
A quattordici anni ho perso la verginità con la sorella maggiore del mio amico Mark. Aveva diciassette anni e
andava a letto con tutti i nostri amici, non solo con me. È stato imbarazzante, ma mi è piaciuto. Dopo la
prima volta non l’ho più rifatto fino ai quindici anni, ma da allora non sono più riuscito a smettere. Ragazze a
caso, conosciute a qualche festa. Mentivo sempre sulla mia età, ed erano ragazze facili. A loro non
importava niente di me, e a me non fregava un cazzo di loro. Quell’anno ho iniziato a fumare l’erba, e ne
fumavo tanta. E ho cominciato a bere: io e i miei amici rubavamo il liquore ai loro genitori o dovunque lo
trovassimo. E ho iniziato a fare a botte con un sacco di gente. Qualche volta le prendevo, ma più spesso le
davo. Ero sempre così incazzato, sempre, e far male a qualcuno era piacevole, era divertente. L’episodio
peggiore è stato con un ragazzo di nome Tucker; la sua famiglia era povera e lui era sempre malvestito, e
io lo tormentavo per questo. Gli facevo dei segnacci di penna sulla maglietta per vedere quante volte la
metteva prima di lavarla. Sono stronzo, lo so.
Un giorno l’ho incrociato e gli ho dato una spallata, solo per provocarlo. Si è arrabbiato e mi ha insultato, e io
non ci ho visto più. Gli ho rotto il naso, e sua madre non poteva permettersi neanche di portarlo dal
dottore. Ma io ho continuato. Qualche mese dopo sua madre è morta e lui è andato in affido, da gente
ricca, per sua fortuna. Un giorno l’ho incontrato per strada: era il mio sedicesimo compleanno, e lui aveva
una macchina nuova. In quel momento gli avrei rotto il naso di nuovo, ma a ripensarci ora sono contento
per lui.
Non ti racconto il resto dei miei sedici anni perché non ho fatto altro che bere, drogarmi e fare a botte. E
anche a diciassette. Rigavo macchine, spaccavo vetrine. A diciott’anni ho conosciuto James. Mi stava
simpatico perché non gliene fregava un cazzo di niente e di nessuno, come a me. Nella nostra compagnia
bevevamo tutti i giorni. Tornavo a casa ubriaco ogni sera e vomitavo per terra, e mia madre doveva pulire.
Quasi ogni sera spaccavo qualcosa… Eravamo una banda, e nessuno aveva il coraggio di disturbarci.
Sono iniziati i giochi, quelli di cui ti ho parlato, e sai com’è andata con Natalie. Quello è stato l’episodio più
brutto, te lo giuro. So che ti disgusta il fatto che io non voglia sapere cosa ne è stato di lei. Non so perché
non me ne importasse. Poco fa, mentre venivo in questo albergo, stavo pensando a lei. Non mi sento
ancora in colpa quanto dovrei, ma stavo pensando a come mi sentirei se qualcuno facesse la stessa cosa
a te. La sola idea mi ha quasi costretto ad accostare la macchina per vomitare. Ho fatto una cosa orribile.
Anche un’altra delle ragazze, Melissa, aveva una cotta per me, ma non è successo niente, perché era
antipatica e strillava sempre. Ho raccontato a tutti che aveva problemi di igiene, laggiù… tutti hanno
cominciato a prenderla in giro e lei non mi ha più dato fastidio. Una volta mi hanno arrestato per
ubriachezza molesta e mia madre era così arrabbiata che ha lasciato che passassi la notte in cella. Poi,
appena è venuta fuori la faccenda di Natalie, ha detto basta. Quando ha annunciato che voleva mandarmi
in America, ho fatto una scenata. Non volevo rinunciare alla mia vita in Inghilterra, per quanto facesse
schifo, per quanto io facessi schifo. Ma poi sono andato a un festival e ho preso a botte una persona
davanti a tutti, e la mamma ha deciso. Ho fatto domanda alla WCU e naturalmente mi hanno preso.
All’inizio l’America mi faceva schifo. Odiavo tutto. Dover stare con mio padre mi faceva così incazzare che
mi sono ribellato ancora di più, bevevo e andavo a tutte le feste della confraternita. La prima che ho
conosciuto è stata Steph, e lei mi ha presentato gli altri. Io e Nate siamo andati subito d’accordo. Dan e
Jace erano stronzi, Jace era il peggiore. Sai già della sorella di Dan, quindi non ci torno sopra. Da allora mi
sono scopato qualche ragazza, ma non quante pensi tu. Dopo che io e te ci siamo baciati sono andato a
letto un’altra volta con Molly, ma solo perché non riuscivo a smettere di pensare a te. Per tutto il tempo ho
sognato che ci fossi tu lì con me. Speravo che bastasse, ma non è bastato. Sapevo che non eri tu. Tu
saresti stata meglio. Continuavo a ripetermi: Se solo vedo Tessa un’altra volta capirò che è una stupida
cotta, niente di più. Soltanto un’attrazione sessuale. Ma ogni volta che ti rivedevo volevo sempre di più.
Trovavo nuovi modi per infastidirti, solo per sentirti pronunciare il mio nome. Volevo sapere cosa pensavi a
lezione, quando fissavi il libro concentrata; volevo sapere cosa bisbigliavate tu e Landon, volevo sapere
cosa scrivevi nella tua maledetta agenda. Un giorno ho perfino pensato di rubartela. Dopo quella volta nel
tuo dormitorio, quando ti ho incasinato gli appunti e ti ho baciata spingendoti contro il muro, non sono più
riuscito a starti lontano. Pensavo a te in continuazione. All’inizio non capivo il motivo di quell’ossessione. La
prima volta che hai passato la notte con me ho capito: ho capito che ti amavo. Che avrei fatto qualsiasi
cosa per te. So che è ridicolo dirtelo ora, dopo tutto quello che ti ho fatto passare, ma è vero. Te lo giuro.
Mi sorprendevo a fantasticare (io! fantasticare!) sulla vita che avrei potuto avere con te. Ti immaginavo
seduta sul divano con una penna tra i denti e un romanzo sulle ginocchia, i tuoi piedi sulle mie gambe. Non
so perché, ma non riuscivo a togliermi quell’immagine dalla testa. Mi torturava, volerti così tanto e sapere
che tu non mi avresti mai voluto allo stesso modo. Minacciavo chiunque tentasse di sedersi accanto a te,
minacciavo Landon, solo per riuscire a starti vicino. Mi ripetevo che facevo tutte quelle cose soltanto per
vincere la scommessa. Ma sapevo di mentire a me stesso. Non ero pronto ad ammetterlo. L’ossessione mi
spingeva a fare cose assurde: sottolineavo brani dei romanzi che mi facevano pensare a te. Sai qual è
stato il primo? «Discese giù, evitando per un bel po’ di guardarla, come si evita di guardare il sole; ma,
come il sole, la vedeva senza guardarla.»
Ho capito di amarti quando mi sono messo a evidenziare Tolstoj, cazzo.
Quando ti ho detto che ti amavo davanti a tutti era vero: ma poi l’ho negato perché tu mi avevi respinto. Il
giorno in cui mi hai detto di amarmi ho pensato per la prima volta di avere una speranza. Che avessimo
una speranza. Non so perché ho continuato a farti soffrire. Non sprecherò il tuo tempo con delle scuse,
perché non ne ho. Ho solo un mucchio di istinti e abitudini contro cui sto lottando, per te. So solo che tu mi
rendi felice, Tess. Mi ami anche se non dovresti, e io ho bisogno di te. Ho sempre avuto bisogno di te e
sempre ne avrò. Quando mi hai lasciato, dopo aver scoperto la verità, mi sono sentito morire. Ero perduto
senza di te. Sono uscito con una ragazza, la settimana scorsa. Non volevo dirtelo, ma non posso rischiare
di perderti un’altra volta. Non lo definirei neppure un appuntamento. Non è successo niente. Stavo per
baciarla, ma mi sono fermato. Non riesco a baciare nessun’altra che te. Era noiosa, non c’è confronto con
te. Nessuna sarà mai alla tua altezza.
Forse è troppo tardi per confessarti queste cose. Posso solo pregare che mi amerai lo stesso dopo aver
letto questa lettera. In caso contrario, lo comprenderò. So che puoi trovare un uomo migliore di me. Non
sono romantico, non ti scriverò mai poesie e non ti dedicherò canzoni.
Non sono neppure gentile.
Non posso prometterti che non ti farò più del male, ma posso giurare che ti amerò fino al giorno della mia
morte. Sono una persona orribile, e non ti merito, ma spero che mi darai una possibilità di riconquistare la
tua fiducia. Mi dispiace di averti fatta soffrire e ti capisco se non riesci a perdonarmi.
Scusa. Non volevo scrivere così tanto. Evidentemente ho fatto più cazzate di quanto sospettassi.
Ti amo. Sempre.
Hardin
Resto inebetita a fissare il foglio, poi lo rileggo altre due volte. Non so cosa mi
aspettassi, ma non questo. Come può dire di non essere romantico? Il braccialetto al mio
polso e questa lettera bellissima – un po’ angosciante, ma bellissima – dimostrano il
contrario. Ha usato persino il primo capoverso della lettera di Darcy a Elizabeth.
Ora che mi ha confessato tutto, sento di amarlo ancora di più. Ha fatto molte cose che
io non commetterei mai, cose terribili che hanno ferito molte persone, ma la cosa più
importante per me è che non le ripeta. Non posso ignorare i suoi sforzi per dimostrarmi
che è cambiato, o che sta cercando di cambiare. Che mi ama. Detesto ammetterlo, ma
c’è qualcosa di poetico nel fatto che non gli sia mai importato di nessuno tranne che di
me.
Bussano alla porta della camera. Ripiego la lettera e la metto nell’ultimo cassetto del
comò. Non voglio che Hardin mi chieda di buttarla via o di strapparla, ora che l’ho letta.
«Avanti», dico, e gli vado incontro alla porta.
Entra guardando a terra. «Hai…»
«L’ho letta…» Gli sollevo il mento per farmi guardare, come fa lui con me di solito.
Ha gli occhi rossi e tristi. «È una stupidaggine… non avrei dovuto…»
«No, non è una stupidaggine. Hardin, erano le cose che volevo sentirti dire da tanto
tempo.»
«Mi dispiace averci messo tanto, e poi averlo messo per iscritto… ma era più facile.
Non sono bravo a dire le cose a voce.»
«Lo so.»
«Pensi che… dovremmo parlarne? Hai bisogno di più tempo, ora che sai chi cazzo sono
veramente?» Torna a fissare il pavimento.
«Hardin, hai fatto molte… cose brutte.» Lui annuisce. «Ma non vuol dire che tu sia una
persona cattiva. Hai fatto cose cattive, ma non sei cattivo.»
Alza lo sguardo. «Cosa?»
Gli prendo il viso tra le mani. «Ho detto che non sei una brutta persona, Hardin.»
«Lo pensi davvero? Ma hai letto quello che ho scritto?»
«Sì, e il fatto che tu l’abbia scritto dimostra che non sei cattivo.»
Sembra confuso. «Come fai a sostenere una cosa del genere? Volevi che io ti lasciassi
spazio, hai letto tutta quella roba, e la pensi ancora così? Non capisco…»
Gli accarezzo le guance. «L’ho letta, e ora che so tutto ciò che hai fatto non ho
cambiato idea.»
«Oh…» fa lui, e ha gli occhi lucidi.
Piange di nuovo: è evidente che non capisce cosa sto cercando di dirgli.
«Ho già deciso mentre tu eri via, e dopo aver letto la tua lettera sono ancora più
convinta di voler restare. Ti amo, Hardin.»
44
Tessa
HARDIN mi prende le mani e le tiene tra le sue per un momento, poi mi abbraccia stretta
come se avesse paura di vedermi scomparire.
Quando ho detto di voler restare, ho capito quant’è liberatorio non dovermi più
preoccupare che i segreti del passato di Hardin riaffiorino per tormentarci. Non devo più
temere che qualcuno mi riveli qualcosa di scioccante: ormai so tutto. Finalmente so
quello che c’è da sapere. Mi torna in mente quella frase: A volte è meglio restare
all’oscuro che essere accecati dalla luce. Ma non penso che per me sia così, ora. Le cose
che ha fatto mi turbano, ma lo amo e ho scelto di non lasciarmi più influenzare dal
passato.
Hardin va a sedersi sul letto. «A cosa stai pensando? Hai qualche domanda? Voglio
essere sincero con te.»
«No… Vorrei sapere come sta Natalie… ma non ho domande.»
«Ho smesso di essere quella persona, lo sai vero?»
L’ho già rassicurato in merito, ma capisco che abbia bisogno di sentirmelo dire di
nuovo. «Lo so. Lo so davvero, piccolo.»
Mi guarda negli occhi. «Piccolo?»
«Non so perché l’ho detto…» Arrossisco. Non l’ho mai chiamato se non Hardin, quindi è
un po’ strano.
«No… mi piace.» Sorride.
«Mi è mancato il tuo sorriso», gli dico, e lui smette di accarezzarmi le mani.
«E a me il tuo. Non ti faccio sorridere abbastanza.»
Vorrei rispondergli qualcosa per togliergli quell’espressione dubbiosa, ma non ho
intenzione di mentirgli. Deve sapere cosa provo. «Sì… su questo dobbiamo lavorare.»
Mi traccia piccoli cuori sul palmo della mano. «Non so perché mi ami.»
«Non importa perché, l’importante è che ti amo.»
«La lettera era stupida, vero?»
«No! La smetti con l’autocritica? Era bellissima. L’ho letta tre volte di fila. È stato bello
leggere le cose che pensavi su di me… su di noi.»
Accenna un sorriso, ma sembra ancora preoccupato. «Sapevi che ti amavo.»
«Sì… ma è bello scoprire i dettagli. Non mi dici mai quel tipo di cose.»
«Oh.» Sembra imbarazzato. Mi innervosisce ancora che sia diventato lui l’elemento
vulnerabile in questa coppia. Quel ruolo era sempre spettato a me.
«Non sentirti in imbarazzo», gli dico.
Mi cinge in vita e mi fa sedere sulle sue gambe. «Non mi ci sento», mente.
Passo una mano tra i suoi capelli e poso l’altra sulla sua spalla. «Secondo me sì.» Lui
affonda la faccia nel mio collo ridendo.
«Che vigilia di Natale… È stata una giornata molto lunga», commenta, e io non posso
che confermare.
«Troppo lunga. Non mi capacito ancora che mia madre sia venuta qui. È incredibile.»
«Be’, è comprensibile. Sbaglia i modi, ma non puoi biasimarla se non vuole che tu stia
con uno come me.»
Scendo dalle sue gambe e mi siedo accanto a lui sul letto. Lo guardo storto: non mi
piace che pensi che mia madre abbia ragione.
«Tess, dico solo che ho riflettuto bene sulle cose che ho fatto, e non possiamo
fargliene una colpa se si preoccupa.»
«Be’, si sbaglia, e possiamo anche smettere di parlare di lei.» Sono stanca e irritabile.
Per fortuna quest’anno orribile sta per finire.
«Okay, di cosa vorresti parlare?»
«Non lo so… un argomento più leggero.» Mi sforzo di sorridere. «Per esempio, quanto
sai essere romantico.»
«Non sono romantico!»
«Certo che lo sei. Quella lettera lo dimostra.»
«Non era una lettera, era un biglietto. Un biglietto che, nelle intenzioni, doveva essere
di poche righe.»
«Va bene, un biglietto romantico.»
«Smettila…»
«Stai cercando di irritarmi per farmi dire il tuo nome?»
Mi afferra per i fianchi e mi fa sdraiare sul letto. «No. Nel frattempo ho escogitato altri
trucchi per farti dire il mio nome», mi bisbiglia all’orecchio.
Quelle poche parole accendono un fuoco dentro di me. «Ah, davvero?»
Ma all’improvviso mi torna in mente la sagoma senza volto di Natalie e mi sento male.
«C’è tua madre di là, meglio di no», gli dico.
«Posso cacciarla via», scherza lui sdraiandosi accanto a me.
«Oppure potrei cacciare via te.»
«Non me ne vado di nuovo. E nemmeno tu.» La certezza con cui lo dice mi strappa un
sorriso.
Restiamo sdraiati a guardare il soffitto. «Ecco qua. Abbiamo chiuso con il tira e molla?»
chiedo.
«Sì, chiuso. Niente più segreti, niente più fughe. Pensi di riuscire a non scaricarmi per
almeno una settimana?»
Gli sferro un pugno sulla spalla. «E tu pensi di riuscire a non farmi arrabbiare per una
settimana intera?»
«È fattibile.» Sorride.
«Qualche volta dovrai fermarti da me al dormitorio. È lontano.»
«Dormitorio? Non andrai a vivere in dormitorio. Abiti qui.»
«Ci siamo appena rimessi insieme, ti sembra davvero una buona idea?»
«Tu resti qui. Fine della discussione.»
«Devi essere molto confuso, per parlarmi in questo modo», dico, e mi alzo su un
gomito per guardarlo. «Non voglio andare in nessun dormitorio, volevo solo vedere la tua
reazione», concludo sorridendo.
«Be’, mi fa piacere che tu sia tornata antipatica come prima.»
«E io sono contenta che tu sia di nuovo maleducato. Mi stavo preoccupando, dopo una
lettera così romantica.»
«Chiamami romantico un’altra volta e ti prendo qui e ora, mamma o non mamma.»
Rimango esterrefatta e lui scoppia a ridere. «Scherzavo! Dovresti vedere la tua faccia! Ma
non dovremmo ridere, con tutte le cose che sono successe oggi.»
«Forse è proprio per quello che facciamo bene a ridere.» Finisce sempre così:
litighiamo e ci rappacifichiamo.
«La nostra storia è proprio incasinata.» Sorride.
«Già.» È come stare sulle montagne russe.
«Ora basta, però, va bene? Lo prometto.»
«Okay.» Mi sporgo a dargli un rapido bacio.
Ma non basta. Non basta mai. Lo bacio di nuovo, più a lungo. Le nostre labbra si
schiudono all’unisono e lui mi infila la lingua in bocca. Mi fa sdraiare sopra di lui.
Nonostante tutti i problemi, ci lega una passione bruciante. Inizio a strusciare i fianchi
contro di lui e lo sento sorridere sulle mie labbra.
«Penso che possa bastare, per il momento», dice.
Annuisco e appoggio la testa sul suo petto. Lui mi abbraccia. «Spero che domani vada
tutto bene», riprendo dopo qualche minuto di silenzio.
Lui non replica e quando alzo la testa vedo che ha gli occhi chiusi. Dorme. Doveva
essere esausto, e d’altronde lo sono anch’io.
Mi alzo e controllo l’ora: sono le undici passate. Gli sfilo i jeans delicatamente, senza
svegliarlo, e mi sdraio accanto a lui. Domani è Natale, e posso solo pregare che la
giornata sia migliore di oggi.
45
Hardin
«HARDIN», mormora Tessa.
Tiro via il braccio da sotto di lei e mi copro la faccia con il cuscino. «Non mi alzo.»
«È tardi, dobbiamo prepararci.» Mi strappa il cuscino dalle mani e lo butta per terra.
«Resta a letto con me. Diamo buca.»
«Non possiamo dare buca al Natale. Ehi, fermo!» dice quando cerco di sdraiarmi sopra
di lei.
Scende dal letto. Ho una mezza idea di seguirla in bagno: non per fare chissà cosa,
solo per starle vicino. Ma a letto si sta troppo bene. Non mi capacito ancora che lei sia
qui, che mi abbia perdonato e che mi accetti. Non finirò mai di stupirmi.
Non me ne è mai importato niente del Natale, ma lo trovo un po’ più tollerabile ora che
ho visto la gioia con cui Tessa guardava quello stupido albero addobbato. Anche il fatto
che mia madre sia qui non è male. A quanto pare Tessa la adora, e mia madre è
ossessionata quasi quanto me dalla mia ragazza.
La mia ragazza. Tessa è di nuovo la mia ragazza, e passo il Natale con lei… e con la
mia famiglia distrutta. Che differenza rispetto all’anno scorso, quando ho trascorso la
giornata a ubriacarmi. Mi costringo ad alzarmi e vado in cucina. Caffè. Ho un disperato
bisogno di caffè.
«Buon Natale», dice mia madre quando entro in cucina.
«Anche a te.» Vado dritto al frigo.
«Ho fatto il caffè.»
«Lo vedo.» Prendo i cereali sopra il frigo e raggiungo la macchina del caffè.
«Hardin, mi dispiace per le cose che ti ho detto ieri. So di averti ferito quando ho dato
ragione alla madre di Tessa, ma devi metterti nei miei panni.»
In realtà la capisco; ma non doveva suggerire a Tessa di lasciarmi. Dopo tutto quello
che abbiamo passato, abbiamo bisogno di qualcuno che stia dalla nostra parte. Mi sento
come se fossimo io e lei da soli contro il mondo.
«È che il suo posto è con me, mamma, e con nessun altro. Soltanto con me.» Un po’ di
caffè si rovescia sul tovagliolo bianco, e mi sembra di sentire la voce di Tessa che mi
rimprovera per aver usato quello sbagliato.
«Lo so, Hardin, ora l’ho capito. Mi dispiace.»
«Dispiace anche a me. Mi dispiace di essere sempre così stronzo. Non lo faccio
apposta.»
Pare sorpresa dalle mie parole. Non la biasimo. Non chiedo mai scusa, né quando ho
torto né quando ho ragione. Sono fatto così.
«Non preoccuparti, non pensiamoci più. Passiamo un bel Natale a casa del tuo
delizioso padre», afferma con un sorriso sarcastico.
«Sì, non pensiamoci più.»
«Non voglio rovinarmi la giornata per quello che è successo ieri sera. Ora capisco
meglio tutta la situazione. So che la ami, Hardin, e vedo che stai diventando un uomo
migliore. Lei ti sta cambiando, e di questo sono molto felice», aggiunge con trasporto.
«Grazie.» Distolgo lo sguardo. «Ti voglio bene, mamma.» Quelle parole suonano
strane sulle mie labbra, ma vedendo l’espressione di mia madre capisco che ne è valsa la
pena.
«Cos’hai detto?» boccheggia, e le vengono subito le lacrime agli occhi. Non so perché
mi sia venuto in mente proprio ora di dire quelle parole che non dico mai; forse è la
consapevolezza che mia madre vuole solo il meglio per me. Ed è anche grazie a lei che
Tessa mi ha perdonato. Non so, ma ora che vedo la sua reazione mi pento di non
averglielo detto prima. Ha sofferto molto, e si è sforzata di essere una buona madre:
meritava almeno di sentirsi dire «ti voglio bene» dal suo unico figlio dopo anni.
Ero così arrabbiato, e lo sono ancora, ma non è colpa sua. Non è mai stata colpa sua.
«Ti voglio bene, mamma», ripeto, un po’ imbarazzato.
Lei mi abbraccia, più stretto di quanto le consento di solito. «Oh, Hardin, anch’io ti
voglio bene. Così tanto, figlio mio.»
46
Tessa
PROVO a lisciarmi i capelli, ma l’effetto mi sembra strano e quindi li arriccio di nuovo. Ci
sto mettendo troppo tempo a prepararmi, sarà quasi ora di uscire. Forse sto indugiando
per ritardare quel momento, perché ho paura di come andrà la giornata.
Spero che Hardin si sforzi di comportarsi bene.
Mi trucco poco: solo un po’ di fondotinta, eyeliner e mascara. Volevo mettere anche
l’ombretto, ma ho dovuto cancellare e rifare tre volte la riga di eyeliner prima che venisse
dritta.
«Sei ancora viva?» chiama Hardin fuori dalla porta.
«Sì, ho quasi finito», rispondo. Mi lavo i denti un’altra volta.
«Faccio la doccia, ma poi dobbiamo andare se non vogliamo arrivare in ritardo», fa lui
quando apro la porta.
«Va bene, va bene, mi vesto mentre tu fai la doccia.»
Vado a prendere l’abito verde scuro senza maniche che ho comprato apposta. È in
tessuto pesante e poco scollato, con un grande fiocco in vita che sembrava più piccolo
quando l’ho provato in camerino, comunque lo coprirò con un cardigan. Prendo dal comò
il braccialetto e rileggo la bellissima frase incisa sul ciondolo.
Non so che scarpe mettermi; con i tacchi rischio di essere troppo elegante. Scelgo un
paio di scarpe nere basse. Mi sto infilando il cardigan bianco quando Hardin apre la porta,
con solo un asciugamano legato in vita.
Resto ancora senza fiato ogni volta che lo vedo mezzo nudo. Non riesco a capire come
sia possibile che i tatuaggi non mi piacessero fino a poco tempo fa.
«Porca miseria», esclama lui, guardandomi.
«Che c’è? Cosa succede?» Mi squadro per capire dove ho sbagliato.
«Hai un’aria… molto innocente.»
«Aspetta, è un bene o un male? È Natale, non volevo essere indecente.» All’improvviso
temo di aver sbagliato vestito.
«No, va bene. Va molto bene.» Si lecca le labbra, e solo allora capisco, e arrossisco.
«Grazie, tu cosa ti metti?»
«Quello che metto sempre.»
«Ah.»
«Non mi metto in ghingheri per andare a casa di mio padre.»
«Lo so, ma… potresti indossare la camicia che ti ha regalato tua madre…» So già che
non lo farà.
«Neanche morto», risponde scoppiando a ridere.
Mentre lascia cadere a terra l’asciugamano, cercando di non guardarlo dico: «Vado di
là da tua madre».
Trish indossa un abito rosso e scarpe nere con il tacco: una bella differenza rispetto
alla solita tuta.
«Stai benissimo!» esclamo.
«Sicura? Non è eccessivo, con il trucco e tutto?» chiede nervosa. «Non che me ne
importi, ma non voglio fare brutta figura con il mio ex marito dopo tutti questi anni.»
«Credimi, non farai brutta figura», la rassicuro, e lei sorride.
«Siete pronte?» domanda Hardin entrando in salotto. Ha ancora i capelli bagnati, ma è
perfetto lo stesso. È vestito di nero da capo a piedi, comprese le Converse che aveva a
Seattle e che adoro.
Sua madre non sembra farci caso, probabilmente perché è ancora concentrata sul
proprio aspetto. Quando entriamo in ascensore, Hardin squadra la madre come se la
vedesse per la prima volta. «Perché sei vestita così bene?»
Lei arrossisce. «È una festa, perché non dovrei?»
«Mi sembra strano, tutto qui.»
Lo interrompo prima che rovini la giornata a sua madre. «Sta benissimo, Hardin. E io
sono elegante quanto lei.»
In macchina restiamo in silenzio. Capisco che Trish è ansiosa, e chi non lo sarebbe?
Anch’io mi sento sempre più nervosa man mano che ci avviciniamo a casa di Ken.
Quando ci fermiamo davanti alla villa, Trish sussulta. «È questa?»
«Sì, te l’ho detto che era grande», risponde Hardin spegnendo il motore.
«Non me l’aspettavo così grande», mormora lei.
Hardin va ad aprirle la portiera, perché è paralizzata dallo stupore. Vedo l’apprensione
sul volto di Hardin mentre ci avviciniamo alla porta d’ingresso. Lo prendo per mano per
rassicurarlo, e lui accenna un sorriso. Non suona il campanello, entra direttamente.
Karen ci accoglie in salotto con un sorriso così contagioso da farmi sentire subito un po’
meglio. Hardin attraversa l’ingresso con sua madre, e io lo seguo senza lasciargli la
mano.
«Grazie per essere venuti», ci accoglie Karen andando direttamente da Trish, perché è
risaputo che Hardin non è il tipo che fa le presentazioni. «Ciao Trish, io sono Karen», dice
porgendole la mano. «Sono molto felice di conoscerti. Sei stata davvero gentile a venire.»
Sembra calmissima mentre parla, ma ormai la conosco abbastanza bene da sapere che
non è così.
«Ciao Karen, piacere mio», risponde Trish stringendole la mano.
In quel momento Ken entra nella stanza, e fissa attonito l’ex moglie. Spero che Landon
lo abbia avvisato che saremmo venuti.
«Ciao, Ken», lo saluta Trish con voce sorprendentemente salda.
«Trish… Accidenti… Ciao», balbetta lui.
Trish pare felice di quella reazione: «Sei… cambiato».
Ho provato a immaginare Ken come doveva apparire a quell’epoca – gli occhi iniettati
di sangue a causa dell’alcol, la fronte sudata, il pallore – ma non ci riesco.
«Sì… anche tu», dice lui.
La tensione mi fa girare la testa, quindi sono sollevata quando Karen esclama:
«Landon!» e lui ci raggiunge. Karen è palesemente confortata dalla vista del figlio, che
indossa pantaloni blu, una camicia bianca e una cravatta nera.
«Stai benissimo», si complimenta con me Landon venendo ad abbracciarmi.
Hardin mi stringe più forte la mano ma io riesco a liberarla e ricambio l’abbraccio di
Landon. «Anche tu sei molto elegante», gli dico.
Hardin mi cinge in vita e mi tira a sé, più vicina di prima. Landon lo guarda storto e poi
si rivolge a Trish. «Buongiorno, signora. Sono Landon, il figlio di Karen. È un piacere
conoscerla, finalmente.»
«Oh, non chiamarmi signora, per favore», ride Trish. «Ma è un grande piacere anche
per me. Tessa mi ha parlato molto di te.»
Lui sorride. «Solo cose belle, spero.»
«Quasi tutte», scherza lei.
I l savoir-faire di Landon allenta un po’ la tensione, e Karen interviene: «Be’, siete
arrivati giusto in tempo. L’anatra sarà cotta fra due minuti!»
Ken ci conduce in sala da pranzo, mentre Karen torna in cucina. Non mi stupisco di
trovare la tavola perfettamente apparecchiata con il loro servizio di piatti migliore,
l’argenteria lucidata ed eleganti portatovaglioli di legno. Diversi vassoi colmi sono già sul
tavolo. La portata principale è un’anatra intera circondata da fettine d’arancia e guarnita
con bacche rosse. È tutto così elegante, e il profumo mi fa venire l’acquolina in bocca.
Davanti a me c’è un piatto di patate arrosto: l’aroma di aglio e rosmarino riempie l’aria.
C’è un grande centrotavola pieno di fiori e addobbi negli stessi colori della guarnizione
dell’anatra, rosso e arancio. Karen è un’eccellente padrona di casa.
«Bevete qualcosa? C’è un ottimo vino rosso», propone, ma un istante dopo diventa
paonazza: con questi ospiti l’alcol è un argomento delicato.
Trish sorride. «Volentieri.»
Karen esce dalla stanza e restiamo tutti così in silenzio che la sentiamo stappare la
bottiglia in cucina. Vorrei chiederle un po’ di vino per placare l’ansia, ma decido che è
meglio di no. Ci sediamo: Ken a capotavola, Karen, Landon e Trish da un lato, io e Hardin
dall’altro. Dopo aver fatto i complimenti alla cuoca per la presentazione impeccabile, ci
serviamo in silenzio.
Dopo qualche forchettata Landon incrocia il mio sguardo. Capisco che si sta chiedendo
se parlare o no. Gli rispondo con un cenno del capo: non voglio essere io a spezzare il
silenzio. Hardin posa una mano sulla mia coscia.
Landon si pulisce la bocca con il tovagliolo e si rivolge a Trish. «Allora, Mrs Daniels, che
gliene pare dell’America? È la prima volta che viene?»
«Sì, è la prima volta. Mi piace. Non ci vivrei, ma mi piace», dice lei. Poi, gli domanda:
«Pensi di restare nello Stato di Washington dopo la laurea?» Guarda Ken come se lo
stesse chiedendo a lui anziché a Landon.
«Non lo so ancora; la mia ragazza si trasferisce a New York il mese prossimo, perciò
dipenderà da cosa vuol fare lei.»
Egoisticamente, spero che Landon non se ne vada.
«Be’, sarò contenta quando Hardin avrà finito di studiare e potrà tornare a casa», fa
Trish.
La forchetta mi cade sul piatto. Tutti si girano a guardarmi. Faccio un sorriso di scuse e
la raccolgo.
«Torni in Inghilterra dopo la laurea?» chiede Landon a Hardin.
«Sì, certo», risponde lui, brusco.
«Oh», fa Landon, spostando lo sguardo su di me. Io e Hardin non abbiamo fatto
progetti per dopo il college, ma non mi era mai venuto in mente che potesse tornare in
Inghilterra. Dovremo parlarne, ma non ora davanti a tutti.
«E tu… Ti trovi bene in America, Ken? Pensi di stabilirti qui definitivamente?» si
informa Trish.
«Sì, mi piace molto. Sicuramente resterò.»
Trish sorride e beve lentamente un sorso di vino. «Hai sempre odiato l’America.»
«Sì, la odiavo», ribatte con un mezzo sorriso.
Karen e Hardin si agitano sulla sedia e io mi concentro sulla patata che sto
masticando.
«Possiamo cambiare argomento?» sbotta Hardin. Gli sferro un calcio sotto il tavolo, ma
lui non dà cenno di averlo sentito.
Karen interviene prontamente domandandomi: «Com’è andato il viaggio a Seattle?»
Inizio a raccontare del convegno e del mio lavoro. Se non altro arriviamo sani e salvi
alla fine del pranzo: tutti mi riempiono di domande nel chiaro intento di restare su questo
terreno sicuro.
«Ti va un altro bicchiere di vino, Trish?» chiede Karen quando ci spostiamo tutti in
salotto, alla fine del pranzo. Io, Hardin e Trish ci sediamo su uno dei divani, Landon in
poltrona e Karen e Ken sull’altro divano davanti a noi. Sembriamo divisi in squadre, con
Landon come arbitro.
«Sì, grazie, è molto buono», accetta Trish porgendole il bicchiere.
«Grazie, l’abbiamo preso in Grecia quest’estate; è stata una bellissima…» Si
interrompe a metà frase, tace per un momento e poi riprende: «Un posto bellissimo», e
restituisce a Trish il bicchiere pieno.
Trish sorride e fa un gesto con la mano come a scacciare un pensiero. «Be’, il vino è
squisito.»
All’inizio quell’imbarazzo mi lascia confusa, ma poi capisco che Karen ha un Ken che
Trish non ha mai avuto. Il suo Ken la porta in vacanza in Grecia, le ha dato una grande
casa, macchine nuove e soprattutto un marito affettuoso e sobrio. Ammiro molto la
mamma di Hardin per la sua forza e la capacità di perdonare. Si sta sforzando moltissimo
di essere garbata, date le circostanze.
«Qualcun altro? Tessa, vuoi un po’ di vino?» chiede Karen mentre lo versa a Landon.
Sposto lo sguardo su Trish e Hardin.
«Solo un bicchiere, perché è Natale», insiste Karen.
Mi arrendo. «Sì, grazie.» Avrò bisogno di bere qualcosa, se la giornata va avanti così.
Mentre Karen mi versa il vino, Hardin annuisce ripetutamente, poi dice: «E tu, papà?
Lo vuoi un bicchiere di vino?»
Tutti lo guardano attoniti. Gli stringo forte la mano per zittirlo.
Ma lui continua, con un sorrisetto malevolo. «Eh? No? Dai, scommetto che lo vuoi. So
che ti manca.»
47
Tessa
«HARDIN!» esclama Trish.
«Che c’è? Gli sto offrendo da bere. Socializzo.»
Ken sta meditando se abboccare all’esca del figlio e innescare un litigio.
«Smettila», bisbiglio a Hardin.
«Non fare il maleducato», lo rimprovera Trish.
Alla fine Ken reagisce. «Non fa niente», dice, e beve un sorso d’acqua.
Mi guardo intorno. Karen è sbiancata. Landon sta fissando il televisore appeso alla
parete. Trish beve un lungo sorso di vino. Ken sembra spiazzato e Hardin continua a
guardarlo male.
Poi sfodera un altro dei suoi sorrisetti. «Lo so che non fa niente.»
«Sei arrabbiato, perciò sfogati pure», dice Ken. Non doveva dirlo. Non doveva farsi
beffe così delle emozioni di Hardin su questo tema, come se fossero le opinioni di un
bambino.
«Arrabbiato? Non sono arrabbiato. Irritato e divertito, sì, ma arrabbiato no», ribatte
Hardin in tono calmo.
«Divertito da cosa?» Oh, Ken, sta’ zitto.
«Divertito dal fatto che ti comporti come se non fosse mai successo niente, come se
non avessi mandato tutto a puttane.» Punta il dito su Ken e Trish. «Voi due siete ridicoli.»
«Ora stai esagerando», lo avverte Ken. Merda, Ken.
«Ah sì? E da quando in qua decidi tu quando esagero?»
«Questa è casa mia, Hardin. A casa mia decido io.»
Hardin scatta in piedi. Lo prendo per un braccio, ma si libera facilmente. Poso il
bicchiere e mi alzo anch’io. «Hardin, basta!»
Andava tutto così bene. Un po’ di imbarazzo, ma tutto bene. E poi lui se n’è uscito con
un insulto. So che ce l’ha con suo padre per gli errori che ha commesso, ma il pranzo di
Natale non è il momento adatto per parlarne. Hardin e Ken avevano iniziato a riallacciare
i rapporti, e se Hardin non la smette subito sarà una catastrofe.
Ken si alza in piedi con aria autoritaria e con il tono di un professore dice: «Pensavo
che ci fossimo lasciati alle spalle questa storia. Sei venuto al matrimonio, no?» Sono l’uno
davanti all’altro: so già che non andrà a finire bene.
«Lasciarci alle spalle cosa? Non hai confessato niente! Stai fingendo che non sia
successo!»
Si è messo a gridare. Mi gira la testa, e sono pentita di aver esteso a Hardin e Trish
l’invito di Landon, provocando un litigio anche nella loro famiglia.
«Non è il giorno giusto per parlarne, Hardin», lo riprende Ken. «Ci stavamo divertendo,
e tu hai voluto attaccare briga con me.»
«E quale sarebbe il giorno giusto? Sei patetico!»
«Non il giorno di Natale. Non vedevo tua madre da anni, e proprio oggi hai deciso di
tirar fuori questa storia?»
«Non la vedevi da anni perché l’hai abbandonata, cazzo! Ci hai lasciati senza niente:
niente soldi, niente macchina, niente di niente!» grida piantandosi davanti al padre.
Ken diventa rosso di rabbia, e inizia a gridare a sua volta. «Niente soldi? Vi mandavo
soldi ogni mese! Un mucchio di soldi! E tua madre non ha accettato la macchina che le ho
offerto!»
«Bugiardo!» sbuffa Hardin. «Non ci hai mandato un cazzo. Ecco perché vivevamo in
quella casa di merda e lei lavorava cinquanta ore alla settimana!»
«Hardin… tuo padre non mente», interviene Trish.
Hardin si volta di scatto. «Cosa?»
È un disastro. Un disastro molto peggiore di quanto temessi.
«È vero che ci mandava dei soldi.» Trish posa il bicchiere e si avvicina al figlio.
«E dove sono questi soldi?» chiede Hardin in tono incredulo.
«Ti stanno pagando gli studi.»
Hardin punta un dito accusatorio su Ken. «Hai detto che era lui a pagarmi gli studi!»
urla, e mi fa tanta pena.
«Infatti: con i soldi che ho messo da parte negli anni. Soldi che ci ha dato lui.»
«Ma che cazzo?…» Hardin si massaggia la fronte. Mi sposto dietro di lui e gli prendo
l’altra mano, intrecciando le dita alle sue.
Trish posa una mano sulla spalla del figlio. «Non li ho usati tutti per i tuoi studi. Ci ho
pagato anche le bollette.»
«Perché non me ne hai parlato? Doveva pagare lui… e non con i soldi che servivano a
farci mangiare e tenerci un tetto sopra la testa.» Si rivolge al padre. «Ci hai abbandonati
comunque, soldi o non soldi! Te ne sei andato e non mi hai più fatto neppure una
telefonata per il compleanno!»
«Cosa dovevo fare, Hardin? Restare nei paraggi? Ero un alcolizzato, non vi meritavo.
Dopo quella notte…»
Hardin si irrigidisce, fa respiri affannosi. «Non parlare di quella notte! È successo per
colpa tua!»
Tira via la mano dalla mia. Trish sembra arrabbiata, Landon terrorizzato, Karen… be’,
lei continua a piangere. Tocca a me intervenire.
Ken ribatte con voce roca, trattenendo le lacrime: «Lo so che è colpa mia! Non sai
quanto vorrei che non fosse mai successo, figliolo… Quella notte mi tormenta da oltre
dieci anni!»
«Tormenta te? Io l’ho visto succedere, brutto idiota! Ero lì ad asciugare il sangue sul
pavimento mentre tu eri ancora in giro a bere!» Hardin stringe i pugni.
Karen piange, si copre la bocca con una mano ed esce dalla stanza. La capisco. Sto
piangendo anch’io, non me n’ero accorta finché ho sentito le lacrime cadermi sul petto.
Avevo il presentimento che oggi sarebbe successo qualcosa, ma non immaginavo tanto.
«Lo so, Hardin! Lo so!» esclama Ken in tono di supplica. «Non posso cambiare il
passato! Ora non bevo più: non tocco alcol da anni! Non puoi farmene una colpa per il
resto della vita!»
Hardin si avventa sul padre e Trish lancia un grido. Landon accorre, ma è troppo tardi.
Hardin spintona Ken all’indietro verso la nuova credenza con le porcellane, che ha
sostituito quella rotta da lui in precedenza. Ken lo prende per la maglietta e cerca di
scrollarselo di dosso, ma il figlio gli sferra un pugno sul mento.
Resto lì impalata, come sempre, mentre Hardin aggredisce suo padre.
Ken riesce a girarsi e a far girare Hardin prima che possa colpirlo di nuovo. La mano di
Hardin finisce contro il vetro della credenza. La vista del sangue mi riscuote dallo stupore,
e lo afferro per la maglietta. Lui tira indietro il braccio e mi colpisce con il gomito
scaraventandomi contro un tavolo. Un bicchiere di vino mi si rovescia sul cardigan bianco.
«Guarda cos’hai fatto!» grida Landon a Hardin, correndo verso di me.
Trish è accanto alla porta e guarda il figlio con occhi assassini, e Ken guarda la
credenza rotta, poi me. Hardin si gira verso di me.
«Tessa, Tessa… Stai bene?» mi chiede.
Annuisco in silenzio, ancora seduta a terra; un rivolo di sangue gli cola giù dalle nocche
e lungo il braccio. Non mi sono fatta male, e del maglione rovinato mi importa ben poco
in questo momento.
«Levati dal cazzo», ordina Hardin a Landon, e prende il suo posto accanto a me. «Ti ho
fatto male? Ti ho scambiata per Landon», mi spiega aiutandomi a rialzarmi.
«Sto bene», ripeto, e appena sono in piedi mi allontano da lui.
«Ce ne andiamo», ringhia, cercando di cingermi in vita.
Mi scosto ancora di più. Ken si sta asciugando il sangue dalle labbra con la manica
della camicia.
«Devi restare qui, Tessa», mi fa Landon.
«Tu non cominciare, cazzo», lo avverte Hardin, ma Landon non sembra troppo
spaventato. Dovrebbe, invece.
«Hardin, smettila subito», sbotto. Lui sospira ma non ribatte. Poi mi rivolgo a Landon:
«Non preoccuparti per me». È di Hardin che deve preoccuparsi.
«Andiamo», ordina Hardin. Si avvia alla porta e si gira per accertarsi che io lo segua.
«Mi dispiace… per tutto», dico a Ken.
Quando mi volto per andarmene, lo sento borbottare alle mie spalle: «Non è colpa tua,
è mia».
Trish resta in silenzio. Hardin resta in silenzio. E io muoio di freddo. I sedili di pelle
sono gelidi sotto le mie gambe nude e il cardigan bagnato non mi aiuta. Accendo il
riscaldamento al massimo. Hardin mi guarda, ma io guardo fuori dal finestrino.
Non so se essere arrabbiata con lui. Ha rovinato il pranzo di Natale e ha aggredito suo
padre davanti a tutti. Allo stesso tempo, però, mi dispiace per lui. Ne ha passate tante, e
Ken è la fonte di tutti i suoi problemi: gli incubi, la rabbia, lo scarso rispetto per le donne.
Nessuno gli ha mai insegnato a essere un uomo.
Quando posa una mano sulla mia coscia, non la tolgo. Mi fa male la testa, non riesco
ancora a credere che la situazione sia precipitata in questo modo.
«Hardin, dobbiamo parlare di quello che è appena successo», esordisce Trish dopo
qualche minuto.
«No che non dobbiamo.»
«Sì invece. Hai esagerato.»
«Io? Come puoi dimenticare tutto quello che ti ha fatto?»
«Non ho dimenticato niente, Hardin. Ho scelto di perdonarlo; non posso restare
aggrappata alla rabbia. Ma la violenza è sempre sbagliata. E anche se non si esprime con
la violenza, una rabbia di quel tipo rischia di consumarti: se glielo permetti ti travolge. Se
la trattieni ti distrugge. Non voglio vivere così. Voglio essere felice, Hardin, e perdonare
tuo padre rende molto più facile essere felice.»
La sua forza non smette mai di stupirmi, come del resto la testardaggine di Hardin: si
rifiuta di perdonare Ken per gli errori del passato, ma chiede il mio perdono in
continuazione. E non perdona mai neppure se stesso. Un autentico paradosso.
«Be’, io non lo voglio perdonare. Pensavo che ci sarei riuscito, ma non dopo oggi.»
«Oggi non ti ha fatto niente», lo rimprovera Trish. «Sei stato tu a provocarlo sull’alcol
senza motivo.»
Hardin mi toglie la mano dalla coscia, lasciandoci una macchiolina di sangue. «Non può
passarla liscia, mamma.»
«Non si tratta di passarla liscia. Fatti una domanda: cosa ottieni da questa tua rabbia?
Cosa ci guadagni, a parte le mani ferite e la solitudine?»
Lui non risponde. Continua a guardare fisso davanti a sé.
«Esattamente», fa lei, e per il resto del tragitto restiamo in silenzio.
Quando arriviamo all’appartamento, vado dritta in camera.
«Le devi delle scuse, Hardin», sento dire a Trish dietro di me.
Mi tolgo il maglione macchiato e lo lascio cadere a terra. Mi tolgo le scarpe e mi scosto
i capelli dal viso, sistemandoli dietro le orecchie. Pochi istanti dopo Hardin apre la porta
ed entra in camera: il suo sguardo corre sul pavimento, sul tessuto macchiato, poi risale
verso il mio viso.
Viene da me e mi prende le mani nelle sue. «Mi dispiace tanto, Tess.» Il suo tono è
supplicante. «Non volevo spintonarti in quel modo.»
«Non avresti dovuto. Non oggi.»
«Lo so… ti ho fatto male?»
«No.» Se mi avesse fatto del male fisico, sarebbe nei guai ben più di così.
«Scusami tanto. Non ci vedevo più dalla rabbia. Ti ho scambiata per Landon…»
«Non mi piace quando ti arrabbi così.» Ho le lacrime.
«Lo so, piccola.» Piega le ginocchia per incrociare i miei occhi. «Non ti farei mai del
male di proposito. Lo sai, vero?» Mi accarezza la tempia con il pollice, e io annuisco. So
che non mi farebbe mai del male, almeno fisicamente. Questo l’ho sempre saputo.
«Perché hai fatto quell’uscita sul vino? Le cose stavano andando benissimo.»
«Perché lui si comportava come se niente fosse. Si comportava da stronzo
presuntuoso, e mia madre gli dava retta. Qualcuno doveva difenderla.» Parla a voce
bassa, in maniera confusa, l’esatto opposto di mezz’ora fa, quando gridava in faccia al
padre.
Mi fa di nuovo male il cuore: si è comportato così per difendere sua madre. Ha
sbagliato i modi, ma quello è il suo istinto. Si scosta i capelli dalla fronte e gli resta una
traccia di sangue sulla pelle.
«Prova a pensare a come si sente lui: deve vivere per sempre con quel senso di colpa,
Hardin, e tu non gli semplifichi le cose. Non sto dicendo che sbagli a essere arrabbiato,
perché è una reazione naturale, ma se c’è una persona che dovrebbe saper perdonare,
quello sei tu.»
«Io…»
«E devi smetterla di picchiare qualcuno ogni volta che ti arrabbi. Non è giusto, e non
mi piace per niente.»
«Lo so.» Tiene gli occhi bassi.
«Dobbiamo ripulirti, ti sanguinano ancora le mani.» Lo porto in bagno per medicarlo, e
mi sembra la millesima volta che lo faccio da quando lo conosco.
48
Tessa
HARDIN non batte ciglio mentre gli disinfetto le ferite. È seduto sul bordo della vasca e io
sto in piedi tra le sue gambe.
«Dobbiamo metterti qualcosa sul pollice», gli dico strizzando l’asciugamano.
«Non è nulla.»
«No, vedi quant’è profondo questo taglio. Si sta già cicatrizzando ma tu continui a farlo
riaprire.»
Mi fissa in silenzio. «Che c’è?» gli chiedo.
«Niente…»
«Dimmelo.»
«Non so come fai a sopportarmi.»
«Neanch’io.» Sorrido. «Ne vale la pena, però», aggiungo, ed è la verità. Gli accarezzo
la guancia, sfioro la fossetta con il pollice.
«Certo che sì.» Si alza in piedi sorridendo a sua volta. «Devo farmi una doccia.» Si
toglie la maglietta e va ad aprire l’acqua.
«Torno in camera, allora», gli rispondo.
«Aspetta… perché? Falla con me.»
«C’è tua madre di là.»
«E allora? È solo una doccia. Per favore.»
Non riesco a dirgli di no, e lui lo sa: ghigna soddisfatto quando mi vede sospirare.
«Mi slacci il vestito?» Gli volto le spalle e sollevo i capelli.
«Mi piace questo vestito», commenta quando l’abito scivola a terra.
Si toglie i pantaloni e i boxer, e io cerco di non guardarlo mentre sfilo il reggiseno.
Quando restiamo nudi Hardin entra nella doccia e mi porge la mano. Il suo sguardo cade
sulle mie gambe e lo vedo rabbuiarsi.
«Che c’è?» Cerco di coprirmi con le braccia.
«Ti ho sporcata con il mio sangue.»
«Non fa niente.» Prendo una spugna.
Me la toglie di mano e la insapona. «Lascia fare a me.» Si inginocchia davanti a me, e
mi viene la pelle d’oca. La spugna descrive lenti circoli su e giù per le mie cosce. Questo
ragazzo ha una linea diretta con i miei ormoni. Si china su di me e le sue labbra mi
sfiorano il fianco. Mi tiene ferma con le mani dietro le cosce. «Passami il soffione della
doccia.»
«Eh?»
«Passami. Il. Soffione.»
Obbedisco. Lui mi guarda con una scintilla negli occhi, prende il soffione e me lo punta
sulla pancia.
«Cosa… cosa fai?» balbetto, quando il soffione si abbassa. L’acqua calda pulsa sulla
mia pelle.
«Ti piace?»
Annuisco.
«Se ti piace adesso, vediamo cosa succede se lo sposto un po’ più giù…» Ogni cellula
del mio corpo si risveglia e pare danzare sotto la mia pelle. Hardin fa un sorrisetto
vedendomi sobbalzare quando l’acqua sferza il mio punto più sensibile.
Non avrei mai immaginato che l’acqua potesse dare sensazioni così piacevoli. Mi mordo
il labbro per non mugolare, perché sua madre è nella stanza accanto, ma non riesco a
dirgli di smettere: è troppo bello.
«Tessa…»
«Non muoverti… Rimani lì.» Quando sento la sua lingua sfiorarmi appena sotto il punto
in cui mi sferza il getto d’acqua, rischio di perdere l’equilibrio. È davvero troppo.
«Hardin… non riesco…» Non so bene cosa sto cercando di dire, ma quando la sua
lingua accelera il ritmo gli strattono con forza i capelli. Iniziano a tremarmi le gambe.
Hardin lascia cadere il soffione e mi sorregge con entrambe le mani.
Mugolo sottovoce, sperando che lo scroscio dell’acqua copra i miei gemiti. Chiudo gli
occhi e mi abbandono al piacere.
Hardin si stacca da me per il tempo necessario a dire: «Vieni, piccola, vieni per me».
E io vengo.
Quando riapro gli occhi, lui è ancora in ginocchio e si tiene il sesso in mano. È duro ed
eretto. Mi inginocchio, ancora senza fiato, e lo accarezzo.
«Alzati», mormoro. Lui si rimette in piedi e io inizio a leccarlo sulla punta.
Mi aggrappo alle sue cosce per non scivolare sul pavimento bagnato e lo prendo in
bocca. Lui mi tiene ferma con una mano sulla nuca e inizia a muovere i fianchi,
spingendosi tra le mie labbra. «Potrei scopare la tua bocca per ore.» Spinge un po’ di più
e io mugolo. È una sensazione nuova per me, primordiale. Sta rivendicando il possesso
della mia bocca. Ha il controllo totale, e questo mi fa impazzire.
«Sto per venirti in bocca, piccola.» Mi tira un altro po’ i capelli, poi i muscoli delle sue
gambe si contraggono… e mi esplode in gola, ripetendo il mio nome.
Mi aiuta a rialzarmi e mi bacia sulla fronte. «Penso che siamo puliti, ormai.»
«Direi di sì», ansimo. Prendo lo shampoo.
Quando siamo davvero puliti e pronti per uscire, accarezzo il tatuaggio sul suo addome
e accenno a spostare la mano più in basso, ma lui mi ferma prendendomi per il polso.
«So che è difficile resistermi, ma di là c’è mia madre. Autocontrollo, signorina.»
Gli do una pacca su un braccio ed esco dalla doccia. «Proprio tu, che hai appena
usato…» Arrossisco e non riesco a finire la frase.
«Ti è piaciuto, vero?»
«Vai a prendermi i vestiti in camera», ribatto piccata.
«Sissignora.» Si avvolge in un asciugamano ed esce dal bagno.
È stato un Natale molto stressante. Dovrei chiamare Landon, ma prima voglio parlare
con Hardin della sua intenzione di tornare in Inghilterra dopo la laurea. Non me l’aveva
mai accennato.
«Tieni.» Mi porge i vestiti e mi lascia sola in bagno. Sorrido vedendo la biancheria di
pizzo rosso insieme ai pantaloni della tuta e a una maglietta nera pulita. Pulita, perché
quella che indossava oggi è imbrattata di sangue.
49
Tessa
PASSIAMO la nostra ultima serata con la madre di Hardin a bere tè e ad ascoltare aneddoti
imbarazzanti di quando lui era bambino. E a sentirci ripetere che il prossimo Natale lo
passeremo in Inghilterra: «Non voglio scuse».
L’idea di festeggiare il Natale con Hardin, tra un anno, mi sconcerta. Per la prima volta
da quando lo conosco, riesco a immaginare un futuro con lui. Non necessariamente
matrimonio e figli, ma sono abbastanza sicura dei suoi sentimenti da poter fare progetti
di qui a dodici mesi.
La mattina seguente, quando Hardin ritorna dopo aver accompagnato Trish
all’aeroporto con troppo anticipo, mi sveglio. Lo sento gettare i vestiti per terra e tornare
a letto con indosso solo i boxer. Mi abbraccia. Sono ancora un po’ irritata dopo la nostra
conversazione, ma nel letto da sola ho sentito la sua mancanza.
«Domani torno al lavoro», dico dopo qualche minuto, non sapendo se dorma o sia
sveglio.
«Lo so.»
«Non vedo l’ora di tornare alla Vance.»
«Perché?»
«Perché mi piace, e sono stata via una settimana. Mi manca.»
«Sei una stacanovista.»
«Scusa tanto se mi piace il mio stage e a te non piace il tuo lavoro.»
«Mi piace, il mio lavoro. E facevo quello che fai tu adesso. Solo che l’ho lasciato per
qualcosa di meglio.»
«Ti piace di più solo perché puoi stare a casa?»
«Sì, principalmente.»
«E qual è l’altro motivo?»
«Temevo che la gente pensasse che lavoravo lì solo perché sono amico di Vance.»
Non è una rivelazione sconvolgente, ma è una risposta molto più sincera di quanto mi
aspettassi. «Davvero credi che gli altri pensassero questo?»
«Non lo so. Nessuno lo diceva, ma mi sembrava che lo pensassero. Soprattutto quando
sono stato assunto a tempo pieno.»
«Credi che a Vance sia dispiaciuto vederti andare da un altro editore?»
Sorride. «No, ne dubito. Gli altri dipendenti si lamentavano, sostenevano che fossi
scorbutico.»
«Sostenevano?»
«Già, perché non è vero. Sono un angioletto.» Mi bacia sulla fronte. «Cosa ti va di fare
oggi?»
«Non lo so, volevo chiamare Landon, e poi devo fare un salto in un negozio.»
Si tira indietro. «Perché?»
«Per chiedergli quando possiamo vederci. Vorrei dargli quei biglietti.»
«I regali sono a casa loro. Li avranno già aperti.»
«Dubito che li aprirebbero senza di noi.»
«Io sì.»
«Come volevasi dimostrare», dico in tono canzonatorio.
Ma a sentir nominare la sua famiglia si è incupito. «Secondo te… Se io chiedessi
scusa… Be’, non scusa, ma se gli telefonassi… Sai, a mio padre…»
«Secondo me dovresti chiamarlo», rispondo scegliendo le parole con attenzione.
«Quello che è successo ieri non deve rovinare i rapporti che avevate iniziato a
riallacciare.»
«Forse…» Sospira. «Dopo averlo picchiato, per un attimo ho temuto che tu saresti
rimasta lì e mi avresti cacciato.»
«Davvero?»
«Sì. Sono contento che non sia andata così, ma avevo paura che succedesse.»
Per tutta risposta, alzo la testa dal cuscino e gli poso un bacio sul mento. Devo
ammettere che probabilmente avrei fatto proprio così, se lui non mi avesse già rivelato
tutto. Quella confessione ha cambiato le cose. Non ha modificato in meglio o in peggio la
mia opinione di lui; solo che ora mi sembra di capirlo di più.
Fissa la finestra alle mie spalle. «Posso chiamarlo oggi.»
«Pensi che potremmo andare lì? Ci tengo davvero a dare loro i regali.»
«Possiamo dir loro di aprirli mentre sei al telefono», risponde tornando a guardare me.
«È praticamente la stessa cosa, con il vantaggio che non sarai costretta a vedere i loro
sorrisi falsi di fronte ai tuoi orribili regali.»
«Hardin!»
Ridacchia e posa la testa sul mio petto. «Ti prendo in giro; i tuoi regali sono sempre
belli. Quel portachiavi della squadra sbagliata era proprio azzeccato.»
«Cosa ti serve dal negozio?» mi chiede poi cambiando argomento.
Mi ero dimenticata di averlo accennato. «Niente.»
«No, no, hai detto che dovevi andare in un negozio. Cosa ti serve, tappi o roba del
genere?»
«Tappi?»
«Sì, per… tapparti.»
«Non ho capito.»
«Assorbenti interni.»
Arrossisco da capo a piedi. «Ah… no.»
«Hai le mestruazioni?»
«Oddio, Hardin, smettila.»
«Che c’è? Ti imbarazza parlare di mestruazioni con me?» mi provoca sfoderando un
sorrisone.
«Non è questione di imbarazzo, solo che è inappropriato.» In effetti sono
imbarazzatissima.
«Ne abbiamo fatte, di cose inappropriate, Theresa.»
«Non chiamarmi Theresa… e smettila di parlarne!» Mi prendo il viso tra le mani.
«Le hai, adesso?» domanda posando una mano sulla mia pancia.
«No», mento.
Finora avevo evitato di affrontare il problema, ma sapevo che prima o poi sarebbe
successo. E non sono pronta.
«Perciò non ti spiacerebbe se io…» Infila la mano nell’elastico delle mie mutandine.
«Hardin!» sbotto togliendola di colpo.
Ridacchia. «Allora ammettilo. Di’: ‘Hardin, ho le mestruazioni’.»
«No che non lo dico.» Ormai sono paonazza.
«Dai, è solo un po’ di sangue.»
«Sei disgustoso.»
Ma la sua risata è contagiosa, ed è bello stare sdraiata a letto a ridere con lui,
nonostante l’argomento. «Hardin, ho il ciclo. È iniziato poco prima che tu arrivassi a casa.
Ecco, sei contento?»
«Perché ti imbarazza?»
«Non mi imbarazza, penso solo che le donne non dovrebbero discutere di queste
cose.»
«A me non dà fastidio.»
«Possiamo parlare d’altro, per favore?»
«Come no… Certo che sei suscettibile, in quei giorni.» Scoppia a ridere.
Lo picchio con un cuscino e scendo dal letto. Sono solo le sette, ma mi sento
completamente sveglia. Metto su il caffè e mi preparo una tazza di cereali. È incredibile
che il Natale sia già passato, e che tra pochi giorni finirà l’anno.
«Cosa fai di solito a Capodanno?» chiedo a Hardin quando viene a sedersi a tavola.
«Esco.»
«E dove vai?»
«A qualche festa, o in discoteca. L’anno scorso entrambe le cose.»
«Ah.» Gli porgo la tazza con i cereali.
«Cosa ti andrebbe di fare?»
«Non lo so. Vorrei uscire, penso.»
«Ah sì?»
«Sì, tu no?»
«Per me fa lo stesso, ma se tu vuoi uscire usciamo.»
«Okay… Pensavi di domandare a tuo padre se possiamo passare oggi?»
«Non lo so…»
«Oppure possono venire loro qui…»
«Non penso proprio.»
«Perché no? Qui ti sentiresti più a tuo agio, no?»
«Forse sì», ammette chiudendo gli occhi per un istante. «Tra un po’ li chiamo.»
Finisco rapidamente la colazione e mi alzo da tavola.
«Dove vai?»
«A pulire, ovviamente», rispondo.
«Pulire cosa? La casa è a posto.»
«Non è vero, e se abbiamo ospiti voglio che sia perfetta.» Sciacquo la ciotola e la
metto in lavastoviglie. «Potresti aiutarmi, sai? Dato che sei tu a produrre gran parte del
disordine.»
«Oh, no. Tu sei molto più brava di me con le pulizie.»
Mi arrendo: non mi dispiace fare le pulizie, perché francamente preferisco che le cose
siano fatte a modo mio, e l’idea che Hardin ha in merito consiste nel mettere via la roba
per nascondere il disordine.
«Ah, e non dimenticarti che dobbiamo andare a comprare i tuoi tappi.»
«Smettila di chiamarli così!» grido tirandogli uno strofinaccio in faccia.
50
Tessa
QUANDO l’appartamento è in condizioni accettabili, esco per comprare gli assorbenti e
qualche altra cosa nell’eventualità che Ken, Karen e Landon vengano a trovarci. Hardin
voleva accompagnarmi, ma l’ho lasciato a casa perché altrimenti mi avrebbe presa in giro
per gli assorbenti per tutto il tempo.
Al mio ritorno lo trovo seduto sul divano nello stesso punto in cui l’avevo lasciato. «Hai
chiamato tuo padre?» gli faccio dalla cucina.
«No, aspettavo te.» Mi raggiunge e si siede al tavolo sospirando. «Ora chiamo.»
Mi siedo davanti a lui mentre si porta il telefono all’orecchio.
«Ehm… ciao», dice. Poi inserisce il vivavoce e posa il telefono sul tavolo tra di noi.
«Hardin?» Ken sembra sorpreso.
«Sì… ehm, senti, volevo sapere se vi andava di passare di qui.»
«Passare di lì?»
Hardin mi guarda, e capisco che sta già perdendo la pazienza. Poso la mano sulla sua
per incoraggiarlo.
«Sì… tu, Karen e Landon. Possiamo scambiarci i regali, dato che non l’abbiamo fatto
ieri. La mamma è partita.»
«Sicuro?»
«Te l’ho chiesto, no?» Gli stringo forte la mano. «Voglio dire… sì, sicuro.» Gli sorrido.
«Okay, be’, aspetta che ne parli con Karen, ma sono certo che sarà felicissima. A che
ora possiamo venire?» Gli faccio segno «alle due» e lui riferisce al padre.
«Okay… be’, ci vediamo alle due.»
«Tessa scriverà l’indirizzo a Landon», aggiunge Hardin prima di riattaccare.
«Non è stato così terribile, vero?»
«Già», sbuffa.
«Cosa mi metto?»
Indica un paio di jeans e la maglietta della WCU. «Questi.»
«Non se ne parla, questo è il nostro Natale.»
«No, è Santo Stefano, quindi vanno bene i jeans.»
«Non ho intenzione di mettermi i jeans!» Mi dirigo in camera per decidere come
vestirmi.
Mi sto provando il vestito bianco davanti allo specchio quando Hardin entra nella
stanza. «Non so se il bianco è una buona idea, in questi giorni.»
«Santo cielo, piantala!»
«Sei carina quando sei imbarazzata.»
Tiro fuori l’abito rosso scuro. Ho molti ricordi legati a questo vestito: l’ho indossato per
la prima festa alla confraternita con Steph. Mi manca Steph, nonostante tutta la rabbia
che provo… che provavo per lei. Mi sento tradita, ma allo stesso tempo devo ammettere
che aveva ragione quando ha detto che era ingiusto da parte mia perdonare Hardin e non
lei.
«Cosa ti passa per la testa?» mi domanda Hardin.
«Niente… stavo pensando a Steph.»
«Perché?»
«Non lo so… un po’ mi manca. A te non mancano i tuoi amici?» Non ha più parlato di
loro dopo la lettera.
«No… Preferisco passare il tempo con te.»
Mi piace questo Hardin sincero, ma… «Potresti trascorrere un po’ di tempo anche con
loro.»
«Forse, non lo so. Non fa molta differenza. Ma tu vorresti ancora avere a che fare con
loro, dopo… be’, dopo tutto quello che è successo?» domanda a occhi bassi.
«Non lo so… Ma sarei disposta a provarci, per vedere come va. Non Molly, però.»
Mi guarda divertito. «Ma se voi due siete amiche per la pelle!»
«Basta parlare di lei. Cosa pensi che faranno a Capodanno?»
«Andranno a qualche festa. Logan è fissato con il Capodanno… Sei sicura di voler
uscire con loro?»
«Sì…» confermo sorridendo. «E se poi la cosa mi si ritorce contro, vorrà dire che l’anno
prossimo staremo a casa.»
Hardin spalanca gli occhi quando menziono l’anno prossimo, ma faccio finta di niente.
Mi concentro su oggi. Almeno per il momento voglio stare in pace.
«Devo preparare qualcosa da mangiare per tutti. Dovevo dire le tre, non le due: è già
mezzogiorno e non mi sono neppure vestita.» Mi stropiccio il viso struccato.
«Va’ a cambiarti, preparo qualcosa io…» Sfodera un ghigno. «Ma ricordati di mangiare
solo quello che ti metto nel piatto.»
«Che simpatico, ora minacci di avvelenare tuo padre.» Lui si stringe nelle spalle ed
esce dalla stanza. Vado a lavarmi la faccia e mi trucco leggermente. Sciolgo i capelli e
arriccio le punte. Mentre finisco di prepararmi dalla cucina arriva un intenso aroma di
aglio.
Hardin ha già apparecchiato e preparato due vassoi di frutta e verdura. Sono molto
contenta che abbia invitato suo padre, e sono ancora più contenta che oggi sembri così di
buonumore. Controllo l’orologio: manca mezz’ora all’arrivo degli ospiti, e la dedico alle
ultime pulizie.
Lo abbraccio da dietro. «Grazie di aver fatto tutto questo.»
«Non è niente», minimizza lui.
«Stai bene?» gli chiedo facendolo girare verso di me.
«Sì… tutto a posto.»
«Sicuro di non essere un po’ nervoso?» insisto, dato che mi pare che lo sia.
«No… be’, solo un po’. È così strano che lui venga qui, no?»
«Lo so. Sono molto fiera di te per averlo invitato.» Appoggio la guancia sul suo petto e
lui mi abbraccia.
«Davvero lo sei?»
«Certo che sì, pic… Hardin.»
«Cosa… cosa stavi per dire?»
Nascondo la faccia. «Niente.» Non so da dove mi venga questa voglia improvvisa di
usare nomignoli, ma è imbarazzante.
«Dimmelo.» Mi solleva il mento per farsi guardare.
«Non so perché, ma stavo per chiamarti di nuovo ‘piccolo’.»
Sorride. «Fai pure.»
«Mi prenderai in giro.»
«No, io ti chiamo ‘piccola’ in continuazione.»
«Sì, ma… è diverso quando lo fai tu.»
«Perché?»
«Non lo so… è più sexy… più romantico. Non lo so.»
«Sei proprio timida, oggi», commenta vedendo che arrossisco, e mi bacia sulla fronte.
«Però mi piace. Quindi chiamami piccolo.»
Lo abbraccio più stretto. «Okay.»
«Okay cosa?»
«Okay… piccolo.» La parola ha uno strano sapore sulla lingua.
«Di nuovo.»
Mi solleva di colpo, strappandomi un urletto; mi fa sedere sul bancone della cucina e si
piazza tra le mie gambe. «Okay, piccolo!» ripeto.
Ha le guance più rosse del solito. «Mi piace proprio. È… come hai detto? Sexy e
romantico?» Sorride. Le sue mani mi scorrono sulle cosce. «Non pensare che queste calze
bastino a fermarmi.»
«Forse no, ma ti fermerà… quell’altra cosa.»
Bussano alla porta. Hardin mi fa l’occhiolino. Mentre va all’ingresso, dice senza voltarsi:
«Oh, piccola… neanche quella mi fermerà».
51
Hardin
LA prima cosa che vedo aprendo la porta è il volto di mio padre. Un livido violaceo sulla
guancia, un piccolo taglio al centro del labbro inferiore.
Li saluto con un cenno del capo, perché non so proprio cosa dire.
«Che bella casa.» Karen mi sorride e tutti e tre restano sulla soglia con aria incerta.
Tessa accorre in nostro soccorso entrando nella stanza. «Venite, accomodatevi. Quelli
puoi lasciarli sotto l’albero», si rivolge a Landon, indicando il sacchetto pieno di regali che
ha in mano.
«Abbiamo portato anche i pacchetti che avete lasciato a casa nostra», dice mio padre.
La tensione si taglia con il coltello. Non è rabbia, è più che altro imbarazzo. Molto
imbarazzo.
«Grazie mille.» Tess gli sorride. È così brava a mettere a loro agio le persone. Almeno
uno di noi lo è.
Landon entra in cucina per primo, seguito da Karen e Ken. Prendo Tessa per mano, per
tentare di placare l’ansia.
«Com’è andato il viaggio?» chiede lei per rompere il ghiaccio.
«Non troppo male, ho guidato io», risponde Landon.
Pian piano l’atmosfera si fa meno tesa. Tra una portata e l’altra Tess mi stringe la
mano sotto il tavolo.
«Era tutto buonissimo», si complimenta Karen.
«Ha fatto tutto Hardin», spiega Tess mettendo una mano sulla mia coscia.
«Davvero? Era squisito, Hardin», sorride Karen.
Avrei preferito non mi desse il merito. Sentirmi sotto osservazione mi innervosisce.
Tessa preme più forte la mano sulla mia coscia: vuole che dica qualcosa.
Guardo Karen. «Grazie», riesco a formulare, e sentendo un’altra strizzata alla coscia mi
sforzo anche di sorridere.
Dopo qualche secondo di silenzio, Tessa si alza portando via il piatto. Va in cucina, e
mi chiedo se seguirla.
«Un ottimo pranzo, figliolo. Complimenti», interviene mio padre.
«È solo roba da mangiare», borbotto. Lui abbassa gli occhi. Mi correggo: «Insomma,
Tessa cucina meglio di me, ma grazie».
Sembra soddisfatto della mia risposta. Karen mi sorride imbarazzata e mi fissa con
quegli occhi stranamente confortanti. Distolgo lo sguardo. Tessa torna a tavola prima che
qualcun altro possa complimentarsi per il pranzo.
«Be’, apriamo i regali?» propone Landon.
«Sì», rispondono in coro le due donne.
Resto più vicino possibile a Tessa mentre ci spostiamo in salotto. Mio padre, Karen e
Landon si siedono sul divano, io vado a piazzarmi sulla poltrona e faccio sedere Tessa
sulle mie ginocchia, anche se posso notare che è imbarazzata. Karen cerca di trattenere
un sorriso.
Landon va a prendere i regali e li distribuisce. Porge a Tessa un pacchetto con su
scritto: «Da Ken e Karen». Lei strappa la carta rivelando una scatolina azzurra con il logo
di Tiffany.
«Cos’è?» chiedo a bassa voce. Non me ne intendo di gioielli, ma so che quella marca è
costosa.
«Un braccialetto.» Tira fuori una catenella d’argento con due ciondoli, un piccolo fiocco
e un cuoricino. In confronto a questo, il mio regalo, che Tessa porta al polso, è uno
schifo.
«Certo, ci avrei scommesso», mormoro.
Lei mi guarda storto, poi si gira verso di loro. «È bellissimo, grazie mille a entrambi»,
risponde con un gran sorriso.
«Ne ha già…» inizio a dire. Detesto che il loro regalo sia più bello del mio. Ho capito,
mio padre è pieno di soldi. Ma non potevano scegliere un’altra cosa, una qualsiasi?
Ma Tessa mi prega in silenzio, mi supplica con gli occhi, di non peggiorare
ulteriormente la situazione. Con un sospiro, mi appoggio allo schienale, sconfitto.
«Cosa c’è nel tuo?» mi domanda tentando di rallegrarmi. Mi dà un bacio sulla fronte e
accenna al pacchetto posato sul bracciolo della poltrona, per dirmi di aprirlo. Lo faccio e
le mostro il costoso contenuto.
«Un orologio.»
Mi girano ancora le palle per quel braccialetto. Volevo che portasse il mio tutti i giorni,
volevo che fosse il suo regalo preferito.
52
Hardin
KAREN è felicissima del set di tortiere. «Le volevo da mesi!»
Tessa credeva che non mi fossi accorto che sul biglietto c’era anche il mio nome,
invece me n’ero accorto. Solo che non mi andava di cancellarlo.
«Mi sento un idiota, perché ti ho preso solo un buono, mentre tu mi hai comprato
questi fantastici biglietti», le dice Landon.
Devo ammettere di essere contento che le abbia fatto un regalo così impersonale, un
buono acquisto per il lettore di ebook. Se le avesse fatto un regalo migliore mi sarei
irritato, ma a giudicare dal sorriso di Tessa si direbbe che abbia ricevuto una prima
edizione di Jane Austen. Cazzo, non mi capacito ancora di quel braccialetto così costoso;
che razza di esibizionisti. E se lo mette al posto del mio?
«Grazie per i regali, sono bellissimi», mi dice mio padre mostrandoci il portachiavi
sbagliato scelto da Tessa.
Mi sento un po’ in colpa per i lividi che ha in faccia, ma allo stesso tempo lo trovo
buffo. Voglio chiedergli scusa… be’, non è che voglia, ma so che devo. Non possiamo fare
un passo indietro. Non è stato terribile passare del tempo con lui, dopotutto. Karen e
Tessa vanno molto d’accordo, e devo darle la possibilità di avere accanto una figura
materna, dal momento che è colpa mia se non è più in buoni rapporti con sua madre. È
brutto da ammettere, ma per me è meglio così: un ostacolo in meno alla nostra storia.
«Hardin?» mi chiama Tessa.
Alzo gli occhi e capisco che qualcuno di loro mi stava parlando.
«Vuoi andare alla partita con Landon?»
«Eh? No», rispondo subito.
«Grazie, amico», ribatte Landon irritato.
«Cioè, penso che lui non vorrebbe», mi correggo.
Comportarmi come una persona civile è molto più difficile del previsto. Lo sto facendo
solo per lei… Be’, se devo essere sincero lo faccio anche per me stesso, perché ricordo le
parole della mamma: la rabbia mi frutterà solo ferite alle mani e solitudine.
«Possiamo andarci io e Tessa, se tu non vuoi», propone Landon.
Perché cerca di irritarmi, per una volta che provo a essere gentile?
Lei sorride. «Sì, ci vengo volentieri, anche se non so niente di hockey.»
Mi arrendo. «Okay, ci vengo.»
Landon è chiaramente divertito e so che lo è pure Tessa, anche se non la vedo in
faccia.
«Mi piace molto come avete arredato questo appartamento, Hardin», fa mio padre.
«Perlopiù era già arredato, ma grazie», rispondo. Sono giunto alla conclusione che è
meno imbarazzante picchiarci che sforzarci di non litigare.
Karen mi sorride. «Sei stato gentile a invitarci.»
La mia vita sarebbe più facile se Karen fosse insopportabile, ma ovviamente è una
delle persone più gentili che abbia mai conosciuto. «Figurati… Era il minimo, dopo quello
che è successo ieri.» So di avere la voce tirata.
«Lascia stare, sono cose che capitano…»
«Non proprio; non credo che la violenza sia una tradizione natalizia», replico.
«Forse lo sarà d’ora in poi; l’anno prossimo Tessa può picchiare me», scherza Landon
in un futile tentativo di alleggerire l’atmosfera.
«Potrei farlo davvero», lo provoca lei facendogli una linguaccia.
Accenno un sorriso. «Non succederà più», dico guardando mio padre.
Lui ricambia lo sguardo con aria assorta. «È stata anche colpa mia, figliolo. Avrei
dovuto immaginare che non poteva finire bene. Ma spero che, ora che hai sfogato una
parte della rabbia, potremo fare un altro tentativo di riconciliarci.»
Tessa posa la mano sulla mia per confortarmi. «Ehm… sì… va bene», borbotto
imbarazzato. «Sì…» ripeto mordendomi la guancia.
Landon batte le mani sulle ginocchia e si alza. «Bene, è ora di andare, ma fammi
sapere se vuoi davvero venire alla partita. Grazie a entrambi per l’ospitalità.»
Tessa li abbraccia tutti e tre mentre io resto appoggiato alla parete. Per oggi sono
stato abbastanza gentile, e non ho intenzione di abbracciare nessuno. Eccetto Tessa,
naturalmente, ma dopo la cortesia che ho dimostrato oggi mi deve ben più di un
abbraccio. Guardo l’abito che le accarezza le curve e devo trattenermi per non trascinarla
subito a letto. Ricordo la prima volta che l’ho vista con quel vestito. All’epoca mi
sembrava orribile, adesso lo adoro. Quand’era uscita dal dormitorio sembrava una
venditrice di Bibbie porta a porta. Mi aveva lanciato un’occhiataccia quando l’avevo presa
in giro, ma non avevo idea che stavo per innamorarmi di lei.
Saluto di nuovo tutti e faccio un gran sospiro. Una partita di hockey con Landon, ma in
che casino mi sono cacciato?
«È andata molto bene, e tu sei stato bravissimo.» Tessa si toglie subito le scarpe con il
tacco e le appoggia accanto alla porta.
«Benino, direi.»
«Benone, altroché.» Mi sorride.
«Come ti pare», brontolo, e lei ridacchia.
«Ti amo tanto, lo sai, vero?» dice, e comincia a rimettere tutto in ordine. La prendo in
giro perché è una maniaca della pulizia, ma se abitassi da solo questa sarebbe una
discarica.
«Allora, ti piace l’orologio?» mi chiede.
«No, è orrendo, e non porto orologi.»
«A me sembra bello.»
«E il tuo braccialetto?» domando esitante.
«È bellissimo.»
«Ah…» Distolgo lo sguardo. «È di marca e costa un sacco.»
«Sì… mi dispiace che abbiano speso tutti quei soldi, visto che non lo porterò. Dovrò
metterlo una volta o due quando ci vediamo.»
«Perché?»
«Perché ho già un braccialetto preferito.» Agita il polso facendo tintinnare i ciondoli.
«Ah, preferisci il mio?» Non riesco a nascondere un sorriso stupido.
Mi guarda con aria di rimprovero. «Ma certo che sì, Hardin.»
Cerco di aggrapparmi all’ultimo briciolo di dignità che mi è rimasta, ma non ci riesco:
vado da lei e la prendo in braccio. Lei strilla e io rido. Non ricordo di aver mai riso così
tanto in vita mia.
53
Tessa
LA mattina seguente mi sveglio presto, faccio la doccia e, ancora avvolta
nell’asciugamano, metto su il mio elisir di lunga vita: il caffè. Mentre lo guardo risalire
nella caffettiera, mi rendo conto che sono un po’ nervosa al pensiero di rivedere Kimberly.
Non so come reagirà alla notizia che io e Hardin stiamo di nuovo insieme. Non è il tipo
che giudica le persone, ma al posto suo non so come mi comporterei se lei facesse lo
stesso con Christian. Non conosce tutti i dettagli, ma sa che devono essere brutti,
altrimenti glieli avrei raccontati.
Con una tazza fumante in mano raggiungo la grande finestra del salotto. Nevica ancora
molto, spero che smetta. Odio guidare nella neve, e da qui alla Vance è quasi tutta
tangenziale.
«’giorno.» La voce di Hardin dal corridoio mi riscuote dai pensieri.
«’giorno.» Gli sorrido e bevo un sorso di caffè. «Non dovresti essere ancora a letto?»
Si stropiccia gli occhi. «E tu non dovresti essere già vestita?»
Mi avvio in camera per prepararmi, ma lui afferra l’asciugamano e me lo strappa di
dosso. Lancio uno strillo e mi fiondo nella stanza. Sento dei passi dietro di me, e chiudo la
porta a chiave. Dio sa cosa succederebbe se lo lasciassi entrare. Mi viene un brivido caldo
al solo pensiero, ma ora non ho tempo per queste cose.
«Simpatica. Molto matura», fa lui al di là della porta.
«Non ho mai detto di esserelo.» Scelgo una gonna nera lunga e una camicia rossa. Non
è il mio look migliore, ma è il primo giorno di lavoro dopo le vacanze e nevica. Quando
esco dalla stanza, Hardin non c’è più. Mi trucco rapidamente e raccolgo i capelli in una
crocchia morbida.
«Hardin?» Prendo la borsa e tiro fuori il telefono per chiamarlo.
Non risponde. Dov’è? Faccio il giro dell’appartamento con il cuore in gola. Dopo un
minuto la porta di casa si apre e lui entra, coperto di neve.
«Dov’eri? Iniziavo a preoccuparmi!»
«Di cosa?»
«Non lo so. Che ti fosse successo qualcosa…» Sono ridicola.
«Stavo grattando via il ghiaccio dal tuo parabrezza e facevo scaldare il motore.» Si
toglie la giacca e gli anfibi, lasciando una pozza d’acqua sul pavimento.
Non riesco a nascondere lo stupore. «Ma chi sei?» rido.
«Non cominciare, sennò torno giù e ti buco le gomme.»
«Oh be’, grazie.»
«Posso… accompagnarti io?» chiede guardandomi negli occhi.
Non ci capisco più niente. Ieri è stato educato, più o meno, stamattina mi scalda la
macchina e si offre di accompagnarmi al lavoro… E ieri sera rideva così forte che gli sono
venute le lacrime agli occhi. La sincerità gli dona, questo è certo.
«…se vuoi», aggiunge vedendo che rimango in silenzio.
«Sarebbe molto gentile da parte tua», rispondo poi, e lui si rimette gli anfibi.
Mentre usciamo dal parcheggio, sottolinea: «Fortuna che la tua macchina fa schifo,
altrimenti potevano rubartela mentre era qui a scaldarsi».
«Non fa schifo!» esclamo, guardando la crepa sul finestrino del passeggero.
«Comunque, stavo pensando che la prossima settimana, quando ricominciano le lezioni,
possiamo andare all’università insieme, no? Abbiamo più o meno gli stessi orari, e nei
giorni in cui io vado alla Vance posso prendere la mia macchina e ci rivediamo a casa.»
«Okay…» Continua a guardare la strada.
«Cosa c’è?»
«Mi dispiace che tu non mi abbia detto quali corsi frequenti.»
«Perché?»
«Non lo so… forse potevamo seguirne uno insieme, così non dovresti studiare sempre
con Landon.»
«Ti eri già iscritto a francese e a letteratura americana, e non pensavo che storia delle
religioni ti interessasse.»
«Infatti no», sbuffa.
È una conversazione inutile, ma per fortuna siamo arrivati alla Vance. Nevica meno di
prima, ma Hardin si ferma davanti al portone per non farmi prendere freddo.
«Torno alle quattro», mi avverte.
Mi sporgo a baciarlo. «Grazie per il passaggio.»
«Mmm…» fa lui.
Quando scendo dall’auto vedo Trevor a poca distanza, il completo nero punteggiato di
fiocchi di neve. Mi si stringe lo stomaco.
«Ehi, quanto tempo…» mi fa con un sorriso.
«Tess!» mi chiama Hardin, scendendo dalla macchina. Trevor guarda lui, poi guarda
me, e il sorriso gli muore sulle labbra. «Hai dimenticato questa…» continua Hardin,
porgendomi una penna.
Gli lancio un’occhiata perplessa, lui mi cinge in vita e preme con forza le labbra sulle
mie. Se non fossimo in un parcheggio – e se non pensassi che questo è il suo modo
contorto per marcare il territorio – mi piacerebbe l’aggressività con cui la sua lingua mi
schiude le labbra.
«Piacere di rivederti, Trenton… vero?» dice con falsa sincerità.
So benissimo che conosce il suo nome. Quant’è maleducato.
«Ehm… sì, piacere mio», borbotta Trevor, ed entra nel palazzo.
«Cosa ti è preso?» chiedo a Hardin.
«Perché?» ghigna lui.
Sbuffo. «Che cavernicolo.»
«Sta’ lontana da lui, Tess. Per favore.» Mi bacia sulla fronte per addolcire quelle parole
aspre.
Entro in ufficio piantandolo in asso.
«Com’è andato il Natale?» mi chiede Kimberly quando vado a prendere una ciambella
e un caffè. Non dovrei berne un altro, ma sono irritata dal fatto che Hardin si comporti
come un troglodita, e l’aroma del caffè mi fa già star meglio.
«È…»
Mah, sai, mi sono rimessa con Hardin, poi ho scoperto che filmava di nascosto il sesso
con varie ragazze, ha rovinato la vita a una di loro, ma poi mi ci sono rimessa insieme.
Mia madre è venuta a casa mia e ha fatto una scenata, e ora non ci rivolgiamo la parola.
La madre di Hardin era in città, quindi abbiamo dovuto fingere di stare insieme, e
praticamente è così che siamo tornati insieme, ed è filato tutto liscio finché mia madre ha
detto alla madre di Hardin mi aveva tolto la verginità per una scommessa. Ah, il Natale?
Hardin l’ha festeggiato prendendo a pugni suo padre e spaccando il vetro di una
credenza. Sai, le solite cose.
«… È stato fantastico. E a te com’è andata?»
Kimberly mi racconta delle sue splendide feste con Christian e suo figlio. Il bambino si
è messo a piangere di gioia quando ha visto la bicicletta portata da Babbo Natale. Ha
persino chiamato Kimberly «Mamma Kim», e a lei si è scaldato il cuore ma al contempo si
è sentita un po’ a disagio. «È strano, sai», mi spiega. «Non sono sposata con Christian e
neppure fidanzata ufficialmente, quindi non so quale sia il mio ruolo con Smith.»
«Penso che entrambi siano fortunati ad averti, qualsiasi ruolo tu svolga», la rassicuro.
«Sei più saggia dei tuoi anni, Miss Young.» Sorride.
Guardo l’orologio e mi precipito nel mio ufficio. All’ora di pranzo non trovo Kimberly alla
sua scrivania. Quando l’ascensore si ferma al terzo piano, con mio grande disappunto
vedo entrare Trevor.
«Ehi, ciao», mormoro.
Non so perché mi senta così a disagio. Io e lui siamo usciti insieme solo una volta, e mi
sono divertita. Tutto qui.
«Come sono andate le vacanze?» mi chiede. I suoi occhi azzurri brillano sotto le luci al
neon.
Vorrei che la smettessero di farmi questa domanda. «Bene. Le tue?»
«Niente male, al centro accoglienza è venuta un sacco di gente; abbiamo servito oltre
trecento pasti.» Sorride orgoglioso.
«Accidenti, trecento? Incredibile», commento colpita. È così buono. La tensione tra noi
si è un po’ sciolta.
«Sì, è stato fantastico; spero che l’anno prossimo avremo ancora più risorse e potremo
offrirne cinquecento.» Mentre usciamo dall’ascensore mi chiede se sto andando a pranzo.
«Sì, volevo andare al Firehouse. A piedi, perché non sono venuta con la mia
macchina», rispondo senza nominare Hardin perché al momento preferirei non parlare di
lui.
«Puoi venire con me, se vuoi. Sto andando al Panera, ma posso accompagnarti al
Firehouse. Non è il caso che cammini nella neve.»
«Mah, il Panera non è male. Vengo con te.» Ci avviamo alla sua macchina.
I sedili riscaldati della BMW mi scongelano prima ancora che usciamo dal parcheggio.
Al ristorante ci sediamo a un tavolo in fondo e ordiniamo.
«Stavo pensando di trasferirmi a Seattle», mi dice Trevor mentre intingo un cracker
nella zuppa di broccoli.
«Davvero? Quando?»
«A marzo. Christian mi ha offerto un lavoro lì, una promozione a direttore dell’ufficio
contabilità nella nuova sede, e sto seriamente valutando se accettare.»
«Che bella notizia, congratulazioni!»
«Grazie. Mi piacerebbe dirigere l’intero reparto, e mi piacerebbe ancora di più
trasferirmi a Seattle.»
Ne parliamo per il resto del pranzo. E l’unica cosa che riesco a pensare è: Perché anche
Hardin non può pensarla così su Seattle?
Quando torniamo alla Vance la neve si è trasformata in pioggia gelida, e ci mettiamo a
correre per rientrare nell’edificio. In ascensore rabbrividisco e Trevor mi offre la sua
giacca, ma rifiuto.
«Allora, tu e Hardin vi frequentate di nuovo?» mi chiede infine. Una domanda che mi
aspettavo.
«Sì… stiamo risolvendo i nostri problemi», rispondo imbarazzata.
«Ah… Sei felice, quindi?»
Ci guardiamo. «Sì.»
«Be’, sono felice per te.» So che mente, ma apprezzo che si sforzi di non mettermi
ancora più a disagio. Anche questa è una riprova della sua bontà.
Quando usciamo dall’ascensore Kimberly guarda Trevor con un’espressione strana;
subito dopo, vedo Hardin appoggiato alla parete.
54
Hardin
«SUL serio? Sul serio?!» esclamo alzando le mani con un gesto teatrale.
Tessa rimane allibita, ma non dice nulla. Guarda quello stronzo di Trevor, poi me. La
rabbia mi attraversa e inizio a immaginare tutti i modi in cui potrei pestare quel tipo.
«Grazie del pranzo, Tessa. Ci vediamo dopo», la saluta Trevor in tono calmo prima di
andarsene.
Kimberly, ostentando disapprovazione, prende una cartelletta dalla scrivania e ci lascia
soli. Tessa guarda storto l’amica, e a me viene quasi da ridere.
Si avvia verso il suo ufficio. «Siamo solo andati a pranzo, Hardin. Posso pranzare con
chi voglio, perciò non cominciare.»
La seguo e chiudo la porta a chiave. «Sai come la penso sul suo conto», dico
appoggiandomi alla parete.
«Devi parlare piano. Io ci lavoro, qui.»
«Fai uno stage», la correggo.
«Eh?»
«Non sei una dipendente, sei solo una stagista.»
«Ah, siamo tornati a questo?»
«No, precisavo i fatti.» Ed eccone un altro: sono uno stronzo.
«Davvero? E comunque, cosa ci fai qui?» mi domanda sedendosi alla scrivania.
«Ero venuto per portarti a pranzo, per non costringerti a uscire nella neve. Ma a quanto
pare ti fai aiutare da altri uomini.»
«Capirai, siamo andati a mangiare e siamo tornati subito. Devi darti una regolata, con
questa gelosia.»
«Non è gelosia.» Certo che è gelosia. E paura. Ma non voglio ammetterlo.
«Siamo solo amici, Hardin. Lascia perdere e vieni qui.»
«No», frigno.
«Per favore.»
Mi rimprovero per il mio scarso autocontrollo e la raggiungo. Lei si appoggia alla
scrivania e mi tira a sé. «Voglio solo te, Hardin. Ti amo e non voglio stare con nessun
altro, soltanto con te.» Mi fissa con una tale intensità che distolgo lo sguardo.
«Mi dispiace che lui non ti stia simpatico, ma non puoi scegliere i miei amici al posto
mio.» Mi sorride, e io sento svanire la rabbia. Accidenti, è brava.
«Non lo sopporto.»
«È innocuo, credimi. E poi, a marzo va a vivere a Seattle.»
Mi si gela il sangue, ma tento di non darlo a vedere. «Ah, davvero?» Seattle, proprio la
città in cui Tessa vuole vivere. La città in cui io non mi trasferirò mai. Chissà se ha
pensato di andare con lui. No, non lo farebbe. O sì? Cazzo, non lo so.
«Sì, quindi resta qui ancora per poco. Lascialo in pace, per favore», mi chiede
stringendomi forte le mani.
«Oh, cazzo, va bene. Non lo toccherò con un dito.» Sospiro. È incredibile, ho appena
accettato di non punirlo per aver tentato di baciarla.
«Grazie. Ti amo tanto», mi dice fissandomi con i suoi occhi grigioazzurri.
«Ce l’ho ancora con lui perché ha tentato di sedurti. E con te, perché non mi hai dato
ascolto.»
«Lo so, ora sta’ zitto…» Si lecca le labbra. «Posso aiutarti a rilassarti?» chiede con voce
tremante.
Eh?
«Voglio… voglio mostrarti che amo solo te.» Diventa paonazza, si alza in punta di piedi
per baciarmi e posa le mani sui miei fianchi.
Sono confuso, arrabbiato… e incredibilmente eccitato. La sollevo e la metto a sedere
sulla scrivania, mentre lei mi slaccia la cintura. Tiro su la gonna assurdamente lunga e
scopro con sollievo che non porta le calze.
«Voglio te, piccolo», bisbiglia sul mio collo, stringendomi la vita con le gambe.
È così eccitante sentir uscire quelle parole dalle sue labbra carnose, e adoro il modo in
cui ha assunto il controllo della situazione, abbassandomi i jeans.
«Non le hai?» chiedo riferendomi alle mestruazioni. «Certo… le hai.»
Arrossisce, prende in mano la mia erezione, mi sorride e inizia a muovere la mano
troppo lentamente.
«Così mi torturi», mugolo, e lei accelera il ritmo continuando a baciarmi il collo. Se
questo è il suo modo di chiedere scusa, vorrei che facesse cazzate più spesso. Purché non
ci siano di mezzo altri uomini.
La prendo per i capelli e le tiro indietro la testa per farmi guardare. «Voglio scoparti.»
Con un sorriso timido, fa cenno di no.
«Sì.»
«Non possiamo.» Si gira a guardare la porta.
«L’abbiamo fatto altre volte.»
«Voglio dire… perché… sai…»
«Non è così male.» In effetti, è molto meno sgradevole di quanto pensi la gente.
«Ma è… normale?»
«Sì, è normale», sentenzio, e lei fa la timida, ma le sue pupille dilatate mi dicono che
lo vuole anche lei. La sua mano resta su di me, si muove lentamente, e io le allargo le
gambe. Tiro via l’assorbente prendendolo per la cordicella e lo getto nel cestino. Mi infilo
il preservativo.
Lei scende dalla scrivania, si gira e ci si appoggia, si solleva la gonna sul sedere.
È la cosa più eccitante che abbia mai visto in vita mia. Malgrado le circostanze.
55
Tessa
ASPETTO trepidante, mentre Hardin tira su il tessuto pesante della mia gonna.
«Rilassati, Tess. Smetti di pensare. Non sarà diverso dal solito», promette.
Tento di mascherare l’imbarazzo mentre lui entra in me. Effettivamente non sembra
diverso dal solito. Anzi, semmai è meglio. Più trasgressivo. Più eccitante. L’umore di
Hardin è totalmente cambiato: da come mi guardava quando sono uscita dall’ascensore,
mi aspettavo che facesse una scenata ben peggiore.
«Tutto a posto?» mi chiede, e io annuisco.
Mi tiene ferma con una mano sul fianco e l’altra fra i capelli. «Mi fai stare così bene,
piccola», mormora con voce tirata mentre entra ed esce da me.
Mi fa scendere una mano sul seno e scosta la camicia. Trova il capezzolo e lo stuzzica
tra due dita. Getto la testa all’indietro e ansimo, ma poi mi tappo la bocca. Siamo nel mio
ufficio, ma non sono preoccupata come lo sarei di solito. I miei pensieri iniziano con
Hardin e finiscono con il piacere. La realtà e i tabù non mi interessano, al momento.
«È bello, vero, piccola? Te l’ho detto, niente di diverso… Be’, non in negativo, almeno.»
Mi cinge in vita e mi fa sdraiare a pancia in su sulla scrivania. «Quanto ti amo, lo sai
vero?» mi ansima all’orecchio.
Faccio cenno di sì, ma so che ha bisogno di altro.
«Dillo», insiste.
«So che mi ami», lo rassicuro. Sento i miei muscoli irrigidirsi. Lui si tira in piedi e mi
accarezza il clitoride. Cerco di sollevare la testa per guardare le sue dita che compiono la
loro magia sul mio corpo, ma la sensazione è troppo intensa.
«Dai, piccola, vieni», dice accelerando il ritmo e sollevandomi una gamba.
Afferro le sue braccia e stringo forte le labbra per non gridare il suo nome mentre
vengo. Il suo orgasmo è scomposto più del mio: si getta sopra di me e affonda la testa
nel mio collo, dice il mio nome e poi preme le labbra sulla mia pelle per zittirsi.
Esce da me e mi posa un bacio sull’orecchio. Mi alzo e mi sistemo i vestiti; dovrò
andare subito in bagno. Dio, com’è strano. Non posso negare che mi sia piaciuto, ma è
difficile liberarmi da una convinzione così radicata.
«Pronta?» mi chiede.
«Per cosa?» Ho ancora il fiatone.
«Per andare a casa.»
«Non posso andare a casa, sono solo le due», gli faccio notare indicando l’orologio alla
parete.
«Chiama Vance mentre usciamo. Vieni a casa con me.» Prende la mia borsa dalla
scrivania. «Forse però vorrai rimetterti il tappo prima che ce ne andiamo.» Tira fuori un
assorbente dalla borsa e me lo picchietta sul naso.
Gli do una pacca sul braccio. «Smettila di chiamarlo così!»
Quattro giorni dopo, sto aspettando pazientemente che Hardin venga a prendermi.
Guardo fuori dalle grandi vetrate dell’atrio, felice che non nevichi più.
Con mio grande disappunto, ha insistito per accompagnarmi al lavoro ogni giorno da
quando abbiamo discusso per Trevor. Mi stupisco ancora di essere riuscita a calmarlo.
Non so cosa avrei fatto se lo avesse aggredito in ufficio; Kimberly avrebbe chiamato la
sicurezza, lo avrebbero arrestato.
Doveva essere qui alle quattro e mezzo, e sono le cinque e un quarto. Quasi tutti se ne
sono già andati, e diverse persone mi hanno offerto un passaggio a casa, compreso
Trevor, che però mi ha parlato da cinque metri di distanza. Vorrei che potessimo essere
ancora amici, nonostante gli «ordini» di Hardin.
Finalmente vedo entrare la sua macchina nel parcheggio ed esco nel vento gelido. C’è
il sole e fa meno freddo dei giorni scorsi, ma non è abbastanza. «Scusa il ritardo, mi sono
addormentato», mi dice mentre salgo nella macchina calda.
«Non fa niente», gli rispondo guardando fuori dal finestrino.
Sono un po’ nervosa per stasera, perché è l’ultimo dell’anno, quindi non voglio litigare
con lui. Non abbiamo ancora deciso cosa faremo, e questo mi inquieta perché vorrei
pianificare la serata nei minimi dettagli.
Non so se rispondere agli sms che Steph mi ha mandato un paio di giorni fa. Da un lato
vorrei vederla, per dimostrare a lei e a tutti gli altri che non mi hanno spezzata – anche
se mi hanno umiliata, questo sì – e che sono più forte di quanto pensino. Ma d’altra parte
sarebbe molto imbarazzante rivedere gli amici di Hardin. Mi considereranno stupida
perché mi sono rimessa con lui.
Non saprò come comportarmi, e sinceramente ho paura che sarà tutto diverso quando
io e Hardin non saremo più da soli nella nostra piccola bolla. E se mi ignorasse per l’intera
serata? E se c’è Molly? Mi viene la rabbia al solo pensiero.
«Dove ti va di andare?» mi chiede, dato che gli avevo detto che dovevo comprare un
vestito.
«Al centro commerciale. Dobbiamo decidere dove passeremo la serata, così saprò cosa
prendere.»
«Davvero vuoi uscire con gli altri? O noi due da soli? Io voto ancora per restare a
casa.»
«Stiamo a casa tutte le sere.» Sorrido. Adoro la nostra quotidianità, ma un tempo
Hardin usciva ogni sera, e ho paura che se lo tengo troppo chiuso in casa si stuferà di me.
Arrivati a destinazione, mi fa scendere davanti all’ingresso di Macy’s. Quando mi
raggiunge ho già tre vestiti appoggiati al braccio.
«Cos’è questo?» mi chiede con una smorfia guardando l’abito giallo canarino posato
sopra gli altri. «Il colore è orribile.»
«Tu trovi orribile ogni colore a parte il nero.»
Non replica, perché sa che ho ragione, e passa un dito sul tessuto dorato di un altro.
«Questo mi piace.»
«Davvero? È quello su cui ero incerta. Non voglio essere troppo vistosa.»
«E vestita di giallo non lo saresti?»
Non ha tutti i torti. Riappendo il vestito giallo e gliene mostro uno bianco, senza
spalline. «Che ne dici di questo?»
«Dovresti provarteli», suggerisce con un sorriso malizioso.
«Pervertito.»
«Sempre.» Fa un sorrisetto e mi segue fino ai camerini.
«Qui non puoi entrare», lo avverto chiudendomi dentro.
Con il broncio, va a sedersi sul divanetto poco distante. «Voglio vederli tutti»,
annuncia.
«Sta’ zitto.»
Lo sento ridacchiare; vorrei riaprire la porta solo per guardarlo sorridere, ma decido di
non farlo. Mi provo per primo il vestitino bianco senza spalline, ma è così stretto che
fatico a tirare su la lampo sulla schiena. Ed è troppo corto. Finalmente riesco a chiuderlo,
e lo tiro giù sulle cosce prima di aprire la porta.
«Hardin?» bisbiglio.
«Cazzo!» esclama.
«È corto», commento arrossendo.
«Già, questo non lo prendi», dice squadrandomi.
«Se voglio lo prendo», preciso, per ricordargli che non decide lui come mi vesto.
Mi lancia un’occhiataccia. «Lo so… dicevo solo che non dovresti. È troppo corto per i
tuoi gusti.»
«Sì, è quello che pensavo», confermo guardandomi di nuovo allo specchio.
Noto che Hardin mi sta fissando il sedere. «Però è estremamente sexy.»
«Il prossimo», dico, e rientro in camerino.
L’abito dorato mi scivola leggero sulla pelle. È tempestato di paillettes, mi arriva a
metà coscia e ha le maniche corte. È molto più adatto a me, solo un po’ più azzardato del
normale. Le maniche danno l’illusione che il vestito sia più castigato, ma il modo in cui il
tessuto aderisce al corpo, e la lunghezza risicata, dicono il contrario.
«Tess», mi implora impaziente Hardin da fuori. Apro la porta e la sua reazione mi dà
un tuffo al cuore.
«Wow.»
«Ti piace?» Mi sento sicura di me in questo vestito, tanto più vedendo il modo in cui
Hardin mi guarda.
«Molto.»
È una cosa così normale da fare per una coppia, provarsi i vestiti da Macy’s, che fatta
da noi mi sembra strana e confortante allo stesso tempo. Pochi giorni fa, quando ha
scoperto che ero stata a cena con Trevor a Seattle, ero terrorizzata.
«Allora prendo questo», annuncio.
Dopo aver scelto un paio di décolletée nere, dal tacco grosso ma spaventosamente
alto, andiamo alla cassa. Hardin tenta di pagare, ma stavolta vinco io.
«Hai ragione, dovresti comprare qualcosa per me… sai, per compensare il mancato
regalo di Natale», mi canzona mentre usciamo dal centro commerciale. Mi prende per
mano e mi conduce verso la macchina. Tenersi per mano in pubblico, non l’avevamo mai
fatto… Appena l’ho pensato, lui sembra accorgersi del suo gesto e mi lascia la mano. Già,
un passo per volta.
Quando torniamo all’appartamento, e dopo avergli ripetuto per l’ottava volta che sì,
voglio uscire con i suoi amici, inizio a sentirmi davvero nervosa: immagino tutte le cose
che potrebbero andare storte. Ma non possiamo restare nascosti per sempre. Il modo in
cui Hardin si comporta con i suoi amici mi dimostrerà cosa prova davvero per me.
Sotto la doccia mi depilo le gambe con cura. Uscendo, chiedo a Hardin: «Cos’ha detto
Nate, per stasera?» Non so che risposta vorrei.
«Mi ha scritto di andare a casa… la mia vecchia casa. Alle nove. Fanno una grande
festa, a quanto pare.»
Guardo l’orologio: sono già le sette. «Okay, sarò pronta.»
Mi asciugo rapidamente i capelli e mi trucco. Tiro indietro i capelli con le forcine come
al solito. Sono… carina…
Noiosa. Noiosa. Come sempre. Per il mio gran ritorno, devo essere più bella che mai.
Devo dimostrare a tutti che non hanno vinto loro. Se c’è anche Molly, si sarà sicuramente
vestita per attirare l’attenzione di tutti, compreso Hardin. E anche se la odio, e
nonostante i capelli rosa, non posso negare che è molto bella. Traccio una spessa linea di
eyeliner sulla palpebra: per fortuna stavolta mi viene dritta. Ripasso anche il contorno
inferiore dell’occhio e aggiungo altro fard; poi mi tolgo la forcina dai capelli e la butto nel
cestino.
Un istante dopo la ripesco. Okay, forse non sono ancora pronta a buttarla via, ma
stasera non la metto. Pettino con le dita i riccioli stretti, stando a testa in giù. Il mio
riflesso allo specchio mi sconcerta. Ho un’aria selvaggia e… sexy, perfino. Non mi
agghindavo così tanto da quella volta che mi sono lasciata truccare da Steph, e Hardin mi
ha presa in giro. Stavolta sono ancora più bella.
«Sono le otto e mezzo, Tess!» mi chiama lui dal salotto.
Mi guardo allo specchio per l’ultima volta e faccio un respiro profondo. Corro a vestirmi
prima che Hardin possa vedermi. E se pensa che questo trucco mi stia male? L’ultima
volta non gli è piaciuto il mio nuovo look. Scaccio i dubbi e mi infilo vestito e scarpe.
Forse dovrei mettere le calze? No. Devo calmarmi e smettere di pensare.
«Tessa, dobbiamo proprio…» esclama entrando nella stanza, ma si interrompe
bruscamente.
«Sono…»
«Sì, cazzo. Sì.»
«Non ti sembra troppo, con tutto questo trucco?»
«No, è… ehm, bello. Cioè… stai bene», balbetta.
Mi sforzo di non ridere: non gli succede mai di essere così a corto di parole.
«Andiamo… dobbiamo uscire adesso, o non usciremo più da questo appartamento.»
La sua reazione ha fatto un gran bene alla mia autostima. Lui è impeccabile come al
solito, con una semplice maglietta nera e jeans neri attillati. Le Converse dello stesso
colore a cui ormai sono affezionata completano il perfetto «look alla Hardin.»
56
Tessa
I FRAY cantano a basso volume, qualcosa sul perdono, quando arriviamo alla
confraternita. Durante il tragitto siamo rimasti in silenzio, entrambi nervosi. Ho la mente
affollata di ricordi, più brutti che belli, ma mi sforzo di scacciarli. Io e Hardin ora abbiamo
una relazione, una vera relazione, quindi lui sarà diverso. Vero?
Resta al mio fianco mentre attraversiamo la casa affollata e arriviamo in salotto, dove
aleggia una densa cappa di fumo. Qualcuno ci mette subito un bicchiere in mano, ma
Hardin si libera del suo e prende il mio. Cerco di farmelo ridare, ma lui mi guarda storto.
«Penso che stasera non dovremmo bere», commenta.
«Penso che tu non dovresti bere, stasera.»
«E va bene, ma solo uno», concede restituendomi il bicchiere.
«Scott!» chiama una voce familiare. Nate ci viene incontro, dà una pacca sulla spalla a
Hardin e mi sorride. Avevo quasi dimenticato quanto fosse carino. Cerco di immaginare
come sarebbe senza tatuaggi e piercing, ma non ci riesco. «Wow, Tessa, sei… diversa»,
commenta.
Hardin si acciglia e mi toglie il bicchiere di mano per bere un sorso. Vorrei
riprendermelo, ma non mi va di rischiare un litigio. Un sorso non sarà la fine del mondo.
Infilo il mio telefono nella tasca posteriore dei jeans di Hardin per tenere meglio il
bicchiere.
«Bene, bene, bene… guarda un po’ chi c’è», esclama una voce femminile, e nello
stesso istante una chioma rosa spunta da dietro un ragazzo alto e grosso.
«Fantastico», biascica Hardin.
«Ne è passato, di tempo, Hardin», fa Molly con un ghigno sinistro.
«Già», risponde lui bevendo un altro sorso.
Molly si gira a guardarmi. «Ah, Tessa! Non ti avevo vista», prosegue con evidente
sarcasmo.
La ignoro. Nate mi porge un altro bicchiere.
«Ti sono mancata?» chiede Molly a Hardin. Indossa più vestiti del solito, ma è
comunque seminuda. La maglietta nera è strappata sul davanti: volutamente, immagino.
I pantaloncini rossi sono cortissimi e hanno degli strappi sui fianchi che rivelano qualche
altro centimetro di pelle chiara.
«Non troppo», risponde lui senza guardarla. Mi porto il bicchiere alla bocca per
nascondere il sorrisetto.
«Scommetto di sì», fa lei.
«Vaffanculo», sbotta lui.
Molly lo guarda male, come se fosse tutto un gioco. «Accidenti, qui qualcuno ha la luna
storta.»
«Vieni, Tessa.» Hardin mi prende per mano e mi porta via. Andiamo in cucina,
lasciandoci indietro Molly irritata e Nate che sghignazza.
«Tessa!» strilla Steph saltando su da uno dei divani. «Accidenti, che figa! Wow! Questo
me lo metterei anch’io!»
«Grazie», sorrido. È un po’ strano rivederla, ma non quanto rivedere Molly. Steph mi è
mancata davvero, e spero che un giorno potremo riprovare a essere amiche.
Mi abbraccia. «Sono contenta che tu sia venuta.»
«Vado a parlare con Logan, tu resta qui», mi ordina Hardin prima di allontanarsi.
Steph lo guarda divertita. «Maleducato come sempre, vedo.» Ride forte sopra la
musica e le voci.
«Sì… certe cose non cambiano mai.» Sorrido e finisco di bere. Detesto pensarci, ma il
sapore di ciliegie del cocktail mi ricorda il bacio con Zed. La sua bocca era fredda e la
lingua dolce. Sembra un altro mondo, un’altra Tessa.
Steph pare avermi letto nel pensiero: «Ecco Zed, l’hai più visto da quando?…»
«No, non ho più rivisto nessuno. A parte Hardin.»
«Zed si sentiva molto in colpa. Quasi mi dispiaceva per lui.»
«Possiamo cambiare argomento, per favore?» Incrocio per un momento gli occhi di Zed
ma distolgo subito lo sguardo.
«Ah sì, merda; scusa. Vuoi bere qualcos’altro?»
Sorrido per stemperare la tensione. «Sì, volentieri.» Mi guardo intorno ma Zed è
sparito. Io e Steph ci fissiamo imbarazzate, senza sapere cosa dire.
«Andiamo a cercare Tristan», suggerisce lei.
«Hardin…» stavo per dire che mi ha chiesto di restare dove sono. Ma non me l’ha
chiesto, me l’ha ordinato, e questo mi irrita. Sento le guance in fiamme per l’alcol che ho
in corpo… e sono un po’ più rilassata. Prendo un altro bicchiere e seguo Steph in salotto.
Non avevo mai visto così tanta gente in questa casa, e di Hardin non c’è traccia. Metà
del salotto è occupata da un lungo tavolo coperto di bicchieri di plastica. Studenti ubriachi
lanciano palline da ping pong nei bicchieri e poi ne bevono il contenuto. Non capirò mai
che bisogno abbiano di fare tutti quei giochi quando sono ubriachi, ma almeno questo
non richiede di baciare nessuno. Vedo Tristan seduto sul divano accanto a un ragazzo dai
capelli rossi che ricordo di aver già incontrato a una di queste feste; l’ultima volta stava
fumando una canna con Jace. Zed è seduto sul bracciolo e dice qualcosa che fa ridere
Tristan. Quando Tristan vede Steph andare verso di lui le sorride. Mi è piaciuto dalla
prima volta che l’ho incontrato. È dolce, e sembra che voglia davvero bene a Steph.
«Come vanno le cose tra voi?» le chiedo prima che raggiungiamo i ragazzi.
Si gira verso di me e sorride. «Benissimo! Penso di amarlo!»
«Pensi? Non ve lo siete ancora detto?» domando sorpresa.
«No… certo che no! Usciamo insieme da appena tre mesi!»
«Ah…» Io e Hardin ce lo siamo detti prima ancora di iniziare a uscire insieme.
«Tu e Hardin siete diversi», dice lei: evidentemente mi legge proprio nel pensiero.
«Come state, voi due?» chiede senza guardarmi.
«Bene, stiamo bene.» È fantastico poterlo dire, perché è vero.
«Siete proprio una strana coppia.»
«Sì», confermo ridacchiando.
«Meglio così. Ti immagini se Hardin si fosse trovato una ragazza uguale a lui? Non
vorrei mai conoscerla, questo è sicuro.» Scoppia a ridere.
«Nemmeno io», ribatto divertita.
Tristan fa un cenno a Steph con la mano e lei va a sedersi sulle sue ginocchia. «Eccoti
qua, bellissima», dice lui, la bacia sulla guancia e poi guarda me. «Come stai, Tessa?»
«Benissimo, e tu?» rispondo con il tono di un politico a un comizio. Rilassati, Tessa.
«Bene. Sbronzo, ma bene.» Ride.
«Dov’è Hardin?» mi chiede il ragazzo dai capelli rossi. «Non l’ho visto.»
«È… be’, non ne ho idea», ammetto.
«Sarà qui in giro. Non penso che vorrà allontanarsi molto da te», mi dice Steph
cercando di confortarmi.
In realtà non mi dà fastidio che Hardin sia sparito, perché l’alcol mi calma un po’ i
nervi, ma preferirei che tornasse. Questi sono amici suoi, non miei. A parte Steph, e su di
lei sono ancora indecisa. Ma al momento è la persona che conosco meglio qui dentro, e
non voglio restare da sola con gli altri.
Qualcuno viene a sbattere contro di me e mi fa barcollare in avanti; il bicchiere mi
cade di mano, ma per fortuna è vuoto.
«Merda, scusa», borbotta una ragazza ubriaca.
«Non c’è problema», rispondo. Ha i capelli neri e così lucidi che mi danno fastidio agli
occhi. Com’è possibile? Devo aver bevuto troppo.
«Vieni a sederti, prima che ti calpestino», scherza Steph, e io mi siedo sul divano.
«Allora, hai saputo di Jace?» mi chiede Tristan.
«No, cosa?» A sentire il suo nome mi si contorce lo stomaco.
«L’hanno arrestato, è uscito di prigione ieri.»
«Davvero? Cos’ha fatto?»
«Ha ammazzato uno», risponde il rosso.
«Oddio!» esclamo, e tutti scoppiano a ridere.
«Era una battuta. La polizia gli ha trovato un po’ d’erba in macchina», spiega Tristan.
«Sei uno stronzo, Ed», dice Steph. Ma a me viene da ridere per la rapidità con cui gli
ho creduto.
«Dovevi vedere la tua faccia», ride Tristan.
Passa un’altra mezz’ora e di Hardin non c’è traccia. La sua assenza mi irrita, ma più
bevo e meno me ne importa. Anche perché stasera Molly si è trovata un altro
accompagnatore, un bel tipo biondo.
«A chi tocca? Kyle ha bevuto abbastanza», commenta un ragazzo con gli occhiali,
indicando l’amico ubriaco che giace in posizione fetale sul tappeto.
Guardo il tavolo ingombro di bicchieri di plastica e faccio due più due.
«Gioco io!» urla Tristan, facendo alzare Steph dalle sue gambe.
«Anch’io!» gli fa eco lei.
«Lo sai che non sei molto brava», la canzona Tristan.
«Sì, invece. Sei solo invidioso perché sono più brava di te. Ma ora siamo in squadra
insieme, quindi non devi lasciarti intimorire.» Lo guarda battendo le palpebre e lui scuote
la testa rassegnato.
«Tess, gioca anche tu!» grida Steph sopra la musica.
«Ehm… no, non mi va.» Non so proprio che gioco sia, ma so che non mi riuscirebbe
bene.
«Dai, ci divertiremo!» mi sprona in tono di supplica.
«Cos’è?»
«Beer pong, ovviamente.» Scoppia a ridere. «Non ci hai mai giocato, eh?»
«No, non mi piace la birra.»
«Possiamo usare la vodka alla ciliegia, ce n’è a litri. Vado a prenderla.» Si rivolge a
Tristan. «Tu prepara i bicchieri.»
Vorrei protestare, ma allo stesso tempo voglio divertirmi. Essere spensierata e
scatenarmi. Non sarà peggio che starmene seduta su quel divano da sola ad aspettare il
ritorno di Hardin.
Tristan dispone i bicchieri in una formazione a triangolo che mi ricorda i birilli del
bowling. «Giochi?» mi chiede.
«Forse… ma non so come si fa.»
«Chi vuole stare in squadra con lei?» prosegue Tristan.
Nessuno risponde e io mi sento scema. Fantastico, lo sapevo che…
«Zed?» dice Tristan.
«Mah… non lo so…» risponde lui, senza guardarmi. Mi evita da quando sono arrivata.
«Solo una manche, bello.»
Zed mi scocca un’occhiata, poi fissa Tristan e si arrende. «Okay, ma solo una partita.»
Mi raggiunge e restiamo in silenzio mentre Steph riempie i bicchieri.
«Questi sono stati usati per tutta la sera?» le chiedo cercando di nascondere il
disgusto.
«Non preoccuparti, l’alcol uccide i germi!»
Con la coda dell’occhio vedo Zed sorridere, ma quando mi giro nella sua direzione, lui
si volta dall’altra parte. Sarà una lunga partita.
57
Tessa
«DEVI solo lanciarla in uno dei bicchieri, e loro devono bere da quel bicchiere. Vince la
squadra che rovescia tutti i bicchieri dell’altra», spiega Tristan.
«Vince cosa?» chiedo.
«Be’, niente. È solo che ti ubriachi più lentamente, perché devi bere meno bicchieri.»
Sto per fargli notare che un gioco in cui il vincitore beve di meno sembra contrario alla
mentalità di queste feste, quando Steph strilla: «Inizio io!» Strofina la pallina bianca sulla
maglietta di Tristan, ci soffia sopra e la lancia sul tavolo. La pallina rimbalza sul bordo del
primo bicchiere e cade in quello subito dietro.
«Vuoi bere per prima?» mi fa Zed.
«Certo», rispondo andando a prendere il bicchiere.
Tristan lancia la pallina successiva, che manca il bersaglio e cade a terra. Zed la
raccoglie e la lascia cadere nell’unico bicchiere pieno d’acqua. Ecco a cosa serve, quindi.
Non è certo igienico, ma dopotutto siamo a una festa del college, cosa mi aspettavo?
Il mio primo tentativo di giocare questo Beer pong sembra procedere bene: azzecco
quattro tiri di fila. Mi fa male la mascella per quanto sto ridendo, e mi piace essere brava
in qualcosa, anche se è solo un gioco alcolico. Ho fatto bene a partecipare: la grande
quantità di alcol che ho in corpo mi aiuta a sentirmi spensierata. Leggera e spensierata.
«Se azzecchi questo vinciamo», dico a Zed. A ogni bicchiere che beve, sembra più a
suo agio con me.
«Ah, lo azzeccherò», esclama sorridendo. La pallina descrive un arco nell’aria e atterra
proprio nell’ultimo bicchiere di Steph e Tristan.
Mi metto a saltellare come un’idiota, e senza riflettere getto le braccia al collo di Zed.
Lui resta spiazzato per un momento, ma poi mi abbraccia. È un gesto innocente, solo per
festeggiare la vittoria. Innocuo. Ma Steph mi osserva sbalordita.
Hardin non è nei paraggi, ma anche se ci fosse? È stato lui a lasciarmi sola. Non posso
neppure chiamarlo, perché il mio telefono è nella sua tasca.
«Voglio la rivincita!» grida Steph.
«Vuoi fare un’altra partita?» chiedo a Zed.
Lui si guarda intorno prima di rispondere. «Sì… okay.» Sorride.
Vinciamo noi anche stavolta, e Steph e Tristan ci accusano di barare.
«Tutto a posto?» domanda Zed quando ci alziamo da tavola.
Due partite sono più che sufficienti: sono già ubriaca, ma mi sento benissimo. Tristan
sparisce in cucina con Steph.
«Sì, sto bene. Molto bene. Mi sto divertendo un sacco», gli dico. Mi piace molto il modo
in cui tiene la lingua dietro i denti quando sorride.
«Perfetto! Se vuoi scusarmi, però, ho bisogno di una boccata d’aria.»
Aria. Mi piacerebbe respirare un po’ d’aria fresca, senza fumo di sigarette e puzza di
sudore. Fa troppo caldo in questa casa. «Posso venire con te?»
«Ehm… non so se è una buona idea», risponde senza guardarmi.
«Ah… okay.» Arrossisco per l’imbarazzo.
Faccio per allontanarmi, ma lui mi prende per un braccio. «Vieni pure. Ma non voglio
crearti problemi con Hardin.»
«Hardin non c’è, e posso scegliermi gli amici che voglio», biascico. Ho una voce buffa,
mi viene da ridere.
L’aria fredda è un gran sollievo. Io e Zed usciamo in giardino e ci sediamo sul muretto
di pietra dove mi rifugiavo sempre. Fa così freddo che fuori non c’è quasi nessuno. La
macchina di Hardin c’è ancora, ma lui è sparito da… be’, da almeno due partite di Beer
pong.
Zed guarda nel vuoto e si gratta la pancia. Quando solleva leggermente la maglietta,
vedo una fasciatura bianca.
«Cos’è?» chiedo.
«Un tatuaggio. L’ho fatto oggi.»
«Posso vederlo?»
«Sì…» Si toglie la giacca e solleva appena le bende.
«È buio qui», dice. Tira fuori il telefono e lo usa per fare luce.
«Sono gli ingranaggi di un orologio?» domando.
D’istinto lo sfioro con un dito. Lui sobbalza ma non si tira indietro. Il tatuaggio è
grande, copre quasi tutto l’addome. Il torace è occupato da tatuaggi più piccoli e
apparentemente sparsi a caso. Quello nuovo è un insieme di ingranaggi, che sembrano
muoversi (ma scommetto che è solo la vodka).
Con qualche istante di ritardo mi accorgo che lo sto toccando. «Scusa…» balbetto
tirando via la mano.
«Non fa niente… Sì, sono ingranaggi. Vedi che qui la pelle sembra ferita?» dice
indicando i bordi del tatuaggio. «È come se scostando la pelle si rivelasse che al di sotto
c’è una macchina. Come se fossi un robot.»
«Il robot di chi?» Non so perché l’ho chiesto.
«Della società, immagino.»
«Ah…» È una risposta assai più complessa di quanto mi aspettassi. «Molto
interessante», dico con un sorriso.
«Non so se la gente capirà tutto il ragionamento che c’è dietro. Finora sei la prima che
l’ha compreso.»
«Quanti altri tatuaggi vuoi?»
«Non lo so, non mi resta molto spazio sulle braccia, e ora neppure sull’addome, quindi
smetterò quando non ci sarà più posto, penso.» Ride.
«Dovrei farmi un tatuaggio», dichiaro.
«Tu?!» esclama scoppiando a ridere.
«Perché no?» ribatto, fingendomi indignata. Al momento, un tatuaggio mi sembra una
buona idea. Non so che disegno vorrei, ma sembra divertente. Audace e divertente.
«Secondo me hai bevuto troppo», ridacchia lui, sistemandosi la benda.
«Pensi che non ne avrei il coraggio?»
«No, non è questo. È solo che… non lo so. Non riesco a immaginarti con un tatuaggio.
Che disegno vorresti?» Cerca di non ridere.
«Non lo so… un sole, forse. O una faccina sorridente.»
«Una faccina? È la vodka a parlare, non tu.»
«Probabile», ammetto ridacchiando. Poi torno seria. «Pensavo che tu fossi arrabbiato
con me.»
«Perché?» mi domanda, a sua volta serio.
«Perché mi hai evitata finché Tristan ti ha costretto a giocare.»
«Oh… Non ti stavo evitando, Tessa. Era solo che non volevo causare problemi.»
«Con Hardin?»
«Già. Mi ha detto chiaro e tondo che devo stare alla larga da te, e non voglio litigare di
nuovo con lui. Non voglio altri guai. Solo… lascia stare.»
«Sta migliorando un po’, riguardo alla rabbia», farfuglio imbarazzata. Non sono sicura
che sia vero, ma il fatto che Hardin non abbia ucciso Trevor dice già qualcosa, o almeno
così mi va di pensare.
«Ah sì?» domanda con aria dubbiosa.
«Sì, penso…»
«Ma dov’è, a proposito? Mi stupisco che ti abbia persa di vista.»
«Non ne ho la minima idea», rispondo guardandomi intorno. «È andato a parlare con
Logan e da allora non sono dove sia finito.»
«Strano. Ah, Steph è stata molto contenta di rivederti», dice portandosi una sigaretta
alla bocca. Parlare di lei non mi fa venire l’ansia come prima. Insieme abbiamo riso e
scherzato, e per la prima volta ho avuto l’impressione che potrei lasciarmi tutto alle spalle
e tornare a essere sua amica.
«Sei stata coraggiosa a venire.» Sorride.
«Coraggiosa e stupida sono due cose diverse.»
«Dico sul serio. Dopo tutto quello che… Non ti sei andata a nascondere chissà dove,
come avrei fatto io, probabilmente.»
«Per un po’ mi sono nascosta, ma lui mi ha trovata.»
«Ti trovo sempre», ribatte la voce di Hardin. Mi aggrappo alla giacca di Zed per non
cadere dal muretto.
58
Hardin
È LA verità: la ritrovo sempre. Di solito la sorprendo a fare cose che mi fanno incazzare a
morte, per esempio parlare con gente come Trevor o Zed.
«Hardin!» pigola, chiaramente sorpresa di vedermi.
«Già», faccio.
Zed si stacca precipitosamente da lei. Cerco di stare calmo. Che diavolo ci fa qui fuori
da sola con Zed? Le ho detto chiaramente che doveva restare dentro, in cucina. Quando
ho chiesto a Steph dove si fosse cacciata Tessa, mi ha risposto semplicemente: «Zed».
Dopo averli cercati in tutta la casa – soprattutto nelle camere da letto, cazzo – sono
venuto in giardino. Ed eccoli qui. Insieme.
«Dovevi restare in cucina», dico. «Piccola», soggiungo, per addolcire il tono.
«E tu dovevi tornare subito, piccolo.»
Sospiro. Reagisco sempre d’istinto, ma sto cercando di non farlo più. Però lei me lo
rende difficile. «Torniamo dentro», aggiungo poi porgendole la mano.
Devo allontanarla da Zed, e francamente anch’io devo allontanarmi da lui. L’ho già
preso a botte una volta, e non mi dispiacerebbe rifarlo.
«Voglio un tatuaggio, Hardin», fa Tessa mentre la aiuto a scendere dal muretto.
«Eh?» Ha bevuto?
«Sì… dovresti vedere il nuovo tatuaggio di Zed. È proprio bello.» Sorride. «Faglielo
vedere, Zed.»
Perché cazzo stava guardando i suoi tatuaggi? Cos’altro stavano facendo? Cos’altro le
stava mostrando, quel pezzo di merda? La vuole dalla prima volta che l’ha vista, proprio
come me. La differenza è che io volevo scoparmela, mentre a lui piaceva davvero. Ma ho
vinto io: lei ha scelto me.
«Non…» inizia Zed, visibilmente a disagio.
«Dai Zed, accomodati, fammi un po’ vedere», lo incito in tono sarcastico.
Lui soffia fuori una boccata di fumo e, con mio grande disappunto, si solleva la
maglietta. Il tatuaggio non è male, devo ammetterlo, ma non capisco proprio perché
abbia sentito il bisogno di mostrarlo alla mia Tessa.
Lei fa un gran sorriso. «Non è bellissimo? Ne voglio uno anch’io. Credo che abbiamo
deciso per una faccina sorridente!»
Non dice sul serio. Mi mordo il labbro per non ridere di lei. Guardo Zed, che fa
spallucce. Sono già un po’ meno irritato. «Sei ubriaca?»
«Forse.» Ridacchia. Fantastico.
«Quanto hai bevuto?»
«Non lo so… tu quanto hai bevuto?» ribatte, sollevandomi l’orlo della maglietta. Le sue
mani fredde sulla mia pelle accaldata mi fanno trasalire.
Vedi, Zed, lei è mia. Non è tua, non è di nessuno, è solo mia.
«Quanto ha bevuto?» chiedo a Zed.
«Non so prima, ma abbiamo appena fatto due partite a Beer pong… con la vodka alla
ciliegia invece della birra.»
«Cosa? Avete giocato a pong, voi due insieme?» sibilo.
«E abbiamo vinto entrambe le volte!» precisa raggiante Tessa. «Steph e Tristan sono
bravi, ma li abbiamo battuti!» Alza la mano come se volesse farsi battere il cinque da
Zed; lui, imbarazzato, solleva la mano senza toccare la sua.
Tessa, la ragazza che adora essere la migliore in ogni cosa, si sta vantando di aver
vinto a Beer pong.
È meravigliosa. «Vodka liscia?» domando.
«No, un cocktail con poca vodka, ma ne ha bevuto parecchio.»
«E tu l’hai portata qui fuori al buio sapendo che aveva bevuto?» lo incalzo a voce alta.
Tessa mi si avvicina e le sento la vodka nell’alito. «Hardin, per favore, rilassati. Gli ho
chiesto io di venire qui fuori con me. Mi ha detto di no, all’inizio, perché sapeva che tu
avresti reagito… così.»
Rilassati?
«E non dimentichiamo che, se tu non mi avessi piantata in asso, avremmo potuto
giocare a pong insieme», conclude biascicando.
Ha ragione, ma mi sta facendo arrabbiare. Come ha potuto giocare con Zed, sapendo
di piacergli?
«Ho ragione o ho ragione?» chiede.
«Okay, Tessa», ringhio per farla star zitta.
«Torno in casa», dice Zed gettando a terra il mozzicone.
Tessa lo guarda andare via, poi cerca di staccarsi da me: «Come sei musone, forse è
meglio che te ne torni dov’eri».
«Non vado da nessuna parte.»
«Allora piantala di tenermi il muso, perché mi sto divertendo.» I suoi occhi sembrano
più chiari, così cerchiati di eyeliner.
«Non potevi aspettarti che fossi contento di trovarti da sola con quello stronzo.»
«Avresti preferito trovarmi con qualcun altro?» È proprio scontrosa, quand’è ubriaca.
«No, non hai colto il punto.»
«Non c’è nessun punto. Non ho fatto niente di male, quindi piantala di fare il cretino o
non vorrò più uscire con te.»
«E va bene», sbuffo.
«E non sbuffare.»
«Sei molto prepotente, stasera.»
«La vodka mi dà coraggio.»
Sento le sue mani scendere sulla mia pancia. «Perciò vuoi un tatuaggio, eh?»
«Sì, o magari cinque… Non lo so.»
«Non ti farai nessun tatuaggio», dico ridendo, però lo penso davvero.
«Perché no?» Giocherella con l’elastico dei miei boxer.
«Parliamone domani quando sarai sobria.» So che l’idea non le piacerà, da sobria.
«Torniamo dentro.»
Infila la mano nei miei boxer e si alza in punta di piedi. Immagino che voglia baciarmi
sulla guancia, ma poi le sue labbra si posano sul mio orecchio e le sue dita premono
delicatamente sul mio punto più sensibile.
«Penso che dovremmo restare qui fuori.»
Merda. «La vodka ti rende coraggiosa, in effetti.» Mi si incrina la voce.
«Sì, e mi ecc…» inizia a dire, a voce troppo alta. Le copro la bocca mentre ci passa
accanto un gruppetto di ragazze ubriache.
«Dobbiamo rientrare, qui fuori si gela, e non sarebbero contenti se ti scopassi tra i
cespugli.»
Le si dilatano le pupille. «Ma io sarei contentissima», risponde appena tolgo la mano
da sopra la sua bocca.
«Merda, Tess, due bicchieri e diventi una maniaca sessuale.» Rido al ricordo di Seattle,
delle parole volgari che sono uscite dalle sue labbra carnose. Devo portarla in casa prima
di cedere alle sue richieste e trascinarla dietro i cespugli.
Mi fa l’occhiolino. «Solo con te.»
«Andiamo», cocludo ridendo, poi la prendo per un braccio e la conduco verso la casa.sa
Tiene il broncio per tutto il tempo, e io sono fortemente tentato di mordicchiarle quelle
labbra provocanti. Merda, sono maniaco quanto lei, e non sono nemmeno ubriaco. Forse
un po’ su di giri, ma non ubriaco. Si sarebbe infuriata se mi avesse visto al piano di sopra;
non ho proprio fumato, ma gli altri mi soffiavano il fumo in faccia.
La porto nella stanza meno affollata del piano terra, la cucina. Si appoggia con i gomiti
al bancone e mi guarda. Com’è possibile che sia ancora bella come quando siamo usciti di
casa? Tutte le altre ragazze hanno un pessimo aspetto, ormai: dopo il primo bicchiere il
trucco inizia a colare, i capelli si spettinano. Ma non Tessa. Tessa è una dea, cazzo,
rispetto a loro. Rispetto a chiunque.
«Voglio bere qualcos’altro, Hardin», dice. Io faccio cenno di no, e lei fa una smorfia.
«Dai, mi sto divertendo, non fare il guastafeste.»
«E va bene, un altro bicchiere, ma devi smetterla di parlare come se avessi dieci anni.»
«Sissignore. Sono molto spiacente per il mio linguaggio immaturo. Non si ripeterà…»
«O come se io fossi un vecchietto. Ma puoi chiamarmi ‘signore’, se vuoi.»
Scoppiamo a ridere. Sono contento che si diverta, però non mi sta bene che si diverta
con Zed. Ma terrò la bocca chiusa, perché non voglio rovinarle la serata.
«Andiamo a cercare Steph.»
«Non ce l’hai più con lei?» le chiedo seguendola. Non so cosa pensare. Dovrei essere
contento?
«Penso di no. Eccoli!» Indica Tristan e Steph, seduti sul divano.
Quando entriamo in salotto, un gruppetto di ragazzi seduti a terra si gira verso Tessa.
Lei non nota i loro sguardi vogliosi, ma io sì. Li incenerisco con un’occhiata, e tutti
distolgono lo sguardo tranne un tipo biondo che somiglia vagamente a Noah, e che
continua a fissarla mentre passiamo. Mi viene voglia di dargli un calcio in faccia, ma per il
momento mi limito a prendere Tessa per mano.
Lei guarda esterrefatta le nostre mani. Perché si stupisce tanto? Insomma, sì, di solito
non mi piace tenerci per mano, ma ogni tanto lo faccio… no?
«Eccovi!» esclama Steph vedendoci avvicinare.
Molly è seduta a terra accanto a un ragazzo che conosco. Penso sia al terzo anno e suo
padre possiede diversi terreni a Vancouver. Sono felice che Molly mi lasci in pace, per ora.
È insopportabile, e Tessa la odia.
«Eravamo qui fuori», dico a Steph.
«Mi annoio», fa Nate, mescolando la birra con il dito.
Mi siedo sul divano e faccio sedere Tessa sulle mie gambe. Ci guardano, ma non mi
importa. Sfido chiunque ad aprire bocca. Di lì a poco tutti smettono di fissarci, a parte
Steph, che sorride. Non ricambio, ma non le faccio neanche un gestaccio. Sto facendo
progressi, no?
«Potremmo giocare a Obbligo o verità», suggerisce qualcuno. Ci metto un istante a
capire di chi è la voce.
Ma che cavolo?… Alzo gli occhi su Tessa, che è ancora seduta sulle mie gambe.
«Certo, ci credo molto che vuoi giocare», la prende in giro Molly.
«Ma perché? Tu detesti quei giochi», le bisbiglio.
Fa un sorrisetto. «Non lo so, stasera potrebbe essere divertente.»
Seguo il suo sguardo verso Molly. Non voglio neppure sapere cosa passa nella bella
testolina di Tessa.
59
Hardin
«NON so se è una buona idea», bisbiglio a Tessa, ma lei si gira sulle mie gambe e mi posa
l’indice sulle labbra.
Molly fa un sorrisetto. «Cosa ti prende, Hardin, hai paura di un piccolo obbligo… o è la
verità a spaventarti?»
Che puttana. Sto per ribattere, ma Tessa mi precede: «Sei tu quella che dovrebbe
avere paura».
«Ah, davvero?» fa Molly con aria di sfida.
«Okay, okay… calmatevi, voi due», interviene Nate.
È bello vedere Tessa che tratta Molly come merita, ma non voglio che Molly esageri.
Tessa è molto più fragile e sensibile di lei, e Molly direbbe qualsiasi cosa pur di ferirla.
«Chi inizia?» chiede Tristan.
Tessa alza subito la mano. «Io.»
Oddio, sarà un disastro.
«Forse dovrei cominciare io», interviene Steph.
Tessa sospira ma resta in silenzio e beve un sorso dal suo bicchiere. La vodka alla
ciliegia le ha tinto le labbra di rosso, e per un momento immagino quelle labbra strette
intorno al mio…
«Hardin, obbligo o verità?»
«Non gioco», rispondo a Steph, e torno alla mia fantasia erotica.
«Perché no?»
Sbuffo. «Primo, non mi va. Secondo, ho già fatto fin troppi giochi cretini.»
«Quant’è vero…» borbotta Molly.
«Non intendeva quello, sta’ calma», mi difende Tristan.
Perché sono andato a letto con Molly? È carina e abbastanza brava a fare i pompini,
ma è insopportabile. Il ricordo delle sue mani su di me mi dà la nausea. Faccio cenno a
Steph di proseguire.
«Okay, Nate. Obbligo o verità?» gli domanda Steph.
«Obbligo.»
«Mmm…» Steph indica una ragazza alta con il rossetto rosso. «Ti obbligo a baciare
quella bionda con la maglietta azzurra.»
«Non posso baciare la sua amica, invece?» si lamenta lui.
Guardiamo tutti la ragazza vicino alla bionda, che ha lunghi capelli ricci e la pelle
scura. È molto più carina della bionda, perciò, per il bene di Nate, spero che Steph gli
permetta di cambiare. Invece lei ride e ribatte in tono autoritario: «No, vai dalla bionda».
«Sei crudele», sbuffa Nate, e tutti ridono mentre si avvicina alla ragazza.
Quando ritorna con le labbra sporche di rossetto, finalmente capisco perché Tessa
detesta questi giochi. Sfidarsi a fare stupidaggini simili è insensato. Non mi aveva mai
dato fastidio, ma d’altronde non mi era mai capitato di voler baciare una sola persona.
Non voglio mai più baciare nessun’altra che Tessa.
Quando Nate obbliga Tristan a bere un bicchiere di birra che è stato usato come
posacenere, smetto di prestare attenzione. Mi rigiro tra le dita una ciocca dei morbidi
capelli di Tessa. Lei si prende il viso tra le mani mentre Tristan fa una smorfia nauseata e
Steph lancia uno strillo.
Dopo qualche altro obbligo stupido arriva il turno di Tessa. «Obbligo», risponde
coraggiosamente a Ed.
Lo guardo male, per avvertirlo che se osa obbligarla a fare qualcosa di sconveniente
non esiterò a strozzarlo. È un tipo a posto, uno tranquillo, ma preferisco metterlo in
guardia lo stesso. «Ti obbligo a bere uno shot», dice lui.
«Banale», commenta Molly.
Tessa la ignora e beve. È già ubriaca, se continua così vomiterà.
«Molly, obbligo o verità?» dice con voce troppo compiaciuta. Sono tutti tesi. Steph mi
rivolge un’occhiata interrogativa.
Molly guarda Tessa negli occhi, chiaramente sorpresa. «Obbligo o verità?» ripete Tess.
«Verità», risponde Molly.
«È vero che…» inizia Tessa, e si sporge in avanti, «che sei una puttana?»
Tutti sussultano, qualcuno sghignazza. Mi appoggio alla schiena di Tessa per soffocare
le risate. Questa ragazza impazzisce quando beve.
«Scusa?!» fa Molly, incredula.
«Mi hai sentito… È vero che sei una puttana?»
«No», risponde, gli occhi ridotti a due fessure.
Nate sta ancora ridendo, Steph pare divertita ma preoccupata, e Tessa sembra pronta
ad avventarsi su Molly.
«C’è un motivo se la chiamano verità», la pungola. Le stringo delicatamente la coscia e
le sussurro di lasciar perdere. Non voglio che Molly le faccia del male, perché altrimenti
dovrò farne io a lei.
«Tocca a me», dice Molly.
«Tessa, obbligo o verità?» Ecco, ci siamo.
«Obbligo», risponde Tessa con un sorriso sadico.
Molly si finge sorpresa, e poi sibila: «Ti obbligo a baciare Zed».
Alzo gli occhi di scatto. «Col cazzo», intervengo a voce alta. Tutti tranne Molly
sembrano ritrarsi leggermente.
«Perché no? Non è una novità, si sono già baciati.»
Mi alzo a sedere diritto, tenendo stretta Tessa. «Neanche per sogno», ringhio.
Zed guarda la parete, e quando Molly si gira verso di lui vede che non troverà
sostegno. «E va bene, verità, allora. È vero che sei una cretina perché sei tornata con
Hardin dopo che lui ha ammesso di averti scopata per una scommessa?» chiede in tono
allegro.
Tessa si irrigidisce. «No, non è vero», mormora.
Molly si alza in piedi. «No, no, questo è Obbligo o verità, non il regno delle fiabe. È la
verità, ed è vero che tu sei una cretina. Ti bevi ogni parola che gli esce dalla bocca. Ma
non ti biasimo, perché so quante cose meravigliose sa fare. Quella lingua, poi…»
Prima che io riesca a fermarla, Tessa è già scattata in piedi e si sta avventando su
Molly. Si scontrano, Tessa la spintona per le spalle e le resta aggrappata, entrambe
cadono addosso a Ed. Un altro ragazzo prende al volo Molly prima che si schianti a terra.
Purtroppo per lei, però, Tessa sposta le mani dalle spalle ai capelli.
«Brutta stronza!» grida, stringendo in pugno le ciocche rosa di Molly. Le fa sbattere la
testa sulla moquette. Molly strilla e scalcia sotto di lei, ma non riesce a scrollarsela di
dosso. Tenta di graffiarle le braccia, ma Tessa la afferra per i polsi e glieli sbatte a terra,
poi alza una mano e la schiaffeggia in pieno volto.
Porca miseria. Salto giù dal divano e la tiro via. Mai avrei pensato di dover sedare una
rissa che la vedeva coinvolta, tantomeno con Molly, che è tutta chiacchiere.
Tessa tenta di divincolarsi dalla mia stretta per qualche secondo, ma poi si calma un
po’ e riesco a trascinarla fuori dal salotto. Le sistemo la gonna perché non risalga troppo
sulle cosce: l’ultima cosa di cui ho bisogno adesso è dover fare a botte con qualcuno
anch’io. In cucina c’è poca gente, e stanno già parlando di quello che è successo.
«Io la ammazzo, Hardin! La ammazzo, giuro!» strilla Tessa, liberandosi da me.
«Lo so… lo so che lo faresti», dico, ma non riesco a prenderla sul serio, pur avendo
visto con i miei occhi di cosa è capace.
«Smettila di guardarmi con quel sorrisetto», sbuffa. Ha il fiatone e le guance rosse per
la rabbia.
«Sono solo molto sorpreso.»
«La odio! Chi cazzo si crede di essere?» strilla. Controllo che Molly non sia nei paraggi.
«Ho l’adrenalina a mille», dice.
L’adrenalina è la cosa più bella, quando fai a botte. È una sensazione che dà
dipendenza. «Avevi mai picchiato qualcuno?» chiedo pur sapendo già la risposta.
«No, certo che no.»
«E perché l’hai fatto adesso? Chi se ne frega di cosa pensa Molly!»
«Non è quello. Non è per quello che mi sono arrabbiata.»
«E per cosa?»
«Quando ha detto che… tu e lei…» ammette, i lineamenti contorti dall’ira.
«Ah.»
«Avrei dovuto prenderla a pugni», sbuffa.
«Sì, ma penso che buttarla per terra e sbatterle la testa sul pavimento sia stato
sufficiente.»
Fa un sorrisetto. «Non ci credo, l’ho fatto davvero?»
«Sei proprio ubriaca.» Scoppio a ridere.
«Sì!» esclama a voce alta. «Spero che nessuno si sia arrabbiato con me per la scenata
che ho fatto.» Ecco la mia Tessa. Ubriaca persa, ma ancora attenta a non dare fastidio.
«Nessuno si è arrabbiato, piccola. Anzi, ti ringrazieranno. In queste confraternite non
vedono l’ora che succeda qualcosa di interessante. Non preoccuparti. Vuoi andare a
cercare Steph?» domando per distrarla.
«Oppure potremmo fare qualcos’altro…» dice infilando le dita nel bordo dei miei jeans.
«Ti proibisco di bere vodka in mia assenza.»
«Certo, certo… adesso però andiamo di sopra.» Mi bacia sul mento.
«Sei una prepotente, lo sai?» sussurro sorridendo.
«Non puoi essere prepotente solo tu.» Mi prende per il colletto della maglietta e mi tira
verso di sé. «Almeno lascia che faccia qualcosa per te», bisbiglia mordicchiandomi
l’orecchio.
«Hai appena fatto a botte, e per la prima volta: ed è a questo che pensi?»
«Sai che lo vuoi, Hardin», aggiunge in un tono basso e sensuale che fa tendere la
stoffa dei miei pantaloni.
«Okay… e va bene, cazzo.» Mi arrendo.
«Be’, è stato facile.»
La prendo per il polso e la porto di sopra.
«Qualcuno si è già preso la tua vecchia stanza?» mi chiede quando arriviamo al primo
piano.
«Sì, ma ci sono un mucchio di altre vuote.» Apro una porta. Due letti singoli con
trapunte nere e scarpe nell’armadio. Non so di chi sia questa camera, ma ora è nostra.
Chiudo a chiave la porta e raggiungo Tessa, che mi ordina: «Slacciami il vestito».
«Non perdi tempo…»
«Zitto e slaccia.»
Divertito, la bacio sul collo mentre le tiro giù la lampo lungo la schiena. Vedo
comparire i brividi sulla sua pelle morbida e le faccio scorrere un dito lungo la spina
dorsale. Lei si volta facendo scivolare giù il vestito e rivelando il completino di pizzo
fucsia, che adoro. E lei lo sa, lo capisco dal suo sorriso.
«Non toglierti le scarpe», la scongiuro.
«Prima voglio fare una cosa per te.» Con un gesto rapido mi strattona i jeans verso il
basso. Arretro verso il letto ma lei mi ferma.
«No, che schifo», dice con una smorfia di disgusto. «Chissà chi ha fatto cosa, su quel
letto… Sul pavimento», ordina.
«Ti posso garantire che il pavimento è molto più sporco del letto», replico. «Ecco,
aspetta.» Mi tolgo la maglietta, la stendo a terra e mi ci siedo sopra. Lei si siede a
cavalcioni sopra di me e mi si spinge contro dondolando i fianchi.
Cazzo. «Tess…» ansimo. «Finiremo prima di iniziare, se fai così.»
«Cosa devo fare, Hardin? Vuoi scoparmi o vuoi che ti…»
La zittisco con un bacio. Non ho tempo da perdere con i preliminari. La voglio adesso.
Ho bisogno di lei. Pochi istanti dopo le sue mutandine sono a terra e sto tirando fuori un
preservativo. Devo dirle di iniziare a prendere la pillola: non voglio più usare profilattici
con lei. Voglio sentirla fino in fondo.
«Hardin… sbrigati», dice in tono lamentoso sdraiandosi e reggendosi sui gomiti. I
lunghi capelli toccano il pavimento.
Mi avvicino, le allargo le cosce con le ginocchia e mi accingo a entrare in lei. Ma lei mi
prende per le braccia. «No… voglio farlo io», dice, poi mi fa sdraiare e sale sopra di me.
Geme mentre si abbassa su di me, ed è un suono delizioso. I suoi fianchi descrivono lenti
cerchi, sussultano, mi torturano. Si copre la bocca per non gridare. Quando mi graffia la
pancia con le unghie, rischio di perdere il controllo. Le appoggio una mano dietro la
schiena e mi giro con lei. Non posso più lasciare che sia lei a dare il ritmo. Non resisto
più.
«Ma cosa…»
«Qui comando io. Non dimenticartelo, piccola», ansimo, e affondo in lei con forza, a un
ritmo molto più accelerato di quello con cui lei mi torturava prima.
Annuisce convinta e si copre di nuovo la bocca.
«Quando… torniamo a casa… ti scopo di nuovo, e non ti coprirai la bocca…» la
minaccio; le alzo una gamba e me la poso sulla spalla. «Ti sentiranno tutti. Sentiranno
cosa ti sto facendo, quello che solo io posso farti.»
Mugola di nuovo, e io le bacio il polpaccio mentre si irrigidisce. Sono vicino, troppo
vicino, e affondo la testa nel suo collo mentre esplodo nel preservativo. Appoggio la testa
sul suo petto finché i nostri respiri si placano.
«È stato…»
«Meglio che picchiare Molly?» rido.
«Non lo so… ma quasi.»
60
Tessa
HARDIN mi aiuta a rivestirmi e si rimette i jeans. «Che ore sono?» gli chiedo mentre si
infila le scarpe.
«Mancano due minuti a mezzanotte.»
«Ah… sbrighiamoci a tornare di sotto», gli dico. Sono ancora molto ubriaca, ma ora mi
sento rilassata e serena, grazie a lui. E ancora non mi capacito di quello che è successo
con Molly.
«Andiamo.» Mi prende per mano e arriviamo quasi fino alle scale prima che tutti inizino
a scandire i secondi.
«Dieci… nove… otto…»
Hardin sbuffa irritato.
«Sette… sei…»
«Che stupidaggine», commenta.
«Cinque… quattro… tre…» Mi unisco al coro. «Fallo anche tu.»
Cerca di non sorridere, ma invano. «Due… uno…»
«Buon anno!» gridano tutti, me compresa.
«Evviva l’anno nuovo», recita Hardin in tono monocorde, e mi bacia. Temevo che non
mi avrebbe baciata qui davanti a tutti, e invece sì. Ma quando poso le mani sui suoi
fianchi mi ferma. Si scosta per guardarmi. I suoi occhi color smeraldo brillano. È così
bello.
«Non sei ancora stanca?» scherza.
Scuoto la testa. «Non illuderti, non ci stavo provando con te. Devo proprio andare in
bagno.»
«Vuoi che ti accompagni?»
«No, torno subito.» Gli do un rapido bacio e mi avvio verso il bagno. Avrei dovuto farmi
accompagnare: è molto più difficile di quando sono sobria. È stata una serata molto
divertente, nonostante Molly. Hardin mi ha stupito con la sua calma, persino con Zed, ed
è rimasto sempre di buonumore. Mi lavo le mani e torno in salotto.
«Hardin!» chiama una voce di donna.
Mi giro e vedo un volto familiare: la ragazza dai capelli neri che prima è venuta a
sbattere contro di me. E sta andando verso Hardin. Impicciona come sono, resto a
guardare.
«Ho il tuo telefono, l’hai lasciato in camera di Logan.»
Cosa? Non è niente di grave, ne sono sicura. Erano in camera di Logan, e quindi con
tutta probabilità non erano soli. Mi fido di lui.
«Grazie.» Lui prende il cellulare e la ragazza si allontana. Per fortuna.
«Ehi!» la richiama lui. «Mi fai un favore? Non dire a nessuno che eravamo da soli in
camera di Logan.»
«Non sono il tipo che rivela i segreti altrui», ribatte lei con un sorriso. E se ne va.
La stanza mi gira intorno. Sento un dolore improvviso al petto, torno verso le scale.
Hardin mi vede e impallidisce. Sa che ho sentito.
61
Hardin
VEDO un lampo dorato con la coda dell’occhio. Guardo alle spalle di Jamie e c’è Tessa, con
il labbro che trema. Un secondo dopo si precipita giù dalle scale, imbestialita.
«Tessa! Aspetta!» le grido dietro. Per essere così ubriaca, sta scendendo le scale
davvero in fretta. Perché deve sempre scappare da me?
«Tess!» Mi faccio largo a spintoni tra la gente.
E quando arrivo a pochi passi da lei, mi spezza il cuore. Quello stronzo biondo che la
fissava poco prima le fischia dietro quando la vede passare. Lei si blocca, sorride e lo
afferra per la camicia.
Che cazzo sta facendo? Non vorrà mica…
Si gira a guardarmi prima di baciarlo. Batto le palpebre per far svanire quell’immagine,
che non può essere reale. Non sta succedendo. Tessa non farebbe mai una cosa del
genere.
Lui, colto alla sprovvista, si riprende subito e la cinge in vita. Lei schiude le labbra e
infila una mano tra i suoi capelli. Non mi capacito di ciò che vedo.
«Hardin! Smettila!» grida Tessa.
Cosa devo smettere? Batto di nuovo le palpebre e mi ritrovo sopra il biondo, che ha il
labbro spaccato. L’ho già preso a pugni? Mi rialzo prima che accorrano troppi curiosi. «Ma
che cazzo?…» frigna lui.
Vorrei tirargli un calcio in testa, ma sto cercando di trattenermi. Tessa doveva proprio
rovinare tutto, dopo gli sforzi che ho fatto? Mi avvio alla porta senza controllare che mi
segua.
«Perché l’hai picchiato?» mi chiede quando arrivo alla macchina.
«Secondo te? Forse perché ti avevo appena vista baciarlo!» grido. Mi ero quasi
dimenticato la sensazione che dà questa scarica di adrenalina, e quel dolore familiare alle
nocche. Ho tirato un solo pugno… almeno credo… perciò non è poi così male. Ma vorrei
tirarne altri.
Tessa sta piangendo. «Che te ne importa? Tu hai baciato quella ragazza. Anzi, forse
hai fatto di peggio! Come hai potuto?»
«No! Cazzo, Tessa, non hai il diritto di piangere! Hai appena baciato un altro, sotto i
miei occhi!» Batto il pugno sul cofano della macchina.
«Tu hai fatto ben altro! Ti ho sentito dire a quella tipa di tenere il segreto su te e lei
nella stanza di Logan!»
«Non sai di cosa parli… Non ho baciato nessuno, io!»
«Sì, invece! Lei ha risposto che non rivela i segreti altrui!» bercia, agitando le braccia
in aria come un’idiota.
«È un modo di dire, Tessa. Mi stava promettendo di non parlare a nessuno delle cose
che ci eravamo detti… o dell’erba che avevamo fumato!»
«Hai fumato erba?» domanda inorridita.
«A dire il vero no, ma che differenza fa? Mi hai tradito, cazzo!» Mi strattono i capelli.
«Perché mi hai piantata in asso per andare da lei, e poi le hai chiesto di non dire
niente? Non ha alcun…»
«È la sorella di Dan! Le stavo chiedendo di non parlarne con nessuno perché volevo
domandarle scusa in privato per quello che le ho fatto. Te l’avrei detto domani, perché
stasera mordi! Eravamo tutti, in quella stanza: io, lei, Logan e Nate, a fumare una canna.
Quando gli altri sono usciti le ho chiesto di restare perché volevo risolvere la questione,
per il tuo bene.» La rabbia traspare nel mio sguardo, ne sono sicuro. «Io non ti tradirei
mai, dovresti saperlo!»
E in quell’istante la vedo crollare. È rimasta senza parole. E mi pare giusto: ha torto
marcio, e io sono infuriato.
«Be’…» inizia.
«Be’ cosa? Sbagli tu, non io. Non mi hai lasciato il tempo di spiegare. Ti sei comportata
come una bambina impulsiva!» grido, e sferro un altro pugno al cofano, facendola
sobbalzare.
Dovrei tornare in casa, trovare il ragazzo biondo e finire quello che ho cominciato.
Tirare pugni alla macchina non mi dà la stessa soddisfazione.
«Non sono una bambina! Pensavo che tu e lei aveste fatto qualcosa!» urla tra le
lacrime.
«Invece no! Dopo tutto quello che ho passato per convincerti a restare con me, pensi
che ti tradirei con la prima che capita a una festa… o con chiunque?»
«Non sapevo cosa pensare», dice spazientita.
Cerco di calmarmi. «Questo è un problema tuo. Non so cos’altro fare per farti capire
che ti amo.» Ha baciato un altro davanti a me. È peggio di quando mi ha lasciato: almeno
allora potevo incolpare me stesso.
Il suo fiato si condensa in nuvolette di vapore nell’aria fredda. «Be’, forse, se non fossi
così abituata ai tuoi segreti, non ti avrei frainteso tanto facilmente!» strilla.
«Sei incredibile. Non riesco neanche a guardarti, in questo momento.» Continua a
tornarmi in mente l’immagine di lei che bacia quello.
«Mi dispiace di averlo baciato.» Sospira. «Ma non è successo niente.»
«Stai scherzando, vero? Ti prego, dimmi che scherzi. Perché se fossi stato io a baciare
un’altra, non mi avresti più rivolto la parola, tanto per cambiare! Ma dimenticavo che per
la Principessa Tessa tutto è lecito!»
Incrocia le braccia sul petto con un’indignazione che non ha il diritto di provare.
«Principessa Tessa? Davvero, Hardin?»
«Sì, davvero! Mi hai tradito sotto i miei occhi! Ti ho portata qui per farti capire quanto
ci tengo a te. Volevo che sapessi che non mi importa di cosa pensano gli altri. Volevo che
tu passassi una bella serata… e invece mi fai questo!»
«Hardin… io…»
«Non ho finito.» Tiro fuori le chiavi. «La stai prendendo troppo alla leggera, ma per me
è una cosa gravissima. Vedere le labbra di un altro sulle tue… è… non so neanche
spiegarti quanto mi dia la nausea.»
«Ho detto…»
Perdo la pazienza. Rischio di spaventarla, ma non so cosa farci. «Smettila di
interrompermi, per una volta!» grido. «Sai che c’è? Fa’ come ti pare. Torna dentro e
chiedi al tuo nuovo ragazzo di darti un passaggio a casa.» Mi giro e apro la portiera.
«Somiglia parecchio a Noah, e probabilmente senti la sua mancanza.»
«Cosa? E adesso che c’entra Noah? E mi sembra evidente che non ho un tipo ideale»,
sibila. «Ma forse dovrei averlo.»
«Vaffanculo», sbotto. Salgo in macchina, accendo il motore e la lascio lì al freddo.
Quando arrivo allo stop, prendo a pugni il volante.
Se non mi chiama entro un’ora, saprò che è andata a casa con qualcun altro.
62
Tessa
DIECI minuti dopo sono ancora sul marciapiede. Non mi sento più le braccia e le gambe,
sono scossa dai brividi. Hardin tornerà da un momento all’altro, non mi lascerà certo qui
da sola. Ubriaca e sola.
Quando penso di chiamarlo, mi ricordo che ha lui il mio telefono. Favoloso.
Che diavolo mi è passato per la testa? Niente, è questo il problema. Stavamo così
bene, e io non gli ho concesso neppure il beneficio del dubbio. Sono corsa a baciare un
altro. Il ricordo mi fa venire voglia di vomitare sul marciapiede.
Perché non è ancora tornato?
Devo rientrare in casa. Fa troppo freddo qui fuori, e voglio bere qualcos’altro. La
sbornia inizia a passarmi e non sono ancora pronta ad affrontare la realtà. Vado dritta in
cucina e riempio un bicchiere. Ecco perché non dovrei bere: perdo completamente il
buonsenso quando sono ubriaca. Ho subito immaginato il peggio, e ho commesso un
grave errore.
«Tessa?» dice Zed alle mie spalle.
«Ciao.»
«Ehm… Cosa stai facendo? Ti senti bene?» chiede quasi divertito.
«Sì», mento.
«Dov’è Hardin?»
«Se n’è andato.»
«Se n’è andato? Senza di te?»
«Già.» Bevo un sorso.
«Perché?»
«Perché sono un’idiota.»
«Ne dubito.» Sorride.
«Davvero, stavolta lo sono.»
«Ti va di parlarne?»
«No, sinceramente no», sospiro.
«Okay… Ti lascio in pace allora», dice, e fa per allontanarsi. Ma poi si volta. «Non
dovrebbe essere così complicato, sai?»
«Cosa?» Lo seguo e mi siedo con lui a un tavolino in cucina.
«L’amore, le relazioni, tutta quella roba. Non deve per forza essere così difficile.»
«Sicuro? Non è sempre così?» Non ho termini di paragone, a parte Noah. Con lui non
litigavo mai così, ma forse non lo amavo. Non come amo Hardin. Rovescio nel lavandino
quel che resta nel bicchiere e mi verso un po’ d’acqua.
«Non penso. Non ho mai visto nessuno litigare quanto voi due.»
«Perché siamo molto diversi, tutto qui.»
«Sì, immagino sia così», risponde sorridendo.
Torno a fissare l’orologio e vedo che è passata un’ora da quando Hardin se n’è andato.
Forse non tornerà. «Perdoneresti una persona per aver baciato un altro?» chiedo a Zed.
«Dipende dalle circostanze, direi.»
«Se l’avesse fatto sotto i tuoi occhi?»
«Accidenti, no. Sarebbe imperdonabile», commenta disgustato.
«Ah.»
Si sporge verso di me con aria comprensiva. «Ti ha fatto questo?»
«No, l’ho fatto io.»
«Tu?!»
«Te l’ho detto che sono un’idiota.»
«Sì, mi spiace doverti dare ragione, ma lo sei.»
«Già.»
«Come torni a casa?»
«Pensavo che sarebbe tornato a prendermi, ma è chiaro che non verrà», rifletto
demoralizzata.
«Posso accompagnarti io, se vuoi.» Vedendomi incerta, aggiunge: «O Steph e Tristan,
probabilmente sono di sopra…»
«No, senti, puoi accompagnarmi adesso?» Non voglio cacciarmi ancora di più nei guai,
ma per fortuna sto tornando sobria e voglio andare a casa per provare a parlare con
Hardin.
«D’accordo», acconsente Zed.
Quando siamo a dieci minuti da casa mi assale il panico: come reagirà Hardin appena
saprà che mi ha accompagnata Zed? Sto un po’ meglio di un’ora fa ma sono ancora
ubriaca.
«Posso provare a chiamarlo con il tuo telefono?» chiedo a Zed.
Lo cerca in tasca. «Ecco… Porca miseria, si è spento, batteria scarica.»
«Grazie lo stesso.» Tanto non era una buona idea chiamare Hardin dal telefono di Zed.
Ancora meno buona è stata l’idea di baciare un estraneo.
«E se non è a casa?» dico.
Zed mi guarda perplesso. «Hai le chiavi, vero?»
«Non ho portato le mie… non pensavo di averne bisogno.»
«Ah, be’… Sono sicuro che ci sarà», cerca di rassicurarmi, ma sembra nervoso.
Hardin lo ammazzerebbe di botte se mi trovasse a casa sua. Arrivati all’appartamento,
vedo la sua macchina nel parcheggio al solito posto, grazie al cielo. Non so cosa avrei
fatto altrimenti.
Zed insiste per accompagnarmi di sopra. Temo che non andrà a finire bene, ma non so
se riuscirei a raggiungere la porta da sola, in questo stato.
Accidenti a Hardin per avermi piantata in asso alla festa. Accidenti a me perché sono
un’idiota impulsiva. Accidenti a Zed per essere così dolce e coraggioso anche a
sproposito. Accidenti allo Stato di Washington per questo maledetto freddo.
In ascensore inizia a venirmi mal di testa, oltre al batticuore. Devo decidere cosa dire
a Hardin: sarà infuriato. Devo trovare un modo per farmi perdonare senza ricorrere al
sesso. Non sono abituata a essere io quella che deve chiedere scusa, perché è sempre lui
a sbagliare. Non è piacevole ritrovarmi da questo lato della barricata, anzi, è orribile.
Busso alla porta e Zed resta qualche passo dietro di me. È stata una pessima idea,
facevo meglio a rimanere alla festa. Busso di nuovo, più forte. E se non risponde?
E se è andato via con la mia macchina? Non ci avevo pensato.
«Se non risponde, possiamo andare a casa tua?» chiedo cercando di trattenere le
lacrime.
Non vorrei andare da Zed e far arrabbiare ancora di più Hardin, ma non mi vengono in
mente alternative.
E se non mi perdona? Non posso stare senza di lui. Zed mi accarezza la schiena per
confortarmi. Non posso piangere, devo essere calma quando lui aprirà la porta… se la
apre.
«Certo che possiamo», risponde infine Zed.
«Hardin! Per favore, apri!» Appoggio la fronte alla porta. Non voglio gridare sul
pianerottolo alle due del mattino; di sicuro i vicini già pensano che strilliamo troppo.
«Ho paura che non mi aprirà.» Sospiro e mi addosso al muro per un momento. Poi,
finalmente, proprio mentre stiamo per andarcene, la porta si apre.
«Guarda un po’ chi ha deciso di farsi vivo», dice Hardin scrutandoci dalla soglia. Il suo
tono mi fa correre un brivido giù per la schiena. Ha gli occhi iniettati di sangue e le
guance arrossate. «Zed! Amico mio! Che bello vederti!» biascica. È ubriaco.
Riacquisto la lucidità all’istante. «Hardin… hai bevuto?»
Mi guarda strafottente. «E che te ne importa? Hai un fidanzato nuovo.»
«Hardin…» Non so cosa rispondere, in questo stato. Non lo vedevo così da quella notte
in cui Landon mi ha chiesto di andare a casa di Ken. Ripensando ai trascorsi di suo padre
con l’alcol, e alla paura di Trish all’idea che Hardin avesse ricominciato a bere, sento una
fitta allo stomaco.
«Grazie di avermi accompagnata, ma penso che ora è meglio se te ne vai», suggerisco
a Zed. Hardin è troppo ubriaco per trovarsi in sua presenza.
«Ma no…» esclama Hardin. «Vieni, entra! Beviamo qualcosa insieme!» Prende Zed per
un braccio e lo tira dentro casa.
Li seguo, protestando: «No, non è una buona idea. Sei ubriaco».
«Non preoccuparti», fa Zed. Evidentemente ha deciso di suicidarsi.
Hardin inciampa sul tavolino, afferra la bottiglia di liquore che c’è sopra e riempie un
bicchiere. «Sì, Tessa, rilassati un po’, cazzo.» Non trovo la voce per ribattere. «Ecco qua,
vado a prenderne un altro. E uno anche per te, Tess», borbotta andando in cucina.
Zed si siede sulla poltrona e io sul divano. «Non ti lascio da sola con lui. Guarda in che
stato è», bisbiglia. «Pensavo che avesse smesso di bere.»
«Infatti… non beveva più così tanto. È colpa mia», mormoro prendendomi la testa tra
le mani. Detesto l’idea che Hardin sia ubriaco a causa mia. Volevo che avessimo una
conversazione civile, volevo chiedergli scusa.
«No, non è colpa tua», mi rassicura Zed.
«Questo… è per te», esclama Hardin rientrando nella stanza e porgendomi mezzo
bicchiere di liquore.
«Non voglio più bere. Ho bevuto abbastanza, per stasera.» Prendo il bicchiere dalle
sue mani e lo poso sul tavolo.
«Come ti pare, così ne resta di più per me.» Mi rivolge un ghigno malevolo, non il
sorriso che adoro, e mi fa un po’ paura. So che non mi farebbe mai del male, fisicamente,
ma non mi piace questo lato di lui. Preferirei che gridasse o prendesse a pugni il muro,
piuttosto che starsene qui ubriaco e calmo. Troppo calmo.
Zed accenna un brindisi e beve.
«È proprio come ai vecchi tempi, no? Sai, prima che tu ti mettessi in testa di scoparti la
mia ragazza», dice Hardin.
Zed rischia di soffocare. «Non è così. Tu l’hai lasciata lì e io l’ho solo riaccompagnata a
casa», precisa in tono minaccioso.
«Non sto parlando soltanto di stasera, e lo sai benissimo», sbotta Hardin. «Anche se
sono molto irritato dal fatto che tu abbia deciso di riaccompagnarla. È cresciutella ormai,
può cavarsela da sola.»
«Non dovrebbe essere costretta a cavarsela da sola», ribatte Zed.
Hardin sbatte il bicchiere sul tavolo facendomi sobbalzare. «Non sta a te deciderlo. Ma
ti piacerebbe, eh?»
Mi sento come in mezzo a uno scontro a fuoco, vorrei spostarmi ma il mio corpo non
risponde ai comandi.
«No», replica Zed.
Hardin si siede accanto a me, però continua a fissare Zed. La bottiglia è piena solo per
tre quarti. Spero che non abbia bevuto tutto quell’alcol nell’ultima ora e mezza.
«Sì invece. Non sono stupido, so che la vuoi: Molly mi ha riferito tutto quello che hai
detto.»
«Lascia perdere, Hardin», ringhia Zed, ma riesce solo a stuzzicarlo ancora di più. «Il
primo dei tuoi problemi è il fatto che parli ancora con Molly.»
«Oh, Tessa è così bella, Tessa è così dolce! Tessa merita molto più di Hardin! Tessa
dovrebbe stare con me!» scimmiotta Hardin.
Eh?
Zed evita il mio sguardo. «Chiudi il becco, Hardin.»
«Hai sentito, piccola? Zed si illude di poterti avere», mi dice ridendo.
«Smettila, Hardin», gli ordino alzandomi dal divano.
Zed sembra umiliato. Non avrei dovuto chiedergli di accompagnarmi a casa. Davvero
ha detto quelle cose di me? Avevo immaginato che si comportasse così perché si sentiva
in colpa per la scommessa, ma ora non ne sono più tanto sicura.
«Ma guardati, sono sicuro che ci stai pensando anche adesso… vero?» lo provoca
Hardin. Zed lo fulmina con gli occhi e posa il bicchiere sul tavolo. «Non sarà mai tua,
perciò arrenditi. Nessuno la avrà tranne me, sono l’unico che se la scoperà. L’unico che
saprà mai quant’è bello farla…»
«Smettila!» strillo. «Ma che ti prende!?»
«Niente, gli sto solo spiegando come stanno le cose.»
«Sei crudele. E manchi di rispetto a me!» Mi rivolgo a Zed: «Penso davvero che
dovresti andare». Zed guarda Hardin, poi guarda me. «Non mi succederà niente», lo
rassicuro.
Non so cosa accadrà, ma sarebbe sicuramente peggio se Zed restasse qui. «Per
favore», insisto.
Zed cede: «Okay, me ne vado. Ma lui deve darsi una calmata. E anche tu».
«L’hai sentita, togliti dai piedi. Ma non rattristarti troppo, lei non vuole neanche me.»
Hardin beve un altro sorso. «Le piacciono i ragazzi puliti e carini.»
Mi sento stringere il cuore. Sarà una nottata lunga. Forse dovrei avere paura, ma non
ne ho. Be’… un po’ sì, ma non per questo me ne andrò.
«Fuori», ripete Hardin, indicando la porta.
Una volta che Zed è uscito, Hardin chiude a chiave e si gira verso di me. «Ti è andata
bene che non l’ho preso a botte per averti portata qui. Lo sai, vero?»
«Sì», lo assecondo. Non mi sembra il momento di discutere con lui.
«Perché sei venuta, comunque?»
«Abito qui.»
«Non per molto.» Si versa altro liquore.
«Eh?» Mi si mozza il fiato nei polmoni. «Vuoi cacciarmi di casa?»
Riempie il bicchiere e mi guarda di traverso. «No, te ne andrai di tua spontanea
volontà, prima o poi.»
«No, non me ne andrò.»
«Forse può ospitarti il tuo nuovo amante. Siete proprio una bella coppia.» Il suo tono
sprezzante mi ricorda i primi tempi della nostra relazione, e non mi piace per niente.
«Hardin, per favore, smettila di dire così. Non lo conosco neppure. E mi dispiace da
morire per quello che ho fatto.»
«Dico quello che mi pare, dal momento che tu fai il cazzo che ti pare.»
«Ho commesso un errore, e mi dispiace, ma questo non ti dà il diritto di trattarmi con
tanta crudeltà e di bere così tanto. Ero ubriaca, e credevo che fosse successo qualcosa tra
te e quella ragazza. Scusami, non ti farei mai del male di proposito.» Parlo più in fretta
che posso, e con più enfasi possibile, ma lui non mi ascolta.
«Stai ancora blaterando?» sbotta.
Sospiro e mi mordo il labbro per non piangere. «Vado a letto, ne riparliamo quando
sarai sobrio.»
Non ribatte, non mi guarda neppure, perciò mi tolgo le scarpe e vado in camera. Mi
accingo a chiudere la porta quando sento un rumore di vetri rotti. Corro in salotto e trovo
la parete bagnata e schegge di vetro sul pavimento. Resto lì mentre lui prende gli altri
due bicchieri e li sbatte contro il muro. Beve un ultimo sorso dalla bottiglia e poi, con
tutta la forza che ha, spacca anche quella.
63
Tessa
PRENDE la lampada sul tavolo, strappando la spina dal muro, e la scaraventa a terra. Poi
afferra un vaso e lo fracassa contro la parete di mattoni a vista. Perché il suo primo
istinto è sempre quello di spaccare tutto?
«Smettila!» grido. «Hardin, stai rompendo tutte le nostre cose! Piantala, per favore!»
«È colpa tua, Tessa! Sei stata tu, cazzo!» strilla prendendo un altro vaso. Corro a
toglierglielo di mano.
«Lo so! Per favore, parla con me.» Non riesco più a trattenere le lacrime. «Ti prego,
Hardin.»
«Hai combinato un gran casino, Tessa!» Tira un pugno al muro.
Me l’aspettavo, e francamente mi stupisco che ci sia voluto così tanto. Per fortuna ha
preso a pugni il cartongesso: i mattoni gli avrebbero fatto molto più male.
«Lasciami in pace, cazzo! Vattene!» Si mette a camminare avanti e indietro, poi si
appoggia con le mani sul muro.
«Ti amo», dico. Devo cercare di calmarlo, ma è ubriaco e mi fa paura.
«Da come ti comporti non si direbbe! Hai baciato un altro, porca puttana! E poi hai
portato Zed a casa mia!»
Al nome di Zed, mi balza il cuore in gola. Hardin l’ha umiliato. «Lo so… mi dispiace.»
Resisto alla tentazione di dargli dell’ipocrita. So che ho sbagliato, ma io l’ho perdonato
tante volte per avermi fatto soffrire.
«Sai benissimo che mi fa uscire di testa vederti con un altro, lo sai eppure mi fai
questo!» Ha i lineamenti distorti e le vene gonfie sul collo.
«Ho detto che mi dispiace, Hardin.» Parlo lentamente e in tono calmo, per quanto mi è
possibile. «Cos’altro posso dirti? Non ero lucida.»
Si strattona i capelli. «Le tue scuse non bastano a togliermi quell’immagine dalla testa.
Non riesco a vedere altro.»
Mi piazzo davanti a lui. Puzza di whisky. «Allora guardami, guardami!» Gli poso le mani
sulle guance.
«L’hai baciato, hai baciato un altro.»
«Lo so, e mi dispiace tanto, Hardin. Sai quanto sono irrazionale, a volte.»
«Non è una giustificazione.»
«Lo so, piccolo, lo so.»
«Fa male», continua, ma negli occhi rossi non gli balena più la rabbia di poco fa. «Lo
sapevo che non dovevo mettermi con nessuna. Non che avessi mai voluto una ragazza,
ma è così che vanno le storie… e i matrimoni. È per questo che devo restare solo. Perché
non voglio soffrire in questo modo», conclude divincolandosi da me.
Sento una stretta al petto, perché parla come un bambino, un bambino triste e solo. Lo
immagino da piccolo, quando si nascondeva mentre i suoi genitori litigavano e il padre
beveva. «Hardin, ti prego, perdonami. Non succederà più. Non farò mai più una cosa del
genere.»
«Non importa, Tess, uno di noi la farà. È quello che fanno le persone che si amano. Si
fanno del male a vicenda, poi si lasciano o divorziano. Non voglio che succeda anche a
noi, a te.»
Mi avvicino. «A noi non accadrà. Siamo diversi.»
«Succede a tutti; guarda i nostri genitori.»
«I nostri genitori hanno semplicemente sposato la persona sbagliata. Pensa a Karen e
a tuo padre, invece.» Per fortuna ora è molto più calmo.
«Divorzieranno anche loro.»
«No, Hardin. Non penso che lo faranno.»
«Io sì. Il matrimonio è un’idea assurda: ‘Ehi, mi piaci parecchio, perciò andiamo a
convivere e firmiamo un foglio in cui promettiamo di non lasciarci mai, anche se
sappiamo già che non manterremo la promessa’. Chi vorrebbe cacciarsi di proposito in un
guaio del genere? Perché volersi legare a una sola persona per sempre?»
Non sono mentalmente pronta a elaborare quello che mi ha appena detto. Non
immagina un futuro con me? Parla così soltanto perché è ubriaco. Vero?
«Davvero vuoi che me ne vada? È questo che vuoi? Che ci lasciamo?» gli chiedo
guardandolo negli occhi. Non mi risponde. «Hardin?»
«No… merda… no, Tessa. Ti amo. Ti amo così tanto, cazzo, ma tu… tu l’hai combinata
grossa. Hai preso tutte le mie paure e le hai fatte avverare in un colpo solo.» Ha gli occhi
lucidi.
«Lo so, e mi dispiace tantissimo di averti fatto soffrire», gli dico mortificata.
Si guarda intorno, e gli leggo negli occhi che tutto ciò che abbiamo costruito qui era un
suo tentativo di dimostrarsi degno di me. «Dovresti stare con uno come Noah», afferma.
«Non voglio stare con nessun altro che con te», ribatto asciugandomi gli occhi.
«Ho paura che te ne andrai.»
«Che ti lascerò per Noah?»
«Magari non per lui, ma per uno come lui.»
«Non lo farò. Hardin, io amo te. Nessun altro. Amo tutto di te, per favore smettila di
dubitare di te stesso.» Mi fa male sapere che la pensa così.
«Puoi dirmi in tutta sincerità che non hai iniziato a uscire con me per far dispetto a tua
madre?»
«Eh?!» Sono stupefatta, ma lui aspetta una risposta. «No, certo che no. Mia madre non
c’entra niente con noi. Mi sono innamorata di te perché… be’, perché non avevo scelta.
Non potevo farci niente. Ho tentato di evitarlo, perché temevo la reazione di mia madre,
ma è stato inutile. Ti ho sempre amato, che lo volessi o no.»
«Certo.»
«Cosa posso fare per convincerti?» Dopo tutto quello che ho passato, come può
pensare che stia con lui solo per ribellarmi a mia madre?
«Non baciare altri ragazzi, per esempio.»
«So che ti senti insicuro, ma ormai dovresti sapere che ti amo. Ho combattuto per te
fin dal primo giorno: con mia madre, con Noah, con tutti.»
«Insicuro? Non mi sento insicuro. Ma non ho intenzione di passare per scemo.»
Questo improvviso ritorno della collera sta facendo arrabbiare anche me. «Ti preoccupi
di passare per scemo? Tu?» Io ho sbagliato, sì, ma lui mi ha fatto ben di peggio. Mi ha
davvero presa per scema… e io l’ho perdonato.
«Non ricominciare con quelle cazzate», ringhia.
«Abbiamo fatto molta strada, ne abbiamo passate tante insieme, Hardin. Non lasciare
che un errore rovini tutto.» Non avrei mai pensato che un giorno l’avrei scongiurato di
perdonarmi.
«L’hai fatto tu, non io.»
«Non essere così freddo con me. Anche tu me ne hai fatte tante», sbotto.
La sua rabbia prende il sopravvento: «Io te ne avrò fatte tante, ma tu hai baciato un
altro davanti ai miei occhi!» grida.
«Ah, come quella sera che Molly era seduta sulle tue gambe e tu l’hai baciata davanti
a me?»
Si gira di scatto. «In quel momento non stavamo insieme.»
«Non per te, forse: ma io pensavo di sì.»
«Non c’entra un cazzo, Tessa.»
«Perciò stai dicendo che non mi perdoni?»
«Non lo so cosa sto dicendo, ma tu mi dai sui nervi.»
«Penso che dovresti andare a letto.» È evidente che ha deciso di puntare sulla
crudeltà, stasera.
«Penso che non dovresti dirmi cosa fare.»
«So che sei arrabbiato e ferito, ma non puoi parlarmi così. Non è giusto e non lo
tollero. Ubriaco oppure no.»
«Non sono ferito.» Mi incenerisce con lo sguardo. Il suo orgoglio ha sempre la meglio.
«Hai appena affermato di esserlo.»
«No, non è vero. Non dirmi cos’ho detto.»
«Okay, okay», mi arrendo. Sono esausta, non ho intenzione di accendere la miccia e
innescare un’altra esplosione di collera. Lui va a prendere le sue chiavi e gli anfibi. «Cosa
fai?» gli chiedo correndogli incontro.
«Me ne vado.»
«Tu non te ne vai. Hai bevuto troppo.» Cerco di prendergli le chiavi ma se le mette in
tasca.
«Non me ne frega un cazzo, devo bere qualcos’altro.»
«No! Hai bevuto abbastanza… e hai rotto la bottiglia.» Cerco di infilare la mano nella
sua tasca, ma lui mi afferra il polso, come fa sempre.
Ma stavolta è diverso, perché è così imbestialito che per un istante ho paura.
«Lasciami andare.»
«Non provare a impedirmi di uscire, e io ti lascio andare.» Non molla la presa.
Tento di apparire indifferente. «Hardin… mi fai male.»
Mi guarda negli occhi e mi lascia subito andare. Poi alza una mano, e io mi ritraggo
d’istinto. Ma se la sta solo passando tra i capelli.
Un lampo di terrore gli balena negli occhi. «Pensavi che volessi picchiarti?» bisbiglia.
Indietreggio ancora. «Io… Non lo so, sei talmente arrabbiato che mi fai paura.» Sapevo
che non mi avrebbe picchiata, ma è il modo più semplice per riportarlo alla realtà.
«Dovresti sapere che non ti farei mai del male. Per quanto possa ubriacarmi, non ti
toccherei con un dito.» Mi guarda male.
«Penso a quanto detesti tuo padre, eppure ti comporti in modo stranamente simile a
lui.»
«Vaffanculo! Non sono come lui!» grida.
«Sì invece! Sei ubriaco, mi hai lasciata a quella festa, e hai spaccato metà dei
soprammobili del salotto… compresa la mia lampada preferita! Ti comporti come lui…
com’era prima.»
«Sì, be’, e tu ti comporti come tua madre. Una piccola snob viziata!»
«Ma chi sei?» domando dopo un attimo di smarrimento, e mi allontano, perché non
voglio sentire altro. Se continuiamo a litigare mentre è ubriaco, non andrà a finire bene.
Non mi aveva mai mancato di rispetto in questo modo.
«Tessa…»
«Zitto.» Proseguo verso la camera. Dobbiamo separarci prima che uno di noi dica
qualcosa di irrimediabile.
«Non parlavo sul serio», mormora seguendomi.
Mi chiudo a chiave in camera. Mi siedo a terra, con le ginocchia al petto e la schiena
appoggiata alla porta. Forse non ce la faremo. Forse lui è troppo arrabbiato e io sono
troppo irrazionale. Lo spingo al limite, e lui fa lo stesso con me.
No, non è vero. Stiamo bene insieme proprio perché ci spingiamo al limite. Nonostante
tutti i litigi e le tensioni, c’è passione tra di noi. Così tanta passione da lasciarmi senza
fiato. E lui è l’unica luce, l’unica salvezza per me, anche se è la fonte di tutti i miei
problemi.
Bussa piano alla porta. «Tess, apri.»
«Va’ a dormire, per favore.»
«Porca miseria, Tessa!» insiste bussando più forte. «Apri subito. Mi dispiace, okay?»
Sperando che non sfondi la porta, mi alzo e vado ad aprire l’ultimo cassetto del comò.
Vedo con sollievo il foglio di carta, lo tiro fuori e inizio a leggere la lettera di Hardin, e
non sento più i colpi alla porta. Il dolore che provo si dissolve insieme al mal di testa.
Nulla esiste più tranne questa lettera, queste parole perfette del mio imperfetto Hardin.
La rileggo finché smetto di piangere e finché in salotto c’è silenzio. Spero vivamente
che non sia uscito, ma non ho intenzione di andare a controllare. Sono esausta, devo
stendermi.
Con la lettera in mano mi trascino a letto, ancora vestita. Alla fine mi addormento, e
sono libera di sognare l’Hardin che ha scritto queste parole in una stanza d’albergo.
Quando mi sveglio, nel cuore della notte, ripiego la lettera e la conservo di nuovo nel
cassetto. Apro la porta. Hardin dorme raggomitolato sul pavimento del corridoio. Lo lascio
lì a smaltire la sbornia e torno a letto.
64
Tessa
AL mattino il corridoio è deserto e il salotto è di nuovo in ordine. Non resta una sola
scheggia di vetro sul pavimento. L’aria profuma di limone e sulla parete non c’è traccia di
whisky.
Mi stupisco che Hardin sappia dove tengo i detersivi.
«Hardin?» chiamo, con la voce roca dopo tutti gli strilli di ieri sera.
Non ricevo risposta, vado in cucina e sul tavolo trovo un cartoncino con la sua grafia.
Per favore non andartene, torno presto.
Un peso enorme mi si solleva dal petto. Prendo il lettore di ebook, mi preparo un caffè
e aspetto che torni.
Sembrano passate ore, prima che Hardin rientri finalmente a casa. Nel frattempo ho
fatto la doccia, ho pulito la cucina e ho letto cinquanta pagine di Moby Dick, che neppure
mi piace. Ho passato la maggior parte del tempo a pensare a cosa mi dirà e cosa farà.
Non voleva che me ne andassi, e questo è un buon segno, no? Spero proprio di sì. Non
ricordo granché di ieri sera, salvo i punti salienti.
Quando sento girare la chiave nella porta, mi raggelo. Ogni cosa che ho progettato di
dirgli mi svanisce dalla mente. Poso il lettore sul tavolino e mi metto a sedere sul divano.
Indossa una felpa grigia e i soliti jeans neri. Che strano, non porta mai altri colori oltre
al nero e al bianco; e quella felpa lo fa sembrare più piccolo, non so perché. Ha i capelli
spettinati ma tirati indietro a scoprire la fronte. E le occhiaie. Tiene in mano una lampada
molto simile a quella che ha rotto stanotte.
«Ciao», dice mordendosi il piercing.
«Ciao.»
«Come… come hai dormito?»
Mi alzo dal divano e lo seguo in cucina. «Bene», mento.
«Bene.»
È evidente che ci andiamo entrambi con i piedi di piombo, perché abbiamo paura di
dire la cosa sbagliata. Lui si ferma al bancone e io resto davanti al frigo.
«Ho… comprato una lampada nuova.» La posa sul bancone.
«È bella.» Mi sento ansiosa, molto ansiosa.
«Non l’avevano uguale a quella vecchia, ma…»
«Mi dispiace tanto», lo interrompo.
«Anche a me, Tessa.»
«Ieri sera non doveva finire in quel modo.»
«Certo che no.»
«È stata una serata orribile. Avrei dovuto lasciarti spiegare prima di andare a baciare
un altro. Sono stata stupida e immatura.»
«Sì. E non c’era bisogno che io mi spiegassi, perché tu avresti dovuto fidarti di me e
non saltare a conclusioni affrettate.» Si appoggia con i gomiti al bancone.
«Lo so. Scusami.»
«Ti ho sentita le prime dieci volte, Tess.»
«Puoi perdonarmi? A un certo punto hai detto che volevi cacciarmi.»
«Non è vero. Stavo solo dicendo che le relazioni non funzionano.»
Speravo che non ricordasse le sue parole: in pratica ha detto che solo i pazzi si
sposano e che pensa di dover restare da solo.
«Cosa stai dicendo?»
«Solo questo.»
«Solo questo cosa? Pensavo…» Non so cosa dire. Pensavo che la nuova lampada fosse
il suo modo di chiedere scusa, e che durante la notte avesse cambiato idea.
«Cosa pensavi?»
«Che mi avessi chiesto di non andarmene perché volevi parlarne al tuo ritorno.»
«Ne stiamo parlando, infatti.»
Ho un nodo in gola. «E allora che c’è? Non vuoi più stare con me?»
«Non sto dicendo questo. Vieni qui», dice allargando le braccia.
Attraverso in silenzio la piccola cucina, lo raggiungo e lui mi stringe al petto. Il cotone
morbido della sua felpa è ancora freddo. «Mi sei mancata così tanto», dice.
«Sono sempre rimasta qui.»
«Sì, è vero. Ma quando hai baciato quel tipo, ti ho perduta per un momento; ed è stato
già troppo.»
«Non mi hai perduta, Hardin. Ho commesso un errore.»
«Per favore…» inizia, poi si corregge: «Non farlo più. Dico sul serio».
«Non lo farò.»
«Hai portato qui Zed.»
«Solo perché tu mi hai lasciata lì alla festa e avevo bisogno di un passaggio a casa.»
Finora abbiamo parlato senza guardarci in faccia, e voglio continuare così. Mi sento un po’
più coraggiosa senza quegli occhi verdi e penetranti puntati addosso.
«Avresti dovuto chiamarmi.»
«Avevi tu il mio telefono, e ti ho aspettato lì fuori. Pensavo che saresti tornato.»
Mi scosta delicatamente dal suo petto e mi osserva. Sembra molto stanco. Anch’io
devo avere il viso tirato. L’intensità del suo sguardo mi costringe ad abbassare gli occhi.
«Lui ti piace?» mi chiede con voce tremante, alzandomi il mento per farsi guardare.
Non può dire sul serio. «Hardin…»
«Rispondimi.»
«Non nel senso che pensi tu.»
«Cosa vorrebbe dire?» È ansioso, o forse si sta arrabbiando. Forse entrambe le cose.
«Mi sta simpatico, è un amico.»
«E niente di più?» Ora mi sta implorando di rassicurarlo.
Gli prendo il viso tra le mani. «Niente di più. Amo te. Solo te. Ho fatto una cosa molto
stupida, ma l’ho fatta perché ero arrabbiata e avevo bevuto. Non c’entra niente con i
sentimenti che posso provare per un’altra persona.»
«Perché ti sei fatta accompagnare proprio da lui?»
«È l’unico che si sia offerto.» Poi gli faccio una domanda di cui mi pento subito:
«Perché lo tratti così male?»
Sbuffa. «Non essere ridicola.»
«Sei stato molto crudele a umiliarlo davanti a me.»
Fa un passo di lato. Mi giro per incrociare i suoi occhi. «Avrebbe dovuto sapere che non
doveva venire qui con te», spiega passandosi una mano tra i capelli.
«Hai promesso di tenere a freno la rabbia.» Devo stare attenta a non provocarlo:
voglio fare pace, non istigarlo ancora di più.
«E l’ho fatto. Finché tu non mi hai tradito e poi sei andata via con Zed. Ieri sera avrei
potuto ammazzarlo di botte… anzi, potrei andarci anche adesso.» Sta di nuovo alzando la
voce.
«Lo so che avresti potuto, e sono contenta che tu non l’abbia fatto.»
«Io no, ma sono contento che tu sia contenta.»
«Non voglio che tu beva più. Non sei la stessa persona, quando bevi.» Sento arrivare le
lacrime e cerco di ricacciarle indietro.
«Lo so…» dice voltandomi le spalle. «Non volevo ridurmi in quello stato. Ma ero
talmente incazzato, e… ferito… Ero ferito. L’unica cosa che mi è venuta in mente di fare,
a parte ammazzare qualcuno, è stato bere, perciò sono andato da Conner’s e ho
comprato il whisky. Non volevo berne così tanto, ma non riuscivo a togliermi dalla testa
l’immagine di te che baciavi quel tizio.»
Ho una mezza idea di andare da Conner’s a dirne quattro a quella vecchietta per aver
venduto dell’alcol a Hardin. Ma manca poco meno di un mese al suo ventunesimo
compleanno, e comunque ormai il danno è fatto.
«Avevi paura di me, te l’ho letto negli occhi», mi dice.
«No… Non avevo paura di te. Sapevo che non mi avresti fatto del male.»
«Hai sussultato, me lo ricordo. Non ricordo tutto, ma quello sì.»
«Mi hai colta alla sprovvista.» Sapevo che non mi avrebbe picchiata, ma era così
aggressivo… E l’alcol ti fa fare cose che non faresti mai da sobrio.
Si avvicina. «Non voglio mai più… coglierti alla sprovvista. Non berrò mai più così
tanto, lo giuro.» Mi sfiora la tempia con un polpastrello.
Non voglio rispondere, perché non capisco dove stia andando a parare questa
conversazione. Un momento prima sembra che mi stia perdonando, un momento dopo
non ne sono più tanto sicura. Mi parla in un tono molto più calmo di quanto mi aspettassi,
ma la rabbia ribolle ancora sotto la superficie.
«Non voglio essere quell’uomo, e di sicuro non voglio essere come mio padre. Non
avrei dovuto bere tanto, ma hai sbagliato pure tu.»
«Io…» inizio, ma mi zittisce.
«Però anch’io te ne ho fatte tante, e tu mi perdoni sempre. Ho fatto molto di peggio,
quindi sono tenuto a sforzarmi di perdonarti. Non è giusto che mi aspetti da te quello che
nemmeno io riesco a fare. Mi dispiace davvero, Tess, per ieri sera. Sono stato un idiota.»
«Anch’io. So quanto ci stai male quando mi vedi con altri ragazzi, e non avrei dovuto
usarlo contro di te. La prossima volta cercherò di riflettere prima di agire.»
«La prossima volta?» Fa un sorrisetto. È incredibile la rapidità con cui cambia umore.
«Allora, pace?» chiedo.
«Non dipende solo da me.»
«Voglio fare la pace.»
«Pure io, piccola. Pure io.»
Sollevata, mi appoggio al suo petto. Non abbiamo chiarito tutto, lo so, ma per ora può
bastare. Mi bacia sulla testa. «Grazie», gli dico.
«Spero che la lampada basti a farmi perdonare.»
Decido di stare al gioco. «Forse, se fossi riuscito a ritrovarla uguale a quella rotta…»
«Ho pulito tutto il salotto», mi fa notare sorridendo.
«Sei stato tu a fare disordine.»
«Ma sai come la penso sulle pulizie.» Mi abbraccia.
«Non avrei ripulito. Avrei lasciato tutto com’era.»
«Ma per favore, so come sei fatta.»
«Sì, avrei lasciato il disordine.»
«Temevo di tornare a casa e non trovarti.»
«Non vado da nessuna parte», e prego che sia vero.
Invece di replicare, mi bacia.
65
Tessa
«CHE bel modo di iniziare l’anno nuovo», commenta Hardin dopo il bacio, e appoggia la
fronte sulla mia.
Il mio telefono vibra sul tavolo. Hardin va a prenderlo e se lo porta all’orecchio.
Quando cerco di strapparglielo di mano fa un passo indietro.
«Landon, Tess ti richiamerà», dice. Mi tira a sé, la mia schiena contro il suo petto. «Al
momento è occupata.»
Mi trascina in camera da letto e posa le labbra sul mio collo.
«Piantala di rompere, voi due siete malati», continua, e chiude la chiamata.
«Devo parlargli delle lezioni», spiego; ma mi trema la voce, perché lui mi sta
succhiando la pelle del collo.
«Devi rilassarti, piccola.»
«Non posso, ho tante cose da fare…»
«Ti aiuto io. Ricordi quella volta che ti ho messa davanti allo specchio, ti ho toccata e ti
ho costretta a guardarti mentre venivi?»
«Sì», ansimo.
«È stato bello, vero?»
A quelle parole mi si accende un fuoco dentro.
«Posso insegnarti a toccarti come ti tocco io. Vuoi?»
Vorrei, ma mi vergogno di ammetterlo.
«Interpreterò il tuo silenzio come un sì.» Mi prende per mano. Io resto in silenzio, sono
tremendamente in imbarazzo e non so cosa pensare.
Mi conduce al letto e mi fa sdraiare. Si distende sopra di me, con le gambe ai lati delle
mie. Lo aiuto a togliermi i pantaloni della tuta. Lui mi bacia sulla coscia e poi mi sfila le
mutandine.
«Sta’ ferma, Tess.»
«Non ci riesco…» protesto mugolando, perché nel frattempo mi sta mordicchiando
l’interno della coscia.
«Vuoi che lo facciamo qui o preferisci guardare?» mi chiede. Sento una pressione
sempre più forte tra le gambe e le stringo l’una contro l’altra per cercare sollievo.
«No, no, piccola. Non ancora.» Mi sta torturando. Mi divarica le cosce e si appoggia su
di me per tenerle aperte.
«Qui», rispondo infine quando ormai avevo quasi dimenticato la domanda.
«Lo immaginavo», ridacchia.
È così strafottente, ma le sue parole mi fanno provare sensazioni che non avrei creduto
possibili. Non ne ho mai abbastanza di lui, neanche quando mi immobilizza sul letto a
gambe aperte.
«Era da un po’ che meditavo di farlo, ma ero troppo egoista. Volevo essere l’unico
capace di farti sentire così.» Si china a passarmi la lingua sulla pelle nuda del fianco.
«Non ci vorrà molto, dal momento che so esattamente come ti piace essere toccata.»
«Perché…» Mi trema la voce. «Perché vuoi insegnarmi come si fa, se vuoi essere
l’unico a saperlo fare?»
«Perché nonostante tutto, l’idea di te che lo fai da sola, davanti a me… cazzo»,
mormora. «E poi, a volte ti fai tanti complessi… Forse hai bisogno di imparare.»
Dovrei offendermi, ma ha ragione lui. E poi è vero, in questo momento sono troppo
occupata per pensare ad altro.
«Ecco… si comincia così.» Mi posa addosso una mano gelida e io rabbrividisco.
«Freddo?» mi chiede. Annuisco. «Scusa», dice in tono divertito, e poi senza preavviso mi
infila due dita dentro.
I miei fianchi si sollevano dal letto. Mi copro la bocca per non gridare.
Lui fa un sorrisetto. «Volevo solo scaldarle.»
Entra ed esce lentamente con le dita, e dentro di me divampa il fuoco. Poi le sfila,
facendomi sentire vuota e disperata. Ma poi le infila di nuovo, e io mi mordo il labbro.
«Non fare così, o non riusciremo a finire la lezione.»
Non lo guardo, ma mi passo la lingua sul labbro e lo mordicchio.
«Sei molto irritabile, oggi. Non sei una brava studentessa», sussurra.
Il solo sussurrare mi fa impazzire. Come fa a essere così seducente senza neppure
sforzarsi?
«Dammi la tua mano, Tess.»
Ma io non mi muovo. Mi sento pervadere dall’imbarazzo.
Poi la sua mano afferra la mia e insieme scendono lungo la pancia, giù fino alla parte
alta delle mie cosce.
«Se non vuoi farlo, non sei obbligata, però credo che ti piacerà», dice dolcemente.
«Voglio farlo.»
Sorride. «Sicura?»
«Sì, sono solo un po’… nervosa», ammetto. Con Hardin mi sento molto più a mio agio
che con qualsiasi altro, e so che non farebbe mai niente che mi faccia essere a disagio,
perlomeno non volontariamente. Sto soltanto pensandoci troppo, mentre le persone lo
fanno sempre, giusto?
«Non esserlo, ti piacerà.» Sorrido nervosamente. «E non preoccuparti, se non riuscirai
tu, lo farò io.»
«Hardin!» esclamo imbarazzata, e affondo la mia testa nel cuscino. Lo sento
sghignazzare.
Poi mi prende la mano e allarga le dita, e le posa… lì. Mi viene il batticuore. È una
sensazione stranissima. Sono abituata alle mani di Hardin su di me, ruvide, lunghe e
sottili, che sanno esattamente come toccarmi…
«Così.» La sua voce è roca mentre guida le mie dita verso il punto più sensibile. Cerco
di non pensare a quello che stiamo facendo… Cosa sto facendo? «Che ne dici?»
«Non lo so», mormoro.
«Sì che lo sai. Dimmelo, Tess.» Toglie la mano da sopra la mia. «Va’ avanti», ordina.
Chiudo gli occhi e cerco di imitare i suoi gesti. Non è piacevole come quando lo fa lui,
ma neppure fastidioso. Sento crescere di nuovo la pressione nel basso ventre e immagino
che siano le dita di Hardin a farmi sentire così.
«Sei così bella quando ti tocchi davanti a me», mi dice, e quando apro gli occhi vedo
che si sta toccando da sopra i jeans. Oddio, perché è così eccitante? Sono cose che
pensavo succedessero solo nei film. Hardin sa rendere eccitante ogni cosa. Non smette di
guardarmi tra le gambe, e si morde il labbro facendo muovere il piercing.
Quando ho paura che stia per guardarmi richiudo gli occhi e cerco di non pensare. È
una cosa normale e naturale, la fanno tutti… Non necessariamente mentre qualcuno li
osserva. Ma lo farebbero, se a osservarli fosse Hardin.
«Sei sempre brava, per me», mi sussurra nell’orecchio, mordendo il lobo. Il suo tono è
eccitato e l’alito profuma di menta, e questo mi fa venir voglia di gridare. «Fallo anche
tu…» mormoro. Quasi non riconosco più la mia voce.
«Cosa?»
«Quello che sto facendo io…» Non voglio usare quella parola.
«Lo vuoi?» chiede, e sembra sorpreso.
«Sì… per favore, Hardin.»
«Okay», dice semplicemente. È così sicuro di sé, anche nel sesso. Vorrei essere come
lui.
Sento aprirsi la lampo dei suoi jeans e cerco di rallentare il movimento delle dita;
altrimenti finirà tutto troppo presto.
«Apri gli occhi, Tess», ordina lui, e io obbedisco.
Si prende in mano l’erezione, e io sono attonita: non avrei mai pensato di guardare
qualcuno fare una cosa del genere.
China di nuovo la testa, mi bacia sul collo e poi sull’orecchio. «Ti piace, vero? Ti piace
guardarmi mentre mi tocco. Sei così sporca, Tess. Non durerò a lungo se continuo a
guardarti, piccola. Non hai idea di quanto mi ecciti.»
Non stacco gli occhi neanche per un istante, mentre lui muove la mano più veloce e
continua a parlare. Non mi sento più in imbarazzo. Sono vicina al limite. «È così bello,
Hardin…» mugolo, e non mi importa se sembro stupida, o disperata. È la verità, e lui mi
fa sentire in diritto di provare queste sensazioni.
«Parlami ancora», ansima eccitato.
«Voglio vederti venire, Hardin. Immagina le mie labbra intorno a te…» Le parole spinte
mi escono di bocca da sole, e ottengono il risultato sperato: sento un calore improvviso
sulla pancia. È troppo: esplodo anch’io, chiudo gli occhi e ripeto il suo nome.
Quando li riapro, Hardin è accanto a me, appoggiato sul gomito. Affondo il viso nel suo
collo.
«Com’è stato?» mi chiede tirandomi a sé.
«Non lo so…» mento.
«Non essere timida, lo so che ti è piaciuto. È piaciuto anche a me.» Mi bacia sulla
testa.
«È vero, ma preferisco quando lo fai tu.»
Sorride. «Be’, lo spero bene. Ho un mucchio di altre cose da insegnarti. Ma facciamo un
passo alla volta», aggiunge vedendomi arrossire.
Chissà cos’altro potrebbe insegnarmi: scommetto che ha fatto cose che non ho
neppure mai sentito nominare, e voglio impararle tutte.
«Andiamo a fare la doccia, mia studentessa preferita.»
Lo guardo in cagnesco. «Unica studentessa, spero.»
«Sì, certo. Però forse dovrei insegnare qualcosa anche a Landon. Ne ha bisogno quanto
te.»
«Hardin!» strillo. E lui ride. Una risata bellissima.
Quando lunedì mattina presto suona la sveglia, volo giù dal letto e mi fiondo in bagno.
Sotto la doccia, mi torna in mente il primo semestre alla WCU. Non sapevo cosa
aspettarmi, ma allo stesso tempo mi sentivo preparata. Avevo pianificato ogni dettaglio.
Pensavo che mi sarei trovata qualche amico e mi sarei concentrata sulle attività
extrascolastiche, forse il club letterario o qualcos’altro. Avrei passato il tempo in
dormitorio o in biblioteca, a studiare e a porre le basi del mio futuro.
Non potevo certo immaginare che di lì a qualche mese avrei abitato in un
appartamento con il mio ragazzo, e che quel ragazzo non sarebbe stato Noah. Non avevo
idea di cosa mi aspettasse quando mia madre è entrata nel parcheggio della WCU, e
quando ho visto per la prima volta quel ragazzo maleducato con i riccioli. Se qualcuno me
l’avesse detto non gli avrei creduto, e ora non riesco a immaginare la mia vita senza di
lui. Sembra passato un secolo da quando mi guardava di sottecchi durante la lezione,
quando origliava le mie conversazioni con Landon.
La tenda della doccia si apre di scatto, riscuotendomi dai miei pensieri. Appare Hardin,
a torso nudo e spettinato.
Si stropiccia gli occhi e sorride. «Ma quanto dura questa doccia? Ti stai esercitando
dopo la lezione di ieri?»
«No!» strillo arrossendo.
Mi fa l’occhiolino. «Certo, piccola.»
«Stavo solo pensando!»
«A cosa?»
«A prima…» dico tirando di nuovo la tenda.
«Prima di cosa?» chiede preoccupato.
«Il primo giorno di università e la tua maleducazione.»
«Maleducazione? Non ti ho neppure rivolto la parola!»
«Appunto!»
«Eri così irritante, vestita in quel modo orrendo e con il fidanzato in mocassini.» Batte
le mani tutto contento. «La faccia di tua madre quando ci ha visti era impagabile.»
Mi si stringe il cuore a sentir nominare mia madre. Sento la sua mancanza, ma mi
rifiuto di assumermi la colpa dei suoi errori. Quando smetterà di giudicare me e Hardin,
allora le parlerò; se invece non lo fa, non merita il mio tempo.
«E tu eri irritante con il tuo… be’… il tuo atteggiamento.» Non so cosa ribattere, perché
effettivamente al nostro primo incontro non ci siamo parlati.
«Ti ricordi la seconda volta che ti ho vista? Indossavi solo un asciugamano e avevi in
mano dei vestiti bagnati.»
«Sì, e tu hai detto che non mi avresti guardata.»
«Mentivo. Ti guardavo eccome.»
«Sembra passato un secolo, no?»
«Sì. Anzi, è come se non fosse mai successo; come se stessimo insieme da sempre, io
e te. Non ti pare?»
Tiro fuori la testa dalla tenda e gli sorrido. «A dire il vero sì.» Ed è strano immaginare
come vivrei se stessi ancora con Noah. Gli voglio bene, ma entrambi abbiamo sprecato
anni stando insieme. Chiudo l’acqua e scaccio il pensiero di Noah.
«Potresti…», ma Hardin ha già preso un asciugamano e me lo passa da sopra la tenda.
«Grazie», gli dico.
Mi segue in camera, dove mi vesto più in fretta possibile sotto il suo sguardo. «Ti
accompagno in macchina», propone.
«Eravamo già d’accordo, ricordi?»
«Sta’ zitta, Tess.»
Mi trucco, mi pettino – capelli lisci, per una volta – e lo raggiungo all’ingresso. Lui mi
porta il borsone da palestra per la lezione di yoga e io prendo l’altra borsa, contenente
tutto il necessario.
«Racconta pure, ti ascolto», sospira.
Gli sorrido e gli espongo i complessi progetti per la giornata, per la decima volta in
ventiquattr’ore.
Finge di ascoltarmi. Gli prometto, e prometto a me stessa, che domani sarò molto più
rilassata.
66
Tessa
HARDIN cerca invano un posto nei parcheggi intorno alla caffetteria. Ma il campus è
affollato, perché sono tornati tutti dalle vacanze di Natale. Impreca per tutto il tempo, e
io mi sforzo di non ridere. È adorabile.
«Dammi la borsa», mi dice quando scendo dalla macchina.
Gliela porgo con un sorriso e lo ringrazio della gentilezza. In effetti per me è piuttosto
pesante.
È strano essere di nuovo al campus; sono cambiate tante cose dall’ultima volta che
sono venuta qui. Soffia un vento gelido, e Hardin si infila un berretto di lana e tira su la
lampo del giaccone. Aveva ragione lui, non avrei dovuto mettermi questo vestito, e avrei
fatto bene a portare un cappotto più pesante. Ma non ho intenzione di ammetterlo.
«Eccolo lì», dice indicando Landon mentre entriamo nella caffetteria.
In quel luogo familiare mi sento già meno nervosa, e sorrido quando vedo il mio amico
seduto a un tavolino ad aspettarmi.
Ci saluta con un gran sorriso. «Buongiorno!»
«’giorno», rispondo.
«Mi metto in fila», borbotta Hardin avviandosi al bancone.
Non mi aspettavo che restasse, né che andasse a prendermi il caffè, ma sono
contenta. Questo semestre non frequentiamo gli stessi corsi, e mi mancherà stare tutto il
giorno con lui.
«Pronta per il nuovo semestre?» mi chiede Landon. Ha cambiato pettinatura, ora porta
i capelli all’indietro a scoprire la fronte: gli dona molto. Mi guardo intorno e mi rendo
conto che avrei fatto meglio a mettermi un paio di jeans e una felpa: sono l’unica con un
abito elegante, a parte Landon con la sua camicia azzurra e i pantaloni cachi.
«Sì e no», rispondo.
«Idem. Come vanno le cose…» Si sporge sul tavolo e bisbiglia. «Insomma, tra voi
due?»
Mi giro e vedo che Hardin ci dà le spalle, ma la barista lo sta guardando malissimo.
Chissà cos’ha combinato.
«Bene, a dire il vero. E a te come va con Dakota? Mi sembra molto più di una
settimana che non ci vediamo.»
«Sta bene, si prepara per New York.»
«È fantastico, anche a me piacerebbe tanto andare a New York.» Ma non riesco a
immaginare di vivere lì.
«Idem.» Vorrei chiedergli di non andare via, ma non posso. «Non ho ancora deciso»,
continua poi, come se mi avesse letto nel pensiero. «Voglio starle vicino, perché finora
abbiamo sempre vissuto lontani. Ma mi trovo bene alla WCU e non so se voglio lasciare
mia madre e Ken per andare in una città in cui non conosco nessuno tranne lei.»
Nonostante i miei dubbi cerco di incoraggiarlo. «Ti troveresti benissimo, potresti
iscriverti all’Università di New York e potreste andare a convivere.»
«Sì, ma ancora non lo so.»
«Cos’è che non sai?» ci interrompe Hardin, posando il caffè davanti a me senza sedersi
al tavolo. «Lascia perdere, devo andare: la mia prima lezione inizia tra cinque minuti ed è
dalla parte opposta del campus.» Il pensiero di arrivare in ritardo il primo giorno del
semestre mi fa inorridire.
«Okay, ci vediamo dopo yoga. È la mia ultima lezione», gli ricordo. Mi stupisce
baciandomi sulle labbra e poi sulla fronte.
«Ti amo, sta’ attenta con quelle contorsioni.» Sembra imbarazzato; abbassa lo sguardo
quando ricorda che Landon è seduto davanti a noi. Le dimostrazioni d’affetto in pubblico
non sono nel suo stile.
«Starò attenta. Ti amo», rispondo. Lui rivolge un cenno del capo a Landon e se ne va.
«È… strano», commenta Landon bevendo un sorso di caffè.
«Sì.» Mi viene da ridere.
«È ora di andare a religione», dice Landon. Prendo la borsa e lo seguo fuori dalla
caffetteria.
Sono impaziente di scoprire com’è il corso di storia delle religioni del mondo. Dovrebbe
essere molto interessante, e sono felice di frequentarlo con Landon. Nell’aula, la prima
fila di banchi è ancora libera. Ci sediamo al centro e tiriamo fuori i libri. È bello essere di
nuovo nel mio ambiente naturale: ho sempre amato studiare, e mi fa piacere che sia lo
stesso per Landon.
Gli studenti continuano ad arrivare, e poi si presenta un uomo alto, che sembra troppo
giovane per essere un professore, ed entra subito nel vivo della lezione. «Buongiorno a
tutti. Come ormai sapete, sono il professor Soto. Questo è il corso di religioni del mondo;
qualche volta vi annoierete, e vi prometto che imparerete un mucchio di informazioni che
non vi serviranno mai più nella vita… Ma a cos’altro serve il college?»
Scoppiamo tutti a ridere.
Be’, una ventata di novità.
«Allora, cominciamo. Questo corso non ha un programma, non è nel mio stile. Ma alla
fine saprete tutto quello che c’è da sapere. Il settantacinque per cento del voto finale
dipenderà da un diario che dovrete tenere. E starete pensando: Cosa c’entra un diario con
la religione? Di per sé, niente… ma in un certo senso c’entra. Per studiare e comprendere
a fondo qualsiasi forma di spiritualità, dovete essere aperti a tutte le idee. Tenere un
diario vi aiuterà. Vi chiederò di scrivere di argomenti controversi, che mettono a disagio
molte persone. Ma spero che ognuno di voi uscirà da quest’aula con la mente aperta e
magari con qualche conoscenza in più.» Fa un gran sorriso e si sbottona la giacca.
Io e Landon ci guardiamo sbigottiti.
Il professor Soto si siede in cattedra e tira fuori dalla borsa una bottiglietta d’acqua.
«Potete parlare tra voi fino alla fine della lezione, oppure potete andarvene. Il vero lavoro
inizia domani. Ma firmate il registro, così vediamo quanti tirapacchi non si sono presentati
il primo giorno», annuncia in tono divertito.
Dai banchi si leva un’ovazione. Quasi tutti se ne vanno subito. L’aula è già vuota
quando io e Landon ci alziamo; siamo gli ultimi a firmare il registro.
«Be’, niente male. Prima della prossima lezione ho tempo di telefonare a Dakota», mi
dice lui.
Il resto della giornata passa in fretta. Sono impaziente di rivedere Hardin. Gli ho scritto
alcuni messaggi, ma non mi ha risposto. Quando arrivo in palestra mi fanno malissimo i
piedi: non mi ero resa conto di quanto fosse lontana. Appena apro la porta mi assale le
narici un orribile puzzo di sudore. Corro nello spogliatoio delle donne. Le pareti sono
tappezzate di armadietti rossi con la vernice scrostata.
«Come faccio a sapere qual è il mio?» chiedo a una ragazza bruna e bassa in costume
da bagno.
«Scegline uno e usa il lucchetto che hai portato», risponde.
Ovviamente non ho pensato di portare un lucchetto.
Lei vede la mia espressione e ne tira fuori dalla borsa uno. «Tieni, ho un lucchetto di
scorta. La combinazione è scritta dietro, non ho ancora tolto l’adesivo.»
La ringrazio e lei esce. Mi cambio e mi avvio verso la sala yoga. Passo davanti a una
squadra di lacrosse maschile, che mi rivolge apprezzamenti volgari che mi sforzo di
ignorare. Tutti i ragazzi tranne uno proseguono nel corridoio.
«Partecipi alle selezioni per le cheerleader?» dice squadrandomi con occhi scurissimi.
«Io? No, sto solo andando a lezione di yoga», balbetto. In corridoio ci siamo solo io e
lui.
«Ah, peccato. Staresti benissimo in minigonna.»
«Sono fidanzata», dichiaro cercando di oltrepassarlo, ma lui mi sbarra il passaggio.
«Anch’io, ma che importa?» Sorride e fa un altro passo avanti, e io mi trovo stretta tra
lui e il muro.
Non è molto alto o muscoloso, ma qualcosa nel suo sorrisetto strafottente mi inquieta.
«Devo andare a lezione.»
«Posso accompagnarti, oppure puoi saltare la lezione e andiamo a farci un giro.» Posa
le mani sulla parete ai due lati della mia testa. Sono prigioniera.
«Levati dal cazzo.» La voce di Hardin risuona alle mie spalle. Il ragazzo si volta per
guardarlo.
Hardin indossa una maglietta nera con le maniche tagliate via, i tatuaggi bene in vista
sulle braccia.
«Scusa… scusa amico, non sapevo che fosse fidanzata», mente lui.
«Non mi hai sentito? Ho detto che devi toglierti dalle palle.» Hardin viene verso di noi
e il giocatore di lacrosse arretra precipitosamente; ma Hardin lo afferra per la maglietta e
lo sbatte contro il muro.
Non lo fermo.
«Avvicinati a lei un’altra volta e ti spacco la testa su questo muro. Hai capito?» ringhia.
«Sì…» farfuglia quello, e scappa via.
«Grazie a Dio», esclamo gettando le braccia al collo di Hardin. «Cosa ci fai qui?
Pensavo che non dovessi più frequentare corsi di educazione fisica.»
«Ho deciso di frequentarne uno. E meno male», sospira prendendomi per mano.
«Quale?» Hardin non è un tipo molto atletico.
«Il tuo.»
«No», affermo dopo un attimo di sconcerto.
«Oh, sì.» Non c’è più traccia di rabbia sul suo viso: mi sorride, divertito dalla mia
espressione inorridita.
67
Tessa
CI incamminiamo, e Hardin resta un passo dietro di me. Vorrei tanto avere un maglione
da legarmi in vita.
«Dovrai comprare qualche altro paio di pantaloni come questi», mormora.
Ricordo l’ultima volta che ho indossato dei pantaloni da yoga in presenza di Hardin, e
ricordo i suoi commenti volgari; e quei pantaloni erano meno aderenti di questi. Ridacchio
e lo prendo per mano per obbligarlo a camminare al mio fianco.
«Non vorrai seriamente iscriverti al corso di yoga?» Non ce lo vedo proprio.
«Sì, invece.»
«Lo sai cos’è lo yoga, vero?»
«Sì, Tessa, lo so, e voglio farlo con te», sbuffa.
«Perché?»
«Non importa il perché. Voglio solo passare più tempo con te.»
La spiegazione non mi convince, ma sono molto curiosa di vederlo all’azione, e non mi
dispiace l’idea di passare più tempo con lui.
Al centro della stanza l’insegnante siede su un tappetino giallo. I ricci castani sono
raccolti in uno chignon alto e la maglietta a fiori mi fa un’ottima impressione.
«Dove sono tutti?» mi chiede Hardin mentre vado a prendere un tappetino viola.
«Siamo in anticipo.» Gliene porgo uno azzurro e lui lo esamina prima di metterselo
sottobraccio.
«Prevedibile», sorride sarcastico.
Srotolo il tappetino proprio davanti all’insegnante, ma lui mi prende per un braccio.
«Neanche per sogno, ci mettiamo in ultima fila.» Lei lo sente e fa un sorrisetto.
«Eh? In ultima fila a un corso di yoga? No, io mi metto sempre davanti.»
«No, ci mettiamo dietro», ripete lui, togliendomi il tappetino dalle mani.
«Se devi essere così scorbutico, puoi anche andartene.»
«Non sono scorbutico.»
Quando ci siamo sistemati, l’insegnante ci saluta e dice di chiamarsi Marla. Hardin mi
sussurra che Marla deve avere fumato qualcosa, e mi strappa una risata. Sarà un corso
divertente.
Ma quando la stanza si riempie di ragazze in pantaloni attillati e canottiera, e tutte
sembrano fissare Hardin, inizio a sentirmi un po’ meno zen. Ovviamente è l’unico maschio
presente. Per fortuna non sembra accorgersi delle attenzioni che riceve. Oppure ci è
abituato. Capisco quelle ragazze, ma dovranno cercarsi qualcun altro, perché lui sta con
me. Immagino che alcune lo guardino per i tatuaggi e i piercing; si chiederanno cosa ci
faccia un tipo così a un corso di yoga.
«Bene, cominciamo!» annuncia Marla, e ci racconta come e perché ha iniziato a
insegnare yoga.
«Non la chiuderà mai, quella bocca?» si lamenta Hardin dopo qualche minuto.
«Partiremo con un po’ di stretching», prosegue Marla.
Hardin resta seduto sul pavimento mentre io e le altre ragazze imitiamo i gesti
dell’insegnante. Per tutto il tempo sento i suoi occhi su di me.
«Dovresti fare stretching», gli faccio notare, ma lui non si muove.
Poi Marla si rivolge a lui con una voce cantilenante: «Tu, laggiù in fondo: unisciti a
noi».
«Ehm… certo», borbotta lui. Distende le gambe e tenta di toccarsi gli alluci.
Mi costringo a guardare l’insegnante e non Hardin per evitare di ridere.
«Dovresti arrivare a toccarti le dita dei piedi», dice la ragazza bionda accanto a Hardin.
«Ci sto provando», ribatte lui con un sorriso esagerato.
Perché le ha risposto? E perché sono gelosa? Lei gli sorride divertita e io immagino di
sbatterle la testa contro il muro. Faccio sempre la predica a Hardin perché è irascibile, e
ora eccomi qui a pianificare l’omicidio di quella sgualdrina… e a darle della sgualdrina
anche se non la conosco.
«Non ci vedo bene da qui, mi sposto più avanti», faccio a Hardin.
Sembra sorpreso. «Perché? Non stavo…»
«Voglio solo vedere e sentire meglio», spiego. Sposto il tappetino proprio davanti al
suo, mi risiedo e finisco di fare stretching. Non ho bisogno di voltarmi per indovinare la
faccia che sta facendo.
«Tess», sussurra cercando di attirare la mia attenzione, ma io non mi volto. «Tessa.»
«Iniziamo dalla posizione del Cane con la testa in giù: è molto semplice, ed è una delle
posizioni base», dice Marla.
Mi piego in avanti, poso le mani sul tappetino e chino la testa per guardare tra le
gambe. Hardin è in piedi, immobile, con la bocca aperta.
Anche stavolta Marla se ne accorge. «Ehi, tu, pensavi di fare un po’ di yoga con noi?»
chiede in tono scherzoso. Non mi stupirei se la prossima volta lo insultasse davanti a
tutti. Chiudo gli occhi e sollevo i fianchi fino a ritrovarmi piegata in due.
«Tessa», lo sento dire. «The-reeee-sa.»
«Che c’è, Hardin? Sto cercando di concentrarmi», rispondo, e lo guardo di nuovo.
Si è piegato per tentare di assumere la posizione, ma è tutto storto. Scoppio a ridere.
«Sta’ zitta, per cortesia», mugugna, facendomi ridere ancora di più.
«Sei proprio negato.»
«Mi stai distraendo», sibila.
«Ah sì? E come?» Adoro essere in vantaggio su di lui, perché non capita spesso.
«Lo sai benissimo, sfacciata!» bisbiglia. La ragazza accanto a lui ci sente, e questo mi
dà soddisfazione.
«Sposta il tappetino, allora.»
«Spostati tu… Sei tu che mi provochi.»
«Ti stuzzico, al massimo», ribatto.
«Okay, passiamo alla posizione Uttanasana», dice Marla.
Mi alzo in piedi e mi piego in avanti, posando le mani sulle ginocchia e tenendo la
schiena parallela al pavimento.
«Non ci posso credere», si lamenta Hardin ritrovandosi il mio sedere praticamente in
faccia. Mi giro a guardarlo e vedo che non ha assunto la posizione corretta: ha le mani
sulle ginocchia ma la schiena quasi diritta.
«Okay: ora ci pieghiamo in avanti», ordina l’insegnante, e io curvo completamente la
schiena contro le gambe.
«Vuole proprio che ti scopi qui davanti a tutti», commenta lui.
Alzo la testa di scatto per assicurarmi che nessuno l’abbia sentito. «Shhh», lo zittisco, e
lui sghignazza.
«Sposta il tappetino, sennò dico agli altri cosa sto pensando in questo momento», mi
minaccia. Torno precipitosamente al posto di prima, accanto a lui, che sogghigna
soddisfatto.
«Quelle cose puoi dirmele dopo», bisbiglio.
«Te le dirò, ci puoi giurare.»
Per il resto della lezione partecipa ben poco, e a metà la bionda si sposta altrove,
probabilmente perché Hardin non la smette di parlare.
«Dovremmo meditare», gli ricordo chiudendo gli occhi. Nell’aula c’è silenzio, a parte i
suoi sussurri incessanti.
«Che roba da sfigati», commenta.
«Sei stato tu a iscriverti.»
«Non sapevo che fosse così da sfigati. Sto per addormentarmi in piedi.»
«Piantala di lamentarti.»
«Non ci riesco. Mi hai fatto eccitare e ora devo starmene a gambe incrociate a
meditare, con un’erezione, in una stanza piena di gente.»
«Hardin!» sibilo, a voce più alta di quanto volessi, facendo levare un coro di: «Shhh…»
Lui ride e io gli faccio una boccaccia. Una ragazza accanto a me mi guarda male. Fare
yoga con lui è impossibile: mi bocceranno di sicuro.
Al termine della meditazione, Hardin annuncia: «Ci ritiriamo da questo corso».
«Ritirati tu, io ho bisogno di crediti per l’educazione fisica.»
«Bene, è stata un’ottima prima lezione! Ci vediamo tra qualche giorno. Namaste», si
congeda Marla.
Arrotolo il tappetino mentre Hardin lo lancia semplicemente sul mucchio insieme agli
altri, senza curarsene.
68
Tessa
QUANDO torno nello spogliatoio non trovo la ragazza che mi ha prestato il lucchetto, perciò
lo rimetto sulla maniglia. Se non me lo richiede indietro domani continuerò a usarlo e
glielo pagherò.
Prendo la mia roba e trovo Hardin in corridoio, appoggiato con la schiena e un piede al
muro. «Se restavi lì dentro altri cinque minuti, venivo a cercarti.»
«Avresti fatto bene. Non saresti stato l’unico maschio, lì dentro», mento, e vedo
cambiare la sua espressione. Faccio qualche passo e lui mi prende per un braccio.
«Cos’hai detto?» sibila.
«Scherzavo.»
Con uno sbuffo mi lascia andare il braccio. «Per oggi hai scherzato abbastanza.»
«Può darsi.» Sorrido.
«Ti piace tormentarmi, è evidente.»
«Lo yoga mi ha rilassata e ha purificato la mia aura.»
«Ma non la mia.»
Il primo giorno del semestre è andato molto bene, compreso lo yoga, che alla fine si è
rivelato divertente. Di solito non mi aspetto di divertirmi a lezione, ma è stato bello avere
Hardin con me.
«Devo lavorare, ma finirò entro l’ora di cena», mi avvisa. Ultimamente lavora molto.
«La partita di hockey è domani, vero?»
«Sì, ci vai?»
«Non lo so…»
«Be’, devo saperlo, perché se non ci vai tu con lui ci andrò io.»
Landon preferirebbe che lo accompagnassi io, ma non sarebbe male che loro due
passassero qualche ora insieme. So che non diventeranno mai veri amici, ma sarebbe di
grande aiuto se andassero d’accordo almeno un po’.
«E va bene, cazzo. Ci andrò…» sospira salendo in macchina.
Mezz’ora dopo siamo nel parcheggio del nostro appartamento.
«Come vanno i corsi? Li detesti tutti tranne lo yoga?» gli domando per stemperare
l’atmosfera.
«Sì, tranne lo yoga. Lo yoga è stato… interessante.» Si gira a guardarmi. «Già, dovresti
vedere il sedere di quella bionda in quei pantaloni.»
Lo fulmino con gli occhi e apro la portiera.
«Dove vai?» mi chiede.
«In casa. Fa freddo qui in macchina.»
«Tessa, sei gelosa della bionda del corso di yoga?»
«No.»
«Sì.»
«Scema», ridacchia.
«Scusa?»
«Pensi che guarderei altre ragazze quando posso guardare te? Soprattutto con quei
pantaloni, che mi impediscono di distogliere l’attenzione», dice mentre entriamo nel
palazzo.
«Be’, l’ho vista, cercava di flirtare con te.» Non mi piace sentirmi gelosa, è molto
sgradevole.
«Che stupida che sei.» Mi fa strada in ascensore e con i suoi occhi nei miei mi dice:
«Ma non capisci cosa mi fai?»
«No, non lo so.»
Prende la mia mano e se la posa sui pantaloni. «È questo che mi fai.» Muove i fianchi
finché la sua erezione mi riempie la mano.
«Oh», sussulto. Mi gira la testa.
«Dirai molto più che oh…» inizia lui, ma viene interrotto perché l’ascensore si ferma a
un piano. «Non ci credo», sospira quando entra una donna con tre bambini.
Tento di scostarmi, ma lui mi cinge in vita e non mi lascia andare. Uno dei bambini
scoppia a piangere e Hardin sbuffa irritato. Comincio a immaginare quanto sarebbe
ridicolo se l’ascensore si fermasse e restassimo intrappolati con il bambino che piange.
Per sua fortuna, poco dopo arriviamo al nostro piano.
«Detesto i bambini», borbotta. Nell’appartamento fa stranamente freddo.
«Hai spento il riscaldamento?» gli chiedo.
«No, stamattina era acceso.» Va al termostato e impreca. «Dice che ci sono ventisei
gradi qui dentro, e mi sembra evidente che non è vero. Chiamo l’assistenza.»
Annuisco e mi siedo sul divano avvolta in un plaid.
«Sì… si è rotto, e si crepa di freddo. Mezz’ora? No, è troppo… Non me ne frega niente,
pago una fortuna per vivere qui, e non ho intenzione di far morire congelata la mia
ragazza», protesta, poi si corregge: «Non voglio morire di freddo».
Si gira verso di me e io distolgo lo sguardo. «Va bene, un quarto d’ora, ma non di più»,
conclude in tono secco. Poi mi informa: «Mandano qualcuno a ripararlo».
«Grazie.» Gli sorrido e lui si siede accanto a me sul divano.
Sollevo un lembo del plaid e glielo porgo. Lui si avvicina e io mi siedo sopra di lui e
affondo le dita tra i suoi capelli.
«Cosa fai?»
«Hai detto che abbiamo un quarto d’ora.» Lo bacio sul mento.
Sorride. «Ci stai provando con me, Tess?»
«Hardin…»
«Scherzavo. Spogliati», mormora, ma poi inizia a farlo lui.
69
Hardin
LE viene la pelle d’oca mentre le accarezzo le braccia. So che ha freddo, ma mi piace
pensare di essere stato io. Non avevo mai voluto qualcosa così tanto, e così spesso.
Sì, sono andato a letto con tante ragazze, ma solo per divertirmi, e per vantarmene;
mai per sentirmi più vicino a loro, com’è con Tess. Con lei è diverso: è sentire che ha la
pelle d’oca perché l’ho toccata io, è il modo in cui geme quando le mordo il labbro; e,
soprattutto, è sapere che faccio queste cose solo con lei, e lei con me. Nessuno è mai
stato o sarà mai così in intimità con lei.
Le sue piccole mani si muovono per slacciare il reggiseno mentre io succhio la pelle
appena sopra il pizzo.
La fermo. «Abbiamo poco tempo», le ricordo. Fa il broncio, e io la voglio ancora di più.
«Allora sbrigati a spogliarti», ribatte. Mi piace che con il passare del tempo si senta
sempre più a suo agio con me.
«Sai che non me lo devi dire due volte.» La prendo per i fianchi e la sollevo da me,
facendola sedere sul divano.
Mi tolgo i pantaloncini e i boxer e le faccio cenno di sdraiarsi. Mentre tiro fuori un
preservativo dal portafogli lei si tira giù i pantaloni, quei maledetti pantaloni da yoga. Nei
miei vent’anni di vita non ho mai visto niente di più sexy. Non so perché, forse per il
modo in cui aderiscono alle cosce, o forse perché mettono perfettamente in risalto il
sedere… ma d’ora in poi voglio che li indossi sempre quand’è in casa.
«Devi proprio iniziare a prendere la pillola, non voglio più usare questa roba», dico
infilando il profilattico, e lei annuisce.
Glielo ricorderò ogni mattina finché non lo farà.
Mi sorprende afferrandomi per un braccio nel tentativo di forzarmi a sedere sul cuscino
vicino a lei. «Cosa?» chiedo, intuendo ma desiderando sentirglielo dire. Amo la sua
innocenza, ma so anche che è più sporca di quanto voglia ammettere a se stessa.
Ma il tempo stringe, perciò mi siedo, la tiro verso di me e inizio a baciarla e a calarla
su di me. Sospiriamo entrambi, e l’espressione sul suo viso basta quasi a farmi venire.
«La prossima volta andremo più lenti, piccola, ma ora ci restano pochi minuti, okay?»
le mormoro all’orecchio mentre lei dimena i fianchi.
Mugola.
La prendo come una richiesta di accelerare il ritmo. La abbraccio e me la stringo al
petto, e sollevo i fianchi dal divano mentre lei continua a ruotare i suoi.
È una sensazione indescrivibile, non riesco quasi più a respirare. Per una volta ci tengo
a finire in fretta.
«Parlami, Tess», la prego, sperando che anche stavolta trovi il coraggio di farlo.
«Okay… Hardin…» Le trema la voce, si morde il labbro per calmarsi. Mi sento sempre
più eccitato. «Hardin, mi fai stare così bene…» Prende coraggio, e io impreco sottovoce.
«Stai già mugolando e non ho ancora detto niente», si vanta. Quel tono compiaciuto
basta a spingermi oltre il limite. Il suo corpo trema e si irrigidisce. Mi sembra più bello
ogni volta che lo facciamo. Per questo non ne ho mai abbastanza di lei.
Bussano alla porta, e Tess salta giù da me in un istante. Raccolgo i vestiti da terra e
mi sbarazzo del profilattico.
«Un momento!» grido. Lei accende una candela e sprimaccia i cuscini del divano.
«Perché la candela?» chiedo vestendomi.
«Perché qui dentro c’è odore di sesso», bisbiglia lei, anche se il tecnico non può
sentirla.
Si sistema nervosamente i capelli; io ridacchio e vado ad aprire la porta. L’uomo è più
alto di me e ha la barba e i capelli castani lunghi fino alle spalle. Deve avere almeno
cinquant’anni.
«Il riscaldamento non va, vero?» domanda con la voce di uno che ha fumato troppe
sigarette.
«Sì, altrimenti perché l’appartamento sarebbe sottozero?» ribatto. Vedo i suoi occhi
posarsi sulla mia Tessa.
Che ovviamente si è piegata a raccogliere il caricabatterie del telefono sotto il
tavolino. E ovviamente ha indosso i maledetti pantaloni da yoga. E ovviamente il tizio con
la barba le sta guardando il culo. E ovviamente lei non si è accorta di niente.
«Ehi, Tess, perché non vai in camera finché non è riparato?» le dico. «Di là fa più
caldo.»
«No, non importa, sto qui con te», risponde con noncuranza, e si siede.
Sto per esaurire la pazienza. Quando alza le braccia per legarsi i capelli e quasi le si
vede il seno, sono tentato di trascinarla fuori dal salotto.
Devo averla guardata male, perché mi osserva per un attimo e poi dice: «Okay…»
Chiaramente perplessa, raccoglie i libri e se ne va in camera.
«Ripari questo cazzo di termostato», faccio al vecchio pervertito, che si mette al lavoro
in silenzio. Dev’essere più furbo di quanto pensassi.
Dopo qualche minuto il telefono di Tessa vibra sul tavolino, e quando leggo il nome di
Kimberly sul display decido di rispondere. «Pronto?»
«Hardin?» Non so come Christian faccia a sopportare quella vocetta stridula. Si sarà
innamorato di lei perché è bella. Probabilmente in una discoteca dove la musica era
assordante e non si sentiva la voce.
«Sì. Vado a chiamare Tess…»
Apro la porta della camera e la trovo sdraiata sul letto con una penna tra i denti e i
piedi in aria.
«C’è Kimberly al telefono.» Lancio il cellulare sul letto.
Lei lo prende e risponde: «Ciao, Kim. Tutto a posto?» Ma dopo qualche secondo
esclama: «Oh, no! È terribile». La guardo con aria interrogativa ma lei non se ne accorge.
«Oh… okay… lasciami parlare con Hardin. Ci metto un secondo, ma sono sicura che
non ci saranno problemi.» Stacca il telefono dall’orecchio e copre il ricevitore con la
mano. «Christian ha una specie di gastroenterite e Kim deve portarlo all’ospedale. Non è
niente di serio, ma la babysitter non è disponibile.»
«E allora?»
«Non c’è nessuno che si occupi di Smith.»
«E… me lo stai dicendo perché?…»
«Vuole sapere se possiamo tenerlo noi…»
«No. Neanche per sogno.»
«Perché no? È un bambino buono», insiste.
«No, Tessa, questo non è un asilo nido. Niente da fare. Di’ a Kim di comprargli un
sonnifero e un po’ di brodo di pollo.»
«Hardin… lei è mia amica e lui è il mio capo, ed è malato. Pensavo foste amici…»
Certo che siamo amici, è stato vicino a me e mia madre mentre mio padre faceva tutte
le sue cazzate; ma non per questo voglio badare a suo figlio quando già devo andare a
una partita di hockey con Landon. Sono irremovibile: «Ho detto di no». Non ho nessuna
voglia di farmi mettere a soqquadro la casa da un moccioso rompiscatole.
«Per favore, Hardin… Non sanno a chi altri chiedere. Per favore!»
Faccio un sospiro di sconfitta e lei sorride.
70
Hardin
«LA smetti di fare i capricci? Ti comporti peggio di lui, e lui ha cinque anni», mi rimprovera
Tessa.
«Dico solo che è una tua responsabilità. Non deve toccare la mia roba. Sei stata tu ad
accettare, quindi è un problema tuo, non mio», ribatto sbuffando. Proprio in quel
momento bussano alla porta.
Mi siedo sul divano e lascio che sia Tessa ad aprire. Spalanca la porta con un gran
sorriso.
Kimberly inizia subito a blaterare a cento all’ora con quella sua vocetta insopportabile.
«Grazie mille! Ci avete salvato la vita! Non so cos’avremmo fatto altrimenti! Christian sta
malissimo, vomita ovunque, e…»
«Non c’è problema, tranquilla», la interrompe Tess, probabilmente perché non vuole
sapere i dettagli del vomito.
«Okay, be’, lui è in macchina, quindi devo sbrigarmi. Smith è abbastanza indipendente,
se ne starà per i fatti suoi e vi farà sapere se ha bisogno di qualcosa.» Si sposta e un
bambino con i capelli biondo scuro fa capolino dietro di lei.
«Ciao, Smith! Come stai?» lo saluta Tessa con una voce strana che non le avevo mai
sentito usare. Dev’essere così che si rivolge ai bambini piccoli, anche se il marmocchio in
questione ha già cinque anni.
Lui non dice niente, le fa un sorrisetto e oltrepassa Kimberly per entrare in salotto.
«Non parla molto», spiega Kimberly a Tess, vedendola rattristata.
È buffo che Smith non abbia risposto a Tessa, ma mi dispiace vederla così turbata,
quindi spero che lo stronzetto la pianti di essere sgarbato.
«Okay, adesso me ne vado davvero!» Kim sorride e chiude la porta dopo un ultimo
saluto al piccolo.
Tessa si china e gli chiede: «Hai fame?»
Lui scuote la testa.
«Sete?»
Stessa reazione, ma stavolta viene a sedersi sul divano davanti a me.
«Vuoi fare un gioco?»
«Tess, credo che voglia starsene seduto qui e basta», le faccio notare, e lei arrossisce.
Mi metto a fare zapping sperando di trovare un programma interessante per tenermi
occupato mentre lei fa la babysitter.
«Scusa, Smith. Voglio solo essere sicura che stai bene.»
Lui annuisce con movimenti meccanici, e in quel momento mi accorgo che somiglia
moltissimo al padre. I capelli sono dello stesso colore, gli occhi della stessa sfumatura di
verdeazzurro, e sospetto che se sorridesse gli verrebbero le fossette come quelle di
Christian.
Passano alcuni minuti di silenzio imbarazzato, durante i quali Tessa resta accanto al
divano ad assistere al crollo dei suoi piani così ben architettati. Aveva immaginato che il
bambino si sarebbe precipitato in casa, traboccante di energia e impaziente di giocare
con lei. Invece non ha detto una parola e non si è mosso dal divano. I suoi vestiti sono
impeccabili, come immaginavo; le scarpe da ginnastica sono candide, come nuove.
Quando alzo gli occhi dalla sua polo azzurra, scopro che mi sta fissando.
«Che c’è?» domando.
Distoglie subito lo sguardo.
«Hardin!» mi riprende Tessa.
«Cosa? Mi chiedevo solo perché mi fissasse», rispondo cambiando canale.
«Fa’ il bravo», mi intima con un’occhiataccia.
«Lo sto facendo.»
«Be’, vado a preparare la cena. Smith, vuoi venire con me o resti qui con Hardin?»
Mi sento addosso lo sguardo del bambino, ma scelgo di non ricambiarlo. Deve andare
con lei. La babysitter è lei. «Va’ con lei», gli suggerisco.
«Puoi restare qui, Smith, Hardin non ti disturberà», lo rassicura lei.
Il bambino rimane in silenzio. Che sorpresa. Tessa va in cucina e io alzo il volume della
televisione per scongiurare il rischio di conversazioni. Sono tentato di andare pure io in
cucina e lasciarlo da solo in salotto.
Passano vari minuti e inizio a sentirmi a disagio con lui seduto lì. Perché non parla, non
gioca, non fa le cose che fanno i bambini di cinque anni?
«Allora, che problema hai? Perché non parli?» gli chiedo infine.
Lui fa spallucce.
«È maleducazione non rispondere alle domande», lo informo.
«È più maleducato chiedermi perché non parlo», ribatte.
Ha un leggero accento britannico, non marcato come quello del padre ma percepibile.
«Be’, almeno abbiamo appurato che sai parlare», dico, colto un po’ alla sprovvista dalla
sua risposta impertinente. Non so bene cos’altro rispondere.
«Perché ci tieni tanto a sentirmi parlare?» mi chiede. Dimostra molto più di cinque
anni.
«Non lo so… Perché non ti piace parlare?»
«Non lo so.»
«Va tutto bene, là fuori?» domanda Tessa dalla cucina. Per un attimo valuto di dirle di
no, che il bambino è morto o ferito, ma non farebbe molto ridere.
«Sì, tutto bene!» Spero che torni presto, perché ho esaurito gli argomenti di
conversazione.
«Perché hai quelle cose sulla faccia?» chiede Smith, indicando il piercing sul mio
labbro.
«Perché mi piacciono. Forse una domanda migliore sarebbe: perché tu non ne hai?»
«Ti hanno fatto male?» Sta evitando la mia domanda.
«No, per niente.»
«A vederli sembra di sì», continua lui con un mezzo sorriso.
Non è poi così male, dopotutto. Ma l’idea di fargli da babysitter continua a non
piacermi.
«Ho quasi finito!» annuncia Tessa.
«Okay, gli sto insegnando a costruire una bomba a mano con una bottiglia di coca»,
ribatto. Lei si spaventa e viene a controllarci.
«È pazza», faccio a Smith, che ride, e gli si formano le fossette.
«È carina», bisbiglia.
«Già.» Alzo gli occhi su Tess, che ha i capelli legati e arruffati, i pantaloni da yoga e
una maglietta bianca. È bellissima, e senza neppure sforzarsi.
Non capisco perché sorrida in quel modo. Solo perché sto parlando con il bambino? Lo
trovo comunque irritante, come tutti gli umani sotto il metro d’altezza.
«Sì, è molto carina», ripete lui.
«Okay, ma ora calmati. È mia.»
Mi guarda a bocca aperta. «Tua cosa? Tua moglie?»
«No… cazzo, no», scoppio a ridere.
«Cazzo, no?» ripete lui.
«Merda, non dire così!» Faccio per tappargli la bocca.
«Non devo dire merda?»
«No, non devi dire merda e neppure cazzo.» Ecco uno dei molti motivi per cui non è
bene che io stia con i bambini.
«Lo so che sono parolacce», mi informa.
«Perciò non dirle.»
«Chi è, se non è tua moglie?»
Che ficcanaso. «È la mia ragazza.» Non avrei dovuto farlo parlare.
Il bambino giunge le mani e mi guarda con l’aria di un prete in miniatura. «Vuoi che
diventi tua moglie?»
«No, non voglio che diventi mia moglie», rispondo lentamente, scandendo le parole,
così forse stavolta capirà.
«Mai?»
«Mai.»
«E avete un bambino?»
«No! Dannazione, no! Da dove ti vengono queste idee?» Già solo sentirne parlare mi
mette ansia.
«Perché…» ricomincia lui.
Lo zittisco. «Smettila di fare domande.» Lui mi toglie il telecomando di mano per
cambiare canale.
Tessa non viene a controllarci da qualche minuto, perciò decido di andare in cucina a
vedere se ha finito. «Tess… A che punto sei? Il bambino parla davvero troppo.»
«Solo due minuti», risponde senza guardarmi, con un tono strano.
«Tutto a posto?»
Si gira e vedo che ha gli occhi lucidi. «Sì, sto bene, è colpa delle cipolle.»
«Okay… Il bambino si è sbloccato, ora parlerà anche con te.»
«Sì, lo so. Non è per quello… È solo per le cipolle.»
71
Hardin
LO stronzetto non apre più bocca e si limita ad annuire quando Tessa, tutta allegra, gli
chiede: «Ti piace il pollo, Smith?»
«È buonissimo!» esclamo io con troppo entusiasmo, per consolarla.
Mi sorride con gratitudine ma senza guardarmi negli occhi. Il resto della cena trascorre
in silenzio.
Mentre Tessa sparecchia torno in salotto, e sento dei passi leggeri che mi seguono.
«Posso aiutarti?» propongo sedendomi sul divano.
«No.» Si mette a guardare la televisione.
«Okay…» Non c’è niente di interessante in realtà.
«Mio padre morirà?» chiede all’improvviso la vocetta.
Lo osservo. «Eh?»
«Mio papà, sarà morto?» ripete in tono impassibile.
«Ma no, ha solo avuto un’indigestione o qualcosa del genere.»
«Mia mamma era malata e adesso è morta», ribatte lui, con un lieve tremito della
voce, e a me si mozza il respiro.
«Ehm… sì. Ma quello era diverso.» Povero bambino.
«Perché?»
Cazzo, quante domande fa. Vorrei chiamare Tess, ma a lei non rivolge neppure la
parola.
«Tuo padre non è gravemente malato… Tua madre invece lo era. Tuo papà starà
bene.»
«Mi stai mentendo?» Parla bene per gli anni che ha, sembra me alla sua età.
Succede, penso, quando sei costretto a crescere troppo in fretta. «No, te lo direi se tuo
padre stesse per morire», rispondo sincero.
«Me lo diresti?» domanda con gli occhi lucidi, e ho il terrore che si metta a piangere.
Non so proprio cosa farei. Scapperei. Mi rifugerei in cucina, mi nasconderei dietro Tessa.
«Sì. Adesso parliamo di cose un po’ meno morbose.»
«Cosa vuol dire morbose?»
«Che i pensieri tristi ti fanno stare di merda.»
«Hai detto una parolaccia.»
«Io posso, perché sono adulto.»
«È una parolaccia lo stesso.»
«Tu ne hai dette due, prima. Potrei raccontarlo a tuo padre.»
«E io alla tua bella ragazza.»
Scoppio a ridere. «Okay, okay, hai vinto tu.»
Tessa si sporge dall’angolo. «Smith, vuoi venire in cucina con me?»
Smith la guarda, poi torna a guardare me. «Posso restare con Hardin?»
«Non…» inizia lei, ma la interrompo.
«E va bene.» Sospiro e porgo il telecomando al bambino.
72
Tessa
GUARDO Smith sedersi sul divano e scorrere più vicino a Hardin, che lo sbircia di sottecchi
ma non lo ferma e non commenta. Hardin detesta i bambini: è paradossale che Smith
voglia stare con lui. Ma dal momento che, più che un bambino, sembra un gentiluomo di
campagna uscito da un romanzo di Jane Austen, non è detto che sia da includere nella
categoria.
Mai, ha detto a Smith, che gli aveva chiesto se voleva sposarmi.
Mai. Non immagina un futuro con me. Lo sapevo già, nel profondo di me, ma è
comunque doloroso sentirglielo dire, soprattutto in quel modo freddo e perentorio.
Avrebbe potuto attutire il colpo, almeno un po’.
Non voglio sposarmi subito, ovviamente. E non per qualche anno ancora. Ma a farmi
male, molto male, è l’idea che non sia neppure una possibilità remota. Lui afferma di
voler restare con me per sempre, ma non vuole sposarmi? Dovrò restare per sempre la
sua ragazza? Posso accettare l’idea di non avere figli? Il suo amore basterà per
accontentarmi di un futuro molto diverso da quello che immaginavo?
Sinceramente non lo so, e a pensarci mi fa male la testa. Non ho intenzione di
ossessionarmi per il futuro: ho solo diciannove anni. Negli ultimi tempi andiamo d’amore
e d’accordo e non voglio altri guai.
Quando la cucina è pulita e la lavastoviglie è carica, torno a controllare Hardin e Smith
e poi vado in camera a prepararmi per domani. Mentre scelgo la gonna da indossare
sento squillare il telefono. È Kimberly.
«Ehi, tutto a posto?» chiedo.
«Sì, tutto bene. Gli hanno dato un antibiotico e presto ci lasceranno andare a casa.
Forse arriveremo tardi, spero non sia un problema.»
«No, nessun problema. Venite quando potete.»
«Come sta Smith?»
«Bene, sta addirittura chiacchierando con Hardin.» Ancora non ci credo neppure io.
Ride di cuore. «Davvero? Hardin?»
«Già, roba da matti.» Torno in salotto.
«Be’, questo non me l’aspettavo. Ma è un buon allenamento per quando ci sarà
qualche piccolo Hardin a scorrazzare per casa.»
Mi si stringe il cuore. «Sì… penso di sì.» Devo cambiare argomento prima di scoppiare
a piangere.
«Be’, arriveremo presto, spero. Smith va a dormire alle dieci, ma siccome sono già le
dieci lasciatelo stare sveglio finché volete. Grazie ancora», dice Kimberly, e riaggancia.
Vado in cucina a preparare il pranzo per domani con gli avanzi di stasera.
«Perché?» sta chiedendo Smith a Hardin.
«Perché sono intrappolati sull’isola.»
«Perché?»
«L’aereo è precipitato.»
«E perché non sono morti?»
«È un telefilm.»
«Un telefilm stupido», sentenzia Smith.
Hardin scoppia a ridere. «Sì, mi sa che hai ragione tu.» Ridacchiano entrambi. Si
somigliano, in un certo senso: le fossette, la forma degli occhi, il sorriso. Immagino che, a
parte i capelli biondi e il colore degli occhi, Hardin non fosse molto diverso da Smith
quand’era bambino.
«Posso andare a letto, o devo tenerlo d’occhio?» chiedo a Hardin.
Mi guarda, guarda Smith. «Ehm… va’ pure. Tanto stiamo seguendo un programma
stupido.»
«Okay. Buonanotte, Smith. Ci vediamo tra un po’ quando Kim torna a prenderti», gli
dico. Lui guarda Hardin, poi guarda me e sorride.
«’notte», bisbiglia.
Mi volto, ma poi sento la mano di Hardin sul braccio. «A me non dai la buonanotte?»
domanda imbronciato.
«Ah già, scusa.» Lo abbraccio e lo bacio sulla guancia. «Buonanotte.»
«Sicura di stare bene?»
«Sì, sono solo molto stanca. E comunque lui preferisce stare con te.»
«Ti amo», dice dandomi un bacio sulla fronte.
«Ti amo.» Corro in camera e mi chiudo dentro.
73
Tessa
IL giorno seguente c’è bel tempo, niente neve e strade più o meno pulite. Quando arrivo
alla Vance, Kimberly è seduta alla scrivania e mi sorride mentre prendo la solita
ciambella e il caffè.
«Non ti ho neanche sentita arrivare, ieri sera. Mi ero addormentata», le dico.
«Lo so, dormiva anche Smith. Grazie ancora.» Le squilla il telefono.
È strano tornare in ufficio dopo aver passato la giornata di ieri all’università. A volte mi
sembra di fare una doppia vita: per metà studentessa, per metà adulta. Convivo con il
mio ragazzo e ho uno stage retribuito che somiglia moltissimo a un lavoro vero. Mi
piacciono entrambe le metà, e se dovessi scegliere opterei per la metà adulta, ma con
Hardin.
Mi tuffo nel lavoro e l’ora di pranzo arriva presto. Dopo vari manoscritti di scarso valore
ne trovo uno interessante, e mangio in fretta per ricominciare subito a leggere. Spero che
trovino una cura per la malattia del protagonista; se muore sarò tristissima. Il resto della
giornata trascorre rapidamente, perché mi isolo dal mondo e mi lascio assorbire dal
romanzo, che ha un finale decisamente angosciante.
Con le guance rigate di lacrime, esco dall’ufficio per tornare a casa. Non sento Hardin
da stamattina, quando sono uscita dormiva ancora: e non riesco a smettere di pensare
alle sue parole di ieri sera. Devo distrarmi, smetterla di rimuginare; a volte vorrei poter
spegnere i pensieri con un interruttore, come altre persone sembrano capaci di fare. Ma
purtroppo non ci riesco, sono fatta così. E purtroppo anche lui è fatto a modo suo: non
vuole sposarsi né avere figli.
Forse potrei chiamare Steph, dopo aver fatto la spesa, e poi fare il bucato, visto che
stasera Hardin e Landon vanno alla partita… Spero tanto che fili tutto liscio.
Trovo Hardin in camera, intento a leggere un libro.
«Ciao, bellissima. Com’è andata la giornata?» mi chiede.
«Benino.»
«Che c’è?»
«Ho letto un manoscritto talmente triste… bellissimo, ma straziante.» Cerco di non
piangere.
«Ah, doveva essere davvero bello, se stai ancora così», commenta sorridendo. «Non
avrei mai voluto essere nei paraggi, la prima volta che hai letto Addio alle armi.»
Mi siedo sul letto accanto a lui. «Questo era peggio, molto peggio.»
Mi fa posare la testa sulla sua spalla. «Come sei sensibile.»
«Sei andato a lezione, oggi?»
«No. Fare la guardia al miniumano mi ha stremato.»
«Fare la guardia nel senso di guardare insieme la televisione, vero?»
«Cosa c’entra, sono stato più io di te con lui.»
«Allora, ti sta simpatico?» Non so perché glielo chiedo.
«No… Be’, non è il bambino più insopportabile del mondo, ma non ci tengo a rivederlo
molto presto.»
Evito di insistere e cambio argomento: «Sei pronto per la partita di stasera?»
«No, gli ho già detto che non ci vado.»
«Hardin! Ci devi andare!» strillo.
«Scherzavo… arriva tra poco. Mi sei debitrice, per questa seccatura.»
«Ma l’hockey ti piace, e Landon è simpatico.»
«Non quanto te.» Mi bacia sulla guancia.
«Sei di buonumore, per avere l’aria di un animale condotto al macello.»
«Se va storto qualcosa, non sarò io quello macellato.»
«Farai meglio a comportarti bene con Landon.»
Alza le mani con aria innocente, ma io conosco la verità. Sentiamo bussare alla porta,
ma Hardin non si muove: «È amico tuo, vai ad aprirgli tu».
Gli scocco un’occhiataccia, però mi alzo.
Landon indossa una maglia da hockey, jeans e scarpe da ginnastica. «Ciao, Tessa!» mi
saluta con il solito sorriso cordiale e mi abbraccia.
«Possiamo sbrigarci?» dice Hardin prima ancora che io abbia ricambiato.
«Sarà una serata divertente», scherza Landon.
«Sarà la serata più bella della tua vita», ribatte Hardin.
«In bocca al lupo», dico a Landon, che sghignazza.
«Oh, Tess, sta solo fingendo di non essere emozionato all’idea di passare del tempo
con me», afferma con un sorriso, e Hardin lo guarda malissimo.
«Be’, qui dentro c’è troppo testosterone per i miei gusti, perciò vado a cambiarmi ed
esco a fare delle commissioni. Divertitevi, voi due!» esclamo lasciandoli ai loro giochetti.
74
Hardin
IO e Landon ci facciamo strada tra la gente. «Ma perché è già così affollato?» sbuffo.
Mi guarda con aria un po’ supponente. «Perché per colpa tua siamo in ritardo.»
«La partita comincia tra un quarto d’ora.»
«Di solito arrivo un’ora prima.»
«Ci avrei scommesso. Anche quando non sono con Tessa, sono con Tessa», mi
lamento. Lei e Landon sono identici: hanno un bisogno disperato di arrivare primi ed
essere i migliori in qualsiasi cosa.
«Dovresti sentirti onorato che Tessa stia con te.»
«Piantala di fare l’idiota, e forse riusciremo a goderci questa partita», ribatto, ma la
sua irritazione mi strappa un sorriso. «Scusa, Landon. Sono onorato di essere il suo
ragazzo, sì. Ora ti calmi, per favore?»
«Certo, certo. Andiamo a sederci», mormora, facendomi strada.
«Ma l’hai visto?! Com’è possibile che sia regolare?» grida Landon. Non l’avevo mai visto
così nervoso. Ma anche quand’è arrabbiato parla come una femminuccia.
«Forza!» grida di nuovo, e io mi mordo la lingua per non ridere.
Devo ammettere che Tessa aveva ragione: in compagnia di Landon non si sta
malissimo. Non l’avrei scelto di mia spontanea volontà, naturalmente, ma non è poi così
tragico.
«Ho sentito dire che più strilli e più è probabile che vincano», gli faccio.
Mi ignora e continua a gridare e fischiare seguendo il gioco. Ogni tanto mi distraggo
per scrivere a Tessa sms spinti, e non mi accorgo neppure che la squadra di Landon ha
vinto la partita all’ultimo istante.
La gente si riversa fuori dallo stadio, e noi seguiamo il flusso. «Sta’ attento», dice una
voce dietro di me.
«Scusi», risponde Landon.
«Proprio come pensavo», ribatte la voce, e girandomi vedo Landon inquieto e uno
stronzo con la maglia dell’altra squadra. Landon deglutisce ma rimane in silenzio. L’uomo
e i suoi amici continuano a prenderlo in giro.
«Guardate com’è spaventato», interviene un’altra voce, un amico dello stronzo.
«Io… io…» balbetta Landon.
Ma stiamo scherzando? «Fuori dai coglioni, tutti e due», ringhio. Quelli si voltano a
guardarmi.
«Sennò cosa?» Sento odore di birra nell’alito di quello più alto.
«Sennò ti metto a tacere davanti a tutti, e ti umilio così tanto che finirai negli highlight
della partita.»
«Dai, Dennis, andiamocene», risponde quello più basso e con un po’ di sale in zucca.
Tira l’amico per la maglia e i due spariscono tra la gente. Prendo Landon per un braccio e
lo trascino via. Tessa mi staccherà le palle a morsi se lascio che gli succeda qualcosa.
«Grazie, non dovevi», mi dice Landon quando arriviamo alla macchina.
«Non sentirti in imbarazzo, okay?» gli sorrido, e lui ridacchia piano.
«Vuoi che ti riporti a casa?» mi chiede dopo qualche minuto di silenzio, in attesa che
l’uscita del parcheggio si liberi.
«Sì, certo.» Controllo il telefono, ma Tessa non ha risposto ai miei messaggi. «Ti
trasferirai?» chiedo a Landon.
«Non lo so ancora, vorrei stare più vicino a Dakota.»
«Allora perché non fai venire lei qui?»
«Perché la sua carriera nella danza classica non potrebbe proseguire qui; deve stare a
New York.» Lascia passare un’altra macchina, anche se siamo fermi e imbottigliati da un
pezzo.
«E tu rinunci alla tua vita e ti trasferisci per lei?» domando divertito.
«Sì, meglio così che restare lontano da lei. Non mi dispiace andarmene, comunque.
Sarà bellissimo vivere a New York. Non sempre una relazione gira intorno alle esigenze di
una persona sola, sai?» dice guardandomi di sottecchi. Stronzo.
«Stai parlando di me, per caso?»
«Non proprio, ma se tu pensi di sì, allora forse sì.»
«Ma sta’ zitto.»
«Mi stai dicendo che non ti trasferiresti a New York per stare con Tessa?»
«Sì, è esattamente quello che ti sto dicendo. Non voglio vivere a New York, quindi non
vivrò a New York.»
«Lo sai che non parlo di New York. Sto parlando di Seattle: lei vuole vivere a Seattle.»
«Verrà a vivere con me in Inghilterra». Alzo il volume dell’autoradio per chiudere la
conversazione.
«E se non ci viene? Sai che non vuole, perché devi costringerla?»
«Non la costringo a fare un bel niente, Landon. Verrà con me perché è giusto che
stiamo insieme e non vorrà stare lontana. Vedi, è semplice.»
«Sei un pezzo di merda.»
«Mai sostenuto il contrario.»
Chiamo Tessa, ma non mi risponde. Spero di trovarla a casa. Se Landon non guidasse
come un vecchietto saremmo già arrivati. Resto in silenzio, mi mangio le unghie, e
finalmente ci fermiamo davanti al mio palazzo.
«La serata non è andata troppo male, eh?» mi dice mentre scendo.
Sghignazzo. «No, devo ammettere di no. E se dici a qualcuno che ho detto così, ti
ammazzo.»
Se ne va ridacchiando. Faccio un sospiro profondo: sono molto contento che quegli
idioti non l’abbiano preso a botte.
Tessa dorme come un sasso sul divano, e io resto un po’ a guardarla.
75
Hardin
LA prendo in braccio e la porto in camera. Lei posa la testa sul mio petto. La faccio
sdraiare sul letto e la copro. La bacio sulla fronte e sto per andare a prepararmi per
dormire, quando lei borbotta qualcosa.
«Zed…»
Ha detto?… La fisso, cercando di convincermi che non l’abbia detto.
«Zed.» Sorride, si gira a pancia in sotto.
Ma che cazzo?…
Vorrei svegliarla e costringerla a spiegarmi perché. Ma so già cosa risponderebbe. Che
non ho nulla di cui preoccuparmi, che sono buoni amici, che lei ama solo me. Sarà anche
vero, ma sta di fatto che ha appena detto il suo nome nel sonno.
E dopo aver sentito quello stronzo di Landon parlare con tanta sicurezza dei suoi
progetti per il futuro… è davvero troppo. Io non sono sicuro di niente, non quanto lo è lui,
ed è evidente che neanche Tessa è sicura di me. Altrimenti non sognerebbe Zed.
Prendo carta e penna e le lascio un biglietto sul comò. Dopodiché esco nella notte.
Svolto verso la Canal Street Tavern . Non voglio andarci, perché potrei trovarci Nate e
gli altri, ma lì vicino c’è un posto dove andavo sempre a bere. Per fortuna nello Stato di
Washington nessuno chiede mai i documenti prima di vendere alcol.
Mi ronza in testa la voce di Tessa che mi dice di non bere più, ma non me ne frega un
cazzo. Ho bisogno di qualcosa di forte. Poi sento le voci di Zed e Landon. Perché tutti
pensano che mi importi qualcosa della loro opinione?
Non mi trasferirò a Seattle, e Landon può andarsene affanculo insieme ai suoi consigli.
Solo perché lui vuole seguire la sua ragazza come un cagnolino, non significa che lo
voglia anch’io. Già mi immagino il risultato: io che faccio le valigie e vado a Seattle con
lei, e due mesi dopo lei decide che ne ha abbastanza delle mie stronzate e mi molla. A
Seattle saremmo nel suo territorio, non nel mio, e potrebbe decidere di cacciarmi.
Quando arrivo al bar la musica è a basso volume e c’è poca gente. Una bionda che
conosco mi guarda incuriosita da dietro il bancone.
«Non ti facevi vedere da un pezzo, Hardin. Ti sono mancata?» Sorride e si lecca le
labbra carnose. Di sicuro ricorda le notti che abbiamo passato insieme.
«Sì, ora dammi da bere.»
76
Tessa
MI sveglio e Hardin non è a letto. Immagino che sia sotto la doccia, oppure uscito a
prendere il caffè. Controllo l’ora e mi costringo ad alzarmi. Apro il primo cassetto del
comò per tirar fuori una maglietta e vedo cadere un pezzo di carta: Sono a colazione con
mio padre. Sono contenta, ma allo stesso tempo confusa. Spero proprio che Hardin e Ken
continuino ad approfondire il loro rapporto.
A quest’ora avranno già finito, immagino. Provo a chiamarlo ma non risponde. Gli
scrivo un messaggio ed esco per incontrare Landon in caffetteria.
Lo trovo seduto a un tavolo con due tazze davanti a sé. «Ti ho già preso il caffè»,
annuncia con un sorriso.
«Che gentile, grazie.» Il caffè mi sveglia del tutto, ma poi mi assale l’ansia perché
Hardin non si è fatto vivo.
«Ehi, dov’è Hardin? Non ti ha accompagnata stamattina.»
«Non lo so. Mi ha lasciato scritto che usciva per fare colazione con suo padre.»
Mi guarda perplesso. «Ah sì?… Strano, ma plausibile.»
Nuovi dubbi mi assalgono. Hardin sarà davvero andato a fare colazione con suo padre?
Mentre io e Landon andiamo a lezione, e Hardin non ha ancora risposto ai miei
messaggi, sento crescere un dolore nel petto.
Quando ci sediamo, Landon mi chiede se sto bene; sono sul punto di rispondergli
proprio nel momento in cui entra il professor Soto.
«Buongiorno a tutti! Scusate il ritardo, ieri sera ho fatto le ore piccole.» Sorride e posa
il giubbotto di pelle sullo schienale della sedia. «Spero che abbiate trovato tutti il tempo
di acquistare o rubare un diario.»
Io e Landon ci guardiamo e tiriamo fuori i nostri. Gli altri, però, non fanno lo stesso:
per l’ennesima volta mi stupisco della svogliatezza dello studente universitario medio.
Ma il professore continua imperterrito, raddrizzandosi la cravatta. «Altrimenti prendete
un foglio bianco, perché nella prima metà della lezione lavorerete al diario. Non ho
ancora deciso quante lezioni come questa ci saranno, ma come vi ho già accennato il
diario determinerà il vostro voto finale, quindi dovrete sforzarvi almeno un po’.» Sorride,
si siede e posa i piedi sulla cattedra. «Voglio sapere cosa ne pensate della fede. Cosa
significa per voi? Non esistono risposte sbagliate, e non fa differenza che siate o meno
praticanti. Potete condurre il ragionamento nella direzione che preferite: avete fede in un
potere superiore? Pensate che la fede possa portare il bene? Magari invece la intendete
sotto una luce completamente diversa… avere fede in qualcuno o in qualcosa può
cambiare l’esito di una situazione? Se credete che il vostro amante infedele smetterà di
tradirvi, fa differenza? Avere fede in Dio… o in più dèi… vi rende persone migliori?
Insomma, prendete il tema della fede e fatene ciò che volete… purché facciate
qualcosa.»
Mi frullano in testa un milione di idee. Da ragazzina frequentavo la chiesa, ma devo
ammettere che la mia relazione con Dio non è mai stata molto stretta. Ogni volta che
provo a scrivere qualcosa nel diario, mi torna in mente Hardin. Perché non si è fatto
sentire? Mi chiama sempre. Mi ha lasciato un biglietto, quindi so che sta bene… ma dov’è?
Quando avrò sue notizie?
A ogni sms senza risposta, il panico aumenta. Hardin è cambiato così tanto, il suo
comportamento è migliorato.
La fede. Ho avuto troppa fede in lui? Se continuo ad averne, lui cambierà?
Senza accorgermene ho scritto tre pagine, quasi tutte senza che la mente o il cuore
abbiano filtrato il contenuto. Scrivere della mia fede in Hardin mi ha tolto un peso dalle
spalle. Il professore annuncia la fine della lezione e Landon mi racconta di aver scritto
della fede in se stesso e nel suo futuro. Io invece ho scritto subito di Hardin, senza
pensarci due volte. Non so cosa significhi.
La giornata sembra non finire mai dal momento che Hardin non si fa vivo. Mi dispiace,
ma il mio primo pensiero è la speranza che non abbia combinato qualche guaio.
Il mio secondo pensiero riguarda Molly. È buffo come si riaffacci quando ho qualche
problema. Be’, non è buffo, ma è significativo. È come un’apparizione che si materializza
nella mia testa, anche se so che lui non mi tradirebbe mai.
77
Hardin
«VUOI un altro caffè? Ti aiuterà con il doposbronza», dice Carly.
«No, so come si smaltisce un doposbronza. Ne ho avuti tanti», ringhio.
«Non essere cafone. Dicevo tanto per dire.»
«Sta’ zitta», le intimo massaggiandomi le tempie. La sua voce mi irrita.
«Gentiluomo come sempre, vedo.» Mi lascia solo nella sua piccola cucina.
Sono stato stupido a venire, ma non avevo scelta. In realtà ce l’avevo, sto solo
cercando di giustificarmi. E ora eccomi qui nella cucina di Carly a bere caffè nel tardo
pomeriggio, accidenti.
«Ti serve un passaggio fino alla tua macchina?» grida dall’altra stanza.
«Ovviamente.»
Entra in cucina con indosso solo un reggiseno. «Considerati fortunato perché ti ho
portato a casa anche se eri ubriaco. Dobbiamo andare, il mio ragazzo torna presto»,
annuncia infilandosi la maglietta.
«Hai il ragazzo? Ah però.» La situazione non fa che migliorare.
«Sì che ce l’ho. Ti stupirà, ma non a tutti piace saltare da un trombamico all’altro.»
Sto per dirle di Tessa, ma poi ci ripenso, perché non sono affari suoi. «Prima devo
pisciare», dico andando in bagno.
Mi scoppia la testa e ce l’ho con me stesso per essere venuto qui. Dovrei essere a
casa… be’, all’università. Sento vibrare il telefono sul bancone e torno indietro.
«Non azzardarti a rispondere», abbaio a Carly, che arretra di un passo.
«Non volevo rispondere! Accidenti, non eri così stronzo ieri sera.»
La seguo verso la macchina. La testa mi fa sempre più male, ho bevuto troppo. Non
dovevo neppure cominciare. Carly apre il finestrino e si accende una sigaretta.
Come ho potuto pensare che fosse il mio tipo? Non si mette la cintura di sicurezza, si
trucca ai semafori. Tessa è così diversa da lei, da ogni altra ragazza con cui sono stato.
Mentre torniamo al bar, continuo a rileggere i messaggi di Tessa. Sarà
preoccupatissima. Ho la mente troppo annebbiata per inventarmi una buona scusa, perciò
le scrivo: Mi sono addormentato in macchina dopo aver bevuto troppo con Landon ieri
sera. Torno presto.
C’è qualcosa che non quadra, ma non capisco cosa. Invio il messaggio e attendo
risposta. Nulla.
Be’, non posso dirle che ho dormito da Carly. Non mi perdonerebbe mai, non mi
starebbe neppure a sentire. Si sta stufando delle mie cazzate, lo so.
Ma non ho la più pallida idea di come risolvere questo cazzo di problema.
Carly frena e impreca. «Oh, merda, dobbiamo tornare indietro. C’è un incidente
laggiù.»
Alzando lo sguardo vedo un uomo di mezz’età con le mani in tasca che parla con un
poliziotto. Indica un’auto bianca che sembra… proprio quella…
Mi assale il panico. «Ferma la macchina.»
«Eh?…»
«Ho detto ferma la macchina, cazzo!» Senza riflettere apro la portiera e corro verso
l’incidente. «Dov’è l’altra conducente?» chiedo in malo modo al poliziotto, guardandomi
intorno.
Il muso della macchina bianca è ridotto male, e poi vedo appeso allo specchietto
l’abbonamento al parcheggio della WCU. Merda. C’è un’ambulanza ferma accanto alla
volante della polizia. Merda.
Se le è successo qualcosa… se non sta bene…
«Dov’è la ragazza? Qualcuno mi risponda, cazzo!» strillo.
Il poliziotto mi fissa irritato, ma l’altro conducente si accorge che sono in ansia e,
indicando l’ambulanza, dice: «Laggiù».
Il mio cuore smette di battere.
Il portellone dell’ambulanza è aperto… e Tessa è seduta sul parafango posteriore con
una borsa del ghiaccio sulla guancia.
Grazie a Dio. Grazie a Dio non è niente di grave.
Corro da lei. «Cos’è successo? Stai bene?»
Quando mi vede le si dipinge in volto il sollievo. «Ho avuto un incidente.» Ha una
piccola benda sopra l’occhio e il labbro spaccato.
«Puoi venire via?» domando in tono molto brusco. Poi mi rivolgo alla giovane
infermiera lì vicino: «Può andarsene?»
La donna annuisce e si allontana. Sollevo il ghiaccio e vedo che la guancia è gonfia; le
sta già venendo un occhio nero.
«Merda… stai bene? È stata colpa sua?» Mi giro a cercare con lo sguardo l’altro
conducente.
«No, gli sono andata addosso io», risponde rimettendosi il ghiaccio sulla pelle con una
smorfia di dolore. Poi mi guarda in modo strano. «Dove sei stato tutto il giorno?»
«Eh?» Tra il doposbronza e lo shock di vederla in questo stato, sono confuso.
Mi rivolge un’occhiata gelida. «Ti ho chiesto, Hardin, dove sei stato tutto il giorno.»
Di colpo ritrovo la lucidità.
Mentre sto per inventarmi una scusa, Carly ci raggiunge e mi assesta una sculacciata.
«Be’, mister Malumore, posso andarmene? Da qui puoi arrivare a piedi alla tua macchina,
no? Devo veramente tornare a casa.»
«E tu chi sei?» domanda Tessa.
Cazzo cazzo cazzo. Non questo. Non adesso.
Carly sorride a Tessa. «Sono Carly, un’amica di Hardin. Mi dispiace che tu abbia avuto
un incidente.» Poi guarda me. «Posso andare?»
«Ciao, Carly.»
«Aspetta», la ferma Tessa. «Ieri sera è stato a casa tua?»
Cerco di incrociare lo sguardo di Tessa, ma lei continua a fissare Carly, che dice: «Sì, lo
stavo appunto riaccompagnando alla sua macchina».
«La sua macchina? E dov’è?» prosegue Tessa con la voce che trema.
«Ciao, Carly», ripeto, incenerendola con un’occhiata.
Tessa si alza in piedi e barcolla. «No… dimmi dov’è la sua macchina.»
La prendo per i gomiti nel tentativo di fermarla, ma lei mi spinge via e poi geme per il
dolore causato da quel movimento. «Non toccarmi», dice a denti stretti. «Carly, dov’è la
macchina di Hardin?»
Lei, confusa, saetta lo sguardo tra me e Tessa. «Al bar in cui lavoro. Okay, adesso
vado.» E se ne va.
«Tess…» inizio. Dio, perché devo sempre cacciarmi nei guai?
«Sta’ lontano da me», ribatte tentando di trattenere le lacrime. Comincio a sentire la
mancanza dei tempi in cui piangeva sempre.
«Tessa, abbiamo…» ricomincio, ma mi si incrina la voce. Ora sono io quello emotivo, e
una volta tanto non mi importa. Il panico che ho provato alla vista della macchina
sfasciata mi corre ancora nelle vene, e non voglio altro che abbracciare Tessa.
Ma lei non mi guarda. «Vattene. Subito. Altrimenti ti faccio portare via da quel
poliziotto laggiù.»
«Non me ne frega niente del…»
Punta su di me un’occhiata carica d’odio. «No, non ti ascolto più! Non so cosa sia
successo ieri sera, ma da stamattina sapevo – non so come, ma lo sapevo – che eri con
un’altra. Solo che mi sforzavo di non crederci.»
«Possiamo risolvere, come abbiamo sempre fatto», la scongiuro.
«Hardin! Non vedi che ho appena avuto un incidente?» grida e inizia a piangere.
L’infermiera dell’ambulanza torna verso di noi. «No, probabilmente non lo capisci, tanto è
distorta la tua visione della realtà. Ieri sera mi hai scritto che stamattina saresti uscito
con tuo padre, e poi mi hai scritto che ti sei addormentato ubriaco in macchina dopo aver
bevuto con Landon. Con Landon! Devi reputarmi così stupida da credere a qualsiasi balla,
anche quelle che si contraddicono. Ma certo, tu stesso sei una matassa di contraddizioni,
quindi capisco che ai tuoi occhi possa essere illogica anche la realtà.»
Solo ora comprendo quanto sono stato stupido, e per un momento mi mancano le
parole. Sono un imbecille. E non solo perché non so accampare scuse plausibili.
L’infermiera posa una mano sulla spalla di Tessa e le chiede: «Va tutto bene?
Dobbiamo portarti all’ospedale per un controllo».
Tessa si asciuga le lacrime e mi guarda mentre risponde all’infermiera: «Sì, sono
pronta. Sono pronta per andarmene, adesso».
78
Hardin
STAPPO la quarta birra e faccio rotolare il tappo sul legno lucido del tavolo. Quando
tornerà? Tornerà?
Forse dovrei scriverle e confessare che sono effettivamente andato a letto con Carly,
per porre fine alle sofferenze di entrambi.
Bussano alla porta.
Eccoci. Spero sia venuta da sola. Bevo un altro sorso di birra e vado alla porta. Quando
la apro, mi trovo davanti Landon. Prima che possa reagire mi afferra per la t-shirt e mi
scaraventa contro la parete.
Ma che gli prende? Non immaginavo che avesse tutta questa forza nelle braccia. E
tutta questa aggressività repressa.
«Che cazzo ti è passato per la testa?» grida. Non immaginavo neppure che avesse una
voce così forte.
«Toglimi le mani di dosso!» Lo spintono all’indietro ma lui non si muove. Merda, è
proprio forte.
Mi lascia andare, e per un attimo penso che voglia darmi un pugno, ma non lo fa. «So
che sei andato a letto con un’altra e hai provocato l’incidente!» Mi si pianta davanti.
«Ti consiglio di abbassare la voce, stronzo.»
«Non ho paura di te», ringhia.
L’alcol mi fa indignare, anziché vergognare come dovrei. «Ti ho già fatto nero una
volta, se ben ricordi», gli faccio notare, e torno a sedermi sul divano.
Lui mi segue. «Quel giorno non ero arrabbiato con te come lo sono ora», mi dice in
tono fermo. «Non puoi continuare a farla soffrire così!»
«Non sono neppure andato a letto con quella ragazza», ribatto con aria di sufficienza.
«Ho solo dormito a casa sua. Perciò fatti gli affari tuoi.»
«Ah, wow! Ovviamente stai bevendo!» mi accusa indicando le bottiglie di birra vuote
sul tavolo e quella che ho in mano. «Tessa ha una commozione cerebrale e un mucchio di
lividi per colpa tua, e tu stai qui a ubriacarti. Sei un pezzo di merda!»
«Non è stata colpa mia, e ho cercato di parlarle!»
«Sì che è colpa tua! È stato il tuo stupido messaggio, lo stava leggendo quando ha
avuto l’incidente. Un messaggio che diceva bugie, e lei l’ha capito subito!»
Resto senza fiato. «Di cosa parli?»
«Per tutto il giorno è stata in ansia perché non aveva tue notizie, perciò appena ha
visto il tuo nome sul display ha letto il messaggio.»
È colpa mia. Come ho fatto a non capirlo? Sono stato io a farle quei lividi. Le ho fatto
del male.
Landon continua a fissarmi. «Lei ha chiuso con te. Lo sai, vero?»
Alzo gli occhi su di lui; improvvisamente mi sento stanco. «Sì, lo so. E ora puoi
andartene.»
Ma lui mi strappa la bottiglia di mano e va in cucina.
«Adesso stai davvero esagerando», lo avverto.
«Stai facendo l’idiota e lo sai. Ti ubriachi mentre Tessa sta male, e non te ne importa
niente!»
«Smettila di strillarmi in faccia, cazzo!» Affondo le dita tra i capelli, li strattono. «Sì che
me ne importa. Ma lei non crederà a niente di quello che le dico!»
«E puoi biasimarla? Dovevi semplicemente tornare a casa, o meglio ancora non uscire
proprio!» Rovescia la birra nel lavandino. «Come puoi essere così insensibile? Lei ti ama.»
Va a prendere una bottiglia d’acqua in frigo e me la porge.
«Non sono insensibile. Sono solo stufo. Prima arrivi tu e mi rompi i coglioni per ore con
la tua vita sentimentale perfetta, i sacrifici che fai e tutte quelle cazzate. Poi arriva Tess,
e ha la bella pensata di dire il suo nome.» Mi metto a guardare il soffitto.
«Il nome di chi?»
«Zed. Ha detto il suo nome nel sonno. Come se volesse lui al suo fianco, e non me.»
«Nel sonno?» chiede in tono sarcastico.
«Sì, nel sonno. Ha detto il suo nome invece del mio.»
Mi guarda con sufficienza. «Ti rendi conto di quanto sei ridicolo, vero? Tessa ha detto il
nome di Zed nel sonno, quindi tu esci e vai a ubriacarti? Stai facendo un gran casino per
niente.»
Stritolo la bottiglietta fra le dita. «Tu non…» inizio, ma poi sento aprirsi la porta di
casa.
Mi giro e la vedo entrare. Tessa.
…e Zed. C’è Zed con lei.
Vado verso di loro, furioso. «Che cazzo succede?» sbraito.
Lei indietreggia di un passo, inciampa, si appoggia alla parete per non cadere.
«Hardin, smettila!»
«Col cazzo! Mi sono rotto di vederti comparire ogni volta che succede qualcosa!» urlo,
e spintono Zed.
«Basta!» grida di nuovo Tessa. «Per favore», aggiunge, e guarda Landon. «Cosa ci fai
tu qui?»
«Sono venuto a… parlare con lui.»
«A dire il vero è venuto per prendermi a botte.»
Tessa è sgomenta. «Cosa?»
«Ti spiego dopo», le dice Landon.
Zed è in preda all’ansia. Come ha potuto portarlo qui? Ovviamente è corsa subito da
lui: l’uomo dei suoi sogni.
Tessa gli posa una mano sulla spalla. «Grazie di avermi accompagnata a casa, Zed. Ti
sono grata, ma probabilmente è meglio che tu vada.»
Lui guarda me e poi le domanda: «Sicura?»
«Sicura. Grazie ancora. C’è qui Landon, e stanotte starò a casa dei suoi genitori.»
Zed annuisce – come se avesse voce in capitolo! – e se ne va, e Tessa richiude la
porta.
Non riesco a controllare la rabbia. «Vado a prendere i vestiti», mi dice andando in
camera, e io ovviamente la seguo.
«Perché hai chiesto un passaggio a lui?» le grido dietro.
«Perché sei andato a bere con quella Carly? Ah, aspetta, scommetto che ti sarai
lagnato con lei di quant’è appiccicosa ed esigente la tua ragazza.»
«Ah, lasciami indovinare quanto ci hai messo tu, invece, a raccontare a Zed quanto
sono stronzo.»
«Non gli ho detto niente. Sono sicura che lo sa già.»
«Hai intenzione di lasciarmi spiegare la mia versione dei fatti?»
«Certo», risponde cercando di tirar giù la valigia dal ripiano in alto dell’armadio. Faccio
per aiutarla.
«Togliti», dice spazientita.
Indietreggio e la lascio fare. «Non sarei dovuto uscire ieri sera.»
«Ah, davvero?»
«Sì, davvero. Non dovevo uscire e non dovevo bere così tanto, ma non ti ho tradita.
Non lo farei mai. Ho solo dormito a casa sua perché ero troppo ubriaco per guidare.»
«Allora perché mentirmi?» chiede con le braccia conserte: è furibonda.
«Non lo so… perché sapevo che non mi avresti creduto.»
«Be’, di solito chi tradisce non ammette di aver tradito.»
«Non ti ho tradita.»
Sospira. «È molto difficile crederti, dato che menti in continuazione. Non vedo perché
stavolta dovrebbe essere diverso.»
«Lo so. Mi dispiace di averti mentito in passato, ma non ti tradirei mai.»
Infila in valigia una camicia ben piegata. «Come ti ho già detto, i traditori non
ammettono i tradimenti. Se tu non avessi niente da nascondere, non avresti mentito.»
«Ma non è successo niente, non ho fatto niente con lei!»
«E se io mi ubriacassi e passassi la notte a casa di Zed? Cosa faresti, tu?»
La sola idea mi fa ribollire il sangue. «Lo ammazzerei.»
«Perciò se lo fai tu va bene, se lo faccio io no? Ma comunque non importa, tanto mi hai
detto chiaro e tondo che sono una presenza passeggera nella tua vita», continua a
parlare andando in bagno a prendere le sue cose. Vuole davvero andare con Landon a
casa di mio padre. Sono tutte stronzate, non è vero che è passeggera per me, come può
pensarlo? Probabilmente per via di tutte le cose che non sono riuscito a esprimere oggi.
«Sai che non mi arrenderò», le dico mentre chiude la valigia.
«Be’, io me ne vado.»
«Perché? Tanto sai che tornerai.» La rabbia parla al posto mio.
«È esattamente per questo che me ne vado.» Esce senza guardarsi indietro.
Sento sbattere la porta di casa, mi appoggio alla parete e mi lascio scivolare a terra.
79
Tessa
NOVE giorni. Sono passati nove giorni, e non ho notizie di Hardin. Non pensavo che sarei
riuscita a sopravvivere un solo giorno senza parlare con lui, figuriamoci nove. Mi
sembrano cento, anche se ogni giorno fa un po’ meno male del precedente. Ma non è
stato facile. Ken ha telefonato a Mr Vance e sono potuta restare a casa dal lavoro.
Sono stata io a lasciarlo, ma mi fa star male da morire che lui non abbia neppure
provato a cercarmi. Era la sua occasione di dimostrarmi i sentimenti che prova per me;
evidentemente me li sta dimostrando.
So che Hardin mi ama, lo so. Ma so anche che se mi amasse quanto pensavo, ormai
me ne avrebbe dato prova. Ha detto che non si sarebbe arreso, invece lo ha fatto. Ha
rinunciato a me. Per tutta la prima settimana mi sono sentita persa senza di lui. Senza i
suoi commenti volgari. Senza la sua sicurezza. Non voglio sentirmi persa; voglio essere
forte. Che io sia sola o no. Anche se inizio a sospettare che resterò sola per sempre; non
ero felice con Noah e con Hardin non ha funzionato. Forse in questo sono come mia
madre. Forse sto meglio da sola.
Non volevo che finisse tutto così di colpo. Volevo parlare con lui. Volevo che mi
rispondesse al telefono, e che trovassimo un compromesso. Avevo solo bisogno di spazio,
di allontanarmi da lui per un po’ per dimostrargli che non sono il suo zerbino. Ma la
decisione mi si è ritorta contro, perché è chiaro che non mi ama quanto speravo. Forse
era proprio questo il suo piano: farsi lasciare. Conosco delle ragazze che si comportano
così quando vogliono lasciare qualcuno.
Il primo giorno mi aspettavo una telefonata, o un messaggio, o che si precipitasse qui
sbraitando e facendo una scenata davanti ai suoi. Non è successo, e io sono crollata. Da
un momento all’altro immaginavo che venisse a chiedere perdono strisciando. Quel giorno
mi sono quasi arresa, stavo per tornare all’appartamento. Ero pronta a dirgli: Al diavolo il
matrimonio, non mi importa se mi racconti bugie e non mi rispetti, purché non mi lasci
mai. Per fortuna poi mi sono ripresa e ho salvato quel briciolo di dignità che mi è rimasto.
Il terzo giorno è stato il peggiore. È stato allora che ho preso coscienza delle cose. Il
terzo giorno ho ricominciato a parlare dopo giorni di silenzio, in cui rispondevo a
monosillabi a Landon e Karen. Il terzo giorno, tra i singhiozzi e le lacrime, ho cercato di
spiegare perché la mia vita sarebbe stata migliore e più facile senza di lui; ma non ci
credevo neanch’io. Il terzo giorno mi sono finalmente guardata allo specchio: il viso
sporco e pieno di lividi, gli occhi gonfi. Il terzo giorno ho iniziato a pregare. Il terzo giorno
gli ho telefonato, non ho resistito. Mi sono detta: Se risponde, ci impegneremo insieme
per trovare un compromesso, ci chiederemo scusa a vicenda e prometteremo di non
lasciarci mai più. Invece, dopo due squilli è entrata la segreteria. Aveva rifiutato la
chiamata.
Il quarto giorno gli ho telefonato di nuovo. Stavolta ha avuto la cortesia di lasciar
entrare la segreteria anziché premere il pulsante. Il quarto giorno mi sono resa conto di
volergli molto più bene di quanto lui ne voglia a me. Sono rimasta a letto tutta la
giornata a ripensare alle poche volte che mi ha detto chiaramente cosa provava per me.
Ho iniziato a capire che gran parte della nostra storia, e dei suoi sentimenti per me,
esistevano solo nella mia testa. Ho iniziato a capire che lui non pensava affatto a me,
mentre io mi scervellavo su come far funzionare la nostra storia.
Quel giorno ho deciso di tornare a essere una ragazza normale: mi sono fatta
insegnare da Landon come si scarica la musica sul telefono. Una volta imparato, non ho
più smesso. Ho scaricato più di cento canzoni e non mi sono tolta gli auricolari per quasi
ventiquattr’ore. La musica aiuta molto. Sentire altre persone che parlano del loro dolore
mi ricorda che non sono l’unica al mondo a soffrire. Non sono l’unica donna innamorata di
qualcuno che non è disposto a lottare per lei.
Il quinto giorno ho finalmente fatto la doccia e ho provato a tornare a lezione. Sono
andata a yoga, sperando di sopportare i ricordi che avrebbe evocato, e sperando di non
incontrare Hardin. Ormai non volevo più che mi chiamasse. Quella mattina sono riuscita a
bere mezzo caffè e Landon mi ha detto che mi stava tornando un po’ di colore sulle
guance. Il professor Soto ci ha chiesto di elencare nel diario le nostre paure più grandi e
di spiegare il loro rapporto con la fede e con Dio. «Avete paura di morire?» ci ha detto.
Non sono già morta? ho replicato in silenzio.
Il sesto giorno era un martedì. Ho iniziato a esprimermi con frasi di senso compiuto,
perlopiù slegate dall’argomento della conversazione; ma nessuno ha avuto il coraggio di
rimproverarmi. Sono tornata alla Vance. Kimberly non è riuscita a incrociare i miei occhi
per la prima metà della giornata, ma ha tentato invano di avviare una conversazione. Ha
parlato di una cena, e dovrò chiederle di nuovo di parlarmene quando tornerò lucida. Per
tutto il giorno sono rimasta a fissare la prima pagina di un manoscritto, senza capire
niente. Quel giorno ho mangiato qualcosa di più, ma quando Karen ha portato in tavola
del roastbeef mi è tornata in mente la cena con lei e Hardin, la prima volta che ero stata
lì. Il ricordo di quella sera, di Hardin che mi teneva la mano sotto il tavolo, mi ha fatta
ripiombare nella disperazione: ho passato la notte in bagno a vomitare quel poco che ero
riuscita a mangiare.
Il settimo giorno sembrava non finire mai. Ho iniziato a immaginare un modo per
smettere di soffrire. E se fossi svanita nel nulla? Il pensiero mi terrorizzava: non l’idea
della morte in sé, ma il fatto che il mio cervello potesse concepire una cosa del genere.
Quel pensiero mi ha riportata bruscamente alla realtà, o a qualcosa che le somiglia. Mi
sono cambiata la maglietta e ho giurato di non mettere più piede in camera di Hardin. Ho
iniziato a cercare appartamenti poco costosi vicini alla Vance e corsi online alla WCU. Alla
fine però ho deciso che l’università mi piace troppo per chiudermi in casa a seguire corsi
online. Ma ho trovato alcuni appartamenti da visitare.
L’ottavo giorno ho accennato un sorriso, e tutti se ne sono accorti. Per la prima volta
ho preso caffè e ciambella arrivando alla Vance. E non li ho vomitati. Ho visto Trevor: mi
ha detto che ero bella nonostante i vestiti stropicciati e le occhiaie. L’ottavo giorno è
stato il momento di svolta: ho passato solo metà del tempo a desiderare che le cose tra
me e Hardin fossero andate diversamente. Ho sentito Ken e Karen che parlavano del
compleanno di Hardin, che è tra pochi giorni, e mi sono stupita di avvertire solo una lieve
fitta nel petto sentendolo nominare.
Il nono giorno è oggi.
«Scendo!» grida Landon dietro la porta della «mia» camera.
Nessuno ha avanzato l’ipotesi che io me ne vada da questa casa. Gliene sono grata,
ma so che prima o poi la mia presenza diventerà un peso. Landon continua a ripetermi
che posso restare quanto voglio, e Karen mi ricorda più volte al giorno quanto apprezza la
mia compagnia. Ma in fin dei conti è la famiglia di Hardin. È ora di darmi una mossa: non
ho più paura di decidere dove andare.
Mi rifiuto di passare un solo altro giorno a piangermi addosso per colpa di un ragazzo
disonesto e pieno di tatuaggi che non mi ama più.
Landon mi accoglie in cucina con un gran sorriso e mi fissa mentre bevo un bicchiere
d’acqua. «Che c’è?» gli chiedo.
«Ti trovo… benissimo.»
«Grazie. Ho deciso di farmi una doccia e di tornare dal regno dei morti.» Lui abbozza
un sorriso, come se fosse incerto sulla mia salute mentale. «Davvero, sto bene», lo
rassicuro.
Mi guarda come si guardano gli animali allo zoo, ma cerco di non farci caso.
«Quando vuoi, io sono pronta», gli dico al termine della colazione.
«Tessa, sei proprio carina oggi!» esclama Karen entrando in cucina.
«Grazie.» Sorrido.
Oggi, per la prima volta, posso definirmi presentabile. Mi sento di nuovo me stessa,
dopo nove lunghi giorni. Anzi, sono una persona diversa. La versione post-Hardin di me
stessa. Il nono giorno è il mio giorno.
«Quel vestito ti dona molto», aggiunge Karen.
È l’abito che Trish mi ha regalato a Natale, e in effetti mi sta molto bene. Mi trucco lo
stretto necessario, ma finalmente ricomincio a farlo. Negli ultimi giorni non è stata una
delle mie priorità.
«Buona giornata», mi augura Karen con un gran sorriso: si vede che è felice del mio
ritorno nel mondo reale.
Dev’essere così che ci si sente ad avere una madre affettuosa. Una madre diversa
dalla mia.
Mia madre… Non ho risposto alle sue chiamate: era l’ultima persona con cui mi
andasse di parlare. Ma ora che sto un po’ meglio, ora che riesco di nuovo a respirare,
voglio chiamarla.
«Oh, Tessa, vieni con noi a casa di Christian, domenica?» mi chiede Karen.
«Domenica?»
«La cena per festeggiare il trasferimento a Seattle, no?» dice come se io dovessi
saperlo già. «Kimberly mi ha assicurato di avertene parlato. Ma ti capiranno benissimo se
non ci vuoi andare.»
«Certo che ci voglio andare. Vengo con voi.» Sono pronta per ricominciare a interagire
con altri esseri umani senza rischiare una crisi di nervi. Per la prima volta da nove giorni il
mio subconscio tace, ed è un gran sollievo.
Esco di casa con Landon. Il meteo coincide con il mio umore: soleggiato e non troppo
freddo per essere gennaio. «Vieni anche tu, domenica?» gli chiedo quando saliamo in
macchina.
«No, parto stasera, ricordi?»
«Eh?»
Mi guarda perplesso. «Vado a New York per il fine settimana. Dakota sta traslocando
lì. Te l’avevo detto giorni fa.»
«Scusami, avrei dovuto ascoltarti, invece di fissarmi sui miei problemi.» Sono stata
molto egocentrica.
«Non preoccuparti. Te l’avevo appena accennato, perché non volevo girare il coltello
nella piaga, dato che sembravi…»
«Uno zombie?»
«Sì, uno zombie molto spaventoso.»
«Quando torni?» È piacevole tornare a sorridere.
«Lunedì mattina presto. Salterò la lezione di religione, ma arrivo subito dopo.»
«Wow, che bello. New York sarà straordinaria.» Mi piacerebbe farci un salto,
allontanarmi per un po’ da qui.
«Ero preoccupato all’idea di partire e lasciarti qui», confessa.
«Non devi!» ribatto sentendomi un po’ in colpa. «Fai già troppo per me; è arrivato il
momento di cavarmela da sola. Non devi neanche pensare a rinunciare a qualcosa per il
mio bene. Mi dispiace tanto di averti fatto pensare così.»
«Non è colpa tua, è colpa sua.»
Annuisco e mi rimetto gli auricolari. Landon sorride.
A religione, il professor Soto si sofferma sull’argomento del dolore. Per un momento mi
convinco che l’abbia scelto al solo scopo di tormentarmi, ma quando inizio a scrivere di
come il dolore può spingere le persone ad avvicinarsi o ad allontanarsi dalla fede in Dio
mi sento grata per quella tortura. Mi ritrovo a riflettere su come il dolore può cambiarti,
può renderti più forte, tanto che alla fine non hai più molto bisogno della fede, quanto
piuttosto di te stesso. Devi essere forte, non permettere al dolore di dominarti.
Prima della lezione di yoga faccio un salto in caffetteria per un’altra dose di energia.
Quando passo davanti all’edificio di studi ambientali, mi torna in mente Zed. Chissà se è lì
dentro, adesso. Immagino di sì, ma non conosco i suoi orari.
Senza darmi il tempo di cambiare idea, decido di entrare.
«Tessa?»
Mi giro e lo vedo, con un camice da laboratorio e grossi occhiali protettivi tirati sulla
testa.
«Ciao…» dico.
«Cosa ci fai qui?» mi accoglie sorridendo. «Hai cambiato corso di laurea?»
Adoro il modo in cui nasconde la lingua dietro i denti quando sorride, mi è sempre
piaciuto. «Cercavo te, a dire il vero.»
«Ah sì?» Sembra sorpreso.
80
Hardin
NOVE giorni.
Nove giorni che non parlo con Tessa. Non pensavo che sarei riuscito a sopravvivere un
solo giorno senza parlare con lei, figuriamoci nove. Mi sembrano mille, e ogni giorno fa
più male del precedente.
Quando se n’è andata dall’appartamento, quella sera, ho aspettato il suo ritorno. Sono
rimasto seduto sul pavimento ad aspettarla. Non è mai tornata.
Ho scolato la birra che avevo in frigo e ho spaccato la bottiglia. La mattina dopo ho
fatto i bagagli e sono salito su un aereo. Se voleva tornare da me, a quell’ora l’avrebbe
già fatto. Avevo bisogno di spazio. Non ho avvertito mia madre che stavo arrivando; tanto
non è che avesse impegni.
Se Tessa mi chiama prima che io salga sull’aereo, tornerò indietro. Altrimenti…
peccato: così mi ripetevo. Lei torna sempre da me, qualsiasi cosa le faccia, quindi perché
stavolta è diverso? Le ho solo raccontato una piccola bugia; la sua reazione è stata
eccessiva.
Anzi, dovrei essere io a essere arrabbiato. Ha portato Zed a casa mia, porca puttana! E
poi arriva Landon e mi sbatte contro il muro? Ancora non ci credo.
È un gran casino, e non per colpa mia. O forse sì, ma sarà lei a tornare strisciando da
me. La amo, ma non sarò io a fare la prima mossa.
Il primo giorno l’ho passato quasi tutto in aereo a dormire per smaltire la sbornia.
Volevo strozzare il tassista che mi ha portato a casa di mia madre: una tariffa assurda per
soli quindici chilometri.
Mia madre è rimasta sorpresa, ma era felice di vedermi. Ha pianto per qualche minuto,
ma per fortuna ha smesso quando è arrivato Mike. A quanto pare si sta trasferendo
gradualmente da lui e pensa di vendere la nostra casa. Per me fa lo stesso: non me ne
frega niente di quel posto. È pieno di brutti ricordi legati a quello stronzo alcolizzato di
mio padre.
È bello poter pensare queste cose senza l’influenza di Tessa. Mi sentirei un po’ in colpa
a trattare male mia madre e il suo compagno se lei fosse qui con me.
Meno male che non c’è.
Il secondo giorno è stato molto stancante. Per tutto il pomeriggio ho ascoltato mia
madre parlare dei progetti per l’estate, e non le ho risposto quando mi ha chiesto perché
sono tornato a casa. Se volevo parlarne lo avrei fatto, continuavo a ripeterle. Sono
venuto fin qui per stare un po’ in pace, invece trovo solo altre rotture. Alle otto sono
andato al pub all’angolo. Una bella ragazza mora con gli occhi dello stesso colore di quelli
di Tessa mi ha sorriso e mi ha offerto da bere. Ho rifiutato in modo non troppo scortese,
ma solo per via del colore degli occhi.
Ho visto la delusione nello sguardo di mia madre quando sono rientrato in casa
barcollando alle due di notte, ma mi sono sforzato di ignorarla. Ho borbottato qualche
parola di scuse e sono andato in camera mia.
Il terzo giorno è cominciato tutto. Di tanto in tanto mi tornava in mente Tessa. Mentre
guardavo mia madre che lavava i piatti, pensavo a Tessa e alla sua mania di caricare la
lavastoviglie in continuazione, perché non ci fosse mai un solo piatto sporco nel lavello.
«Oggi andiamo alla fiera, vieni anche tu?» mi ha chiesto mia madre.
«No.»
«Per favore, Hardin. Sei venuto a trovarmi e non mi rivolgi neppure la parola.»
«No, mamma.»
«So perché sei qui.»
Ho sbattuto la tazza sul tavolo e sono uscito dalla cucina.
Ero certo che avrebbe indovinato subito la verità: che sono in fuga, anzi che mi
nascondo dalla realtà. Non so che genere di realtà possa esistere senza Tessa, ma non
sono pronto a farci i conti, quindi perché mia madre mi tartassa? Se Tessa non vuole
stare con me, che vada al diavolo. Non ho bisogno di lei, sto meglio da solo, come avevo
sempre pensato.
Pochi istanti dopo è squillato il telefono, ma quando ho visto che era lei ho rifiutato la
chiamata. Perché mi chiama? Per dirmi che mi odia, o che vuole togliere il suo nome dal
contratto d’affitto.
Ho continuato a chiedermi: Maledizione, Hardin, perché l’hai fatto? Ma non avevo una
risposta valida.
Il quarto giorno è iniziato nel modo peggiore possibile.
«Hardin, va’ di sopra!» mi scongiura. No, non un’altra volta. Uno degli uomini le
assesta uno schiaffo e lei guarda le scale: i nostri occhi si incontrano e io grido. Tessa.
«Hardin! Svegliati, Hardin! Per favore, svegliati!» strillava mia madre.
«Dov’è? Dov’è Tess?» ho ansimato, in un bagno di sudore.
«Non è qui, Hardin.»
«Ma loro…» Mi ci è voluto un momento per raccogliere i pensieri e capire che era solo
un incubo. Lo stesso incubo che faccio da sempre, ma ancora peggio del solito. Al posto
del viso di mia madre c’era quello di Tessa.
«Shhh… Va tutto bene, era solo un sogno.» La mamma piangeva e cercava di
abbracciarmi, ma non gliel’ho permesso.
«Sto bene», l’ho rassicurata, poi le ho detto di lasciarmi solo.
Per il resto della notte sono rimasto sveglio a tentare di scacciare quell’immagine dalla
testa, ma non ci sono riuscito.
Il quarto giorno è proseguito com’era cominciato. Mia madre mi ha ignorato, ed era
quello che volevo, ma alla fine mi sono sentito un po’… solo. Ho sentito la mancanza di
Tessa. Volevo chiamarla, ho sfiorato mille volte il pulsante verde del telefono, ma mi è
mancato il coraggio. Non posso darle ciò che vuole, quindi è meglio così. Ho passato il
pomeriggio a indagare su quanto mi costerebbe trasportare qui tutta la mia roba. Tanto
finirò per tornare a vivere in Inghilterra, perciò posso anche iniziare a organizzarmi.
Non funzioneremmo mai, io e Tessa. Ho sempre saputo che non sarebbe durata, era
impossibile restare insieme. Non la merito, non sono alla sua altezza. Lo so io e lo sanno
tutti. Vedo come gli altri si girano a guardarci ovunque andiamo, e so che si chiedono
perché una ragazza così bella stia con uno come me.
Mi ero addormentato dopo mezza bottiglia di whisky quando mi è sembrato di sentir
vibrare il telefono sul comodino, ma ero troppo ubriaco per rispondere. L’incubo è
tornato; stavolta la camicia da notte di Tessa era imbrattata di sangue e lei mi strillava di
andare via, di lasciarla su quel divano.
Il quinto giorno mi sono svegliato con un’altra chiamata senza risposta. Il quinto giorno
ho fissato il suo nome sullo schermo e mi sono messo a sfogliare le sue foto. Perché
gliene ho scattate così tante?
Mi è tornato in mente il suono della sua voce. Non mi sono mai piaciuti gli accenti
americani, li trovo irritanti, ma la voce di Tessa è perfetta. Potrei ascoltarla parlare tutto
il santo giorno. Sentirò mai più la sua voce?
Questa è la mia preferita, ho pensato a proposito di almeno dieci foto. Ce n’era una in
cui stava sdraiata a pancia in giù sul letto, i capelli sciolti e sistemati dietro le orecchie. Il
mento sulle mani e le labbra socchiuse. Stava leggendo un ebook. Le avevo scattato
quella foto appena si era accorta che la guardavo, nell’istante in cui aveva sorriso.
Sembrava così felice in quella foto. Mi guarda… mi guardava sempre così?
Quel giorno, il quinto giorno, ho iniziato a sentire un peso nel petto. Un ricordo
incessante di ciò che avevo fatto e, molto probabilmente, di ciò che avevo perduto. Avrei
dovuto chiamarla quel giorno, mentre guardavo le foto. Lei stava scorrendo le mie? Ne ha
solo una, e mi pento di non averle permesso di farmene altre. Il quinto giorno ho
scagliato il telefono contro il muro sperando di romperlo, ma ho solo infranto lo schermo.
Il quinto giorno ho desiderato con tutto me stesso che lei mi chiamasse. Se lo avesse
fatto, tutto si sarebbe risolto. Ci saremmo chiesti scusa a vicenda e io sarei rientrato a
casa. Non mi sarei sentito in colpa a tornare nella sua vita, se mi avesse chiamato lei. Mi
domandavo se stava male quanto me. Anche per lei ogni giorno era più difficile del
precedente? Ogni secondo senza di me faticava di più a respirare?
Quel giorno ho iniziato a perdere l’appetito. Mi mancavano i piatti semplici che lei
preparava per me. Mi mancava guardarla mangiare. Il quinto giorno è il giorno in cui sono
crollato. Sono scoppiato a piangere come una ragazzina, senza riuscire a smettere.
Il sesto giorno mi sono svegliato con gli occhi gonfi e iniettati di sangue. Non mi
capacitavo di avere pianto in quel modo la sera prima. Perché continuavo a trattarla
male? È la prima persona che sia riuscita ad andare a fondo di me, a scoprire la verità su
di me, e io l’ho trattata di merda. Ho scaricato tutte le colpe su di lei, anche le mie. Ed
erano tutte mie, anche quando non me ne rendevo conto. Sono stato scortese con lei
quando cercava di parlarmi. E le ho mentito, ripetutamente. E invece lei mi ha sempre
perdonato. Potevo contare sul suo perdono, e forse è per questo che la trattavo così
male, perché sapevo di poterlo fare. Il sesto giorno ho schiacciato il telefono con i piedi.
Per metà della giornata non ho toccato cibo. Mia madre mi ha offerto dei cereali, ho
provato a mangiarli, ma ho rischiato di vomitare. Non facevo una doccia dal terzo giorno:
facevo schifo.
Una volta Tessa mi ha accusato di averla rovinata. Ora, riflettendoci, capisco che si
sbagliava. È stata lei a rovinare me. Mi è entrata dentro e mi ha distrutto. Avevo
impiegato anni – tutta la vita, in pratica – a tirare su quei muri, ma lei è arrivata e li ha
buttati giù, lasciando un cumulo di macerie.
«Mi hai sentito, Hardin? Ho preparato una piccola lista, nel caso non l’avessi fatto tu»,
ha detto mia madre, porgendomi un foglio.
«Sì», ho mormorato.
«Sei sicuro di volerci andare?»
«Sì, non c’è problema.» Mi sono alzato e ho infilato la lista nella tasca dei jeans
sporchi.
«Ti ho sentito stanotte, Hardin. Se vuoi…»
«No, mamma, per favore. No.» Mi faceva male la gola, non riuscivo a parlare.
«Okay.» Mentre uscivo di casa mi ha guardato con gli occhi colmi di tristezza.
Al supermercato, sono riuscito a trovare le poche cose scritte sulla lista: pane,
marmellata, caffè, un po’ di frutta. Vedere tutto quel cibo mi ha fatto venire la nausea.
Ho comprato una mela e mi sono imposto di mangiarla. Sapeva di cartone.
Quando sono uscito dal negozio iniziava a nevicare. Anche la neve mi fa pensare a lei.
Tutto mi fa pensare a lei. Mi faceva male la testa.
«Hardin? Hardin Scott?» mi sono sentito chiamare mentre attraversavo la strada. No,
non poteva essere.
«Sei proprio tu?» ha chiesto ancora.
Natalie.
Era impossibile, eppure eccola lì, con le borse della spesa, che veniva verso di me.
«Ehm… ciao», ho balbettato, con le mani che cominciavano già a sudarmi.
«Pensavo che ti fossi trasferito.»
I suoi occhi brillavano, non erano più vacui come li ricordavo, quando mi aveva
scongiurato in lacrime di lasciarla dormire a casa mia perché non aveva un posto dove
andare.
«Sì… sono solo in visita.»
«Be’, meglio così.» Ha sorriso posando i sacchetti sul marciapiede.
Come faceva a sorridermi, dopo tutto quello che le avevo fatto?
«Come stai?» mi sono imposto di chiedere alla ragazza cui avevo rovinato la vita.
«Bene, molto bene», ha cinguettato lei, accarezzandosi la pancia.
Pancia? Oddio. No, aspetta… I conti non tornavano. Porca puttana, per un attimo mi
ero spaventato.
«Sei incinta?» le ho chiesto, sperando di sì, altrimenti avrei fatto una brutta gaffe.
«Sì, di sei mesi. E fidanzata!» ha esclamato mostrandomi l’anello.
«Ah.»
«Sì, è buffo come vanno le cose, no?» Si è sistemata i capelli castani dietro le orecchie.
La sua voce era così dolce che mi ha fatto sentire mille volte peggio. Non riuscivo a non
pensare alla sua faccia quando aveva sorpreso gli altri a guardarla sullo schermo. Era
fuggita in lacrime. Non l’avevo seguita, ovviamente; avevo riso di lei, della sua
umiliazione e del suo dolore.
«Mi dispiace», le ho detto. È stato strano dirlo, ma era necessario. Mi aspettavo che mi
insultasse, che mi dicesse che sono una persona orribile, persino che mi prendesse a
pugni.
Non mi aspettavo certo che mi abbracciasse e mi dicesse che mi perdonava.
«Come puoi perdonarmi? Ti ho rovinato la vita.» Mi bruciavano gli occhi.
«No, non mi hai rovinato la vita. Be’, all’inizio sì, ma poi si è risolto tutto, in un certo
senso.»
«Eh?»
«Dopo che tu… be’, lo sai… non sapevo dove andare, quindi ho trovato una chiesa, una
chiesa nuova perché da quella vecchia mi avevano cacciata, ed è stato lì che ho
conosciuto Elijah.» Nel pronunciare quel nome si illumina in volto.
«Ed eccoci qui, quasi tre anni dopo, fidanzati e in dolce attesa. Tutto accade per un
motivo, no? Sembra una frase fatta, eh?» ha commentato ridacchiando.
Quel suo risolino mi ha ricordato che era sempre stata una ragazza molto dolce. Ma la
dolcezza faceva di lei una vittima più vulnerabile.
«Forse, ma sono contento che tu abbia trovato qualcuno. Ho pensato a te negli ultimi
tempi… sai… a quello che ti ho fatto, e mi sono sentito molto in colpa. Vedo che ora sei
felice, ma questo non giustifica il mio comportamento. Solo quando ho conosciuto Tessa
ho capito…» Ho lasciato la frase in sospeso.
Natalie ha accennato un sorriso. «Tessa?»
Sono quasi svenuto dal dolore. «È… lei è… ehm…»
«Tua moglie?» ha ipotizzato cercando con gli occhi un anello al mio dito.
«No, era… era la mia ragazza.»
«Ah, quindi ora hai deciso che vuoi una relazione?» ha ribattuto in tono scherzoso; ero
sicuro che percepisse il mio dolore.
«No… be’, solo lei.»
«Ho capito. E adesso non è più la tua ragazza?»
«No.»
«Be’, mi dispiace. Spero che le cose si risolvano, come si sono risolte per me.»
«Grazie. Congratulazioni per il fidanzamento e… per il bambino», ho detto,
imbarazzato.
«Grazie! Ci sposeremo quest’estate.»
«Così presto?»
«Be’, siamo fidanzati da due anni.»
«Wow.»
«È successo in fretta, poco dopo che ci siamo conosciuti.»
Mi sono sentito uno stronzo, ma l’ho chiesto ugualmente: «Non siete troppo giovani?»
«Ho quasi ventun anni», ha replicato lei con un sorriso. «Non ha senso aspettare. Ho
avuto la fortuna di aver trovato presto la persona con cui voglio passare il resto della
vita: perché sprecare altro tempo? Sono onorata che lui mi voglia sposare: non c’è
dimostrazione d’amore più grande.» Mi è parso di sentire la voce di Tessa che diceva le
stesse parole.
«Forse hai ragione», ho ammesso.
«Ah, eccolo!» ha esclamato lei felice. «Devo andare, muoio di freddo e sono incinta,
non è una buona combinazione.» Ha raccolto i sacchetti ed è andata incontro a un uomo
in maglione senza maniche e pantaloni cachi. Il sorriso di lui alla vista della fidanzata
incinta era così raggiante da illuminare quella tetra giornata inglese.
Il settimo giorno è stato lungo. Tutti i giorni sono stati lunghi. Continuavo a pensare a
Natalie e al fatto che mi avesse perdonato; non poteva succedermi in un momento
migliore. Certo, avevo una pessima cera, ma lei era felice e innamorata. E incinta,
persino. Non le avevo rovinato la vita, dopotutto.
Ho passato tutto il tempo a letto. Non mi sono neppure alzato a tirar su le tapparelle.
Mia madre e Mike sono stati fuori tutto il giorno, e sono rimasto a casa da solo a
crogiolarmi nella sofferenza. Ogni giorno era peggio. Passavo il tempo a chiedermi cosa
stesse facendo, con chi fosse. Piangeva? Si sentiva sola? Era tornata nel nostro
appartamento a cercarmi? Perché non mi aveva più chiamato?
Non è il dolore di cui ho letto nei romanzi. Questo dolore non è solo nella testa, ma
non è un dolore fisico. È una sofferenza dell’anima, che mi squarcia da dentro, e non
penso di poter sopravvivere. Nessuno potrebbe.
Dev’essere così che si sente Tessa quando le faccio del male. Non immagino come il
suo corpo così fragile possa sopportare un dolore del genere: evidentemente è più forte
di quanto sembra. Deve esserlo, per sopportarmi. Sua madre una volta mi ha detto che
se davvero tenevo a lei l’avrei dovuta lasciare in pace; perché altrimenti l’avrei fatta
soltanto soffrire.
Aveva ragione. Dovevo lasciarla in pace quel giorno. Dovevo lasciarla in pace dal primo
giorno che l’ho vista entrare in quella stanza al dormitorio. Mi ero detto che preferivo
morire piuttosto che farla soffrire di nuovo… perché ecco cos’è: questa è la morte, è
peggio della morte, fa più male. Ne sono sicuro.
Ho trascorso l’ottavo giorno a bere, da mattina a sera. Non riuscivo a fermarmi, né a
togliermi dalla testa il suo viso.
Devi riprenderti, Hardin. Devi. Devo. Devo proprio.
«Hardin…» La voce di Tessa mi fa correre un brivido lungo la schiena.
«Piccolo…»
Quando la guardo, è seduta sul divano di mia madre con un sorriso in faccia e un libro
sulle ginocchia.
«Vieni qui, per favore», piagnucola, mentre la porta si apre ed entra un gruppo di
uomini. No.
«Eccola lì», dice quello basso che popola i miei incubi ogni notte.
«Hardin?» Tessa scoppia a piangere.
«State lontani da lei», li avverto, ma loro si avvicinano, non mi sentono.
La buttano a terra e le strappano la camicia da notte. Mani sporche e rugose le corrono
su per le cosce e lei, tra le lacrime, chiama il mio nome.
«Per favore… Hardin, aiutami.» Mi fissa, ma io sono raggelato.
Non riesco a muovermi, ad aiutarla. Sono costretto a guardare mentre la picchiano e la
violentano, e poi la lasciano a terra piena di sangue.
Mia madre non mi ha svegliato, nessuno mi ha svegliato. Sono dovuto arrivare fino in
fondo al sogno, e al risveglio la mia realtà era peggiore di qualsiasi incubo.
Il nono giorno è oggi.
«Hai sentito che Christian Vance si trasferisce a Seattle?» mi chiede mia madre mentre
mi sforzo di mangiare i cereali.
«Sì.»
«Bello, no? Una nuova sede a Seattle.»
«Sì, bello.»
«Fanno una cena, domenica. Pensava che ci saresti andato.»
«Come fai a saperlo?»
«Me l’ha detto lui, ci sentiamo ogni tanto.» Distoglie lo sguardo e si versa altro caffè.
«Perché?»
«Perché siamo liberi di farlo. Coraggio, mangia.» Mi riprende come fossi un bambino,
ma non ho le energie per ribattere.
«Non voglio andarci», le dico.
«Forse non lo rivedrai per un bel po’.»
«E allora? Non lo vedo mai.»
Sembra che abbia qualcos’altro da aggiungere, ma resta in silenzio.
«Hai un’aspirina?» le chiedo, e lei va a prenderla.
Non voglio andare a una stupida cena per festeggiare la partenza di Christian e
Kimberly per Seattle. Sono stanco di sentir parlare sempre tutti di Seattle, e so che Tessa
sarà alla cena. Devo stare lontano da lei, per il suo bene. Se resto in Inghilterra per
qualche altro giorno, magari qualche settimana, riusciremo a dimenticarci l’un l’altra. Lei
troverà una persona, come il fidanzato di Natalie, un uomo molto più adatto a lei rispetto
a me.
«Penso ancora che dovresti andarci», ripete mia madre mentre inghiotto l’aspirina,
sapendo che non mi aiuterà.
«Non posso, mamma… non potrei neanche se volessi. Dovrei partire domattina
prestissimo e non sono ancora pronto.»
«Vuoi dire che non sei pronto ad affrontare ciò che hai lasciato laggiù.»
Non resisto più. Affondo il viso tra le mani e mi lascio invadere dal dolore. Mi lascio
affogare. Accolgo il dolore a braccia aperte e spero che mi uccida.
«Hardin…» Mi ritrovo a tremare fra le braccia di mia madre.
81
Tessa
APPENA Karen esce di casa per accompagnare Landon all’aeroporto, mi sento già sola. Ma
non ci devo pensare. Sto bene per conto mio. Quando sento brontolare lo stomaco
scendo in cucina.
Ken è al bancone e sta scartando un cupcake con la glassa azzurra. «Ciao, Tessa», mi
accoglie sorridendo. «Prendine uno.»
Mia nonna diceva sempre che i cupcake sono cibo per l’anima. E al momento ne ho
proprio bisogno.
«Grazie.» Lecco via la glassa.
«Non ringraziare me, ringrazia Karen.»
«Lo farò.» Il cupcake è buonissimo. Forse è perché non mangio quasi niente da nove
giorni. Lo divoro.
Il dolore non se n’è andato, è ancora costante come il battito del mio cuore. Ma non mi
travolge più, non mi trascina più via con sé.
«Con il tempo diventerà più facile», mi dice Ken, sorprendendomi, «e troverai qualcuno
capace di amare un’altra persona oltre che se stesso.»
Le sue parole mi fanno stringere il cuore. Ma non voglio guardarmi indietro, voglio
andare avanti.
Ken continua: «Ho trattato malissimo la madre di Hardin. Scomparivo per giorni interi,
mentivo, bevevo. Se non fosse stato per Christian non so come avrebbero fatto a
cavarsela, Trish e Hardin…»
Ricordo la collera che ho provato nei confronti di Ken quando ho saputo la causa degli
incubi di Hardin. Ricordo che volevo prenderlo a schiaffi. Ora le sue parole fanno
riemergere la rabbia. Stringo i pugni.
«Non potrò mai rimediare ai miei errori. Non ero la persona giusta per lei, e lo sapevo.
Non la meritavo, e sapevo anche questo. Lo sapevano tutti. Ora lei ha Mike, e so che la
tratterà come merita. C’è un Mike anche per te, da qualche parte; ne sono sicuro.» Mi
guarda con aria paterna. «Spero che mio figlio troverà la sua Karen, più avanti, quando
crescerà e smetterà di fare la guerra a tutto e a tutti.»
Non voglio immaginare Hardin con un’altra. È davvero troppo presto. Glielo auguro,
però. Non gli augurerei mai di restare solo per tutta la vita. Spero che trovi una donna da
amare come Ken ama Karen, e che abbia una seconda possibilità di amare qualcuno più
di quanto abbia amato me.
«Lo spero anch’io», dico.
«Mi dispiace che non ti abbia chiamata», mormora lui.
«Non importa… ho smesso di sperarci già da qualche giorno.»
«Comunque», sospira, «sarà meglio che vada di sopra in ufficio. Devo fare delle
telefonate.»
Sono sollevata che voglia chiudere la conversazione. Non ho più voglia di parlare di
Hardin.
Quando arrivo a casa di Zed, lo trovo ad aspettarmi fuori dal portone con una sigaretta
infilata dietro l’orecchio.
«Fumi?» gli chiedo con una smorfia.
Sembra perplesso. «Ah, sì. Be’, a volte», risponde salendo sulla mia macchina. «E mi
hai visto fumare quella sera alla confraternita, ti ricordi? Questa l’ho trovata nella mia
stanza», mi fa notare sfilando la sigaretta da sopra l’orecchio.
«Sì, be’, dopo il Beer pong e Hardin che si è messo a sbraitare, quella sera ero un po’
distratta.» Mi viene in mente una cosa. «Ma aspetta, quindi non solo hai intenzione di
fumare, ma vuoi fumare una sigaretta vecchia?»
«Be’, sì. Non ti piacciono le sigarette?»
«No, per niente. Però se vuoi fumare fallo pure. Be’… non nella mia macchina,
ovviamente.»
Apre il finestrino e butta via la sigaretta. «Allora non fumo.» Sorride e richiude il
finestrino.
Detesto il vizio del fumo, ma devo ammettere che la sigaretta si intonava bene con
quella pettinatura, gli occhiali scuri e la giacca di pelle.
82
Hardin
«ECCO», dice mia madre entrando nella mia stanza.
Mi porge una tazza. Mi alzo a sedere sul letto e chiedo: «Cos’è?»
«Latte caldo e miele. Ti ricordi che da bambino te lo portavo quando stavi male?»
«Sì.»
«Ti perdonerà, Hardin.»
Chiudo gli occhi. Finalmente ho smesso di singhiozzare, e ora mi sento intorpidito.
«Non credo…»
«Sì invece, ho visto come ti guardava. Ti ha perdonato cose ben peggiori, no?» Mi
scosta i capelli dalla fronte, e per una volta la lascio fare.
«Lo so, ma stavolta è diverso, mamma. Ho rovinato tutto.»
«Lei ti ama.»
«Non ce la faccio più. Non posso essere la persona che vuole lei. Rovino sempre tutto.
Sono fatto così e sarò per sempre quello che manda tutto a puttane.»
«Non è vero, e so che lei vuole proprio te.»
La tazza mi trema nella mano, rischio di rovesciarla. «So che cerchi di aiutarmi,
mamma, ma per favore, smettila.»
«E quindi? Pensi di arrenderti e lasciarla andar via?»
Poso la tazza sul comodino e sospiro. «No, non ci riuscirei. Ma lei deve andar via. Devo
permetterle di allontanarsi da me prima di fare altri danni.»
Devo permetterle di imboccare la stessa strada di Natalie. Di trovare la felicità, alla
fine. Con un ragazzo come Elijah.
«E va bene, Hardin. Non so cos’altro dirti per convincerti a chiederle scusa.»
«Lasciami solo, per piacere.»
«Ora me ne vado. Ma soltanto perché ho fiducia in te, e so che farai la cosa giusta.
Che lotterai per lei.»
Appena si chiude la porta alle spalle, scaravento tazza e piattino contro il muro.
83
Tessa
DOPO aver pranzato al centro commerciale, torniamo verso casa di Zed. Quando passiamo
davanti all’università trovo finalmente il coraggio di fargli una domanda che volevo porgli
da tempo.
«Zed, cosa pensi che sarebbe successo se avessi vinto tu?»
L’ho colto alla sprovvista. Si guarda le mani per un momento, ma poi risponde: «Non lo
so. Ci ho pensato spesso».
«Ah sì?»
I suoi occhi color caramello incontrano i miei. «Certo che sì.»
«E a quale conclusione sei giunto?»
«Be’… Ti avrei raccontato la verità ben prima di arrivare a questo punto. Ho sempre
voluto farlo. Ogni volta che vi vedevo insieme.» Deglutisce. «Volevo che lo sapessi.»
«Ti credo.»
«Mi piace pensare che avresti potuto perdonarmi, perché te ne avrei parlato prima che
succedesse qualcosa, e saremmo usciti insieme, io e te. Veri appuntamenti, al cinema o
da qualche altra parte. Ci saremmo divertiti. Ti avrei fatta divertire, non mi sarei
approfittato di te. E mi piace pensare che alla fine ti saresti innamorata di me, come ti sei
innamorata di lui. E al momento giusto avremmo… e io non l’avrei raccontato a nessuno.
Non avrei aperto bocca. Anzi, avrei smesso di frequentare quelle persone, perché avrei
voluto passare ogni secondo con te, farti ridere, quella risata che fai quando qualcosa ti
diverte molto… è diversa dalla tua risata normale. È così che capisco quando ti sto
facendo divertire davvero e quando invece fingi per non essere scortese.» Sorride. Mi
viene il batticuore. «E ti avrei rispettata, non ti avrei mentito. Non ti avrei presa in giro
alle spalle e non ti avrei insultata. Non mi sarebbe importato niente della mia
reputazione, e… e… penso che saremmo stati felici. Che tu saresti stata felice sempre,
non solo qualche volta. Mi piace pensare…»
Lo interrompo. Lo prendo per il bavero della giacca e lo bacio.
84
Tessa
ZED mi posa subito una mano sulla guancia, e con l’altro braccio mi tira a sé. Sbatto un
ginocchio sul volante e mi rimprovero di aver quasi rovinato il momento, ma lui non
sembra essersene accorto. Gli getto le braccia al collo e continuiamo a baciarci.
La sua bocca è strana, sconosciuta, diversa da quella di Hardin. La lingua non si muove
allo stesso modo, non asseconda i movimenti della mia. I suoi denti non mi mordicchiano
il labbro.
Smettila, Tessa. Ne hai bisogno, devi smettere di pensare a Hardin. A quest’ora lui
sarà a letto con un’altra, magari con Molly. Oddio, se è con Molly…
Saresti stata felice sempre, non solo qualche volta, ha appena detto Zed.
So che ha ragione. Sarei stata molto meglio con lui. Me lo merito. Merito la felicità. Ho
sofferto abbastanza per colpa di Hardin, e lui non ha neppure provato a contattarmi. Solo
una persona debole tornerebbe da chi l’ha già calpestata tante volte. Non posso essere
debole, devo essere forte e andare avanti. Quantomeno devo provarci.
Ora, in questo momento, mi sento bene come non mi sentivo da nove giorni. Nove
giorni non sembrano molti, finché non li passi a contare ogni secondo di sofferenza in
attesa di qualcosa che non arriva. Tra le braccia di Zed riesco finalmente a respirare.
Vedo la luce in fondo al tunnel.
Zed è sempre stato buono con me, mi è sempre rimasto accanto. Vorrei tanto essermi
innamorata di lui anziché di Hardin.
«Dio, Tessa…» mugola.
Lo prendo per i capelli e lo bacio con più forza.
«Aspetta…»
Mi tiro indietro per guardarlo.
«Cosa succede?» mi chiede guardandomi negli occhi.
«Non lo so…» Mi trema la voce, sono senza fiato.
«Neanch’io…»
«Scusa… È solo che mi sento scossa, ho avuto un periodo difficile, e le cose che mi hai
appena detto… non lo so, ma non avrei dovuto.» Scendo dalle sue gambe e torno a
sedermi al posto di guida.
«Non scusarti… ma non voglio farmi un’idea sbagliata, capisci? Voglio solo sapere cosa
significa tutto questo per te.»
Cosa significa per me? «Non penso di poter rispondere, non ancora. Io…»
«Lo immaginavo», risponde con voce irritata.
«È solo che non lo so…»
«Sì, ho capito. Ami ancora lui.»
«Sono passati solo nove giorni, Zed. Non posso farci niente.» Combino un casino dietro
l’altro, uno peggio dell’altro.
«Lo so, non sto dicendo che puoi smettere di amarlo. Ma non voglio essere la tua ruota
di scorta. Ho appena iniziato a uscire con una persona… Non ero più uscito con nessuno
da quando ti ho conosciuta, e poi finalmente ho incontrato Rebecca. Quando però ti ho
accompagnata a casa e ho notato come hai reagito alla notizia che uscivo con qualcuno,
mi sono messo a pensare… Sono un idiota, lo so, ma ho creduto che tu non volessi…»
«Non sei la mia ruota di scorta. Ti ho baciato perché volevo baciarti. Ma non so cosa
penso, non ci capisco più niente da nove giorni a questa parte, e quando ti ho baciato ho
finalmente smesso di pensare a lui, ed è stato bellissimo. Mi è sembrato possibile
dimenticarlo. Ma so che non è giusto usarti in questo modo. Sono solo confusa e
irrazionale. Mi dispiace di averti fatto tradire la tua ragazza, non era mia intenzione…»
«Non mi aspetto che tu lo dimentichi così presto. So quanto ha affondato gli artigli in
te.»
Non ne ha idea, invece.
«Dimmi solo una cosa: dimmi che almeno proverai a permettere a te stessa di essere
felice. Lui non ti ha neppure chiamata, neanche una volta. Te ne ha fatte di tutti i colori e
non ha nemmeno provato a lottare per te. Al posto suo, io lotterei per te. Non ti avrei
lasciata andare via.» Mi sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Tessa, non devi
darmi una risposta adesso, ma ho bisogno di sapere che vuoi almeno tentare di essere
felice. So che non sei pronta per una storia con me, ma forse un giorno lo sarai.»
Ho mille pensieri in testa, il cuore mi rimbalza nel petto fino a farmi male, mi manca
l’ossigeno. Vorrei rispondergli che ci posso provare, e che ci proverò, ma non mi escono le
parole. Quel sorrisetto sul viso di Hardin quando finalmente riesco a svegliarlo ogni
mattina, la voce roca con cui mi chiama per nome, il modo in cui cerca di costringermi a
restare a letto con lui, il caffè che beve senza zucchero come me, il fatto che lo amo più
di ogni cosa al mondo e vorrei tanto che fosse una persona diversa. Esattamente la
stessa persona, ma diversa… Non capisco come sia possibile, e non lo capirebbe nessun
altro, ma è così che stanno le cose.
Vorrei non amarlo tanto. Vorrei che non mi avesse fatta innamorare di lui.
«Ho capito. Va bene.» Zed tenta invano di sorridere.
«Scusami…» inizio con più sincerità di quanto lui possa immaginare.
Scende dalla macchina e richiude la portiera. Sono di nuovo sola.
«Merda!» grido mentre prendo a pugni il volante. E mi ritorna in mente Hardin.
85
Hardin
MI sveglio sudato. Di nuovo. Mi ero dimenticato quanto fosse brutto svegliarsi così quasi
ogni notte. Pensavo di aver chiuso con le notti in bianco, invece il passato è tornato a
tormentarmi.
Guardo l’orologio: sono le sei del mattino. Devo dormire, ho bisogno di recuperare il
sonno. Ho bisogno di lei, di Tess. Forse se chiudo gli occhi e fingo che sia qui riuscirò a
riaddormentarmi…
Chiudo gli occhi e cerco di immaginare la sua testa posata sul mio petto. Cerco di
ricordare il profumo di vaniglia dei suoi capelli, il suo respiro pesante nel sonno. Per un
momento la percepisco, avverto il tepore della sua pelle sul petto nudo… Sto
impazzendo, cazzo.
Cazzo.
Domani andrà meglio. Per forza. Penso così da… dieci giorni, ormai. Se solo potessi
vederla un’ultima volta, non starei così male. Solo una volta. Se potessi vederla sorridere,
solo per una volta, potrei perdonarmi di essermela lasciata sfuggire. Andrà alla festa di
Christian, domani? Probabile…
Cerco di immaginare come si vestirebbe. Il vestito bianco, quello che sa che mi piace
tanto? Si arriccerà i capelli o li legherà? Si truccherà, anche se non ne ha bisogno?
Maledizione.
Mi alzo. Non riuscirò mai a riaddormentarmi. In cucina trovo Mike che legge il giornale.
«Buongiorno, Hardin», mi saluta.
«Ciao», borbotto. Mi verso il caffè.
«Tua madre dorme ancora.»
«Ma non mi dire…»
«È molto felice che tu sia qui.»
«Sì, certo. La tratto di merda da quando sono arrivato.»
«Sì, questo è vero. Ma è contenta che tu ti sia confidato con lei. Si preoccupava
sempre per te… finché hai conosciuto Tessa. Da quel giorno in poi si è preoccupata di
meno.»
«Be’, dovrà ricominciare a preoccuparsi», sospiro. Perché mi parla di queste cose alle
sei del mattino?
«Volevo dirti una cosa.»
«Sì?…» Gli scocco un’occhiata.
«Hardin, sono innamorato di tua madre e ho intenzione di sposarla.»
Sputo il caffè nella tazza. «Sposarla? Sei impazzito?»
«Perché dici così?»
«Non lo so… È già stata sposata… e tu sei il nostro vicino… il suo vicino.»
«Posso prendermi cura di lei come avrebbe meritato per tutta la vita. Se tu non
approvi mi dispiace, ma ho pensato di parlarti del fatto che, quando arriverà il momento
giusto, le chiederò di passare il resto della vita con me. Ufficialmente.»
Non so cosa ribattere a quest’uomo, l’uomo che ha sempre vissuto nella casa accanto
da quando sono nato, l’uomo che non ho mai visto arrabbiato, neppure una volta. La
ama, questo l’ho capito, ma al momento è un’idea troppo strana.
«Okay, be’…»
«Okay.» Guarda alle mie spalle.
Mia madre entra in cucina, in vestaglia e spettinata. «Che ci fai in piedi, Hardin? Torni
a casa?»
«No, non riuscivo a dormire. E casa mia è questa», le dico. Bevo un altro sorso di caffè.
«Mmm…» fa lei, assonnata.
86
Tessa
STO rischiando di precipitare un’altra volta. I ricordi tentano di trascinarmi sott’acqua, di
farmi affogare.
Abbasso i finestrini per far entrare un po’ d’aria. Zed è così dolce, comprensivo e
gentile. Ne ha passate molte per colpa mia, e io l’ho sempre trascurato. Se riuscissi a
smettere di fare tutte queste sciocchezze potrei provare a stare con lui. Non immagino
neanche di avere un’altra storia nel prossimo futuro, ma forse con il tempo… Non voglio
che Zed lasci Rebecca per causa mia, se non posso dargli una risposta.
Mentre torno verso casa di Landon, sono più confusa che mai.
Se solo potessi parlare con Hardin, vederlo un’ultima volta, mi metterei l’anima in
pace. Se lo sentissi dire che non gli importa di me, se fosse crudele un’ultima volta, potrei
dare una possibilità a Zed, a me stessa.
D’istinto prendo il telefono e premo il pulsante che evito dopo il quarto giorno. Se mi
ignora, posso voltare pagina. Se adesso non mi risponde, abbiamo ufficialmente chiuso.
Se mi dice che gli dispiace e che possiamo risolvere… No. Rimetto il telefono sul sedile.
Ho fatto troppa strada per chiamarlo proprio adesso, per crollare di nuovo.
Ma ho bisogno di sapere.
Entra la segreteria. «Hardin… Hardin, sono Tessa. Io… be’, devo parlarti. Sono in
macchina, e mi sento così confusa…» Le lacrime iniziano a cadere sulle mie guance.
«Perché non ci hai neppure provato? Mi hai lasciata andar via, ed eccomi qua, a piangere
nella tua segreteria. Sono patetica. Devo sapere cosa ne è stato di noi. Perché stavolta è
diverso, perché non abbiamo lottato? Perché non hai lottato per me? Merito la felicità,
Hardin.» Riaggancio.
Perché l’ho fatto? Perché ho ceduto e l’ho chiamato? Sono un’idiota. Ora ascolterà il
messaggio e riderà di me. Lo farà ascoltare alla ragazza che è con lui, si divertiranno alle
mie spalle. Mi fermo in un parcheggio vuoto per calmarmi un po’, altrimenti avrò un altro
incidente.
Fisso il telefono e faccio lunghi respiri per smettere di piangere. Passano venti minuti e
lui non mi ha ancora chiamata.
Perché sono seduta in un parcheggio alle dieci di sera, in lacrime, a telefonargli? Sono
nove giorni che provo a essere forte, e ora sto crollando di nuovo. Non devo farlo. Esco
dal parcheggio e torno a casa di Zed. È chiaro che Hardin è troppo impegnato per darmi
retta; Zed invece è sempre pronto ad ascoltarmi. Posiziono l’auto accanto al suo pick-up e
faccio un respiro profondo. Devo dare la priorità a me stessa e ai miei desideri.
Mentre salgo le scale verso l’appartamento di Zed, sono in pace con me stessa. Busso
forte alla porta, mi dondolo sui talloni aspettando risposta. E se sono arrivata tardi, e lui
non risponde? Me lo meriterei. Non dovevo baciarlo.
Quando la porta si apre mi manca il respiro. Zed indossa solo un paio di pantaloncini
neri. Il petto tatuato è nudo.
«Tessa?» Mi guarda stupefatto.
«Non… non so cosa posso darti, ma voglio provarci», gli dico.
Si passa una mano tra i capelli neri e sospira. Mi respingerà, lo so.
«Mi dispiace, ho sbagliato a venire…» Non sopporterei un altro rifiuto.
Sono quasi arrivata alle scale quando Zed mi prende per un braccio. Non dice niente e
mi conduce dentro casa.
È così calmo, taciturno e comprensivo. Ci sediamo sul divano, lui da una parte e io
dall’altra. È diversissimo da Hardin. Quando non ho voglia di parlare, lui non mi fa
pressioni. Quando non so dargli una spiegazione per le mie azioni, non si arrabbia. E
quando gli spiego che non me la sento di dormire nel letto con lui, mi porta una coperta
morbida e un cuscino quasi pulito e li appoggia sul divano.
La mattina seguente mi fa male il collo. Il vecchio divano di Zed non è comodissimo,
ma tutto considerato direi che ho dormito bene.
«Ciao», dice lui entrando in salotto.
«Ciao», rispondo sorridendo.
«Hai dormito bene?»
Annuisco. Ieri sera è stato incredibile: non ha battuto ciglio quando ho chiesto di poter
dormire sul divano. Mi ha ascoltata parlare di Hardin. Ha ammesso che vuole bene a
Rebecca ma ora non sa più cosa fare perché ha continuato a pensare a me anche dopo
aver conosciuto lei. Mi sono sentita in colpa per la prima ora, ma con il passare del tempo
le lacrime si sono trasformate in sorrisi e poi in risate.
Adesso sono quasi le due del pomeriggio; in vita mia penso di non aver mai dormito
fino a quest’ora, ma d’altra parte sono rimasta sveglia fino alle sette del mattino.
«E tu?» Mi alzo e ripiego la coperta. Mi sembra di ricordare che me l’abbia rimboccata
lui mentre mi addormentavo.
«Idem.» Sorride e si siede sul divano. Ha i capelli bagnati e la pelle lucida, come
appena uscito dalla doccia.
«Dove la metto?» chiedo indicando la coperta.
«Dove vuoi, non dovevi ripiegarla.» Ride.
Ripenso a quando Hardin butta la roba alla rinfusa nell’armadio solo per farmi dispetto.
«Hai da fare oggi?»
«Ho lavorato stamattina, quindi no.»
«Di già?»
«Sì, dalle nove a mezzogiorno. In pratica sono andato lì solo per riparare il mio pickup.»
Avevo dimenticato che Zed fa il meccanico. Non so quasi nulla di lui. Ma deve avere
molte energie, se è andato a lavorare dopo aver dormito solo due ore.
«Prodigio delle scienze ambientali di giorno, garagista di notte?» lo canzono.
«Qualcosa del genere», ribatte sghignazzando. «Tu che progetti hai?»
«Non lo so. Devo trovare un vestito per la cena del mio capo, che è domani.» Per un
momento penso di invitarlo, ma sarebbe sbagliato. Metterei tutti a disagio, me compresa.
Io e Zed abbiamo deciso di non correre troppo. Passeremo un po’ di tempo insieme per
vedere cosa succede. Lui non mi chiederà di dimenticare Hardin; sappiamo entrambi che
servirà più tempo. E, tanto per cominciare, devo trovarmi un posto dove vivere.
«Posso venire con te, se vuoi. O forse possiamo andare al cinema, dopo…» propone in
tono nervoso.
«Sì, vanno bene entrambe le cose.» Sorrido e controllo il telefono.
Nessuna chiamata. Nessun messaggio.
Ordiniamo una pizza e restiamo in casa per gran parte del pomeriggio. Alla fine torno
da Landon per fare una doccia. Passo al centro commerciale e trovo il vestito perfetto,
rosso con la scollatura quadrata, che arriva al ginocchio.
Arrivata a casa, trovo un biglietto sul bancone della cucina accanto a un piatto lasciato
da Karen. Lei e Ken sono andati al cinema e tornano presto.
È un sollievo poter stare in casa da sola. Ma anche quando loro ci sono, quasi non me
ne accorgo, perché gli ambienti sono molto grandi. Faccio una doccia e mi metto in
pigiama, mi sdraio sul letto e mi costringo a recuperare le ore di sonno perdute.
Nei miei sogni si alternano ragazzi dagli occhi verdi e dagli occhi dorati.
87
Tessa
UNDICI giorni. Sono undici giorni che non sento Hardin, e non è stato facile.
Ma la compagnia di Zed mi ha aiutata.
Stasera c’è la cena da Christian, e ho paura che rivedere quei volti familiari mi farà
pensare a Hardin e farà crollare le difese che ho costruito con tanta fatica.
Quando è ora di uscire, faccio un respiro profondo e mi guardo un’ultima volta allo
specchio. I capelli sono sciolti e arricciati come sempre, ma mi sono truccata più del
solito. Metto al polso il braccialetto di Hardin; so che non dovrei portarlo, ma senza mi
sento nuda. È diventato una parte di me, come lo è… come lo era lui.
Quando scendo al piano di sotto vedo Karen e Ken: sono elegantissimi, lei indossa un
lungo abito fantasia bianco e azzurro, lui è in giacca e cravatta.
«Stavo pensando che uno di questi giorni potremmo lavorare un po’ nella serra, se ti
va», mi propone Karen mentre andiamo alla macchina.
«Volentieri», rispondo salendo sulla Volvo.
«Ci divertiremo un mondo. È un bel po’ che non andiamo a una festa del genere», dice
Karen posandosi in grembo la mano di Ken mentre l’auto esce dal vialetto.
I loro gesti d’affetto non mi fanno invidia: mi ricordano che le coppie felici esistono.
«Landon rientra da New York stasera tardi. Vado a prenderlo alle due», mi informa
Karen.
«Non vedo l’ora che torni», commento. Ho sentito molto la mancanza del mio migliore
amico, con le sue parole di saggezza e il suo sorriso.
La casa di Christian Vance è esattamente come la immaginavo. Sorge in cima a una
collina ed è ultramoderna, con grandi vetrate che la rendono quasi trasparente. È
straordinaria, mi fa pensare a un museo.
Kimberly ci accoglie all’ingresso. «Grazie di essere venuti», dice abbracciandomi.
«Grazie di averci invitati.» Ken stringe la mano di Christian. «E congratulazioni per il
trasferimento.»
Resto affascinata quando capisco perché la casa ha quasi dappertutto vetrate: si
affaccia su un grande lago, sul quale si riflette il sole al tramonto. È un panorama
mozzafiato.
«Ci siamo tutti.» Kimberly ci conduce nella sala da pranzo, perfetta come il resto della
casa.
Non è proprio nel mio stile – preferisco un arredamento più classico – ma è davvero
splendida. I due lunghi tavoli da pranzo sono abbelliti da composizioni floreali colorate e
lumini che galleggiano in ciotole d’acqua. I tovaglioli sono piegati a forma di fiore e
fermati da un portatovaglioli d’argento. Kimberly si è data proprio da fare: la sala da
pranzo sembra uscita da una rivista di arredamento.
Trevor siede al tavolo più vicino alla finestra insieme ad altre persone che lavorano
alla Vance, tra cui Crystal del marketing e il futuro marito. Smith è seduto lì accanto e sta
giocando a un videogame.
«Sei bellissima», mi dice Trevor, alzandosi per salutare Ken e Karen.
«Grazie, come stai?»
Ha la cravatta dello stesso azzurro degli occhi. «Benissimo, pronto per il grande
trasloco!»
«Ci scommetto!» esclamo, ma in realtà sto pensando: Se solo potessi trasferirmi a
Seattle oggi stesso…
«Trevor, che bello rivederti», dice Ken stringendogli la mano.
Mi sento tirare per l’orlo del vestito. «Ciao, Smith, come stai?» chiedo al bambino dai
grandi occhi verdi.
«Bene», risponde. Poi, a voce più bassa: «Dov’è il tuo Hardin?»
Il mio Hardin. Non so cosa rispondere. Le difese che avevo così faticosamente
innalzato iniziano già a crollare, e sono arrivata da dieci minuti. «Be’, lui… non è qui.»
«Ma poi arriva?»
«No, tesoro, mi spiace, penso che non verrà.»
«Ah.»
È una bugia terribile, come saprebbe chiunque conosca Hardin, ma aggiungo lo stesso:
«Però mi ha detto di salutarti». Gli arruffo i capelli. Per colpa di Hardin mi sono abbassata
a mentire a un bambino. Fantastico.
Smith accenna un sorriso e torna a sedersi. «Okay. Mi piace, il tuo Hardin.»
Anche a me, vorrei replicare, ma non è mio.
Nel successivo quarto d’ora arrivano altre venti persone. Una melodia suonata al
pianoforte si diffonde dall’impianto stereo a volume basso. I camerieri cominciano a
servire gli antipasti.
«L’ufficio di Seattle è bellissimo, dovresti vederlo», sta dicendo Christian. «È proprio
sull’acqua, ed è grande il doppio di quello attuale. Incredibile, finalmente ci stiamo
espandendo.»
Tento di mostrarmi interessata, ma mi sto allontanando con la mente. Mi sono
distratta sentendo nominare Hardin e pensando a Seattle. Immagino di trasferirmi lì con
lui: una nuova città, una nuova casa, nuovi amici. Una nuova vita, insieme. Hardin
tornerebbe a lavorare alla Vance e si vanterebbe di guadagnare più di me, e io insisterei
per pagare la bolletta della tv via cavo.
«Tessa?»
La voce di Trevor mi riscuote da quell’inutile sogno a occhi aperti. «Scusa…» balbetto.
Mi rendo conto che ha iniziato a raccontarmi qualcosa e non lo stavo ascoltando.
«Come dicevo, il mio appartamento è vicino alla nuova sede, e in pieno centro:
dovresti vedere il panorama!» Sorride. «Lo skyline di Seattle è bellissimo, soprattutto di
notte.»
Sorrido a mia volta. Sì, scommetto che è proprio bella.
88
Hardin
CHE cazzo sto facendo?
Continuo a camminare avanti e indietro. Che idea cretina ho avuto.
Cosa mi aspettavo? Che corresse da me e mi perdonasse per tutto quello che le ho
fatto? Che si convincesse improvvisamente che non sono andato a letto con Carly?
Alzo gli occhi sulla bellissima casa di Vance. Probabilmente Tessa non c’è neppure, lì
dentro, e farò la figura dell’idiota presentandomi senza invito. Farei meglio ad andarmene
subito.
E poi questa camicia prude da morire. Odio vestirmi elegante.
Vedo la macchina di mio padre e mi avvicino per guardare dentro. Sul sedile posteriore
c’è quell’orribile borsetta che Tessa si porta sempre dietro.
Quindi c’è anche lei. Mi si torce lo stomaco all’idea di vederla, di starle vicino. Cosa le
direi? Non lo so. Devo spiegarle che la mia vita è diventata un inferno da quando sono
partito per l’Inghilterra. Devo dirle che ho bisogno di lei, più di ogni altra cosa. Devo dirle
che sono uno stronzo e che ho rovinato l’unica cosa bella che avevo, cioè lei. Lei è tutto
per me, e lo sarà sempre.
Ora entro e la convinco a venire via con me, per parlare. Cazzo, quanto sono nervoso.
Ho la nausea, vomiterei se avessi mangiato qualcosa. So di avere una pessima cera;
Tessa, invece, sarà sicuramente bellissima, come sempre… ma avrà sofferto quanto me?
Arrivo al portone, poi mi volto e torno indietro. Detesto i luoghi affollati, e qui fuori ci
sono almeno quindici macchine. Tutti mi fisseranno, farò la figura dell’imbecille. Del resto
è quello che sono.
Prima di poter cambiare idea, giro i tacchi e suono il campanello.
Lo faccio per Tessa, continuo a ripetermi quando Kim apre la porta e mi sorride
meravigliata.
«Hardin? Non sapevo che saresti venuto.» Vedo che si sforza di essere cortese, ma è
arrabbiata, probabilmente perché sente il bisogno di difendere Tessa.
«Già, neanch’io», rispondo.
Poi vedo nei suoi occhi un’emozione nuova: la compassione. Per il mio aspetto, che
evidentemente è peggiore di quanto pensassi, dato che sono venuto qui direttamente
dall’aeroporto.
«Be’… entra, qui fuori si gela.»
Per un attimo resto allibito alla vista della casa: è un’opera d’arte, porca miseria. Non
sembra neppure abitata. Bella, sì, ma a me non piace l’arte moderna.
«Stavamo per iniziare a mangiare», mi dice Kim, facendo strada verso una sala da
pranzo dalle pareti di vetro.
Ed è allora che la vedo.
Il mio cuore smette di battere. Sta sorridendo, ascolta qualcuno parlare, si sta
sistemando i capelli. Il riflesso del tramonto alle sue spalle la illumina e io non riesco più
a muovermi.
La sento ridere, e per la prima volta da dieci giorni riesco a respirare. Mi è mancata
così tanto, ed è talmente bella… quel vestito rosso, il sole sulla pelle, il sorriso… perché
sorride, perché sta ridendo?
Non dovrebbe piangere? E poi individuo chi è a farla ridere, chi è a farle dimenticare
me.
Trevor, quel pezzo di merda. Dio, come odio quel bastardo. Perché le sta sempre
appiccicato? Io lo ammazzo.
No. Devo calmarmi. Se ora gli faccio del male, Tessa non mi ascolterà mai.
Chiudo gli occhi per qualche secondo e cerco di tranquillizzarmi. Se sto calmo riuscirò a
parlarle e andremo a casa, dove la scongiurerò di perdonarmi, faremo l’amore e andrà
tutto bene.
Continuo a guardarla: ora è lei a parlare. Parla e sorride, e gesticola con la mano che
non regge il bicchiere di vino. Al polso ha… il braccialetto. Lo porta ancora. Lo porta
ancora! È un buon segno; forse c’è speranza.
Trevor lo Stronzo la fissa con occhi imploranti che mi fanno ribollire il sangue. Sembra
un cucciolo innamorato, e lei gli dà corda.
Si è già trovata un altro? Si è messa con lui?
Sarebbe tremendo… ma non potrei fargliene una colpa. Non ho risposto alle sue
telefonate, non ho ancora neppure comprato un telefono nuovo. Crederà che non mi
importi di lei, che anch’io mi sia trovato un’altra.
Ripenso a quella strada silenziosa in Inghilterra, al pancione di Natalie, al sorriso di
Elijah. Trevor sta guardando Tessa con la stessa devozione.
Trevor è il suo Elijah. È la sua seconda chance di ottenere ciò che merita.
È un pugno allo stomaco. Devo andarmene di qui. Devo lasciarla in pace.
Ora capisco perché quel giorno ho incontrato Natalie. Ho rivisto la ragazza che ho fatto
soffrire per non commettere lo stesso errore con Tessa.
Devo andarmene. Prima che lei mi veda.
Ma proprio in quell’istante i nostri sguardi si incrociano. Il sorriso le muore sulle labbra.
Il bicchiere le scivola di mano e va in frantumi sul parquet.
Tutti si girano verso di lei, ma Tessa ha occhi solo per me. Trevor sembra confuso ma
pronto a intervenire in sua difesa.
Tessa batte ripetutamente le palpebre e poi sposta lo sguardo a terra. «Mi dispiace
tanto», esclama, e si china a raccogliere i vetri.
«Lascia stare, non fa niente! Vado a prendere una scopa», dice Kimberly.
Devo andarmene. Mi volto. E rischio di inciampare su un bambino. È Smith, che mi
guarda con aria inespressiva.
«Avevo capito che non venivi.»
Gli accarezzo la testa. «Sì, me ne stavo giusto andando.»
«Perché?»
«Perché non sarei dovuto venire.» Mi giro indietro: Trevor sta aiutando Tessa a
raccogliere i vetri da terra. Dev’esserci una metafora in tutto questo.
«Neanch’io mi sto divertendo. Resta, per favore», mi dice Smith. Innocente.
Speranzoso.
Faccio correre lo sguardo fra Tessa e il bambino, che non mi irrita più come prima. Non
credo di avere le energie per irritarmi.
Una mano si posa sulla mia spalla. «Dovresti seguire il suo consiglio.» È Christian.
«Resta almeno fino a dopo cena. Kim si è impegnata molto per questa serata.» Mi rivolge
un sorriso cordiale.
Guardo la sua ragazza, in un semplice abito nero, che sta pulendo dove Tessa ha
sporcato per colpa mia. E ovviamente Tessa è lì con lei e si sta ancora profondendo in
scuse.
«E va bene.»
Se arrivo alla fine di questa cena, posso sopravvivere a qualsiasi cosa. Sopporterò il
dolore di vedere Tessa che se la cava così bene senza di me. Fingerò che ogni suo
sguardo non sia una pugnalata al cuore.
Mentre Kimberly finisce di pulire, uno dei camerieri suona una campanella. «Be’, ora
che lo spettacolo è finito, possiamo mangiare!» esclama Kimberly con una risata, e fa
cenno a tutti di sedersi a tavola.
Seguo Christian e scelgo un posto a caso, senza controllare dove si siedono Tessa e il
suo amico. Mio padre e Karen vengono a salutarmi.
«Non mi aspettavo di vederti qui, Hardin», esordisce lui. Karen viene a sedersi accanto
a me.
Sospiro. «Mi dicono tutti così.»
«Hai parlato con lei?» mi chiede Karen con un filo di voce.
«No.»
Tengo gli occhi fissi sulla tovaglia in attesa di essere servito. I camerieri arrivano con
polli interi su grandi vassoi. A un certo punto non resisto più e alzo gli occhi per cercare
Tessa. Lei e quello stronzo di Trevor sono seduti quasi davanti a me.
La osservo mangiare svogliatamente un asparago. So che non le piacciono, ma è
troppo educata per rifiutare il cibo che qualcuno prepara per lei.
Si accorge che la guardo. Distolgo subito l’attenzione. Nei suoi occhi grigioazzurri ho
visto il dolore. Causato da me. Un dolore che avrà fine solo se starò lontano da lei e le
permetterò di voltare pagina.
Tutte le parole che non ci siamo detti restano sospese tra noi… e lei torna a fissare il
piatto.
Per il resto della cena non alzo più gli occhi e non mangio quasi niente. Anche quando
sento che Trevor parla a Tessa di Seattle, non li guardo. Per la prima volta in vita mia
vorrei essere un’altra persona. Darei qualsiasi cosa per essere Trevor, per essere capace
di renderla felice e non farla soffrire.
Alla fine della cena, Christian si alza e richiama l’attenzione di tutti facendo tintinnare
una forchetta su un bicchiere. «Se posso dire una parola…» Batte sul cristallo un’altra
volta, poi sghignazza. «Meglio smettere, prima che si rompa», dice sbirciando di sottecchi
Tessa.
Lei arrossisce. Devo fare appello a tutto il mio autocontrollo per non andare da
Christian e prenderlo a pugni per averla messa in imbarazzo. So che scherzava, ma ora lei
è a disagio.
«Grazie mille a tutti per essere venuti. È bello sentirmi circondato dalle persone a cui
voglio bene. Sono molto orgoglioso dell’impegno che ciascuno di voi ha messo in questa
impresa: il trasferimento non sarebbe stato possibile senza di voi. Siete la squadra
migliore che potessi desiderare. Chissà, forse l’anno prossimo apriremo un ufficio anche a
Los Angeles, o persino a New York, così vi farò ammattire di nuovo con la pianificazione.»
«Non correre troppo», lo ammonisce Kimberly assestandogli una pacca sul sedere.
«E a te, soprattutto a te, Kimberly. Non sarei nessuno, senza di te.» Ha cambiato
completamente tono di voce, e l’atmosfera nella stanza è mutata. Christian prende le
mani di Kimberly nelle sue. «Dopo la morte di Rose vivevo nell’oscurità. I giorni
passavano senza che me ne accorgessi, e pensavo che non sarei stato felice mai più. Non
mi credevo capace di amare un’altra; mi ero rassegnato a restare da solo con Smith. Poi
un giorno questa bionda spumeggiante è piombata nel mio ufficio, con dieci minuti di
ritardo sull’appuntamento per il suo colloquio e con un’orribile macchia di caffè sulla
camicetta bianca. Il suo spirito e la sua energia mi hanno stregato.» Si rivolge a lei e
continua: «Tu mi hai donato la vita che non sentivo più di avere. Nessuno potrà mai
prendere il posto di Rose, e tu lo sapevi. Ma non hai tentato di rimpiazzarla: hai accolto il
suo ricordo e mi hai aiutato a ricominciare a vivere. Mi dispiace solo di non averti
conosciuta prima, altrimenti non avrei sofferto così a lungo». Fa un risolino nervoso,
cercando invano di stemperare l’intensità del momento.
«Ti amo, Kimberly, più di ogni cosa al mondo, e vorrei passare il resto della vita a
sdebitarmi con te.» Si mette in ginocchio.
È uno scherzo, vero? Tutte le persone che conosco hanno deciso di convolare a nozze,
o l’universo intero si prende gioco di me?
«Questa non era una cena per il trasferimento: era una cena di fidanzamento.» Sorride
alla donna che ama. «Be’, lo sarà se mi dirai di sì.»
Kimberly scoppia a piangere. Il suo «sì» è praticamente un grido. Distolgo lo sguardo.
Tessa si sta asciugando le lacrime. So che si sforza di sorridere in questo momento
felice per la sua amica, ma so anche che sta fingendo. Ha appena ascoltato le parole che
un tempo sperava di sentire dalle mie labbra.
89
Tessa
MI fa male il petto mentre guardo Christian abbracciare Kimberly e sollevarla da terra.
Sono felice per lei, davvero, solo che è difficile vedere un’altra persona che ottiene ciò
che volevi tu. È dura vedere Christian che le infila al dito un bellissimo anello di diamanti.
Mi alzo, sperando che nessuno faccia caso alla mia assenza. Solo quando arrivo in
salotto mi concedo di piangere. Sapevo che sarebbe successo: sapevo che sarei crollata.
Se lui non fosse qui avrei resistito, ma così è troppo surreale, troppo doloroso.
È venuto a questa cena per tormentarmi. Altrimenti perché presentarsi e poi non
rivolgermi la parola? Non ha senso: mi evita da dieci giorni e poi si fa vivo a una serata a
cui sa che parteciperò anch’io. Non sarei dovuta venire. O perlomeno avrei dovuto
prendere la mia macchina, così ora potrei andarmene. Zed non arriverà prima delle…
Zed.
Zed sarà qui alle otto. Sono già le sette e mezzo. Hardin lo ucciderà, se lo vede.
O forse no, forse non gliene importa più niente.
Vado a chiudermi in bagno. Hardin sembra così indifferente, incurante della mia
presenza e dell’effetto che lui ha su di me. Ha sofferto? Ha passato anche lui giorni interi
a letto, a piangere, come ho fatto io? Non ho modo di saperlo, ma a vederlo non mi
sembra che abbia il cuore spezzato.
Respira, Tessa. Devi respirare. Non far caso al pugnale ficcato nel petto.
Mi asciugo le lacrime e mi guardo allo specchio. Il trucco non è colato, per fortuna, e i
capelli sono ancora a posto. Ho le guance rosse, ma almeno mi danno un’aria più sana.
Uscendo dal bagno mi imbatto in Trevor: ha l’aria preoccupata. «Stai bene? Sei
scappata via…» Fa un passo verso di me.
«Sì, avevo bisogno di una boccata d’aria.» Che bugia stupida: se avevo bisogno d’aria
perché sarei andata in bagno?
Per fortuna Trevor è un gentiluomo e non mi fa notare la contraddizione, come farebbe
Hardin al posto suo. «Okay, stanno servendo il dolce, se hai ancora fame.»
«Non proprio, ma lo mangio lo stesso.» Lo seguo in corridoio e faccio lunghi respiri per
calmarmi un po’. Sto ancora cercando di capire come evitare uno scontro diretto tra Zed e
Hardin quando sento la vocetta di Smith uscire da una stanza davanti alla quale stiamo
passando.
«Come fai a saperlo?» gli chiede con il suo solito tono piatto.
«Perché io so tutto», risponde Hardin.
Hardin sta parlando con Smith?
Mi fermo e faccio cenno a Trevor di proseguire. «Va’ avanti, io… devo dire una cosa a
Smith.»
Mi guarda perplesso. «Sei sicura? Posso aspettarti.»
«No, va’ pure.» E se ne va, lasciandomi libera di origliare spudoratamente.
Smith dice qualcosa che non capisco, e Hardin risponde in tono calmo: «È vero, so
tutto».
«Ma lei morirà?» domanda Smith.
«Ma no! Perché ti fissi sempre con l’idea che la gente debba morire?»
«Non lo so.»
«Be’, non è così. Non tutti muoiono.»
«Chi muore?»
«Non tutti.»
«Ma chi, Hardin?»
«Le persone cattive, immagino. E le persone vecchie. E quelle malate… ah, e a volte le
persone tristi.»
«Come la tua bella ragazza?»
Mi viene il batticuore.
«No! Lei non morirà. Non è triste.»
Mi copro la bocca con la mano.
«Già, certo.»
«No, non è triste. È felice, e non morirà. E neppure Kimberly.»
«Come fai a saperlo?»
«Te l’ho già detto, io so tutto.» Da quando mi hanno nominato, il suo tono di voce è
cambiato.
Smith fa una risatina sarcastica. «Non è vero.»
«Ti sei calmato, adesso, o pensi di piangere un altro po’?»
«Non prendermi in giro.»
«Scusa. Ma hai finito di piangere?»
«Sì.»
«Bene.»
«Bene.»
«Non ripetere quello che dico. È maleducazione», continua Hardin.
«Sei tu il maleducato.»
«Ma sei sicuro di avere solo cinque anni?»
Esattamente quello che volevo chiedergli anch’io. Smith è molto maturo per la sua età.
Ma è logico, considerato quante ne ha passate.
«Sicurissimo. Vuoi giocare?» chiede Smith a Hardin.
«No.»
«Perché no?»
«Perché fai tante domande? Mi ricordi…»
«Tessa?» Kimberly mi coglie di sorpresa e quasi strillo. Mi posa una mano sulla spalla.
«Scusa! Hai visto Smith? È sparito, e Hardin è andato a cercarlo: pensa che strano!»
Sembra sorpresa ma toccata da quel gesto.
«Ehm, no.» Mi affretto in corridoio per evitare l’umiliazione di essere colta in flagrante
da Hardin. Scommetto che ha sentito Kimberly chiamarmi.
Rientro in sala da pranzo, mi avvicino a Christian e lo ringrazio per l’invito, poi mi
congratulo per il suo fidanzamento. Abbraccio Kimberly, Karen e Ken.
Controllo l’orologio: le otto meno dieci. Hardin è occupato con Smith ed è chiaro che
non ha intenzione di parlare con me, ma va bene così. Non ho bisogno che mi chieda
scusa e mi dica che è stato malissimo senza di me. Non ho bisogno che mi abbracci e mi
assicuri che troveremo una soluzione. Non ne ho bisogno. Non lo farebbe comunque,
perciò è inutile sentirne il bisogno.
Fa meno male, se non sento il bisogno.
Quando arrivo in fondo al vialetto sto morendo di freddo. Avrei dovuto mettermi una
giacca: siamo a gennaio e comincia a nevicare. Spero che Zed arrivi presto.
Il vento gelido mi sferza i capelli e mi fa rabbrividire. Avvolgo le braccia intorno al
corpo per tentare di scaldarmi.
«Tess?» Alzo gli occhi e per un momento mi sembra di avere le allucinazioni. Un
ragazzo vestito di nero viene verso di me sotto la neve.
«Cosa stai facendo?» mi chiede Hardin, avvicinandosi.
«Me ne vado.»
«Ah…» Si massaggia la nuca, un gesto abituale. «Come stai?»
Resto allibita. «Come sto?»
Mi guarda impassibile. «Sì, insomma… stai bene?»
Devo rispondere sinceramente? «E tu come stai?» domando battendo i denti.
«Te l’ho chiesto prima io.»
Non era così che immaginavo il nostro primo incontro. Non so bene come me lo
figurassi, ma di certo non così. Pensavo che lui mi avrebbe insultata, che ci saremmo
urlati in faccia a vicenda. Le lanterne appese ai rami degli alberi lo circondano di una
luminescenza diffusa… sembra un angelo. Evidentemente è un’illusione.
«Sto bene», mento.
Mi squadra dalla testa ai piedi, facendomi annodare lo stomaco e battere forte il cuore.
«Si vede.»
«E tu come stai?»
Voglio che mi risponda che sta malissimo.
«Idem. Bene», fa invece.
«Perché non mi hai chiamata?» sbotto. Forse così susciterò in lui qualche emozione.
«Io…» Mi guarda e poi si guarda le mani. «Avevo da fare.»
A quelle parole mi crolla il mondo addosso. La rabbia, però, prende il sopravvento sul
dolore, almeno per ora. «Avevi da fare, eh?»
«Sì, avevo da fare.»
«Wow.»
«Wow cosa?»
«Avevi da fare? Lo sai cos’ho passato negli ultimi undici giorni? L’inferno, ecco cosa. Un
dolore che non pensavo fosse sopportabile, e che a volte mi è sembrato di non riuscire a
sopportare. Ma ho continuato ad aspettare… aspettare… come un’idiota!» grido.
«Neanche tu sai cos’ho fatto io! Pensi sempre di sapere tutto, ma non sai un cazzo!»
Proseguo lungo il vialetto. Si infurierà quando vedrà chi è venuto a prendermi. Ma
dov’è Zed? Sono le otto e cinque.
«Dimmelo, allora! Dimmi cos’avevi da fare di più importante che lottare per me,
Hardin!» Mi asciugo le lacrime. Devo smettere di piangere.
Sono stufa di piangere.
90
Hardin
QUANDO Tessa scoppia a piangere, fatico molto a restare impassibile. Non so cosa
succederebbe se le confessassi che anch’io ho sofferto le pene dell’inferno, che nemmeno
io ero sicuro di riuscire a sopportare il dolore. Penso che correrebbe tra le mie braccia e
mi direbbe che va tutto bene. So che mi ha sentito parlare con Smith. So che è triste,
come ha detto quel bambinetto odioso, ma so anche come andrà a finire. Se mi perdona,
mi inventerò un altro modo per farla soffrire. È sempre andata così e non so come
cambiare le cose.
Quello che posso fare di buono è lasciare che si trovi una persona più adatta a lei. Più
simile a lei, perché – accidenti – è questo che vuole, lo so. Uno senza tatuaggi né
piercing. Senza traumi infantili e problemi di gestione della rabbia. Ora pensa di amarmi,
ma un giorno, quando la farò soffrire ancora di più, si pentirà di avermi rivolto la parola.
Più la guardo piangere, qui nel vialetto sotto la neve, più mi convinco di non essere la
persona giusta per lei.
«Non è una questione che ti riguardi, non ti pare?» mi esce. Mi accorgo che le mie
parole la scuotono.
Dovrebbe essere con Trevor, a quest’ora, o con Noah. Non con me. Non posso
cambiare per lei. Troverò il modo di vivere senza Tessa.
«Come puoi dire una cosa del genere? Dopo tutto quello che abbiamo passato, non hai
neppure la decenza di offrirmi una spiegazione?» grida.
I fari di una macchina illuminano la strada alle sue spalle.
Lo sto facendo per te! vorrei gridare. Invece mi limito a stringermi nelle spalle.
Lei fa per parlare ma ci ripensa. Un pick-up si ferma davanti a noi.
Quel pick-up…
«Che ci fa lui qui?»
«È venuto a prendermi», risponde, in tono così perentorio da farmi quasi crollare in
ginocchio.
«Perché… come… ma che cazzo?!» grido. Ho cercato di allontanarla da me, di lasciarle
spazio per trovare una persona più simile a lei… ma non Zed, porca miseria!
«Hai… Ti vedi con quel pezzo di merda?» Raggiungo il pick-up e gli urlo: «Scendi dalla
macchina!»
Zed mi stupisce: scende e lascia il motore acceso. Che idiota.
«Tutto bene?» ha il coraggio di chiederle.
Mi pianto davanti a lui. «Lo sapevo! Lo sapevo che aspettavi il momento giusto per
provarci con lei! Pensavi che non ti avrei scoperto?»
Lui la guarda, lei lo guarda. Porca puttana, sta succedendo davvero.
«Lascialo in pace, Hardin!» mi intima lei.
E io perdo la testa.
Afferro Zed per il bavero della giacca e gli sferro un pugno. Tessa grida, ma io non la
sento neppure.
«Pensavi che non l’avrei saputo? Ti avevo avvisato di stare lontano da lei!» Tento di
colpirlo ancora, ma stavolta lui para il colpo e mi molla un cazzotto sul mento.
La rabbia si mescola all’adrenalina: erano settimane che non facevo a botte. Mi
mancava questa sensazione, l’energia che mi scorre nelle vene. È come una droga.
Lo colpisco alle costole. Zed cade a terra, e io mi tuffo su di lui e continuo a picchiarlo.
Devo ammettere che è riuscito a tirarmi qualche pugno, ma non mi batterà.
«Io le sono stato vicino… e tu no», mi provoca.
«Smettila! Basta, Hardin!» Tessa mi tira per un braccio, e d’impulso la scaravento a
terra, sulla ghiaia del vialetto.
In un istante la rabbia svanisce. Mi giro verso di lei: arretra carponi, poi si alza e mette
le mani avanti come a proteggersi da me. Che cazzo ho fatto?
«Non azzardarti a toccarla!» grida Zed alle mie spalle. Un istante dopo è accanto a lei,
e lei lo fissa, senza degnarmi di uno sguardo.
«Tess… non volevo. Non sapevo che fossi tu, giuro! Lo sai che non capisco più niente
quando sono arrabbiato… Mi dispiace tanto…»
Guarda nella mia direzione, ma come se io non fossi lì. «Possiamo andare, per
favore?» chiede in tono calmo, e il mio cuore manca un battito… ma poi capisco che sta
parlando con lui, con Zed.
Come cazzo è potuto succedere?
«Certo, andiamo.» Lui le posa la sua giacca sulle spalle, le apre la portiera del pick-up
e la aiuta a salire.
«Tessa…» la chiamo di nuovo, ma lei non mi guarda neppure: affonda il viso tra le
mani, scossa dai singhiozzi.
Punto un dito su Zed e lo minaccio: «Non finisce qui».
Lui mi fissa e sorride compiaciuto, prima di salire al posto di guida. «Secondo me
invece sì.»
91
Tessa
«MI dispiace che ti abbia spintonata in quel modo», mi dice Zed mentre con un panno
bagnato gli pulisco la guancia ferita. Non ha ancora smesso di sanguinare.
«Non è colpa tua. Scusa se ti trascino continuamente in questa storia.» Sospiro.
Si è offerto di riportarmi a casa di Landon, invece di andare al cinema come avevamo
programmato, ma non ho voluto. Temo che Hardin possa venire a cercarmi lì e faccia una
scenata.
A quest’ora sarà a distruggere tutta la casa di Ken e Karen. Dio, spero di no.
«Non preoccuparti, so com’è fatto. Sono contento che non ti abbia fatto del male.
Insomma, più di così.»
La ferita è profonda: mi auguro che non resti una cicatrice sul bel viso di Zed. E
sarebbe colpa mia, per giunta.
«Ecco fatto», gli dico, e lui sorride malgrado il labbro gonfio. Perché passo il mio tempo
a medicare ferite?
«Grazie.»
«Ti manderò il conto», scherzo.
«Sei sicura di stare bene? Hai fatto una brutta caduta.»
«Sì, un po’ indolenzita ma niente di grave.» Ripenso alla conversazione con Hardin: si
comportava come se non fosse successo niente, come se fossimo nulla più che amici a
parlare del più e del meno. Poi però ha visto Zed e ha perso il controllo. Di Trevor,
invece, sembra non importargli nulla. Strano, durante la cena temevo che lo prendesse a
pugni davanti a tutti.
So bene che Hardin non mi picchierebbe mai, ma è la seconda volta che lo fa
involontariamente. La prima volta l’ho perdonato subito, perché ero stata io a convincerlo
a passare il Natale da suo padre, ma stasera è stata colpa sua.
«Hai fame?» mi chiede Zed mentre torniamo in salotto.
«No, ho già mangiato alla festa.»
«Okay, non c’è molto in casa, ma posso ordinare qualcosa, se vuoi. Fammi sapere se
cambi idea.»
«Grazie.» Zed è sempre così premuroso con me.
«Tra un po’ tornerà il mio coinquilino, ma non ci disturberà. Probabilmente andrà dritto
a letto.»
«Mi dispiace che continuino a succedere queste cose, Zed.»
«Non dispiacerti. Sono contento di averti aiutata, come ti ho già detto. Hardin
sembrava proprio furioso quando mi ha visto arrivare.»
«Stavamo già litigando, perciò figurati…» Mi siedo sul divano con una smorfia di
dolore.
Ero appena guarita dai graffi e dai lividi dell’incidente stradale, e ora me ne verranno
altri, grazie a Hardin. Il vestito si è strappato e le scarpe sono macchiate. È proprio vero:
Hardin rovina tutto ciò che tocca.
«Ti presto qualcosa per dormire? Penso ci siano dei pigiami di Molly… nella stanza del
mio coinquilino. So che non è il massimo, ma…»
Mi viene quasi da ridere. Molly è molto più magra di me. «Non mi entrerebbero, i suoi
vestiti. Ma grazie di averlo pensato.»
La mia risposta pare confonderlo; la sua ingenuità è adorabile. «Be’, puoi metterti
qualcosa di mio.» Annuisco prima di poter cambiare idea: posso mettermi i vestiti di chi
mi pare, Hardin non è il mio padrone.
Zed torna in salotto con le mani piene di vestiti. «Non so cosa ti piace, quindi ho preso
un po’ di roba.»
Scelgo una maglietta azzurra e i pantaloni di un pigiama a quadri. Lo ringrazio e vado
in bagno a cambiarmi.
Purtroppo, quelli che credevo fossero pantaloni si rivelano boxer. I boxer di Zed. Oddio.
Mi tolgo il vestito e metto la t-shirt, che è più piccola di quelle di Hardin e mi arriva poco
sotto l’inguine. E non odora di Hardin. Be’, com’è logico. Odora di detersivo con un
sentore di tabacco. È un buon profumo, ma non quanto l’aroma familiare del ragazzo che
mi manca tanto.
Infilo i boxer e appuro con sollievo che non sono troppo corti. Mi imbarazza molto
portarli, ma mi imbarazzerebbe di più fare storie dopo tutto quello che Zed ha passato
per causa mia stasera. Il suo volto tumefatto è la dimostrazione del perché io e Hardin
non possiamo stare insieme. Gli importa solo di se stesso, ed è soltanto per orgoglio che
ha aggredito Zed. Non mi vuole, ma non vuole che io stia con un altro.
Trovo Zed in salotto, in piedi accanto al televisore. Mi guarda stupefatto. «Ehm,
stavo… cercando un film… da guardare», balbetta. Vado a sedermi sul divano e mi copro
con un plaid.
Così nervoso, sembra più piccolo e più vulnerabile. «Scusa, cercavo di dire che se vuoi
puoi guardare la televisione.»
«Grazie», rispondo con un sorriso. Va a sedersi all’altro capo del divano, posa i gomiti
sulle ginocchia e guarda davanti a sé.
«Se non ti va di restare qui con me, ti capisco», dico per spezzare il silenzio.
«Eh?» fa girandosi verso di me. «No, non pensarlo neppure. Non preoccuparti per me:
un paio di cazzotti non basteranno a tenermi lontano da te. Mi allontanerò solo se tu me
lo chiederai. Se è questo che vuoi, me ne andrò. Ma finché non me lo dici rimango qui»,
afferma guardandomi negli occhi.
«Non voglio che tu te ne vada. Ma non so cosa fare con Hardin. Non voglio che ti picchi
di nuovo.»
«È un ragazzo molto violento. So cosa aspettarmi da lui. Ma non preoccuparti per me:
spero solo che, ora che hai visto chi è davvero, ti terrai alla larga da lui.»
A quel pensiero la tristezza si impadronisce di me: «Sì, penso proprio che andrà così.
Del resto a lui non importa niente di me».
«E comunque non ti merita. Non ti ha mai meritata.»
Scorro più vicina a lui sul divano, e Zed solleva il plaid infilandosi sotto. Mi piace la
confidenza che si è creata tra noi: ecco un ragazzo che non fa di tutto per irritarmi, che
non ferisce i miei sentimenti.
«Sei stanco?» gli chiedo dopo un po’.
«No, tu?»
«Un po’.»
«Dormi, allora. Io vado nella mia stanza.»
«No. Senti… puoi rimanere qui con me finché mi addormento?»
Mi guarda sollevato e felice. «Certo. Certo che posso.»
92
Hardin
SFERRO un pugno al cofano della macchina e grido, per sfogare almeno un po’ di rabbia.
Com’è potuto accadere? Come ho fatto a scaraventarla a terra? Lui sapeva cosa stava
per succedere, lo sapeva già quando è sceso dalla macchina, e le ha prese di nuovo.
Conosco Tessa: si sentirà in colpa e penserà di dovergli qualcosa.
«Cazzo!» sbraito.
«Perché urli?» Christian appare sul vialetto innevato.
Alzo gli occhi al cielo. «Non è niente.» L’unica persona che potrò mai amare se n’è
appena andata con la persona che più disprezzo al mondo.
Vance mi guarda interdetto. «Mi sembra chiaro che qualcosa c’è.» Beve un sorso dal
bicchiere che ha in mano.
«Non mi va di confidarmi con te, al momento», sbotto.
«Che coincidenza, neppure a me va. Vorrei solo capire perché c’è un coglione che
sbraita nel mio vialetto», dice con un sorriso.
Mi viene quasi da ridere. «Vaffanculo.»
«Deduco che lei non abbia accettato le tue scuse…»
«E chi ha detto che mi sono scusato, o che sono tenuto a scusarmi?»
«Perché tu sei tu, e inoltre sei un uomo…» Alza il bicchiere in una specie di brindisi e
finisce di bere. «Siamo sempre noi a dover chiedere scusa per primi. È così che va il
mondo.»
Sospiro. «Sì, be’, lei non vuole le mie scuse.»
«Tutte le donne vogliono le scuse dei loro uomini.»
«Non la mia… non lei.»
«E va bene. Ora torni in casa?»
«No… non lo so.» Mi scrollo la neve dai capelli e li tiro indietro sulla fronte.
«Ken… Tuo padre e Karen stanno per andarsene.»
«E che cazzo me ne frega?»
Ridacchia. «Il tuo vocabolario non cessa mai di sorprendermi.»
Gli sorrido. «Cosa vuoi? Sei volgare quanto me.»
«Esatto.» Mi posa un braccio sulle spalle. E io, incredibilmente, mi lascio riportare in
casa.
93
Tessa
NON riesco a dormire. Mi sveglio ogni mezz’ora per controllare se Hardin mi ha cercata al
telefono. Ovviamente non l’ha fatto. Controllo di aver messo la sveglia: domani ho
lezione, quindi Zed mi riporterà a casa di Landon in tempo per prepararmi e arrivare in
orario all’università.
Quando riprovo a chiudere gli occhi, in mente mi si affollano mille pensieri: ricordo quel
sogno in cui Hardin mi scongiurava di tornare a casa con lui. Fa molto male, anche se è
solo un sogno. Dopo essermi rigirata a lungo sul piccolo divano, decido di fare ciò che
avrei dovuto fare all’inizio della serata.
Apro la porta della camera di Zed e lo sento subito russare sommessamente. È a torso
nudo, sdraiato a pancia in giù, con le braccia piegate sotto la testa.
Resto lì, esitante, e lui si sveglia. «Tessa? Va tutto bene?» Sembra spaventato.
«Sì… scusa se ti ho svegliato… posso dormire qui?» chiedo timidamente.
«Sì, certo», mi dice dopo un momento di esitazione.
Si fa da parte per lasciarmi spazio.
Cerco di non badare al fatto che non ci sia un lenzuolo sul materasso. È uno studente
universitario, d’altronde: non tutti sono maniaci dell’ordine come me. Mi sdraio accanto a
lui, a non più di trenta centimetri dal suo corpo.
«Vuoi parlare di qualcosa?» mi domanda.
Sono incerta, ma rispondo: «No, non stasera. Non riesco a fare ordine tra i pensieri».
«Posso fare qualcosa per te?» mormora nel buio.
«Avvicinarti.»
Esaudisce la mia richiesta. Nervosamente, mi giro sul fianco verso di lui, che mi
accarezza la guancia. Il suo tocco è caldo e delicato. «Sono contento che tu sia qui con
me, e non con lui.»
«Anch’io», replico. Ma non sono sicura di pensarlo davvero.
94
Hardin
LANDON ha alzato un po’ troppo la cresta, da quella sera in cui ha tentato di aggredirmi.
Ha fatto una scenata all’aeroporto quando ha visto che a prenderlo ero venuto io anziché
sua madre. Karen mi ha permesso di andarci, forse perché non aveva voglia di uscire
dopo la festa di Vance o forse perché le facevo pena.
Dal canto suo, Landon sostiene di non aver mai conosciuto una persona più stronza di
me; e all’inizio si rifiuta di salire in auto. Ci metto quasi venti minuti a convincere il mio
adorabile fratellastro che venire in macchina con me è meglio che farsi quaranta
chilometri a piedi in piena notte.
Dopo alcuni minuti di silenzio, riprendo la conversazione dove l’avevamo interrotta
all’aeroporto. «Be’, Landon, ormai sono qui, e tu devi dirmi cosa fare. Sono combattuto.»
«Tra cosa?»
«Tornare in Inghilterra, per permettere a Tessa di rifarsi una vita come merita, oppure
andare a casa di Zed e ammazzarlo di botte.»
«E lei dove si colloca, in questa seconda eventualità?»
«Dopo averlo ammazzato, la porterei via con me», rispondo in tono monocorde.
«È questo il problema. Pensi di poterla costringere a fare quello che vuoi, e guarda
cos’hai ottenuto finora.»
«Non intendevo in quel senso, dico solo…» So che ha ragione, quindi non provo
neppure a finire la frase. «Ma lei è con Zed… Insomma, com’è potuto succedere? Non ci
capisco più un cazzo», mi lamento massaggiandomi le tempie.
«Hardin, venerdì sera ha dormito da lui e hanno passato parecchio tempo insieme.»
«Cosa?» urlo furioso. «Quindi lei… quindi stanno insieme?»
«Non lo so… Ma quando le ho parlato, sabato, mi ha confidato che aveva riso per la
prima volta da quando tu l’hai abbandonata.»
«Ma se non lo conosce nemmeno!» Non riesco a credere che stia succedendo davvero.
«Non incazzarti se te lo dico, ma devi ammettere che è paradossale: eri così
ossessionato all’idea che dovesse trovarsi un ragazzo più simile a lei, invece è finita con
uno identico a te.»
«Non è vero, siamo diversissimi», ribatto, e resto in silenzio per il resto del viaggio. Per
evitare di scoppiare a piangere davanti a Landon.
«Ha pianto, almeno?» gli chiedo infine, quando arriviamo a casa di mio padre.
Mi guarda incredulo. «Per una settimana intera. Amico mio, non hai idea di come l’hai
ridotta, e non te ne importava niente. Ancora adesso pensi solo a te stesso.»
«Come puoi dire così, quando ho fatto tutto questo per lei? Mi sono sforzato di starle
lontano per permetterle di voltare pagina. Non la merito, me l’hai detto tu stesso,
ricordi?»
«Sì, e lo penso ancora. Ma credo anche che spetti a lei decidere chi la merita.» E
scende dalla macchina.
Jace tira una boccata di fumo dalla canna che ha in mano e resta a osservarla. «Non
ho fatto niente di interessante, ultimamente. Tristan non si fa quasi più vedere, è sempre
con Steph.»
«Mmm», mormoro. Bevo un sorso di birra e mi guardo intorno nel brutto
appartamento. Non so neppure perché sono venuto qui, ma non sapevo dove altro
andare. Di sicuro non torno nel mio appartamento, stasera. Non riesco ancora a credere
che Tessa sia con Zed.
E Landon non mi aiuterebbe di sicuro a far tornare Tessa a casa di mio padre.
Però devo ammettere che ammiro la sua lealtà. Ma non quando mi mette i bastoni tra
le ruote. Ha detto che devo permettere a Tessa di scegliere se vuole stare con me o no,
ma so già cosa sceglierebbe. Be’, pensavo di saperlo.
Il fatto che abbia passato il weekend con Zed mi ha spiazzato completamente.
«Che ti prende?» mi chiede Jace soffiandomi il fumo in faccia.
«Niente.»
«Mi stupisco che tu sia venuto a trovarmi, dopo quello che è successo l’ultima volta che
ci siamo visti.»
«Sai perché sono qui.»
«Ah, lo so?»
«Tessa e Zed. So che lo sai.»
«Tessa? Tessa Young e Zed Evans?» Sorride. «Dimmi tutto.»
Deve togliersi quel sorriso idiota dalla faccia.
Davanti al mio silenzio tira un’altra boccata e fa: «Non ne so niente, giuro».
«Non sei mai sincero.»
«Stavolta sì. Allora, scopano?»
Mi va quasi di traverso la birra. «Non dirlo neppure per scherzo. Li hai visti insieme?»
«No, non so niente di loro.» Schiaccia il mozzicone nel posacenere. «Pensavo che lui
uscisse con qualche ragazzina del liceo.»
Guardo un mucchio di vestiti sporchi in un angolo della stanza. «Anch’io.»
«Insomma ti ha mollato per Zed?»
«Non prendermi in giro, non sono dell’umore giusto.»
«Sei venuto tu a farmi domande. Non ti sto prendendo in giro.»
«Ho sentito che venerdì erano insieme e volevo sapere chi c’era con loro.»
«Non lo so. Io non c’ero. Ma voi due non vivete insieme?» Si toglie gli occhiali da
aspirante hipster e li posa sul tavolo.
«Sì. Secondo te perché sono così incazzato per questa storia di Zed?»
«Be’, lo sai che lui vuole sempre quello che tu…»
«Lo so.» Odio Jace, lo odio davvero. E anche Zed. Tessa non poteva scegliersi Trevor,
per esempio? Porca miseria, non avrei mai immaginato di considerarla un’eventualità
preferibile.
Non sto facendo progressi. L’alcol, la rabbia… non mi stanno aiutando. «Sei sicuro di
non sapere niente? Perché se scopro che sai qualcosa, ti ammazzo. Lo sai, vero?»
«Sì, bello, lo sappiamo tutti quanto sei psicotico quando c’è di mezzo quella ragazza.
Piantala di fare lo stronzo.»
«Ti sto solo avvertendo.»
Mi guarda, per nulla spaventato. Ma perché sono diventato suo amico? È una persona
viscida.
Si alza e si stiracchia. «Be’, adesso vado a letto. Sono le quattro. Puoi dormire sul
divano se vuoi.»
«No, me ne vado.»
Sono le quattro del mattino e fuori fa freddo, ma non riuscirò mai a dormire sapendo
che lei è con Zed. A casa di lui. E se la tocca? Se ha passato il weekend a toccarla?
E lei? Se lo scoperebbe per farmi dispetto?
No, la conosco troppo bene. Quella ragazza arrossisce ancora ogni volta che le sfilo le
mutandine. Ma Zed sa essere molto convincente, e potrebbe farla ubriacare. E Tessa non
regge l’alcol: due bicchieri e inizia a imprecare come un marinaio e tenta di slacciarmi la
cintura.
Merda, se la fa ubriacare e la tocca…
Faccio inversione a U in mezzo all’incrocio, sperando che non ci siano poliziotti in giro,
anche perché l’alito mi puzza d’alcol.
Al diavolo l’idea di stare lontano da lei. L’avrò anche trattata di merda, ma Zed è molto
peggio di me. Nessuno può amarla come la amo io. Ora so cos’ho perduto. E lo rivoglio
indietro. Lui non può averla, nessuno può averla tranne me.
Ma perché non le ho chiesto scusa alla festa? Avrei dovuto mettermi in ginocchio
davanti a tutti e scongiurarla di perdonarmi. A quest’ora saremmo a letto insieme. Invece
ho litigato con lei e l’ho colpita per sbaglio.
Zed è un pezzo di merda. Chi cazzo si crede di essere? Come si è permesso di andare a
prenderla a quella festa?
Devo calmarmi prima di arrivare lì. Se mantengo la calma, lei mi parlerà. Spero.
Quando arrivo a casa di Zed sono le quattro e mezzo. Resto immobile per qualche
minuto, tentando di calmarmi, poi busso alla porta e aspetto impaziente.
Sto per bussare di nuovo, più forte, quando la porta si apre rivelando Tyler, il
coinquilino di Zed, con cui ho scambiato qualche parola alle feste.
«Scott? Che è successo, amico?» biascica con la voce assonnata.
«Dov’è Zed?» Lo spintono per entrare in casa.
Si stropiccia gli occhi. «Ehi, ma lo sai che sono le cinque del mattino?»
«No, sono solo le quattro e mezzo. Dov’è…» Ma poi vedo il plaid ripiegato sul divano.
Ben ripiegato: un indizio della presenza di Tessa. Il mio cervello impiega un momento a
collegare questa informazione al fatto che sul divano non ci sia nessuno.
Dov’è, se non è sul divano?
La rabbia mi stringe la gola, e per la centesima volta non riesco più a respirare.
Apro la porta della camera di Zed: c’è buio pesto. Tiro fuori il telefono per fare luce.
Vedo i capelli biondi di Tessa sul cuscino e Zed a torso nudo.
Porca puttana.
Quando trovo l’interruttore e lo premo, Tessa si gira sul fianco. La punta del mio
anfibio batte contro la gamba della scrivania. A quel rumore, Tessa socchiude gli occhi.
Cerco di farmi venire in mente qualcosa da dire. Tess e Zed, a letto insieme.
«Hardin?» mormora lei. Guarda Zed e poi torna a girarsi verso di me, palesemente
scioccata. «Cosa… cosa ci fai qui?»
«Cosa ci fai tu qui! A letto con lui?» Affondo le unghie nei palmi per non gridare.
Se hanno scopato, ho ufficialmente chiuso con lei.
«Come sei entrato?» mi chiede, il viso pieno di tristezza.
«Mi ha aperto Tyler. Cosa ci fai a letto con lui?»
Zed si stropiccia gli occhi, si alza a sedere sul letto, mi guarda. «Che cazzo ci fai in
camera mia?»
Sta’ calmo, Hardin. Sta’ fermo. Altrimenti qualcuno finisce all’ospedale. Quel qualcuno
è Zed, ma se voglio portarmela via di qui devo restare il più calmo possibile.
«Sono venuto a prenderti, Tessa. Andiamo», dico tendendo la mano verso di lei anche
se siamo ai capi opposti della stanza.
Lei si acciglia: «Scusa?»
Ecco la Tessa cocciuta che conosco…
«Non puoi piombare in casa mia e ordinarle di andarsene.» Zed scende dal letto.
Indossa solo un paio di pantaloncini larghi che lasciano vedere l’elastico dei boxer.
Non penso che riuscirò a stare calmo.
«Posso eccome, l’ho appena fatto. Tessa…» Aspetto che scenda dal letto, ma non si
muove.
«Non vado da nessuna parte con te, Hardin.»
«L’hai sentita. Non vuole venire con te», mi provoca Zed.
«Fossi in te non comincerei. Mi sto sforzando di non commettere qualcosa di cui mi
pentirei, perciò è meglio se chiudi il becco», ringhio.
Allarga le braccia in un gesto di sfida. «È casa mia. Anzi, siamo nella mia stanza. E lei
non vuole venire con te. Quindi non ci verrà. Se vuoi fare a botte con me accomodati
pure, ma non la costringerò ad andarsene se non intende farlo.» La guarda con
espressione preoccupata, la più falsa che abbia mai visto.
Sbotto in una risata amara. «Era questo il tuo piano, eh? Mi fai incazzare, io ti prendo a
botte, lei si sente in colpa, e io divento il mostro della situazione? Non credere a queste
cazzate, Tessa!» grido.
Non sopporto di vederla ancora lì seduta sul suo letto, e sopporto ancora meno l’idea
di non poterlo prendere a botte perché è esattamente ciò che vuole lui.
Tessa sospira. «Vattene.»
«Tessa, stammi a sentire. Lui non è quello che pensi, non è innocente.»
«Ah no? E perché?» fa lei, incredula.
«Perché… be’, non lo so… ancora. Ma so che ti sta usando per qualcosa. Vuole solo
portarti a letto, non puoi non saperlo.»
«No, non è vero.» Parla in tono neutro, ma capisco che si sta arrabbiando.
«Amico, ti stai rendendo ridicolo. Lei non vuole venire, è meglio che te ne vai»,
interviene Zed.
Inizio a tremare. Ho troppa rabbia dentro, devo sfogarla in qualche modo.
«Ti ho avvertito che devi chiudere il becco. Tessa, smettila di fare la difficile e
andiamo. Dobbiamo parlare.»
«È notte fonda, e tu…» comincia, ma la interrompo.
«Per favore, Tessa.»
A quelle parole cambia espressione, non so perché. «No, Hardin, non puoi venire qui e
pretendere che io venga via con te.»
«Non costringermi a chiamare la polizia, Hardin.»
Faccio un passo verso di lui, ma Tessa salta giù dal letto e si mette tra noi. «Non farlo.
Non di nuovo», mi scongiura, guardandomi dritto negli occhi.
«E allora vieni con me. Non puoi fidarti di lui», le dico.
Zed sghignazza. «E invece può fidarsi di te? Hai rovinato tutto, fattene una ragione. Lei
merita di meglio, e se solo le permettessi di essere felice…»
«Felice? Con te? Perché tu vorresti una storia con lei? So benissimo che vuoi solo
infilarti nelle sue mutande!»
«Non è vero. Tengo a lei e saprei trattarla meglio di come l’hai sempre trattata tu.»
Tessa posa le mani sul mio petto per spingermi indietro. So che è stupido, ma mi piace
sentirmi toccare da lei. «Smettetela, per favore, tutti e due! Hardin, te ne devi andare.»
«Non me ne vado, Tessa. Sei troppo ingenua, non capisci che non gliene frega niente
di te!» le urlo in faccia.
Non batte ciglio. «E a te invece sì? Eri troppo occupato per chiamarmi, per undici
giorni! Lui invece è rimasto al mio fianco, e se…» Continua a gridare, ma io non la ascolto
più perché ho notato com’è vestita.
Faccio un passo indietro per osservarla meglio. «Quelli sono… cosa cazzo ti sei messa
addosso?» balbetto. Mi metto a camminare avanti e indietro per la stanza. «Sono i suoi
vestiti?!» sbraito.
«Hardin…»
«Sì che lo sono», risponde lui.
Se indossa i suoi vestiti… «Te lo sei scopato?» Ho la voce stridula e le lacrime agli
occhi.
Resta di stucco. «No! Certo che no!»
«Dimmi la verità, Tessa! Te lo sei scopato!»
«Ti ho già risposto!»
Zed ci guarda preoccupato. Non ha abbastanza lividi in faccia, dovevo fargliene di più.
«L’hai toccato? Oh cazzo, e lui ti ha toccata?» Sono completamente fuori di me, e non
me ne frega niente. Se scopro che lui l’ha toccata è la fine.
Prima che possano rispondermi, mi rivolgo a Zed. «Se l’hai toccata con un dito, giuro
su Dio che ti…»
Tessa si intromette di nuovo tra noi, con la paura negli occhi.
«Esci subito dal mio appartamento o chiamo la polizia», minaccia Zed.
«La polizia? E secondo te me ne frega?…»
«Va bene, vengo.» In mezzo a quel caos, la voce di Tessa è pacata.
«Eh?» facciamo in coro io e Zed.
«Vengo con te, Hardin, ma solo perché so che altrimenti non te ne andresti.»
Che sollievo. Be’, un po’. Non mi interessa il motivo, l’importante è che venga.
«Tessa, non devi andare con lui, posso chiamare la polizia», interviene Zed. «Non sei
tenuta a farlo. Lui è così, ti controlla attraverso la paura, spaventando te e tutte le
persone che hai intorno.»
«Non hai torto…» sospira lei. «Ma sono esausta, sono le cinque del mattino e
dobbiamo parlare, quindi è la soluzione più semplice.»
«Non c’è bisogno di…»
«Lei viene con me», ribatto. Tessa mi fulmina con lo sguardo.
«Zed, ti chiamo domani. Mi dispiace che lui sia venuto qui.» E lui annuisce: finalmente
ha capito che ho vinto io.
Mi stupisco che Tessa abbia accettato di venire con me… ma mi conosce meglio di
chiunque altro, e sapeva bene che non me ne sarei andato da solo.
«Non scusarti. Sta’ attenta, e se hai bisogno di qualcosa non esitare a chiamarmi», le
dice.
Tessa esce dalla stanza senza una parola e va a chiudersi in bagno.
«Sta’ lontano da lei. Ti ho già avvertito», minaccio Zed uscendo dalla camera.
«Se la fai soffrire, giuro su Dio che sarà l’ultima volta!» strilla lui, abbastanza forte
perché Tessa lo senta. Usciamo nella neve.
95
Hardin
TACCHI alti e i boxer di lui. È un abbinamento ridicolo, ma immagino non abbia con sé
altre scarpe, il che potrebbe significare che non aveva intenzione di passare la notte lì. E
invece è rimasta, e io non riesco a guardarla vestita così. È la prima volta, da quando la
conosco, che non voglio guardarla.
So che sente freddo e provo a darle il mio giubbotto, ma lei mi dice di star zitto e di
portarla a casa di mio padre. Non mi dispiace che sia arrabbiata con me, anzi mi fa
piacere. Sono felice che sia venuta via da lì.
Ma sono anche arrabbiato con lei, perché è corsa tra le braccia di Zed. E sono
arrabbiato con me stesso perché ho cercato di allontanarla da me. «Ho tante cose da
dirti», annuncio quando arriviamo a casa di mio padre.
Ma lei mi rivolge uno sguardo gelido. «Non voglio sentirle. Hai avuto undici giorni per
parlarmi, e non l’hai fatto.»
«Stammi ad ascoltare, va bene?»
«Perché ora?»
«Perché… perché mi manchi.»
«Ti manco? Vorrai dire che sei geloso di Zed. Non ti sono mancata finché non è venuto
a prendermi stasera. Sei mosso dalla gelosia, non dall’amore.»
«Non è vero, non c’entra niente la gelosia.» Okay, c’entra, ma è vero che ho sentito la
sua mancanza.
«Non mi hai rivolto la parola per tutta la sera, poi sei uscito per dirmi che eri troppo
indaffarato per parlare con me. Non è così che ci si comporta, quando si sente la
mancanza di qualcuno.»
«Mentivo», ammetto con un gesto di resa.
«Tu? Mentire? Impossibile!» Chiude gli occhi e scuote lentamente la testa.
È proprio irascibile stasera. «Tanto per cominciare sono senza telefono, e poi ero
tornato in Inghilterra.»
Si volta di scatto. «Cosa?»
«Sono andato in Inghilterra per schiarirmi i pensieri. Non sapevo cos’altro fare.»
Abbassa il volume della radio e mette le braccia conserte. «Non hai risposto alle mie
chiamate.»
«Lo so, e mi dispiace. Volevo richiamarti ma non avevo il coraggio, e poi mi sono
ubriacato e ho rotto il telefono.»
«E questo dovrebbe farmi sentire meglio?»
«No… Voglio solo che tu sia felice, Tessa.»
Resta in silenzio e guarda fuori dal finestrino. Tento di prenderle la mano ma lei la tira
via. «Non ci provare.»
«Tess…»
«No, Hardin! Non puoi riapparire dopo undici giorni e prendermi per mano. Sono stufa
di questo tira e molla con te. Finalmente riesco a passare un’ora intera senza piangere, e
arrivi tu e mi fai ricominciare da capo. Va avanti così da quando ci siamo conosciuti, e io
non ne posso più. Se ti importasse qualcosa di me ti saresti spiegato.»
«Sto cercando di spiegarmi adesso.»
Fa per aprire la portiera, ma premo il pulsante della chiusura centralizzata.
«Non mi stai seriamente imprigionando in questa macchina con te, vero? Mi hai già
praticamente costretta a uscire da casa di Zed! Ma che problema hai?!»
«Non ti sto imprigionando.» In realtà è proprio quello che sto facendo. Ma, a mia
discolpa, lei è testarda e non mi ascolta.
Preme il pulsante di sblocco e scende.
«Tessa! Porca miseria, mi vuoi ascoltare?» grido nel vento.
«Continui a ripetermi che devo ascoltare, ma finora non hai detto niente.»
«Perché tu non mi lasci parlare! Dammi due minuti, senza interrompermi. Va bene?»
Con mia sorpresa, fa cenno di sì e incrocia le braccia.
Nevica più di prima, e lei starà morendo di freddo, ma devo parlarle ora, altrimenti
potrebbe cambiare idea.
«Sono andato in Inghilterra dopo che tu non sei tornata quella sera. Ero così arrabbiato
con te che non ci capivo più niente. Facevi talmente la difficile che…»
Si gira e si incammina verso la casa. Dannazione, non sono bravo a chiedere scusa.
«So che non è colpa tua. Ti ho mentito e mi dispiace!» le grido dietro.
Si volta. «Il problema non sono solo le tue bugie, Hardin. C’è ben altro.»
«Dimmi cosa, per favore.»
«Il punto è che non mi tratti come dovresti. Non dai mai la priorità a me, metti sempre
te stesso davanti. I tuoi amici, le tue feste, il tuo futuro. Non sono mai io a decidere. E mi
hai fatto sentire scema quando hai detto che ero fissata con il matrimonio. Non mi
ascoltavi: il problema non è il matrimonio, il problema è che non ti sei neppure chiesto
cosa voglio per me stessa e il mio futuro. E sì, un giorno mi piacerebbe sposarmi, non
domani, ma ho bisogno di sentirmi sicura. Quindi smettila di comportarti come se questa
storia fosse più mia che tua. Non dimentichiamo che ti sei ubriacato e sei rimasto fuori
tutta la notte con un’altra donna.» Quando finisce di parlare ha il fiatone.
Ha ragione lei. Ma non so cosa farci.
«Lo so», rispondo facendo qualche passo verso di lei. «Pensavo che se fossimo stati io
e te da soli, avresti…»
«Cos’avrei fatto, Hardin?» Batte i denti e ha il naso rosso per il freddo.
Non so come spiegare quello che penso senza sembrare uno stronzo egoista. «…Non
avresti voluto lasciarmi.»
Mi aspetto di vederla inorridire. Invece scoppia a piangere. «Non so in che altro modo
avrei potuto dimostrarti quanto ti amavo, Hardin. Tornavo da te ogni volta che mi facevi
soffrire, sono venuta a vivere con te e ti ho perdonato sempre. Ho rinunciato a mia madre
per te, e tu sei ancora così insicuro.» Si asciuga le lacrime.
«Non sono insicuro.»
«Ecco, vedi?!» grida. «Ecco perché non potrebbe mai funzionare tra noi. C’è sempre di
mezzo il tuo ego.»
«Non c’è di mezzo un bel niente! Il mio ego è incazzato nero, anzi, dal momento che ti
ho trovata nel letto di Zed.»
«Davvero vuoi parlare di questo?»
«Sì, porca miseria. Ti comporti come una…» Lascio la frase in sospeso, perché lei è
sobbalzata. Ha capito cosa stavo per dire. Non è colpa sua se Zed l’ha sedotta – è bravo
– ma mi fa male lo stesso pensare che sia rimasta con lui.
«Prego, accomodati, insultami pure.»
È la donna più insopportabile del mondo, ma la amo lo stesso.
«Be’, così va già meglio», afferma, vedendo che taccio. «Ma ora vado in casa. Fa
freddo e tra un’ora devo alzarmi per andare a lezione.»
La seguo nel vialetto, aspettando che si ricordi di aver lasciato la borsa nella macchina
di mio padre. Che è qui, ma chiusa a chiave.
Resta a guardare la porta per un momento, poi dice, più a se stessa che a me: «Dovrò
chiamare Landon. Non ho le chiavi».
«Puoi venire a casa», suggerisco.
«Sai che non è una buona idea.»
«Perché no? Dobbiamo parlare ancora. Mi sei mancata tanto, ho passato l’inferno
senza di te… e spero che anche tu abbia sentito la mia mancanza.»
«Dovevi chiamarmi. Sono stanca, non ne posso più.»
«Possiamo farcela. Non ti merito, lo so benissimo, ma ti prego, Tessa. Farò qualsiasi
cosa. Non riuscirei a passare un’altra giornata così.»
96
Tessa
È TROPPO bravo con le parole. «Fai sempre così: ripeti le stesse cose, ma non cambia mai
niente», gli dico.
«Hai ragione», ammette guardandomi negli occhi. «È vero. Sì, nei primi giorni ero
troppo arrabbiato e non volevo sentirti perché la tua reazione era esagerata… ma poi,
quando ho iniziato a capire che forse era finita davvero, ero terrorizzato. So che ti ho
trattata male, non so amare nessun altro che me stesso. Ci sto provando in tutti i modi…
okay, probabilmente non ci ho provato abbastanza. Ma ci proverò d’ora in poi, te lo
giuro.»
Ho sentito troppe volte queste parole. «L’hai già detto.»
«Lo so, ma stavolta è vero. Dopo aver visto Natalie…»
Natalie? Il mio cuore manca un battito. «L’hai vista?»
Lei lo ama ancora? Oppure lo odia? Le ha davvero rovinato la vita?
«Sì, l’ho vista e abbiamo parlato. È incinta.»
Oddio.
«Non la vedevo da anni, Tessa», continua in tono sarcastico, leggendomi nel pensiero.
«Inoltre è fidanzata, ed è felice, e mi ha detto che mi perdona e che è felice di sposarsi
perché è un grande onore, o qualche stronzata del genere… ma rivederla mi ha aperto gli
occhi.» Fa un passo verso di me.
Non mi sento più le braccia e le gambe per il freddo, e sono furibonda con Hardin. Più
che furibonda: ho il cuore spezzato. Ora mi parla di matrimonio. Non so più cosa pensare.
Ho sbagliato a venire via con lui. Avevo già deciso di dimenticarlo.
«Cosa stai dicendo?» mormoro.
«Che ora capisco quanto sono fortunato ad averti, nonostante tutto il dolore che ti ho
causato.»
«Be’, sì, sei fortunato. E dovevi capirlo prima. Ti ho sempre amato più di quanto tu ami
me, e…»
«Non è vero! Ti amo più di quanto chiunque abbia mai amato una persona. Anch’io ho
sofferto tanto, Tessa. Stavo fisicamente male senza di te. Non mangiavo, guarda in che
stato sono. E tutto per consentirti di rifarti una vita.»
«Non ha senso.» Mi scosto i capelli bagnati dal viso.
«Sì, invece. Ho pensato che se rimanevo lontano da te potevi voltare pagina ed essere
felice senza di me, con un Elijah tutto tuo.»
«Chi è Elijah?» domando sempre più confusa.
«Eh? Ah, il futuro marito di Natalie. Lei ha trovato qualcuno che la ama e vuole
sposarla. Può succedere anche a te.»
«Ma quel qualcuno non sei tu… giusto?»
Non risponde. Ha un’espressione perplessa e provata mentre si mette le mani nei
capelli per la decima volta nell’ultima ora. Dietro le case del quartiere il cielo inizia a
schiarirsi. Devo entrare prima che si sveglino tutti e mi vedano così, in boxer e tacchi alti.
«Come sospettavo», sospiro. Non voglio versare altre lacrime per lui. Almeno non
prima di essere da sola.
Hardin mi guarda inespressivo mentre chiamo Landon e gli chiedo di venire ad aprirmi
la porta. Avrei dovuto immaginare che voleva solo portarmi via da casa di Zed. Adesso
che avrebbe l’occasione perfetta per dirmi tutto ciò che ho bisogno di sentire, se ne sta lì
zitto.
«Vieni, si gela», mi esorta Landon chiudendo la porta alle mie spalle.
Non voglio scaricare su di lui i miei problemi. È tornato poche ore fa da New York, non
devo essere egoista.
Mi posa un plaid sulle spalle. «Andiamo di sopra prima che si sveglino tutti.»
Mi sento intorpidita. Un po’ per il freddo, un po’ per Hardin. Sono le sei meno dieci. Tra
dieci minuti devo essere sotto la doccia. Sarà una giornata molto lunga. Landon apre la
porta della mia camera e accende la luce. Vado a sedermi sul letto.
«Ti senti bene? Sembri infreddolita.» Gli sono grata per non avermi chiesto perché
sono vestita in questo modo.
«Com’è andata a New York?» gli domando, ma dal tono di voce sembra che non mi
interessi la risposta. In realtà mi interessa eccome, è solo che ho esaurito le emozioni da
esprimere.
Mi guarda in modo strano. «Sei sicura di volerne parlare adesso? Possiamo aspettare
se vuoi.»
«Sono sicura», confermo costringendomi a sorridere.
«È stato bello, mi sono divertito molto. Dakota ha un appartamento stupendo e una
coinquilina simpatica.»
Dev’essere bello avere una storia così serena, senza complicazioni. Ripenso a quando
io e Noah vedevamo un film dietro l’altro; con lui non c’era mai niente di complicato. Ma
forse è per questo che non è durata. Forse è per questo che amo Hardin: perché tra noi
c’è una passione che rischia sempre di stritolare entrambi.
«Allora, conti di trasferirti a New York anche tu?» chiedo a Landon.
«Sì, suppongo di sì. Non prima della fine di questo semestre, però. Voglio davvero
stare con lei, mi manca tanto.»
«Lo so. Sono molto contenta per te.»
«Mi dispiace che tu e Hardin…»
«Non preoccuparti, ormai è fatta. Ho chiuso. Forse dovrei venire a New York con te»,
scherzo.
Lui si illumina, e compare il sorriso gentile che adoro. «Potresti, sai.»
Lo dico sempre. Dico sempre che ho chiuso con Hardin, e poi torno da lui. È un ciclo
senza fine. Perciò in questo momento prendo una decisione: «Martedì parlerò con
Christian a proposito di Seattle».
«Davvero?»
«Devo.»
«Vado a vestirmi, così puoi fare la doccia. Ci vediamo di sotto quando sei pronta.»
«Mi sei mancato così tanto.» Ci abbracciamo e ricomincio a piangere. «Scusa, sono uno
straccio. Lo sono da quando l’ho conosciuto.»
Landon si allontana senza commentare, e io lo seguo in corridoio, diretta in bagno.
«Tessa?» mi chiama quando arriva davanti a camera sua.
«Sì?»
Mi guarda con aria comprensiva. «Solo perché non può amarti come tu vuoi che ti ami,
non significa che non ti ami con tutto se stesso.»
Cosa significa? Rifletto sulle sue parole mentre faccio la doccia. Hardin mi ama, lo so,
ma continua a commettere uno sbaglio dopo l’altro. Mi ama con tutto se stesso? È
abbastanza?
Sento bussare alla porta. Ma quando apro, non è Landon. È Hardin, e ha le guance
rigate di lacrime e gli occhi rossi.
«Hardin?»
Mi prende per la nuca e mi tira a sé. Prima che io possa opporre resistenza mi sta già
baciando.
97
Hardin
SULLE sue labbra sento il sapore delle mie lacrime. Potrei svenire dal sollievo. Ma la sento
anche esitare, e so che tra poco mi spingerà via.
Tutto il dolore degli ultimi undici giorni si dissolve quando le sue braccia mi cingono in
vita. In questo momento capisco che ci ritroveremo sempre, dopo ogni litigio. Sempre.
Quando l’ho vista entrare in casa, sono rimasto per un attimo seduto in macchina
prima di trovare il coraggio di seguirla. Me la sono lasciata sfuggire troppe volte. Devo
lottare per lei prima che qualcuno me la porti via.
Le dimostrerò che posso diventare la persona che vuole. Non del tutto, forse; ma
posso mostrarle quanto la amo e che non le permetterò più di andarsene tanto
facilmente.
«Hardin…» mormora interrompendo il bacio. Mi posa le mani sul petto e mi spinge
leggermente indietro.
«No, Tessa», la supplico. Non sono ancora pronto a smettere.
«Hardin, non puoi aspettarti che basti un bacio a risolvere tutto. Non stavolta.»
Cado in ginocchio davanti a lei. «Non so perché ti ho lasciata andare via di nuovo, ma
mi dispiace. Mi dispiace tanto, piccola», la imploro sperando che quel nomignolo mi aiuti.
Abbraccio le sue gambe e lei mi passa le dita tra i capelli. «So che rovino sempre tutto, e
so che non posso continuare a trattarti così. Ma l’amore mi fa perdere la ragione: parlo
senza riflettere, senza pensare all’effetto che le mie parole hanno su di te. Continuo a
spezzarti il cuore, è vero, ma ti prego… ti prego, lascia che lo ripari. Rimetterò insieme i
pezzi e non oserò spezzarlo di nuovo. Mi dispiace, e lo so, dico sempre che mi dispiace. Mi
troverò uno psicanalista… ma…» singhiozzo sulle sue gambe.
Afferro l’elastico dei boxer e li tiro giù.
«Ma cosa stai…» Mi ferma.
«Ti prego, togliteli. Non riesco a vederteli addosso, per favore… Non ti tocco, ma
lasciateli togliere.»
Mi lascia fare. Mi accarezza la guancia e mi asciuga le lacrime. «Non ti capisco.»
«Neanch’io mi capisco.»
Resto in ginocchio davanti a lei, a scongiurarla di darmi un’ultima possibilità, anche se
ne ho già bruciate fin troppe. Il bagno si è riempito di vapore e lei ha la pelle umida e i
capelli incollati al viso.
Dio, quanto è bella.
«Non possiamo andare avanti così, Hardin. Non ci fa bene.»
«Non andremo avanti così: troveremo una soluzione. Abbiamo risolto problemi più
gravi di questo. Ho dato per scontato il tuo amore, lo so. Ti chiedo solo un’altra
possibilità.» Prendo il suo viso tra le mani.
«Non è così semplice», risponde con voce tremante.
«Non è mai semplice.»
«Ma non dovrebbe neanche essere così difficile.» Inizia a piangere con me.
«Sì, sì invece. Non sarà mai facile, tra noi, perché siamo le persone che siamo. Ma non
sarà sempre così difficile. Dobbiamo solo imparare a parlarci senza litigare ogni volta. Se
fossimo riusciti a fare una conversazione sul futuro non ci troveremmo in questo casino.»
«Ci ho provato, ma tu non ne volevi sapere.»
«Lo so.» Sospiro. «Ed è una cosa che devo imparare. Sono a pezzi senza di te, Tessa.
Non sono niente. Non mangio, non dormo e non respiro. Piango da giorni, e lo sai che io
non piango mai. Io… ho bisogno di te», concludo con voce incrinata. Sto frignando come
un cretino.
«Alzati.» Mi prende per un braccio e cerca di tirarmi in piedi.
Mi alzo e la guardo negli occhi. Faccio respiri affannosi: non c’è ossigeno, il bagno è
una cortina di vapore.
Se non stessi piangendo, lei non mi crederebbe. Glielo leggo negli occhi: sta lottando
contro se stessa. Non è la prima volta che glielo vedo fare.
«Non so se ci riuscirò. Non so se sono pronta a riprovarci.» Abbassa lo sguardo a terra.
«Mi dispiace.»
«Ehi, guardami», dico sollevandole il viso con due dita.
Ma lei distoglie lo sguardo. «No, Hardin. Devo fare la doccia, o arriverò in ritardo.»
Le asciugo una lacrima e annuisco. So benissimo che nessuna persona normale mi
rivorrebbe indietro dopo la scommessa, le bugie, il mio incessante bisogno di rovinare
tutto. Ma lei non è una persona normale: lei ama incondizionatamente, e ama me con
tutta se stessa. Anche adesso che mi sta respingendo so che mi ama.
«Pensaci, va bene?»
Le lascerò spazio per riflettere, ma non intendo rinunciare a lei.
«Va bene», sussurra infine.
E il mio cuore sobbalza.
«Ti farò vedere… ti dimostrerò quanto ti amo e che insieme possiamo funzionare. Non
arrenderti, non ancora, okay?» Le poso un bacio sulla guancia e mi allontano.
«Okay», ripete lei, e io esco dal bagno.
Devo fare appello a tutto il mio autocontrollo per uscire di lì mentre lei si sta
spogliando. Mi sembra passato un secolo dall’ultima volta che ho posato gli occhi sulla
sua pelle chiara e morbida.
Richiudo la porta e mi appoggio allo stipite, battendo le palpebre per non ricominciare
a piangere. Merda.
Almeno ha detto che ci penserà. Ma aveva un’aria così preoccupata, come se le
facesse male il pensiero di stare ancora con me.
Una porta si apre e Landon esce in corridoio. Indossa una polo bianca e pantaloni
cachi.
«Ciao», mi saluta mettendosi la borsa in spalla.
«Ciao.»
«Lei sta bene?»
«No, ma spero che starà bene.»
«Anch’io. È più forte di quanto creda lei stessa.»
«Lo so.» Mi asciugo gli occhi con la maglietta. «Sono innamorato di lei.»
«Lo so.»
Lo guardo sorpreso. «Come faccio a dimostrarglielo? Tu cosa faresti?»
Un lampo di dolore attraversa i suoi occhi, ma svanisce subito. «Devi darle prova del
fatto che sei disposto a cambiare per lei; devi trattarla come merita e concederle lo
spazio di cui ha bisogno.»
«Non è tanto facile lasciarle spazio.» Incredibile, sto di nuovo raccontando i fatti miei a
Landon.
«Ma devi farlo, altrimenti si sentirà soffocata. Perché non provi a dimostrarle, senza
asfissiarla, che sei disposto a lottare per lei? È tutto ciò che vuole. Vuole che tu faccia uno
sforzo.»
«Uno sforzo non soffocante?» Non è vero che la soffoco.
Okay, forse sì, ma non posso farci niente. Per me non esistono le mezze misure: o la
respingo o la stringo troppo forte. Non so trovare un equilibrio.
«Esatto», risponde lui senza cogliere il sarcasmo.
Ma dato che ho bisogno del suo aiuto, cerco di non fare troppo il difficile. «Mi spieghi
cosa diavolo significa? Fammi un esempio…»
«Be’, potresti invitarla a uscire. Avete mai avuto un vero appuntamento?»
«Sì, certo.»
O no?
«Quando?» insiste Landon.
«Be’… siamo andati a… e poi quella volta…» Non mi viene in mente nulla. «Okay, forse
no.»
Trevor l’ha invitata a cena. Zed l’ha portata fuori? Se sì, giuro che…
«D’accordo, chiedile di uscire. Ma non stasera, perché è troppo presto persino per voi
due.»
«Cosa intendi?»
«Niente. Solo che avete bisogno di un po’ di spazio. Be’, lei ha bisogno di spazio:
altrimenti la allontanerai ancora di più.»
«Quanto devo aspettare?»
«Almeno qualche giorno. Cerca di comportarti come se fossero le prime volte che
uscite insieme, o come se stessi provando a conquistarla. In pratica, cerca di farla
innamorare di te.»
«Stai dicendo che non mi ama più?»
«Ma no! Smettila di essere così pessimista.»
«Non sono pessimista», ribatto secco. In realtà non ero così ottimista da un sacco di
tempo.
«Se lo dici tu…»
«Sei uno stronzo.»
«Uno stronzo al quale continui a chiedere consigli amorosi», ribatte il mio fratellastro
con un sorriso irritante.
«Solo perché non ho altri amici che abbiano una storia seria, e tu conosci Tessa meglio
di chiunque altro… tranne me, naturalmente.»
Il suo sorriso si allarga. «Mi hai appena definito tuo amico.»
«Cosa? No, non l’ho fatto.»
«Sì, sì, l’hai detto.» Sembra molto soddisfatto.
«Non intendevo in quel senso, volevo dire… Non lo so cosa cacchio volevo dire, ma di
sicuro non che sei mio amico.»
«Certo.» Sghignazza.
Non è poi così male, dopotutto, ma non glielo confesserò mai.
«Devo offrirmi di accompagnarla all’università?» chiedo seguendolo giù per le scale.
Scuote la testa. «Vedo che il concetto di non soffocarla ti sfugge proprio…»
«Mi piacevi di più quando tenevi la bocca chiusa.»
«E tu mi piacevi di più quando… be’, mai.» Ma capisco che scherza.
Non mi ero mai illuso di piacergli. Pensavo che mi odiasse per le cose tremende che ho
fatto a Tessa. E invece eccolo qui, il mio unico alleato in questo casino.
Scendiamo le scale ridendo e troviamo mio padre che ci guarda allibito.
«Cosa ci fai qui?» mi chiede bevendo un sorso di caffè.
«L’ho accompagnata a casa… be’, qui.»
È questa casa sua, adesso? Spero di no.
«Ah!» fa mio padre spostando lo sguardo su Landon.
In tono forse un po’ brusco, dico: «Va tutto bene, papà. Posso portarla dove mi pare.
Puoi smetterla di fare il suo paladino e ricordarti chi di noi due è il tuo vero figlio».
Landon mi guarda storto. Entriamo tutti e tre in cucina. Prendo una tazza di caffè e mi
sento ancora addosso gli occhi di Landon.
Mio padre prende una mela dal cestino sul bancone e inizia una ramanzina. «Hardin,
negli ultimi mesi Tessa è entrata a far parte della nostra famiglia, e questo è l’unico
posto in cui possa rifugiarsi quando tu…» Lascia la frase in sospeso perché Karen è
entrata in cucina.
«Quando io cosa?»
«Ne combini una delle tue.»
«Non sai neppure cos’è successo.»
«Non c’è bisogno di conoscere tutta la storia; so solo che lei è la cosa migliore che ti
sia mai successa, e ti sto guardando commettere gli stessi errori che ho commesso io con
tua madre.»
Ma dice sul serio, cazzo? «Io sono diverso da te! La amo e farei qualsiasi cosa per lei…
non come te e mia madre!» Sbatto la tazza sul bancone, rovesciando il caffè.
«Hardin…» Sento la voce di Tessa alle mie spalle. Porca puttana.
Karen mi stupisce intervenendo in mia difesa. «Ken, lascia in pace questo povero
ragazzo. Sta facendo del suo meglio.»
L’espressione di mio padre si addolcisce subito. «Scusami, Hardin. È solo che mi
preoccupo per te.» Sospira, e Karen si avvicina a lui e gli accarezza la schiena.
«Non importa», rispondo. Mi giro verso Tessa: con quei jeans e la felpa della WCU, i
capelli bagnati e il viso struccato, è così bella, e ha un’aria così innocente… Se non fosse
entrata in cucina, avrei detto a mio padre che è uno stronzo e deve imparare a farsi gli
affari suoi.
Prendo un tovagliolo di carta e asciugo il caffè che si è rovesciato sul prezioso bancone
di granito.
«Sei pronta?» chiede Landon a Tessa, e lei annuisce, senza smettere di fissare me.
Vorrei davvero accompagnarla, ma devo andare a casa e dormire, o farmi una doccia e
sdraiarmi a letto a fissare il soffitto, fare un po’ di pulizie… Accidenti, qualsiasi cosa pur di
non stare qui a parlare con mio padre.
Alla fine Tessa distoglie lo sguardo da me ed esce dalla stanza. Quando sento
chiudersi la porta di casa, faccio un gran sospiro.
Appena mi allontano da mio padre e Karen, ovviamente, mi accorgo che iniziano a
parlare di me.
98
Tessa
SO cosa avrei dovuto fare: avrei dovuto chiedere a Hardin di andarsene, ma non ci sono
riuscita. È così raro che esprima le emozioni, e vederlo in ginocchio davanti a me mi ha
spezzato il cuore ancora di più. Gli ho detto che ci penserò, ma non so come potremmo
farcela.
Mi sento così combattuta, più confusa che mai, e ce l’ho con me stessa per aver quasi
ceduto. Ma d’altro canto sono fiera di me per averlo fermato prima che andassimo troppo
oltre. Devo pensare a me stessa, per una volta, e non solo a lui.
Sono in macchina con Landon quando mi arriva un messaggio.
È Zed. Stai bene?
Faccio un respiro profondo prima di rispondere. Sì, sto bene. Sto andando all’università
con Landon. Scusa per ieri sera, è stata colpa mia se lui è venuto lì.
Landon mi chiede: «Cosa pensi che succederà adesso?»
«Non ne ho idea. Ho ancora intenzione di parlare con Christian per Seattle.»
Zed risponde: No, è colpa sua. Sono contento che tu stia bene. Pranziamo insieme
oggi?
Mi ero dimenticata di avere appuntamento con lui all’edificio di scienze ambientali.
Voleva mostrarmi un fiore che si illumina al buio, che peraltro lui ha contribuito a
sviluppare.
Non voglio dargli buca, perché è stato gentile con me, ma dopo aver baciato Hardin
stamattina non so più cosa fare. Ieri sera dormivo a casa di Zed, e stamattina eccomi a
baciare Hardin. Cosa mi sta succedendo? Non ho intenzione di essere quel tipo di
ragazza; mi sento ancora in colpa per quanto è successo con Hardin mentre stavo ancora
con Noah. A mia discolpa, Hardin è piombato nella mia vita come una palla di cannone:
non ho avuto altra scelta che gravitare verso di lui, che mi ha distrutta lentamente, poi mi
ha rimesso in sesto e dopo mi ha demolito di nuovo.
Quello che sta succedendo con Zed è completamente diverso. Hardin non mi ha rivolto
la parola per undici giorni e non sapevo perché. Immaginavo che non mi volesse più, e
Zed è sempre rimasto al mio fianco. Ha cercato di far saltare la disgustosa scommessa
con Hardin, ma lui non voleva saperne: doveva dimostrare a tutti che poteva
conquistarmi.
Da quando li conosco, ho notato che Hardin e Zed si detestano. Non so bene il motivo
– di recente ho iniziato a sospettare che sia a causa della scommessa – ma è evidente.
Hardin sostiene che Zed vuole solo infilarsi nelle mie mutande, ma francamente è
un’accusa un po’ ipocrita da parte sua. E comunque Zed non ha mai neanche insinuato di
voler venire a letto con me, nemmeno prima che io sapessi della scommessa e che lo
baciassi, quel giorno a casa sua.
Detesto ripensare a quel periodo. Ero così ingenua, ed entrambi si sono presi gioco di
me. Ma c’è una gentilezza di fondo dietro gli occhi color caramello di Zed, mentre negli
occhi verdi di Hardin scorgo solo rabbia.
Rispondo a Zed: Sì, ci vediamo a mezzogiorno.
99
Tessa
NON so come mi sento oggi. Non sono proprio felice, ma non sto neanche malissimo. Sono
molto confusa, e Hardin mi manca già. Sono patetica, lo so. È bastato un bacio per
ricascarci.
Io e Landon aspettiamo che scatti il verde per attraversare la strada. Per fortuna oggi
mi sono messa una felpa, perché fa ancora freddo.
«Be’, direi che è ora di fare quelle telefonate alla New York University», dice Landon
tirando fuori una lista di nomi.
«Wow, la New York University! È fantastico! Te la caverai benissimo!» esclamo.
«Grazie. Ho un po’ paura di non essere ammesso al semestre estivo, e non voglio
prendermi un’intera estate di vacanza.»
«Sei matto? Certo che ti ammetteranno! Hai una media altissima! E il tuo patrigno è
un rettore!»
«Dovresti chiamarli tu per conto mio», scherza.
Ci diamo appuntamento al parcheggio a fine giornata.
Appena entro nell’edificio di scienze ambientali tirando le pesanti doppie porte, mi
assale il nervosismo. Zed è seduto su una panchina davanti a uno degli alberi nell’atrio.
Appena mi vede si alza e mi viene incontro sorridendo. Indossa una maglietta bianca
sotto la quale si intravedono i tatuaggi.
«Ho ordinato una pizza, arriverà a momenti», mi fa sapere dopo che ci siamo salutati,
e ci sediamo sulla panchina a chiacchierare della giornata.
Quando arriva la pizza, Zed mi conduce in una stanza che sembra una serra, piena di
piante e strani fiori che non avevo mai visto.
«Che buon profumino», dico dopo che ci siamo seduti a un tavolino.
«I fiori?»
«No, la pizza. Be’, anche i fiori non sono male.» Sto morendo di fame: stamattina non
ho fatto colazione, e sono in piedi da quando Hardin ha fatto irruzione a casa di Zed per
portarmi via.
«Com’è andata a finire ieri sera… anzi stamattina?» mi chiede.
Mi sento in imbarazzo, e il profumo dei fiori mi ricorda le ore che passavo nella serra
dietro casa mentre mio padre, ubriaco, urlava in faccia a mia madre. Finisco di masticare
e gli rispondo senza guardarlo: «All’inizio è stato un disastro, tanto per cambiare».
«All’inizio?»
«Sì, abbiamo litigato come al solito. Ma ora va un po’ meglio.» Non voglio raccontargli
che Hardin è scoppiato a piangere e si è messo in ginocchio davanti a me; è una cosa
troppo personale, non deve saperla nessuno.
«Cosa vuoi dire?»
«Mi ha chiesto scusa.»
Mi fissa in un modo che non mi piace per niente. «E tu gli hai creduto?»
«No, gli ho risposto che non mi sentivo pronta a ricominciare. Che ci avrei pensato.»
«Ma non lo farai, vero?» È chiaramente deluso.
«No, non farò niente di avventato, e di sicuro non torno a vivere in
quell’appartamento.»
«Non dovresti dedicargli neppure un minuto del tuo tempo, Tessa. Cos’altro deve fare
per convincerti a stare alla larga da lui?» Mi fissa come se fossi tenuta a rispondergli.
«Non è così semplice. Non voglio rimettermi con lui, ma ne abbiamo passate tante
insieme, e Hardin soffre molto senza di me.»
Zed mi guarda con sufficienza. «Ah, bere e fumare con Jace è la sua versione della
sofferenza, quindi?»
Mi si stringe lo stomaco. «Non era con Jace. Era in Inghilterra.» È la verità, giusto?
«Era da Jace ieri sera prima di venire a casa mia.»
«Davvero?» Non pensavo proprio che Hardin volesse continuare a frequentare Jace.
«Mi sembra un po’ sospetto che si veda con una persona così coinvolta in… tutta quella
faccenda, e allo stesso tempo non voglia che tu ti veda con me.»
«Già… Ma c’entravi anche tu con quella faccenda», gli ricordo.
«Non con l’idea di parlarne davanti a tutti: quando ti hanno messa in imbarazzo in quel
locale, io non c’entravo niente. Sono stati Jace e Molly a organizzare la cosa. Hardin lo sa,
ed è per questo che ha preso a botte Jace. E sai bene che io volevo dirtelo: è sempre
stata ben più che una scommessa per me, Tessa. Ma per lui no. E ne ho avuto la
conferma quando ci ha mostrato le lenzuola.»
Mi è passata la fame, anzi ho la nausea. «Non voglio più parlare di quella storia.»
«Hai ragione», acconsente Zed. «Scusa se ho sollevato l’argomento. È solo che vorrei
che mi dessi la metà delle chance che dai a lui. Al posto suo non vorrei più vedere Jace,
anche perché a casa di Jace c’è sempre qualche ragazza…»
«Okay», lo interrompo.
«Parliamo d’altro. Mi dispiace se ti ho ferito. È solo che non capisco. Lui non è alla tua
altezza, e tu gli hai dato tante possibilità. Ma non ne parlerò più, a meno che non sia tu a
chiedermelo», conclude posando la mano sulla mia.
«Non preoccuparti», rispondo. Tuttavia casa di Jace è l’ultimo posto in cui immaginavo
che Hardin fosse andato dopo il nostro litigio nel vialetto.
Zed si alza e va alla porta. «Vieni, ti faccio vedere una cosa.»
Lo seguo e, quando sono al centro della stanza, lui mi ferma: «Rimani lì».
Si spengono le luci, e io mi aspetto di ritrovarmi al buio. Invece vedo lampi di colore:
verde, rosa, arancione e rosso. Ogni fila di fiori luccica di una tonalità diversa, alcuni sono
più brillanti degli altri.
«Wow…» mormoro.
«Bello, eh?»
«Bellissimo.» Mi aggiro lentamente nella stanza.
«In pratica è ingegneria genetica: abbiamo modificato i semi.» All’improvviso Zed è
proprio dietro di me. «Sta’ a guardare.» Posa una mano sul mio avambraccio e mi fa
toccare uno dei fiori illuminati di rosa, che brilla un po’ meno degli altri… finché lo sfioro
con un dito, e prende vita. Tiro indietro la mano per la sorpresa e Zed ridacchia alle mie
spalle.
«Com’è possibile?» chiedo meravigliata.
Adoro i fiori, soprattutto i gigli, e questi boccioli artificiali somigliano molto ai gigli.
Sono ufficialmente i miei nuovi fiori preferiti.
«Tutto è possibile, quando c’è di mezzo la scienza», afferma lui con un gran sorriso.
«Come sei nerd», lo prendo in giro.
«Tu sei l’ultima persona che può darmi del nerd», replica ridendo.
«Vero.» Tocco di nuovo il fiore per farlo brillare. «È incredibile.»
«Immaginavo che ti sarebbe piaciuto. Stiamo cercando di fare la stessa cosa con un
albero; il problema è che gli alberi impiegano molto più tempo a crescere. Ma vivono
molto più a lungo dei fiori, che sono troppo fragili. Se li trascuri, appassiscono e
muoiono.»
Non riesco a evitare di paragonarmi a un fiore, e ho l’impressione che Zed stia
pensando la stessa cosa. «Se solo gli alberi fossero belli quanto i fiori…» commento.
Si sposta davanti a me. «Potrebbero esserlo, se qualcuno ce li facesse diventare. Noi
abbiamo preso dei fiori normali e li abbiamo trasformati in questo modo, e lo stesso si
potrebbe fare con un albero. Con la dovuta attenzione e le giuste cure, un albero
potrebbe brillare come questi fiori, ma essere molto più forte.» Resto in silenzio mentre
lui mi sfiora la guancia con il pollice. «Tu meriti questo tipo di attenzioni. Meriti di stare
con una persona che ti faccia risplendere, anziché offuscare la tua luce», conclude
sporgendosi a baciarmi.
Faccio un passo indietro e urto un vaso di fiori, che per fortuna non cade. «Scusa, non
posso.»
«Cosa non puoi?» domanda alzando un po’ la voce. «Lascia che ti mostri quanto puoi
essere felice.»
«No… Non posso baciarti, non adesso. Non posso andare avanti e indietro tra voi due.
Ieri sera ero nel tuo letto, poi stamattina ho baciato Hardin, e ora…»
«L’hai baciato?»
«Be’, lui ha baciato me. Ma io gliel’ho permesso. Sono confusa, e finché non saprò cosa
voglio non posso baciare chi mi pare. Non sarebbe giusto.»
Zed non replica.
«Scusa se ti ho dato l’impressione che…»
«Non importa.»
«Importa, invece. Non avrei dovuto trascinarti in questa storia.»
«Non è colpa tua. Sono io che continuo a venirti dietro. Non mi interessa se mi dai
l’impressione sbagliata, purché mi permetti di starti vicino. So che staremmo bene
insieme, e sono disposto ad aspettare che lo capisca anche tu.» Poi va a riaccendere le
luci.
Perché è sempre così comprensivo?
«Non ti biasimerei se tu mi odiassi, sai?» gli confesso rimettendomi la borsa in spalla.
«Non potrei mai odiarti.»
Sorrido. «Grazie di avermi fatto vedere i fiori, sono bellissimi.»
«Grazie di essere venuta. Mi permetti almeno di accompagnarti a lezione?»
Arrivo alla lezione di yoga con soli cinque minuti di anticipo. Una ragazza alta e mora si
è presa il mio posto in prima fila, e sono costretta a sedermi in fondo all’aula, vicino alla
porta. Avevo progettato di dire a Zed che non proverò mai per lui quello che provo per
Hardin, che mi dispiaceva di averlo baciato e che dovevamo restare amici, ma lui
continuava a spiazzarmi sempre con le parole giuste. Quando mi ha rivelato che ieri sera
Hardin è andato a casa di Jace, mi ha colta completamente alla sprovvista.
Penso sempre di sapere cosa devo fare, finché Zed inizia a parlare. La sua voce calda e
la dolcezza del suo sguardo mi confondono.
Devo chiamare Hardin quando torno da Landon, e raccontargli che ho pranzato con
Zed, e chiedergli perché è stato da Jace… Chissà cosa starà facendo adesso… Sarà
andato a lezione?
Lo yoga è proprio quello che ci voleva per schiarirmi i pensieri. A fine lezione mi sento
molto meglio. Arrotolo il materassino ed esco dall’aula, e quando arrivo allo spogliatoio
mi sento chiamare per nome.
Mi giro e vedo Hardin che viene verso di me. «Volevo… parlarti di una cosa…»
Ha una voce strana, sembra… nervoso?
«Adesso? Non credo sia il posto giusto…»
«No, non di quello.» Sì, è nervoso, ha la voce tirata. Lui non è mai nervoso: c’è sotto
qualcosa.
«Mi chiedevo… non so… Lascia perdere.» Arrossisce e si volta per andarsene.
Sospiro e faccio per entrare nello spogliatoio.
«Vuoi uscire con me?!» grida.
«Eh?» faccio girandomi di scatto.
«Un appuntamento… insomma, potrei portarti a cena fuori? Solo se vuoi, ovvio, ma
potrebbe essere divertente. Non sono sicuro, ma potrei…» Lascia la frase in sospeso.
Decido di salvarlo dall’umiliazione e rispondo: «Certo».
«Davvero?» Fa un sorriso. Un sorriso nervoso.
«Sì.» Non so come andrà a finire, ma non mi aveva mai chiesto di uscire con lui. La
cosa più simile a un appuntamento è stata quando mi ha portata al ruscello e poi a
mangiare qualcosa. Ma quella era tutta una bugia, quindi non era un vero appuntamento.
Voleva solo fare sesso con me.
«Okay… quando? Cioè, adesso? O domani? O nel fine settimana?» Non ricordo di
averlo mai visto così nervoso. È adorabile. «Domani?» suggerisco, sforzandomi di non
ridere.
«Sì, domani va bene.» Sorride e si morde il labbro. C’è imbarazzo nell’aria, ma è un
imbarazzo piacevole.
«Okay…»
Mi sento arrossire, come mi succedeva i primi tempi, subito dopo averlo conosciuto.
«Okay», ripete lui.
Si gira e si allontana in gran fretta, rischiando di inciampare in un tappetino da yoga
arrotolato. Appena entro nello spogliatoio, scoppio a ridere.
100
Hardin
QUANDO entro nello studio di mio padre, Landon rimane esterrefatto. «Che ci fai qui?»
sbuffa.
«Sono venuto a parlare con te.»
«Di cosa?»
Mi accomodo sulla grande sedia in pelle dietro la lussuosa scrivania di quercia. «Di
Tessa, ovviamente.»
«Mi ha detto che le hai già chiesto di uscire. Complimenti, le hai lasciato molto
spazio.»
«Cos’ha detto?»
«Non ho intenzione di riferirti le sue parole», mi liquida infilando un foglio nel fax.
«Ma cosa stai facendo?»
«Invio i risultati degli esami alla New York University. Il prossimo semestre mi
trasferisco lì.»
Il prossimo semestre? Ma che cazzo?… «Perché così presto?»
«Perché non voglio sprecare altro tempo qui, quando potrei stare con Dakota.»
«Tessa lo sa?» Sono sicuro che le dispiacerà. E in fondo, ma proprio in fondo, dispiace
anche a me che lui se ne vada…
«Sì, certo che lo sa, è stata la prima persona a cui l’ho detto.»
«Comunque, ho bisogno di una mano per questa stronzata dell’appuntamento.»
«Stronzata? Che gentiluomo.»
«Vuoi aiutarmi o no?»
«Vabbe’.»
«Lei dov’è?» gli chiedo. La porta della sua camera era chiusa quando sono arrivato, e
ho preferito non bussare. Volevo farlo, ma mi sto sforzando di lasciarle spazio. Se non
avessi notato la sua macchina nel vialetto mi sarei spaventato, ma so che è qui. Be’,
cazzo, lo spero proprio.
«Non lo so, è con quel tizio, credo… Zed», dice Landon.
Scatto in piedi.
«Scherzavo! Calmati! È nella serra con mia madre.»
«Non fa per niente ridere. Sei un imbecille.»
Per tutta risposta, lui sghignazza.
«Adesso devi aiutarmi per forza», aggiungo.
Landon mi dà qualche consiglio, poi mi accompagna all’uscita.
«Tessa va alla Vance con la sua macchina, in questi giorni?» gli chiedo.
«Sì, ha preso qualche giorno di ferie quando… be’, lo sai già.»
«Mmm…» Passando davanti alla stanza in cui dorme Tessa abbasso la voce. Non voglio
pensare a quanto male le ho fatto, in questo momento. «Credi che sia lì dentro?»
bisbiglio.
«Non lo so, è probabile.»
«Dovrei…» Giro la maniglia e la porta si apre cigolando. Landon mi guarda storto, ma
lo ignoro e sbircio nella stanza.
Tessa è sdraiata sul letto, circondata da fogli e libri. Indossa dei jeans e una felpa;
doveva essere molto stanca se si è addormentata mentre studiava.
«Hai finito di spiare?!» mi sibila Landon all’orecchio.
Spengo la luce e richiudo la porta. «Non la spio. La amo, va bene?»
«Lo so, ma evidentemente non ti è chiaro il concetto di lasciarle spazio.»
«Non posso farci niente, sono così abituato alla sua presenza, e le ultime due
settimane senza di lei sono state un inferno. Non riesco a starle lontano.»
Scendiamo le scale in silenzio. Spero di non sembrare troppo disperato, ma d’altra
parte è soltanto Landon, quindi non me ne importa molto.
Non mi va di andare all’appartamento ora che Tessa non c’è. Per un attimo valuto di
chiamare Logan e andare alla confraternita, ma so che è una pessima idea. Non voglio
che sorgano problemi, e quando vado lì succede sempre. Ma non ho nessuna intenzione
di tornare in quell’appartamento vuoto.
Ci vado lo stesso. Sono troppo stanco, mi sembra di non dormire da giorni.
Mi sdraio sul nostro letto e cerco di immaginare le sue braccia intorno a me, la sua
testa sul mio petto. È difficile pensare di riuscire a passare il resto della vita così, senza
poterla più abbracciare, senza sentire più il calore del suo corpo accanto al mio… Devo
fare qualcosa. Qualcosa di diverso, qualcosa che dimostri a lei e a me stesso che posso
cambiare. Devo cambiare. E porca puttana, cambierò.
101
Tessa
QUANDO ho finito di fare la doccia e asciugarmi i capelli sono già le sei ed è buio da un
pezzo. Busso alla porta della camera di Landon, ma non risponde. Non vedo la sua
macchina nel vialetto, ma ultimamente parcheggia in garage, quindi potrebbe essere in
casa.
Non so cosa mettermi, perché non ho idea di dove andremo. Continuo a guardare
nervosamente fuori dalla finestra aspettando l’arrivo di Hardin. Quando finalmente scorgo
i fari della sua macchina, mi si contorce lo stomaco.
Ma l’ansia svanisce nel momento in cui scende dalla macchina, e noto che indossa la
stessa camicia nera che portava alla cena da Christian. Si è messo anche i pantaloni
eleganti? Oddio, sì. E le scarpe eleganti, nere e lucide. Wow si è proprio impegnato.
È così bello: si è persino pettinato, con i capelli all’indietro.
Quando sono davanti a lui, arrossisce. «Ehm… ciao…»
«Ciao», dico senza riuscire a smettere di guardarlo. «Dove sono i tuoi piercing?» Non
ha più né quello al labbro né al sopracciglio.
«Li ho tolti», spiega stringendosi nelle spalle.
«Perché?»
«Non lo so… Non ti sembro meglio così?» mi domanda con gli occhi fissi nei miei.
«No! Mi piacevi prima… e mi piaci anche adesso, ma dovresti rimetterteli.»
«Non voglio rimettermeli.» Va ad aprirmi la portiera dal lato del passeggero.
«Hardin… spero che tu non li abbia tolti perché pensavi che così mi saresti piaciuto di
più, perché non è vero. Ti amo con o senza piercing. Rimettili, per favore.»
Mi accorgo che gli si illuminano gli occhi, e salgo in macchina senza guardarlo. Sono
ancora arrabbiata con lui, ma non voglio che pensi di dover cambiare aspetto per me. La
prima volta che ho visto i suoi piercing l’ho giudicato, ma con il tempo ho imparato ad
apprezzarli. Sono una parte di lui. «Non è proprio così, sinceramente. Era da qualche
tempo che meditavo di toglierli. Li porto da un sacco, e mi danno un po’ fastidio. E poi,
chi mi assumerebbe per un lavoro vero con quelle schifezze in faccia?» Si allaccia la
cintura di sicurezza e mi guarda.
«Ti assumerebbero lo stesso, siamo nel Ventunesimo secolo. Se ti piacciono…»
«Non ci tengo particolarmente. Anzi, mi piaccio di più senza: è come se avessi smesso
di nascondermi, non ti pare?»
Lo guardo meglio. È bellissimo come sempre, ma quel viso perfetto è ancora più
affascinante senza nulla che distragga l’attenzione.
«Be’, a me sembri perfetto in entrambi i modi; non credere che io voglia importi
qualcosa.»
Mi rivolge un sorriso così timido che mi fa dimenticare il motivo per cui ce l’ho con lui.
«Dove mi porti?» gli chiedo.
«A cena. In un posto molto bello», risponde con la voce che trema. L’Hardin nervoso è
il mio nuovo Hardin preferito.
«Ne ho sentito parlare?»
«Non lo so… forse.»
Restiamo in silenzio per tutto il tragitto. Arriviamo a un ristorante che ha l’aria di
essere molto costoso, anche a giudicare dalle macchine nel parcheggio.
Apro la portiera per scendere, ma lui dice: «Volevo aprirtela io».
«Posso chiuderla, così la riapri tu…»
«Non è proprio la stessa cosa, Theresa», ribatte con uno dei suoi sorrisetti compiaciuti.
Sentirmi chiamare così mi dà un tuffo al cuore. Prima mi faceva infuriare, ma in fondo
in fondo mi è sempre piaciuto che mi chiamasse in quel modo per farmi dispetto. Mi piace
quasi come quando mi chiama Tess.
«Siamo tornati a Theresa, eh?» commento sorridendo.
«Sì, sì», risponde, e mi prende a braccetto. Lo vedo più sicuro di sé a ogni passo che ci
porta verso il ristorante.
102
Hardin
«CONOSCI un altro posto che potrebbe piacerti?» le chiedo quando torniamo alla macchina.
Il maître del ristorante chic dove avevo prenotato sostiene che il mio nome non è in lista.
Ho mantenuto la calma, perché non volevo rovinare la serata. Che stronzo, però, penso
stringendo forte il volante.
Calmati, mi dico. Rilassati. Mi giro verso Tessa e le sorrido.
Lei si morde il labbro e distoglie lo sguardo.
Forse l’ho guardata troppo…
«Be’, è stato imbarazzante», ammetto, e sento che ho una voce strana: stridula,
incerta. «Hai in mente qualcosa di preciso, dato che a quanto pare siamo passati al piano
B?»
«No. Qualsiasi posto va bene, purché ci diano da mangiare», risponde con un sorriso.
La sta prendendo molto bene, e ne sono felice; in realtà è stato umiliante. «Okay…
Che ne dici di McDonald’s?» scherzo, al solo scopo di sentirla ridere.
«Sembreremmo un po’ scemi, vestiti così da McDonald’s.»
«Sì, un po’.»
Non ho la minima idea di dove andare. Avrei dovuto pensare a un’alternativa. La
serata non è neppure cominciata e sta già precipitando.
Ci fermiamo a un semaforo e mi guardo intorno: nel parcheggio accanto a noi c’è
parecchia gente. «Cosa succede laggiù?» chiede Tessa.
«Non lo so, dev’esserci una pista di pattinaggio o qualcosa del genere.»
«Pattinaggio sul ghiaccio?» Sta alzando la voce come fa sempre quando si entusiasma.
Oh, no…
«Possiamo?» mi chiede.
Merda. «Pattinare sul ghiaccio?» ripeto con noncuranza, come se non avessi capito.
Per favore, di’ di no. Per favore.
«Sì!» esclama invece.
«Io… non…» Non ho mai pattinato in vita mia e non ci tenevo a iniziare, ma se è quello
che vuole, posso anche provarci… Rischio di ammazzarmi, ma pazienza. «Certo che
possiamo.»
Mi accorgo che è sorpresa: non si aspettava che dicessi di sì. In effetti non me
l’aspettavo neanch’io.
«Aspetta… come dobbiamo vestirci? Ho solo questo abito e un paio di mocassini di
tela. Peccato non avere i jeans, sarebbe stato divertente», dice con aria delusa.
«Possiamo sempre correre a comprare qualcosa…» le propongo. «Io ho qualche vestito
nel bagagliaio.»
Sfodera un gran sorriso. «Finalmente il tuo bagagliaio pieno di vestiti torna utile! Ma
perché tieni tutti quei vestiti lì dentro? Non me l’hai mai spiegato.»
«Solo per abitudine. Quando restavo a dormire a casa di qualche ragazza… Insomma,
quando restavo fuori tutta la notte, al mattino dovevo cambiarmi, perciò ho iniziato a
tenere qualcosina in macchina. È comodo.»
Stringe un po’ le labbra, e so di aver sbagliato a menzionare le altre ragazze, anche se
era prima che ci conoscessimo. Vorrei che capisse che non era la stessa cosa. Non le
toccavo come tocco lei, non ascoltavo il ritmo del loro respiro, non c’erano emozioni. Non
aspettavo disperatamente che mi dicessero che mi amavano mentre entravo e uscivo da
loro.
Non permettevo loro di toccarmi mentre dormivo; se passavo la notte nei loro letti era
perché ero troppo ubriaco per andarmene. Se lei lo sapesse, forse soffrirebbe di meno. Al
posto suo, io… Mi viene la nausea al pensiero di Tessa a letto con qualcun altro.
«Hardin?» mormora, riportandomi alla realtà.
«Sì?»
«Mi hai sentito?»
«No… scusa. Cosa dicevi?»
«Abbiamo già superato i grandi magazzini.»
«Ah, cavolo, ora torno indietro.»
«Corro a comprare qualcosa», dice appena parcheggio davanti al negozio.
«Sei sicura? Posso venire con te.»
«Se vuoi…»
«Voglio.»
Nel giro di dieci minuti ha già riempito un cestino di roba. Alla fine ha preso una felpa
gigante e un paio di leggings. E poi guanti, sciarpa, berretto di lana… Sembra che
dobbiamo andare in Antartide, ma in effetti fa freddo.
«Secondo me dovresti comprare un paio di guanti anche tu. Altrimenti quando cadi ti si
congelano le mani.»
«Non cadrò… Ma se insisti prendo i guanti anch’io.»
«Vuoi un berretto?»
«No, ne ho uno nel bagagliaio.»
«Ci avrei scommesso. Okay, credo di aver finito.»
Alla cassa tenta di pagare lei, come sempre. Ma l’ho invitata io a uscire, quindi mi
rifiuto di permetterle di pagare. Ho visto che stava tirando fuori dal portafogli le ultime
banconote.
Sta finendo i soldi? Se così fosse me lo direbbe? Devo chiederglielo? Merda, mi sto
agitando troppo.
Arrivati alla pista di pattinaggio, ci cambiamo in macchina. Mentre mi spoglio lei
guarda fuori dal finestrino. «Possiamo trovare un bagno, puoi cambiarti lì», le dico.
«No, mi cambio qui, così non devo portarmi dietro il vestito», risponde con noncuranza.
«Ma c’è troppa gente, qualcuno ti vedrà.»
«Hardin, sta’ tranquillo.» Il suo tono adesso è un po’ irritato.
Avrei dovuto rubare quella pallina antistress dalla scrivania di mio padre. «Se proprio
insisti», sbuffo.
«Puoi aiutarmi a slacciare il vestito?» mi chiede mentre stacca le etichette dai nuovi
acquisti.
«Ehm… sì.» Mi sporgo a tirare giù la lampo. Ho slacciato questo vestito un’infinità di
volte, ma ora non potrò toccarla mentre se lo toglie.
«Grazie. Ora aspetta fuori.»
«Eh? Guarda che ti ho già vista…»
«Hardin…»
«E va bene. Ma sbrigati.» Scendo dalla macchina e chiudo la portiera. Poi la riapro e
aggiungo: «Per favore».
La sento ridere mentre richiudo la portiera.
Pochi minuti dopo scende, infilandosi un berretto viola in testa. È… carina. È sempre
bella e sexy, ma con quella felpa e i guanti ha un’aria ancora più ingenua del solito.
«Tieni, ti eri dimenticato i guanti.» Me li porge.
«Oh, meno male. Senza sarei morto», la canzono, e lei dà una gomitata. È così bella,
accidenti.
Avrei tante cose da dirle, ma non voglio rischiare di pronunciare quella sbagliata e
rovinare la serata.
«Se proprio volevi metterti un maglione così grande potevi sceglierne uno dei miei e
risparmiare venti dollari.»
Mi prende per mano, ma la lascia andare subito. «Scusa», mormora arrossendo.
Vorrei riprenderla per mano, ma sono distratto da una donna che ci viene incontro.
«Che numero, i pattini?»
Guardo Tessa e lei risponde per entrambi. La donna torna da noi. È impossibile che
vada a finire bene, penso con un brivido.
«Sei pronto?» mi chiede Tessa una volta che ci siamo allacciati i pattini.
Mi alzo in piedi e mi aggrappo subito alla ringhiera. Come cazzo farò?
Tessa si sforza di non sorridere. «Diventa più facile quando sei sul ghiaccio.»
Lo spero vivamente.
E invece non è vero: cado tre volte nei primi cinque minuti. Tessa scoppia a ridere ogni
volta. Devo ammettere che senza guanti avrei le mani congelate.
«Ti ricordi che mezz’ora fa hai sostenuto che non saresti caduto?» mi prende in giro
aiutandomi a rialzarmi.
«Cosa sei, una pattinatrice professionista?» Odio il pattinaggio più di ogni cosa al
mondo, in questo preciso istante. Ma lei sembra molto divertita.
«No, non pattinavo da un po’, ma ci andavo spesso con la mia amica Josie.»
«Josie? Non ti ho mai sentita parlare degli amici che avevi a casa.»
«Non ne avevo molti. Passavo quasi tutto il tempo con Noah. Josie si è trasferita in
un’altra città prima del nostro ultimo anno di liceo.»
«Ah.» Non so perché avesse pochi amici. È un po’ ossessiva e bigotta, ed è fissata con i
romanzi… ma è gentile con tutti, a volte anche troppo. A parte me, ovviamente: con me è
insopportabile, ma mi piace questo lato di lei. Quasi sempre.
Mezz’ora dopo non siamo ancora riusciti a fare un giro intero della pista, grazie alla
mia impeccabile coordinazione.
«Ho fame», dice finalmente Tessa, guardando un chiosco a bordo pista.
Le sorrido. «Ma non sei caduta insieme a me e non ci siamo ritrovati l’uno sopra l’altra
a guardarci negli occhi, come succede nei film.»
«Perché non siamo in un film», sentenzia avviandosi all’uscita.
Tutte le coppiette felici che ci girano intorno tenendosi per mano sembrano prendersi
gioco di me. Mi affretto a uscire dalla pista, mi rimetto le scarpe e restituisco i maledetti
pattini.
«Hai un gran futuro, nello sport», mi canzona Tessa per la millesima volta quando la
raggiungo al chiosco. Ha già iniziato a mangiare, e mi guarda con aria pensierosa.
«Perché mi guardi?» le chiedo dopo un po’.
«Scusa… non mi sono ancora abituata a vederti senza piercing.»
«Non c’è tutta questa differenza.»
«Lo so, ma è strano.»
Dovrei rimetterli? Non li ho tolti solo per lei, le ho detto la verità: mi sembrava di usarli
come una maschera, un muro tra me e le persone. I piercing intimidiscono la gente, la
tengono lontana. E mi pare di aver superato quella fase della mia vita. Non voglio più
tenere lontana la gente, soprattutto Tessa. Anzi, voglio attrarla.
Me li sono fatti da ragazzino, falsificando la firma di mia madre. Sono arrivato ubriaco,
e quel cretino ha sentito l’odore e me li ha fatti lo stesso. Non sono pentito, è solo che
non ho più voglia di tenerli.
Sui tatuaggi invece la penso diversamente: li amerò per sempre. Continuerò a coprirmi
d’inchiostro per esprimere pensieri che non saprei dire a parole. Be’, non è proprio così:
sono disegni a caso e non hanno nessun significato. Ma sono belli, perciò non me ne frega
un cazzo.
«Non voglio vederti cambiare», continua Tessa. «Non fisicamente. Voglio solo che
dimostri di potermi trattare meglio, e che non cerchi di controllarmi. Non voglio neppure
che tu cambi personalità. Voglio solo che tu combatta per me, non che ti trasformi nella
persona che credi io voglia.»
Le sue parole rischiano di spezzarmi il cuore. «Non è quello che sto facendo», protesto.
Sto tentando di cambiare per lei, ma non nel modo che crede lei. Ho fatto questa
scelta per me stesso, non solo per Tessa.
«Togliere i piercing è stato solo un passo. Mi sto sforzando di diventare una persona
migliore, e i piercing mi ricordano un brutto periodo della mia vita. Un periodo che voglio
lasciarmi alle spalle», le confesso.
«Oh», mormora lei.
«Ti piacevano, quindi?»
«Sì, molto», risponde.
«Posso rimetterli, se vuoi.»
Scuote la testa.
Sono molto meno nervoso rispetto a due ore fa. Questa è Tessa, la mia Tessa: non
devo sentirmi nervoso.
«Solo se lo vuoi tu.»
«Potrei rimetterli quando…» Mi interrompo.
«Quando cosa?»
«Non vuoi che lo dica.»
«Sì che lo voglio. Cosa stavi per dire?»
«E va bene. Stavo per dire che posso metterli quando ti scopo, se ti eccitano tanto.»
La sua espressione inorridita mi fa ridere. «Hardin!» strilla, e si gira per accertarsi che
nessuno ci abbia sentiti.
«Ti avevo avvertita… E poi non avevo detto niente di volgare per tutta la sera.»
«Questo è vero.»
Vorrei chiederle se pensa di poter fare ancora sesso con me, dato che non mi ha
corretto, ma ho l’impressione che non sia il momento giusto. Ecco, non è difficile: basta
pensare prima di dire la cosa sbagliata.
«Domani è il tuo compleanno: che progetti hai?» mi chiede dopo qualche momento di
silenzio.
Merda.
«Be’… Logan e Nate mi hanno organizzato una festa. Non volevo andarci, ma Steph
dice che hanno speso un mucchio di soldi, quindi credo di doverci fare un salto. A meno
che…» ho un attimo di incertezza, ma poi proseguo: «Tu non vuoi fare qualcosa? Non ci
vado se ho di meglio da fare».
«No, non preoccuparti. Sono sicura che la festa sarà molto più divertente.»
«Potresti venire anche tu.» E siccome so già cosa mi risponderà, aggiungo: «Nessuno
sa come stanno le cose tra di noi. Tranne Zed, ovviamente».
Meglio non pensare al motivo per cui Zed sa i fatti miei.
«No… grazie lo stesso.» Sorride, ma il sorriso non arriva ai suoi occhi.
«Non devo andarci per forza, sai», insisto.
Se Tessa vuole passare il mio compleanno con me, Logan e Nate possono andare a
quel paese, per quanto mi riguarda.
«No, lascia stare. Ho da fare, comunque.» E distoglie lo sguardo.
103
Tessa
«HAI progetti per il resto della serata?» mi chiede Hardin imboccando il vialetto della casa
di suo padre.
«No, pensavo di studiare e andare a dormire», rispondo. «Una seratona», commento
sorridendo.
«Mi manca dormire», mormora lui rabbuiato, facendo scorrere l’indice lungo il volante.
«Non dormi bene?» Certo che non dorme bene, che domande. «Hai… Sei stato…»
tento di dire.
«Sì, tutte le notti.»
Mi si stringe il cuore. «Mi dispiace.» Detesto gli incubi che lo perseguitano. Detesto
l’idea di essere l’unico rimedio, l’unica presenza che li scaccia.
«Non importa. Sto bene», risponde, ma le sue occhiaie suggeriscono il contrario.
Invitarlo in casa sarebbe una pessima idea. Devo riflettere su come andare avanti con
la mia vita, non passare la notte con Hardin. È così strano che mi accompagni a casa di
suo padre; devo proprio trovarmi un appartamento.
«Se vuoi puoi dormire qui, è ancora presto», propongo.
Alza la testa di scatto. «Per te andrebbe bene?»
«Certo… ma solo per dormire», gli rammento con un sorriso.
«Lo so, Tess.»
«Non intendevo…»
«Ho capito.»
Okay…
Questo distacco tra noi è necessario, ma doloroso. Vorrei scostargli quella ciocca di
capelli dalla fronte, ma sarebbe troppo. Ho bisogno di questa distanza, esattamente
come ho bisogno di Hardin. Sono molto confusa, e so che invitarlo in casa non mi aiuterà
a chiarirmi le idee. Ma voglio che dorma bene.
Gli faccio un sorrisetto, lui mi fissa per un secondo, poi dice: «Sai, forse è meglio di no.
Ho del lavoro da sbrigare, e…»
«Non importa. Davvero», lo interrompo. Scendo dalla macchina per sfuggire
all’imbarazzo.
Ho sbagliato. Dovevo stare alla larga da lui, invece eccolo che mi respinge… di nuovo.
Quando arrivo alla porta mi accorgo di aver dimenticato in macchina il vestito e le
scarpe con il tacco, ma Hardin sta già facendo retromarcia nel vialetto.
Mentre mi strucco e mi preparo per andare a dormire, ripercorro ogni momento della
serata. Hardin è stato così… gentile. Hardin è stato gentile. Si è vestito elegante e non ha
preso a botte nessuno, anzi non ha neppure insultato nessuno. Sono progressi enormi.
Sghignazzo come un’idiota quando ricordo i suoi capitomboli sul ghiaccio.
Non so cosa pensare del fatto che si sia tolto i piercing. Ma non è una decisione che
spetta a me. Chissà cosa diranno i suoi amici.
Quando mi ha parlato della festa di compleanno mi ha un po’ rovinato l’umore. Non so
perché, ma non immaginavo che volesse una festa di compleanno. Sono una sciocca,
perché dopotutto è il suo ventunesimo compleanno.
Ci terrei tantissimo a passare la serata con lui, ma ogni benedetta volta che metto
piede in quella confraternita succede qualcosa di brutto, e non voglio continuare questo
circolo vizioso, tantomeno in un momento delicato come questo. Mi piacerebbe fargli un
regalo, però. Non sono brava a fare regali, ma mi verrà in mente qualcosa. Busso alla
porta di Landon ma non risponde: apro, vedo che dorme e decido di andare a letto
anch’io.
Appena entro in camera sobbalzo: c’è qualcuno seduto sul letto. Poso il beauty sul
comò… vedo che è Hardin e mi calmo.
«Io… ehm…» esordisce, evidentemente imbarazzato. «Scusa per come mi sono
comportato prima. Volevo restare», dice passandosi le mani tra i capelli.
«Te l’ho chiesto, infatti.»
Sospira. «Lo so, e mi dispiace. Posso restare, per favore? Ho trascorso una serata così
bella con te, e sono così stanco…»
Ci penso su qualche secondo. Volevo che restasse. Ma ha detto di avere delle cose da
fare.
«E il tuo lavoro?» domando.
«Può aspettare.»
Mi siedo accanto a lui sul letto e mi poso un cuscino sulle gambe.
«Grazie», dice. Scorro più vicino a lui. Mi attira ancora come una calamita: non riesco a
stargli lontana.
Lo guardo, lui sorride e poi abbassa gli occhi. Lo prendo per mano. Ha le mani fredde e
il respiro affannato.
Mi sei mancato, vorrei confessargli. Voglio starti vicina.
Mi stringe la mano e io poso la testa sulla sua spalla. Lui mi cinge la schiena con un
braccio e mi tira a sé.
«Mi sono divertita molto stasera.»
«Anch’io, piccola. Anch’io.»
Sentirmi chiamare «piccola» mi fa venire voglia di stare ancora più vicina a lui. Alzo gli
occhi e vedo che mi sta guardando la bocca. D’istinto mi avvicino e poso le labbra sulle
sue. Lui si appoggia sui gomiti e io salgo sopra di lui. Mi sento posare una mano sulla
parte bassa della schiena, e tirare contro di lui.
«Mi sei mancata», dice, e mi bacia. Per un istante noto l’assenza del piercing, ma il
mio corpo brucia di desiderio e tutto il resto sembra irrilevante.
«Anche tu.» Continuo a baciarlo e infilo una mano sotto la sua maglietta, ma lui mi
ferma.
Sorride, non senza rammarico. «Penso che non dovremmo spingerci in un territorio
vietato ai minori.» Ha le guance rosse ed è un po’ in affanno.
Voglio protestare, voglio ammettere che ho bisogno di essere toccata da lui, ma so che
ha ragione. Sospiro e mi vado a stendere dall’altra parte del letto.
«Scusami, Tess. Non volevo dire…»
«No, hai ragione tu. Va bene così, davvero. Dormiamo un po’.»
Si sdraia accanto a me ma posiziona un cuscino tra noi. Mi tornano in mente i vecchi
tempi. Si addormenta quasi subito. Ma quando in piena notte mi sveglio, lui non c’è più.
Trovo un biglietto sul cuscino: Grazie ancora, devo andare a lavorare.
Al mattino gli scrivo un messaggio per augurargli buon compleanno e mi vesto in
attesa della risposta. Mi dispiace che non sia rimasto più a lungo, ma con il senno di poi è
stato meglio così.
Con un sospiro infilo il telefono in borsa e scendo al piano di sotto, per dire a Landon
che oggi salterò alcune ore di lezione perché devo andare a comprare un regalo per
Hardin.
104
Hardin
«SARÀ una figata, bello», mi fa Nate sedendosi sul muretto in fondo al parcheggio.
«Certo», confermo. Mi allontano dal fumo della sigaretta di Logan e mi piazzo accanto
a Nate.
«Lo sarà, e farai meglio a non darci buca, perché ci abbiamo messo mesi a organizzare
tutto», precisa Logan.
Lascio dondolare le gambe dal muretto, e per un attimo mi viene voglia di spintonare
Logan e farlo cadere, per punirlo di avermi preso in giro per la storia dei piercing.
«Ci vengo, ve l’ho già detto.»
«E porti anche lei?» chiede Nate, ovviamente riferendosi a Tess.
«No, ha da fare.»
«Ha da fare? È il tuo ventunesimo compleanno. Ti sei tolto i piercing per lei, è il
minimo che possa fare», osserva Logan.
«Ogni volta che viene succede qualcosa di brutto. E per l’ultima volta, porca puttana,
non li ho tolti per lei.»
«Dovresti convincerla a prendere di nuovo a schiaffi Molly, l’altra volta è stato uno
spasso», sghignazza Nate.
«Già, è simpatica quand’è ubriaca. E quando dice le parolacce… è come se lo facesse
mia nonna.» Logan scoppia a ridere insieme a Nate.
«Volete chiudere il becco? Tanto non viene.»
«E va bene, sta’ calmo, okay?» mi rabbonisce Nate.
Vorrei che quei due non mi avessero organizzato una festa, perché avevo intenzione di
passare il compleanno con Tessa. Non me ne frega niente dei compleanni, ma volevo
vederla. So benissimo che non ha niente da fare: ha accampato quella scusa perché non
vuole incontrare i miei amici, e non la biasimo.
«È successo qualcosa tra te e Zed?» mi fa Nate mentre andiamo a lezione.
«Sì, è uno stronzo e non vuole capire che deve stare lontano da Tessa. Perché?»
«Me lo chiedevo perché ho visto Tessa entrare nel dipartimento di… scienze-diqualche-cosa e mi è sembrato strano…»
«Quando?»
«Un paio di giorni fa.»
«Stai…» Ma non finisco la domanda, perché so che non scherza.
Porca vacca, Tessa, perché non vuoi capire che devi stare lontana da Zed?
«Non è un problema se viene alla festa, vero? Perché l’abbiamo già detto a tutti e non
vorrei disdire con nessuno», spiega Nate.
«Non me ne frega niente. Non è lui quello che se la scopa, sono io», rispondo, e lui
scoppia a ridere. Se solo sapesse come stanno le cose…
Nate e Logan mi lasciano davanti alla palestra, e devo ammettere che sono impaziente
di vedere Tessa. Chissà come si è pettinata oggi, e se si è messa quei pantaloni che mi
fanno impazzire.
È assurdo. Qualche mese fa, se qualcuno mi avesse detto che avrei passato il tempo a
fantasticare sulla pettinatura di una ragazza, gli avrei fatto saltare i denti con un pugno. E
invece eccomi qui a sperare che Tessa si sia legata i capelli, così vedrò meglio il suo viso.
Non mi capacito di essere di nuovo alla confraternita. Mi sembra passato un secolo da
quando abitavo qui. Non sento per niente la mancanza di questo posto, ma non mi piace
neanche vivere nell’appartamento da solo.
È stato un anno pazzesco. Non riesco a credere di avere già ventun anni, e che l’anno
prossimo finirò l’università. Mia madre si è messa a piangere, dicendo che cresco troppo
in fretta, e le ho dovuto chiudere il telefono in faccia perché non la smetteva più. Ho fatto
finta di avere la batteria scarica.
La casa è piena di gente, la strada è ingombra di macchine parcheggiate, e mi
domando chi cazzo siano tutte queste persone venute a festeggiare il mio compleanno.
So che la festa non è solo per me, e che è soltanto un pretesto per bere e divertirsi, ma
comunque… Vedo gli orribili capelli rosa di Molly e mi convinco che è meglio che Tessa
non sia venuta.
«Ecco il festeggiato.» Molly sorride ed entra in casa.
«Scott!» mi chiama Tristan dalla cucina; ha già iniziato a bere, vedo.
«Dov’è Tessa?» chiede Steph.
Tutti i miei amici sono disposti in semicerchio davanti a me e aspettano la mia
risposta. Non possono sapere che sto cercando di convincerla a tornare con me.
«Aspetta… E soprattutto, dove sono i tuoi piercing?» Steph mi prende per il mento e mi
fa girare la testa per esaminarmi, come fossi un topo da laboratorio.
«Levami le mani di dosso», sbotto.
«Porca miseria, stai diventando uno di loro!» esclama Molly, indicando un gruppo di
ragazzi ricchi e ben vestiti dall’altra parte della stanza.
«Non è vero», replico fulminandola con un’occhiata.
Sghignazza e insiste: «Sì invece! Ti ha detto lei di toglierli, vero?»
«No, li ho tolti perché mi andava di toglierli. Fatti i cazzi tuoi.»
«Come ti pare», ribatte, e per fortuna se ne va.
«Ignorala», mi consiglia Steph. «Comunque, Tessa viene?»
Scuoto la testa, e lei commenta: «Be’, mi manca! Vorrei che uscisse più spesso con
noi». Beve un sorso di birra.
«Anch’io», mormoro e mi verso un bicchiere d’acqua.
Alle otto di sera sono già tutti ubriachi. Non ho ancora deciso se voglio bere. Ricordo
pochissimo dei primi anni di università: una bottiglia dopo l’altra, una ragazza dopo
l’altra… Meglio così però. La mia vita non aveva senso finché non è arrivata Tessa.
Trovo un posto libero sul divano accanto a Tristan e continuo a pensare a Tessa
mentre gli altri fanno l’ennesimo stupido gioco alcolico.
105
Tessa
CIAO, dice il messaggio di Hardin.
Non capisco perché mi emoziono per così poco. Come va la festa? Gli scrivo, e mangio
un’altra manciata di popcorn. Da due ore fisso il lettore di ebook, ho bisogno di una
pausa.
Noiosa. Posso venire da te?
Qualche ora fa, dopo avergli comprato un regalo, ho deciso che il mio «bisogno di
spazio» può attendere fin dopo il suo compleanno. Se vuole passare il tempo con me
anziché con gli amici, per me va bene. Devo apprezzare i suoi sforzi di migliorarsi; certo,
dobbiamo discutere del fatto che lui non vuole un futuro con me e come questo si
ripercuoterà sulla mia carriera.
Ma possiamo aspettare fino a domani.
Sì, tra quanto arrivi? Scrivo.
Vado a infilarmi una maglietta azzurra senza maniche, perché una volta Hardin mi ha
detto che mi sta bene. Mi chiedo come sarà vestito lui: avrà i capelli pettinati all’indietro
come ieri sera? La festa era noiosa senza di me? Sta cambiando davvero, e lo amo per
questo.
Mezz’ora.
Corro a lavarmi i denti per togliere i residui di popcorn. Non dovrei baciarlo, vero? Ma è
il suo compleanno… Un bacio non sarà la fine del mondo, e dopotutto se lo merita visti gli
sforzi che sta facendo. Un bacio non basterà a rovinare tutto.
Mi sistemo il trucco, mi spazzolo i capelli e li lego in una coda di cavallo. Penserò
domani a rimproverarmi: stasera voglio fargli capire che il suo compleanno è importante,
anche se i compleanni non gli piacciono.
Incarto rapidamente il regalo.
Okay, a tra poco, scrivo.
Scendo al piano di sotto. Karen sta ballando sulle note di una vecchia canzone di
Luther Vandross, e mi viene da ridere quando si volta con le guance rosse. «Scusa, non
sapevo che tu fossi qui», dice chiaramente imbarazzata.
«Adoro questa canzone, mio padre la ascoltava sempre.»
Sorride. «Ha buon gusto, allora.»
«Lo aveva.» Sorrido a quel raro bel ricordo di mio padre che mi faceva ballare in
cucina… e poi, qualche ora dopo, aveva fatto un occhio nero a mia madre per la prima
volta.
«Allora, che programmi hai per stasera? Landon è di nuovo in biblioteca», mi informa,
ma lo sapevo già.
«A dire il vero volevo chiederti se puoi aiutarmi a preparare una torta per Hardin. È il
suo compleanno, e sarà qui tra mezz’ora.» Non riesco a trattenere un sorriso.
«Ah, davvero? Ma certo, possiamo fare il pan di spagna, ci vuole poco… no anzi,
facciamo una torta a due strati. Preferisce il cioccolato o la vaniglia?»
«Torta al cioccolato con glassa al cioccolato.» A volte mi sembra di conoscerlo poco,
invece lo conosco meglio di me stessa.
«Okay, puoi tirare fuori le pentole?» mi chiede, e io mi metto subito al lavoro.
Mezz’ora dopo sto aspettando che la torta si raffreddi. Karen ha trovato qualche
vecchia candelina: aveva solo un uno e un tre, ma so che Hardin lo troverà buffo.
Mi affaccio alla finestra del salotto per vedere se è già arrivato, ma la sua macchina
non c’è. Sarà un po’ in ritardo, sono passati solo tre quarti d’ora.
«Ken torna a casa tra un’ora, è a cena con dei colleghi. So che è deplorevole, ma ho
finto di avere mal di pancia. Detesto quelle cene», mi confessa Karen. Rido con lei
mentre finisco di applicare la glassa.
«Gli piacerà molto», commenta Karen. Va di sopra per lasciare un po’ di privacy a me e
Hardin.
È passata un’ora da quando mi ha scritto, e sono seduta in cucina da sola ad
aspettarlo. Vorrei chiamarlo, ma se non viene è Hardin a dover chiamare per dirmelo.
Verrà. Mi ha chiesto lui di venire, d’altronde. Verrà.
106
Hardin
PER la terza volta, Nate tenta di rifilarmi il suo bicchiere. «E dai, soltanto un bicchiere!
Compi ventun anni, bello! È illegale non bere!»
Finalmente mi arrendo, perché così poi potrò andarmene. «Va bene, ma uno solo.»
Lui sorride e prende la bottiglia di liquore dalle mani di Tristan. «Okay, almeno bevi
qualcosa di serio, però.»
Sbuffo e bevo un sorso. «E va bene, ecco fatto. Ora potete lasciarmi in pace.»
Vado in cucina a prendere un altro bicchiere d’acqua, ma vengo fermato da… Zed. Mi
porge il telefono: «Tieni, l’hai lasciato sul divano quando ti sei alzato».
E torna in salotto.
107
Tessa
DOPO due ore lascio la torta sul bancone e vado di sopra a struccarmi e a rimettermi il
pigiama. Ecco cosa succede ogni volta che mi convinco di dargli un’altra possibilità.
Sbatto il muso contro la dura realtà.
Pensavo davvero che sarebbe venuto, sono così stupida. Gli ho preparato una torta…
Sono una perfetta idiota.
Mi infilo gli auricolari e ascolto un po’ di musica, per non piangere. Mi sdraio sul letto e
mi sforzo di non essere troppo severa con me stessa. Ieri sera si è comportato in modo
così diverso… tanto che sento la mancanza delle sue risposte sarcastiche e delle sue
volgarità.
Sono contenta che Landon non sia venuto a salutarmi quando l’ho sentito rientrare.
Covavo ancora un po’ di speranza, e gli sarei sembrata più ridicola di quanto non sono.
Ma naturalmente non me l’avrebbe detto.
Spengo la luce sul comodino e abbasso la musica. Un mese fa sarei saltata in
macchina, sarei andata a quella stupida confraternita e gli avrei chiesto perché mi ha
dato buca. Ma oggi è oggi, e non ho più la forza di lottare.
Il trillo del telefono mi sveglia.
È Hardin, ed è quasi mezzanotte. Non rispondere, Tessa.
Devo costringermi a ignorare la chiamata e spegnere il telefono.
È sicuramente ubriaco, se tenta di chiamarmi dopo avermi dato buca. Dovevo
immaginarlo.
108
Hardin
TESSA non risponde al telefono, e questo mi irrita. È il mio compleanno per un altro quarto
d’ora, e lei non mi risponde?
Probabilmente avrei dovuto chiamarla prima, ma comunque… Non ha nemmeno
risposto al mio messaggio di ore fa. Pensavo che ieri ci fossimo divertiti, lei ha perfino
tentato di spogliarmi. Ho dovuto fare uno sforzo enorme per dirle di no, ma sapevo cosa
sarebbe successo se avessi ceduto. Non devo approfittarmi di lei.
«Penso che me ne andrò», dico a Logan.
Lui si scioglie dall’abbraccio della ragazza mora con cui ha fatto amicizia. «No, non puoi
andartene così presto, devono ancora… Ah, eccole qua!» esclama, e indica con il dito.
Mi giro e vedo due ragazze in impermeabile che vengono verso di noi. Non ci credo,
cazzo.
Nel salotto si leva un boato di applausi e fischi.
«Non mi piacciono le spogliarelliste», dico.
«Ma dai! Come fai a sapere che sono spogliarelliste?»
«Sono in impermeabile e tacchi alti!» Che stupidaggine.
«Dai, bello, a Tessa non darà fastidio!» interviene Logan.
«Non è questo il punto», ringhio; invece lo è, eccome. Forse non è l’unico problema,
ma il principale.
«È lui il festeggiato?» chiede una delle ragazze.
Il suo rossetto scarlatto mi sta già facendo venire il mal di testa. «No, no. Non sono
io», nego precipitandomi fuori dalla porta.
«Dai, Hardin!» chiama qualcuno.
Col cavolo, non ci torno lì dentro. Tessa si infurierà se viene a sapere che alla festa
c’erano delle spogliarelliste. Provo a chiamarla di nuovo mentre Nate mi cerca sull’altra
linea. Non rientro in quella casa, neanche morto. Mi sono già trattenuto fin troppo.
Scommetto che adesso sarà arrabbiata perché non l’ho chiamata prima, ma non so mai
quando devo farlo e quando no. Non voglio farle pressioni, ma neanche lasciarle troppo
spazio. È un equilibrio precario, e io ho un pessimo senso dell’equilibrio.
Controllo di nuovo il telefono e vedo che non ci sono nuovi messaggi, dopo il mio Ciao.
A quanto pare dovrò starmene da solo nell’appartamento anche stanotte.
Tanti auguri a me, porca puttana.
109
Tessa
MI sveglia uno strano trillo, e impiego qualche secondo a ricordare che ieri sera ho spento
il telefono a causa di Hardin e ho puntato la sveglia analogica. Poi ricordo di essere
rimasta seduta al bancone della cucina, con l’entusiasmo che sbiadiva di minuto in
minuto, e lui non è mai arrivato.
Mi lavo il viso e mi preparo per il lungo tragitto in macchina verso la Vance; l’unica
cosa che davvero mi manca dell’appartamento è il fatto che fosse vicino all’ufficio. E
Hardin. E le pareti coperte di librerie. E la cucina piccola ma perfetta. E quella lampada. E
Hardin.
In cucina trovo solo Karen. Vedo la torta con le candeline che formano il numero tredici
e la stupida glassa che componeva il nome HARDIN ma ora mezza sciolta e con le sole
prime due lettere.
«Non è potuto venire», spiego a Karen senza guardarla negli occhi.
«Sì, l’avevo immaginato.» Mi sorride comprensiva e pulisce gli occhiali con il grembiule.
È una perfetta padrona di casa, sempre intenta a cucinare o sistemare qualcosa, ma
soprattutto è gentile e ama profondamente il marito e la sua famiglia, persino il suo rozzo
figliastro.
«Tesoro, sai che non è facile», aggiunge Karen.
Mi viene quasi da ridere: sono le parole che Hardin usa sempre contro di me.
«Comunque…» continua, «stavamo pensando di andare al mare la prossima settimana.
Ci farebbe molto piacere se venissi anche tu.»
«Al mare? In pieno inverno?»
«Abbiamo una barca, la usiamo per andare a vedere le balene. Preferiamo andarci
prima che faccia troppo caldo. Dovresti proprio venire con noi.»
«Davvero?» Non sono mai stata in barca, e l’idea mi terrorizza, ma le balene mi
interessano. «D’accordo allora, verrò», acconsento.
«Splendido! Ci divertiremo, vedrai.»
Quando arrivo alla Vance riaccendo il telefono. Devo smetterla di spegnerlo quando
sono arrabbiata. La prossima volta, se Hardin mi chiama, posso semplicemente non
rispondere. Se succedesse qualcosa a mia madre e non potesse mettersi in contatto con
me, mi sentirei tremendamente in colpa.
Corro in ufficio a telefonarle, ma lei non risponde. Il manoscritto che inizio a leggere è
irritante già nelle prime cinque pagine. Lo sfoglio e vedo che all’ultima pagina c’è un: «Sì,
lo voglio». Sospiro. Sono stufa di leggere sempre la solita storia: ragazzo e ragazza si
conoscono, si innamorano, sorge un problema, lo risolvono, si sposano, fanno figli, fine.
Butto il manoscritto nel cestino.
Ho bisogno di una storia realistica, con problemi reali, litigi e rotture. Nella vita vera, le
persone si fanno del male a vicenda, e permettono che venga fatto loro del male… me
compresa, naturalmente. Solo ora me ne rendo conto.
Vedo Christian passare davanti al mio ufficio e mi alzo per raggiungerlo. Ripeto tra me
il discorsetto che devo fargli a proposito di Seattle. Spero che Hardin non mi metta i
bastoni tra le ruote.
«Mr Vance?» dico bussando alla sua porta.
«Tessa? Entra pure.»
«Scusa il disturbo… hai un minuto?» gli chiedo, e lui mi fa cenno di sedermi. «Mi
domandavo se ci fosse una possibilità di trasferirmi a Seattle. Spero non sia troppo tardi.
Ci terrei davvero, Trevor me ne ha parlato e penso che sia un’ottima occasione per me…»
Christian scoppia a ridere e alza le mani per fermarmi. «Davvero ci vuoi andare?»
Sorride. «Seattle è molto diversa da qui», spiega, e dal tono che usa ho la sensazione che
non sia convinto.
«Sì, sono sicurissima. Vorrei proprio andarci…» Vero?
«E Hardin? Verrebbe con te?» domanda allentandosi il nodo della cravatta.
Devo confidargli che Hardin non vuole venire a Seattle? Che il suo ruolo nel mio futuro
è incerto, e che è testardo e paranoico? Nell’incertezza, mi limito a rispondere: «Ne
stiamo ancora parlando».
Vance mi guarda negli occhi. «Mi piacerebbe molto portarti a Seattle con noi.» Dopo
un attimo di esitazione, aggiunge: «Anche Hardin. Può venire pure lui, magari gli offrirò il
suo vecchio impiego. Sempre che riesca a tenere la bocca chiusa», ride.
«Davvero?»
«Ma certo. Dovevi parlarmene prima.» Si toglie la cravatta e la posa sulla scrivania.
«Grazie mille!»
«Quando pensi che sarai pronta per trasferirti? Io, Kim e Trevor partiamo tra un paio di
settimane, ma tu puoi raggiungerci quando vuoi. Dovrai cambiare università, e ti aiuterò
per quanto posso.»
«Due settimane dovrebbero bastare», dico prima di poterci riflettere troppo.
«Fantastico. Kim sarà felicissima.» Sorride e sposta lo sguardo sulla foto di Kimberly e
Smith che tiene sulla scrivania.
«Grazie ancora. Questo trasferimento significa molto per me», gli confesso prima di
uscire dal suo ufficio. Seattle. Due settimane. Tra due settimane andrò a vivere a Seattle.
Sono pronta.
Vero?
Certo che sì, erano anni che aspettavo questo momento. Solo che non immaginavo
arrivasse tanto in fretta.
110
Tessa
ASPETTO fuori dall’appartamento di Zed, sperando che si sbrighi. Ho davvero bisogno di
parlargli, e mi ha detto che stava tornando dal lavoro. Quando lo vedo scendere dal pickup, in jeans neri e maglietta rossa senza maniche, la sua bellezza mi distoglie per un
attimo da ciò che sono venuta a dirgli.
«Tessa!» esclama con un gran sorriso. Mi invita a entrare in casa, prepara un caffè e
mi fa strada in salotto.
«Zed, devo parlarti, credo. Ma prima voglio dirti un’altra cosa.»
Incrocia le mani dietro la testa e si appoggia allo schienale del divano. «A proposito
della festa?»
«C’eri anche tu?» gli chiedo sedendomi davanti a lui.
«Sì, ci ho fatto un salto, ma me ne sono andato quando sono arrivate le
spogliarelliste.»
Resto senza fiato. «Spogliarelliste?» ripeto con voce stridula. Poso il caffè sul tavolino
per non rovesciarmelo addosso.
«Sì, erano tutti ubriachi, e poi sono arrivate le spogliarelliste. Non è il mio genere di
festa, quindi me ne sono andato.»
Mentre io stavo preparando una torta di compleanno per Hardin, lui si ubriacava con
delle spogliarelliste?
«È successo qualcos’altro alla festa?» domando per riportare l’argomento sul piano
iniziale. Ma non riesco a togliermi dalla testa le spogliarelliste. Come ha potuto darmi
buca per una cosa del genere?
«Non proprio, era una festa normale. Hai parlato con Hardin?» mi domanda guardando
la lattina che ha in mano.
«No, io…» Non voglio ammettere che mi ha bidonata.
«Cosa?»
«Aveva promesso di venire a casa ma poi non l’ha fatto.»
«Che bastardo.»
«Già, e sai qual è la cosa peggiore? Che ci siamo divertiti molto al nostro
appuntamento, ed ero convinta che volesse iniziare a darmi la priorità…»
«…E invece è andato a una festa anziché venire da te.»
«Già…» Non so cos’altro dire.
«Penso che questo dimostri chiaramente che tipo di persona è, e che non cambierà. Te
ne rendi conto?»
Sarà davvero così? «Sì, ne sono consapevole. Vorrei solo che me l’avesse detto, invece
di lasciarmi seduta lì per ore ad aspettarlo.»
«Non credo che dovresti parlarne con lui. Se gli importasse qualcosa di te sarebbe
venuto.»
«Lo so, ma questo è il problema principale nella nostra storia. Non parliamo, saltiamo
ognuno alle proprie conclusioni. E poi litighiamo, e uno dei due se ne va.»
Sono sicura che Zed desidera solo aiutarmi, ma ho bisogno che Hardin mi spieghi
chiaramente perché restare a una festa con delle spogliarelliste era più importante che
venire da me.
«Avevo capito che non aveste più una storia, voi due.»
«Be’, sì… cioè, no, ma… Non so neppure come definirla.» Sono mentalmente esausta,
e la presenza di Zed certe volte mi confonde ancora di più.
«La scelta spetta a te. Vorrei solo che tu non sprecassi altro tempo con lui.» Sospira e
si alza dal divano.
«Già», mormoro. Controllo il telefono ma non trovo messaggi di Hardin.
«Hai fame?» mi chiede Zed dalla cucina. Sento la lattina vuota cadere nel cestino.
111
Hardin
QUESTO appartamento è così dannatamente vuoto.
Non ce la faccio a stare qui senza di lei. Mi mancano le sue gambe appoggiate sulle
mie ginocchia quando studia, e le occhiate che le mando di nascosto fingendo di lavorare.
Mi manca il modo odioso con cui picchietta la penna sul mio braccio fino a quando gliela
strappo di mano e gliela suono in testa, e il modo in cui alza gli occhi al cielo, seccata,
anche se so che quello è solo un pretesto per avere la mia attenzione. Quel suo
arrampicarsi sulle mie gambe per recuperare l’oggetto perso, che ogni volta portava
sempre alla stessa conclusione.
«Merda», dico a me stesso, mettendo giù la cartelletta. Sto tentando di lavorare, ma
oggi non ho combinato niente. E neanche ieri. A dire il vero sono due settimane che non
riesco a lavorare.
Sono ancora arrabbiato con lei perché ieri sera non ha risposto al telefono, ma più di
ogni altra cosa voglio vederla. Sarà sicuramente a casa di mio padre: potrei andarci
direttamente. Se la chiamo potrebbe non rispondere, quindi tanto vale presentarmi di
persona.
Sì, dovrei lasciarle spazio… ma al diavolo lo spazio. Non sta funzionando per me, e
spero non funzioni nemmeno per lei.
Quando arrivo a casa di mio padre sono quasi le sette, e la macchina di Tessa non c’è.
Ma che cazzo?…
Sarà in giro per negozi, o in biblioteca con Landon. Ma poi vedo Landon seduto sul
divano con un libro sulle gambe. Fantastico.
«Dov’è lei?» gli chiedo entrando in salotto.
Sto per sedermi accanto a lui, ma sarebbe troppo strano, così decido di restare in
piedi.
«Non lo so, oggi non l’ho ancora vista», risponde Landon senza quasi alzare lo sguardo
dal libro.
«Hai parlato con lei?»
«No.»
«Perché no?»
«Perché dovrei? Non tutti la pediniamo come maniaci.» Sorride.
«Vaffanculo», sbuffo.
«Non so dove sia, davvero.»
«Be’, la aspetterò qui.» Vado a sedermi al bancone della cucina. Solo perché ora
Landon mi sta un po’ più simpatico di prima, non vuol dire che abbia voglia di stare a
guardarlo mentre fa i compiti.
Su un piatto davanti a me c’è un ammasso informe di cioccolata con due candeline che
compongono il numero 13. Sarebbe la torta di compleanno di qualcuno?
«Di chi cazzo è questa torta?» grido. Non riesco a leggere il nome scritto con la glassa.
«È la tua cazzo di torta», risponde sarcastica Karen. Non mi ero accorto che fosse in
cucina.
«Mia? Ma c’è scritto tredici.»
«Erano le uniche candeline che avessi in casa, e Tessa le ha trovate divertenti.» Ha
una voce strana, per caso è arrabbiata?
«Tessa? Non capisco.»
«Ti ha fatto questa torta di compleanno ieri sera, mentre aspettava che tu venissi
qui», mi spiega in tono secco, poi ricomincia a farcire il pollo.
«Non sono venuto.»
«Lo so, ma lei ti aspettava.»
Guardo la torta e mi sento un cretino. Perché mi ha fatto una torta e non mi ha
neppure chiesto di venire? Non capirò mai quella ragazza. La immagino ridere delle
candeline sbagliate, leccare via la cioccolata dal cucchiaio, accigliarsi per la
concentrazione mentre scrive il mio nome con la glassa.
Mi ha fatto una torta, porca puttana, e io sono andato a quella festa. Potrei essere più
stronzo di così? «Dov’è ora?» chiedo a Karen.
«Non ne ho idea, non so se torna per cena.»
«Posso restare? Per cena…»
«Certo che puoi, non hai bisogno di chiedere.» Mi sorride.
È davvero una persona buona: probabilmente pensa che sono un bastardo, eppure mi
sorride e mi invita a cena.
È quasi ora di mangiare e io sono un fascio di nervi. Guardo continuamente dalla
finestra, medito di chiamarla mille volte finché mi risponde. Sto impazzendo.
Mio padre e Landon stanno parlando di baseball, e vorrei che la piantassero.
Dove diavolo è finita?
Proprio mentre sto tirando fuori il telefono, sento aprirsi la porta di casa. Scatto in
piedi, e tutti mi fissano.
«Che c’è?» sbotto.
Il sollievo mi travolge quando la vedo entrare carica di libri.
Appena mi vede, alcuni le cadono, e io corro a raccoglierli.
«Grazie.» Riprende i libri che le restituisco e si avvia alle scale.
«Dove vai?» le chiedo.
«A mettere via la roba…»
Per una volta voglio provare a scoprire che problema c’è senza gridare né insultarla.
«Scendi per cena?»
«Sì», risponde senza voltarsi.
Mi mordo la lingua e torno in sala da pranzo.
«Scende tra un minuto», annuncio. Giurerei di aver visto Karen sorridere, ma quando la
guardo non sorride più.
Pochi minuti dopo – che a me sono sembrati ore – Tessa viene a sedersi a tavola
accanto a me. Spero che sia un buon segno.
Ben presto però capisco che non lo è, perché non mi rivolge la parola e quasi non tocca
cibo.
«Ho compilato tutti i moduli per la NYU, ancora non ci credo», dice Landon, e sua
madre sorride orgogliosa.
Quando la conversazione si sposta sullo sport, ne approfitto per rivolgermi a Tessa.
«Ho visto quella torta… non sapevo…» bisbiglio.
«Non parliamone adesso, per favore», mi ferma indicando gli altri.
«Dopo cena?» domando, e lei annuisce.
Appena finiamo di mangiare, sorprendentemente è lei a farsi avanti: «Possiamo
parlare?» mi chiede alzandosi.
«Sì, certo.» La seguo al piano di sopra e nella sua stanza. Non capisco se è sul punto di
urlarmi contro o di piangere, quando chiude la porta alle mie spalle. Decido perciò di
parlare per primo. «Ho visto la torta…»
«Ah, l’hai vista?» Il suo tono è apparentemente disinteressato. Va a sedersi sul letto.
«Sì… è stato gentile… da parte tua.»
«Già…»
«Mi dispiace di essere andato alla festa anziché chiederti di passare del tempo
insieme.»
Chiude gli occhi per qualche istante e fa un respiro profondo. Li riapre, e in tono
monocorde dice: «Okay».
Il modo in cui guarda fuori dalla finestra, senza tradire alcuna emozione, mi dà i
brividi. Sembra che qualcuno le abbia risucchiato via la vita…
Sì, qualcuno.
E quel qualcuno sono io.
«Mi dispiace davvero. Non pensavo che volessi vedermi, hai detto che avevi da fare.»
«Come ti è venuto in mente? Ti ho aspettato, hai scritto che saresti arrivato dopo
mezz’ora», ribatte, sempre in quel tono gelido che mi fa accapponare la pelle.
«Cosa stai dicendo?»
«Hai detto che saresti venuto e non sei venuto. È molto semplice», ripete
pacatamente. Preferirei di gran lunga che mi urlasse in faccia.
«Non ho detto che sarei venuto. Ti ho chiesto se volevi accompagnarmi alla festa e ti
ho persino scritto e telefonato, ieri sera, ma tu non hai risposto.»
«Wow. Dovevi essere molto ubriaco.»
Mi piazzo davanti a lei, ma Tessa non mi guarda. Fissa il vuoto davanti a sé. È una
scena inquietante. Sono abituato alla sua passione, alla sua testardaggine, alle sue
lacrime… ma non a questo.
«Ma che dici? Ti ho chiamata…»
«Sì, a mezzanotte.»
«So benissimo di non essere intelligente quanto te, ma a questo punto sono davvero
confuso.»
«Perché hai cambiato idea? Perché non sei venuto?»
«Non sapevo di dover venire. Ti ho mandato un messaggio con scritto ciao, ma tu non
hai mai risposto.»
«Sì che ho risposto, e tu mi hai riscritto. Hai detto che non ti stavi divertendo e mi hai
chiesto se potevi venire qui.»
«No… non ho fatto niente del genere.» Era ubriaca lei, per caso?
«Sì che l’hai fatto.» Mi sventola il telefono davanti alla faccia e io lo prendo.
Noiosa. Posso venire da te?
Sì, tra quanto arrivi?
Mezz’ora.
«Non li ho scritti io, questi messaggi.» Cerco di ricostruire gli eventi della serata. Lei
non apre bocca, si guarda le unghie. «Tessa, se io avessi pensato per un solo istante che
tu mi stavi aspettando, sarei venuto da te.»
«Sul serio mi stai dicendo che non mi hai scritto, quando ti ho appena mostrato le
prove?» domanda con un sorriso sarcastico.
Ho bisogno che mi gridi in faccia: almeno così saprò che gliene importa qualcosa. «Non
l’ho appena detto?»
Tace per un po’, poi continua: «Chi è stato, allora?»
«Non lo so… merda, non so chi… Zed! Ecco chi è stato, cazzo… È stato Zed.» Quel
pezzo di merda mi ha restituito il telefono che avevo lasciato sul divano: evidentemente
ha scritto a Tessa dal mio cellulare, in modo che lei aspettasse il mio arrivo.
«Zed? Davvero stai cercando di scaricare la colpa su di lui?»
«Sì! È proprio quello che sto facendo! Si è seduto sul divano dopo che c’ero stato io, e
poi mi ha restituito il telefono. So che è stato lui, Tessa.»
La vedo confusa, e capisco che per un istante mi crede, ma poi dice: «Non lo so…»
Sembra parlare più con se stessa che con me.
«Non ti direi che sto arrivando se non ho intenzione di arrivare, Tess. Mi sto sforzando
così tanto di dimostrarti che posso cambiare… Non ti farei una cosa del genere, non più.
Quella festa era una noia mortale, sono stato malissimo senza di te…»
«Ah, davvero?» sbotta alzandosi dal letto.
Eccoci.
«Stavi malissimo, nonostante le spogliarelliste?» grida.
Merda. «Sì! Non sono neppure rimasto, dopo che sono arrivate loro! Aspetta… Come
fai a sapere delle spogliarelliste?»
«Fa differenza?»
«Sì! Fa differenza, eccome! È stato lui, vero? È stato Zed! Ti sta riempiendo la testa di
stronzate per metterti contro di me!» grido. Lo sapevo, cazzo, lo sapevo che stava
architettando qualcosa, ma non immaginavo che potesse scendere così in basso. Le ha
scritto dal mio telefono e poi ha cancellato i messaggi. È davvero tanto stupido da
credere di potermi intralciare? Adesso vado da lui e…
«Non è vero!» strilla lei.
Porca puttana. «Okay, allora adesso chiamiamo il tuo caro Zed e glielo chiediamo.»
Prendo di nuovo il suo telefono e cerco il nome… e lo trovo nella rubrica dei preferiti. Ho
voglia di sbattere il cellulare contro il muro.
«Non chiamarlo», sibila lei, ma non la ascolto.
Zed non risponde. Ovviamente.
«Cos’altro ti ha detto?» Sono accecato dalla rabbia.
«Niente», mente lei.
«Sei una pessima bugiarda, Tessa. Cos’altro ti ha detto?»
Se ne sta a braccia conserte e mi fulmina con lo sguardo. Aspetto la sua risposta.
«Allora?» insisto.
«Che tu eri a casa di Jace la sera in cui io ero a casa sua.»
La rabbia rischia di prendere il sopravvento sulla razionalità. «Lo vuoi sapere chi è che
frequenta Jace, Tess? Quello stronzo di Zed, ecco chi! Sono sempre appiccicati. Sono
andato lì per chiedere a Jace di voi due, dato che all’improvviso hai deciso di mettere su
casa con lui!»
«Mettere su casa? Ma che dici? Sono rimasta a dormire da lui quelle poche volte
perché mi sta simpatico ed è sempre dolce e gentile, diversamente da te!»
Volevo che gridasse, e ora grida anche troppo. Ma è meglio così, piuttosto che quando
si chiude in quel mutismo indifferente. «Non è dolce e gentile, Tessa! Come fai a non
capirlo? Vuole solo portarti a letto, nient’altro. Non illuderti che…» Mi interrompo. «No,
non pensavo quest’ultima cosa che ti ho detto.»
«Certo.» Mi guarda male.
È assurdo che stiamo litigando per Zed. Che stronzata. L’avevo avvisata di stare
lontana da lui, ma testarda com’è non mi ha dato retta.
Almeno ha ammesso di non voler mettere su casa con lui, dopo le poche volte che…
Volte? Come volte?
«Quante volte sei rimasta a dormire da lui?» le chiedo sperando di aver capito male.
«Lo sai già.» Si sta arrabbiando di più ogni secondo che passa, e anch’io.
«Possiamo provare a parlarne con calma? Perché sono a tanto così dal perdere la
pazienza, e non ci guadagnerebbe nessuno», la avverto.
«Ci ho provato, ma tu…»
«Sta’ zitta per due secondi e ascoltami!»
Incredibilmente, lei sta zitta.
Non so da dove cominciare, perché non mi aspettavo che mi ascoltasse davvero.
Mi piazzo davanti a lei, ma resto in piedi. Mi guarda con un’espressione indecifrabile.
«Grazie.» Faccio un sospiro di sollievo, ma anche di frustrazione. «Okay… È successo
un casino enorme. In pratica tu pensavi che ti avessi chiesto se potevo venire da te, e
che ti abbia dato buca. Ma ormai dovresti sapere che non farei mai una cosa del genere.»
«Sicuro?»
In effetti… «Hai ragione. Ma sta’ zitta.» Mi guarda storto, ma proseguo: «La festa
faceva schifo, e non ci sarei neppure andato se tu non fossi stata d’accordo. Non ho
bevuto… be’, ho dato un sorso, ma solo uno. Non ho parlato con nessuna ragazza, ho
detto due parole in tutto a Molly, e di sicuro non sono rimasto a guardare le
spogliarelliste. Perché avrei dovuto, quando ho te?»
Il suo sguardo si addolcisce un po’: non sembra più volermi sbranare. È già qualcosa.
«D’altronde non sei mia, adesso… però sto cercando di riconquistarti. Non voglio
nessun’altra. E soprattutto, non voglio che tu voglia un altro. Non so perché dovresti
correre da Zed, in ogni caso. Lo so che è gentile e dolce e bla, bla, bla. Ma ti racconta un
mucchio di cazzate.»
«Non sai cosa mi ha scritto, e comunque sono contenta di essere venuta a sapere delle
spogliarelliste.»
«Te l’avrei detto, se tu avessi risposto quando ti ho chiamata. Non avevo idea di cosa
stesse succedendo. Non sapevo che tu mi avessi preparato una torta, non sapevo che mi
aspettassi. È già difficile farti capire che mi sto sforzando, senza che debba mettersi in
mezzo lui a riempirti la testa di strane idee.»
Lei rimane in silenzio.
«Allora, Tessa, come procediamo da qui in avanti? Ho bisogno di saperlo, perché tutto
questo tira e molla mi fa ammattire, e non ne posso più di lasciarti spazio.» Mi metto in
ginocchio davanti a lei e la guardo negli occhi, aspettando una risposta.
112
Tessa
NON so cosa rispondergli, a questo punto. Non so cosa fare.
So che dice la verità sulla questione dei messaggi, ma non penso che Zed mi farebbe
una cosa del genere. Avevo appena finito di raccontargli tutto l’accaduto, e lui è stato così
buono e comprensivo.
Ma ora davanti a me c’è Hardin.
Parla a voce bassa, lentamente, ma con insistenza: «Puoi darmi una risposta?»
«Non lo so, sono stanca anch’io.»
«Ma io non ti ho fatto niente: stavamo benissimo fino a ieri, e niente di quello che è
successo è colpa mia. Lo so che è sempre colpa mia, ma stavolta no. Mi dispiace di non
aver passato il mio compleanno con te. Avrei dovuto. Mi dispiace.»
Si posa le mani sulle cosce e resta inginocchiato davanti a me, non più in
atteggiamento di supplica ma di attesa.
Se è sincero, se è vero che non ha scritto lui quei messaggi – e gli credo – allora è
tutto un malinteso e nulla più.
«Quando finirà, però? Ne ho abbastanza. Mi sono divertita molto quando siamo usciti
insieme, ma poi non hai voluto nemmeno restare fino al mattino.» Mi dà fastidio che se
ne sia andato in quel modo, ma finora non me n’ero resa conto fino in fondo.
«Non sono rimasto perché… secondo Landon… sì, mi sono consultato anche con lui…
insomma, sto cercando di lasciarti spazio. Come puoi vedere non ci sto riuscendo. Ma ho
pensato che se ti avessi lasciata un po’ per conto tuo, avresti avuto tempo per riflettere.
Ti avrei semplificato le cose.»
«Non me le hai semplificate, ma la questione non riguarda solo me. Riguarda anche
te.»
«Eh?»
«Insomma, sarai stanco pure tu, immagino.»
«E chi se ne frega di me? Voglio solo che tu stia bene, e che capisca quanto mi sto
sforzando.»
«Lo capisco. E a me importa di te.»
«E allora cosa stiamo facendo, Tessa? Stiamo di nuovo insieme? O almeno abbiamo
imboccato quella strada?» Fa per posarmi una mano sulla guancia, mi guarda come a
chiedere il permesso. Lo lascio fare.
«Perché siamo così pazzi?» bisbiglio.
«Io non sono pazzo. Tu sì, però.» Sorride.
«Tu sei più pazzo di me.»
Sono ancora arrabbiata con lui, ma mi manca. Sento la mancanza dell’intimità che
c’era tra noi. Mi manca il modo in cui i suoi occhi cambiano espressione quando mi
guarda.
Devo ammettere le mie colpe e il mio ruolo in tutto questo guaio. Sono testarda, e
penso sempre il peggio di lui, anche se so che ci sta provando con tutto se stesso. Non
sono pronta a tornare con lui, ma non ho motivo di arrabbiarmi per ieri sera. O almeno
spero di non averne.
Non so cosa pensare, ma in questo momento non mi va di pensare.
«No», bisbiglia lui, le labbra a un centimetro dalle mie.
«Sì.»
«Sta’ zitta.» Con estrema cautela, mi sfiora le labbra con le sue, tenendomi per le
guance.
La sua lingua passa sulle mie labbra e io resto senza fiato. Socchiudo la bocca per
prendere aria, ma non ce n’è: non c’è ossigeno, non c’è niente, c’è soltanto lui. Lo tiro per
la maglietta per farlo alzare in piedi, ma lui resta in ginocchio e continua a baciarmi
lentamente. Scendo dal letto e mi inginocchio a terra davanti a lui. Gli getto le braccia al
collo, lui mi abbraccia. Cerco di farlo sdraiare per montargli sopra, ma non si muove di un
millimetro.
«Cosa c’è?» gli chiedo.
«Niente, ma non voglio esagerare.»
«Perché no?»
«Perché dobbiamo parlare; non possiamo andare a letto senza aver risolto niente.»
Cosa? «Ma non siamo a letto, siamo sul pavimento.» Sembro disperata.
«Tessa…» Mi respinge di nuovo.
Mi arrendo. Mi alzo e torno a sedermi sul letto.
Lui mi guarda attonito. «Sto solo cercando di fare la cosa giusta, okay? Voglio scoparti,
credimi, non sai quanto lo voglio. Ma…»
«Va bene, va bene, non parliamone più.»
Non volevo necessariamente fare sesso con lui. Volevo solo stargli vicina.
«Tess.»
«Basta, okay? Ho capito.»
«No, mi sembra chiaro che non hai capito», mi contraddice alzandosi in piedi.
«Non risolveremo mai questo problema, vero? Sarà sempre così tra noi. Avanti e
indietro, tira e molla. Tu mi vuoi, ma quando io voglio te mi respingi.» Mi sforzo di non
piangere.
«No, non è vero…»
«A me pare di sì. Cosa vuoi? Vuoi farmi credere che puoi cambiare per me, ma poi?»
«Poi cosa?»
«Poi cosa succede?»
«Non lo so… non siamo ancora arrivati a quel punto. Voglio continuare a portarti a
cena fuori e farti ridere anziché piangere. Voglio che tu mi ami ancora.» Ha gli occhi lucidi
e batte rapidamente le palpebre.
«Ma io ti amo, ti amerò sempre», lo rassicuro. «Però non basta, Hardin. L’amore non
vince su tutto, come vorrebbero farci credere i romanzi. Ci sono sempre tante
complicazioni, più forti del mio amore per te.»
«Lo so. Le cose sono complicate. Ma non lo saranno per sempre. Non riusciamo ad
andare d’accordo neppure per un giorno, litighiamo e ci teniamo il muso come due
bambini, ci facciamo i dispetti e diciamo le cose sbagliate. Ma possiamo trovare una
soluzione.»
Non so quali prospettive abbiamo. Sono contenta che stiamo parlando in modo più o
meno civile di tutto quello che è successo, ma non devo dimenticare che lui non
sosterrebbe la mia decisione di trasferirmi a Seattle.
Stavo per confessarglielo, ma ho paura che se lo informo andrà di nuovo a parlare con
Christian, e riuscirà solo a complicare le cose ancora di più.
Se davvero riusciamo a far funzionare la nostra storia, non avrà importanza che io abiti
qui o a due ore di macchina da qui. Mia madre mi ha insegnato che non devo permettere
a un uomo di decidere del mio futuro, per quanto possa essere innamorata di lui.
So perfettamente cosa succederà: lui andrà su tutte le furie e si precipiterà da
Christian, o da Zed. Più probabilmente da Zed.
«Se fingo che le ultime ventiquattr’ore non siano mai esistite, tu mi prometti una
cosa?» gli dico.
«Quello che vuoi», risponde senza esitare.
«Non fargli del male.»
«A Zed?» chiede, e nella sua voce percepisco la rabbia.
«Sì, a Zed.»
«No, merda. Questo non te lo prometto.»
«Hai detto…»
«No, non cominciare. Ci ha creato un mucchio di problemi, non può passarla liscia.
Cazzo, no.» Si mette a camminare avanti e indietro.
«Non hai nessuna prova che sia stato lui, Hardin, e prenderlo a botte non risolverà
niente. Lascia che ci parli io, e…»
«No, Tessa! Ti ho già detto che non voglio vederti con lui. Non te lo ripeterò un’altra
volta», ringhia.
«Non hai il diritto di decidere con chi posso parlare e con chi no.»
«Di quali altre prove hai bisogno? Non ti basta che ti abbia scritto dal mio telefono?»
«Non era lui! Non farebbe mai una cosa del genere.» O almeno penso di no. Perché
dovrebbe?
Glielo chiederò in ogni caso, ma non riesco a credere che sia possibile.
«Sei la persona più ingenua che io abbia mai conosciuto. E mi fai imbestialire.»
«Possiamo smetterla di litigare, per favore?» Mi prendo la testa tra le mani.
«Promettimi che starai lontana da lui.»
«Promettimi che non lo prenderai più a botte.»
«Stai lontana da lui se io non lo prendo a botte?»
Non vorrei cedere, ma non voglio neanche che Hardin lo aggredisca. Mi è venuto mal
di testa. «Sì.»
«Quando dico che devi stare lontana da lui, intendo nessun contatto. Niente messaggi,
niente visite al dipartimento di scienze ambientali, niente di niente.»
«Come facevi a sapere che sono andata lì?» Mi ha vista? Nella serra, con i fiori
fosforescenti?
«Nate mi ha detto di averti vista.»
«Ah.»
«C’è altro che devo sapere, a proposito di Zed? Perché quando finiamo questa
conversazione, non voglio sentire un’altra parola sul suo conto.»
«No», mento.
«Sicura?»
Non voglio confessarlo, ma devo. Non posso aspettarmi la sincerità da lui se non sono
sincera io per prima.
Chiudo gli occhi. «L’ho baciato», bisbiglio, sperando che non mi senta. Ma quando
rovescia a terra i libri che sono sulla scrivania, deduco che abbia sentito.
113
Tessa
ANCORA seduta sul letto, riapro gli occhi e guardo Hardin: sembra che non si ricordi
nemmeno più che esisto. Continua a fissare i libri che ha gettato a terra e stringe i pugni,
con le braccia lungo i fianchi.
Lo ripeto, per riscuoterlo da quella trance: «L’ho baciato, Hardin».
Si batte i pugni sulla fronte. «Io… tu… perché?» borbotta.
«Pensavo che ti fossi dimenticato di me… che non mi volessi più, e lui era lì, e…» Sono
ingiusta e lo so. Ma non saprei cos’altro dire.
«Smettila con queste cazzate! Smettila di dire che lui era lì! Se lo dici un’altra volta…»
«Okay! Scusa, Hardin, mi dispiace tanto. Ero così ferita e confusa, e lui mi diceva tutte
le cose che avrei tanto voluto sentirmi dire da te…»
«Cioè cosa?»
Non voglio ripetergli le parole di Zed. «Hardin…» Abbraccio un cuscino.
«Dimmelo», mi ordina in tono perentorio.
«Mi ha solo detto cosa sarebbe successo se avesse vinto lui la scommessa, se fossimo
usciti insieme io e lui.»
«E com’è stato?»
«Cosa?»
«Com’è stato ascoltare quelle stronzate? È questo che vuoi? Vuoi stare con lui e non
con me?» È evidente che trattiene a stento la rabbia.
«No, non lo voglio.» Mi alzo dal letto e con cautela faccio un passo verso di lui.
«Ferma. Non ti avvicinare.» Quelle parole mi raggelano. Mi blocco. «Cos’altro hai fatto
con lui? L’hai scopato? Gli hai succhiato il cazzo?»
«Oddio, no! Lo sai benissimo. Non so come mi sia venuto in mente di baciarlo. Sono
stata stupida, stavo malissimo perché tu mi avevi abbandonata.»
«Abbandonata? Sei stata tu a lasciarmi, cazzo, e ora scopro che andavi in giro a farti
tutto il campus come una puttana!»
Mi viene da piangere, ma capisco che debba essere ferito e arrabbiato. «Non intendevo
dire questo. Non insultarmi.» Stringo lo schienale della sedia.
Hardin mi volta le spalle, lasciandomi sola con i miei sensi di colpa. Non riesco a
immaginare come mi sentirei se lui mi avesse fatto una cosa del genere nel periodo più
brutto della mia vita. Mentre baciavo Zed non mi sono chiesta come si sarebbe sentito
Hardin. Ho dato per scontato che lui stesse facendo la stessa cosa.
Non ho intenzione di provocarlo ancora, perché so che fatica a contenere la rabbia.
«Vuoi che ti lasci da solo per un po’?» gli chiedo con un filo di voce.
«Sì.»
Non mi aspettavo che rispondesse di sì, ma faccio come preferisce ed esco dalla
stanza. Lui non si volta a guardarmi.
Mi appoggio alla parete in corridoio. È assurdo, ma preferirei sentirlo gridare, preferirei
che mi sbattesse contro il muro e mi intimasse di spiegargli perché l’ho fatto.
Forse è questo che non va in noi: siamo troppo passionali, troppo irruenti nei litigi. Ma
è anche vero che abbiamo fatto molta strada dall’inizio della nostra storia. I romanzi che
ho letto mi hanno spinto a credere che i litigi siano una battuta d’arresto passeggera, e
che basti chiedere scusa per risolvere qualsiasi problema in pochi minuti. I romanzi
mentono. Forse è per questo che mi piace tanto rileggere Cime tempestose e Orgoglio e
pregiudizio: sono due storie incredibilmente romantiche, ma rivelano la verità che si
nasconde dietro le promesse d’amore eterno e incondizionato.
Tutti commettono errori, anche la ragazzina ingenua che di solito è vittima
dell’indifferenza e della rabbia di un ragazzo. Nessuno è davvero innocente a questo
mondo; nessuno. E quelli che si credono perfetti sono i peggiori.
Sento un tonfo al di là della porta, poi un altro, e un altro ancora. Hardin sta
distruggendo la stanza. Me l’aspettavo. Dovrei fermarlo prima che spacchi altre cose che
appartengono a suo padre, ma francamente ho paura di entrare lì dentro. Non temo che
mi faccia del male, ma ho timore delle parole che mi direbbe, finché è in questo stato.
Tuttavia non devo avere paura: sono in grado di gestire la situazione.
«Merda!» lo sento gridare, e mi decido a entrare nella stanza. Per fortuna Ken, Karen e
Landon sono andati a prendere un gelato, ma a questo punto preferirei che ci fosse
qualcuno in casa, per aiutarmi a calmarlo.
Hardin ha in mano un pezzo di legno, e ai suoi piedi c’è una sedia rovesciata: le ha
staccato una gamba. Quando mi vede, una scintilla di rabbia passa nei suoi occhi e
sbotta: «Togliti dal cazzo».
Inspiro a fondo e lascio che le sue parole mi scivolino addosso. «Non ti lascio da solo.»
«Lo farai invece, se sai cos’è meglio per te», minaccia.
Faccio qualche passo verso di lui, che cerca di arretrare ma si ritrova addossato alla
parete.
«Non mi farai del male.»
«Non puoi saperlo, l’ho fatto altre volte.»
«Non di proposito. Non riusciresti a perdonartelo se lo facessi. Questo lo so.»
«Tu non sai niente!»
«Parlami», dico in tono calmo. Lui chiude gli occhi e li riapre, e io ho il cuore in gola.
«Non ho niente da dirti, non ti voglio», dice con affanno.
«Sì che mi vuoi.»
«No, Tessa. Non ti voglio. Non voglio più avere niente a che fare con te. Può averti lui,
se ti vuole.»
Mi sforzo di non farmi ferire dalle sue parole e replico: «Ma io non lo voglio».
«È evidente che lo vuoi.»
«No, voglio solo te.»
«Stronzate!» Sbatte la mano contro il muro. «Vattene, Tess.»
«No.»
«Non hai niente di meglio da fare? Va’ a cercare Zed. Va’ a scopartelo, per quanto me
ne importa. E io farò lo stesso, credimi, Tessa. Uscirò da questa casa e andrò a scoparmi
tutte quelle che vedo.»
Mi vengono le lacrime agli occhi, ma lui non ci bada. «Parli così solo perché sei
arrabbiato.»
Si guarda intorno in cerca di qualcos’altro da spaccare. Non è rimasto molto. Per
fortuna ha rotto quasi solo roba mia: la bacheca che avevo comprato per la ricerca di
biologia di Landon… la valigia con i libri è stata svuotata e i romanzi sono sparsi sul
tappeto. Ha tirato via dall’armadio alcuni vestiti e naturalmente ha rotto la sedia.
«Non voglio neanche guardarti in faccia. Vattene», ordina in tono brusco ma a voce più
bassa di prima.
«Mi dispiace di averlo baciato, Hardin. So che ti ho fatto soffrire, e mi dispiace.»
Lui mi osserva in silenzio. Mi asciuga le lacrime dalle guance e io sobbalzo.
«Non avere paura», bisbiglia.
«Non ne ho.»
«Non so se riuscirò a superare anche questa.»
Non avevo mai immaginato che Hardin potesse lasciare me per un tradimento. Quel
ragazzo che ho baciato a Capodanno… sapevo che Hardin non mi avrebbe serbato
rancore a lungo. Ma stavolta si tratta di Zed, e la loro amicizia si era già incrinata a causa
mia; si sono presi a botte, e so che Hardin non sopporta il pensiero che io rivolga la
parola a Zed.
«Non piangere», mi dice posando la mano sulla mia guancia.
«Mi dispiace», ripeto, e in un sussurro domando: «Mi ami ancora?»
So che mi ama, ma ho un bisogno disperato di sentirglielo dire.
«Certo che ti amo, ti amerò sempre.»
È bellissimo sentirglielo pronunciare con il respiro affannato ma la voce calma e
pacata: mi vengono in mente le onde che si infrangono sulla spiaggia senza fare rumore.
«Quando saprai cosa vuoi fare?» gli chiedo, ma ho paura della risposta.
Sospira e posa la fronte sulla mia; il ritmo dei suoi respiri rallenta. «Non lo so; in ogni
caso non so stare senza di te.»
«Neanch’io», bisbiglio.
«Vieni qui.» Mi prende per le braccia e mi attira a sé, facendomi appoggiare la testa al
suo petto.
È una sensazione meravigliosa: come tornare a casa dopo un lungo viaggio.
«Non ti avvicinerai più a lui», mi dice affondando il viso tra i miei capelli.
«Lo so», confermo senza riflettere.
«Non vuol dire che ti ho perdonata, ma solo che mi manchi.»
«Lo so.»
«Non puoi andare in giro a baciare chi ti pare ogni volta che ti arrabbi. Non lo
sopporto. Se lo facessi io, tu non lo sopporteresti.»
Sollevo la testa dal suo petto. Mi rivolge uno sguardo ostile, ma il modo in cui schiude
leggermente le labbra mi fa capire che non mi fermerà se cerco di baciarlo. Infatti sospira
e si lascia baciare: mi stringe più forte, fa scendere le mani sui miei fianchi.
Le mie lacrime si mescolano ai suoi respiri affannosi in una combinazione irresistibile di
amore e desiderio. Lo amo mille volte più di quanto lo desideri, ma le due cose si
rafforzano a vicenda.
Inizio a tirarlo verso il letto, lui tenta di protestare ma poi si arrende e comincia a
baciarmi sul collo. Raggiungiamo il letto e ci fermiamo per guardarci.
Non voglio parlare, né voglio che lo faccia lui, rischiando di rovinare tutto: quindi mi
tolgo la maglietta e inizio a spogliare lui. Hardin si sfila la t-shirt da solo mentre io gli
slaccio la cintura e i jeans.
Ci sdraiamo sul letto, lui sopra di me. Lo sento già duro e sollevo i fianchi per andargli
incontro, per strusciarmi contro di lui. Con un mugolio, si tira giù i boxer, e io lo afferro
subito e inizio ad accarezzarlo. Poi mi sporgo a passargli la lingua sulla punta del sesso, e
dopo ricomincio con la mano.
«Ti amo», gli ricordo.
Con un movimento brusco mi tira giù il reggiseno.
«Ti amo», dice. «Sei sicura di volerlo fare? Con tutto quello che è successo, e ora non
stiamo neanche insieme…»
«Per favore.»
Mi bacia sul petto e mi slaccia il reggiseno. Le sue dita sono fredde sulla mia pelle
accaldata, ma la sua lingua è calda e vorace sui miei capezzoli, e i suoi denti mi sfiorano
la pelle.
114
Hardin
MI basta vederla spogliarsi e sono già pronto ad affondare dentro di lei. So che non
abbiamo ancora risolto i nostri problemi, ma abbiamo bisogno di farlo.
Mi tolgo i jeans e torno sul letto da lei, la ragazza che mi ha fatto andare fuori di testa,
che mi ha rubato il corpo e l’anima. Ma non li rivoglio indietro: ormai sono suoi. Io sono
suo.
Mi stacco dalle sue splendide tette per il tempo necessario a prendere un preservativo
dal comò. Lei si sdraia e allarga le gambe.
«Voglio poterti vedere», le dico.
Ha l’aria confusa, quindi la prendo delicatamente per le braccia e la faccio sdraiare
sopra di me. È così bello sentire il suo peso addosso: mi sembra che sia stata creata
apposta per me.
Divarica le gambe e si struscia sul mio sesso. Se continua così impazzirò.
Le accarezzo il clitoride, lei ansima e mi posa una mano sulla nuca. Scende su di me e
tratteniamo entrambi il fiato nell’istante in cui la penetro. Quanto mi è mancata…
«È così bello riempirti», mormoro guardandola abbandonarsi al piacere e muovere i
fianchi descrivendo piccoli circoli. È così bella, così maledettamente sexy. Non avevo mai
visto niente e nessuno come lei. Il suo seno prosperoso dondola al ritmo delle spinte.
Adoro guardarla mentre mi cavalca.
Sta diventando sempre più brava a stare sopra. Ricordo ancora la prima volta che ci ha
provato: non se l’è cavata male, ma era troppo nervosa. Adesso invece ha il pieno
controllo della situazione, si sente a suo agio nel suo corpo, e questo mi rende felice.
Sollevo i fianchi dal letto per andarle incontro, e lei mugola.
«È bello, vero, piccola? Sei fantastica», la incoraggio.
La tiro per un braccio per farla sdraiare sopra di me, perché voglio baciarla. Adoro il
modo in cui continua a mugolare mentre la bacio.
«Dimmi cosa senti», le chiedo, e intanto la afferro per i glutei per spingermi più a
fondo dentro di lei.
«È bello… è così bello, Hardin.» Si appoggia con le mani sul mio petto.
«Più veloce, piccola.» Le stringo forte un seno e vedo che le piace.
Ma pochi istanti dopo si blocca e mi guarda.
«Cosa succede?»
«Niente… l’ho sentito… più in fondo. Riesco a sentirti più in fondo.» Arrossisce, sembra
meravigliata.
«È un bene o un male?» domando ravviandole i capelli dietro l’orecchio.
«Oh, è un bene», mormora.
L’ho scopata un’infinità di volte e ancora non sa nulla del sesso, a parte i pompini. In
quelli è bravissima.
Le faccio muovere di nuovo i fianchi per tentare di ritrovare quel punto, quello che la
spingerà a gridare il mio nome nel giro di pochi secondi. Tessa affonda le unghie nel mio
petto e capisco che ho trovato il punto giusto. Si copre la bocca con una mano e si morde
il palmo per non gridare, mentre io accelero il ritmo delle spinte.
«Ti faccio venire così», ansimo.
È troppo perfetta. Stringe gli occhi e rallenta i movimenti.
«Stai per venire, vero? Stai per venire per me, piccola?»
«Hardin…»
Il mio nome, mugolato in quel modo, è la risposta perfetta. Sento che contrae i
muscoli intorno a me. È fantastico. Rallento di nuovo il ritmo, ma sto attento ad affondare
completamente in lei con ogni spinta.
So quanto le piace sentire la mia voce mentre la scopo, e infatti soffoca un grido nella
mano quando esclamo: «Tessa», ed esplodo nel preservativo.
«Hardin…» ansima, e posa la testa sul mio petto.
«Piccola», dico. Lei mi guarda con un sorriso appagato.
Passo una mano tra i suoi capelli biondi e spettinati. Sono ancora arrabbiato con lei, e
con Zed, ma la amo e sto tentando di cambiare per lei. Non posso negare che la
comunicazione tra noi sia migliorata un sacco.
Si arrabbierà con me almeno un’altra volta, per colpa di Zed. Ma lui deve capire che è
mia, e che se la tocca di nuovo è morto.
115
Tessa
RESTO appoggiata sul petto di Hardin per riprendere fiato. Il post non è imbarazzante
quanto temevo. Mi mancava tantissimo questa intimità con lui; forse non è stata una
grande idea fare l’amore così presto, prima di aver preso una decisione; ma in questo
momento, mentre le sue dita mi accarezzano la schiena, mi sembra di aver fatto bene.
Siamo andati a letto insieme molte volte, ma questa è stata una delle più belle. Così
intensa, sincera e piena di desiderio, anzi di bisogno reciproco.
Poco fa Hardin è stato colto da un impeto di rabbia, ma ora ha gli occhi chiusi e sulle
sue labbra c’è un accenno di sorriso.
«So che mi stai fissando, e devo andare a pisciare», dice. Mi prende per i fianchi, mi
solleva e mi fa stendere accanto a lui.
Si sistema i capelli all’indietro e raccoglie i vestiti dal pavimento. Esce dalla stanza a
torso nudo. Ha lasciato a terra la maglietta, e per abitudine mi chino a raccoglierla; ma
poi la lascio ricadere. Non voglio farlo arrabbiare, quindi per ora mi rimetterò i miei
vestiti.
Sono quasi le otto, perciò metto un paio di pantaloni della tuta e una maglietta a mo’
di pigiama. Per terra ci sono ancora le macerie della sua sfuriata, e mi sento in dovere di
rimettere tutto a posto. Raccolgo i miei vestiti e li ripongo nei cassetti. Hardin torna
mentre sto ridisponendo i libri nella valigia.
Ha in mano un bicchiere d’acqua e un muffin, e mi chiede: «Cosa fai?»
«Metto in ordine.» Ho un po’ paura che si arrabbi di nuovo, perciò non so come
comportarmi.
«Okay… ti aiuto», si offre. Posa il bicchiere e il muffin sul comò e inizia a raccogliere la
sedia rotta. Lavoriamo in silenzio finché la stanza riacquista l’aspetto normale. Hardin
mette la valigia nell’armadio.
Non so se devo parlare per prima e in ogni caso sono incerta su cosa dire; so che è
ancora arrabbiato, però continua a guardarmi…
Tira fuori dall’armadio una piccola borsa e una scatola, e domanda: «Cos’è questa
roba?»
«Niente», mi affretto a dire, correndo a toglierglieli di mano.
«Sono per me?» chiede incuriosito.
116
Hardin
«NO», risponde, ma so che è una bugia. Alzo la scatola sopra la testa per impedirle di
prenderla.
«Su questo bigliettino c’è scritto il mio nome», le faccio notare.
Perché è così imbarazzata?
«È solo… be’, ti avevo comprato dei regali, ma ora mi sembrano così stupidi… Non devi
aprirli per forza.»
«Li voglio aprire», dico andando a sedermi sul letto. Non avrei dovuto rompere quella
orribile sedia.
Lei sospira e resta dall’altra parte della stanza mentre scarto il regalo. Mi infastidisce
che abbia usato tutto questo nastro adesivo per una sola scatola, ma devo ammettere
che sono un po’… emozionato.
Non proprio emozionato, ma contento. Non ricordo l’ultima volta che ho ricevuto un
regalo di compleanno, persino da mia madre. Fin da piccolo ho sempre detto a tutti che
detestavo i compleanni, ed ero così stronzo con mia madre, ogni volta che mi comprava
qualche pensierino ridicolo, che prima dei sedici anni ha smesso di farmene.
Quando finalmente riesco ad aprire la scatola, scopro che contiene diversi oggetti.
Innanzitutto una vecchia copia di Orgoglio e pregiudizio. Appena la tiro fuori, però,
Tessa viene a strapparmela dalle mani.
«Questo è stupido… ignoralo e basta.»
«Perché? Ridammelo!» protesto alzandomi in piedi.
Capisce subito che non può vincere la battaglia, perciò mi restituisce il libro.
Sfogliandolo vedo che è pieno di frasi evidenziate in giallo.
«Ti ricordi quando mi hai raccontato che sottolineavi Tolstoj con l’evidenziatore?» mi
chiede paonazza.
«Sì», rispondo aspettando il resto della spiegazione.
«Be’, lo facevo anch’io, con Jane Austen…»
«Davvero?» Apro il libro a caso e trovo una pagina quasi interamente gialla.
«Sì. Soprattutto con questo libro. Non sei obbligato a rileggerlo, pensavo solo… Sono
una frana con i regali, lo so.»
Non è vero. Mi piacerebbe scoprire quali passi del suo romanzo preferito la fanno
pensare a me. È il regalo più bello che potesse farmi. Sono le cose più semplici quelle che
mi lasciano sperare che ce la faremo: il fatto che io e lei facevamo le stesse cose,
leggevamo Jane Austen, anche prima di conoscerci.
«Non sei una frana», le dico, e torno a sedermi sul letto, mettendo il libro sotto la
coscia per evitare che se lo riprenda. Tiro fuori un altro oggetto dalla scatola e
sghignazzo.
«A cosa serve questo?» È un raccoglitore per fogli, in pelle.
«Per il lavoro… quello che usi si sta rompendo, ed è così disorganizzato… Questo è
diviso in scomparti per ogni settimana… o per argomento, puoi decidere tu.» Sorride.
È un regalo spiritoso, perché lei inorridisce ogni volta che infilo i fogli nel vecchio
raccoglitore. Non le ho mai permesso di metterlo in ordine, e so che questo la fa
diventare matta. Ma non voglio che veda cosa c’è dentro.
«Grazie», dico ridendo.
«Non era proprio un regalo di compleanno. Te l’ho comprato un po’ di tempo fa e
volevo buttare via quello vecchio, ma non ho mai trovato l’occasione giusta», ammette
con un sorriso.
«Perché me lo porto sempre dietro. Avevo intuito le tue intenzioni», la canzono. Mi
resta da aprire il sacchetto, e anche stavolta il contenuto mi strappa una risata.
È un biglietto, e c’è scritto kickboxing.
«È un buono per una settimana di kickboxing nella palestra vicino al nostro… al tuo
appartamento.» Sorride orgogliosa.
«E perché dovrebbe interessarmi la kickboxing, secondo te?»
«Lo sai perché.»
Per sfogare un po’ di rabbia, ovviamente. «Non l’ho mai fatto.»
«Potrebbe essere divertente.»
«Non quanto dare pugni qualcuno senza imbottiture», ribatto, e lei si rabbuia.
«Scherzavo», mi affretto ad aggiungere. Vedo che nel sacchetto c’è anche un cd. Vorrei
prenderla in giro per aver comprato un cd quando potevo facilmente scaricare l’album.
Scommetto che è il secondo album dei Fray.
E scommetto che lei lo conosce già a memoria, e sarà felicissima di spiegarmi il
significato di ogni canzone mentre lo ascoltiamo in macchina.
117
Tessa
«RESTI con me stanotte?» mi chiede Hardin.
Quando si toglie la maglietta, la afferro e la stringo al petto. Lui mi guarda mentre mi
cambio ma rimane in silenzio. Sono ancora più confusa del solito riguardo alla nostra
storia. Non so chi abbia il coltello dalla parte del manico. Prima ero arrabbiata con lui per
avermi dato buca al suo compleanno, ma ora mi sono convinta che non sia stata colpa
sua, quindi sono tornata a pensarla come qualche giorno fa, quando era dolce e mi
portava a pattinare sul ghiaccio.
Da parte sua, lui si è arrabbiato con me per Zed, ma ora sembra essergli passata.
Forse gli mancavo così tanto che la nostalgia ha avuto il sopravvento sulla rabbia… Non lo
so; meglio non indagare troppo. Vorrei però che mi lasciasse parlare di Seattle. Come
reagirà? Sarà contento per me? Penso di no: anzi, sono sicura che non lo sarà.
«Vieni qui.» Mi stringe a sé e ci sdraiamo sul letto.
«Com’è stato rivedere tua madre?» gli chiedo mentre facciamo zapping.
Non risponde: alzo lo sguardo su di lui e vedo che si è addormentato.
Mi sveglio accaldata. Hardin è sdraiato sopra di me con quasi tutto il peso, e ha la
testa sul mio petto. Mi era mancata questa sensazione. Guardo l’orologio, sono le sette e
venti: la mia sveglia suonerà tra dieci minuti. Non voglio svegliarlo, sembra così sereno.
Di solito ha i lineamenti contratti anche quando dorme.
Nel tentativo di spostarlo senza che si svegli, sollevo il suo braccio da sopra di me.
Lui mugola e mi stringe più forte. «Che ore sono?»
«Quasi le sette e mezzo.»
«Accidenti. Possiamo saltare le lezioni?»
«Io no, ma tu sì.» Gli accarezzo la testa.
«Potremmo andare a fare colazione da qualche parte?»
«Sei molto convincente, ma no.» Lo vorrei tanto, ma proprio non posso. «Hai dormito
bene?»
«Benissimo. Non dormivo così da quando…» Lascia la frase in sospeso.
All’improvviso mi sento molto felice. «Mi fa piacere.»
«Posso dirti una cosa?» mugugna, con la voce ancora arrochita dal sonno.
«Certo», rispondo accarezzandogli i capelli.
«Quando ero in Inghilterra, da mia madre, ho fatto un sogno… be’, un incubo.»
Oh, no. Sapevo che i suoi incubi erano tornati, ma fa male sentirglielo dire. «Mi
dispiace che gli incubi siano ricominciati.»
«No, Tess, non sono solo ricominciati. Erano peggio di prima.» Il suo corpo è scosso da
un brivido, ma il viso resta impassibile.
«Peggio?» domando incredula.
«Eri tu. Loro… lo facevano a te.»
«Oh», mormoro, e sono agghiacciata.
«Sì, era… tremendo. Peggio di prima, perché agli incubi su mia madre c’ero abituato.
Ho praticamente smesso di dormire: restavo sveglio di proposito, per non vedere quelle
cose. L’idea che qualcuno ti faccia del male mi fa andare fuori di testa.»
«Mi dispiace tanto.» Ho le lacrime agli occhi.
«Non compatirmi.»
«Non ti compatisco, è solo che non voglio che tu soffra.»
«Sai che non permetterei mai a nessuno di farti del male, vero?» Mi guarda negli occhi.
«Sì, Hardin, lo so.»
«Anche adesso, anche se non torneremo quelli di prima, ammazzerei chiunque ci
provasse.»
«Lo so.» Gli sorrido, perché non voglio sembrare allarmata dalle sue minacce: vuole
solo proteggermi.
«È stato bello dormire in pace», prosegue lui, in tono più leggero.
Annuisco, e parlo d’altro: «Dove vuoi andare per colazione?»
«Hai detto di no, che…»
«Ho cambiato idea. Ho fame.»
Visto che è stato così sincero con me a proposito degli incubi, voglio passare la
mattinata con lui: chissà che la linea di comunicazione rimanga aperta… Prima dovevo
lottare per strappargli la più insignificante delle informazioni, ma stavolta mi ha fatto una
confessione di sua spontanea volontà, e questo vuol dire tantissimo per me.
«La mia triste storia ti ha persuasa tanto facilmente?»
«Non dire così.»
«Perché no?»
«Perché non è vero. Non ho cambiato idea per le cose che mi hai confidato, ma perché
hai deciso di aprirti con me. E in questo non c’è niente di triste.»
«Vabbe’. Resti con me tutto il giorno, o solo per colazione?»
«Solo per colazione. Non posso saltare tutte le lezioni.»
«Okay.»
«Devo legarmi i capelli e lavarmi i denti, poi sono pronta», dico mentre finisco di
vestirmi.
Al piano di sotto troviamo Karen e Landon che chiacchierano e mangiano cereali in
cucina.
Landon mi sorride; non sembra troppo sorpreso di vedermi con Hardin. E neanche
Karen. Anzi, ha l’aria… contenta. Non riesco a capirlo, perché si è portata la tazza di caffè
alle labbra per nascondere il sorriso.
«Oggi accompagno io Tessa all’università», dice Hardin a Landon.
«Okay.»
«Pronta?» mi chiede, e io annuisco.
«Ci vediamo a religione», riesco ad avvisare Landon prima che Hardin mi trascini via.
«Che fretta c’è?» gli chiedo quando siamo fuori casa.
«Nessuna, ma vi conosco, voi due: se cominciate a parlare non usciamo più, e se c’è di
mezzo anche Karen rischio di morire di fame.» Mi apre la portiera della macchina, e io
sorrido perché un po’ ha ragione.
Arrivati al locale, scopriamo che c’è da aspettare quindici minuti per un tavolo. «Okay»,
faccio alla cameriera, e nello stesso istante Hardin esclama: «Perché?»
«C’è molta gente e al momento non abbiamo tavoli liberi», spiega lei. Hardin la guarda
male e io lo trascino a sedere su una panchina all’ingresso.
«È bello rivederti», commento.
«Cosa intendi?»
«Che non hai perso la vena polemica, dopotutto.»
«Quando ti è sembrato che l’avessi persa?»
«Non lo so, quando siamo usciti insieme, e un po’ anche ieri sera.»
«Ho distrutto la stanza e ti ho insultata», mi ricorda.
«Lo so, era una battuta.»
«Be’, la prossima volta fanne una migliore», replica, però accenna un sorriso.
Quando finalmente ci sediamo al tavolo, viene da noi un cameriere con la barba un po’
troppo lunga. Dopo che se n’è andato con la nostra ordinazione, Hardin giura che se trova
un pelo nel piatto farà una strage. «Dovevo solo dimostrarti che ho ancora la vena
polemica», dice strappandomi una risata.
Sono contenta che stia tentando di essere un po’ più gentile, ma mi piace anche la sua
strafottenza, e il disinteresse per il giudizio degli altri. Vorrei che mi trasmettesse un po’
di queste qualità.
«Perché non salti tutte le lezioni di oggi?» mi propone cominciando a mangiare.
«Perché…» inizio. Be’, sai, perché devo trasferirmi in un’altra università nel bel mezzo
del semestre e non voglio complicare le cose perdendo crediti formativi.
«Non voglio rovinarmi la media», butto lì.
«Siamo al college, nessuno va a lezione», mi ripete per la centesima volta da quando
lo conosco.
«Non muori dalla voglia di andare a yoga?» lo canzono.
«No, niente affatto.»
Finiamo la colazione e ci avviamo al campus, ancora di buonumore. Il telefono di
Hardin vibra sul cruscotto, ma lui lo ignora. Vorrei rispondere al posto suo, ma sta filando
tutto così liscio tra di noi… Al terzo squillo decido di farmi avanti. «Non rispondi?»
«No, entrerà la segreteria. Tanto sarà mia madre. Ecco, vedi, ha lasciato un messaggio
vocale. Puoi ascoltarlo, per favore?»
Spinta dalla curiosità, prendo il telefono.
«Vivavoce», precisa lui.
«Hai sette nuovi messaggi», annuncia la voce metallica mentre Hardin parcheggia.
Sbuffa. «Ecco perché non li ascolto mai.»
Premo il pulsante. «Hardin… Hardin, sono Tessa. Io…» Cerco di spegnere, ma lui mi
strappa il telefono di mano.
Oddio…
«Be’, devo parlarti. Sono in macchina, e mi sento così confusa…» La mia voce è
isterica.
Vorrei sotterrarmi. «Spegni, per favore», lo scongiuro, ma lui sposta il telefono
nell’altra mano per sottrarlo alla mia portata.
«Perché non ci hai neppure provato? Mi hai lasciata andar via, ed eccomi qua, a
piangere nella tua segreteria. Sono patetica. Devo sapere cosa ne è stato di noi. Perché
stavolta è diverso, perché non abbiamo lottato? Perché non hai lottato per me? Merito la
felicità, Hardin.»
Mi guardo le mani e sto zitta. È umiliante: mi ero quasi dimenticata di quel messaggio,
e ora vorrei che lui non l’avesse sentito.
«Quando l’hai lasciato?»
«Mentre tu eri via.»
Sospira. «Perché ti sentivi confusa?»
«Non penso che tu ne voglia parlare», dico mordendomi il labbro.
«Sì, che voglio.» Si slaccia la cintura di sicurezza e si gira verso di me.
Cerco le parole giuste. «Quell’orribile messaggio risale alla sera… alla sera in cui l’ho
baciato.»
«Ah.» Si gira di nuovo in avanti.
La colazione era andata così bene, e il mio stupido messaggio ha rovinato tutto. Ma
non è colpa mia: in quel momento ero sconvolta.
«Prima o dopo che lo hai baciato?»
«Dopo.»
«Quante volte lo hai baciato?»
«Una.»
«Dove?»
«Nella mia macchina.»
«E poi? Cos’hai fatto dopo avermi lasciato questo messaggio?»
«Sono tornata a casa sua.» Hardin appoggia la fronte sul volante. «Io…» continuo.
Alza un dito per zittirmi. «Cos’è successo a casa sua?»
«Niente. Ho pianto e abbiamo guardato la televisione.»
«È una bugia.»
«No. Ho dormito sul divano. L’unica volta che ho dormito in camera sua è stato quando
sei arrivato tu. Non c’è stato altro che un bacio tra noi, e qualche giorno fa siamo andati a
pranzo insieme, lui ha provato a baciarmi ma io l’ho respinto.»
«Ha provato a baciarti… di nuovo?»
Merda. «Sì, ma sa cosa provo per te. Mi dispiace tanto, anche solo di aver passato del
tempo con lui. Non ho giustificazioni né scuse, però mi dispiace.»
«Ti ricordi cos’hai promesso, vero? Che starai lontana da lui…»
«Sì, mi ricordo.» Non mi piace sentirmi dire chi posso e non posso avere come amico,
ma devo ammettere che a parti invertite mi aspetterei lo stesso da lui, e ultimamente ci
siamo trovati spesso a parti invertite.
«Ora che conosco i dettagli, non parliamone più, va bene? Sul serio… non voglio più
sentire il suo nome.» Mi accorgo che sta cercando di rimanere calmo.
«Okay», concedo, e gli prendo la mano. Neanch’io voglio parlarne più; abbiamo già
detto tutto quello che c’era da dire sull’argomento. È un sollievo essere io la causa del
problema, per una volta, perché Hardin non ha certo bisogno di altri motivi per
disprezzare se stesso.
«Sarà meglio che andiamo a lezione», conclude.
Sentendo il suo tono freddo mi si stringe il cuore, ma resto in silenzio. Hardin mi
accompagna al dipartimento di filosofia. Mi guardo intorno ma non vedo Landon;
dev’essere già entrato.
«Grazie per la colazione», dico mentre Hardin mi porge la borsa.
«Di niente.»
Accenno un sorriso e mi giro per andarmene, ma lui mi stringe il braccio e la sua bocca
si posa sulla mia.
«Ci vediamo dopo la lezione. Ti amo.» E mi lascia lì, ansimante e felice.
118
Hardin
ASCOLTO il messaggio per la quinta volta mentre cammino nel campus. La voce di Tessa è
così angosciata, così sconvolta. Mi dà un piacere perverso ascoltare quella voce rotta dal
pianto. Volevo sapere se anche lei avesse sofferto quanto me, e ora ho la prova. L’ho
perdonata molto in fretta per aver baciato quell’idiota, ma cos’altro potevo fare? Non so
stare senza di lei, e io per primo ne ho combinate tante.
Comunque la colpa è di Zed. Sapeva benissimo che Tessa era vulnerabile, l’ha vista
piangere e disperarsi… e poi la bacia, qualche giorno dopo che lei mi ha lasciato? Che
bastardo…
Si è approfittato della mia Tessa: non può passarla liscia.
«Dov’è Zed Evans?» chiedo a una ragazza bionda e minuta, seduta fuori dal
dipartimento di scienze ambientali.
«Nell’aula di botanica, numero 218», risponde impacciata.
Raggiungo l’aula e apro la porta, senza riflettere sulla promessa che ho fatto a Tessa.
Non l’avrei mantenuta comunque, ma dopo aver sentito quel messaggio…
L’aula è ingombra di piante, disposte in file ordinate. Che razza di gente si occupa di
questa merda per lavoro?
«Cosa ci fai qui?» lo sento dire prima ancora di vederlo.
È in piedi vicino a un grosso scatolone. Faccio un passo verso di lui. «Sai esattamente
che ci faccio qui.»
«No, scusa, non lo so», ribatte con un sorrisetto sarcastico. «Lo studio della botanica
non richiede poteri telepatici.»
Si prende gioco di me… Con quegli stupidi occhialoni sulla testa, poi. «Hai anche il
coraggio di fare lo spiritoso?»
«Ma che problema hai?»
«Tessa.»
«Non faccio lo spiritoso, tutt’altro. Sei tu quello che la tratta di merda, quindi non
arrabbiarti se poi viene a rifugiarsi da me.»
«Sei davvero così stupido da pensare di potermi rubare ciò che mi appartiene?»
«Lei non è tua», precisa venendo verso di me. «Non ti appartiene.»
Mi avvento su di lui, lo prendo per il collo e lo scaravento contro una barriera metallica.
Sento uno schiocco sordo e deduco di avergli rotto il naso. Lui si divincola e alza la testa
gridando: «Mi hai spaccato il naso, cazzo!» Devo ammettere che non mi aspettavo di
vedere così tanto sangue.
«Ti avevo avvertito di starle lontano, te l’ho ripetuto per mesi: e tu che fai? La baci,
porca puttana, e la fai dormire nel tuo letto?»
Si copre il naso con una mano imbrattata di sangue. «E io ti ho già detto che non me
ne frega un cazzo dei tuoi avvertimenti», ringhia facendo un passo verso di me. «Mi hai
rotto il naso!» grida di nuovo.
Tessa mi ammazzerà.
Dovrei andarmene subito. Avrei voglia di pestarlo ancora, ma lei si infurierà.
«Tu mi hai fatto di peggio, continui a importunare la mia ragazza!» sbraito.
«Non è la tua ragazza, e non ho ancora neppure iniziato a importunarla.»
«Mi stai minacciando?»
«A te cosa sembra?»
Faccio un altro passo avanti, ma lui mi coglie alla sprovvista passando all’attacco. Mi
molla un pugno al mento e io barcollo all’indietro, andando a sbattere contro una cassa di
legno piena di piante. La cassa si rovescia e io schivo per un pelo un secondo pugno.
«Pensavi che fossi un cacasotto, eh?» Mi rivolge un sorriso pazzoide, i suoi denti sono
coperti di sangue e lui continua ad avanzare verso di me. «Ti credevi un duro, vero?»
Sputa sangue sulle mattonelle bianche del pavimento.
Lo afferro per il camice da laboratorio, lo scaravento contro un’altra fila di piante, e
cadiamo entrambi a terra. Gli monto sopra per immobilizzarlo. Lui alza un braccio, ma
quando capisco cosa sta per succedere è troppo tardi: il vaso di coccio si è già infranto
contro la mia tempia.
Batto rapidamente le palpebre per riacquistare la vista. Sono più forte di lui, ma lui è
più veloce di quanto pensassi.
Ma non mi lascerò sconfiggere.
«Tanto me la sono già scopata», boccheggia mentre lo prendo per i capelli e gli sbatto
la testa per terra. Ormai non me ne frega più niente se lo ammazzo.
«Non è vero!» sbraito.
«Sì invece! Ed era… bella stretta.»
Gli mollo un altro pugno, e sto per torcergli il naso rotto quando lui mi afferra per le
braccia e cerca di sollevarmi. «Non la toccherai più con un dito», scandisco afferrandolo
per la gola. «Se pensi di potermela portare via, ti sbagli di grosso.»
Stringo più forte. Lui diventa paonazzo, tenta di parlare ma non ci riesce. Sta
soffocando.
«Che succede qui?» grida una voce maschile alle mie spalle.
Quando mi volto per vedere chi è, Zed tenta di stringermi le mani al collo. Povero
illuso. Mi basta un altro pugno in faccia per farlo star buono.
Qualcuno mi prende per il braccio ma mi divincolo. «Chiamate la sicurezza!» esclama
la voce. Mi alzo subito, liberando Zed.
Merda. «No, non chiamate nessuno», dico.
«Cosa succede? Fuori di qui! Aspettate nell’altra stanza!» ordina l’uomo di mezz’età,
ma io non mi muovo. Immagino sia un professore. Cazzo.
«È venuto qui e mi ha aggredito», comincia Zed, poi scoppia a piangere. A piangere!
Si alza in piedi tenendosi il naso con una mano. Ha il volto coperto di sangue, il camice
pure, e non sorride più.
Con tono autoritario l’uomo mi addita e ordina: «Resta fermo con la schiena al muro
finché arriva la polizia! Non muoverti di un centimetro!»
Porca puttana. La polizia del campus. Sono nella merda fino al collo. Perché sono
venuto qui? Avevo promesso di stare lontano da lui.
Ora che ho infranto un’altra promessa, lei infrangerà le sue?
119
Tessa
POSO la penna sul foglio con l’intenzione di scrivere di mia nonna, e di come ha dedicato
la sua vita alla religione cristiana. Invece, non so perché, l’inchiostro nero traccia il nome
di Hardin.
«Miss Young?» Il tono del professor Soto è gentile, ma parla a voce abbastanza alta
per farsi sentire da tutta la prima fila.
«Sì?» Alzo lo sguardo e vedo Ken. Cosa ci fa qui?
«Tessa, devi venire con me», dice.
«Cosa succede?» interviene Landon mentre io mi alzo e raccolgo le mie cose.
«Ne parliamo fuori», risponde Ken con voce incerta.
«Vengo anch’io», annuncia Landon alzandosi a sua volta.
Il professor Soto chiede a Ken se per lui va bene.
«Sì, è mio figlio.»
«Ah, mi scusi», replica il professore imbarazzato. «Non lo sapevo. E lei è sua figlia?»
«No», fa laconico Ken. Sembra molto agitato, e io comincio a preoccuparmi.
«Hardin?…» inizio a chiedere, ma Ken mi conduce in silenzio fuori dalla porta, e
Landon ci segue.
«Hardin è stato arrestato», ci comunica appena usciamo dall’aula.
Mi manca il respiro. «Cosa?!»
«È stato arrestato in seguito a una rissa, e per aver danneggiato oggetti di proprietà
dell’ateneo.»
«Oddio», è l’unico commento di cui sono capace.
«Quando? Come?» chiede Landon.
«Venti minuti fa. Sto cercando di non far uscire la questione dalle mura del campus,
ma lui non mi sta aiutando.» Ken attraversa la strada e io devo quasi correre per tenermi
al passo.
Hardin, arrestato? Mio Dio, come ha fatto a farsi arrestare? Con chi ha fatto a botte?
Ma conosco già la risposta.
Perché non è riuscito a mantenere la calma, per una volta? Sta bene? Andrà in
prigione? In una prigione vera? E Zed sta bene?
Ken apre la macchina e saliamo tutti e tre.
«Dove andiamo?» domanda Landon.
«All’ufficio della sicurezza.»
«Lui sta bene?» mi informo.
«Ha un taglio sulla guancia e uno sull’orecchio, o almeno così ho sentito.»
«Non l’hai visto?» chiede Landon.
«No. Ha una crisi di nervi, quindi ho pensato fosse meglio venire direttamente a
prendere Tessa.»
«Sì, buona idea», commenta Landon, e io resto in silenzio.
È ferito in faccia? Spero non gli faccia troppo male. È assurdo… Avrei dovuto accettare
di passare tutta la giornata con lui. Così adesso non saremmo neppure al campus.
Cinque minuti dopo Ken ferma la macchina davanti al piccolo edificio di mattoni che
ospita la sicurezza. Parcheggia in divieto di sosta, ma immagino che trattandosi del
rettore non sia un problema.
Corriamo dentro e mi guardo intorno in cerca di Hardin.
Prima di vederlo, lo sento. «Non me ne frega un cazzo, sei solo un imbecille con un
distintivo finto! Sei una guardia giurata, stronzo di merda!»
Svolto in corridoio, da dove proviene la voce, e Ken e Landon mi seguono.
Vedo un capannello di persone… e Hardin che cammina avanti e indietro in una piccola
cella. Porca miseria. Ha i polsi ammanettati dietro la schiena.
«Andate affanculo, tutti!» grida.
«Hardin!» tuona suo padre, dietro di me.
Hardin mi vede e rimane un attimo interdetto. Ha un brutto taglio sotto lo zigomo e i
capelli imbrattati di sangue.
«Sto cercando di limitare i danni, e tu non mi aiuti!» sbotta Ken rivolto al figlio.
«Mi hanno chiuso in gabbia come un animale, cazzo! Chiama qualcuno e tirami fuori di
qui!» protesta Hardin cercando di togliersi le manette.
«Smettila», lo rimprovero.
Cambia immediatamente atteggiamento, si calma un po’, ma la rabbia rimane.
«Tessa, non dovresti essere qui. Chi è il coglione che l’ha portata qui?» sibila guardando il
padre e Landon.
«Hardin, finiscila. Tuo padre sta cercando di aiutarti. Devi calmarti.» Non riesco a
credere che sia in manette, dietro le sbarre di una cella. Ma d’altra parte è così che
funziona il mondo reale. Se aggredisci qualcuno, all’università o in qualsiasi altro posto, ti
arrestano.
Mi guarda negli occhi, e immagino che veda il dolore che provo per lui adesso. Spero
sia per questo che finalmente si arrende con un: «Okay».
«Grazie, Tessa», dice Ken. Poi continua: «Hardin, dammi qualche minuto per vedere
cosa posso fare. Nel frattempo smettila di gridare: peggiori soltanto le cose».
Landon guarda me, poi Hardin, quindi segue Ken in corridoio. Odio questo posto: è
tutto bianco e nero, angusto, e puzza di candeggina.
Gli agenti della sicurezza seduti dietro il bancone stanno parlando tra di loro, o almeno
fingono di farlo perché hanno visto arrivare il rettore.
«Cos’è successo?» chiedo a Hardin.
«La sicurezza del campus mi ha arrestato», sbuffa.
«Stai bene?»
«Io? Sì, sto benissimo. Non è grave quanto sembra.» In effetti ha ragione: le ferite
sono superficiali. Ma i graffi sulle braccia si confondono con i tatuaggi: è uno spettacolo
inquietante.
«Sei arrabbiata con me?» La voce è mille volte più bassa di poco fa, quando sbraitava
contro gli agenti.
«Non lo so», rispondo sinceramente.
Certo che sono arrabbiata con lui, perché so chi ha picchiato… non è difficile
immaginarlo. Ma sono anche preoccupata per lui, e voglio sapere come ha fatto a
cacciarsi in questo guaio.
«Non sono riuscito a fermarmi», ammette, come se questo giustificasse le sue azioni.
«Ti avevo avvertito che non sarei venuta a trovarti in prigione, ricordi?» sospiro
guardandomi intorno.
«Questa non conta, non è una vera prigione.»
«A me sembra vera», commento picchiettando le dita contro le sbarre di ferro.
«Ma no, è solo uno stupido gabbiotto temporaneo, finché decidono di chiamare la
polizia vera», dice a voce abbastanza alta per farsi sentire dai due agenti.
«Piantala. Non è uno scherzo, Hardin. Potresti essere nei guai fino al collo.»
Mi guarda esasperato.
È questo il suo problema: non ha ancora capito che le sue azioni hanno delle
conseguenze.
120
Tessa
«CHI ha iniziato?» chiedo sforzandomi di non saltare a conclusioni affrettate come faccio
di solito.
Hardin cerca di guardarmi negli occhi, ma distolgo lo sguardo.
«Sono andato a cercarlo dopo averti accompagnata a lezione», risponde.
«Mi avevi promesso che lo avresti lasciato in pace.»
«Lo so.»
«E allora perché non hai mantenuto la promessa?»
«Lui mi ha provocato, ha detto che ti ha scopata.» Mi fissa disperato, sconvolto. «Non
mi hai mentito su questo, vero?»
«Non ti risponderò di nuovo. Ti ho già detto che tra me e lui non è successo niente, e
ora hai il coraggio di chiedermelo ancora, e mentre sei in una cella!» esclamo frustrata.
Mi guarda in cagnesco e va a sedersi sulla panchina di metallo della cella. Ora mi sta
davvero facendo arrabbiare.
«Perché sei andato a cercarlo? Voglio saperlo.»
«Perché gli serviva una lezione, Tessa. Deve stare lontano da te. Sono stufo dei suoi
giochetti del cazzo, e deve capire che non ha speranze con te. L’ho fatto per te!»
Incrocio le braccia. «Come ti sentiresti se fossi andata io da lui, oggi, dopo averti
promesso che non l’avrei fatto? Pensavo che ci stessimo impegnando entrambi per far
funzionare la nostra storia, invece tu mi hai mentito spudoratamente. Sapevi che non
avresti mantenuto la promessa, vero?»
«Sì, lo sapevo, va bene? Ma ormai non importa più», sbuffa come un bambino.
«Importa a me, Hardin. Continui a cacciarti nei guai quando non è necessario.»
«È assolutamente necessario.»
«Dov’è Zed adesso? È in prigione anche lui?»
«Questa non è una prigione.»
«Hardin…»
«Non so dove sia, e non me ne frega niente, e neanche a te deve fregare. Tanto non
puoi più vederlo.»
«Smettila! Piantala di dirmi cosa posso fare e cosa no! Mi stai facendo incazzare sul
serio.»
«Ora dici le parolacce?» ghigna divertito.
Cosa ci trova di divertente? Non c’è niente di divertente. Mi allontano da lui e il suo
sorriso svanisce.
«Tessa, torna qui.»
Mi volto. «Vado a cercare tuo padre per sentire cosa succede.»
«Digli di sbrigarsi.»
Me ne vado infuriata. Pensa di passarla liscia solo perché suo padre è il rettore, e
sinceramente spero anch’io che vada così. Ma è sconcertante la leggerezza con cui
affronta il tutto.
«Che cazzo guardi?» lo sento dire a un agente. Mi massaggio le tempie.
Trovo Ken e Landon in compagnia di un uomo più anziano con i capelli grigi e i baffi.
Porta la cravatta e pantaloni eleganti, e ha l’aria di una persona importante. Quando
Landon mi vede in corridoio viene verso di me.
«Chi è quello?» gli chiedo sottovoce.
«È il vicerettore», risponde in tono preoccupato.
«Che succede? Cosa si stanno dicendo?»
«Be’… non si mette bene. Il laboratorio in cui si trovava Zed è stato gravemente
danneggiato: si parla di danni per migliaia di dollari. E Zed ha il naso rotto e una
commozione cerebrale. Lo hanno portato in ospedale.»
Un’ondata di rabbia mi investe. Hardin non gli ha dato solo qualche spintone. Lo ha
ferito gravemente.
«E poi ha scaraventato a terra un professore. Una ragazza che è in classe con Zed ha
già rilasciato una deposizione, secondo cui Hardin è entrato e ha chiesto esplicitamente
di Zed. Al momento la situazione è proprio brutta. Ken sta facendo di tutto perché non
vada in prigione, ma non so se ci riuscirà.» Landon sospira, si passa le dita tra i capelli.
«L’unico modo per tenerlo fuori di prigione è che Zed decida di non sporgere denuncia. E
anche in tal caso non so come andrà a finire.»
A queste notizie, mi gira la testa.
«Espulsione», sento dire all’uomo dai capelli grigi, e vedo Ken che si massaggia il
mento con un gesto nervoso.
Espulsione? Non possono espellerlo! È terribile…
«È mio figlio», dice Ken a bassa voce. Senza farmi notare, faccio un passo verso di
loro.
«Lo so, ma aggredire un professore e danneggiare i beni dell’ateneo non è
un’infrazione su cui possiamo chiudere un occhio», replica l’uomo.
Maledizione a Hardin e alla sua rabbia. «Che disastro», commento al culmine della
frustrazione, e Landon annuisce avvilito.
«Forse potresti parlare con Zed, convincerlo a non sporgere denuncia…» suggerisce
Landon.
«Se mi avvicino a Zed, Hardin si infurierà.» Eppure, visto che lui non mantiene le
promesse, non vedo perché dovrei farlo io.
«Già, ma non saprei cos’altro consigliarti, a questo punto.»
«Temo che abbia ragione tu.» Guardo di nuovo Ken e poi mi giro a scrutare il corridoio
che porta alla cella di Hardin.
Hardin è la mia priorità, ma mi dispiace molto per ciò che ha fatto e spero che Zed stia
bene. Forse se gli parlo deciderà di non sporgere denuncia, e in questo modo
risolveremmo almeno uno dei problemi.
«Dov’è? Lo sai?» chiedo a Landon.
«Mi pare di aver sentito che lo hanno portato al Grandview Hospital.»
«Okay. Ci andrò.»
«Hai bisogno di un passaggio fino alla tua macchina?»
«Merda, non sono venuta con la mia macchina.»
Landon infila la mano in tasca e mi porge le sue chiavi. «Tieni. Sta’ attenta, però.»
Sorrido al mio migliore amico. «Grazie.»
Non so proprio cosa farei senza di lui, ma temo che lo scoprirò presto, dato che tra
poco partirà. Il pensiero mi rattrista, ma lo scaccio: ora non ho tempo di pensare a
questo.
«Io intanto vado a parlare con Hardin e gli spiego cosa succede.»
«Grazie ancora», gli dico abbracciandolo.
Mentre sto per uscire sento in corridoio la voce di Hardin. «Tessa! Non ti azzardare a
cercarlo!» Lo ignoro e apro la porta.
«Tessa! Torna qui!»
Come osa darmi ordini in quel modo? Chi si crede di essere? Ha combinato un casino
perché non riesce a controllare la rabbia e la gelosia, e io sto cercando di aiutarlo a
rimediare. Gli è andata già bene che non l’ho preso a schiaffi per non aver mantenuto la
promessa. Mi fa proprio infuriare.
All’ospedale, l’infermiera all’accettazione non vuole dirmi niente. Non può confermarmi
se Zed è qui o è passato da qui.
«È il mio ragazzo, devo vederlo assolutamente», dico.
Lei continua a masticare la gomma e si rigira tra le dita una ciocca di capelli
ossigenati. «È il tuo ragazzo? Quello con tutti i tatuaggi?» Scoppia a ridere: è chiaro che
non mi crede.
«Sì, è il mio ragazzo», ribatto secca. Mi stupisco io stessa del mio tono minaccioso.
Evidentemente ha funzionato: la donna si stringe nelle spalle. «Prendi quel corridoio e
svolta a destra. Prima porta a sinistra», spiega.
Be’, non è stato difficile. Dovrei farmi valere più spesso. La prima porta a sinistra è
chiusa, quindi busso piano prima di aprirla. Spero che sia la stanza giusta.
Zed è seduto sul letto, a torso nudo, in jeans e calzini.
«Oddio!» esclamo vedendo com’è ridotta la sua faccia.
Il naso è rotto, lo sapevo già, ma è proprio brutto a vedersi, molto gonfio. Gli occhi
sono entrambi neri. Il petto è coperto di bende; le stelle disegnate sotto le clavicole sono
l’unico tatuaggio visibile tra le fasciature e le ferite.
«Ti senti bene?» chiedo andando vicino al letto. Spero che non sia arrabb